Destra di Popolo.net

AVERE DIECI ANNI E SENTIRLI TUTTI

Ottobre 11th, 2019 Riccardo Fucile

ITALIA 5 STELLE, TRA LA PAURA DEL FLOP E LE CRITICHE A DI MAIO, IL M5S SI FESTEGGIA A NAPOLI… DAL VAFFA AL GOVERNO A TUTTI I COSTI, COM’E’ DIFFICILE DIVENTARE ADULTI

John Wilmot, conte di Rochester e drammaturgo di Carlo II, alla metà  del Seicento scriveva una cosa che c’entra con Italia 5 stelle, la festa dei dieci anni del Movimento, e più in generale sulla creatura che fu di Beppe Grillo: “Prima di sposarmi avevo sei teorie su come crescere i bambini; ora ho sei bambini e nessuna teoria”.
Sostituire a bambini potere e governo, e il gioco è fatto.
È cresciuto il grillismo nel paese, è esploso (e poi si è contratto) il grillismo nelle urne. Eppure dieci anni dopo nulla è uguale, tutto si è trasformato, qualcosa si è creato, altro distrutto.
Dal parossismo assembleare e la furia dello streaming a un’oligarchia di comando che, come in tutti i partiti, muove le leve del comando. Dal “mai con i partiti” alle alleanze prima con la destra reazionaria poi con una delle più grandi formazioni socialdemocratiche dell’Occidente.
I 5 stelle arrivano così a Napoli, cercando di darsi tra di loro la forza per dirsi che il governo sia qualcosa in più di avere sei bambini e nessuna teoria, che le grandi battaglie storiche su come guidare il paese (tutte nella buona sostanza corollarie del fondativo “Vaffanculo”) siano ancora i motori gagliardi di quell’onda emozionale che riempì con un fiume di popolo piazza San Giovanni solo sei anni fa, ma sembra una vita.
Ci arrivano, senatori e deputati, con macchine e treni, ossessivamente immortalati sullo sfondo dei selfie dei “cittadini portavoce” che ormai non si schifano più a esser chiamati onorevoli.
Li pubblicano e se li commentano a vicenda, in un tentativo di esorcizzare problemi e divisioni, veleni e contumelie, che riempiono le pagine dei giornali solo perchè esondano dalle chat e dagli sfoghi a margine degli stessi selfisti.
L’ultima regola buttata nel tritacarte (dopo il mai con i partiti, dopo il sempre lo streaming, dopo il non è un’alleanza ma un contratto, dopo il sì alle alleanze) è stata quella che vede come malcapitato protagonista Giancarlo Cancelleri, un “ragazzo fantastico” (cit. Grillo Beppe) della prima ora che è stato promosso da consigliere della Sicilia a viceministro alle Infrastrutture, demolendo il dogma de “il mandato popolare è sacro e va portato a termine”.
Spiegano che sia la cosa che più abbia fatto saltare la mosca al naso a Barbara Lezzi, ex ministra del Sud, pasionaria nel senso più profondo del termine del cinquestellismo come modo di intendere la vita prima ancora che la politica, a dire no, io non sarò a Napoli, che ci vado a fare.
Così come — pare — l’ex collega alla Difesa Elisabetta Trenta, e — sicuramente — quella alla Salute, Giulia Grillo, che su queste colonne ha gelato il cambiamento del cambiamento con un lapidario “non c’è niente da festeggiare”.
Malessere concreto, a sentire il ribollire dei gruppi parlamentari, il coacervo di furie a volte piccine a volte sostanziali che girano sulla testa del capo politico come mosche fastidiose.
Concreto anche perchè la paura del flop è tanta, con il paragone della piazza salviniana a incombere a una sola settimana di distanza.
Spiega uno deputato di certo non lontano dalla leadership: “Ha organizzato tutto il gruppo eventi, con qualche collega napoletano. E il gruppo eventi sono l’ex assistente di Di Battista e l’ex assistente di Riccardo Nuti, non so se rendo”.
Magari il problema fosse questo: “Hanno deciso tutto Di Maio e le persone del suo giro strettissimo, non c’è stato un coinvolgimento, idee, o anche una semplice informazione. Ho letto il programma sul blog come te”.
L’area della mostra d’Oltremare è enorme, l’arena Flegrea pure, che succede se ci sono cinquemila persone come l’anno scorso? Chi ha scelto il posto? Chi ha organizzato la partecipazione?
Domande che rimbalzano di bocca in bocca e che non trovano risposta. Lo spettro è quello della chiusura della campagna elettorale delle europee, nemmeno mille persone a rendere vuota anche la più piccola delle piazze romane, con Alessandro Di battista unico capace di catalizzare flash e entusiasmi, sia pure, già  allora, da sotto il palco, questa volta totalmente assente per problemi personali.
Ecco perchè alla comparsata davanti alla Camera per festeggiare il taglio dei parlamentari c’erano sì e no una cinquantina di onorevoli pentastellati a fronte degli oltre duecento eletti. In tarda mattinata gli smartphone sono stati illuminati dal seguente messaggino: “Ci vediamo tutti davanti Palazzo Montecitorio per un flashmob. Ministri, viceministri, sottosegretari e parlamentari sono invitati a partecipare”. “Nemmeno fossimo i soci di una bocciofila”, spiega uno di quelli che stava per andare “ma poi mi hanno detto che c’erano forbicione giganti di carta e allora ho detto ciao”.
La rivoluzione della comunicazione, croce, delizia ed eterno refrain dei 5 stelle da quando i 5 stelle sono emersi dall’extraparlamentarismo, è quella che ha portato l’assoluto outsider Raffaele Trano a toccare incredibilmente quota sessantuno voti nella corsa a capogruppo a Montecitorio, con il leader improvvisato del dissenso che gongolava: “C’è uno spazio nuovo da oggi nel Movimento”.
La dissidenza, si sa, nei 5 stelle è sempre sottotesto, quasi mai testo, sempre secondo livello del racconto, quasi mai capitolo a sè stante.
“Di Maio rimarrà  saldamente lì perchè è l’unico che fa”, dice un senatore tutt’altro che dimaiano. E il capo politico è pronto a sparigliare il brancaleonesco fronte che lo avversa, presentando a Napoli la squadra che lo affiancherà .
La segreteria del partito, si direbbe se culturalmente il grillismo non avesse ormai permeato la falda acquifera di un paese in cui dire partito sembra una parolaccia, in cui persino il lessico di Sergio Mattarella si è piegato all’understatement del “forze politiche”, in cui l’intero Parlamento si auto taglia con una riforma che così com’è ha ben poco senso, figlia di un unico genitore, quello dell’anticasta che prima Grillo e poi Di Maio hanno sposato, matrimonio che ne ha fatto le fortune.
Basterà  o non basterà , sarà  olio sull’acqua che bolle o fonte di nuovi malumori o rivendicazioni, la segreteria del partito 5 stelle è l’ennesimo tassello di una creatura che cambia continuamente stracciando le sue mille effimere carte fondative, mantenendo come tema fondamentale della propria comunicazione politica la diversità , l’eccezionalismo nonostante la scatoletta sia stata aperta e si sia diventati tonno.
Nel 2014 al Circo Massimo, il primo Italia 5 stelle fu quell’evento nuovo e strano segnato profondamente dal dadaismo di Grillo, dalle sue comparsate casuali e totalmente estemporanee, dal suo comizio su una gru a cinquanta metri dalla gente in festa, dai suoi strali contro il “jobà x”, come masticava il jobs act dell’arcinemico Matteo Renzi, oggi incredibilmente alleato.
Cinque anni dopo è l’evento del governo bis, degli amici ghibellini dopo i fratelli guelfi (o viceversa, fate voi), del capo politico seduto accanto al presidente del Consiglio, anche lui 5 stelle ma guai a dirselo, per un’intervista doppia che suona un po’ come voglia di mostrare unità  e un po’ come attenzione a non lasciare spazio all’unico altro leader possibile nell’universo pentastellato.
Con buona pace di Di Battista, e anche di Roberto Fico, che calcherà  quel palco qualche minuto dopo, che in fondo il leader non lo ha mai voluto fare.
È l’evento di Casaleggio, Davide, dopo che per anni i riccioli del padre hanno preso il vento sui caddy da golf che lo trasportavano da una parte all’altra delle arene, già  indebolito dal male che lo ha portato via, considerato la vera mente pianificatrice di rapporti e convenienze del grillismo di governo, di strategie e posizionamenti, di nomine e defenestrazioni.
E oggi sotto il riflettore per l’obolo parlamentare dato a Rousseau, piattaforma demonizzata e ridicolizzata per anni da quegli stessi che oggi devono a quel luogo impalpabile se sono diventati forza di governo.
“Rousseau? Rispettiamo i meccanismi di democrazia degli altri”, disse un Graziano Delrio aspettando la valanga di sì che hanno schiuso ai suoi le porte del governo, con buona pace delle opacità  così pervicacemente attaccate, delle condanne del Garante della privacy così ostentatamente rilanciate dalla fu propaganda del Pd. I soldi, dicevamo.
Croce e delizia di un Movimento che sui soldi si è sempre accapigliato, per rendicontazioni mancate o truffate, per finanziamenti e autofinanziamenti, per penali e ricatti, dove la prima accusa a chi se ne è andato nel corso degli anni è stata quella che “lo fa per denaro”, motivazione che si è rivelata spesso vera, ancora più spesso semplicemente funzionale a minare la credibilità  del reprobo.
Marosi dai quali la testa dei 5 stelle è sempre riemersa, anche grazie alla spericolatezza e alla tenacia del leader ragazzino (che ormai ragazzino non è più per nessuno) che senza colpo ferire ha superato per ambizioni e numero di voti il fondatore carismatico, di fatto archiviandolo nonostante la sua presenza sul palco.
Schivando nemici interni ed esterni, portandolo prima a destra e poi a sinistra con una logica che solo i posteri potranno giudicare appieno, dopo essere stato insieme ai suoi da leader in pectore in trincee insensate (do you remember “Imposimato presidente”?). Un capo di certo infiacchito dal ridimensionamento elettorale e da questi voli imprevedibili, ascese e discese velocissime, che rischiano di far volare via pezzi dall’aereo che guida, ma ancora con la cloche in mano, perchè “Di Maio è l’unico che fa”.
“La crescita è una cosa terribilmente dura da fare, è molto più facile saltarla e passare da una fanciullezza all’altra”, diceva Francis Scott Fitzgerald.
Alla vigilia del decimo compleanno, il capo e il Movimento tutto devono ancora capire appieno se quello che stanno facendo sia un cammino o un saltellare. E noi con loro.

(da “Huffingtonpost”)

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MANOVRA, E’ CACCIA ALLE COPERTURE, SI CERCANO ANCORA 3,5 MILIARDI

Ottobre 11th, 2019 Riccardo Fucile

I NODI DA SCIOGLIERE: DETASSAZIONE AUMENTI SALARIALI, CUNEO FISCALE E ASSEGNO UNICO PER I FIGLI

È l’ultima ora della manovra e l’ultima ora è quella in cui bisogna trovare le coperture che ancora mancano, ma anche assumere le decisioni politiche rimaste appese alle divergenze interne.
Quando i soldi sono pochi – come è il caso della prima legge di bilancio del governo giallorosso – i due piani si intrecciano e il tratto è quello della rincorsa. La traduzione in numeri del lavoro continuo che stanno facendo in queste ore i tecnici del Tesoro è la caccia a 3,5 miliardi. Quella politica è rappresentata dai nodi che devono essere ancora sciolti.
Sono ancora tanti: se rimodulare le aliquote Iva, a gettito zero, chi saranno i destinatari del taglio delle tasse sul lavoro, definire il percorso dell’assegno unico per i figli e la web tax, capire se c’è spazio per una detassazione degli aumenti salariali.
I due piani, come si diceva, si intersecano. Perchè i numeri non possono arrivare a una quadra se prima non vengono sciolti i nodi politici.
Proprio per questo il premier Conte, tra sabato e domenica, chiamerà  a palazzo Chigi i rappresentanti di Pd e 5 stelle, ma anche dei renziani di Italia Viva e di Leu. Tavolo a quattro perchè tra i nodi ancora ingarbugliati alcuni toccano anche le appendici del governo e le fibrillazioni delle scorse settimane sull’Iva, innescate dal gruppo di Matteo Renzi e dai grillini, hanno dato prova della necessità  di provare a trovare una sintesi la più ampia possibile.
Fonti di governo di primo livello spiegano a Huffpost come sono articolati questi nodi. Il più spinoso, perchè tocca il tema caldo dell’Iva, è se rimodulare le aliquote. Il meccanismo, viene specificato, è a gettito zero, ma i renziani e i pentastellati negli scorsi giorni hanno sempre alzato le barricate anche solo a sentire nominare un minimo movimento sull’Iva.
L’ipotesi è però ancora sul tavolo e viene spinta da chi vuole ampliare la portata del cashback, il rimborso che sarà  destinato a chi pagherà  con la carta di credito o con il bancomat invece che con il contante. Nel governo, però, c’è chi non vuole la rimodulazione, ma in questo caso i prodotti che saranno oggetto del cashback saranno molti di meno, con un vantaggio quindi più ristretto per i cittadini.
Sul tavolo del vertice di palazzo Chigi bisognerà  anche capire chi saranno i beneficiari del taglio del cuneo fiscale, cioè chi beneficerà  di buste paga più pesanti.
La platea è ancora in via di definizione a fronte di soldi che sono pochi (2,7 miliardi) e che anche oggi hanno fatto storcere il naso ai sindacati.
Definire la soglia da cui far scattare il bonus si tira dietro la questione politica di quali lavoratori coinvolgere e fino a che livello di reddito. Tema politico che nessuno dei partiti al governo può permettersi di eludere anche perchè il segnale nelle buste paga è uno dei pochi che la manovra, prosciugata da impegni obbligati, riuscirà  a dare.
Un rafforzamento che il governo sta studiando in queste ore è l’alleggerimento delle tasse sulla prossima tornata di rinnovi contrattuali, che riguarderà  milioni di lavoratori, a partire dai metalmeccanici e dai dipendenti pubblici.
C’è poi il tema dell’assegno unico per i figli, misura cara particolarmente ai renziani e al Pd. Destinare subito 240 euro per ciascun figlio è un costo che non si riesce a sostenere, ma per dare un segnale nella legge di bilancio sarà  istituito un Fondo ad hoc per riordinare tutte le agevolazioni e i bonus familiari che esistono oggi.
Ci sarà  uno stanziamento economico, anche se contenuto, mentre sarà  poi il Parlamento, attraverso una legge delega, a dare seguito a questa misura. Appuntamento nel fine settimana. Al tavolo di palazzo Chigi si capirà  quale forma definitiva assumerà  la manovra.

(da “Huffingtonpost”)

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SCOPPIA LA LITE TRA FORZA ITALIA E LEGA: SALVINI BOCCIA IL CANDIDATO DI BERLUSCONI IN CALABRIA, LA CARFAGNA MENA BASTONATE

Ottobre 11th, 2019 Riccardo Fucile

“SENZA PARI DIGNITA’ NON C’E’ CENTRODESTRA, LA LEGA RISPETTI GLI ACCORDI, LA SCELTA DEL GOVERNATORE SPETTA A NOI”

Più o meno uniti a Roma, divisi sui territori. Mentre Berlusconi invita attivisti, simpatizzanti ed elettori a partecipare alla manifestazione contro il governo giallo-rosso convocata da Lega e Fratelli d’Italia per il prossimo 19 ottobre a Roma (ma Salvini precisa che il Cavaliere non ci sarà ) il centrodestra si sgretola in Calabria.
Motivo del contendere, l’ufficializzazione della candidatura alla presidenza della Regione Calabria dell’attuale sindaco di Cosenza, Mario Occhiuto, di cui il Carroccio non vuole neanche sentir parlare.
Anche grazie ai buoni uffici del fratello, il deputato di Forza Italia Roberto Occhiuto, il primo cittadino di Cosenza ha vinto, non senza dover sgomitare, il derby tutto interno al partito calabrese.
Convinto di aver ormai vinto la battaglia, il neoproclamato candidato governatore si è detto subito “soddisfatto e grato. La diatriba sulla mia candidatura non mi ha spaventato, fa parte della normale discussione politica”.
Ma Occhiuto non ha avuto neanche il tempo di gongolare, perchè subito è arrivata la doccia fredda.
L’imprimatur ricevuto dal coordinamento di presidenza di Forza Italia non è bastato a vincere le diffidenze del resto degli alleati. A pochi minuti dall’annuncio della sua candidatura, il Carroccio si è sfilato dalla coalizione.
“La Lega – hanno fatto sapere fonti interne al partito – ha già  dichiarato che non sosterrà  Mario Occhiuto. Ci sono tante donne e uomini calabresi, senza problemi con la giustizia, che possono rappresentare meglio il futuro di questa splendida terra dopo i disastri del Pd. La Calabria deve guardare al futuro, non al passato”.
Per Occhiuto i problemi sono giudiziari e si traducono nelle diverse inchieste che da Roma alla Calabria lo vedono indagato per associazione a delinquere transnazionale per presunte creste sui rimborsi del Comune e per l’accusa bancarotta fraudolenta della sua Ofin.
Troppi e troppo seri   per il Carroccio, che pur di non mettere voti e faccia su Occhiuto ha mandato all’aria lo schema di ripartizione messo appunto all’interno del centrodestra per le regionali, secondo cui tocca a Forza Italia proporre il candidato governatore per la Calabria.
Uno sgarbo che agli azzurri non va giù. “Nel giorno in cui Forza Italia conferma l’adesione con una delegazione alla manifestazione di Matteo Salvini a Roma suscita gravi interrogativi il rifiuto della Lega di sostenere la campagna di Mario Occhiuto per la guida della Calabria, dove gli accordi prevedono che sia FI a indicare il candidato governatore”, risponde piccata Mara Carfagna. “Noi annunciamo la partecipazione a un evento che, senza la presenza di Silvio Berlusconi sul palco, rischia di rivelarsi l’atto di sottomissione a una nuova leadership del centrodestra, e loro rompono le intese sui territori? Se questo è ciò che la Lega intende per ‘alleanza’ è un dovere esprimere perplessità . Vorrei invitare anche chi sta dichiarando entusiasmo sull’evento di Piazza San Giovanni a moderare il fervore: senza pari dignità  non c’è centrodestra, piazza o non piazza”.

(da agenzie)

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MELONI, FUSARO E I SOVRANISTI ORFANI DEI TORTELLINI AL POLLO CHE SE LA PRENDONO CON LA MAGLIA VERDE DELLA NAZIONALE

Ottobre 11th, 2019 Riccardo Fucile

OGNI MATTINA UN SOVRANISTA SI ALZA E CERCA QUALCOSA PER CUI VALGA LA PENA COMBATTERE… ERANO QUELLI CHE SI PULIVANO IL CULO CON IL TRICOLORE

Ogni mattina un sovranista si alza e cerca qualcosa per cui valga la pena di combattere. Se gli va bene trova la polemica sui crocifissi nelle aule scolastiche o quella più gustosa sui tortellini fatti con il pollo.
Ma quando non c’è proprio nulla contro cui scagliarsi per difendere la tradizione e quindi l’italianità  ci si fa andare bene anche la battaglia per la difesa della maglia della Nazionale.
La storia è molto semplice: la Puma, che è lo sponsor della Nazionale di calcio ha proposto che per la partita di qualificazione per gli europei del 2020 contro la Germania l’Italia scenda in campo con una maglia di colore verde che dopo l’assenso della FIGC è diventata di fatto la terza divisa da gara della nostra rappresentativa.
La spiegazione è che nella rosa ci sono molti giovani   (12 calciatori tra quelli in raduno da oggi a Coverciano hanno 25 anni o meno) e che dal momento che tradizionalmente l’Under 21 scendeva in campo con una maglia verde si tratta di un omaggio alla gioventù e al Rinascimento italiano (per via del pattern damascato).
C’è anche un precedente: nel 1954 l’Italia scese in campo all’Olimpico contro l’Ungheria indossando proprio una maglia verde.
Si potrebbe chiudere tutto qui.
Magari ricordando che la Nazionale indossa anche la seconda divisa, quella con la maglia bianca, che con le nostre tradizioni probabilmente c’entra poco. Ma dobbiamo dare lavoro anche ai sovranisti.
Ed ecco che Diego Fusaro ci spiega che la maglia verde è «l’emblema del falso multiculturalismo arcobaleno del globalcapitalismo: multiculturalismo arcobaleno dietro il quale si nasconde il grigio monoculturalismo nichilista del mercato senza frontiere».
Poteva bastare una critica sullo strapotere degli sponsor nel mondo del calcio. Ma era troppo facile. E poi accorgersi nel 2019 che gli sponsor dettano legge non è il massimo.
Giorgia Meloni, costantemente impegnata a difendere l’italianità  dalle Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno in ogni dove, non capisce il senso di far giocare la Nazionale con una maglia verde e senza tricolore sullo scudetto.
Ora poco importa che storicamente il tanto amato tricolore sia figlio della Rivoluzione Francese (e che quindi dobbiamo ringraziare i cugini d’oltralpe e Napoleone quello che ci ha “rubato” la Gioconda).
Come è irrilevante che l’azzurro della maglia classica sia il colore dei Savoia (durante il Fascismo venne adottata la maglia nera) che poco hanno a che fare con la Repubblica Italiana in senso stretto. Ma tant’è, la tradizione va difesa a prescindere.
Al punto di fare come il Giornale che tre giorni fa spiegava che si trattava addirittura di un omaggio green a Greta Thunberg.
La FIGC vittima dell’ambientalismo catastrofista e la Puma in mano a dei gretinetti? Un caso di greenwashing? No, niente di tutto questo.
E non è nemmeno un omaggio alla Padania, quella regione immaginaria inventata da quelli che fino a quattro o cinque anni fa se ne andavano in giro con le camicie verdi.
La saga del sovranismo che scopre di essere attaccatissimo alla maglia continua.
Del resto da quando Salvini è diventato il patriota per eccellenza su Twitter i suoi fan si distinguono per il numero impressionante di bandierine tricolore che sfoggiano sui loro profili.
Poco importa a questo punto ricordare che il capo della Lega era uno che raccontava con orgoglio di tifare la Francia contro Italia, che diceva che il Tricolore non lo rappresentava o che i leghisti con il tricolore ci si pulissero metaforicamente il culo.
Francesca Totolo ci va giù dura, ha fatto evidentemente molte ricerche come al solito per spiegarci che il cambio di casacca è indicativo di un cambiamento pericoloso: «poi non bisogna parlare di sostituzione etnica, di cancellazione della nostra identità  e della nostra storia».
Manca solo il genocidio dei bianchi e il discorso sugli italiani vittime di razzismo all’incontrario e siamo a cavallo.
Imola Oggi, noto sito megafono del patriottismo più becero, parla di video di propaganda “multiculturale”, scomparsa del tricolore “che ci identifica come italiani” e di cancellazione della nostra identità  anche nello sport. Dove arriveremo signora mia? Fra un po’ non basterà  più insultare una ragazza di origine africana perchè indossa un abito tricolore per identificarci come italiani. Cosa saremo costretti a fare?
I no euro ci spiegano la differenza tra le cose che per tradizione sono italiane e quelle che invece sono il simbolo del colonialismo.
C’è chi sostiene addirittura che il verde sia un omaggio all’Islam (notoriamente tutte le nazionali dei paesi musulmani indossano solo la maglia verde) e che quindi sia un modo per alzare bandiera bianca, pardon, verde di fronte all’invasore.
Ma allora tutto quel verde della Lega che sognava la secessione era un modo per islamizzarci tutti?
In attesa di una nuova Lepanto che ci liberi e ci consenta di essere di nuovo italiani (per caso c’è qualcosa che ci impedisce di esserlo?) noi ci accontentiamo di una cosa sola: che la Nazionale vinca le partite.
E se per farlo deve indossare una maglia a pois, ben venga.

(da “NextQuotidiano”)

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INTERVISTA ALLA MINISTRA BELLANOVA: “ANCH’IO SONO STATA SFRUTTATA NEI CAMPI, HO VISTO MORIRE BRACCIANTI DAVANTI AI MIEI OCCHI”

Ottobre 11th, 2019 Riccardo Fucile

“LA SFIDA DEL CAPORALATO E’ LA MIA VITA”

“Ho visto lo sfruttamento brutale e ho visto morire delle braccianti davanti ai miei occhi: per questo ritengo il caporalato una battaglia importantissima”. Ha la voce limpida e obiettivi ambiziosi la ministra delle Politiche agricole, alimentari e forestali, Teresa Bellanova.
Comincia a lavorare giovanissima come bracciante, ha un passato sindacale e nell’impegno contro il caporalato, piaga del territorio in cui è nata.
Classe 1958, di Ceglie Messapica in provincia di Brindisi, è stata viceministro dello Sviluppo economico nei governi Gentiloni e Renzi. Nel 2018 è stata nominata da Maurizio Martina responsabile Mezzogiorno del Pd. Adesso è una delle ministre del governo Conte bis e da poco è entrata a far parte del partito di Renzi Italia Viva.
Lei ha usato parole forti per definire il caporalato: l’ha equiparato alla Mafia. È davvero così?
Dobbiamo guardare al fenomeno del caporalato per quello che effettivamente è: mafia appunto. Criminalità  organizzata. Il caporale è uno che utilizza modi illegali e lo fa in modo organizzato.   Incastra in primo luogo i lavoratori e le lavoratrici, con salari da fame, spesso senza assicurazione e magari attiva anche un mercato delle assicurazioni dove effettivamente le persone che lavorano non vedono registrate le giornate di lavoro ai fini previdenziali presso l’Inps e quelle stesse giornate vengono vendute a persone che poi in agricoltura non lavorano.
Solo che finora non è mai stato considerato come criminalità  organizzata. Una legge già  c’è ed è la 199 del 2016, ma è incompleta e i casi di sfruttamento sono ancora troppi…
Non si tratta solo di gestire un servizio: il caporale si inserisce in una mancanza di strumenti di gestione, all’incrocio tra domanda e offerta di lavoro e sul mezzo di trasporto.
Ma il caporale è anche quello che, nel momento in cui porta i lavoratori in un’azienda, se l’azienda non utilizza i suoi servizi magari, come accade purtroppo…Fa danni anche all’azienda stessa. Cioè il caporalato ricatta i lavoratori e spesso anche gli imprenditori.
Ci saranno delle misure che riguardano l’intera filiera e non solo i caporali nel Piano Nazionale che vuole proporre?
Abbiamo già  convocato per il 16 ottobre un tavolo interministeriale che vede oltre il ministero dell’agricoltura, la ministra del lavoro, Nunzia Catalfo e il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese perchè il caporalato va combattuto a tutti i livelli.
Da una parte dobbiamo darci una strumentazione che è una piattaforma di segnalazione per l’imprenditore per chiedere la manodopera che serve e farlo in tempi utili per il mercato agricolo che è diverso da altri sistemi produttivi. Perchè in agricoltura spesso la manodopera viene richiesta un giorno per il giorno successivo. Si vive alla giornata e si è legati alle condizioni metereologiche e quindi deve essere data la possibilità  di reperire manodopera velocemente ma legalmente.
Poi, bisogna intervenire sui trasporti. Bisogna togliere lo strumento di potere dalle mani dei caporali: cioè il potere di far arrivare le persone direttamente nei campi.
A volte il caporalato ricatta addirittura i consumatori perchè l’intricato sistema di rapporti della filiera agroalimentare parte dalla Grande Distribuzione Organizzata- i supermercati in cui andiamo a fare la spesa ogni giorno- e arriva fino ai campi. L’uso di manodopera straniera a basso costo — con zero diritti e tutele sindacali — è infatti l’effetto più evidente e scandaloso di un sistema produttivo costretto a modificare i suoi processi per accontentare le richieste, in bilico tra il legale e l’illegale, della distribuzione moderna.
Seguire tutta la filiera è fondamentale. Perchè se su 100 euro di spesa solo 3 euro e 30 centesimi rimangono nella disponibilità  del produttore è evidente che c’è una distribuzione del valore che non è equa tra produzione, trasformazione e distribuzione. Su questo io convocherò la filiera in Ministero per fare un lavoro con accordi fra le parti per non far ricadere tutto il costo sull’azienda agricola.
E come possono essere mantenuti a un certo livello i prezzi dei prodotti ortofrutticoli?
Innanzitutto tutto combattendo le aste a doppio ribasso. Perchè le aste a doppio ribasso significano mettere nella condizione di avere prezzi di vendita dei prodotti inferiore al consumo.
E quando il livello dei prezzi si trova in questa situazione da qualche parte scaricano: sull’anello debole, sui lavoratori e le lavoratrici. E anche sull’imprenditore perchè avendo anche noi un sistema fatto anche di piccole e piccolissime aziende, coltivatore diretto o il micro-produttore che non riesce a ricavare un reddito dignitoso.
Quella contro il caporalato è diventata una sua battaglia anche perchè ha potuto vedere da molto vicino le condizioni dei lavoratori, avendo lavorato lei stessa in agricoltura. Ha perso delle persone a lei vicine, delle giovanissime braccianti morte nei campi. Cosa si può fare per non far ripetere più degli episodi così gravi?
Ho visto lo sfruttamento brutale, ho visto ragazze di meno di 18 anni che non hanno avuto la possibilità  di vivere la loro vita. Ho visto persone che hanno dovuto togliere un tempo spropositato alla famiglia per portare a casa un reddito non sufficiente spesso in modo dignitoso. E visto che il lavoro deve essere uno strumento per vivere con piena libertà  la propria esistenza, non può essere uno strumento di morte e mortificazione.
E è una battaglia in cui dobbiamo avere alleate anche le imprese. Quelle che combattono nel nome della legalità , che fanno sacrifici, che investono e innovano. Ci vuole innovazioni per eliminare una competizione da costi e creare una competizione sulla ricerca.
Lei si è mai trovata quando lavorava come bracciante in una situazione in cui le hanno offerto condizioni di lavoro non degne?
Sì, mi è successo. E ho detto no. È per questo che ho iniziato a combattere come sindacalista. Quando si guardano le cose dall’esterno si può valutare con più laicità  e tranquillità  un’offerta di lavoro. Quando da quel lavoro dipende l’esistenza tua, della tua famiglia, dei tuoi bambini. A quel punto subisci il ricatto, sei intrappolato.
Quando negli anni ’70 facevamo le manifestazioni per bloccare i pulmini dei caporali volevamo proprio esprimere questo disagio   di queste condizioni non dignitose. Non solo le persone partivano alle 2 di notte per avere una paga misera, ma rischiavano quotidianamente la vita.
Quando i caporali prendevano i pulmini da 9 persone e magari ce ne ammassavano 30 o 40, il rischio è evidente.
Le donne in questo sistema sono spesso ancora più fragili degli uomini. Cosa significa essere donna e bracciante? Ci saranno degli incentivi per le donne che vogliono lavorare in agricoltura?
Le imprese a conduzione femminile in agricoltura, che sono circa il 33 per cento, contribuiscono per 9 miliardi di euro alla formazione del valore aggiunto nel settore.
Per avere giovani e donne nel settore dell’agricoltura bisogna investire in innovazione e ricerca. Per fare questo dobbiamo avere tutti la consapevolezza che l’agricoltura deve essere al centro delle nostre azioni politiche, sia a livello nazionale che a livello europeo.
L’agricoltura è il settore attraverso il quale si può guardare con molta attenzione anche alla salute. Perchè se siamo quello che mangiamo, è evidente che un’agricoltura che adotta le buone regole di coltivazione, che rispetta tutti i parametri che vengono condivisi dalla comunità  scientifica fa arrivare sulle nostre tavole dei prodotti che fanno bene alla nostra salute.
Per un’agricoltura più “giusta” lei ha proposto il reddito per gli agricoltori. In cosa consiste esattamente?
Il reddito degli agricoltori consiste nel fissare dei diritti di base, scelti con le maggiori rappresentanze sindacali. Come per esempio non segnare in nero le giornate di lavoro nei campi, altrimenti quel lavoratore non avrà  poi una pensione.
Se un’azienda non produce ricchezza, non può distribuire ricchezza. Se un’azienda non riesce a arrivare a fine mese, scaricherà  i costi sul livello più basso della catena: chi lavora la terra.
Bisogna mettere insieme delle misure per non aumentare la tassazione nel settore, sostenere ricerca e innovazione e utilizzare bene le risorse della Comunità  europea — spesso ancora sprecate — e bisogna combattere la concorrenza sleale tra le imprese.
E fare un’alleanza con i consumatori attraverso i bollini qualità . Il consumatore deve sapere che se compra un prodotto che costa di meno rispetto al prezzo di produzione, c’è sicuro dietro qualcuno che sta pagando la differenza con lo sfruttamento, con il sangue del caporalato.
In un momento in cui i giovani hanno lavori precari o lavorano senza contratti, secondo lei i giovani dovrebbero tornare all’agricoltura? Si deve tornare alla terra in questo paese?
La mia funzione al ministero dell’Agricoltura punta proprio a questo. Quello che voglio presentare ai giovani non è un rifugio nell’agricoltura, ma vorrei che si trovasse nell’agricoltura un lavoro di qualità .
C’è un’agricoltura dove c’è innovazione, dove ci può essere attrattiva per i giovani. Potrebbe essere una controtendenza e dare occupazione ai nostri ragazzi.
Il futuro del made in Italy non sembra essere minato solo dal caporalato, ma anche dai recenti dazi statunitensi per 7,5 miliardi di dollari che potrebbe costare all’Italia oltre un miliardo di euro. Come si fa a proteggere le eccellenze a rischio?
Contro i dazi non si vince se mettiamo altri dazi. Dobbiamo far comprendere all’amministrazione americana che sta facendo un gravissimo danno non solo all’agroalimentare italiano, ma anche alla salute dei suoi cittadini.
Se i prodotti italiani cominciano a costare così tanto, sempre più americani mangeranno cibo spazzatura invece che prodotti della dieta mediterranea.
Sui dazi abbiamo bisogno di strumenti europei per compensare la guerra di Trump.
Sull’agricoltura è stata chiarissima Ministra. Adesso voglio farle ancora due domande: una personale e una politica. Quella politica: Italia Viva ha votato a favore del taglio dei parlamentari. Lei cosa ne pensa?
Io nei passaggi in cui sono stata chiamata a esprimermi non ho mai votato a favore. Questa volta Italia Viva ha votato sì perchè quando si fa un accordo, l’accordo si rispetta. È ovvio che ci sono delle mediazioni che non accontentano tutti, ma funziona così.
Ora, fatto il taglio dei parlamentari, è bene che si dia corso alla riforma della legge elettorale, altrimenti rischiamo di avere un sistema democratico che non è all’altezza di quello che deve avere un grande paese come il nostro.
La domanda personale: per il giuramento in Quirinale c’è stato un polverone di critiche non per la sua nomina o per le sue idee, ma per il vestito blu elettrico che indossava. Come risponderebbe agli haters che l’hanno insultata?
Ognuno deve potersi vestire come vuole, esprimere il suo essere e la sua anima. Ognuno deve viversi bene, e se io vivo a colori non vedo perchè qualcuno debba togliermeli.
Se posso permettermi di dare un suggerimento ai giovani per non fermarsi a criticare le apparenze, è quello che do sempre anche a mio figlio: studiare, studiare e studiare quanto più possibile. Più si sa e più si può nella vita. Competi per quello che sai. A quelli che hanno tempo da perdere consiglio di riacquistarlo, perchè è una delle cose più preziose che abbiamo. E a insegnarcelo è proprio la terra.

(da TPI)

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VINCENZO NIBALI: “SONO PER L’ACCOGLIENZA DI CHI SCAPPA DA GUERRE E FAME, LA MIA E’ UNA FAMIGLIA DI EMIGRANTI”

Ottobre 11th, 2019 Riccardo Fucile

IL CAMPIONE DI CICLISMO: “FANNO BENE I RAGAZZI A PROTESTARE PER IL CLIMA, IL NOSTRO E’ UN MONDO PIENO DI PLASTICA”

In mezzo alle foglie morte si riaccende la passione e la pedalata di Vincenzo Nibali. Lo Squalo di Messina si appresta a vivere l’ultimo appuntamento della stagione, il Giro di Lombardia. Tradizionalmente, è la corsa che chiude i calendari dei big. Una di quelle che il siciliano ama di più, avendola già  vinta due volte, nel 2015 e nel 2017.
Sarà  anche la sua ultima corsa con la maglia della Bahrein Merida: dall’anno prossimo, si accaserà  alla Trek-Segafredo, la squadra dove i più grandi campioni riescono a dare il meglio di sè negli ultimi anni della loro carriera.
Vincenzo Nibali si appresta a correre con una consapevolezza sempre maggiore delle proprie qualità  e anche del proprio ruolo di ambasciatore di messaggi che vadano al di là  delle due ruote. Il ciclista è ambientalista per eccellenza.
Non fosse altro perchè guida un mezzo a emissioni zero. E perchè attraversa ogni parte del mondo da una posizione privilegiata, quella della sella, che gli permette di misurare la temperatura al pianeta.°
Al Corriere della Sera, Vincenzo Nibali parla con chiarezza: «La bici è un osservatorio perfetto del traffico, dell’inquinamento: la situazione è drammatica. Trovi plastica ovunque. La politica dovrebbe fare qualcosa. Io condivido le proteste delle nuove generazioni sul clima: il nostro mondo è soffocato dalla plastica e i nostri ragazzi sono gli unici a cui questa cosa sembra interessare».
Dal momento che l’intervista si è aperta sul tema del climate change, il giornalista del Corriere della Sera Marco Bonarrigo ne approfitta per fare anche un’altra domanda di politica. Quella sui migranti.
Nibali non delude le aspettative con la sua risposta: «La mia è una famiglia di emigranti. Io stesso ho lasciato la Sicilia a 16 anni per correre in bicicletta. Sono per accogliere chi scappa da guerra o fame: perchè devono rischiare la vita sui barconi? E perchè l’Europa non ci dà  una mano?».

(da agenzie)

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CHI SONO LE DONNE CURDE CHE COMBATTONO PER LA LIBERTA’ CONTRO IL FONDAMENTALISMO ISLAMICO

Ottobre 11th, 2019 Riccardo Fucile

UN TERZO DEI COMBATTENTI CURDI SONO DONNE, CIRCA 10.000… LOTTANO CONTRO L’OPPRESSIONE DI VECCHI MODELLI FEUDALI E PATRIARCALI, I DIRITTI DELLE DONNE LI DIFENDONO SUL CAMPO DI BATTAGLIA

Lottano contro l’oppressione dei regimi e dei vecchi modelli feudali e patriarcali.
Le donne curde sono combattenti coraggiose. Hanno scelto di schierarsi contro l’oppressione del terrorismo fondamentalista islamico. Sono consapevoli che l’esercito turco è molto potente, addestrato e dotato di armi sofisticate.
L’Unità  di Protezione delle Donne o Unità  di Difesa delle Donne (YPJ) è nata aprile 2013, come organizzazione per garantire l’autonomia del Kurdistan siriano. La loro battaglia ha avuto inizio nel settembre del 2014, quando l’Isis lanciò un’offensiva contro la città  di Kobane: da allora decisero di schierarsi contro l’avanzata degli estremisti islamici.
I curdi che combattono lo Stato Islamico sono un gruppo piuttosto eterogeneo di militanti che hanno messo da parte le loro diversità  politiche per unirsi contro il nemico comune: l’Isis.
Nelle Unità  di protezione curde, un terzo dei combattenti sono donne: sono circa 10mila. Sono per la maggior parte single e sono sottoposte ad allenamenti fisici durissimi. Hanno abbandonato tutta la loro vita per sostenere la causa del popolo curdo.
Non ricevono alcun sostegno dalla comunità  internazionale e si appoggiano sulle comunità  locali per rifornimenti e cibo.
Il gruppo è stato lodato per aver sfidato le differenze di genere. Si tratta di un raro esempio di forti successi portati a termine da delle donne in un luogo nel quale le donne sono pesantemente discriminate. Le donne che ne fanno parte, sono contro i regimi del mondo islamico, non contro l’Islam inteso come religione.
Lottano contro l’oppressione dei regimi e dei vecchi modelli feudali e patriarcali. Combattono per difendere un territorio, la libertà  del loro popolo e, soprattutto, per i diritti che hanno conquistato in quanto donne.
Non sono eroine in cerca di attenzioni, ma donne che tentano di cambiare la mentalità  della società , sfidando una realtà  dove le donne sono vittime di stupri e violenze, sono costrette a matrimoni forzati e, generalmente, sono vittime di una della società  patriarcale.

(da agenzie)

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INTERVISTA A MARIA MARCUCCI, LA 27ENNE ITALIANA CHE DUE ANNI FA E’ ANDATA IN SIRIA A COMBATTERE CON LE FORZE CURDE

Ottobre 11th, 2019 Riccardo Fucile

“I CURDI SONO PIU’ FORTI DELL’ESERCITO TURCO, SANNO PER COSA COMBATTONO”

A pochi giorni dall’inizio dell’attacco della Turchia contro i curdi nel nord della Siria, TPI ha intervistato Maria Edgarda Marcucci, detta Eddi, 27enne nata a Roma ma residente a Torino, prima italiana ad arruolarsi con le   Ypj (Unità  di protezione delle donne), la brigata femminile dell’esercito popolare curdo.
Eddi Marcucci è partita per la Siria nel 2017 e ha combattuto al fianco delle forze curde contro l’Isis. Dopo il suo rientro in Italia, rischia la misura della sorveglianza speciale perchè ritenuta “socialmente pericolosa” insieme ad altri due giovani italiani (per altre due persone la richiesta della procura è già  stata respinta).
Quali sono le notizie che ti arrivano dalla zona?
Nonostante tutto il morale rimane alto. Non c’è alcuna intenzione di arrendersi e di consegnare la terra per cui sono stati fatti tanti sforzi al nemico. Ancora una volta però parliamo di uno scontro completamente impari: il secondo esercito della Nato si confronta con una forza militare che ha incontrato onorevoli rivali sul campo di battaglia, ma che di certo non ha forniture di armi sofisticate come quelle della Turchia, che ha a disposizione anche miliziani dell’Isis. Il plauso di questa operazione arriva soprattutto dalle file jihadiste. Durante l’inizio dell’invasione,   mentre la Turchia attaccava, i miliziani di Daesh attaccavano all’interno della città  di Raqqa. È evidente che gli sforzi sono congiunti.
Erdogan sostiene di voler creare una “zona cuscinetto” dove ricollocare il maggior numero possibile dei 3,6 milioni di siriani fuggiti in Turchia.
La ricollocazione di 3 milioni e mezzo di profughi siriani è un pretesto. Non tutti vengono dalla zona di confine, e in pochi sono più di 60mila gli sfollati creati da questa operazione militare. Pensare di far rientrare un problema come quello dell’esodo forzato di milioni di persone creando altri sfollati è un paradosso e un pretesto odioso: tre milioni e mezzo di persone hanno perso la propria casa durante la guerra in Siria, molte di queste anche a causa della Turchia, che ha sempre sostenuto lo Stato islamico, ci sono prove e controprove su questo.
Il presidente turco prova a ribaltare la posizione, definendo terroristi i curdi.
“Terrorista” è una parola senza particolare significato, con cui ognuno appella il proprio nemico. Bisogna giudicare cosa effettivamente le parti fanno. La parte sotto attacco in questo momento è quella che ha liberato l’umanità  dalla sciagura dell’Isis, è l’unico sistema politico in Medio Oriente che lavora per la pace, una pace inclusiva e plurale, per una società  che dia spazio a tutti i popoli e le culture che abitano quel territorio. È un sistema avanzato su tematiche importanti da ogni parte del mondo, come l’emancipazione delle donne e l’ecologia. Quella di Erdogan invece — come fu per Afrin — è un’operazione di stampo squisitamente ideologico.
I curdi hanno detto di voler mantenere aperto il dialogo con Assad, che ogni opzione è aperta, purchè il presidente siriano rispetti la loro autonomia.
Assad non ha mai avuto a cuore la pace e l’incolumità  del proprio popolo. A più riprese ha dichiarato di essere disposto a tutto per riprendere il controllo dei territori liberati dalle Forze siriane democratiche. Dopo 10 anni di guerra è disposto a condannare il popolo siriano a ulteriori anni di conflitto armato pur di mantenere una posizione di potere privilegiata. In questo momento fare un accordo con il regime da una posizione di vulnerabilità , perchè sotto attacco, vorrebbe dire riconsegnare la Siria nelle mani di Assad. Inoltre lui stesso non sta facendo granchè per fermare questa invasione: sta usando il proprio possibile coinvolgimento come merce di scambio, ma chi paga è la popolazione civile, che laddove non è apertamente attaccata viene abbandonata.
In questi giorni si stanno organizzando molti presidi a sostegno dei curdi in diverse città  italiane (qui un elenco completo). Quale ruolo può avere il nostro paese?
Abbiamo tanti strumenti per frenare questo orrore, sia come società  civile sia come istituzioni. Ma servono fatti, gesti forti come l’interruzione di ogni finanziamento alla Turchia. Le armi con cui Erdogan sta attaccando donne, uomini e bambini innocenti sono state comprate con i soldi dell’Unione europea, che ha già  dato 6 miliardi ad Ankara. Inoltre c’è ancora una trattativa in corso per l’ingresso della Turchia nell’Ue.
Bisogna sospendere qualsiasi relazione diplomatica ed economica. L’Italia è il quinto partner commerciale della Turchia: dichiarando che interromperà  qualsiasi forma di fornitura nei suoi confronti, come hanno fatto altri paesi, riuscirebbe a operare un rallentamento significativo in questo attacco. Noi cittadini dobbiamo fare pressione sui nostri governi per isolare economicamente la Turchia.
Di Maio ha convocato l’ambasciatore turco alla Farnesina, può essere un primo passo in tal senso o restano solo parole?
A me sembrano solo parole. Non c’è un dialogo che in questo momento possa essere efficace, servono atti forti. David Sassoli ha pubblicato un tweet, condannando questo attacco. Ma lui è il   presidente del parlamento europeo, ha del potere in mano. A noi non interessano tweet e convocazioni se non ne conseguono delle azioni che determinino un cambiamento. Sta accadendo qualcosa di vergognoso e rivoltante, la Turchia non può continuare ad agire indisturbata. Non ha senso criticare Trump in nessun modo se a nostra volta non agiamo.
Quanto tempo pensi che possano resistere le forze di terra curde a questo attacco?
Le Forze siriane democratiche sono nettamente più forti dell’esercito turco — il secondo esercito più grande della Nato — perchè sanno per cosa combattono. Arrendersi vorrebbe dire rassegnarsi a un destino peggiore della morte: la dominazione dell’Isis o l’occupazione da parte della Turchia, che ripopolerebbe il territorio come ha fatto con Afrin, portando lì famiglie di membri bande jihadiste similari all’Isis. Questa non è un’opzione percorribile, soprattutto per le donne presenti nel territorio e le YPJ, che diventerebbero oggetti e merci di scambio. Resisteranno fino all’ultimo, ma certo non possiamo lasciare questa resistenza solo sulle loro spalle.
I curdi hanno catturato oltre 12mila jihadisti, l’attacco della Turchia può riportarli in libertà ?
I prigionieri jihadisti sono stati disposti per la maggior parte in campi e strutture provvisorie. Nel momento in cui una zona viene bombardata è molto difficile mantenere il controllo di queste persone e assicurarsi che non scappino e raggiungano proprio la Turchia. Non fermare questo attacco vuol dire rimettere in libertà  decine di migliaia di membri dello Stato islamico, oltre a uccidere migliaia di civili senza una ragione.
C’è il rischio che questo riattivi cellule dormienti dell’Isis?
Non è un rischio, ma una certezza. Come dicevo, sin dall’inizio Daesh ha visto questo attacco come la
propria occasione. La Turchia lo sa benissimo, non ha mai ritenuto la presenza dello Stato islamico un pericolo, anzi lo ha armato e protetto. Quindi è certo che le cellule si risveglieranno, anzi, è già  cominciato a succedere.
Quindi il pericolo non è solo per i curdi, ma per tutto l’Occidente.
Penso che nessuno si sia dimenticato il Bataclan, Berlino e le ramblas, e tutto ciò che è successo. Questo vuol dire rinvigorire uno Stato islamico che era morente e ora trova nuova linfa vitale nell’operato della Turchia. Chiediamoci se questo è un alleato politico ed economico accettabile.

(da TPI)

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IL MEDICO DELLA ONG ITALIANA NEL KURDISTAN SIRIANO: “FERMATE QUESTA BARBARIE, AVRA’ CONSEGUENZE DEVASTANTI”

Ottobre 11th, 2019 Riccardo Fucile

MANCANO OSPEDALI E MEDICINALI

“Fermate questa barbarie, le conseguenze sono devastanti”. La voce del dottor Pedro Sanjose Garces arriva dal Rojava, il Kurdistan siriano. La comunicazione si interrompe più volte, restano solo urla disperate e il suono delle bombe.
Il lancio dell’operazione turca ‘Peace Spring’ sta colpendo le principali città  di confine lasciando cumuli di macerie e vite umane spezzate. “Ieri mattina sono uscito per strada e per la prima volta non ho visto nessuno. È stato terrificante, erano tutti asserragliati dentro le proprie case in attesa della morte” racconta. Il dottor Garces lavora qui da due anni per l’ong italiana Un ponte per che in collaborazione con la Mezzaluna rossa curda è impegnata dal 2015 per la ricostruzione del sistema sanitario nazionale.   Ospedali, cliniche, ambulanze e medicinali per ridare vita.
Qual è la situazione?
“Terribile. I bombardamenti hanno colpito in modo indiscriminato le città  più densamente abitate come Kobane, il simbolo della resistenza a Daesh, Ras El Ain, Ain Issa. Ad Hassake un attacco aereo ha distrutto l’impianto di distribuzione dell’acqua, a Qamishlo ieri notte hanno devastato il quartiere cristiano. È scandaloso se pensa che proprio lì, appena poche settimane fa, persone di tutte le confessioni religiose avevano festeggiato la Giornata Internazionale della Pace. Già  prima dell’offensiva il 95% della popolazione aveva bisogno di supporto per accedere ai servizi sanitari di base, ora siamo alle porte di un disastro umanitario. Siamo stati costretti a riposizionare il nostro team medico e le ambulanze lungo il confine, lasciando scoperti i principali campi profughi”.
Come sta reagendo la popolazione?
“Se l’offensiva non verrà  fermata ci sarà  una crisi umanitaria. Qui ci sono state città  rase al suolo, la prima volta che sono entrato a Raqqa non ho trovato un edificio in piedi. Queste persone hanno perso tutto. Solo adesso iniziavano a rialzarsi in piedi, in maniera pacifica stavano ricostruendo la loro vita e invece hanno deciso di togliergliela. Bisogna fermare questo piano di morte. La popolazione arabo-siriana che ha trovato rifugio in Turchia non può essere utilizzata come merce di scambio in questo conflitto, e non deve essere costretta a tornare in Siria, insediata forzatamente nella “zona di sicurezza” che   il presidente turco Recep Tayyip Erdogan vuole creare al confine. Oggi tutto il nostro lavoro rischia di andare distrutto.   Eravamo venuti qui per ricostruire e portare sviluppo e ci troviamo a dover rispondere all’ennesima emergenza”.
Pensa che sarete costretti ad andarvene?
“Stiamo predisponendo tutte le risorse per far fronte alla situazione e restare al fianco dei civili, anche se un’ulteriore escalation potrebbe avere conseguenze imprevedibili. Abbandonare quest’area e la popolazione curda, che ha avuto un ruolo fondamentale nel contenimento e nella sconfitta di Daesh, sarebbe gravissimo, e rappresenterebbe un tradimento dei valori stessi per i quali tante vite sono state sacrificate”.
L’attacco turco rischia anche di rafforzare l’offensiva di Daesh?
“È un ulteriore rischio. Ci sono stati già  degli attacchi coordinati nella notte a Raqqa e in altre località . Alcuni familiari dei miliziani di Daesh che si trovano attualmente nel campo profughi di Al Hol hanno
dato fuoco alle tende e si sono registrati scontri con le forze di sicurezza curde”.
Cosa si sente di dire alla comunità  internazionale?
“Io sono solo un medico, il mio compito è quello di salvare vite umane. Il loro è quello di impedire che vengano cancellate intere comunità , di garantire il rispetto dei diritti inviolabili”.

(da agenzie)

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