Agosto 18th, 2020 Riccardo Fucile
NEI CENTRI SOCIALI BALLANO? SE HA LE PROVE CHE NON VIENE RISPETTATO IL DISTANZIAMENTO E L’USO DELLA MASCHERINA LE PRODUCA ALLE AUTORITA’… BASTA CON QUESTA POLEMICA IDIOTA, CI SONO CENTRI SOCIALI MERITORI E NON TUTTI SONO DI SINISTRA
Giorgia Meloni, insieme a Matteo Salvini, è tra coloro che maggiormente contestano la chiusura — che chiusura non è — delle discoteche e che se l’è presa prima con i porti («ignorare legame tra aumento contagi e immigrazione clandestina») e ora con i centri sociali.
Eccolo il nuovo obiettivo della polemica di Giorgia Meloni rispetto alle discoteche: il distanziamento sociale vale anche per loro — che non pagano tasse allo stato — o solo per «chi opera nella legalità e paga le tasse?».
La solita tattica, quindi, che mira a distogliere l’attenzione da un focus centrale per avviare una polemica su altro.
La provocazione sposta l’attenzione — come usano fare lei e i colleghi di centro-destra — dal fulcro della questione, ovvero il contenimento del virus, al fatto che i centri sociali non pagano le tasse dovute come invece fanno i gestori dei locali.
Notizia flash: mai fare di tutta l’erba un fascio. Ci sono casi di centri sociali che versano fino all’ultimo centesimo di tasse allo stato e, viceversa, discoteche che evadono come se non ci fosse un domani. E poi c’è Casapound. E allora Casapound?
Per dirla come tanto piace a quelli del «E allora…?», cosa ne penserà Giorgia Meloni della situazione degli occupanti dello stabile in via Napoleone III, a pochi passi dalla stazione Termini nella capitale d’Italia?
La legge deve essere uguale per tutti e allora le differenze tra centro sociale e uno stabile occupato, seppure legati e intesi in questo caso come fazioni politiche opposte, deve venire a mancare.
Ricordando sempre che, in tutto questo, stiamo parlando delle tasse dovute allo stato e siamo ben lontani dal discorso di base, ovvero quello di garantire un distanziamento sociale tale da non far propagare ulteriormente il coronavirus.
(da agenzie)
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Agosto 18th, 2020 Riccardo Fucile
INTERVISTA A PAOLA PEDRINI, SEGRETARIA DEL SINDACATO MEDICI DI FAMIGLIA: “ABBIAMO BISOGNO DEGLI ELENCHI IL PRIMA POSSIBILE”
Un mese, anzi, 28 giorni per essere precisi: il tempo che divide il mondo della scuola dal suono della
prima campanella stringe.
Mentre i presidi chiedono al governo una sorta di “scudo penale” per non rispondere di eventuali contagi di Coronavirus all’interno del proprio istituto — qualora i protocolli di sicurezza fossero rispettati, ovviamente — e lamentano il ritardo nella consegna dei 2,5 milioni di banchi monoposto, che in alcuni casi non arriveranno prima della fine di ottobre, il test sierologico di massa sul personale scolastico sta per iniziare.
Si parte il 24 agosto per concludere la batteria dei cosiddetti “pungi dito” su circa 2 milioni di insegnanti e bidelli entro il 7 settembre.
Un lavoro enorme, per il quale le Regioni prevedono di appoggiarsi ai medici di famiglia: sono loro le professionalità incaricate di prelevare la goccia di sangue dai dipendenti del mondo scuola e verificare la presenza di anticorpi con i kit rapidi.
Nel caso in cui il reagente indicasse la presenza di immunoglobuline relative al Sars-CoV-2, spetterà all’Asl prendere in carico la persona ed effettuare il tampone entro 48 ore. «Ce la faremo, sono numeri sostenibili», assicura Paola Pedrini, segretaria della Fimmg Lombardia, sindacato della medicina di famiglia italiana.
Dottoressa Pedrini, 2 milioni di test sono tanti: ce la farete in quindici giorni a eseguirli tutti?
«Ho parlato di numeri sostenibili perchè, innanzitutto, l’adesione da parte dei medici di famiglia all’iniziativa è avvenuta su base volontaria. Con le partecipazioni raccolte, abbiamo stimato che ogni medico dovrà eseguire circa 20 test sierologici dedicati a insegnanti e personale scolastico. Per i territori in cui le adesioni non sono state cospicue, ci penseranno le Asl a completare lo screening».
Ci sono le condizioni di sicurezza per accogliere nel proprio studio un numero più elevato di pazienti rispetto alla quotidianità ?
«Rispetto alla prima fase della pandemia, i dispositivi di protezione individuale si reperiscono più facilmente. Certo, c’è qualche territorio che ancora fatica a recuperarli, però si tratta di casi minoritari. Se in alcune zone mancano i dispositivi, è giusto che i test sierologici vengano fatti dalle Asl. In Liguria alcuni medici di famiglia stanno protestando perchè non hanno ricevuto un numero sufficiente di dispositivi di protezione personale. Le Regioni Toscana e Lazio sembrano voler fare i test all’interno delle strutture delle aziende sanitarie. Sono scelte che devono essere assunte su base territoriale, a seconda del contesto».
È tutto pronto per far partire questo maxi screening del mondo scuola?
«Mancano alcune cose. Devono ancora arrivare ai medici di famiglia gli elenchi delle persone che hanno diritto a questo test: prima ci arrivano questi contatti, più facile sarà organizzare l’esame “pungi dito” su appuntamento. Non è il momento migliore per tardare sulla consegna dei nomi, visto che è ancora periodo di ferie e la disponibilità dei medici di famiglia non è illimitata».
Nel caso in cui un alunno avvertisse sintomi riconducibili alla Covid-19, le indicazioni per il contagio prevedono che la famiglia avvisi immediatamente il medico che prenderà in carico la questione segnalando il possibile caso all’Asl di competenza. Preoccupa il numero di chiamate che potrebbe arrivarvi?
«No, questo no. Come è stato fatto con qualsiasi lavoratore che, con la temperatura superiore a 37,5°C doveva chiamarci, così sarà per gli alunni».
Quali sono le criticità che vede lei, da medico di famiglia, nel ritorno a scuola di circa 8 milioni di studenti?
«Le norme per prevenire il contagio, mi riferisco a utilizzo della mascherina e distanziamento fisico, le conosciamo bene. Tutti gli istituti scolastici stanno attuando le linee guida fornite dal governo. Quindi ritengo che ci siano i presupposti per riaprire in sicurezza. L’impresa dev’essere individuare subito le persone sintomatiche per intervenire immediatamente. Più che l’apertura delle scuole, sono un po’ allarmata dall’organizzazione che si dà la macchina sanitaria nei diversi territori italiani. È essenziale per mantenere aperti gli istituti scolastici non ripetere gli errori fatti in primavera: diagnosi, tracciamento dei contatti e terapia devono far parte di un’organizzazione fluida del sistema sanitario».
Quali sono stati gli intoppi da non ripetersi?
«Ci sono ancora. Non sempre la diagnosi avviene in tempi rapidi: in alcuni casi, passano diversi giorni prima di ottenere il risultato dei tamponi. Se nella maggior parte delle Asl queste criticità sono state superate, nelle altre le difficoltà ci sono: se i casi, in autunno, dovessero aumentare, il rischio che si inceppi di nuovo il Paese è concreto se non si interviene adesso a risolvere questi nodi organizzativi».
Ci faccia un esempio di qualcosa che non ha funzionato in tempi recenti.
«Io sono di Bergamo e l’Ats di qui fa ancora a fatica a eseguire i tamponi in tempi rapidi. A volte il ritardo è dovuto alla comunicazione dell’esito al paziente, e questo ritardo si traduce in un isolamento posticipato rispetto al tempo idoneo per evitare che il malato contagi le persone intorno a sè. Poi, adesso che gli asintomatici sono molto più frequenti, la difficoltà nel tracciamento è aumentata. Sempre nell’Ats della mia zona, la mancanza di fluidità a cui facevo riferimento si palesa nella differente organizzazione sulle tre Asst di competenza. E a proposito di errori che si ripetono ancora oggi, l’Asst di Bergamo Est, quella di Alzano e Nembro per intenderci, aveva dato disposizione di recarsi in pronto soccorso per il tampone a quei viaggiatori che provenivano dai Paesi a rischio. Per fortuna, dopo qualche giorno, l’indicazione è cambiata e il test si svolge altrove».
Tornando al tema scuola, se in un’aula si riscontra un caso di positività , tutta la classe, docenti compresi, devono essere messi in quarantena. È una misura corretta?
«È una misura contraddittoria. Se si parla di rientro a scuola in sicurezza, vuole dire che la catena di trasmissione del virus non può avvenire negli istituti scolastici. Se è stato messo in pratica il distanziamento fisico necessario, anche grazie ai banchi monoposto che il governo sta acquistando, non è necessario che tutta la classe vada in quarantena. Altrimenti sarebbe solo propaganda parlare di rientro a scuola in sicurezza. Il punto fondamentale è far funzionare l’indagine epidemiologica che non c’è stata durante la prima fase della pandemia: perciò eravamo tutti chiusi in casa. Invece adesso occorre saper isolare soltanto le persone giuste per evitare nuovi lockdown, siano essi scolastici, cittadini o nazionali».
(da Open)
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Agosto 18th, 2020 Riccardo Fucile
MA QUANDO MAI ALL’INIZIO DELL’ANNO SCOLASTICO E’ STATO TUTTO A POSTO E PERFETTO?
Ma davvero crediamo all’Apocalisse del 14 settembre? Siamo messi davvero così male da poter dire, come fa qualche sindacato, che siamo sull’orlo di un burrone, parlando della riapertura della scuola?
Ma i sindacati si ricordano l’estate scorsa e quella precedente e quelle degli ultimi vent’anni, quando la scuola arrivava al fatidico giorno senza sapere se avesse professori, Ata, presidi al loro posto?
E qualcuno ricorda, presidi compresi, per quanti anni le scuole hanno aperto in deroga alle leggi sulla sicurezza (ma hanno sempre aperto e la responsabilità penale c’era anche allora)? Qualcuno lo spiegava a genitori e ragazzi? Naturalmente, no.
E, infine, i tanti cantori della scuola perfetta sanno che la vita quotidiana di qualsiasi istituto esiste solo grazie al contributo volontario-obbligatorio delle famiglie e che nessuno, nè tra i tanti autorevoli commentatori, nè tra i politici così tanto prodighi di dichiarazioni in questi giorni si sia posto il problema ora, negli anni scorsi, nei decenni scorsi
Ecco, allora, riportando le cose alle cose e il dibattito sulla terra. Il Covid ha imposto, giustamente, un’attenzione sulla scuola massima. La riapertura del 14 settembre è il segnale simbolico di un Paese che riprende una parvenza di normalità : la vita scolastica è il perno della vita sociale.
Mai come quest’anno sono state prese decisioni, sono stati investiti soldi, sono stati fatti screening sugli istituti del Paese.
Mai come quest’anno i presidi hanno lavorato, in alcuni casi, anche il giorno di ferragosto. E nessuno, dico nessun responsabile d’istituto, si presenterà il 14 settembre con la scuola fuori posto. Ha lavorato anche il ministero.
Il Comitato tecnico scientifico ha prodotto un documento il 28 maggio, poi ci sono stati dei pareri il 7 luglio e il 7 agosto. Al di là del clamore dei titoli dei giornali la linea di condotta principale nelle scuole, soprattutto superiori, resta il distanziamento, il cosiddetto metro tra le rime buccali.
Dà lì non si schioda, anche se il Cts deve per forza di cose garantire eccezioni, perchè non siamo e non saremo mai asburgici e certamente qualcosa non sarà a posto al millimetro per il 14 settembre.
E, quindi, il Cts deve dire quel che ha detto e cioè che se non dovessero esserci i banchi singoli per quella data, le aule attrezzate come si deve, etc, etc, si comincia lo stesso tenendo i ragazzi in classe con la mascherina, ma mai e poi mai il Cts ha trasformato l’eccezione in regola: fanno fede le indicazioni del 28 maggio e quelle tutte le scuole devono seguire. Il ministero della Sanità ha prodotto un protocollo. Insomma, non manca nulla.
Il Cts si riunisce il 19 agosto per ulteriormente precisare. Si sanno già obblighi e deroghe, si sa già , giustamente, come devono essere organizzate le classi, dagli asili alle superiori. Nove milioni di persone sanno e sperano che vada tutto bene (ma, ricordiamolo, lo fanno ogni anno nel disinteresse generale).
Ai politici che parlano a vanvera (non solo loro) il Cts non risponda, proponendo la misurazione della temperatura all’ingresso delle scuole perchè sarebbe il caos. Se la ministra Azzolina dice, misuratela a casa, viene derisa, con Salvini a tirare la fila.
Ma vi immaginate cosa significhi misurare la temperatura in istituti con duemila alunni (e ce ne sono)?
E poi, dove è finito il senso di responsabilità delle famiglie? Che fanno, vogliono tutto a posto e poi mandano i figli in vacanza in Croazia, a Malta, oppure ai balli assembrati in ogni parte d’Italia, prima del 16 agosto, s’intende?
E poi chiedere conto, ma allo Stato, se tornano positivi, se poi diventano positivi anche i familiari?
Ma a scuola, a settembre, ci deve andare la ministra Azzolina? Chiediamoci tutti cosa possiamo e dobbiamo fare per seguire quei tre minimi principi di precauzione (portare la mascherina, lavarci le mani e stare distanziati) per stare in salute.
Al raggiungimento dll’obiettivo del 14 settembre non concorre solo il ministero dell’Istruzione. Un ruolo decisivo lo hanno gli enti locali (e quindi sarebbe meglio fare che dilungarsi in inutili dichiarazioni allarmistiche in cui si perdono alcuni governatori).
Grazie al Covid quest’anno si sono sbloccate situazioni incancrenite, disponibilità di aule mai viste, firme su autorizzazioni rinviate per anni senza un valido motivo.
Ma tanto altro si deve fare e su questo l’opinione pubblica deve pressare e pretendere. Le Regioni, i Comuni spesso nemmeno sanno quanti spazi, ex scuole dismesse, locali in passato adibiti ad altri usi, forse in alcune grandi città qualche migliaia, possiedono.
Un censimento che devono fare, se ancora non lo hanno fatto. I banchi singoli arriveranno e se non arriveranno il 14 continueranno ad arrivare e sarà nostro compito chiedere conto ad Arcuri e alla Azzolina.
L’Associazione nazionale presidi lancia allarmi sul 14 settembre, lo fa con regolarità . E’ giusto, ma bisogna ricordare che non tutti i presidi sono associati all’Anp (che ne rappresenta poco più della maggioranza) e chi sta zitto e lavora non lo fa per scarso corporativismo o mancanza di senso di responsabilità . Forse, non è d’accordo.
All’allarme sulla scarsità di risorse altri replicano che le risorse sono anche troppe e non si sa come spenderle; alla richiesta di una tutela penale avanzata dal presidente Anp, Antonello Giannelli, altri ricordano che la responsabilità penale è connessa al ruolo di datore di lavoro, c’è nel profilo professionale del dirigente scolastico, Covid o non Covid (la discussione sulla modifica della norma non riguarda solo il Covid, ma la responsabilità penale nel suo complesso).
Altri presidi ricordano che uno dei limiti sta nell’avere la responsabilità penale, ma di non poter disporre pienamente di locali messi a disposizione che restano di proprietà degli enti locali.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 18th, 2020 Riccardo Fucile
SULLE GRADINATE CENTINAIA DI PERSONE SENZA DISTANZIAMENTO E SENZA MASCHERINE, SENZA CHE NESSUNO INTERVENGA
Da una parte si discute tanto delle discoteche e dell’ordinanza del ministro Roberto Speranza per la
loro sospensione, dall’altra c’è chi parla di «migranti che portano il virus in Italia» mentre ci sono turisti italiani che tornano a casa dall’estero con un «clandestino invisibile» chiamato Sars-CoV-2.
Vi abbiamo raccontato del rave party non autorizzato nel Cremonese, dove una stima di 1.500 sconsiderati potrebbero aver festeggiato un vero e proprio «Covid-Party» cominciato la notte di Ferragosto.
Ora vi mostriamo alcuni episodi autorizzati a poca distanza da Roma e portati alla luce dal sito Nonelaradio.it.
Da qualche giorno, quasi in sordina, stanno circolando foto e video ripresi dagli stessi spettatori che hanno assistito allo spettacolo dei delfini presso il parco Zoomarine di Pomezia.
Non si sono resi conto, probabilmente a causa della gioia di vivere un momento spensierato dopo tante fatiche passate durante il lockdown, di aver testimoniato pubblicamente degli assembramenti.
Se ci stiamo ponendo il problema degli assembramenti bastava guardare ciò che accade in certi luoghi alla luce del sole. Ecco alcune foto pubblicate dagli utenti online dove è possibile vedere anche qualche mascherina e qualche sedile segnato con un adesivo bianco, probabilmente con l’obiettivo di indicare dove non sedersi per mantenere il distanziamento:
Come dicevo, l’evento non è circoscritto a questi ultimi giorni. Una pagina Facebook pubblica un video il 9 agosto 2020, sempre riferito allo spettacolo dei delfini e con tanta gente vicina vicina.
L’ordinanza del ministro Speranza parla chiaro in merito a discoteche e sale da ballo, ma cosa potrà mai dire su queste foto?
(da Open)
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Agosto 18th, 2020 Riccardo Fucile
“AVER RIAPERTO LE DISCOTECHE METTE A RISCHIO LA RIAPERTURA DELLE SCUOLE”
Il prossimo monitoraggio settimanale è atteso per giovedì 20 agosto. Ma un primo, preoccupante dato, il presidente della Fondazione Gimbe Nino Cartabellotta lo anticipa. «Di fatto abbiamo già superato ora, in cinque giorni, i casi di contagio da Coronavirus registrati la scorsa settimana in sette giorni», dice a Open.
La Fondazione Gimbe è un’organizzazione indipendente che dal 1996 «promuove l’integrazione delle migliori evidenze scientifiche in tutte le decisioni politiche».
In tempi di pandemia è balzata agli onori delle cronache per la sua attività costante di analisi dei dati — frammentati, disomogenei, non sistematizzati — e per l’attivismo divulgativo, anche social, del suo presidente.
«Bisognerebbe dare più spazio ai sociologi», chiosa Cartabellotta pensando a negazionisti, relativisti, scettici e dintorni. Dall’inizio di aprile la Fondazione effettua un monitoraggio settimanale dei casi di Covid-19 in Italia basandosi sui dati diffusi quotidianamente da ministero della Salute e Protezione Civile. «Quello di sette giorni ci è sembrato un arco temporale congruo rispetto alla fluttuazioni dei tamponi effettuati e di altre variabili».
Presidente Nino Cartabellotta, qual è la fotografia della pandemia che scatterebbe oggi in Italia?
«Siamo ora in quella che possiamo definire fase di circolazione endemica del virus. La fase di grande espressione clinica, quella che abbiamo vissuto a marzo e aprile, possiamo dire che si è conclusa. E con le riaperture scaglionate tra il 4 maggio, il 18 maggio e il 3 giugno, il Paese ha ripreso a vivere. Quello che secondo noi è però successo è che molti hanno scambiato il 3 giugno 2020 con una Festa della Liberazione: come se fosse il 25 aprile del 1945. Non è passato, o forse non è voluto passare — con l’arrivo dell’estate, i tanti mesi di lockdown e la voglia di riprendersi la vita — il messaggio che il virus continua a circolare e non ha alcuna modificazione di tipo genetico che lo renda meno aggressivo. Anche tutte queste chiacchiere fatte sulla carica virale fanno parte di studi singoli e non rappresentano una evidenza scientifica consolidata. Per cui l’impressione è che ci si sia un po’ lasciati andare: la mascherina, strumento importante nella prevenzione del contagio, è diventato un bavaglio imposto e una strumentalizzazione politica».
Possiamo dire, provocatoriamente, che l’aver scelto di riaprire posti come le discoteche mette a rischio la riapertura delle scuole il 14 settembre?
«Di fatto sì. Perchè per il Paese la grande necessità è la riapertura delle scuole. E quello che è successo è che, con le deroghe regionali, questi 21 figli, questi 21 sistemi sanitari — 19 regioni e due province autonome — hanno dimostrato che hanno bisogno che il padre ogni tanto tiri loro le orecchie, altrimenti ognuno va per conto suo e a parità di situazioni vengono prese decisioni diverse. E la decisione politica è sempre molto difficile: deve trovare un equilibrio molto delicato tra salute ed economia».
Siamo circondati da Paesi che vedono risalire la curva dei contagi in maniera più rapida rispetto all’Italia ma che, come la Francia, avevano già riaperto le scuole, parzialmente o totalmente, da tempo.
«Ho sempre interpretato la questione della scuole in maniera politica, nella dinamica tra governo e Regioni, divisione che è poi uno dei grandi temi della gestione della pandemia in Italia. Da noi la scuola e l’università sono rimaste in coda, a differenza di altri Paesi. Qui le grosse pressioni sono venute dal rilancio dell’economia di alcuni settori, anche se avevano un rischio di contagi e di assembramento più elevato di altri. Dovendo raggiungere un equilibrio tra benefici e rischi e tra fatturato e rischio sanitario, forse bisognava essere un po’ più cauti. La grossa preoccupazione è che se si mantiene questa curva di contagi rischiamo di arrivare alla fatidica data del 14 settembre con numeri — di 1.000, 1.200 contagi al giorno — che potrebbero rimettere in discussione la riapertura stessa delle scuole. Ma queste per ora sono chiacchiere da corridoio».
Quindi, anche se ora il solo ipotizzarlo sembra ‘blasfemo’, sta dicendo che non riaprire le scuole potrebbe essere la cosa giusta da fare?
«La letteratura dice che la riapertura — o la non chiusura — delle scuole non ha un impatto dirompente sull’incremento della curva dei contagi, ovviamente se avviene con adeguate procedure di sicurezza che dovrebbero essere messe in atto. E sappiamo bene che la situazione italiana è abbastanza vetusta. Quindi la grande scommessa sarà quanto la scuola riuscirà ad organizzarsi in tempi brevi. I bambini contagiano e si contagiano ma si ammalano poco, anche se vediamo dai casi degli ultimi giorni che è un problema che esiste.
Cosa pensa della decisione — arrivata dopo Ferragosto — di chiudere le discoteche?
È stato un compromesso. Si è aspettato Ferragosto e poi si è chiuso. È evidente che, con questa curva in crescita, realisticamente aumenterà ancora il numero dei casi. L’età media dei contagi si è abbassata. Gli anziani, da un lato, si stanno evidentemente proteggendo. Ora nessuno potrà mai dimostrare che l’età dei contagi si è abbassata — tra l’altro — per assembramenti come quelli delle discoteche. Però fenomeni che si osservano in parallelo fanno ragionevolmente presumere che possa esserci un rapporto di causa-effetto e di associazione. Dobbiamo vedere cosa accadrà nelle prossime settimane».
Come sta cambiando la curva dei contagi secondo i monitoraggi della Fondazione Gimbe?
«Se guardiamo alle prime tre settimane di luglio — dall’1 al 7, dall’8 al 14 e poi dal 15 al 21 — avevamo un numero di circa 1.400 casi settimanali: una media di circa 200 al giorno. Da fine luglio la curva ha ricominciato a salire: la settimana scorsa, fino all’11 agosto, abbiamo registrato quasi 3mila casi: quasi 400 al giorno, in media, ovvero il doppio. Quello che sfugge anche al dibattito pubblico e — devo dire — al decisore politico — che spesso dice: ‘vediamo come vanno i numeri e decidiamo se allentare o richiudere’ — è che quando contiamo oggi i contagi, parliamo di numeri relativi a quello che è successo da 3 a 4 settimane fa».
Quindi di che tipo di casi parliamo oggi?
«Casi autoctoni: gente che sta in Italia e che si continua a contagiare con modalità diverse. Poi ci sono i casi di rientro, ovvero gli italiani e le italiane che vanno in vacanza all’estero e lì si contagiano. E poi i casi di importazione, ovvero soggetti stranieri (sì, anche i migranti, che ne però costituiscono una quota veramente minima) che arrivano in Italia da altri Paesi o come turisti, o come lavoratori o altro e che di fatto fanno rientrare il virus. Il 55-60% del totale è costituito da casi autoctoni e l’altro 40% è composto da casi di importazione e di rientro».
I numeri ci dicono che la malattia è cambiata?
«No. Con il lockdown siamo arrivati quasi a un azzeramento degli ingressi in terapia intensiva, un po’ meno nelle ospedalizzazioni. Azzerando i contatti personali. Ora, mi permetta il paragone forse non consono, è come il gioco dell’oca: ripartiamo dal via. Riprendono i contatti sociali e quanto meno si deve stare attenti a misure come distanziamento e mascherina. È ovvio che è un serbatoio di contagi che cresce. In questo momento siamo nella fase di accumulo dei nuovi contagiati, quindi non aspettiamoci un’impennata delle terapie intensive da un giorno all’altro. Ma nelle ultime settimane si cominciano a muovere, seppur di poco, i numeri dei pazienti ospedalizzati e appunto in terapia intensiva: sono piccole spie del fatto che la crescita dei contagi avviene in maniera esponenziale. E ricordiamo sempre che noi vediamo solo la punta dell’iceberg, ci sono moltissime persone asintomatiche e positive che non sanno di esserlo. Il contagio aumenta ma non arriveremo alle scene di marzo e aprile».
Perchè?
«Perchè l’effetto sorpresa questa volta è impossibile per ovvie ragioni — allora siamo stati colti di sorpresa — e poi perchè il Sistema Sanitario Nazionale è preparato. Siamo stati il Paese che ha fatto il lockdown più prolungato e più severo. Abbiamo abbattuto la curva dei contagi in maniera molto più efficace degli altri Paesi europei che hanno riaperto prima e hanno chiuso meno di noi. Però il segnale dice che stiamo risalendo».
(da Open)
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Agosto 18th, 2020 Riccardo Fucile
LO HA COMUNICATO L’UNITA’ DI CRISI DEL LAZIO
La chiave di volta per tracciare i contagi in Italia sembra esser stata trovata. La testimonianza arriva
dai dati dei test rapidi effettuati negli scali aeroportuali della capitale che oggi hanno individuato 27 contagi di rientro.
Non si tratta solamente di cittadini che vivono a Roma. Ben 15 sono stati trovati positivi al Coronavirus grazia ai tamponi in aeroporto al Leonardo da Vinci di Fiumicino. I restanti 12, invece, erano atterrati a Ciampino.
«Sono stati in totale 27 i casi positivi ai tamponi rapidi individuati nella giornata odierna presso gli scali aeroportuali di Fiumicino e Ciampino — si legge nella nota rilasciata dall’unità di crisi Covid-19 della Regione Lazio -. Nello specifico si registrano 15 casi all’aeroporto di Fiumicino e tra questi cinque sono residenti nella capitale, tre nel reatino, due in Toscana, due in Puglia, uno in Liguria e due cittadini spagnoli».
«I restanti 12 casi — prosegue la nota — sono stati individuati presso lo scalo di Ciampino e tra questi quattro residenti nella capitale, tre in Umbria, uno in Abruzzo, due cittadini spagnoli, un cittadino greco e uno albanese. Tutti i casi sono stati posti in isolamento ed è stato avviato il contact tracing internazionale. Un lavoro utile per la sicurezza del Paese». Numeri che, se non fossero stati disposti i tamponi in aeroporto, forse non si sarebbero mai conosciuti, provocando una crescita ancor più esponenziale delle infezioni in Italia (e non solo).
Per i 27 atterrati oggi tra Fiumicino e Ciampino è scattato l’immediato isolamento domiciliare, con l’invito ad allertare i propri medici in caso di comparsa di sintomatologie o aggravamento di qualche malessere fisico.
Ora tocca anche alle altre grandi città che presentano scali aeroportuali. Il test rapidi già si effettuano a Venezia, Verona, Pescara, Perugia e Torino (da ieri). A breve si inizierà anche a Bologna, Palermo e Catania. In questa settimana la sperimentazione partirà anche in Lombardia.
(da Giornalettismo)
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Agosto 18th, 2020 Riccardo Fucile
LA GIOVANE ERA STATA A MALTA E NON HA ATTESO L’ESITO DEL TAMPONE RECANDOSI IN DISCOTECA
Un appello a segnalarsi per effettuare un tampone per il Coronavirus per circa 200 persone, residenti tra il Parmense e il Piacentino, che hanno frequentato la discoteca Colle San Giuseppe la sera tra il 14 e il 15 di agosto dove ha trascorso la serata una ragazza in seguito risultata positiva al tampone che aveva fatto rientrando da Malta.
Lo comunicano le Ausl di Parma e Piacenza precisando che si tratta di una decisione precauzionale.
“Si tratta in tutto di circa 200 persone, alcune residenti nella nostra provincia, altre nel piacentino — spiega Silvia Paglioli, direttore Servizio Igiene e Sanità Pubblica dell’Ausl di Parma — Grazie alla collaborazione del gestore del locale che ha diligentemente tracciato tutti i titolari dei biglietti di ingresso, abbiamo la lista di chi era in discoteca tra il 14 e il 15 agosto. Stiamo contattando i residenti a Parma e provincia tramite e-mail e al telefono. L’invito a sottoporsi a tampone è una scelta presa in via precauzionale, considerato anche che numerose persone ci hanno contattato preoccupate”.
Per i residenti a Parma e provincia, i tamponi vengono eseguiti a partire da domani (19 agosto) dalle ore 8 nella tenda allestita nel parcheggio dell’ospedale di Vaio in via Don Tincati 5 a Fidenza, con modalità drive through (non si scende dalla propria automobile). Chi non è stato contatto dal servizio dell’Ausl, può chiamare il numero 0521.396436, dalle 8.30 alle 13 e dalle 14 alle 18, per fissare l’appuntamento. Per i residenti a Piacenza e provincia è stato attivato un ambulatorio dedicato, aperto in Piazzale Milano 2 a Piacenza nella giornata di mercoledì 19 agosto dalle ore 14 alle ore 18. Per chi risiede nel piacentino è necessario prenotarsi telefonando al numero verde del cuptel 800.651.941.
Il Piacenza scrive che la giovane, che da pochi giorni era tornata da Malta dopo una vacanza con le amiche, risiede in provincia di Parma e il locale piacentino è spesso frequentato da ragazze e ragazzi che provengono dal Parmense.
«E’ stato fatto il tampone a lei e al fidanzato — ci spiegano dall’ufficio stampa dell’Azienda Unità Sanitaria Locale della città Ducale — e l’Ausl di Piacenza sta individuando situazioni di possibile rischio. Dall’indagine epidemiologica condotta sembra che entrambi siano sempre rimasti seduti ad un tavolino senza entrare in contatto con altri in modo promiscuo».
«La ragazza è stata contagiata a Malta (dove era stata in vacanza, ndr) e non dopo aver trascorso la serata da noi nel nostro locale — hanno fatto sapere i gestori —, dove è venuta senza aspettare l’esito del tampone che le sarebbe arrivato domenica».
(da agenzie)
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Agosto 18th, 2020 Riccardo Fucile
TUTTI BLOCCATI FINO AL RISULTATO DEI TAMPONI, DUE HANNO CERCATO LA FUGA PER L’AEROPORTO MA SONO STATI RIPORTATI INDIETRO: MA NON ERANO I MIGRANTI QUELLI CHE SCAPPAVANO DAI CONTROLLI? MELONI E SALVINI NON SI INDIGNANO?
Le giornate possono scorrere uguali a prima nell’isola di Santo Stefano, arcipelago della Maddalena.
Nel resort omonimo del nord Sardegna bagni nella spiaggia privata, partite a tennis e cene al ristorante si vivono, però, con una certa inquietudine: nessuno può più uscire.
In 470, tra ospiti e lavoratori, attendono il risultato del tampone: due giorni fa un dipendente stagionale di 60 anni è stato infatti ricoverato a Sassari per Covid 19. Da qui la rigorosa (e dorata) quarantena nei confini del villaggio, anche se c’è chi ha già tentato la fuga: due villeggianti, diretti all’aeroporto di Olbia, sono stati bloccati.
Per il sindaco de La Maddalena, Luca Montella, non c’è nessun allarme ma la necessità di testare. Intanto ha emanato una nuova ordinanza: mascherina per chi passeggia in centro anche la mattina, non solo dopo le 18.
Anche ad Arzachena, comune di riferimento della Costa Smeralda, ci sono nuove restrizioni dopo la scoperta di casi tra i vacanzieri di uno yacht e altri in terraferma. E così la Sardegna del turismo si conferma esposta al virus e alle sue conseguenze.
Il caso Santo Stefano segue quello di Carloforte dove, a inizio a agosto, si era registrata un’impennata di contagi tra i giovanissimi partecipanti a due feste con balli collettivi.
Lo screening di massa è riuscito a isolare 11 contagiati su oltre 400 tamponi. Più recente la scoperta di positività tra i ragazzi romani di rientro da Porto Rotondo, in Gallura: erano stati a una serata con oltre 500 persone, alcuni di loro arrivavano da Ibiza.
(da agenzie)
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Agosto 18th, 2020 Riccardo Fucile
I CAZZARI DEL WEB POSSONO TORNARE A FARE I VIROLOGI… FERMO RESTANDO CHE OGNUNO E’ LIBERO DI COMPRARE QUELLO CHE GLI PARE SE HA I SOLDI PER PAGARE E NON LI HA RUBATI
Vi ricordate l’indignazione per la borsa della compagna del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, Olivia Paladino?
Il “popolo del webbe” per l’occasione aveva appena smesso i panni da virologo per indossare quelli super sciccosi di esperto di moda.
“E’ una Kelly Vintage di Hermes, vale 84mila euro!” ha spiegato qualcuno fino a far diventare la foto della borsa virale come non si vedeva dai tempi del maglioncino di Agnese Renzi.
Il famoso periodico diretto da Alfonso Signorini, “Chi”, ha scoperto però la verità . Non è una Kelly Vintage, anzi non è proprio una Kelly la borsa di Olivia. E non solo non vale 84mila euro ma neanche un centesimo di quella cifra.
Come spiega il settimanale infatti “La borsetta in questione è sì di midollino e pelle, ma abbiamo scoperto che Olivia l’ha acquistata (assieme a un completo di lino e un costume da bagno) alcune settimane fa nel negozio “Chance” di viale Tittoni a San Felice al Circeo, pagandola 140 euro.
La borsetta, esposta in vetrina (foto a fianco) è molto differente dalla vera Kelly di Hermès sia per la chiusura, sia per la dimensione e le rifiniture e soprattutto per il costo”. Forse per gli esperti di moda di internet è arrivata l’ora di tornare a fare i virologi.
(da “NextQuotidiano“)
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