Destra di Popolo.net

A OTTO ANNI VENDE LA SUA COLLEZIONE DI CARTE POKEMON PER CURARE IL CANE

Giugno 7th, 2021 Riccardo Fucile

LA SUA FAMIGLIA NON SI POTEVA PERMETTERE LA SPESA, LUI RIESCE A RACCOGLIERE 5.000 DOLLARI E DEVOLVE LA CIFRA IN ECCESSO AI CANI DEL QUARTIERE…OGNI TANTO UNA NOTIZIA DI GRANDE UMANITA’

Il suo cane aveva contratto una grave infezione, così Bryson, 8 anni, ha venduto le carte della sua collezione di Pokemon per curarlo. Sui social si è scatenata una gara di solidarietà per aiutare l’animale e il piccolo Bryson.
La storia è accaduta negli Stati Uniti. L’animale, di nome Bruce, aveva contratto una pesante parvovirosi, infezione virale molto contagiosa che, nelle forme più gravi, può anche portare in breve tempo alla morte.
In una sola notte l’animale aveva perso oltre due chili, e necessitava di cure urgenti. La famiglia di Bryson però non poteva permettersi di curarlo, per via della situazione finanziaria poco agiata. I genitori avrebbero potuto sostenere il costo di soli tre giorni di permanenza dell’animale dal veterinario.
Da qui l’idea del piccolo Bryson Kliemann: allestire un banchetto in giardino dove ha messo in vendita le sue carte da gioco. “So che piacciono a tutti – ha successivamente raccontato all’emittente locale Wcyb –, per cui ho scelto di venderle”.
Il gesto di Bryson è diventato da subito virale. La madre del bambino ha pubblicato infatti una foto sul suo profilo Facebook a corredo di una raccolta fondi aperta su GoFundMe. Anche l’emittente Wcyb ha contribuito a far diventare ancora più celebre il gesto del piccolo Bryson. Così l’obiettivo iniziale di 800 dollari, circa 655 euro, è stato ampiamente superato, con ben 174 donatori da tutto il mondo.
Il piccolo, alla fine, è riuscito a raccogliere la cifra finale di 5.905 dollari, oltre 4.800 euro. “Irlanda, Inghilterra, Polonia, Australia: è folle – ha commentato la madre di Bryson su Wcyb –. Non potrei mai ringraziare abbastanza le persone per aver dimostrato così tanto amore nei confronti di mio figlio”.
Alla fine il cane Bruce ha dunque potuto ricevere tutte le cure per poi tornare a casa da Bryson. Tutti i fondi in eccesso raccolti dal piccolo sono poi stati devoluti a favore di tutti gli altri animali del quartiere. E il piccolo Bryson, come lieto fine della vicenda, ha anche ricevuto una sorpresa.
Lo staff del quartier generale dei Pokemon, nello stato di Washington, ha infatti saputo del bel gesto di Bryson, e ha deciso di inviare al bambino alcune carte molto rare come regalo. Nella lettera spedita a Bryson lo staff dei Pokémon ha scritto: “Ehi Bryson, siamo stati così ispirati dalla tua storia sulla vendita delle tue carte per il recupero del tuo cane, queste sono alcune carte per aiutarti a sostituire quelle che dovevi vendere”.
(da agenzie)

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UNIONE TRA LEGA E FORZA ITALIA? TUTTO DIPENDE DA BRUNETTA: “SALVINI LO TEME”

Giugno 6th, 2021 Riccardo Fucile

LA CARFAGNA GUIDA I “MALPANCISTI” DI FORZA ITALIA CONTRARI ALL’ACCORDO CON SALVINI E CERCA L’ASSE CON IL MINISTRO PER BLOCCARE L’OPERAZIONE

I “malpancisti“ di Forza Italia, guidati dalla ministra per il Sud Mara Carfagna, si stanno organizzando per tentare di stoppare l’accordo federativo con la Lega nonostante, ormai si è capito, abbia l’ok di Silvio Berlusconi.
Sul progetto della federazione Fi-Lega la Carfagna ha espresso più d’un dubbio. “Credo che qualunque decisione sul futuro di Forza Italia debba essere presa confrontandoci nel merito e sulla base di proposte definite”.
Per lei, infatti, esiste una “terza via” oltre alle due opzioni – federazione o fusione – messe in agenda da Salvini e Berlusconi: “Lavorare per riaffermare la centralità dei liberali nella coalizione e nel Paese”.
Alla base del ragionamento della responsabile del Mezzogiorno, ci sono tre ordini di motivi. “Il primo – spiega – è che molti dei nostri elettori non si sentirebbero a loro agio in un assetto a trazione leghista. Il secondo riguarda la nostra salda collocazione nel Ppe europeo. L’alleanza con un partito sovranista e legato a forze euroscettiche – segnala – è già anomala rispetto alle scelte dei Popolari, figuriamoci come sarebbe giudicata una fusione. La terza ragione è pragmatica: al Sud – ha concluso la Carfagna – la Lega non è riuscita a sfondare. Unificarci col Carroccio significherebbe perdere consenso in maniera consistente e regalarlo al partito della Meloni”.
Dunque, che fare? I “malpancisti” si sono rivolti a Gianni Letta da sempre freddo (eufemismo) con Matteo Salvini, ma questa volta l’Eminenza Azzurrina non se la sente proprio di mettersi contro quella che potrebbe essere l’ultima grande iniziativa del suo sodale politico e di vita.
Insomma, il progetto Salvini-Berlusconi ha avuto luce verde anche dal sempre potentissimo Gianni Letta.
Così, i contrari al progetto stanno ora pensando di portare dalla loro parte il ministro più importante di Forza Italia, Renato Brunetta che potrebbe diventare l’ago della bilancia (non per niente Salvini nei giorni scorsi si è premurato di incontrarlo).
Che farà dunque il lanciatissimo Renatino (uno dei pochi della compagine di governo che può permettersi di dare del ‘tu’ a Mario Draghi ma che non ha mai particolarmente amato Matteo Salvini)?
Dopo numerose telefonate e contatti ancora nessuno lo ha capito.
(da Globalist)

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L’IDEA DI CALENDA: UN PEZZO DI FORZA ITALIA, PD E AZIONE PER UN’ALLEANZA RIFORMISTA

Giugno 6th, 2021 Riccardo Fucile

“UN FRONTE REPUBBLICANO IN ANTITESI A SOVRANISMO E POPULISMO”

La linea è chiara: un grande centro liberista più o meno temperato, al massimo con una spruzzata di verde. In pratica senza sinistra e marginalizzando la destra sovranista.
Meglio dell’Ungheria di Orban sicuro.
“La linea di Draghi pragmatica, riformista, in antitesi a populismo e sovranismo deve trovare chi la interpreti dopo la fine dell’attuale governo, altrimenti tornerà tutto come prima”.
Così Carlo Calenda, leader di Azione e candidato sindaco a Roma.
“L’Italia è l’unico Paese della Ue in cui popolari e socialdemocratici hanno preferito allearsi con i sovranisti e i populisti anziché fra di loro – aggiunge Calenda – la decisione del Pd di stringere un patto di ferro con i grillini e ora la scelta di Berlusconi di scomparire nella Lega apre un gigantesco problema di rappresentanza per i tanti elettori che si riconoscono nel pragmatismo riformista di Draghi e che però, dopo di lui, perderanno ogni riferimento. Chi potrà offrire loro cittadinanza politica alle prossime elezioni?”.
Per Calenda, “il lavoro da fare è convincere i cittadini, sulla base delle proposte di governo, che c’è un’area che intende la politica come soluzione ai problemi e si candida a guidare il Paese nei prossimi difficili anni”.
E alla domanda su chi dovrebbe far parte di questa nuova ‘area’, Calenda risponde: “L’idea è quella di costruire un fronte repubblicano che riunisca il Pd, i centristi di Fi ostili alla Lega e una forza liberaldemocratica, che va aggregata, formata da Azione, +Europa e Italia Viva. In aggiunta ai Verdi rifondati da Sala e Muroni
Insieme potremo andare casa per casa a riprenderci i voti finiti ai sovranisti e ai populisti”.
Calenda si dice “convinto che da un lavoro comune fra me, Letta, Carfagna e Sala verrebbe fuori un’Italia riformista e pragmatica che farebbe bene al Paese”.
(da Globalist)

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L’EX MINISTRO URBANI BOCCIA SALVINI: “LA FEDERAZIONE PUNIREBBE IL CENTRODESTRA”

Giugno 6th, 2021 Riccardo Fucile

“FORSE SILVIO VUOLE CHE FORZA ITALIA MUOIA CON LUI”

Venti contrari alla coalizione pensata per la destra da Matteo Salvini e, al momento, al vaglio dei vertici di Forza Italia.
Un grande campo allargato che non convince Giuliano Urbani, ex ministro e tra i fondatori di Forza Italia. “Al contrario di ciò che pensa Salvini, io credo che la federazione punirebbe il centrodestra. C’è bisogno di una coalizione che rappresenti i tanti settori sociali del paese. Una federazione potrebbe, forse, andare bene se non è troppo rigida”.
Per Urbani le ministre Gelmini e Carfagna “hanno ragione quando dicono che non va fatta una federazione con Salvini. Sarebbe meglio con la Meloni”.
Alla domanda su come interpreta la posizione di Berlusconi risponde: “A essere maliziosi direi che vuole che Fi muoia con lui”.
E alla domanda se la “parabola” di Forza Italia si sia conclusa risponde: “Sì e non da oggi. E’ sempre stata indissolubilmente legata alla figura di Berlusconi: purtroppo – dice – l’anagrafe rema contro di lui”.
Come la definirebbe ora? “Un’occasione sprecata – risponde Urbani – sarebbe stato bello se avesse cercato non dico un successore, ma di fare in modo che quelle radici liberali attecchissero”.
(da Globalist)

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COSA FARANNO ORA CONTE E CASALEGGIO

Giugno 6th, 2021 Riccardo Fucile

GIA’ POSSIBILE IL VOTO SUL LEADER… IL PROBLEMA ECONOMICO…. A SETTEMBRE ASSE CASALEGGIO-DI BATTISTA

La questione più urgente sembrerebbe quella economica: il Movimento ha bisogno di liquidità per saldare il debito con Casaleggio, avviare la nuova piattaforma, affittare una sede nel centro di Roma e strutturare la segreteria voluta dall’ex premier
Come nel più classico dei sequestri, in cambio della liberazione di qualcuno o qualcosa viene pagato un riscatto, la cui cifra esatta non è mai resa nota.
C’è chi dice che il Movimento 5 stelle verserà 250mila euro all’associazione Rousseau per affrancare l’ostaggio, ovvero i dati degli iscritti. Qualcun altro parla di 200 mila. Comunque, una somma distante dai 450 mila euro vantati da Davide Casaleggio, figlio di Gianroberto che, nel consegnare il patrimonio digitale a Giuseppe Conte, annuncia la fine dell’utopia nata dall’amicizia tra il padre, visionario dell’informatica, e un comico popolarissimo, Beppe Grillo.
«Questo non è più il Movimento e sono certo che non lo avrebbe riconosciuto nemmeno mio padre». Intanto, qualunque cosa sia la creatura mutilata di Rousseau e finalmente nelle mani di Conte, potrà contare sul 10% dei dati custoditi dalla piattaforma.
I tecnici mandati a Milano dal Movimento ci hanno messo qualche ora per il trasferimento del materiale informatico. L’operazione complessiva, invece, richiederà diverse settimane. La quantità di informazioni ottenute dai 5 stelle, tuttavia, è sufficiente per avviare la consultazione degli iscritti in un nuovo ecosistema digitale: il reggente Vito Crimi aveva assicurato che sarebbe stato pronto settimane fa, ma nessuno dei parlamentari grillini sembrerebbe a conoscenza del reale stato dell’arte della neo-piattaforma del neo-movimento.
Anzi: i gruppi di Camera e Senato sono tenuti ben distanti dalle vicende che segnano la fine della democrazia diretta come Casaleggio padre ci ha insegnato. «Vi preghiamo cortesemente di evitare interviste, commenti, post e dichiarazioni», ha chiesto il Direttivo ai parlamentari. Alcuni di loro non accettano che la volontà della base sia sacrificata – una leadership collegiale di cinque persone – sull’altare della consacrazione di Conte.
È una questione di timing: prima di votare un nuovo statuto, tra i cui articoli ce ne sarebbe uno che consegna le chiavi del Movimento nelle mani dell’ex premier, bisognerebbe seguire il corso deciso dagli Stati generali dello scorso novembre e confermato da una delle ultime votazioni su Rousseau, ovvero l’elezione di un comitato di cinque persone che guidi i 5 stelle, anche per un breve periodo transitorio, e senza primus inter pares.
Le casse dei 5 stelle sono vuote
Come in tutte le famiglie, poi, gran parte dei problemi sono riconducibili a questioni di denaro. La sostenibilità economica del neo-movimento contiano, privato di una folta pattuglia di parlamentari e quindi di contribuenti per la causa, intimorisce deputati e senatori. Le casse dei 5 stelle sono vuote: meno di un terzo dei parlamentari grillini avrebbe effettuato il primo versamento mensile di mille euro al Movimento. La maggior parte di loro attende di conoscere nei dettagli il restyling di Conte. Ad esempio, la decisione di mantenere o meno il limite del secondo mandato potrebbe spostare i flussi di denaro in un senso o nell’altro.
I deputati più giovani, qualora dovesse decadere il limite, certi di non riuscire nella rielezione potrebbero rifiutarsi di versare il contributo mensile. Viceversa, se il limite dovesse restare, chi sta esaurendo la propria esperienza parlamentare potrebbe decidere di trattenere per sé gli ultimi stipendi intatti di Montecitorio e Palazzo Madama.
Nei prossimi giorni dovrebbero partire le mail per reclamare i mille euro ai parlamentari che non hanno ancora fatto il versamento. Anche perché, oltre al debito di 200 o 250 mila euro da saldare con Casaleggio, come anticipato da Open, c’è la nuova sede fisica da pagare: nel centro di Roma, avrà un costo mensile di circa 15 mila euro. Poi bisognerà assumere e pagare i dipendenti che lavoreranno per la nuova segreteria, i costi della piattaforma alternativa a Rousseau, la campagna elettorale alle porte e, non ultimo, il possibile risarcimento danni a Carla Cuccu, consigliera regionale sarda espulsa e poi reintegrata dal comitato di garanzia.
A giugno il nuovo statuto dei 5 Stelle
Il neo-movimento di Conte ha davanti a sé settimane dure e il divorzio usurate con l’associazione Rousseau non aiuta.
L’avvocato ha annunciato che il mese di giugno sarà quello della svolta, con la presentazione del nuovo statuto – chiuso nel suo cassetto già da tempo – e un possibile ritorno in piazza. Si parla di una grande manifestazione per ricucire i rapporti con la base.
Sull’altra sponda del Piave, mentre Rousseau potrebbe evolversi in una mera società che eroga servizi digitali, Casaleggio starebbe valutando un ritorno sulla scena politica, dopo l’estate. La stessa tempistica che si è dato Alessandro Di Battista.
(da Open)

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VENEZIA, IL DIVIETO ALLE GRANDI NAVI RESTA SULLA CARTA

Giugno 6th, 2021 Riccardo Fucile

TORNANO I COLOSSI IN LAGUNA: “SIAMO STATI INGANNATI DAL GOVERNO DRAGHI”

Era fine marzo quando il governo Draghi aveva annunciato che avrebbe vietato alle grandi navi di attraccare nel centro storico della città sull’acqua
Lo scorso 3 giugno, una nave da crociera è entrata a Venezia per la prima volta dall’inizio della pandemia, nonostante il governo guidato da Mario Draghi abbia dichiarato che le navi sarebbero state bandite dal centro storico.
È per questo che ora gli attivisti che hanno protestato contro questi accordi dicono di essere stati «ingannati» dal governo italiano. Al porto di Venezia infatti è arrivata una delle navi della compagnia Msc: 92.000 tonnellate di struttura per 650 passeggeri a bordo. Dopo un passaggio nella città sul mare la nave è ripartita per Bari.
Si sono sentiti traditi i No Grandi Navi che allora si sono riuniti per protestare. «Il governo italiano è stato bravissimo a ingannare non solo i cittadini di Venezia, ma i giornali e l’opinione pubblica di tutto il mondo», ha detto Tommaso Cacciari, leader del gruppo attivista, ad Ansa. In parallelo è nata una contro protesta guidata dal comitato Si Grandi Navi, un movimento che sostiene le migliaia di persone della zona la cui economia dipende dal settore delle crociere.
La decisione del Governo
Era fine marzo quando il governo Draghi aveva annunciato che avrebbe vietato alle grandi navi di attraccare nel centro storico di Venezia. L’alternativa, secondo la legge, prevede il dirottamento delle navi verso il porto industriale di Marghera, con la realizzazione di un terminal crociere fuori laguna. Il decreto è stato approvato dalla Camera dei Deputati il ​​mese scorso, con Dario Franceschini, ministro della Cultura, che ha ribadito che alle navi «alte come condomini» era stato impedito «per sempre» di arrivare nel centro di Venezia.
In realtà, il dirottamento è possibile solo con un lavoro infrastrutturale che lo agevoli. Nel frattempo, l’unico modo per le navi di entrare a Venezia è attraverso il canale della Giudecca, dove nel giugno 2019 una nave Msc si è schiantata contro una banchina e un battello turistico, ferendo cinque persone.
«Il governo sapeva che era impossibile, perché il canale che le navi devono attraversare per raggiungere Marghera è troppo stretto e non abbastanza profondo», ha detto Cacciari. «Quindi sarebbe necessario dragare il canale perché ciò accada, il che sarebbe ancora più devastante per l’equilibrio della laguna».
(da agenzie)

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L’INPS A FIANCO DEL MEDICO AGGREDITO CON FRASI RAZZISTE

Giugno 6th, 2021 Riccardo Fucile

“INACCETTABILE AGGRESSIONE A SFONDO RAZZIALE, RIMANE UNA RISORSA DELL’ISTITUTO”

Vicinanza e solidarietà al medico fiscale dell’Inps di Chioggi, Nelson Yontu Maffo, “unita alla netta condanna” per l’episodio di violenza e intolleranza che lo ha coinvolto, sono stati espressi dal presidente dell’Istituto di preveidenza, Pasquale Tridico, e dal direttore generale Gabriella Di Michele e dall’intero consiglio di amministrazione.
Nelson Yontu Maffo, medico fiscale dell’Inps originario del Camerun il 2 giugno scorso ha suonato alla porta di un appartamento della periferia di Chioggia, nel Veneziano.
Il lavoratore, in malattia, non c’era. È arrivato dopo, in ciabatte, in sella alla bicicletta, forse avvertito dalla moglie e poi, ha raccontato il medico: “Ha chiuso il portone in modo da impedirmi di uscire dal cortile e ci ha piazzato davanti una sedia. Mi ha intimato di mettere nero su bianco che l’avevo trovato regolarmente a casa. Altrimenti, diceva, mi avrebbe tagliato la testa”.
“Nella giornata di ieri – riferisce una nota dell’Inps – il presidente Tridico e il direttore regionale Inps del Veneto, Antonio Pone, hanno parlato a lungo con il dottor Yontu e lo incontreranno nei prossimi giorni per condividere le azioni di tutela a seguito della vicenda ma soprattutto per consentire al dottore e alla sua famiglia di sentirsi supportati per il proprio futuro”.
“Oltre alla perentoria condanna dell’accaduto e del contesto in cui si è verificato – prosegue Tridico parlando dell’aggressione subita da Nelson Yontu -, in cui alla illiceità del comportamento del lavoratore si è aggiunta un’inaccettabile violenza a sfondo razziale vogliamo ringraziare tutti coloro che ogni giorno e con difficoltà cercano di compiere il loro dovere nell’ambito dei controlli sul lavoro, perché è da questa essenziale radice che può scaturire un maggior rispetto del lavoro di tutti e dello Stato”.
“A maggior ragione in questo momento – conclude la nota del presidente dell’Inps -, in cui ogni componente della società civile – nel pubblico e nel privato – vuole contribuire ad una ripresa che determinerà il cambiamento necessario e il futuro del Paese. Il dottor Yontu è una persona eccezionale, dalle sue parole ho compreso quanto male abbia subito ma anche l’estremo spessore della persona, che vogliamo rimanga una risorsa di valore a fianco dell’Istituto”.
(da agenzie)

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EXIT POLL REGIONALI SASSONIA: TRIONFA CDU, FLOP DEI SOVRANISTI DI AFD

Giugno 6th, 2021 Riccardo Fucile

FALLISCE LA SPALLATA DEI SOVRANISTI

Niente ‘spallata’ dell’ultradestra, secondo le prime proiezioni, la Cdu vince la sfida della Sassonia-Anhalt. Nel Land centro-orientale, i cristiano-democratici escono vittoriosi dalle urne, riuscendo a staccare l’Afd di oltre 13 punti, con il 35%, con un netto aumento rispetto al 29,8% di cinque anni fa.
Per contro l’estrema destra di Afd arretra, anche se di poco, rispetto alle ultime elezioni, passando dal 24,3% al 23,5%, confermandosi il secondo partito del parlamento regionale, smentendo così molti dei pronostici e dei sondaggi della vigilia, che vedevano un risultato più ravvicinato tra i due partiti.
Stando alle prime proiezioni Infratest-dimap per il primo canale pubblico Ard, risulta ben inferiore alle aspettative il risultato dell’Spd, che non va oltre l’8,5% dei consensi (avevano il 10,6%), così come quello dei Verdi, che guadagnano consensi rispetto alle elezioni del 2016, ma meno del previsto, fermandosi cioè al 6,5% (erano al 5,2%). Altro dato importante la performance dei liberali dell’Fdp, che con il 6,5% dei voti supera la soglia del 5% riuscendo così a rientrare nel parlamento regionale.
La Linke, il partito della sinistra radicale, crolla all’11% dei consensi, rispetto al 16,3%. Il voto in Sassonia-Anhalt era l’ultimo appuntamento elettorale di rilievo ad appena tre mesi e mezzo di distanza dalle elezioni federali del 26 settembre.
Se questi risultati venissero confermati, la coalizione in carica formata da Cdu, Spd e Verdi e guidata dal governatore Reiner Haseloff, dovrebbe avere i numeri per proseguire la propria esperienza di governo.
Cdu: “Risultato sensazionale”
“Ha vinto il centro, è stato un risultato sensazionale”: questa la prima reazione della Cdu, vincitrice dell’attesa contesa elettorale in Sassonia-Anhalt. A detta del segretario generale della Cdu, Paul Ziemiak, per la vittoria è stato cruciale “l’alto profilo” del governatore uscente Reiner Haseloff, ma anche “l’unità dimostrata dal partito”. Parlando al secondo canale pubblico Zdf, Ziemiak ha aggiunto che “in nessuna elezione per il rinnovo del Land dal 2017 la Cdu è cresciuta come con questo voto”.
Premier Sassonia: “Chiaro messaggio contro estrema destra”
I risultati elettorali oggi nelle elezioni regionali in Sassonia Anhalt sono “un chiaro messaggio” contro l’estrema destra tedesca. Lo ha detto il premier cristiano democratico del lander della Germania orientale ” Reiner Haseloff che, intervistato dalla televisione tedesca Ard, ha detto che la ragione sul successo della Cdu è stata l’unità del partito. Ma poi ha ammesso che “non sarà facile formare una coalizione” di governo, escludendo la possibilità di un dialogo con Afd, seconda forza del parlamento regionale.
(da agenzie)

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EGOISMO, RABBIA, DISEGUAGLIANZE: LA PANDEMIA NON CI HA RESO AFFATTO MIGLIORI

Giugno 5th, 2021 Riccardo Fucile

DA QUANDO CANTAVAMO DAI BALCONI ALLA REALTA’ DI UNA SOCIETA DIVISA, DOVE OGNUNO PENSA SOLO AI PROPRI INTERESSI IN UNA DERIVA INDIVIDUALISTA E NEOLIBERISTA

A inizio 2020, nel bel mezzo del primo rigorosissimo lockdown causato dalla pandemia di Covid-19, quando, inconsapevoli degli sviluppi reali, cantavamo sui balconi i successi di Toto Cutugno mentre documentavamo attoniti le ritrovate trasparenze delle acque nei canali veneziani o nei porti cittadini, ci eravamo illusi che ne saremo usciti migliori.
Sembravamo davvero tutti consapevoli dell’innaturale accelerazione che aveva imboccato la nostra società iper-consumistica, votata unicamente al profitto e, sull’onda dell’inaspettata riscoperta delle gioie bucoliche offerte da una natura non contaminata da attività umane, ci proclamavamo determinati a cambiarla.
Eravamo convinti che questa comune sciagura ci avrebbe uniti nella lotta alla globalizzazione imperante e allo sfruttamento dell’ambiente -alla base del disastro in atto- e sembravamo tutti d’accordo nel voler anteporre la collettiva salvaguardia della salute e della natura, all’egoistica tutela liberista dell’economia che tutto fagocita.
A distanza di più di un anno, possiamo affermare che, invece, forse ne siamo usciti pure peggiori.
Sempre più polarizzati nelle nostre convinzioni, imboccati in un senso o in un altro dai messaggi customizzati dei social che hanno ingigantito le differenze di opinioni, abbiamo iniziato a dividerci, già a maggio 2020, dopo soli due mesi scarsi di lockdown (roba che Tomas Pueyo ancora ride), appena il pericolo sembrava scampato, tra sostenitori della necessità delle chiusure e detrattori che consideravano, invece, le misure prese dal governo Conte deleterie per l’economia e i guadagni.
Se a marzo ci stringevamo attoniti in un gigantesco abbraccio virtuale per vincere l’horror vacui provocato dalla situazione surreale in cui ci trovavamo, ad agosto già avevamo dimenticato tutto -nella tipica reazione capitalistica improntata al consumo velocissimo anche delle emozioni e degli stati d’animo- e iniziavamo già a schierarci in base alle posizioni dei virologi preferiti, propendendo per aperture incondizionate a tutela del dio denaro, spinti dal mantra zangrilliano secondo il quale il virus si era estinto, o sostenendo le tesi crisantiane improntate alla prudenza estrema per tentare di arginare l’arrivo di una seconda ondata.
Che infatti è arrivata e ha colpito sia l’una che l’altra compagine, obbligando a richiudere quasi tutto e inasprendo ulteriormente la polarizzazione.
E in un baleno, abbiamo dimenticato i buoni propositi che ci avevano uniti nella comune lotta per contrastare le diseguaglianze partorite dal neoliberismo e ci siamo fatti fregare, ancora una volta, dalle sue ammalianti lusinghe.
Tra un semplice ordine su Amazon e una serie su Netflix, abbiamo perso in un clic il fervore collettivo a tutela della trasparenza dei canali veneziani, mentre cementavamo le fondamenta del modello liberista artefice delle passate storture, responsabile della deriva individualista che ha infranto le labili intenzioni di una qualsivoglia unità di intenti.
Abbiamo iniziato a far circolare, insieme alle nuove varianti del virus, una nuova versione della “vita di prima”, ancora più egoistica ed egocentrica, fomentata dalla mancanza di ristori per continuare a far girare l’economia, nella quale la necessità di rispondere alle leggi del mercato è diventata più importante della tutela della salute. Così, l’ascia delle buone intenzioni è stata presto dissotterrata dall’inaspettata durata della pandemia, che ha acuito l’ennesima guerra tra poveri, determinata dalla spaccatura insanabile tra quelli che osteggiavano le chiusure, costretti a fare profitti per non soccombere alle rigide leggi del mercato e quelli che, invece, caldeggiavano, tali necessarie chiusure riparati magari dall’ombrello economico dello stipendio fisso o da cospicui risparmi.
E in breve, le allegre chat su Houseparty e le canzoni intonate insieme dai balconi condominiali del primo lockdown hanno lasciato il posto, mentre i conti correnti si assottigliavano, a feroci battibecchi su Facebook in merito all’utilità delle mascherine, o a faide familiari sull’efficacia dei vaccini.
In un tutti contro tutti contraddistinto solo dalla comune perdita del reale obiettivo da annientare per tornare alla vita di prima: la pandemia.
Quella pandemia che, mentre squadernava l’ordine sociale al quale tutti, più o meno, obbedivamo, ha scoperto nervi e debolezze del sistema insostenibile alla base della “vita di prima”, portando tutti i nodi al pettine.
Dall’inadeguatezza della medicina territoriale, smantellata come in Lombardia, o assente come in Calabria, alle crescenti diseguaglianze sociali, fino alla recente dolorosa constatazione della supremazia del profitto, perduto nei mesi delle chiusure, a discapito persino della vita umana, come testimoniato dalle recenti tragedie della funivia di Stresa e della fabbrica di Prato causate, soprattutto, dall’assenza di adeguati sistemi di sicurezza per evitare indesiderati intoppi alla macchina dei profitti. Speravamo di uscirne migliori, mentre cantavamo insieme sui balconi, ma ne siamo usciti peggiori. E di molto.
L’involuzione in negativo della condizione sociale generale, già pessima prima della pandemia, ha subito un’ulteriore accelerazione.
I super ricchi ne hanno ulteriormente beneficiato, mentre la classe media ha subito, e subirà ancora di più nei prossimi mesi quando si sbloccheranno i licenziamenti, l’ennesima erosione di diritti e privilegi acquisiti nello scorso secolo, tornando a livelli ottocenteschi di disuguaglianza e divario sociale.
La smania di pochi di capitalizzare e accumulare beni e ricchezze è cresciuta, a causa dello stop ad alcuni consumi imposto dai lockdown, in maniera direttamente proporzionale alla fame, vera e propria, di milioni di persone.
E se, in alcune economie floride, come quella cinese e quella statunitense, dopo le chiusure si è assistito ad un effetto di rimbalzo positivo nei consumi, garantito dalla voglia di acquisto mancato subito nell’anno e mezzo pandemico, nelle realtà sofferenti come quella italiana l’effetto rimbalzo è decisamente più modesto e andrebbe considerato con maggiore attenzione, prima di gridare al miracolo economico post bellico che sorreggerà l’urto dello sblocco dei licenziamenti caldeggiato da Confindustria, ancora convinta che l’Italia, unico paese secondo Bonomi a beneficiare dell’incredibile privilegio nell’era neomedievale dei diritti mancati dei lavoratori, debba adeguarsi alle altre nazioni che non tutelano classe media e operaia.
La legge del più forte e del più fortunato, già in auge prima del Covid, ha messo il turbo ed è pronta ad asfaltare milioni di fasce deboli e sfortunate per alimentare ancora di più le disuguaglianze che ci hanno portato qui.
E i cori dai balconi somigliano sempre più a un sogno fugace svanito presto, che ci ha lasciato ancora più arrabbiati e troppo divisi per ingranare la retromarcia che volevamo mettere per evitare l’inevitabile sfacelo verso il quale ci dirigiamo, a una velocità ancora più folle della tanto agognata “vita di prima”.
(da TPI)

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