Febbraio 6th, 2019 Riccardo Fucile
HEYDI CASSINI PARLA DELLA ESTORSIONE NEI CONFRONTI DELLA SINDACA DA PARTE DEL SUO EX CAPO UFFICIO STAMPA
I viaggi a Roma di Luca Pasquaretta nel mirino della procura di Torino.
I magistrati che indagano sul collaboratore di Laura Castelli accusato di estorsione nei confronti di Chiara Appendino hanno messo sotto la lente quattro viaggi a Roma subito dopo l’estate con l’obiettivo unico e dichiarato di incontrare i vertici del MoVimento Cinque Stelle tra cui il vicepremier Luigi Di Maio per perorare la sua ricerca urgente di lavoro sotto la voce di «contratti e contatti».
Racconta oggi La Stampa
Ma i viaggi nella Capitale di Luca Pasquaretta (dall’intento univoco, si apprende da fonti investigative) sono finiti sotto la lente degli inquirenti della procura di Torino che lo hanno indagato per una presunta estorsione ai danni della sindaca Chiara Appendino oltrechè per traffico di influenza e turbativa d’asta.
L’8 agosto scorso l’ex capo ufficio stampa della prima cittadina aveva risolto consensualmente il suo contratto con la Città di Torino. E si era messo in moto con un pressing insistente fatto — secondo la procura — anche di minacce reiterate di rivelare segreti compromettenti.
È ormai ragionevolmente noto che la sindaca Chiara Appendino si sia data da fare per aiutarlo contattando la sottosegretaria al ministero dell’Economia Laura Castelli.
La disponibilità di aprire una collaborazione ufficiale — iniziata a novembre con contratto da circa 2000 euro lordi al mese regolarmente depositato alla Camera dei Deputati non sarebbe stata però sufficiente per Pasquaretta.
Intanto però su Pasquaretta parla anche una pornostar.
Lei si chiama Heidy Cassini e un paio di giorni fa ha pubblicato un commento (trovato dal giornale online Nuova Società ) in cui, rivolgendosi alla Appendino, le dice che avrebbe dovuto informarsi bene su chi si stava mettendo vicino.
C’è da ricordare che Pasquaretta, prima di diventare braccio destro della Appendino, fu portavoce e capo ufficio stampa di Torino Erotica, fiera dedicata al settore “adult”. Lei, però, in un’intervista rilasciata oggi a La Stampa, non sembra avere tanta voglia di spiegare:
«Guardi non sono cose nè belle nè tantomeno felici da mettere in piazza. Ciò che posso dire è che se lei ha avuto dei brutti momenti per colpa di quell’uomo deve esser sostenuta».
Ma cosa riguardavano? Ricatti, come sostiene la procura per il caso della sindaca?
«Sono cose delicate e delle quali io no voglia nè il piacere di chiacchierare con nessuno»
Ma lei ha denunciato Pasquaretta per quelle questioni?
«No non ho fatto nulla. Poi, per fortuna, quel signore lo abbiamo perso nel corso del tempo e adesso non so più che cosa fa, chi frequenta o altro».
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 6th, 2019 Riccardo Fucile
DON MARCO BELLIN ACCUSA: “SALVINI HA LA COSCIENZA SPORCA, PER QUESTO HA PAURA DEL PROCESSO”
Don Marco Bedin, parroco di Ospedaletto in provincia di Vicenza, ha pubblicato un articolo
sull’ultimo bollettino dal titolo “Strage di Stato”, in cui afferma che “Nel Mar Mediterraneo in questi mesi, per responsabilità diretta del nostro attuale governo, si sta consumando una vera e propria strage: quella dei migranti”.
“Ad aggravare il quadro della politica migratoria – prosegue il sacerdote – è la spocchia machista. Il caso Diciotti, per chi lo ha seguito, è tragicamente chiaro. Infatti Salvini non vuole essere processato, dando segno evidente di una coscienza sporca”.
E ancora: “La colpa non diventa minore perchè si è in tanti a commettere un reato: anzi, semmai ha l’aggravante della complicità . E mai come oggi l’ignoranza è colpevole, visto che tutti possiamo sapere”.
Non è la prima volta che don Marco Prende posizioni ‘pesanti’ su vicende pubbliche: nel novembre 2017 scrisse una lettera aperta a Gianni Zonin, ex presidente di Banca Popolare di Vicenza, invitandolo a restituire “un po’ dei suoi soldi a chi ne ha persi tanti per colpa sua”.
(da agenzie)
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Febbraio 6th, 2019 Riccardo Fucile
NEL 2009 COMANDAVA IL GRUPPO ROMA
C’è un generale tra gli indagati del caso Cucchi. Si tratta di Alessandro Casarsa, fino a qualche settimana fa comandante dei Corazzieri. L’ufficiale nel 2009 era colonnello e comandava il gruppo Roma che sovrintende alle varie compagnie della capitale.
Il procuratore Giuseppe Pignatone e il pm Giovanni Musarà³, che coordinano l’inchiesta bis sulla morte del geometra romano per cui sono già a processo 5 carabinieri, accusano l’alto ufficiale di falso. E l’indagine fa un salto di passo, scalando piano piano, la gerarchia dell’Arma romana dell’epoca.
La vicenda è quella delle annotazioni di servizio modificate dalle quali vennero fatti sparire una serie di dettagli rispetto alle condizioni di salute di Stefano la notte del suo arresto. Una storia per la quale nei mesi scorsi erano già finiti iscritti i diretti sottoposti di Casarsa, il comandante della compagnia Montesacro e il suo vice.
Casarsa nei giorni scorsi è stato interrogato e ha negato qualsiasi coinvolgimento nelle modifiche delle annotazioni, ma i pm hanno il sospetto che a coordinare l’operazione sia stato lui.
(da agenzie)
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Febbraio 5th, 2019 Riccardo Fucile
I PARLAMENTARI LEGHISTI VORREBBERO ROMPERE MA SALVINI TEME CHE MATTARELLA NON MANDI SUBITO ALLE URNE
Mai visto un Salvini così, neanche l’ombra dell’uomo che fa e disfa come vuole, con la giubba
che a stento copre la sicumera.
Le parole che non ti aspetti sono pressochè evangeliche, nel senso del porgere l’altra guancia. Eccole: la sorte del Governo non “per nulla legata al caso Diciotti”, “il Governo va avanti e abbiamo tante cose da fare”.
Va avanti dunque sia nel caso che i Cinque Stelle votino No all’autorizzazione a procedere, e questa è una ovvietà , sia nel caso che votino Sì. E questa è una signora notizia. Anche cioè se i pentastellati, in pieno travaglio tra salvare Salvini e salvare l’anima, decideranno di salvare l’anima, spendendo il ministro dell’Interno davanti ai giudici, dove rischia una condanna per sequestro di persona, pur di non tradire gli ideali della loro giovinezza.
Mai visto un Salvini così che, come tutte le persone preoccupate davvero, nega di esserlo perchè l’uomo che si sente forte per definizione non può essere preoccupato per definizione.
E dunque ripete il più classico dei “dormo tranquillo”, “faccio colazione con pane e nutella”, smentisce retroscena attendibili meno di “Topolino”, dopo aver detto di non leggerli, il che cozza un po’ con la logica, perchè non c’è niente che lo infastidisce di più di una immagine di sè non più onnipotente: “Il Senato — prosegue deciderà con coscienza e io rispetterò qualsiasi decisione venga presa”.
Ricapitolando. A botta calda, disse che era pronto a farsi processare poi, dopo aver letto gli atti con Giulia Bongiorno, ha cambiato idea e ha chiesto uno “scudo” per fuggire “dal” processo.
Poi ha annunciato che sarebbe andato in Giunta, e invece ha presentato una memoria scritta, perchè le parole possono volare, invece gli scritti sono più prudenti, ora rassicura che non ci sarà nessuna conseguenza sul governo.
Non è banale l’affermazione, considerati gli umori del pancione leghista: parlamentari inquieti, perchè la questione sta diventando “un fatto di dignità “, un Giancarlo Giorgetti più ombroso e inquieto del solito, per non parlare del Nord.
I capigruppo di Camera e Senato, negli ultimi giorni, sono stati compulsati da telefonate perchè “non si può andare avanti così” e “se spediscono Salvini a processo dobbiamo aprire la crisi il minuto dopo”.
La Lega è un pentolone in ebollizione, di insofferenza, preoccupazione, rabbia.
E c’è un motivo che spiega questa conversione evangelica del Capitano, che non risponde agli insulti, si fa dare del “rompic…..”, e non minaccia sfracelli o ritorsioni.
Il motivo è che il leader leghista è doppiamente sotto botta.
Sotto botta perchè teme il processo e l’unico modo per aiutare i Cinque Stelle ad arrivare al “No” sull’autorizzazione è non stressare troppo le polemiche, tenerla bassa insomma.
Più in generale, politicamente sotto botta. Perchè un fallo di reazione non è affatto detto che porti, automaticamente, a elezioni anticipate, anzi.
E piuttosto che minacciare la guerra con la santabarbara allagata, è meglio non dichiararla. Ecco il punto.
Più di un alto in grado della Lega dice: “Matteo non si fida del Quirinale. Se apriamo la crisi, è difficile che riusciamo ad andare al voto. Solo se avessimo la certezza di votare per le politiche e le europee si potrebbe far saltare il banco, ma questa certezza non c’è, anzi”.
Come noto Mattarella non è un presidente ciarliero, nè in pubblico nè in privato, e certo non ha deciso, per l’occasione, di tradire la sua proverbiale riservatezza di pensiero.
È, in materia, una sfinge anche con i più fidati consiglieri, perchè sa che ogni considerazione, nei momenti delicati, può destabilizzare, alimentare aspettative e dinamiche.
Difficile che possa ragionare del “che fare” in caso di crisi di governo, se la crisi non si manifesta e matura in tutta la sua complessità .
Proprio questa assenza di riferimenti, alimenta, nel Palazzo, supposizioni più o meno fantasiose.
In questi giorni è tutto un discettare dentro la Lega attorno a un presunto attivismo di alcuni consiglieri quirinalizi che, da sempre, “hanno lavorato” per arrivare a un governo tra Pd e Cinque Stelle, operazione che non riuscì all’inizio della legislatura e che potrebbe essere favorita dal cambio di leadership del Pd.
Logica e numeri dicono che le condizioni non ci sono, perchè il Pd, su questa operazione, si spaccherebbe e senza il Pd compatto, non ci sarebbe maggioranza.
Sia come sia, la crisi, spiegano autorevoli colonnelli leghisti vicini a Salvini, è sempre un rischio, perchè sai come ci entri ma non sai mai come ci esci, soprattutto in un Parlamento che non ha voglia di andare a casa, dove, al momento giusto, il partito più forte è sempre il “partito della cadrega”.
L’unica assicurazione, ovvero la possibilità di andare al voto assieme alle Europee, non c’è.
E questo è sufficiente per non forzare, qualunque cosa accada, mantenendo alta la tensione sugli altri dossier, dal Venezuela alla Tav, ma senza mai mettere in discussione l’esistenza del governo.
Almeno ad oggi.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 5th, 2019 Riccardo Fucile
I POLTRONISTI SI ARRAMPICANO SUGLI SPECCHI PER GIUSTIFICARE IL TRADIMENTO DEI VALORI DEL MOVIMENTO
Hai voglia a dire che non c’entra, che non c’è nessuno scambio, che le rette parallele non si incontrano e se si incontrano non si salutano.
Il caso Diciotti procede carsico sotto pelle della maggioranza e interseca tutto, dal decretone su reddito e quota 100 che ha preso il via in Parlamento fino alla tenzone senza esclusione di colpi sul Tav.
La mattina di martedì i pentastellati si sono riuniti in Assemblea per fare un punto della situazione. Bocche cucite, la paura di esporsi è tanta.
Ma a microfoni spenti la versione è concorde: la maggioranza dei senatori (e tra i componenti stellati della Giunta per le immunità ) valuta favorevolmente la possibilità di votare No all’autorizzazione a procedere per il leader della Lega.
“Sarebbero più gli elettori che ci perderemmo per strada votando Sì che votando No”, ragiona più di qualcuno.
Il capogruppo Stefano Patuanelli, pur non essendo stato presente alla riunione, si è attestato su una linea che da un lato si può leggere come attendista, dall’altro come prodromica a un voto negativo: “Qui non è una questione di immunità parlamentare, qui si deve valutare c’è stato un preminente interesse pubblico nazionale”.
Un voto politico, dunque, non sulla persona. Un escamotage — giuridico e narrativo — per uscire dallo stallo.
L’assemblea dei senatori si è aggiornata senza trarre alcun dado. I membri della Giunta si incontreranno nuovamente con Luigi Di Maio dopo aver letto, giovedì, la memoria che il ministro dell’Interno depositerà in Giunta, e che dovrebbe essere accompagnata da un testo in cui il governo, Giuseppe Conte in primis, si assumerà la responsabilità politica della vicenda che ha coinvolto la nave della Guardia costiera italiana.
Lì si farà il punto. E al momento non è escluso che si possa far ricorso a un sondaggio sul blog, con tutte le implicazioni del caso.
Ma una decisione non è stata ancora presa. Solo l’ultima della lunga catena di decisioni non prese e che al momento lasciano i 5 stelle immobili davanti al bivio e ai due cartelli segnaletici: “tradire i propri ideali” e “salvare il governo”.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 5th, 2019 Riccardo Fucile
DI MAIO INCONTRA SOLO IL GILET GIALLO CHALENCON CHE LO GELA: “NESSUNA ALLEANZA”… NESSUN INCONTRO CON GLI ALTRI DUE LEADER NICOLLE E DROUET
“È appena terminato l’incontro tra Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista e Christof Chalencon,
uno dei leader dei gilet gialli nella periferia di Parigi. Molte le posizioni e i valori comuni che mettono al centro delle battaglie i cittadini, i diritti sociali, la democrazia diretta e l’ambiente”. È questo il commento dell’ufficio stampa del vicepremier sull’appuntamento parigino.
A gelare l’entusiasmo dei 5 stelle ci pensa però lo stesso Chalencon che alla domanda del quotidiano Le Parisien su una possibile alleanza con il M5S per le europee risponde: “Niente affatto”.
E aggiunge: “La nostra lotta è molto mediatizzata” in Italia e “volevamo incontrarli. Abbiamo accettato perchè volevamo scoprire questo partito e capire bene il suo posizionamento politico rispetto alla Lega. Di Maio ci ha assicurato che ci saranno liste separate alle elezioni amministrative ed europee. E questo ci piace”.
Quelli incontrati dal vicepriemier e da Di Battista rappresentano solo una frangia del movimento dei gilet gialli.
Infatti due dei principali leader, Maxime Nicolle e Eric Drouet, hanno escluso qualsiasi incontro. Drouet si dice “contrario ad ogni iniziativa politica fatta in nome” delle casacche gialle.
“Secondo fonti italiane, Di Maio avrebbe sollecitato un incontro a Parigi – ha dichiarato Maxime Nicolle -. Posso dirvi che nè il sottoscritto, nè Eric Drouet, nè Priscilla Ludosky (tra i principali leader delle casacche gialle, ndr), siamo stati contattati. Se fosse confermata, sappiate che si tratta di un’iniziativa autonoma di una parte politicizzata che non rappresenta il movimento dei gilets jaunes. Il nostro movimento è strettamente apolitico e non intende presentarsi alle europee. Se Di Maio mi chiama non alzo nemmeno il telefono”.
Il controverso militante dei gilet gialli, regolarmente accusato di far circolare false informazioni e teorie del complotto sulla rete, ritiene che tutti coloro che si candidano alle elezioni Ue, come l’ex portavoce, Ingrid Levavasseur, “sono fuori dal movimento”.
Conferma poi l’intenzione di organizzare una mobilitazione al confine franco-italiano per coinvolgere nuovi gilet gialli in una sorta di lotta comune transnazionale. Quanto ad una possibile discesa in campo, non lo interessa.
“Non siamo per un sistema parlamentare ma per una forma di democrazia diretta ispirata al modello svizzero, con l’introduzione nel lungo termine di 2-3 referendum di iniziativa popolare (Ric). Per il breve termine chiediamo più potere d’acquisto e nel medio un taglio dei privilegi, delle rendite, delle pensioni dorate dei funzionari”.
L’attivista meglio noto sui social con lo pseudonimo di Fly Rider si dice però contrario alla possibilità di un referendum promosso da Emmanuel Macron in concomitanza con le europee del 26 maggio: “Non ha senso perchè non include le nostre rivendicazioni”. E riferisce che sporgerà denuncia contro un gruppo di poliziotti che lo avrebbero minacciato di morte.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 5th, 2019 Riccardo Fucile
CONFERENZA STAMPA ALLA CAMERA: “SIAMO PRONTI A RIPARTIRE, L’ITALIA NON SI INVENTI ALTRE SCUSE PER BLOCCARCI”
L’operazione di criminalizzazione delle Ong sta andando avanti.
*La Sea Watch 3 “è pronta a ripartire nel giro di mezz’ora” ma da parte dell’Italia c’è un “ostruzionismo” che ha il solo obiettivo di impedire alla nave della Ong tedesca di lasciare il porto di Catania e tornare nel Mediterraneo per proseguire nelle operazioni di ricerca e soccorso dei migranti
La denuncia arriva da Sea Watch in una conferenza stampa alla Camera durante la quale i rappresentanti della Ong hanno chiesto alle forze politiche una azione “forte e unitaria che si opponga alla cultura politica dominante che sta affogando lo stato di diritto e il diritto alla vita”.
Davanti a diversi parlamentari di Leu, al radicale Riccardo Magi e al presidente del Pd Matteo Orfini, la portavoce italiana della Ong Giorgia Linardi ha ricostruito gli eventi e le comunicazioni che hanno portato la Sea Watch3 a Catania, sottolineando come sia stata la stessa procura di Catania a precisare che nelle scelte fatte dal comandante non è stato ravvisato nulla di penalmente rilevante. “Tenerci fuori dai porti – ha aggiunto – è stata una chiara volontà politica”.
“Noi siamo pronti a ripartire nel giro di mezz’ora – ha ripetuto Linardi – Abbiamo fatto una serie di manutenzioni a bordo della nave e oggi pomeriggio avremo a bordo i rappresentanti dell’agenzia di ispezioni internazionali Dnv per verificare su quali delle anomalie segnalate dalla Guardia Costiera dobbiamo intervenire e quali, invece, possono essere rimandate al fermo programmato della nave, in programma il 25 febbraio”.
Alle autorità italiane, aggiunge la portavoce della Ong, “mostreremo tutta la certificazione e tutti i documenti, ma chiediamo di non trattare la Sea Watch 3 come una nave commerciale perchè altrimenti è evidente una volontà di accanimento nei nostri confronti”
Parole ribadite anche dall’avvocato Alessandro Gamberini. “Allo stato – ha detto – sono state fatte delle prescrizioni, alle quali interverremo con dei rimedi. Ma la sensazione è che ci troviamo davanti ad un ostruzionismo fatto appositamente per impedire la ripartenza della nave”.
Il legale ha poi sottolineato, per quanto riguarda la ricerca e il soccorso in mare, che la Guardia Costiera italiana quando riceve segnalazioni di imbarcazioni in difficoltà , anche se sono in zona Sar libica, “non può lavarsene le mani e rimandare ad un’inesistente Guardia Costiera libica, perchè questo configura il reato di omissione di soccorso”.
Quanto al fatto che la Sea Watch 3 sia rimasta due giorni al largo di Lampedusa prima di puntare verso la Sicilia, Linardi ha ribadito che il comandante si è diretto verso l’isola delle Pelagie su specifica richiesta del procuratore di Agrigento, che voleva sentirlo insieme al capomissione in merito al naufragio avvenuto davanti alla Libia in cui sono morte, secondo le testimonianze dei 3 sopravvissuti, 117 migranti.
“Ma questo non e’ stato possibile – ha detto Linardi – perchè è stato impedito l’accesso alle acque italiane e il procuratore ha dovuto raggiungere la nave, accompagnato dalla Guardia Costiera, in acque internazionali, dove tra l’altro non ha giurisdizione perchè la nave è olandese”
(da agenzie)
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Febbraio 5th, 2019 Riccardo Fucile
QUANDO DI MAIO PROMETTEVA DI SALVARE LA PERNIGOTTI… E OGGI LO STABILIMENTO CHIUDE … PROMESSE NON MANTENUTE SULLA PELLE DI 250 LAVORATORI
L’ultima volta Luigi Di Maio aveva visitato lo stabilimento Pernigotti di Novi Ligure
esattamente un mese fa.
Era il 5 gennaio e il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico aveva promesso che la Pernigotti, storica azienda dolciaria italiana, sarebbe rimasta in Italia e che nessuno sarebbe stato licenziato.
Oggi a mezzogiorno, questa volta a Roma al Ministero, è previsto l’incontro per la firma dell’accordo tra sindacati e azienda per la fine della produzione nello stabilimento di Novi Ligure e la firma della Cassa integrazione per i dipendenti
Ad andare in Cassa integrazione saranno cento dipendenti, i 150 lavoratori interinali invece godranno della disoccupazione ma non avranno alcun ammortizzatore sociale. Fallisce così, sulla pelle di 250 persone e altrettante famiglie la mediazione del Ministero con Toksoz, il gruppo turco che è proprietario della Pernigotti da sei anni.
Toskoz non ha voluto vendere e non si è mai capito se ci fosse davvero qualcuno interessato a rilevare il marchio.
Eppure il 5 gennaio Di Maio continuava a raccontare che l’azienda sarebbe stata salvata, e con essa i posti di lavoro. «La Pernigotti non solo deve continuare ad esistere come marchio ma deve continuare ad esistere con i suoi lavoratori», diceva Di Maio un mese fa spiegando che il governo «stava facendo sul serio».
Il ministro non aveva abbandonato l’idea di una legge per tutelare l’esistenza sul territorio italiano di un marchio italiano, ovvero che se un marchio era nato in Italia la proprietà sarebbe stata obbligata a mantenere la produzione nel nostro Paese.
Una legge che — spiegava Di Maio — non si sarebbe applicata al caso della Pernigotti perchè come tutti sanno «le leggi si applicano dal giorno dopo che si sono approvate».
Che fine ha fatto la legge per tutelare i marchi Made in Italy?
Ma della Pernigotti il governo del Cambiamento aveva iniziato ad occuparsene già a novembre 2018.
Il deputato M5S Riccardo Olgiati ci spiegava su Facebook che il nuovo esecutivo “non si incina nè si genuflette davanti a nessuno” ribadendo che “i prenditori non sono più benvenuti” perchè in Italia “non si gioca più sulla pelle delle persone”. E Di Maio aveva voluto mandare un messaggio chiaro ai “prenditori” turchi: «o tengono aperto lo stabilimento o racconterò al mondo che Pernigotti produce per conto terzi e credo che questo non favorirà il marchio». A quanto pare delle minacce di Di Maio non tiene conto nessuno.
In un comunicato stampa sul sito del MISE pubblicato il 15 novembre viene riportata una dichiarazione del ministro. Due gli aspetti interessanti. Il primo: «Se la proprietà turca non vuole più investire in questo stabilimento deve allora dare la totale disponibilità a cedere il marchio e lo stabilimento: ci impegneremo a trovare nuovi soggetti interessati».
Il secondo: «Entro la fine dell’anno faremo una proposta di legge che lega, per sempre, i marchi al loro territorio: non è più accettabile che si venga in Italia, si prenda un’azienda come Pernigotti, si acquisisca il marchio, poi si cambino 5 manager in 5 anni».
La proposta di legge c’è, o meglio sono due. Una è quella presentata da Federico Fornaro di LEU e l’altra è quella del leghista Riccardo Molinari. Entrambe propongono di far perdere la titolarità di un marchio “storico” a quegli imprenditori che cessano l’attività . Nessuna delle due è stata approvata. Manca all’appello quella annunciata da Di Maio.
A novembre anche il candidato presidente della Regione Piemonte per il M5S Giorgio Bertola lodava l’impegno del Premier Conte e del ministro Di Maio perchè erano riusciti ad ottenere la sospensione della procedura di licenziamento, presentata come una delle “azioni concrete” messe in atto dal governo del Cambiamento.
Di fatto però il gruppo Toksoz non ha mai ceduto di un millimetro, voleva chiudere lo stabilimento e lo farà . Voleva tenersi il marchio Pernigotti e — salvo decisioni di vendita dell’ultimo minuto — lo terrà .
Il governo non ha strumenti per obbligare Toskoz a vendere. «Concederemo la Cassa integrazione per cessazione, solo se l’azienda ci garantisce la reindustrializzazione e che i lavoratori continueranno a lavorare», diceva Di Maio uscendo dall’incontro con la proprietà il 15 novembre.
I turchi però non hanno mai avuto intenzione di cedere il marchio e gli acquirenti che si sono fatti avanti non erano interessati ad acquistare lo stabilimento senza il marchio Pernigotti.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 5th, 2019 Riccardo Fucile
IN UN PAESE DEL BRESCIANO UNA PROVOCATORIA INIZIATIVA PER FAR RIFLETTERE… IMMANCABILE REAZIONE DEI “BUONI PADRI DI FAMIGLIA” CHE SI SONO “SPAVENTATI”: MA NON SI PREOCCUPANO QUANDO LA LORO INDIFFERENZA LI RENDE COMPLICI DEGLI AFFOGATORI
Nel paese di San Paolo decine di manifesti apparsi nella notte. “Morto annegato”, “I funerali si svolgeranno nel mar Mediterraneo”: l’iniziativa di un gruppo anonimo di abitanti per riflettere sulla tragedia delle traversate
I cognomi sono quelli più diffusi della Bassa bresciana, le età sono diverse: 6, 10, 24 anni, fino ai 45 anni. L’obiettivo è quello di colpire, e di far riflettere su una domanda: “E se quei morti in mare fossimo noi?”
A San Paolo, piccolo comune in provincia di Brescia, decine di manifesti funebri sono comparsi all’improvviso nella piazza centrale, davanti alla scuola, nelle vie più frequentate: tutti annunciavano la morte di bambini, ragazzi e uomini “morti annegati”, tutti con due frasi comuni, sulla falsariga degli annunci funebri: “Addolorati Nessuno ne danno il triste annuncio” e “I funerali si svolgeranno nel mar Mediterraneo”.
In fondo, un passo del Vangelo di Matteo, ribaltato: “Ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito”.
Su altri, invece, la scritta: “Siamo soltanto nati dal lato giusto del mare”. Una provocazione, un gesto forte per far riflettere sulla tragedia dei migranti che muoiono in mare per cercare la vita
Chi ha pensato e attaccato di notte quei manifesti non ha, per adesso, un nome.
Come racconta Il Giornale di Brescia, dovrebbero essere frutto dell’iniziativa di un gruppo di persone che restano anonime, anche se fanno sapere che il loro è stato un gesto “per rompere il velo del silenzio”, fatto con giudizio, visto che si sono accertati che non ci fossero abitanti del paese con quei nomi associati a quei cognomi.
La sindaca parla invece di “messaggio macabro” e annuncia indagini. «Parecchi cittadini si sono anche spaventati. Di questo gesto è stato informato chi di dovere. Indagini in corso».
Oddio, i buoni borghesi ben pasciuti si sono preoccupati, ma non quando con la loro indifferenza diventano complici degli affogatori .
(da Globalist)
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