Agosto 20th, 2021 Riccardo Fucile
APPOGGIO DELLA REGIONE, DEI SINDACI E DELLE ASSOCIAZIONI
Da oggi già una decina di persone saranno ospitate presso il Covid Residence di
Ponticelli, a Napoli. Sarà proprio la struttura, convertita dallo scorso ottobre per ospitare i contagiati dal Covid, a ospitare i rifugiati provenienti dall’Afghanistan durante il periodo obbligatorio di quarantena imposto dai protocolli anti contagio.
La decisione arriva dopo l’accordo tra i vertici regionali campani e il Viminale, che nella giornata di ieri aveva diramato una circolare per organizzare i piani di accoglienza e distribuzione delle persone in arrivo sul territorio nazionale.
Dopo le comunicazioni dal ministero degli Interni il prefetto di Napoli Marco Valentini ha convocato un tavolo dove parteciperanno i cinque prefetti dei capoluoghi della Campania.
Lo stesso Covid Residence, che sorge a pochi passi dall’Ospedale del Mare, potrebbe diventare un punto di riferimento per l’accoglienza se questa si allargherà anche ad altri civili: al momento, infatti, è circoscritta ai soli collaboratori degli italiani nel Paese mediorientale. Per i rifugiati saranno predisposti il terzo e il quarto piano dell’edificio, per un totale di 42 stanze a uso singolo.
«La Campania, con la Protezione Civile regionale e le proprie strutture sanitarie», si legge in una nota diffusa da Palazzo Santa Lucia, «ha dato la disponibilità al governo all’accoglienza di cooperanti e collaboratori della missione italiana in Afghanistan, provenienti da Kabul attraverso il ponte aereo in corso. Al loro arrivo a Roma», prosegue la comunicazione della Regione Campania, «saranno trasferiti secondo necessità anche in Campania per il periodo di dieci giorni di quarantena previsto per quanti risultano negativi al tampone».
La mobilitazione in città
Con l’escalation e l’instaurazione del nuovo regime talebano in Afghanistan, in tutta la città di Napoli sono partite iniziative e progetti di supporto alla popolazione che sta lasciando il Paese. A livello politico e istituzionale la disponibilità dei sindaci espressa dal presidente dell’Anci Campania Carlo Marino evidenzia l’impegno sul territorio. Come nel caso del primo cittadino di San Giorgio a Cremano, Giorgio Zinno che ha annunciato ai propri concittadini che il Comune è pronto «all’inserimento dei collaboratori di missioni italiane in questo progetto, dando una accoglienza adeguata per i rifugiati afghani, al momento senza costi aggiuntivi per le finanze pubbliche.
“Il nostro progetto», continua Zinno, «già in passato ha ospitato ex collaboratori afghani delle forze armate italiane, sarà questo un ulteriore passo per garantire nel prossimo futuro accoglienza e integrazione a donne e uomini in queste ore in fuga dal loro Paese».
Anche realtà e organizzazioni locali si stanno adoperano per garantire una tutela dei rifugiati afgani a Napoli. L’associazione “3 Febbraio”, per esempio, ha lanciato l’appello a «tutte le persone di buona volontà e tutte le realtà solidali» con lo scopo di «unirsi per i corridoi umanitari». In questa ottica è arrivato anche l’appoggio di parte della politica partenopea con i consiglieri regionali del Pd, Bruna Fiola e Massimiliano Manfredi, che hanno presentato una mozione in Consiglio regionale per «chiedere l’attivazione di corridoi umanitari e coinvolgere le Comunità locali nel percorso di eventuale accoglienza, sostenendo la proposta formulata da Anci Campania».
(da agenzie)
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Agosto 20th, 2021 Riccardo Fucile
“IN MIGLIAIA CON MASSOUD PER SCONFIGGERE I TALEBANI”: GLI AFGHANI CHE NON SI ARRENDONO
Il Panjshir, nel nord est dell’Afghanistan, è la provincia inespugnabile: negli anni Ottanta era stata la roccaforte afghana contro i sovietici, per diventare negli anni Novanta il territorio della resistenza ai talebani.
Oggi la Valle dei cinque leoni è ancora disseminata di carri armati arrugginiti dai combattimenti di quei decenni. E ora i militari stanno radunando le forze per opporsi alla presa di potere da parte dell’Emirato islamico.
Sono oltre tremila gli uomini dell’estremo bastione anti-sharia nell’ultima valle libera dell’Afghanistan.
La resistenza questa volta ha contorni diversi da quella del passato: i leader non controllano il territorio di cui avrebbero bisogno per aprire una linea di rifornimento attraverso i confini settentrionali dell’Afghanistan, né sembrano avere alcun supporto internazionale significativo. Ma non hanno alcuna intenzione di arrendersi, anzi.
Come spiega il New York Times che cita Amrullah Saleh, uno degli uomini che organizzano la resistenza, il loro obiettivo è negoziare un accordo di pace con i talebani per conto dell’ormai defunto governo afghano.
Il vicepresidente, Amrullah Saleh, nato e addestrato a combattere lì, ha promesso che riprenderà quel ruolo, dopo essersi dichiarato capo di stato “custode” in base alla costituzione che i talebani sembravano aver spazzato via.
Sull’ipotesi di una trattativa ha già fatto sapere che «negozieremo se sono veramente interessati a una soluzione pacifica che garantisca i diritti e la libertà di tutti. Non accetteremo un regime tirannico degli Emirati». In caso contrario «siamo pronti a combattere contro ogni tipo di aggressione e oppressione».
L’ambasciatore dell’Afghanistan in Tagikistan, il tenente generale Zahir Aghbar, ha promesso che il Panjshir costituirà la base d’appoggio per tutti coloro che vorranno unirsi alla battaglia. «Il Panjshir è forte contro chiunque voglia schiavizzare le persone», ha detto. «Non posso dire che i talebani abbiano vinto la guerra. No, è stato solo Ashraf Ghani – ex presidente dell’Afghanistan – a rinunciare al potere dopo colloqui infidi con i talebani», ha aggiunto nel corso di un’intervista a Reuters.
A guidare la resistenza è Ahmad Massoud, il figlio del comandante dell’Alleanza del Nord che impedì l’ingresso in Panjshir a sovietici e talebani.
Come spiega un suo fedelissimo, Ali Maisam Nazary, il 32enne sta mettendo a punto strategie e tattiche in vista di una potenziale offensiva dei fondamentalisti.
«La situazione al momento è caotica. Il governo illegittimo e corrotto di Ashraf Ghani ha causato la perdita di fiducia delle forze di sicurezza e degli apparati amministrativi e il loro sfaldamento. La sua fuga all’estero senza nomina di un successore ha creato un vuoto che i talebani hanno riempito», dice Nazary a La Stampa. Il quale aggiunge: «Accetteremo e riconosceremo solo un esecutivo decentralizzato, inclusivo e democratico».
La speranza è che accada quello che è già successo dal 1996 al 2001, quando il Panjshir rimase l’unica regione dell’Afghanistan fuori dal controllo degli studenti coranici grazie alle doti di stratega di Ahmad Shah Massoud, che seppe sfruttare le caratteristiche orografiche della provincia per renderla una fortezza impenetrabile e preservarla dall’occupazione talebana
Le altre città che si ribellano: Jalalabad e Khost
Ma ci sono anche altre zone che non si arrendono. A Jalalabad, capoluogo della provincia del Nangahar, da cinque giorni in mano agli eredi del movimento del mullah Omar, mercoledì 18 agosto centinaia di residenti sono scesi per le strade.
Nel corso della manifestazione tre persone sono state uccise e più di una dozzina ferite dopo che i talebani hanno aperto il fuoco. I testimoni hanno raccontato che la sparatoria è seguita a un tentativo da parte dei residenti locali di installare la bandiera nazionale dell’Afghanistan in una piazza della città. Anche a Khost, capoluogo dell’omonima provincia, la protesta è degenerata e i talebani hanno aperto il fuoco «in modo indiscriminato».
Il simbolo che ha radunato i manifestanti è la bandiera afgana. O meglio: la sua ultima versione, che contiene l’aggiunta a fianco della Mecca nello stemma di colore bianco, molto simile a quella in vigore dal 1970 al 1973.
Negli ultimi due decenni è diventata un simbolo dell’identità degli afghani. Per questo è stata ammainata dai talebani che al suo posto hanno innalzato la loro a Kabul e in tutte le province conquistate in questi giorni. E per lo stesso motivo è comparsa nelle piazze in segno di sfida nei confronti degli “studenti di religione”. Che a quel punto hanno ricominciato a sparare.
Nella valle, riferisce il quotidiano, ci sono campi di addestramento e tre battaglioni dei corpi speciali che sono equipaggiati con armi, blindati, carri armati e pezzi di artiglieria.
Nel Panjshir sono arrivati altri comandanti che hanno combattuto a Mazar i Sharif e in altre zone dell’Afghanistan. La valle rappresenta l’ultimo baluardo di resistenza ai talebani, così come lo è stata per due volte con il comandante Massoud, considerato la prima vittima dell’attacco all’America, ucciso il 9 settembre 2001 da due terroristi di Al Qaeda travestiti da giornalisti.
(da Open)
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Agosto 20th, 2021 Riccardo Fucile
IL RACCONTO DEL RESPONSABILE DI EMERGENCY: AUMENTA LA REPRESSIONE
Circa diecimila persone che cercano di prendere voli di evacuazione. È questa la
drammatica situazione all’aeroporto di Kabul, raccontata da Alberto Zanin, coordinatore medico del Centro per feriti di guerra di Emergency nella capitale in Afghanistan.
“Ieri sono arrivati nuovi feriti da arma da fuoco dall’aeroporto di Kabul, in tutto cinque o sei persone. Gli scontri in aeroporto sono una realtà ancora viva e presente: è l’unico posto in cui continua ad esserci caos e tensione” spiega Zanin.
Il coordinatore racconta anche che “il 95% dei ricoverati arrivati in ospedale in questi giorni erano civili” e che “non hanno voglia di parlare in merito a quanto gli è accaduto”.
Nonostante questo, secondo Zanin, la situazione nella città è in continuo miglioramento in termini di feriti di guerra. “Abbiamo ad oggi 20 posti liberi in ospedale e siamo riusciti ad ottenere in tutto 100 posti. Anche se la situazione è tornata stabile a Kabul, continuiamo a sentire raffiche di armi semiautomatiche durante il giorno e la notte, ma non ci sono state esplosioni” osserva.
Secondo il Guardian decine di migliaia di stranieri e afghani che hanno collaborato con le forze statunitensi e della Nato rimangono fermi a Kabul.
I governi, secondo il giornale, devono infatti compilare un enorme arretrato di visti e i posti di blocco dei talebani impediscono alle persone di raggiungere l’aeroporto in sicurezza.
Ci sono ancora decine di migliaia di persone idonee per l’evacuazione degli Stati Uniti che devono ancora essere trasportate in aereo, molte delle quali sono tra la folla radunata intorno all’aeroporto di Kabul.
L’urgenza dell’evacuazione degli alleati delle forze statunitensi e della Nato è stata ulteriormente aggravata dalle crescenti segnalazioni di combattenti talebani che si recano porta a porta alla ricerca di coloro che hanno lavorato con il precedente regime e li minacciano di unirsi a loro.
Intanto fonti della Casa Bianca fanno sapere che l’Aeronautica degli Stati Uniti ha evacuato circa 3 mila persone dall’aeroporto internazionale Hamid Karzai di Kabul nelle ultime 24 ore.
La Cnn, che riporta le fonti, riferisce anche che tra gli sfollati ci sono circa 350 cittadini statunitensi, mentre gli altri sono familiari di cittadini statunitensi, richiedenti un visto speciale per immigrati (Siv) e le loro famiglie e altri afgani vulnerabili. Le 3 mila persone sono state trasportate su 16 voli da trasporto C-17 dell’Air Force.
Altri 11 voli charter civili sono partiti dall’aeroporto di Kabul nelle ultime 24 ore. Il numero di persone su quei voli non è stato rivelato. Ieri, parlando nel corso di un briefing con la stampa al Pentagono, il maggiore generale Hank Taylor, vice direttore per la logistica dello Stato maggiore congiunto Usa, ha fatto sapere che circa 7 mila cittadini statunitensi sono stati evacuati dall’Afghanistan dallo scorso 14 agosto, numero che sale a 12 mila se si considerano quelli evacuati da fine luglio. “Questo aumento riflette sia un aumento della capacita’ di trasporto aereo e aereo sia uno smistamento più rapido degli sfollati e una maggiore informazione e fedeltà nei rapporti” ha affermato Taylor, aggiungendo che al momento il numero di militari Usa presenti a Kabul ammonta a 5.200.
La Germania ha affermato di aver evacuato 1.600 persone da quando i talebani hanno preso il controllo del paese domenica, e la Francia ha dichiarato di aver trasportato in aereo oltre 300 cittadini afgani che avevano lavorato per la missione diplomatica.
La Germania inoltre invierà due elicotteri in Afghanistan a sostegno delle truppe tedesche nel Paese impegnate nelle operazioni di evacuazione, tra le quali quella di cittadini tedeschi da aree pericolose. Lo ha riferito il portavoce del ministero federale della Difesa, Arne Collatz, durante un briefing. “Stiamo espandendo le nostre operazioni in Afghanistan. Abbiamo appena informato il Bundestag. Due elicotteri del tipo H-145M saranno impiegati già da oggi. L’obiettivo è di prelevare le persone da proteggere da dove si trovano a Kabul e portarle all’aeroporto” si legge in un messaggio del ministero della Difesa di Berlino su Twitter.
Secondo l’agenzia Onu per i rifugiati la maggior parte degli afghani però non è in grado di lasciare il Paese. “Chi rischia di essere in pericolo non ha una chiara via d’uscita” ha dichiarato Shabia Mantoo, portavoce dell’Unhcr.
Mantoo ha ribadito l’appello alle nazioni che confinano con l’Afghanistan perchè lascino le frontiere aperte a chi chiede asilo. “L’Unhcr rimane preoccupata dal rischio di violazioni dei diritti umani contro i civili nel contesto in evoluzione – ha aggiunto Mantoo – incluse donne e bambini”
I talebani hanno “massacrato” e torturato diversi membri della minoranza hazara in Afghanistan. Questa la denuncia di Amnesty International. Testimoni hanno fornito resoconti strazianti degli omicidi, avvenuti all’inizio di luglio nella provincia di Ghazni, secondo quanto riporta la Bbc.
Nel rapporto pubblicato ieri Amnesty afferma che nove uomini hazara, il terzo gruppo etnico più grande del Paese, sono stati uccisi tra il 4 e il 6 luglio nel distretto di Malistan, nella provincia orientale di Ghazni. L’organizzazione ha intervistato testimoni oculari e ha esaminato le prove fotografiche dopo gli omicidi. Gli abitanti del villaggio hanno affermato di essere fuggiti sulle montagne quando i combattimenti tra le forze governative e i combattenti talebani si sono intensificati. Quando alcuni di loro sono tornati al villaggio di Mundarakht per raccogliere cibo, hanno detto che i talebani avevano saccheggiato le loro case e li stavano aspettando. E alcuni di loro hanno subito un’imboscata.
Tre delle nove vittime sarebbero state torturate, agli altri i talebani avrebbero sparato. Un testimone oculare ha chiesto ai talebani il perché di tanta brutalità ed un combattente ha risposto: “Quando è il momento del conflitto, tutti muoiono, non importa se hai armi o meno. È il tempo della guerra”.
Il segretario generale di Amnesty, Agnès Callamard, commentando l’eccidio, ha dichiarato: “La brutalità a sangue freddo di questi omicidi è un promemoria del passato dei talebani e un orribile indicatore di ciò a cui si potrebbe andare incontro con un governo talebano”.
Le violenze del gruppo fondamentalista si perpetuano anche sulla polizia e sulle personalità politiche. Il settimanale “Newsweek” ha riferito che i talebani hanno giustiziato nei giorni scorsi Haji Mullah Achakzai, capo della polizia della provincia di Badghis, presso Herat.
Il giornale ha citato un video, circolato ieri su Twitter, in cui si vedono i talebani aprire il fuoco più volte contro l’ufficiale, bendato, e in ginocchio. L’autenticità del video sarebbe stata confermata da ufficiali di polizia e del governo, secondo quanto ha affermato un consigliere di sicurezza afgano, Nasser Waziri.
Intanto, diversi funzionari del governo afgano precedentemente in carica sono stati arrestati dai talebani dopo che i ribelli islamisti hanno preso domenica scorsa la capitale Kabul, e si trovano tuttora in stato di detenzione.
Lo denunciano i familiari delle persone arrestate, secondo quanto riferisce l’emittente afgana “Tolo News”. L’ex governatore di Laghman, Abdul Wali Wahidzai, e Lotfullah Kamran, capo della polizia della stessa provincia, si sono arresi ai talebani cinque giorni fa ma sono ancora detenuti dai talebani, hanno detto i parenti. “I talebani hanno rilasciato tutti i funzionari governativi, ma Kamran no” ha fatto sapere un parente, Abdul Ghani. Manca all’appello anche l’ex capo della polizia di Ghazni, Mohammad Hashem Ghalji, secondo quanto ha denunciato il figlio.
Sono almeno due i governatori delle provincie dell’Afghanistan di cui si sono perse le tracce o che sono stati arrestati dai talebani da quando, domenica scorsa, le milizie hanno conquistato la capitale Kabul prendendo il potere nel Paese. A riferirlo sono ong e media locali, come il portale di notizie Tolo news
Stando a quanto riporta il sito di informazioni, i familiari dell’ex governatore della provincia orientale di Laghman, Abdul Wali Wahidzai, ne hanno denunciato l’arresto da parte dei talebani cinque giorni fa. Insieme a Wahidzai sarebbe stato arrestato anche il capo della polizia della provincia, Lotfullah Kamram. Il fratello del dirigente delle forze di sicurezza ha detto a Tolo che i talebani “hanno rilasciato molti funzionari del governo” nell’ambito dell’amnestia generale annunciata nei giorni scorsi, ma non suo fratello
Un appello simile è arrivato anche dal figlio dell’ex capo della polizia di uno dei distretti di Ghazni, capoluogo dell’omonima provincia centro-orientale, una delle ultime città a cadere nelle mani dei talebani prima di Kabul. “Rilasciate mio padre, perché avevate promesso un indulto generale” l’appello del figlio del funzionario.
A queste denunce si aggiunge quella della ong della comunità hazara Hope Hazara, che da diversi giorni lamenta la scomparsa della ex governatrice del distretto di Chahar Kint, nelle provincia settentrionale di Balkh, Salima Mazari.
Gli attivisti, che tramite Twitter hanno lanciato un appello anche alla comunità internazionale, colpevole a detta loro di aver “dimenticato” Mazari, affermano che la ex governatrice è in custodia dei talebani. La politica era nota per la sua resistenza contro i miliziani e per essere una delle poche donne governatrici del Paese.
(da agenzie)
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Agosto 20th, 2021 Riccardo Fucile
DOPO AVER FATTO COMING OUT E’ STATA OGGETTO DI MINACCE DA PARTE DEI SOLITI SFIGATI OMOFOBI MA NON E’ RESTATA FERMA A SUBIRE, PRONTE LE QUERELE
Sara Vanni, campionessa di Reazione a catena con la squadra delle Sibille dopo aver fatto coming out sui social è stata oggetto di minacce e insulti omofobi. Ma non è restata ferma a subire. Oltre alla risposta pubblica arriverà anche l’azione legale.
La vicenda social di Sara Vanni nasce quando qualche giorno fa è diventato virale un meme sessista che faceva leva sul doppiosenso di una delle domande del quiz televisivo: come ben ha spiegato anche Giornalettismo, durante il gioco “Quando, dove, come, perché” è stata posta questa domanda: bisognava indovinare la parola a partire dagli indizi quando ormai sei grande, in bocca, spingendo.
E uno screenshot di Sara Vanni con allegate le parole “lo sguardo malizioso della concorrente” era diventato virale. Ma la campionessa aveva dimostrato di esserlo anche in comunicazione e ironia spiegando di non essere etero e mettendo a tacere le battutine di basso livello:
Ieri però Sara Vanni ha annunciato, sempre tramite Twitter, che la vicenda purtroppo è continuata nel modo peggiore: lei e la sua famiglia sono diventati il bersaglio di minacce e nel caso specifico la concorrente ha dovuto subire anche degli attacchi con insulti omofobi:
Sara ha annunciato querela per chi l’ha offesa e minacciata, spiegando però di non voler usare i social per commentare il quiz. Un’autocensura che non merita. Cosa le è stato detto? Gay.it ha spiegato quando dichiarato dalla ragazza al sito:
“Lesbica di mer*a, se ti incontro ti do io quello che ti manca, un caz*o da 23 cm”. C’è gente omofoba che crede che una persona lesbica lo sia perché non ha trovato l’uomo giusto. Il solito maschilismo, il solito patriarcato, si sentono in diritto di dire ciò che vogliono. Ma una ragazza deve essere etero per forza?
Sara Vanni ha sottolineato che se il ddl Zan fosse stato approvato sarebbe stata tutelata maggiormente dalla legge perché l’omofobia nelle parole che le sono state rivolte avrebbe costituito un’aggravante. Ma un’altra estate è passata senza una norma in Italia.
(da NextQuotidiano)
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Agosto 20th, 2021 Riccardo Fucile
L’EMIRO DEL QATAR, PROPRIETARIO DEL PARIS SAINT GERMAINE, E’ UN FINANZIATORE DEI TALEBANI
Charlie Haebdo questa settimana dedica una delle sue famosissime copertine alla
situazione in Afghanistan. Molto più timida di tante altre, mette però risalto un singolare triangolo economico che in queste settimane occupa le prime pagine dei quotidiani di ogni tipo.
Perchè se è vero come è vero che si parla solo della presa di Kabul da parte dei talebani, i giornali sportivi sono settimane che raccontano del Psg e del suo mercato. Qual’è il collegamento tra le due cose? Il Qatar.
I proprietari del Psg, cugini di quelli del Manchester City, sono sceicchi qatarioti. Nasser Al-Khelaïfi, presidente dei parigini, è molto vicino alla famiglia alla guida del Qatar stato accusato di essere tra i principali finanziatori dell’esercito Talebano.
Ora che tutto è detto, risulta facile capire il collegamento dei punti.
Le tre donne nella copertina del quotidiano sono il simbolo del colpo di stato di Kabul, il tema delle donne è quello che più di ogni altro preoccupa l’opinione pubblica in questi giorni. Poi c’è Lionel Messi, il faraonico colpo dell’estate calcistica parigina.
“I talebani sono peggio di quanto pensiamo”, questo il titolo della copertina di Charlie Hebdo. Effettivamente quello che la rivista satirica francese vorrebbe evidenziare è il legame del calcio con quello che succede nella strettissima attualità mondiale, denunciando un sistema quantomeno colluso.
I prossimi mondiali di calcio si terranno in Qatar, stato da cui arrivano i soldi per i talebani appunto. Il Psg aveva remato contro la creazione della Superlega, evidentemente perché avrebbe appianato una leadership economica che oggi crea un forte gap tra i parigini e qualsiasi altro club al mondo.
Il Divo Giulio, appassionato tifoso della Roma, interruppe il passaggio di Falcao all’Inter. Oggi calcio e politica hanno un rapporto ben più complesso dell’epoca.
(da NextQuotidiano)
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Agosto 20th, 2021 Riccardo Fucile
LA CATENA DI SUPERMERCATI CHE HA CONTRIBUITO ALLA RACCOLTA LE HA VOLUTO RESTITUIRE LA MEDAGLIA
Ha commosso tutti la storia di Maria Andrejczyk la giavellottista polacca che aveva deciso di mettere all’asta la sua medaglia d’argento vinta a Tokyo per finanziare l’intervento ad un bambino di otto mesi.
Il gesto di generosità dell’atleta ha scatenato una corsa alla solidarietà, così chi l’aveva acquistata ad un prezzo da favola ha deciso come primo atto di restituire il pezzo di argento all’olimpionica.
Andrejczyk si era lasciata coinvolgere nella storia del neonato che per sopravvivere si dovrà sottoporre ad una operazione negli Stati Uniti dal costo di 500mila dollari.
La campionessa, 25enne, ha deciso allora di partecipare alla raccolta fondi, a cui mancavano praticamente ancora tutti i soldi necessari per raggiungere l’obiettivo.
Una vicenda simile, di un bambino costretto a doversi sottoporre a gravi interventi negli States, aveva coinvolto tutta la Polonia solo qualche settimana prima. I
n quel caso la macchina della solidarietà era riuscita a raccogliere solo 100mila dollari, insufficienti per l’operazione.
La malattia fece il resto, stroncando una vita ancora giovanissima.
E’ da quei fondi che è partita la raccolta della giavellottista polacca. La raccolta di denaro ha potuto contare anche sui 100mila euro che non erano riusciti a salvare una vita ma che sarebbero diventati preziosissimi per un altro giovanissimo paziente.
In soccorso dei familiari del piccolo che necessita di cure sono arrivati prima Maria Andrejczyk e poi la catena di supermercati polacca Żabka, autrice dell’offerta più alta pari a 125mila dollari, equivalenti a poco meno di 110mila euro.
Un acquisto che ha spostato la proprietà del bene per pochissimi secondi, infatti i responsabili del supermercato hanno deciso subito di restituire la medaglia alla sua legittima proprietaria.
Un lieto fine per l’atleta che speriamo porti soprattutto ad un lieto fine per il bambino. Era cominciata come una bellissima storia di solidarietà, è finita come una grandissima storia d’amore.
(da agenzie)
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Agosto 20th, 2021 Riccardo Fucile
DA SABATO A LUNEDI’ APERTA LA CAMERA ARDENTE NELLA SEDE DI EMERGENCY IN VIA SANTA CROCE
In arrivo da tutta Italia migliaia di volontari e sostenitori di Emergency per dare
l’ultimo saluto a Gino Strada.
Sabato in via Santa Croce, a Milano, dalle 16 sarà possibile visitare la camera ardente per l’omaggio al fondatore della organizzazione umanitaria che ha curato 11,5 milioni di persone dal 1994, morto a 73 mentre era in vacanza in Normandia.
I resti di Gino Strada rientreranno sabato stesso in Italia. Per tre giorni, da sabato, chi vorrà portare un saluto potrà farlo nella sede di Emergency, nel rispetto delle norme Covid che impongono ingressi contingentati. Si potrà visitare la casa di Gino Strada anche domenica dalle 10 alle 22 e lunedì dalle 10 alle 14.
“Grazie Gino”: per la morte di Strada fiori e messaggi davanti alla sede di Emergency a Milano
“Il mondo con te è stato un posto migliore e lo sarà ancora di più grazie al tuo esempio. Con tanta ammirazione, Adriana, Francesca e family”. “Una via o una piazza intitolata a Gino e un albero nel Giardino dei Giusti”. “Grazie per il tuo coraggio, siete straordinari”.
Tanti fiori e messaggi legati al cancello della sede di Emergency a Milano, in via Santa Croce: i milanesi ricordano così il medico di guerra e di pace Gino Strada, morto durante una vacanza in Normandia pochi giorni fa
“Gino Strada è stato fondatore, chirurgo, direttore esecutivo, l’anima di Emergency – si legge sul post Facebook per l’evento che inizia sabato -. I pazienti vengono sempre prima di tutto, il senso di giustizia, la lucidità, il rigore, la capacità di visione: erano queste le cose che si notavano subito in Gino. E a conoscerlo meglio si vedeva che sapeva sognare, divertirsi, inventare mille cose. Non riusciamo a pensare di stare senza di lui, la sua sola presenza bastava a farci sentire tutti più forti e meno soli, anche se era lontano. Ti vogliamo bene Gino”.
Nel fine settimana a Reggio Emilia ci sarà il festival di Emergency organizzato prima che il fondatore mancasse.”Come possiamo immaginare un nuovo ruolo della salute nella nostra vita quotidiana? Quali sono le condizioni politiche, economiche e sociali affinché la cura corrisponda effettivamente ai bisogni collettivi e non alle logiche di mercato? Perché la salute è diventata la cartina al tornasole di un sistema squilibrato?”, è il tema del festival “La cura”,
“Tre giorni di incontri su salute – uguale e diseguale – ma anche scienza, ambiente, guerra, lavoro e migrazioni insieme a numerosi ospiti”, tra cui Fiorella Mannoia, Marco Paolini, Simonetta Agnello Hornby, Antonella Viola, Ilaria Capua, Michela Marzano e Telmo Pievani, Elly Schlein. Poi in settembre a Milano ci sarà un evento specifico con gli amici del chirurgo diventato un simbolo del movimento pacifista internazionale.
(da agenzie)
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Agosto 20th, 2021 Riccardo Fucile
VIETATO L’INGRESSO IN RADIO A DUE CONDUTTRICI… UCCISO UN PARENTE DI UN GIORNALISTA DI DEUTSCHE WELLE
Anche i diplomatici americani in servizio a Kabul avvisarono un mese fa Washington della rapida avanzata dei talebani e fornirono consigli su come accelerare le evacuazioni.
Lo scrive il Wall Street Journal, secondo cui circa una ventina di dirigenti del dipartimento di stato all’ambasciata Usa mandarono un memo interno al segretario di Stato Antony Blinken e ad un altro funzionario per metterli in guardia del potenziale collasso di Kabul poco dopo il termine del 31 agosto per il ritiro delle truppe americane.
Il cable, mandato il 13 luglio attraverso il canale riservato su cui i diplomatici possono esprimere il loro dissenso, avvisava delle rapide conquiste territoriali dei talebani e del conseguente crollo delle forze di sicurezza afghane e offriva raccomandazioni su come mitigare la crisi e rendere più veloci le evacuazioni.
Nei giorni scorsi altri media Usa avevano rivelato analoghi moniti da parte dell’intelligence americana. I documenti confermano che gli Stati Uniti erano a conoscenza della crisi a cui sarebbero andati incontro, ma nonostante questo non si sono fermati.
Il mercato di Kabul è aperto. “L’atmosfera è calma, ma i commercianti ci dicono che c’è meno gente del solito – racconta il corrispondente Bbc, Secunder Kermani – Donne, poche. Dicono che molti residenti hanno paura e per ora, rimangono a casa”.
Accuse a intelligence tedesca: valutazioni errate
Cresce in Germania la pressione sui servizi segreti tedeschi del Bnd (Bundesnachrichtendienst) che, stando alle rivelazioni dei media, nei loro rapporti dall’Afghanistan avevano “totalmente sottovalutato” la situazione. A quanto scrive la Zeit online, appena una settimana fa in una relazione inviata a Berlino il Bnd scriveva che la leadership dei talebani “al momento non ha alcun interesse” ad una “occupazione militare di Kabul”. Un tale passo, affermavano gli 007 tedeschi, “è improbabile” prima dell’11 settembre. “Non sono passati neanche due giorni prima che accadesse proprio quello che si escludeva”, scrive il settimanale sul suo sito, l’intelligence tedesca in pratica aveva “completamente” sbagliato la sua valutazione.
Caccia all’uomo porta a porta: la denuncia dell’Onu
Un documento dell’Onu riporta che i miliziani starebbero setacciando la città, porta a porta, per scovare i collaboratori della Nato o dell’ex governo. “C’è un alto numero di persone che sono diventate il bersaglio dei talebani. La minaccia è chiara”, ha detto alla Bbc Christian Nellemann, a capo del Rhipto Norwegian Center for Global Analyses, autore del rapporto. “Se non si consegnano – prosegue – le loro famiglie verranno arrestate e giudicate, interrogate punite”.
Omicidi e violenza nelle province afghane: talebani o faide?
“I talebani hanno detto di non avere interesse alle rappresaglie – riporta Rob McBride di Al Jazeera da Kabul – Ma sappiamo che nelle province, a livello locale, ci sono stati casi di ritorsioni. La gente è stata uccisa. Non è chiaro se è responsabilità dei talebani o si tratta di faide famigliari. Nella provincia è tutto confuso”.
I talebani negano l’ingresso in radio a due conduttrici
Shabnam Khan Dawran e Khadija non possono tornare al loro posto di lavoro: la radio nazionale Rta (Radio Television Afghanistan). I talebani glielo hanno impedito. Lo racconta ToloNews. “Volevo tornare a lavorare – ha detto Dawran – Ma non me lo hanno permesso. Mi hanno detto che il regime è cambiato e che non posso lavorare”. “Sono andata in ufficio ma non mi hanno fatto entrare. Più tardi è successa la stessa cosa ad altre colleghe. Abbiamo parlato con il nuovo direttore, un uomo dei talebani”. Gli estremisti hanno detto che devono aspettare finché non siano decise le nuove regole”.
Talebani: “La Cina può avere un grande ruolo”
Un potenziale “grande ruolo” nella ricostruzione dell’Afghanistan. In un’intervista alla Cgtn Europe, il canale europeo in lingua inglese della tv statale cinese Cctv, il portavoce degli studenti coranici tornati al potere, Suhail Shaheen, ha affermato che “la Cina è un grande Paese con un’enorme economia e capacità e penso che possa giocare un ruolo molto grande nella ricostruzione e nel recupero dell’Afghanistan. Possono avere quel ruolo”. Sui fondi monetari bloccati dall’Fmi, Shaheen ha detto che la mossa “non è giusta, un’ingiustizia. Abbiamo bisogno di ricostruire il Paesen, la sua gente ha bisogno di quelle risorse. La Banca centrale ne avrà bisogno”.
Caccia al giornalista Deutsche Welle
Alla ricerca di un giornalista che lavora per Deutsche Welle, i talebani hanno ucciso un suo parente e ne hanno ferito gravemente un altro a colpi d’arma da fuoco. Lo ha annunciato l’emittente tedesca sul suo sito. L’identità del giornalista preso di mira, che ora risiede in Germania, non è stata specificata. Diversi altri membri della sua famiglia sono riusciti a fuggire in extremis mentre i talebani andavano di porta in porta per catturarli.
Fonti Nato: oltre 18mila evacuati da Kabul
Oltre 18mila persone sono state evacuate da Kabul per via aerea dalla caduta della capitale afghana in mano ai talebani. Lo ha riferito a Reuters, un funzionario della Nato, che ha promesso di raddoppiare gli sforzi per le operazioni di evacuazione. Migliaia di persone stanno continuando ad affollare l’aeroporto nella speranza di lasciare il Paese caduto in mano agli islamisti, spiega il funzionario, sebbene i talebani abbiano esortato a tornare a casa le persone prive dei documenti richiesti.
La foto postata da Karzai: “Figlia mia, realizzerai il tuo sogno: diventerai ingegnere”
Uno splendido volto di bambina incorniciato dai colori della bandiera nazionale. L’ha twittata qualche settimana fa un account afghano, @Afghanistan_55, ed è stata ritwittata dall’ex presidente Hamid Karzai, ora mediatore tra i vecchi e i nuovi padroni. Il post di ‘Afghanistan’: “Rahima, 11 anni. Impiega un’ora per andare a scuola. Vive in un villaggio nella provincia di Daikundi, in una povera famiglia. Ma nutre grandi sogni. Vuole diventare ingegnere”. Il post di Karzai: “Figlia mia. Realizzerai il tuo sogno. Un giorno diventerai ingegnere e costruirai ponti, strade e fabbriche per il nostro caro Paese”.
In arrivo a Roma due voli con 207 persone
Decollato da Kabul un C130J dell’Aeronautica Militare con a bordo un totale di 103 passeggeri. Le persone evacuate saranno trasportate in Kuwait e lì trasferite su un KC767 con cui raggiungeranno l’Italia nelle prossime ore. Inoltre, questa mattina a Fiumicino sta per giungere un volo charter messo a disposizione in Kuwait dalla onlus ‘Nove’, sul quale sono stati imbarcati i 104 afghani evacuati ieri da un altro C130J partito da Kabul.
(da La Repubblica)
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