Agosto 18th, 2021 Riccardo Fucile
IL LEADER SCHOLZ TRAINA IL PARTITO: SE FOSSE UNA SCELTA SOLO SULL’UOMO POLITICO SAREBBE AL 29%, IL CDU LASCHET SOLO AL 12%
I socialdemocratici tedeschi sorpassano i Verdi nel sondaggio Forsa di questa settimana e, a poche settimane dal voto del 26 settembre in Germania, si avvicinano di molto all’Unione (Cdu-Csu).
Stando al rilevamento, il partito di Olaf Scholz ha adesso il 21% (+2) delle preferenze contro il 19% dei Verdi (-1), mentre i conservatori di Armin Laschet restano fermi al 23%.
In questa costellazione Unione e Spd potrebbero nominare il prossimo cancelliere, gli ecologisti no. I liberali si assestano sul 12%, la sinistra della Linke registra un 6% e l’ultradestra di Afd il 10% delle preferenze.
Anche nella cosiddetta “Kanzlergfrage”, nello scenario puramente teorico in cui i tedeschi potessero votare direttamente per il cancelliere, Scholz è ancora in vantaggio con il 29% dei consensi personali, contro il 15% per la verde Annalena Baerbock e il 12 per il leader della Cdu Armin Laschet
(da agenzie)
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Agosto 18th, 2021 Riccardo Fucile
AUMENTA ANCORA IL VANTAGGIO DI LULA
L’ex presidente brasiliano, Luiz Inacio Lula da Silva, ha ottenuto il 40% delle
intenzioni di voto, contro il 24% per l’attuale capo dello Stato, Jair Bolsonaro, in un sondaggio condotto dalla società di consulenza Ipespe in vista delle elezioni presidenziali di ottobre 2022.
Il rilevamento mostra un quadro senza grandi alterazioni, rispetto a un altro realizzato il mese scorso, quando il leader del Partito dei lavoratori (Pt, di sinistra) ottenne il 38% e Bolsonaro il 26%.
In quest’ultimo sondaggio, condotto tra l’11 e il 14 agosto, il terzo posto è occupato da Ciro Gomes, del Partito democratico laburista (Pdt, di centrosinistra), con il 10% delle intenzioni di voto, seguito da Sergio Moro,l’ex giudice simbolo dell’inchiesta anti-corruzione ‘Lava Jato’, con il 9%.
In caso di ballottaggio, il rilevamento prevede una vittoria di Lula con il 51% dei voti contro il 32% di Bolsonaro.
L’indagine, commissionata dalla società di consulenza finanziaria XP, ha interpellato un migliaio di persone su tutto il territorio nazionale e ha un margine di errore del 3,2% in più e in meno
(da agenzie)
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Agosto 18th, 2021 Riccardo Fucile
COSTRETTO A MEZZANOTTE A PERCORRERE VIE SECONDARIE, CORDONE DI DECINE DI AGENTI A PROTEGGERLO FINO ALLA PREMATURA DIPARTITA
C’è chi non dimentica l’atteggiamento della Lega contro il Sud e non si lascia abbindolare e affascinare dal “cambiamento” del partito e del suo segretario.
E così, come accade spesso quando è in visita in alcune città del meridione, Matteo Salvini è stato contestato a Palmi, comune in provincia di Reggio Calabria che si affaccia sulla costa tirrenica. Una “protesta” pacifica fatta di fischi e cartellone nel giorno in cui il senatore del Carroccio ha fatto tappa in città.
Le immagini fanno riferimento alla festa di San Rocco che si è tenuta ieri sera proprio a Palmi. In attesa del concerto di Roy Paci in piazza, molte persone hanno manifestato il loro “benvenuto” a Matteo Salvini brandendo cartelloni che – tra i
tanti – ricordano come il Sud (o almeno non tutto il Sud) non abbia dimenticato i “30 anni d’insulti” che dal Nord colpivano tutte (ma proprio tutte) le città del Meridione. Insomma, la Lega non è ben vista a Palmi (come già accaduto in altre città).
Perché lì, nello stesso luogo in cui si è tenuta l’esibizione di Roy Paci, sarebbe dovuto arrivare anche Matteo Salvini, in compagnia del Presidente (facente funzioni) della Calabria Nino Spirlì e del sindaco della vicina Taurianova.
Ma, una volta venuto a conoscenza delle contestazioni, il leader della Lega avrebbe cambiato il proprio programma, passando per le vie secondarie di Palmi. Ma il suo passaggio non è passato inosservato e, mentre stava gustando una granita celato dietro un cordone di polizia, manda i classici “bacioni” ai contestatori.
Poi il ritorno in auto – sempre scortato dalle forze dell’ordine – e l’allontanamento dal comune calabrese. Insomma, Salvini contestato a Palmi con tanto di granita indigesta.
(da agenzie)
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Agosto 18th, 2021 Riccardo Fucile
GLI USA CONGELANO IL 70% DELLE RISERVE AFGHANE
Ora che i talebani si sono ripresi l’Afghanistan, per gli Stati Uniti e i paesi europei si
pone il dilemma di come rapportarsi a questa nuova realtà.
Dopo i disastri fatti, mentre si moltiplicano le promesse di piani umanitari, uno dei nodi centrali è come l’Occidente sceglierà di agire sul piano diplomatico ed economico con i nuovi padroni di questo crocevia dell’Asia Centrale, su cui convergono gli interessi e le preoccupazioni di molti attori globali e regionali, dalla Cina alla Russia, dal Pakistan all’Iran.
Nell’immediato, una qualche forma di dialogo con i talebani è necessaria per l’evacuazione dei cittadini occidentali e degli afghani che hanno collaborato con le forze occidentali, come ha sottolineato l’alto rappresentante dell’Unione europea Josep Borrell: “come possiamo aprire un passaggio sicuro per l’aeroporto se non parliamo con coloro che hanno preso il controllo di Kabul?”, ha osservato, respingendo le critiche per le sue dichiarazioni di ieri (“i talebani hanno vinto la guerra, è necessario parlare con loro”).
Ma al di là dell’evacuazione e dei prossimi sviluppi, il grande tema che già si pone all’orizzonte riguarda il nodo degli aiuti finanziari all’Afghanistan, un flusso di denaro che nel 2020 – secondo i dati della Banca Mondiale – ha rappresentato quasi il 43% del Pil del paese, che lo scorso anno si è attestato a 19,81 miliardi di dollari.
Le risorse dei talebani, com’è noto, derivano in buona parte da attività criminali, a cominciare dalla coltivazione del papavero da cui si ricava l’oppio e poi l’eroina, e quindi dal traffico di droga.
Un’altra parte di reddito arriva dall’estorsione ai danni di imprese locali e dai riscatti ottenuti dopo i rapimenti; poi ci sono le tasse, che i talebani impongono praticamente su tutto ciò che toccano. A questo bisogna aggiungere i fondi che il gruppo ottiene da sostenitori con sede in Pakistan e nei paesi del Golfo.
Secondo un rapporto del Comitato per le sanzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, pubblicato nel maggio 2020, il reddito dei talebani è stimato tra i 300 milioni di dollari e 1,5 miliardi all’anno; la Nato propende per stime leggermente maggiori, attorno a 1,6 miliardi di dollari. Nella prima conferenza stampa dopo la conquista dei poteri, i talebani hanno dichiarato che l’Afghanistan non sarà più un centro per la coltivazione del papavero da oppio o per il business della droga, il che – a volerli prendere sul serio – apre ulteriori incognite sulle condizioni di vita della popolazione afghana. Per ora, infatti, nonostante i miliardi di dollari spesi negli anni dalla comunità internazionale per (fingere di) debellare il papavero, l’Afghanistan produce oltre l′80% dell’oppio mondiale.
Da esso dipendono centinaia di migliaia di posti di lavoro in un paese devastato dalla disoccupazione dopo quarant’anni di conflitto. Mentre la situazione economica si è ulteriormente deteriorata con la pandemia di Covid-19, gli stessi talebani hanno riconosciuto che il miglioramento dell’economia non potrà realizzarsi senza l’aiuto dall’estero. “Abbiamo avuto scambi con molti paesi. Vogliamo che ci aiutino”, ha detto il portavoce Zabihullah Mujahid.
Il nodo, ora, è chi e come sarà disposto ad aiutare. Alcuni paesi, come la Germania, hanno già annunciato un congelamento del loro sostegno. Il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale rimangono in silenzio, ma il congelamento dell’assistenza finanziaria al paese appare un passaggio obbligato. L’amministrazione Biden ha già congelato le riserve del governo afghano depositate in banche americane, impedendo ai talebani l’accesso a 9,5 miliardi di dollari.
Secondo il Washington Post, la decisione è stata presa domenica, mentre i talebani prendevano il controllo di Kabul, dalla segretaria al Tesoro Janet L. Yellen e dai funzionari del Foreign Assets Control. Questa del congelamento dei beni è la prima di una serie di decisioni economiche che Washington dovrà prendere nei confronti dell’Afghanistan di nuovo in mano ai talebani, che fanno parte della lista di entità oggetto di sanzioni stilata dal Tesoro Usa.
“Per i paesi occidentali è inevitabile la sospensione degli aiuti allo sviluppo all’Afghanistan. Quando c’è un cambio di regime, si sospendono sempre le politiche precedenti, anche solo come forma di interlocuzione per capire con chi si ha a che fare”, spiega ad HuffPost Dario Fabbri, consigliere scientifico e coordinatore America di Limes, esperto di America e Medio Oriente. “Non so dire se e come in futuro potranno riprendere le vie dello sviluppo di matrice occidentale. Qualche forma di sostegno potrebbe ritornare, mascherata con una narrazione tutta da immaginare, nel momento in cui si creasse il famoso esodo di profughi che dall’Afghanistan potrebbe interessare il nostro continente: allora in quel caso, per tenerli dentro i confini, qualche soldo ai talebani, detto molto crudamente, si potrebbe dare, anche se mi sfugge con quale narrazione possibile. In caso di esodo, credo che sarebbe più probabile che gli Stati più ricchi dell’Ue, tipicamente anti-migranti, acconsentano a dare soldi alla Turchia e in seconda battuta a greci e italiani per gestire l’accoglienza”.
Per Mark Weisbrot, co-direttore del Center for Economic and Policy Research, congelare le riserve di Kabul “è un grande errore per il governo americano: significa dire ai talebani che li si vuole distruggere insieme all’economia del paese”.
D’altra parte – sottolinea il Washington Post – non è la prima volta che Washington sceglie questa politica, già attuata con Venezuela e Libia. Secondo altri analisti, una mossa del genere potrebbe essere usata come leva per spingere i talebani a dare al nuovo regime un volto meno dispotico e oscurantista.
Rispetto al regime precedente (1996-2001), questa volta i talebani sembrano godere della possibilità di un riconoscimento internazionale più ampio. Se in quegli anni gli unici a riconoscere il governo taliban furono Pakistan, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, adesso la lista dei paesi dialoganti appare più ampia. Russia, Cina e Turchia hanno già accolto con favore le prime dichiarazioni pubbliche dei talebani, e anche l’Iran del neo presidente Ebrahim Raisi ha definito il ritiro delle forze occidentali una occasione per “lavorare nuovamente a una pace duratura”.
“L’idea di riconoscere il regime talebano c’è senza dubbio anche da parte degli attori occidentali”, argomenta Fabbri. “I talebani sono stati investiti del ruolo che si sono presi: l’anno scorso gli americani hanno messo nero su bianco che il programma era di riconsegnare il paese ai talebani. Stesso discorso per pakistani, cinesi, russi, turchi, iraniani: tranne l’India, tutti sono stati d’accordo nell’assegnare ai talebani questo ruolo. Per questo non è da escludere che questo sia un regime che informalmente possa essere riconosciuto. Formalmente per Usa e Ue è molto difficile, c’è da vedere quale operazione cosmetica verrà messa in atto. Informalmente i rapporti dovranno essere stabiliti, anche perché il ricatto migratorio è enorme”.
I paesi occidentali per ora si muovono guardinghi, in cerca di un’unità che mostra già le solite crepe. Se il Canada ha escluso la possibilità di riconoscere il governo dei talebani, il Regno Unito si è impegnato a giudicarli “non dalle loro parole, ma dalle loro azioni”, in primis “sul rispetto dei diritti umani”.
Per Boris Johnson, un eventuale loro riconoscimento al governo di Kabul dovrà avvenire in modo “unitario e concertato” ad opera della comunità internazionale. La Germania è in queste ore impegnata in una maratona diplomatica tra Stati Uniti, Pakistan, Qatar, mentre fonti dei talebani e dell’ex presidente Hamid Karzai citate dalla televisione Tolo News hanno detto che le due parti stanno lavorando per la formazione di un “governo inclusivo” in Afghanistan.
“In queste ore sento narrazioni improbabili di talebani cambiati rispetto al passato”, prosegue Fabbri. “A meno di voler credere che si siano improvvisamente convertiti all’illuminismo di Voltaire, la questione degli aiuti allo sviluppo a un paese gestito da persone che sappiamo benissimo chi sono è quanto meno spinosa. Diverso è il caso della Cina, ad esempio, che ha notevoli interessi anche minerari in Afghanistan (dalle terre rare all’oro). P
echino non vorrebbe mai che l’Afghanistan come problema tralignasse in Pakistan, perché l’Afghanistan è nel corridoio delle Vie della seta che va dal Xinjiang fino al porto di Gwadar, voluto e costruito dai cinesi.
Se l’Afghanistan fosse in procinto di crollare, la Cina, che ha sempre difficoltà nell’erogare fondi ovunque, potrebbe rivedere i suoi piani, come anche la Russia. Non mi aspetto però grandi finanziamenti, più appoggio diplomatico e casomai pressioni militari, che non fondi allo sviluppo”.
Quel che è certo è che il futuro, per il popolo afghano, appare sempre più legato al traffico di droga. “Ciò che probabilmente faranno questi paesi – Pakistan, Cina, Russia, Turchia – è favorire il narcotraffico, lasciar transitare ancora più liberamente l’oppio e l’eroina. I ‘fondi allo sviluppo’ che possono garantire questi paesi hanno la forma di un ulteriore lassismo nel confronti del narcotraffico”, afferma Fabbri, che aggiunge una conclusione amara. “Il dramma vero dell’Afghanistan è che non conta quasi niente. Adesso ne discutiamo molto, ma tra un paio di mesi, fuori dalla pausa ferragostana, dubito che l’Afghanistan sarà ancora al centro delle cronache. Temo che il paese scivolerà lentamente nell’oblio, con un asterisco gigante che è quello dei profughi: se dall’Afghanistan iniziassero a partire centinaia di migliaia di profughi, per altre ragioni tornerebbe di moda”. Certi meccanismi, purtroppo, non cambiano mai.
(da Huffingtonpost)
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Agosto 18th, 2021 Riccardo Fucile
AFGHANO NATURALIZZATO VENEZIANO CON IL SUO APPELLO HA OTTENUTO CHE LA SORELLA POTESSE IMBARCARSI PER L’ITALIA
Arrivato in Italia, Hamed Ahmadi, aveva fondato una catena di ristoranti noti come Orient Experience, locali dove in molti casi trovavano lavoro rifugiati politici e richiedenti asilo.
“La gente italiana ha già nel cuore la solidarietà, non serve spiegare loro cosa stia accadendo in Afghanistan”, spiega Hamed che non ha dormito per 72 ore e che ha passato intere giornate al telefono per salvare la sorella Zahra, bloccata a Kabul. “Bisogna che la politica italiana, da destra a sinistra, ci dia una mano”.
Dopo intere giornate trascorse al telefono con il corpo diplomatico italiano, tedesco, inglese, nel pomeriggio di mercoledì 18 agosto, Zahra è riuscita a mettersi in salvo. Lo annuncia lo stesso Hamed dal suo profilo Facebook. “Grazie a tutti quelli che mi hanno aiutato e alla solidarietà del popolo italiano. Ora, non dimenticateci”
Zahra era rimasta lì, a Kabul. Parla con il magone Hamed, “io sono cresciuto con i valori che l’occidente mi ha dato, la libertà, l’università, la democrazia, l’emancipazione delle donne. Ora è come vedere un padre che pugnala il figlio, non mi spiego più niente. I Talebani dicono alla stampa che non faranno niente ma allo stesso tempo stanno stilando una lista di nomi e cognomi di persone scomode. Spero che mia sorella non venga trovata”.
Nessuno sa che cosa accadrà con queste liste. Anche Maria Khurasani, afgana anche lei – lavora nel ristorante di Hamed a Venezia – ha tutta la sua famiglia a Kabul: “le mie sorelle, mia madre i miei nipoti, stanno cercando un posto dove nascondersi in casa. Armadi, sottoscala, pavimento. Le mie nipotine sono disperate per non aver comprato il burqa ed ora sono in serio pericolo”.
L’ultima volta che ha sentito la famiglia è venuta a sapere che i Talebani stavano parlando con il giardiniere del condominio dove vivono e stava indicando ai talebani le specifiche sulle famiglie che vivevano all’interno, “quanti adulti, quante donne, quante bambine, che lavoro svolgono, hanno voluto sapere tutto e poi hanno preso le batterie delle macchine”.
Descrivere a parole l’angoscia di una persona è una cosa impossibile da fare. L’angoscia di Hamed era drammatica. Lo sguardo di Maria perso nel vuoto. È la stessa angoscia che sua sorella e l’intero popolo afgano sta provando in questo momento.
“Ponti umanitari subito per questo popolo”, pensa Hamed Ahmadi, “non facciamo sparire nel nulla un popolo”.
(da agenzie)
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Agosto 18th, 2021 Riccardo Fucile
NEL MONDO CI SONO 82 MILIONI DI UOMINI E DONNE CHE FUGGONO DA DECINE DI GUERRE, MA FACCIAMO FINTA DI NULLA
Saranno stati quegli uomini caduti come uccelli senza ali dalla carlinga di un aereo
militare degli Stati Uniti in decollo, sarà stata la foto della pancia di quello stesso velivolo in cui si sono strette 640 persone disperate e in fuga come animali sull’Arca o sarà che la paura gocciola dalle voci e dalle immagini ma la caduta dell’Afghanistan in mano ai talebani ha riportato la guerra sugli schermi con una potenza impressionante, riattivando (per fortuna) uno scricchiolante senso di compassione collettivo.
Troppo vero quello scappare disperato per non smuovere un senso di cura che difficilmente avviene per le guerre degli altri, isolati come siamo in un sovranismo delle responsabilità che ci invita quotidianamente ad occuparci dei ristretti cortili personali e delle cose nostre. Così per naturale empatia (sempre dileggiata in questi anni) sono ore in cui è terribilmente trendy affannarsi per mostrarsi preoccupati.
Il rischio però è sempre lo stesso: che la sofferenza diventi combustibile per la narrazione finché tira e che la complessità del mondo rimanga schiacciata in una vicenda totalizzante nei media.
Le telecamere sono puntate sui fuggitivi afghani eppure nel Mediterraneo due navi bollono in mezzo al mare con disperati ripescati tra le onde in attesa di un porto assegnato dal governo italiano; in Libia, nel Sahel, nel Tigray etiope la gente fugge per non finire ammazzata; c’è la guerra de Kashmir, il conflitto interno in Birmania, la storica guerra nella Striscia di Gaza, si spara in Siria, si muore in Somalia e in Donbass, in Yemen, nelle Filippine. Il mondo è peggiore di come lo immaginiamo.
L’ultimo rapporto dell’Agenzia ONU per i Rifugiati parla chiaro: «Nonostante la pandemia, nel 2020 il numero di persone in fuga da guerre, violenze, persecuzioni e violazioni dei diritti umani è salito a quasi 82,4 milioni». Si tratta di un aumento del 4 per cento rispetto alla cifra record di 79,5 milioni di persone in fuga toccata alla fine del 2019. Oggi, l’1 per cento della popolazione mondiale è in fuga e ci sono il doppio delle persone costrette ad abbandonare le proprie case rispetto al 2011, quando il totale era poco meno di 40 milioni.
E i dolori nonostante parlino lingue diverse e provengano da diverse latitudini sono gli stessi. Sono uguali le cicatrici, sono ugualmente cupe le paure: le persone che fuggono suonano tutte la stessa nota lacerante. E sono quelli a cui noi chiudiamo in faccia le porte, sono quelli che in Europa finiscono nelle discariche umane a cui abbiamo appaltato i confini (come la Turchia e come la Libia). Sono quelli a cui non facciamo caso o che addirittura sentiamo come respingenti. Lo sappiamo vero? Perché prima o poi la narrazione cesserà ma le guerre no.
(da TPI)
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Agosto 18th, 2021 Riccardo Fucile
“CONTINUANO AD ARRIVARE DECINE DI PERSONE CON FERITE DA ARMA DA FUOCO”
“L’ospedale Emergency di Kabul oggi è pieno. Continuano ad arrivare decine di persone con ferite da arma da fuoco e da mine antiuomo. Però, dall’osservatorio dei nostri ospedali, non solo di Kabul ma anche nelle altre zone, possiamo dire che la situazione è abbastanza tranquilla. Le donne continuano a venire a lavorare, anche senza burqa. Anche se gli afghani si sentono traditi dagli occidentali per l’abbandono avvenuto in meno di 24 ore”.
A parlare, in una intervista esclusiva è Rossella Miccio, la Presidente di Emergency, che segue da vicino gli sviluppi in Afghanistan dopo la presa dei talebani.
“Stiamo ricevendo dei feriti da Lashkar Gah”, la capitale della provincia di Helmand nel Sud dell’Afghanistan, “prevalentemente persone che vengono ferite da mine e ordigni inesplosi, anche se non si combatte più attivamente. A Kabul la situazione mi sembra abbastanza tranquilla. Abbiamo ricevuto una trentina di pazienti ieri”
I feriti di ieri sono stati colpiti da arma fuoco “perché nel paese ci sono ancora tantissime armi, e uno dei problemi reali è proprio la gestione indiscriminata di queste armi, non si sa chi le detiene o chi le gestisce”
Due giorni fa sono arrivati invece i morti dall’aeroporto di Kabul. Quattro in tutto. Ferite da arma da fuoco, come spiega la presidente Miccio “perché le forze dell’ordine avevano sparato per ripotare la calma”, “da noi non sono arrivati coloro che erano caduti dal carrello dell’aereo militare”.
Ma oggi come è la situazione? “Diciamo di sospensione… – ha risposyo Rossella Miccio – c’è tantissima incertezza, stiamo aspettando di capire come si evolverà la situazione. Perché ci sono ancora delle zone piccole nel paese ma molto importanti, come il Panshir che non sono state ancora prese dai talebani su cui sono puntati tutti gli occhi, in questo momento. Noi ci teniamo pronti per tutte le evenienze”.
Emergency come ha vissuto la presa di Kabul?
“Sicuramente c’era tantissima paura da parte, soprattutto, dello staff afghano, alimentata non solo dal ritiro anticipato delle truppe internazionali ma anche dall’abbandono del Presidente afghano e dall’evacuazione di tutto il personale delle ambasciate occidentali. Le persone erano veramente smarrite, vedevano che tutti quelli che gli avevano promesso di tutelarli sono scappati, e questo ha generato un panico incontrollato”.
Sulla decisione di alcune ambasciate che hanno abbandonato il posto senza neppure avvertire i collaboratori afghani, Rossella Miccio è molto critica: “Davvero faccio fatica a carpirla, mi sembra davvero un venir meno di un impegno preso con la popolazione. Oltre che un’ammissione di sconfitta totale e il non avere capito nulla di cosa fosse questo paese e di come stare vicino alla popolazione e come aiutarla”
La Presidente parla di “tradimento”, come il medico afghano appena arrivato a Roma da Kabul
“L’ultima volta che sono andata a Kabul era a febbraio – ha detto ancora Rossella Miccio – e c’era già tantissima rassegnazione sul fatto che sarebbero andati via i militari ma c’era ancora la speranza che i paesi occidentali restassero vicini alle popolazione. Invece questa fuga con la coda tra le gambe, in meno di 24 ore, ha lasciato tutti senza parole e con tanta disperazione, alimentando le preoccupazioni e le paure, legittime, degli afghani”
“Ma a noi non risulta che sia stato chiesto alle diplomazie occidentali di lasciare l’Afghanistan, né dai talebani né da altri, è stata una scelta autonoma degli occidentali – ha detto – questo peserà molto sul futuro del paese. Un tradimento per un afghano è qualcosa di importante”.
E le donne afghane?
“Nei primi due giorni c’era molta paura – ha spiegato – anche da parte dello staff femminile, soprattutto quelle che lavoravano in Panshir. Per qualche giorno ci hanno chiesto di non venire a lavorare, perché dovevano viaggiare e non si sentivano sicure. Temevano che potesse succedere qualcosa. Ma da un paio di giorni la situazione si sta quasi normalizzando. Lo staff sta tornando in ospedale, anche le donne. Ci dicono che anche lungo la strada da Kabul a Panshir vengono fermati dai check point ma non viene contestato nulla. Ad oggi i timori di un ritorno alle reclusioni dure contro le donne non si sono verificati, anche se non dobbiamo abbassare la guardia”
“I nostri ospedali che curano tutti sono un punto di osservazione privilegiato – ha detto – un segnale di forza e di vicinanza della popolazione afghana. Sanno che non solo soli e che ci siamo sempre battuti che le donne potessero lavorare ed essere curate. Abbiamo scuole di formazione a cui accedono molte donne e vogliamo portarle avanti. Sicuramente poter essere lì e continuare questo dialogo insieme a sostegno delle afghane è un segnale importante per loro”
E sul burqa e il suo utilizzo, Rossella Miccio spiega: “Io ci ho vissuto tanto in Afghanistan, e posso dirvi che il burqa è l’ultimo dei problemi. E’ più un simbolo che noi occidentali utilizziamo per parlare dei diritti delle donne e non il problema reale. Il problema è verificare quanto questa disponibilità dei talebani a garantire i diritti alle donne nella pratica sia realizzabile. Quanto potranno andare a scuola e lavorare eccetera. Noi cercheremo di monitorarlo e fare il possibile affinché venga garantito. Sarebbe importante un impegno grosso della diplomazia occidentale per tutelare i diritti delle donne”.
“Ad oggi anche le nostre colleghe afghane ci hanno detto che nessuno ha chiesto o imposto nulla – ha spiegato – Alcune continuano a venire anche senza burqa, con il velo, che hanno sempre portato in questi anni. Diciamo che non collego il burqa al talebano. Bisogna vedere cosa accadrà nella pratica. Nonostante il Presidente sia scappato ci sono altri esponenti del governo in paese, che sono rimasti al loro posto. Come il ministro della Salute. Diciamo che è una situazione fluida, molto diversa dal 1996, quando sono arrivati i talebani. Per noi la priorità è tutelare la popolazione civile delle afghane e degli afghani”
Come vede Emergency il futuro prossimo in Afghanistan?
“L’area che ci preoccupa di più è quella del Panshir, sappiamo della inimicizia decennale con i talebani. Sappiamo che ci sono in corso discussioni interne nei gruppi afghani. Noi abbiamo lì un ospedale. Conosciamo benissimo la popolazione e i bisogni. E quella zona ci preoccupa di più, perché nel resto del paese i combattimenti sono cessati, c’è una situazione di calma temporanea. E noi siamo lì per stare accanto agli afghani…”.
(da Globalist)
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Agosto 18th, 2021 Riccardo Fucile
“SONO SALITO SU UN AEREO CON ALTRE 600 PERSONE”
Samin ha 27 anni e la notte del 15 agosto è fuggito dall’Afghanistan a bordo di un
cargo militare Usa. Adesso si trova in un campo profughi allestito dai militari americani in Qatar.
Nato a Kapisa, un paese a un’ora e mezza dalla capitale, negli ultimi sette anni aveva lavorato per la Nato con un contratto del governo afghano: due anni di training come meteorologo e cinque di lavoro nella base militare statunitense, preparando i report per gli aerei. “È stato utile per me: ho imparato un lavoro”, racconta a TPI. Quel lavoro lo ha perso all’improvviso, con l’arrivo dei talebani a Kabul.
Mentre il gruppo jihadista riprendeva il controllo della capitale, Samin si trovava già all’Hamid Karzai International, dove era impiegato con una delle compagnie aeree private del Paese, la Kamir Air, perché nel 2020, con l’arrivo del Covid, aveva smesso di lavorare per la Nato. “Era domenica mattina e in aeroporto tutto sembrava normale, ma quando è arrivato il presidente per volare via (Mohammad Ashraf Ghani, ndr), sempre più persone hanno iniziato ad invadere l’aeroporto. Alcuni avevano delle pistole: i talebani si stavano avvicinando”.
“Le persone erano così spaventate che hanno mandato in tilt ogni controllo di sicurezza per partire senza visto o documenti. Ma nel frattempo tutti gli aerei civili erano stati bloccati”. Allora Samin ha deciso di unirsi alla folla e scappare verso la base militare dell’aeroporto. “Quando ho visto tutte quelle persone mi sono spaventato anche io, avevo paura di quello che stava succedendo e di quello che i talebani potevano fare. Alcuni avevano delle pistole e correvano verso l’aeroporto militare. Ho iniziato anche io a correre”. Così è salito su uno dei tre aerei disposti per l’evacuazione dei soldati americani su cui i militari hanno deciso di imbarcare anche i civili afghani in fuga.
“Gli americani hanno iniziato a farci entrare lentamente. Mi sono ritrovato sul cargo insieme ad altre 600 persone. Ne conoscevo solo alcune, perlopiù colleghi dell’aeroporto. Poi c’erano donne, bambini, e i passeggeri degli aerei civili bloccati. Abbiamo aspettato due ore e mezzo fermi in aereo. Gli americani non avevano previsto voli per noi, ma hanno deciso di aiutarci e di portarci in Qatar. In quelle ore ho avuto tanta paura”. Samin aveva con lui solo la divisa con cui quella mattina si era recato al lavoro, uno zaino e il cellulare
Ma il suo timore principale era quello di essere ucciso. “Mi sono detto: ‘Se esco dall’aeroporto, i talebani mi uccidono‘. Ho lavorato cinque anni con la Nato, se sanno che sono un militare mi uccidono. Ho ancora paura che mi possano ammazzare”, dice con la voce spezzata. Ora si sente depresso e nervoso. “Ho perso il lavoro e sono lontano dalla mia famiglia”.
A Kabul ci sono suo fratello e sua madre, con cui ha parlato ieri, quando finalmente è riuscito a connettersi a internet. Il fratello lavorava per l’esercito afghano, con lui i talebani hanno usato toni civili, e gli hanno chiesto solo di consegnare le armi.
Samin però non crede alle promesse di moderazione degli jihadisti e ha paura. “Non mi fido, in passato hanno ucciso già troppe persone: civili, soldati, donne, bambini, tutti. Hanno una storia troppo violenta in Afghanistan per credergli”. Secondo lui è stata proprio la consapevolezza del loro passato spietato a spingere i militari afghani ad arrendersi così facilmente. “Per i talebani è stato facile prendere il potere perché hanno spaventato tutti: i soldati hanno ceduto loro le armi per rimanere vivi. I talebani dicevano: ‘Se volete sopravvivere arrendetevi, se volete la pace consegnateci le armi’”.
“Molte persone ci hanno creduto e hanno ceduto le armi senza combattere. Conoscono i talebani e hanno paura di loro. Anche il presidente è scappato per questo. Secondo me doveva restare, ma tutti avevano troppa paura“, dice Samin.
Adesso si trova nel campo profughi vicino Doha insieme a circa 640 persone, le stesse con cui è fuggito a bordo del cargo da Kabul, ma non sa molto di quello che lo aspetta. Hanno preso il suo passaporto e gli hanno restituito una fotocopia. Attende di fare l’intervista per la domanda di asilo, in Canada o in America. “Mi sento stanco. Ho dormito poco. Quando sono arrivato non sapevo dove sarei stato mandato, ci hanno portati qui dall’aeroporto. Spero di finire in un posto sicuro“.
(da TPI)
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Agosto 18th, 2021 Riccardo Fucile
SOLO IL 33% DEGLI ELETTORI LEGHISTI E’ FAVOREVOLE E UNO SU CINQUE NON APPREZZA PIU’ SALVINI
Partito unico del centrodestra? No, grazie.
L’ipotesi non sembra allettare gli elettori direttamente coinvolti, vale a dire quelli della Lega e di Forza Italia.
Ad evidenziarlo è il recente sondaggio realizzato da AnalisiPolitica per Libero. Come ricorderete, si tratta di una proposta inizialmente avanzata da Matteo Salvini, e poi ripresa da Silvio Berlusconi.
Uno scenario non condiviso dall’altro alleato di centrodestra, secondo molte analisi il più forte al momento, vale a dire Fratelli d’Italia.
Il sondaggio in questione analizza gli umori degli elettori leghisti e forzisti di fronte all’ipotesi di fondere in un unico partito le varie anime del centrodestra.
Tra i sostenitori del Carroccio, secondo la rilevazione pubblicata da Libero, solo il 33% vuole il partito unico. Si tratta di votanti giovani, istruiti e del Sud.
La stragrande maggioranza del campione leghista, vale a dire il 52%, ritiene che sia corretto fare piuttosto un’alleanza elettorale, magari un po’ più solida di quella poco fortunata del 2018, quando a dominare le elezioni furono soprattutto i grillini.
In questo caso si tratta di regioni del Nord, di età matura e livello di istruzione medio-basso.
Interessante anche la risposta del campione alla domanda ” è soddisfatto o no del segretario federale Matteo Salvini?”. Il 29% risponde molto; il 49% abbastanza, ma da sottolineare come ben il 21% ha detto poco.
Veniamo agli elettori di Forza Italia. Il 29% è molto favorevole all’ipotesi di una fusione con la Lega. Il 41% ha risposto abbastanza, mentre un rilevante 23% si è detto poco entusiasta. Si tratta soprattutto di donne adulte, non anziane, non particolarmente istruite, fortemente religiose, sia del Nord che del Sud.
Per quanto riguarda la soddisfazione nel leader storico Silvio Berlusconi, il 42% dell’elettorato di FI ha risposto molto e il 45% abbastanza. Un consenso quasi plebiscitario.
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