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BIDEN: “IL NOSTRO OBIETTIVO ERA FERMARE IL TERRORISMO, NON COSTRUIRE UNA NAZIONE”

Agosto 16th, 2021 Riccardo Fucile

“NON POSSIAMO COMBATTERE AL POSTO DEGLI AFGHANI IN UNA GUERRA CIVILE”

Il presidente americano Joe Biden ha parlato in serata in tv, replicando alle critiche anche interne sul ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan.
Biden ha detto apertamente che l’obiettivo della missione Usa “non è mai stato quello di costruire una nazione, ma quello di combattere il terrorismo” e far finire gli attentati in terra americana.
Biden ha aggiunto che l’accordo con i talebani è stato ereditato dall’amministrazione Trump e che la situazione al momento non lasciava spazio che a un’alternativa: “Dovevo scegliere – ha aggiunto Biden – tra rispettare un accordo ereditato dal presidente Trump o continuare a combattere i Talebani. Ma quante altre vite americane dovremmo sacrificare? Noi abbiamo dato agli afghani tutti gli strumenti per difendersi – ha aggiunto il presidente -, ma non gli possiamo dare la volontà di combattere”. Il popolo afghano, ha detto, “si è arreso”.
Joe Biden ha detto poi di aver mantenuto l’impegno preso in campagna elettorale sul ritiro dopo vent’anni dei soldati e delle soldatesse americane dall’Afghanistan. Si è detto addolorato, ma non pentito della decisione di ritirare le truppe, spiegando che gli Usa continueranno a sostenere il popolo afghano, ma “non combatteranno al posto degli afghani” in una guerra civile senza fine. “Quello che abbiamo visto in Vietnam non si deve ripetere”, ha poi detto Biden aggiungendo che “se necessario”, gli Stati Uniti conduranno ancora “azioni antiterrorismo” in Afghanistan.
Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha chiesto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu di “utilizzare tutti i mezzi a sua disposizione per sopprimere la minaccia terrorista globale in Afghanistan” e garantire il rispetto dei diritti umani fondamentali. “Stiamo ricevendo rapporti agghiaccianti di gravi restrizioni dei diritti umani nel Paese”, ha detto Guterres, “sono particolarmente preoccupato dalle notizie di crescenti violazioni dei diritti umani contro donne e bambine afghane”. Ha aggiunto che “la presenza dell’Onu in Afghanistan si adatterà allo stato della sicurezza, ma resterà e fornirà sostegno”. Guterres ha spiegato che l’Onu ha ancora personale e uffici nelle aree sotto controllo degli insorti e che “in larga misura il nostro personale e i nostri uffici sono stati rispettati”.
In una conferenza stampa a Berlino Angela Merkel ha detto che la missione Nato in Afghanistan, durata 20 anni, “non è stata un successo”. “Abbiamo valutato male la situazione, tutta la comunità internazionale l’ha valutata in modo erroneo”, ha ammesso la cancelliera tedesca di fronte ai giornalisti accorsi alla cancelleria federale.”Attacchi come quelli di Al Qaeda dell’11 settembre che erano partiti dell’Afghanistan oggi non sono possibili e gli sviluppi che ci eravamo preposti non si sono realizzati evidentemente come avevamo sperato”, ha aggiunto.
Secondo Merkel, il governo federale già “mesi fa” aveva identificato 2.500 collaboratori da far uscire dal Paese, anche se non si sa ancora bene se circa 600 di questi si trovino già in Stati terzi. “Devono essere evacuate altre 2mila persone, come attivisti per i diritti umani e personale legale. Complessivamente, considerando anche le loro famiglie, si tratta di circa 10mila persone”, Si tratta di evacuazioni, ha ribadito Merkel, “possibili solo con l’aiuto degli americani, ha detto la cancelliera a una riunione del vertice della Cdu.
(da agenzie)

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AFGHANISTAN E I PIAGNONI DEL GIORNO DOPO

Agosto 16th, 2021 Riccardo Fucile

SUL BANCO DEGLI ACCUSATI ANDREBBERO IN TANTI.. IL PUBBLICO MINISTERO C’E’ GIA’: LA RAGAZZA AFGHANA CHE PIANGE PER L’ARRIVO DEI TALEBANI

Ai “piagnoni del giorno dopo” consigliamo caldamente di guardare e riguardare un video che sta spopolando in queste ore drammatiche per l’Afghanistan, sui social
“Noi non contiamo perché siamo nati in Afghanistan, scompariremo lentamente dalla storia. A nessuno importa di noi”. Sono le parole pronunciate a fatica, tra le lacrime, da una ragazza afghana dopo il ritorno dei talebani nel Paese. Il video, diventato virale, è stato diffuso via Twitter dalla giornalista iraniana Masih Alinej.
“A nessuno importa di noi”. In cinque parole, quella ragazza afghana ha detto tutto. Quelle parole rotte dal pianto valgono mille discorsi, mille erudite dissertazioni degli strateghi da salotto che in questi giorni, forse anche perché la politica italiana è in vacanza, hanno occupato i salotti mediatici inventandosi strateghi militari, descrittori di scenari, sentenziatori della domenica.
Lasciamo perdere, ma forse no, che la stragrande maggioranza di questi improvvidi soloni, l’Afghanistan l’hanno visto in cartolina o cliccando su un motore di ricerca. Questo è un italico vizietto che ha molto attecchito nella nostra categoria, quella dei giornalisti. Vale per l’Afghanistan, come per l’Iraq, la Palestina, la Siria, il Libano e via elencando. Tralasciamo pure questo fattarello, resta la verità della ragazza afghana. Una verità che fa male per quanto è chirurgica.
Perché svela le ipocrisie dell’Occidente, del cosiddetto mondo libero. Perché mette in croce i teorici dell’esportazione della democrazia, una ideologia, perché tale era e resta, che ha poi giustificato guerre sciagurate e destabilizzanti come le due in Iraq, o quella in Libia, solo per citarne alcune.
Certo, la Cina e la Russia non sono migliori, e il loro approccio ”pragmatico” alla costituzione dell’”Emirato Islamico” proclamato dai Taliban ne è una riprova.
Almeno, però, ne Mosca né Pechino provano a mascherare i propri interessi geopolitici con la vomitevole melassa dell’”umanitarismo” con la quale l’Occidente ha condito guerre che con l’umanitarismo non hanno mai avuto niente a che fare.
Ma ciò che rende ancora più insopportabile la retorica piagnona di queste ore è l’aver scoperto l’acqua calda. Che i talebani fossero da tempo padroni del territorio afghano, o comunque di una sua gran parte, era noto alle cancellerie europee come agli inquilini della Casa Bianca (non solo Trump, ma prima di lui Obama e dopo Biden).
E questo era noto anche ad una informazione mainstream che però non aveva tempo e spazi per raccontare una tragedia in atto, presa com’era a riempire pagine e pagine di retroscenismi di palazzo, o a dare conto delle idiozie pseudo scientifiche o “libertarie” dei nostrani no vax.
Che i talebani avrebbero riconquistato l’Afghanistan non era una questione di se ma di quando e di come.
Così come fa incazzare, scusate il francesismo, leggere articolesse pretenziose e supponenti di chi dice, il giorno dopo, con il ditino alzato “lo avevo detto che quello afghano era una ridicola parvenza di esercito” che al primo colpo sparato dai “studenti coranici” si è sciolto come neve al sole.
Ma questi improvvisati generali da salotto, una domanda: scusate, ma questo esercito di franceschiello chi lo ha addestrato? Quanti soldi – miliardi sono stati buttati per inventarsi una polizia afghana, forze armate afghane, al servizio di signor nessuno spacciati per presidenti o primi ministri!
Rileggetevi le cronache del viaggio del nostro ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, in Afghanistan per l’ammaina bandiera a Herat. Un susseguirsi di affermazioni grondanti di retorica sul contributo essenziale che l’Italia, l’Europa, la Nato, l’America, avevano dato per la stabilizzazione e la democratizzazione dell’Afghanistan!! La missione si può dire conclusa. Conclusa con successo. Ora possiamo tornare a casa.
Che lo possa dire il ministro della Difesa italiano, puoi anche chiudere un occhio per carità di patria, ma che questo concetto venga affermato dal presidente degli Stati Uniti d’America e dal capo della diplomazia statunitense, questo no, è insopportabile nella sua vigliacca falsità.
“Noi non contiamo niente”, ci ricorda la ragazza afghana. E prima di lei, lo avevano fatto le sue coetanee curde massacrate, stuprate, dai criminali jihadisti nel Rojava; criminali al servizio del Sultano di Ankara, Recep Tayyp Erdogan.
L’Occidente ha avuto una perdita di memoria, dimenticando allora il contributo decisivo sul campo dato dalle milizie curde siriane e curde irachene nella lotta contro i nazi-islamisti dell’Isis.
Quelle ragazze sono state tradite. Così come lo sono le loro coetanee afghane. Siamo fuggiti. Potete rigirare la frittata come volete, parlare di missione conclusa, di ritiro e cos’altro. Potete addolcirvi la pillola, ma la realtà è che non vi siete chiesto: E dopo?
Dopo il nostro ritiro, che fine farà l’Afghanistan. E, soprattutto; a quale destino stiamo consegnando donne, ragazze e bambine, dai 12 anni in su, che i talebani considerano “bottino di guerra”.
Qualcuno lo portiamo via con noi: interpreti, cuochi, autisti che hanno lavorato per le forze della coalizione. Ma sono una goccia d’acqua in un mare di disperazione e di sconfinato terrore.
Ora che la bandiera bianca è issata su Kabul, ora leggiamo di riunioni straordinarie del Consiglio di Sicurezza, di vertici d’emergenza della Nato, di missioni che restano solo nella testa di chi vuole rubare un titolo o un take di agenzie. E poi, ecco la madre di tutte le prese in giro: la Conferenza internazionale.
Una conferenza non la si nega a nessuno. Incontri, sorrisi, strette di mano, photo opportunity, dichiarazioni finali piene di buoni propositi. Poi si spengono i riflettori, e tutto ricomincia come prima. E’ avvenuto per la Palestina, per l’Iraq, per la Siria, per la Libia e prim’ancora per l’ex Jugoslavia.
Risultati? Lasciamo perdere. Quella della “conferenza” è la pillola salva coscienza. E’ la falsa assunzione di responsabilità. E’ il nulla codificato. Chi scrive, per ragioni di età anagrafica, e non solo professionale, di queste conferenze del nulla ne ha seguite tante in giro per l’Europa e oltre: Madrid, Londra, Berlino, Parigi, Bruxelles, Istanbul, Il Cairo… Il più delle volte ne uscivi convinto che la sintesi giornalistica migliore era nelle parole del grande Robert Niro nella parte di Al Capone: “Tutto chiacchiere e distintivo”.
Quella afghana è una storia dove non esiste un happy end. Farlo credere è pura disonestà intellettuale.
L’Occidente ha tradito due volte l’Afghanistan: iniziando la guerra vent’anni fa e oggi fuggendo lasciandosi dietro le spalle macerie, dolore, terrore. E non si dica: non lo sapevamo. Tutto era scritto in rapporti di intelligence. O bastava parlare con chi in Afghanistan operava per la vita, Emergency, Intersos…, e anche, naturalmente off record, con un nostro diplomatico.
Bastava e avanzava per capire che l’Afghanistan era tutt’altro che stabilizzato e ancor meno democratizzato. Che a farla da padroni, quando non i talebani o quelli dell’Isis, erano i signori della guerra, quelli dell’oppio e del traffico di armi, erano gli inamovibili capi tribali. Era tutto chiaro, ma hanno fatto finta di non vedere.
“A nessuno importa di noi”. Questa è l’unica, tragica, verità. E se una “conferenza” volete farla, fatela a Norimberga. Una conferenza-processo e sul banco degli accusati andrebbero in tanti. Il pubblico ministero c’è già. E’ la ragazza afghana.
(da Globalist)

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L’OCCIDENTE SCAPPA, I TALEBANI ESULTANO, MA STA ARRIVANDO LA CINA

Agosto 16th, 2021 Riccardo Fucile

DOPO GRAN BRETAGNA, UNIONE SOVIETICA E STATI UNITI, LA MALEDIZIONE DELL’AFGHANISTAN POTREBBE COLPIRE ANCHE LORO

Cinicamente, adesso non resta che aspettare che anche i cinesi, i vincitori del momento, al tavolo della geo-politica, si ritrovino vittime della maledizione afghana che ha travolto l’uno dopo l’altro il Regno Unito, fittizia potenza coloniale per un secolo, poi l’Unione Sovietica, potenza occupante per un decennio, e infine gli Stati Uniti e tutto l’Occidente, presenze militari per vent’anni, ma incapaci di costruire una parvenza di democrazia sostenibile.
Come molti altri Paesi, l’Afghanistan è più insofferente alle presenze straniere che alle proprie ineguaglianze, iniquità, contraddizioni, divisioni. Certo, Pechino affronta il Grande Gioco consapevole degli errori altrui. Tanto per cominciare, zero presenza militare: solo “assistenza” economica e commerciale e “consulenza” diplomatica.
La Cina, poi, ha già dimostrato in Africa e altrove che la corruzione e gli autoritarismi dei regimi con cui collabora non sono un suo problema. “The Great Game” è il nome dato alla partita giocata sull’Afghanistan e i territori adiacenti dagli imperi russo e britannico tra il XIX e il XX secolo ed è poi stato utilizzato sia dopo l’occupazione sovietica che dopo l’invasione occidentale. Fino ad ora ai margini del Grande Gioco, la Cina prova a vincere là dove tutti gli altri hanno perso.
L’Occidente, che ci ha appena perso le penne, non potrà fare altro che stare a guardare, a meno che l’Afghanistan non ridiventi un’incubatrice di terrorismo a casa nostra (ma Pechino non è mai condiscendente con il terrorismo). L’Iran e il Pakistan vorranno soprattutto evitare contraccolpi dell’onda afghana.
Ci sono le condizioni perché almeno il prossimo decennio sia nel segno cinese: vedremo se l’impatto sulla realtà afghana sarà labile e controverso come quello occidentale o più duraturo e meglio accetto.
L’Afghanistan, tornato ora Emirato dopo essere stato ufficialmente fino a ieri Repubblica islamica, è un Paese senza sbocco sul mare, grande due volte l’Italia e con meno di 40 milioni d’abitanti. Ai tempi delle colonie, quando mettevano le mani su tutto ciò che faceva Impero, gli inglesi cercarono di metterlo nel loro carniere, a partire dal 1823, lasciandoci migliaia di uomini e infine le pive.
Poi, dopo che guerre di indipendenza in serie culminarono nel 1919 nella creazione di un Regno, per mezzo secolo o giù di lì, non abbiamo più badato all’Afghanistan: bastava che ne arrivasse l’oppio che noi consumiamo (e di quel che succedeva alle donne e alla gente, che certo non stavano meglio di adesso che sono tornati i talebani, non importava niente a nessuno).
Quando l’Urss lo invase a Natale del 1979, noi però lo eleggemmo a nostra frontiera della libertà e dell’indipendenza nazionale. Ma, cacciati i sovietici e cantata vittoria lì e nella Guerra Fredda, tornammo a disinteressarcene, fino all’11 settembre 2001 e nonostante i campanelli d’allarme – fragorosi e sanguinosi – nel 1998 di Nairobi e di Dar Es Salaam. Allora, vi scoprimmo i ‘santuari’ dei terroristi di al Qaeda, protetti dai talebani, che costringevano le donne a vivere in un medioevo d’ignoranza e sottomissione.
Adesso che ce ne siamo andati, anzi ne siamo scappati, rivivendo a Kabul nel 2021 la Saigon del 1975, ci facciamo un mito dell’emancipazione femminile degli ultimi vent’anni. Ma foto degli anni Ottanta mostrano maestrine in gonna e camicetta che insegnano a classi di bambine nel Paese occupato dall’Urss e “liberato” dai talebani, che allora chiamavamo mujaheddin, armati da Donald Rumsfeld – pace all’anima sua – per cacciare i sovietici. E mai ci chiedemmo che fine abbiano fatto le maestrine e le loro scolarette.
Era sbagliato andare in Afghanistan nel 2001? Forse. Ma era praticamente impossibile non farlo, almeno per gli americani, in quel clima: quando George W. Bush annunciò l’inizio delle operazioni, dallo Studio Ovale, domenica 7 ottobre 2001, a metà giornata, negli stadi dell’Unione dove si giocavano le partite del campionato di football, la gente, avvertita dagli altoparlanti, si alzò in piedi, cantò l’inno e scandì in coro “U-S-A, U-S-A”.
Abbiamo sbagliato a restarci vent’anni? Certo. Ma lo sapevamo, tutti: Barack Obama venne eletto e rieletto con un programma che prevedeva il ritiro dall’Afghanistan (e la chiusura di Guantanamo), Donald Trump venne eletto contestando a Obama di non essersi ritirato e negoziò con i talebani senza coinvolgere il governo perché voleva “portare i ragazzi a casa” prima delle presidenziali 2020, Joe Biden lo ha fatto.
È stato fatto nel modo sbagliato, dando alla ritirata l’apparenza di una fuga? Si poteva fare meglio, provare a organizzare una transizione non traumatica. Era il momento sbagliato, per venire via? Non ci sarebbe stato un momento giusto: i militari, e pure i diplomatici e i politici, erano consci che il governo di Kabul, corrotto e inetto, impopolare e pusillanime, sarebbe crollato come un castello di carte.
Abbiamo scelto come interlocutori uomini sbagliati, ammesso che ce ne fossero di giusti: passi Ahmid Karzai, il primo presidente, uomo della Cia dotato di buon carisma e d’una fisicità ieratica, ma Ashraf Ghali, il “fuggitivo in capo”, era uno che – per vincerle – doveva truccare elezioni già addomesticate. E, in Afghanistan, il mestiere di capo dello Stato – monarchia o repubblica che fosse – è sempre stato pericolosissimo, perché non molti sono quelli che ne sono usciti vivi e pochi quelli che ne sono usciti a fine mandato. Karzai è l’unica eccezione recente.
(da agenzie)

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EMERGENCY RESTA A KABUL: “CI AUGURIAMO CHE I TALEBANI CI LASCINO LAVORARE”

Agosto 16th, 2021 Riccardo Fucile

ALBERTO ZANIN, COORDINATORE MEDICO DELL’OSPEDALE: “SIAMO QUA PER CURARE LE PERSONE”

Si respira un’aria di “nuova normalità” nella Kabul che ha cambiato padrone. Apparente tranquillità, poco traffico e negozi chiusi in attesa delle indicazioni dei nuovi capi, mentre all’aeroporto è il caos per la fuga di massa di chi teme ritorsioni.
Al Centro per vittime di guerra di Emergency nella capitale afghana continuano ad affluire feriti – in tanti dopo gli scontri a fuoco di ieri all’Hamid Karzai International airport – e si attende il contatto con i Talebani, “confidenti che possiamo proseguire a fare il nostro lavoro, come abbiamo sempre fatto anche con loro”, dice Alberto Zanin, coordinatore medico dell’ospedale.
“Abbiamo – spiega Zanin in un briefing su zoom dal Centro – buone aspettative sul futuro: i Talebani stanno prendendo il posto dei leader governativi sia nella micro che nella macro gestione dei vari settori. Non ci sono stati episodi di resistenza al loro ingresso in città e ci aspettiamo un miglioramento della situazione nei prossimi giorni. Speriamo di avere presto contatti con i nuovi leader. Questa mattina – aggiunge – si è presentato all’ospedale un nuovo esponente del distretto di polizia locale. I Talebani ci conoscono da 20 anni e ci aspettiamo che ci lascino continuare a lavorare”.
Nell’ospedale la vita continua. Negli ultimi giorni si è registrata un’impennata nell’afflusso di feriti e, dopo gli scontri dell’aeroporto, in tanti si sono presentati al ‘gate’ di accesso alla struttura per sapere se c’erano loro parenti ricoverati. “Abbiamo ricevuto – fa sapere il coordinatore medico – persone ferite da proiettili in aeroporto. Ci sono stati conflitti a fuoco perchè molti cercavano di salire sugli aerei senza visti nè passaporti. Anche noi abbiamo avuto notizia di vittime”.
Questa mattina, continua Zanin, “sono 115 i pazienti ricoverati nel nostro ospedale, rispetto ad una capienza di 100 posti. Abbiamo utilizzato anche le barelle. Stiamo cercando di liberare posti letto per eventuali altri feriti ed abbiamo chiesto supporto ad altri ospedali per il trasferimento dei pazienti stabili. Dello staff internazionale siamo rimasti in 7, di 13 che eravamo”.
Le condizioni di sicurezza si sono infatti sempre più precarie nelle ultime settimane e gli operatori fanno solo il breve tragitto quotidiano tra il Centro e le case, che si trovano proprio di fronte.
Nell’altro ospedale afghano di Emergency a Lashkar-gah, osserva “stanno tutti bene. La città è passata sotto il controllo talebano da un giorno all’altro, non ci sono stati scontri a fuoco ed il nostro staff, dopo settimane di isolamento nell’ospedale, è riuscito a rientrare nelle proprie case”.
Ora si tratterà di convivere con il nuovo-vecchio regime degli studenti coranici. Non una novità per la ong fondata da Gino Strada, che opera in Afghanistan dal 1999, quando il Paese era in mani talebane. “Siamo neutrali, non prendiamo posizioni politiche e ci occupiamo soltanto di curare chi ha bisogno”, sottolinea Zanin.
(da agenzie)

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COMBATTENTI, EX PRIGIONIERI, CRESCIUTI ALL’OMBRA DEL MULLAH OMAR: CHI COMANDA ORA IN AFGHANISTAN

Agosto 16th, 2021 Riccardo Fucile

IL LEADER POLITICO E LA GUIDA SPIRITUALE

“Questa è l’ora della prova. Noi forniremo i servizi alla nostra nazione, daremo serenità alla nazione intera e faremo del nostro meglio per migliorare la vita delle persone”.
“Serenità”: questa la parola chiave che si ritrova nei differenti discorsi dei capi talebani dopo la conquista di Kabul.
Il Mullah Baradar Akhund, numero due dell’organizzazione fondamentalista islamica nella capitale dell’Afghanistan, ha parlato ripreso seduto tra un gruppo di altri combattenti e ha detto che l’intenzione dei talebani è quella di “provvedere al popolo dell’Afghanistan e a migliorare le loro vite”.
“La guerra in Afghanistan è conclusa. Abbiamo raggiunto ciò che volevamo ottenere ovvero la libertà del Paese e l’indipendenza del popolo afghano” ha dichiarato invece ai cronisti dell’emittente regionale Al Jazeera Mohammad Naeem, uno dei portavoce dei guerriglieri. Parole di pace che si scontrano con la realtà e con la storia dei leader del gruppo fondamentalista islamico.
Il capo politico: Mullah Baradar Akhund
Fino a due anni fa Mullah Baradar Akhund si trovava in prigione in Pakistan, dove poi è stato liberato per volere degli americani. Oggi è il candidato più papabile come presidente del nuovo governo ad interim afghano. Per questo Mullah Baradar Akhund è il simbolo di ciò che sta accadendo in Afghanistan: un passato che sembrava finito e che invece è ritornato in auge. Nato nella provincia di Uruzgan, nel sud, nel 1968, è il co-fondatore dei talebani con il Mullah Omar, morto nel 2013, ma la cui morte era stata nascosta per due anni. Oggi è il volto politico e il capo più conosciuto dei talebani. Ha combattuto contro i sovietici negli anni ’80 a fianco del mullah Omar. Questa battaglia lo ha reso un “mujaheddin”: così vengono chiamati i combattenti del movimento nazionale islamico durante l’occupazione sovietica e durante il regime dei talebani.
È sicuramente grazie a lui e alle sue doti militari se la città di Kabul è stata conquistata così rapidamente. Un’abilità militare messa in mostra anche nel 1996, quando Baradar, insieme a Mullah Omar, è riuscito a prendere il potere in un’azione militare che ha colto di sorpresa il mondo intero. Per questo motivo Bardar è da sempre considerato uno degli strateghi di più alto livello tra i talebani. Nei cinque anni di regime talebano è arrivato a ricoprire una serie di ruoli militari e amministrativi e quando l’Emirato è caduto, ha occupato il posto di vice ministro della difesa. Dunque, durante i 20 anni di esilio, Baradar ha mantenuto la leadership e la guida del movimento.
Nel 2001, dopo l’intervento americano e la caduta del regime talebano, si diceva facesse parte di un piccolo gruppo di insorti pronti a un accordo in cui riconoscessero l’amministrazione di Kabul. Ma questa iniziativa si è rivelata infruttuosa. In Pakistan Baradar è diventato uno dei leader della Shura di Quetta, il governo in esilio dei talebani, più resistente al controllo dell’Isi e più portato ai contatti politici con Kabul. La presidenza Obama però lo vedeva di cattivo occhio per la sua esperienza militare e così, dopo che la Cia lo ha rintracciato a Karachi nel 2010, Washington ha convinto Islamabad ad arrestarlo. Baradar sembrava essere fuori dai giochi.
Fino a quando però, nel 2018, l’inviato di Donald Trump, Zalmay Khalilzad, ha chiesto ai pachistani di rilasciare Baradar, in modo che potesse condurre i negoziati in Qatar. È lui che ha firmato l’accordo di Doha con gli Stati Uniti nel febbraio 2020. Patto che stabiliva che gli Stati Uniti e i suoi alleati avrebbero ritirato tutte le loro forze dall’Afghanistan entro 14 mesi.
Il capo supremo e guida spirituale: Mullah Haibatullah Akhundzada
Haibatullah Akhundzada è stato nominato leader dei talebani in una rapida transizione di potere dopo che un attacco da parte di droni statunitensi ha ucciso il suo predecessore, il Mullah Mansour Akhtar, nel 2016. Prima di salire nei ranghi del movimento, Akhundzada era una figura religiosa di basso profilo. Poco o nulla si sapeva di lui. Gli analisti ritengono che il suo ruolo alla guida del movimento sarebbe più simbolico che operativo.
Figlio di un teologo, è originario di Kandahar, cuore del Paese pashtun nel sud dell’Afghanistan e culla dei talebani. Dopo essere stato nominato leader, Akhundzada ha promesso lealtà al capo di Al Qaeda Ayman al-Zawahiri, che ha elogiato lo studioso religioso, definendolo “l’emiro dei fedeli”. Tale appellativo che gli ha permesso di affermare la sua credibilità nell’universo jihadista.
Akhundzada è stato incaricato della delicata missione di unificare i talebani, fratturati da una violenta lotta per il potere dopo la morte di Mansour e la rivelazione che avevano nascosto per anni la morte del fondatore del movimento, il mullah Omar. È riuscito a tenere unito il gruppo di fondamentalisti pur continuando a rimanere piuttosto discreto. Non compariva infatti spesso in video, limitandosi a trasmettere rari messaggi annuali nelle festività islamiche.
Scappato in Pakistan durante l’occupazione sovietica, tra il 1978 e il 1989, è entrato nelle file dei talebani poco dopo la loro creazione alla metà degli anni novanta. Sotto il regime islamista instaurato nel 1996 a Kabul, ha svolto funzioni di giudice di alto grado, incaricato degli affari talebani, come ha affermato Rahimullah Yusafzai, giornalista pachistano e grande conoscitore del gruppo fondamentalista. Scappato di nuovo nel sud del Pakistan quando i talebani sono stati cacciati dall’invasione statunitense del 2001, è diventato imam di una moschea. È stato anche capo degli affari giudiziari dell’insurrezione islamista. Come racconta la Bbc, ha poi gestito una madrassa (scuola religiosa) nei pressi di Quetta, che molti comandanti talebani hanno frequentato.
Il vice leader e capo della rete Haqqani: Sirajuddin Haqqani
Figlio di un famoso comandante della jihad antisovietica, Jalaluddin Haqqani, Sirajuddin è sia il numero due dei talebani che il leader della potente rete che porta il suo cognome.
La rete Haqqani è un gruppo terroristico designato dagli Stati Uniti che è stato a lungo visto come una delle fazioni più pericolose che combattono le forze della NATO afghane e guidate dagli Stati Uniti in Afghanistan negli ultimi due decenni. La rete è stata anche accusata di aver assassinato alti funzionari afgani e di aver tenuto in ostaggio cittadini occidentali rapiti, incluso il soldato americano Bowe Bergdahl, rilasciato nel 2014.
Conosciuti per la loro indipendenza, acume combattivo e astuti rapporti d’affari, si ritiene che gli Haqqani sorveglino le operazioni nelle aspre montagne dell’Afghanistan orientale, mentre esercitano un’influenza considerevole sul consiglio direttivo dei talebani.
Il figlio del fondatore dei talebani: Mullah Yaqoob
Il mullah Yaqoob è a capo della potente commissione militare del gruppo, che sovrintende a una vasta rete di comandanti sul campo incaricati di eseguire le operazioni strategiche dell’insurrezione durante la guerra. Insomma, è l’uomo che sta guidando l’offensiva dei talebani in Afghanistan.
In un messaggio audio dello scorso 11 agosto, Mullah Yaqoob ha esortato i miliziani a rispettare le case e le proprietà nelle città conquistate, a concentrarsi sulla “linea del fronte e combattere”. “I talebani dovrebbero anzi garantire la sicurezza dei residenti” ha detto, aggiungendo che, se il personale dell’esercito nazionale afghano si arrendesse, “nessuno sarebbe ferito”.
Figlio maggiore del Mullah Omar, era praticamente sconosciuto sei anni fa, quando i talebani hanno riconosciuto la morte di suo padre, Mullah Omar, il fondatore dei talebani e famigerata figura, avvenuta due anni prima in circostanze misteriose. Nella sua prima dichiarazione pubblica, Yaqoob ha chiesto unità del gruppo e ha smentito le voci di un complotto interno. Grandi erano le pressioni anche all’interno della sua stessa famiglia perché prendesse il posto del padre, ma almeno fino al 2016 ha rifiutato ruoli di leadership.
Laureato a Karachi, è ora è considerato uno dei vice più importanti di Hibatullah Akhundzada. La sua ascesa al trono segue l’accordo storico tra talebani e Stati Uniti sul ritiro delle truppe stretto a Doha nel febbraio 2020. Secondo la maggior parte degli analisti, la scelta di un uomo relativamente inesperto — si pensa che abbia all’incirca 30 anni — lascia trasparire tutte le divisioni interne all’interno del gruppo. Secondo alcuni esperti Yaqoob è stato scelto come capo militare perché la sua figura, più moderata, è stata vista come più adatta a negoziare dopo la caduta definitiva del governo afghano.
(da agenzie)

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IL GENERALE CHIAPPERINI: “LI ABBIAMO ILLUSI E LASCIATI SOLI A META’ STRADA”

Agosto 16th, 2021 Riccardo Fucile

INTERVISTA ALL’EX COMANDANTE DELLA BRIGATA GARIBALDI

La conquista del potere dei talebani in Afghanistan è arrivata ancor prima di completare il ritiro delle truppe occidentali nel Paese.
Un addio che secondo il generale Luigi Chiapperini, ex comandante della brigata Garibaldi con la quale ha operato in Afghanistan, è arrivato troppo presto perché non era stato raggiunto l’obiettivo di “un Paese totalmente stabilizzato”: “I tempi non erano ancora maturi, li abbiamo illusi e lasciati soli a metà percorso”, dice il generale in un’intervista a Fanpage.it.
Il ritiro, con la conseguente avanzata dei talebani, vanifica “quasi totalmente, nel breve termine”, ciò che è stato fatto in 20 anni: “La speranza è che il paese non torni ad essere un santuario per il terrorismo internazionale”, è l’auspicio di Chiapperini. Che teme, però, anche per il futuro degli afghani: “Le donne saranno quelle che patiranno maggiormente. Non vorrei essere nei loro panni nel caso in cui dovesse realizzarsi l’applicazione integrale della sharia”. E, inoltre, tra gli scenari possibili “non si può escludere una nuova guerra civile”.
Con il ritiro delle truppe dall’Afghanistan il Paese ora è sotto il controllo dei talebani: lei parla di una decisione politica e di motivi elettorali, perché? Cosa avrebbero dovuto fare gli Stati Uniti e i suoi alleati?
È stata una decisione politica in quanto gli ultimi tre presidenti statunitensi hanno mantenuto delle promesse essenzialmente elettorali non basate, come invece sarebbe dovuto essere, sul totale raggiungimento dell’End State desiderato che era quello di un paese totalmente stabilizzato. Bin Laden eliminato, Al Qaeda ridimensionata, tanti obiettivi in campo sociale raggiunti, ma i tempi non erano ancora maturi per lasciare al loro destino gli afgani. Li abbiamo illusi e lasciati soli a metà percorso.
Quali sono stati, invece, gli errori da un punto di vista militare?
L’ho scritto in un articolo sulla Rivista Militare al rientro in Patria dopo il mio impiego in Afghanistan nel 2012: il successo di costituire dal nulla forze di difesa e sicurezza locali poteva essere inficiato (e credo che lo sia stato visti i risultati) da alcune importanti carenze capacitive. Allora ne riportai alcune in campo logistico, nel supporto aereo, nell’intelligence e nel genio. Mi sento di aggiungerne a caldo altre: applicazione di procedimenti tecnico tattici “occidentali”, carenza di leadership nella catena di comando e controllo militare e scarsa stima nella classe dirigente civile. Ritengo però che per evitare di incorrere nei medesimi errori in futuro sia necessario individuare le vere cause sviluppando un ciclo di lezioni apprese molto più approfondito e scevro da posizioni ideologiche.
L’esercito afghano non era formato in maniera adeguata per contenere l’avanzata dei talebani: come mai? Cosa è mancato?
Quel che è certo è che nessuno si aspettava una avanzata dei talebani così rapida. Il completo ritiro degli occidentali ha fatto mancare oltre che punti di riferimento, alcuni assetti militari pregiati indispensabili, facendo così crollare il morale delle truppe
Quanto successo negli ultimi giorni in qualche modo vanifica il lavoro e i sacrifici in costo di vite umane fatti negli ultimi 20 anni in Afghanistan?
Lo vanifica quasi totalmente nel breve termine. Anche se si sta parlando di un governo di transizione inclusivo, l’istituzione di un califfato non promette nulla di buono sia in campo sociale sia per la sicurezza dell’occidente. Vanifica quanto fatto nel campo dei diritti dei più deboli e anche in campo economico. Forse pochi sanno che l’Afghanistan negli ultimi anni ha guadagnato ben venti posizioni nella classifica mondiale ONU dello sviluppo umano. Ritengo inoltre che i semi gettati durante la nostra permanenza in quello sfortunato paese potranno dare qualche frutto tra qualche anno. In questo i social saranno uno strumento formidabile in più per mantenere viva la speranza delle fasce più deboli della popolazione afgana. Ma è indubbio che laggiù il futuro prossimo non sarà roseo per molti.
Chi sono davvero oggi i talebani e cosa comporterà la loro ascesa al potere per la popolazione civile?
I talebani continuano ad essere un movimento integralista con tutte le conseguenze nefaste per noi che questo comporta. Hanno dimostrato di essere resilienti e di essere meno chiusi di venti anni fa. Hanno continuato a raccogliere ingenti introiti finanziari grazie alla produzione di oppio allacciando o rafforzando contestualmente relazioni con nazioni che per opportunismo geopolitico o contrapposizione agli USA possono fare il loro gioco, in primis Cina, Iran e Pakistan. Anche con altre realtà presenti nel paese (Al Qaeda, Rete Aqqani, Islamic State) ha rapporti non chiari e di circostanza che con la presa del potere saranno probabilmente rivisti da un posizione di forza. La speranza è che il paese non torni ad essere un santuario per il terrorismo internazionale.
Cosa succederà ora nel Paese concretamente? Scontri, repressioni, violenze e convivenze impossibili?
A livello locale non escludo regolamenti di conti con quanti hanno in qualche modo collaborato con il governo centrale e con le forze NATO. L’alternativa è lasciare il paese fuggendo all’estero. Le donne saranno quelle che patiranno maggiormente. Non vorrei essere nei loro panni nel caso in cui dovesse realizzarsi l’applicazione integrale della sharia. Infine, nel caso in cui i talebani non permettessero la nascita di un governo inclusivo, tra i possibili scenari non si può escludere una nuova guerra civile.
I talebani ora avranno in mano anche strutture e strumenti iper-tecnologici finora in mano all’esercito: sono in grado di utilizzarle? Che fine faranno tutte le strumentazioni fornite all’esercito?
Le strumentazioni iper tecnologiche cadute nelle loro mani sono poche. Si tratta di alcuni aerei ed elicotteri che senza un adeguato supporto logistico saranno in breve tempo inutilizzabili. Sono invece tantissimi gli automezzi e le armi, più facili da manutenzionare e che per qualche tempo daranno ai talebani la necessaria mobilità.
La guerra in Afghanistan era sbagliata sin dal suo principio? Era davvero impossibile vincerla e garantire una reale sicurezza al Paese?
La guerra è iniziata per motivi che forse molti hanno dimenticato: la presenza in Afghanistan del gruppo terroristico Al Qaeda e l’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001. La caduta del regime talebano ha poi fornito l’occasione per assicurare alle frange più deboli della popolazione (minoranze etniche, donne, bambini) più diritti. L’Italia, come membro della NATO e della UE, non poteva sottrarsi all’impegno e ha partecipato con onore ad un conflitto che in un mondo globalizzato si deve considerare alle nostre porte. Fino al 2012, quando è terminata la fase combat delle forze NATO, tutti gli obiettivi sembravano a portata di mano. Ma oltre alle carenze capacitive delle forze locali e a una leadership deficitaria di cui ho fatto cenno, è mancata un’altra azione ancora più importante, anzi fondamentale: una vera spinta allo sviluppo economico del paese. Nei fatti, i progressi si sono visti nelle città ma non nelle province più remote. La comunità internazionale non è riuscita a migliorare la vita dei contadini che quindi hanno continuato a produrre oppio per i talebani e a non opporsi al loro ritorno in forze. Ecco perché non avremmo dovuto abbandonare il paese: venti anni, là dove per secoli hanno versato sangue per motivi etnici, tribali, religiosi, possono sembrare tanti. In realtà abbiamo lasciato il lavoro a metà illudendo quanti speravano in un futuro migliore. Ma i nostri caduti, ovunque essi siano, i nostri feriti, i nostri soldati e le loro famiglie devono essere fieri di quanto fatto. I soldati italiani non hanno mai perso una battaglia e il loro sacrificio prima o poi sarà ripagato con la riconoscenza di quella parte del popolo afgano, la maggioranza, che crede che una vita migliore possa essere vissuta.
(da Fanpage)

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RIMPATRIATI IN ITALIA DA KABUL: “TEMIAMO PER CHI E’ RIMASTO, CI SENTIAMO TRADITI”

Agosto 16th, 2021 Riccardo Fucile

IL VOLO DELL’AERONAUTICA MILITARE HA TRASPORTATO 74 PERSONE… LE TESTIMONIANZE DI CHI E’ ATTERRATO A FIUMICINO

Poco sollievo, tanta preoccupazione per chi è rimasto. Tra le testimonianze dei 74 passeggeri dell’aereo arrivato a Fiumicino il pensiero va a chi è ancora in Afghanistan e rischia di morire per mano dei talebani.
l volo KC-767 dell’Aeronautica Militare ha trasportato il personale diplomatico italiano che era stanziato a Kabul e circa 20 ex collaboratori afghani assieme alle loro famiglie.
“Ci sentiamo traditi. Ho paura per chi ha lavorato con noi ed ora sta per morire” dice Ale Furiake, medico afghano che lavora con l’Agenzia italiana per la Cooperazione, “I Talebani li cercano casa per casa. Abbiamo lasciato migliaia di persone che rischiano la vita. La situazione è gravissima. Faccio appello alla comunità internazionale: li salvi. Hanno creduto in noi e ora sono abbandonati. Non sappiamo ora come aiutarli, come dobbiamo fare. Donne che non possono muoversi, che hanno collaborato con noi, che abbiamo formato: ostetriche, medici, che lavoravano con noi ed ora sono abbandonati. E’ una situazione disastrosa. Avevo creduto molto nella transizione ed ora sono deluso”.
Lui era già scappato dal proprio Paese nel 1984, tornato quando l’intervento della coalizione internazionale nel 2001 aveva fatto pensare che un altro Afghanistan fosse possibile. “Dopo venti anni come faccio a parlare di speranza?”, chiede.
“Sono stato 11 anni in Afghanistan. C’era la speranza di un Paese che poteva ripartire e torniamo qui con il cuore in gola”, racconta ai microfoni di Rai News 24 Pietro Del Sette, cooperante nel settore dell’agricoltura e dello sviluppo rurale, “L’aeroporto civile è stato chiuso. Ci sono ancora italiani e la previsione è di portarli tra stasera domani e dopodomani in Italia. Se si riesce da parte dell’aeroporto militare è possibile”.
Insieme a lui è tornato in Italia anche Domenico Fantoni, esperto di logistica e sicurezza sul lavoro: “Ho iniziato la mia esperienza in Afghanistan nel 2016. Dire di chi è la responsabilità in questi contesti è difficile, troppi soggetti in campo. E’ difficile. Una parte del mio cuore è rimasta accanto ai nostri collaboratori. Sono rimaste persone che confidavano in noi e sperano di poter arrivare in Italia per evitare rischi e la situazione che li sta affliggendo. È stata una evoluzione rapida e siamo ancora travolti dall’emozione. Sono stati momenti molto concitati. Sono felicissimo di essere arrivato in Italia ma lascio il cuore per queste altre persone che speravano in noi”.
″È stato triste lasciare l’Afghanistan” dice Giuseppe Grandi, direttore dell’Agenzia italiana per la Cooperazione allo sviluppo, “Quando siamo partiti noi era abbastanza ordinata la situazione ma abbiamo comunque dovuto attendere per il decollo. Tanta gente doveva venire sui voli ma non è venuta. C’è stato anche un tentativo da parte di qualcuno di entrare sull’aereo nostro. Ora grande gioia ed un ringraziamento a tutti. Certo, l’Afghanistan è molto imprevedibile e questo è uno dei classici esempi di imprevedibilità. Ce l’ho nel cuore e non ne uscirà mai”.
(da Huffingtonpost)

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DI MAIO NON NE AZZECCA UNA: MENTRE IN AFGHANISTAN TORNANO I TALEBANI, LUI E’ IN SPIAGGIA NEL SALENTO

Agosto 16th, 2021 Riccardo Fucile

UN MINISTRO DEGLI ESTERI IN QUESTO MOMENTO DOVREBBE ESSERE ALLA FARNESINA A COORDINARE IL RIENTRO DEL NOSTRO PERSONALE… SALVINI HA FATTO SCUOLA, MA LAMORGESE E’ AL VIMINALE, CI VUOLE SERIETA’ IN POLITICA

“La Farnesina segue da vicino” è un ritornello che ha accompagnato la storia recente dell’Italia. Ogniqualvolta accade qualcosa di grave in giro per il mondo (con riflessi immediati o prossimi anche sugli italiani e sul nostro Paese), dal Ministero degli Esteri viene rilasciata la classica nota stampa in cui si dice che Luigi Di Maio e i tecnici del dicastero stanno seguendo da vicino (anche se a distanza) gli accadimenti.
Poi, però, si scopre che il “vicino” non è Roma (sede del Ministero), ma Porto Cesareo (in Salento).
Vacanze legittime, per carità. Lo prevedono i regolamenti della nostra Repubblica e le attività ferme – sia in Parlamento che in Consiglio dei Ministri – hanno permesso a molti capi di dicastero di allontanarsi dalla capitale per prendersi qualche giorno di relax.
Insomma, nessun populismo di nessuna sorta. Sta di fatto che, però, il caso Afghanistan è un evento – purtroppo – eccezionale e, probabilmente, il Ministro degli Esteri avrebbe dovuto gestire la situazione dai suoi uffici alla Farnesina e non in una splendida spiaggia in Salento.
Perché è vero che, negli ultimi giorni (dopo la notizia delle varie riconquiste territoriali da parte dei talebani in Afghanistan), la Farnesina si è mobilitata dando il via ad alcuni voli per far tornare in Italia molti nostri connazionali che vivono o lavorano lì.
Ma il lavoro del Ministero degli Esteri è anche quello dell’organizzazione di corridoi umanitari per salvare vite umane messe a rischio da questa nuova escalation estremista in Medio Oriente.
(da agenzie)

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CHI E’ BARADAR, IL NUOVO LEADER DEI TALEBANI

Agosto 16th, 2021 Riccardo Fucile

EX VICE DEL MULLAH OMAR, SCARCERATO SU RICHIESTA DI TRUMP

Un profilo dell’uomo che potrebbe guidare il nuovo governo afgano: dagli inizi con il Mullah Omar fino alla scarcerazione e all’incontro con l’ex segretario di Stato Usa Mike Pompeo per gli accordi di Doha
Se Abdul Ghani Baradar è a piede libero, ed è diventato uno degli artefici della vittoria militare dei talebani in Afghanistan, si deve (anche) agli americani che nel 2018 avanzarono la richiesta di scarcerazione – Baradar, era rinchiuso in una prigione pachistana – di quello che viene definito il leader politico dei talebani, l’uomo che ha firmato gli accordi di Doha con gli Stati uniti nel febbraio 2020: quelli che sancivano il ritiro delle truppe americane dal Paese in cambio di garanzie di sicurezza da parte dei militanti.
Baradar è l’uomo incontrato dall’ex segretario di Stato Mike Pompeo e che adesso dovrebbe guidare la transizione mentre l’Afghanistan è nel caos: con civili in fuga e con l’aeroporto di Kabul preso letteralmente d’assalto (qualcuno, precipitando poi nel vuoto, ha provato nascondersi sull’ala di un aereo americano in partenza, pur di scappare dai talebani).
Abdul Ghani Baradar – scrive il Corriere della Sera – nasce nella provincia di Uruzgan nel 1968, combatte contro i sovietici negli anni ’90 e, con la cacciata dei russi nel 1992 e la successiva guerra civile, finisce per creare una madrasa (ovvero una scuola in cui si impartivano insegnamenti di religione e diritto islamici) con il suo ex comandante e presunto cognato Mohammad Omar fondando poi il movimento dei talebani che si poneva l’obiettivo di “purificare” il Paese e creare un Emirato. C
on l’appoggio dei servizi segreti pachistani, Omar e Baradar nel 1996, spiazzando tutti, riescono a prendere il potere e collezionano una serie di vittorie militari del tutto inaspettate. Quella di Baradar, allora come oggi, è una figura chiave. Nei cinque anni di regime talebano, l’attuale capo politico dei talebani ha avuto ruoli militari e amministrativi mentre, quando l’Emirato è caduto, è diventato viceministro della Difesa.
Nei 20 anni di esilio Baradar mantiene la guida del movimento: nello specifico, in Pakistan diventa leader del governo in esilio dei talebani.
A fermare la sua inarrestabile avanzata, però, ci pensa la presidenza americana di Barack Obama che, all’epoca dei fatti, spinse Islamabad ad arrestarlo (a trovare Baradar fu la Cia nel 2010, ndr).
Con l’arrivo di Donald Trump tutto cambia: l’inviato di Trump, Zalmay Khalilzad, chiede al Pakistan di liberarlo così da consentirgli di procedere coi negoziati in Qatar. E Baradar viene rilasciato. Nel febbraio 2020 gli accordi di Doha e poi l’incontro con Pompeo. Ma dagli accordi di pace si è passati, oggi, alla vittoria militare dei talebani.
(da Open)

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