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INTERVISTA AD AHMAD MASSUD, IL LEADER DELLA RESISTENZA CONTRO I TALEBANI: “PREFERISCO MORIRE CHE ARRENDERMI AI TALEBANI”

Agosto 22nd, 2021 Riccardo Fucile

“MIGLIAIA DI COMBATTENTI CI STANNO RAGGIUNGENDO DA TUTTO IL PAESE, SIAMO L’ULTIMO SCUDO CONTRO LE BARBARIE”… “FINO A OTTO GIORNI FA HO CHIESTO ARMI A KABUL E CE LE HANNO NEGATE, L’OCCIDENTE CI AIUTI”

Riesco a fare questa intervista telefonica la sera del 21 agosto. Ahmad Massud, figlio e continuatore dell’opera del leggendario comandante Ahmad Shah Massud è asserragliato nella valle del Panshir, da dove, poche ore prima del mio colloquio con lui, quando la resa di Kabul era ormai definitva, ha lanciato un vibrante appello alla resistenza
È un uomo tagliato fuori dal mondo. Non ha accesso ad alcun mezzo di comunicazione. I talebani sono accampati nei varchi di ingresso alle vallate, e lo assediano.
Le notizie che filtrano dalla zona tendono a insinuare che questo erede, privo di esperienza, di mezzi e di possibilità di fuga nelle retrovie, non potrà resistere a lungo. Contemporaneamente, sui social, si sparge la voce di trattative in corso tra lui e i talebani, e di un imminente annuncio della resa di Massud, come già è accaduto per il resto delle élites afgane.
Cosa c’è di vero in tutto ciò? Quali sono le intenzioni e, soprattutto, le capacità di questo ragazzo che ho conosciuto di persona — la fotocopia del padre, nel fisico — proprio qui, un anno fa, e che allora mi confidò i suoi progetti per la democrazia e per i diritti delle donne nel suo paese?
Può, una persona che fa la guerra sua malgrado, che ciò che più ama al mondo è realizzare giardini e osservare le stelle, diventare di colpo il Churchill, il De Gaulle, il Mustafa Barzani o anche solo il nuovo Massud di un Afghanistan abbandonato dai propri alleati, alle prese con l’oscurantismo più cieco?
Il contatto tra me e lui è stato predisposto dal comandante Muslem Hayat, veterano delle guerre antisovietiche.
Ci incontrammo nel 1998, quando guidava la guardia personale di Massud padre e io mi ero recato nel Panshir per un reportage. La linea che il comandate ha installato è sicura ma traballante. La voce mi giunge nitida, con un timbro chiaro, ma frammentata. Sono costretto, quando la conversazione si interrompe, a richiamare e a farmi ripetere le parole.
Noto fino a che punto il giovane Massud le soppesi. A volte il suo parere è immediato, ma spesso prende tempo prima di rispondere, ribadisce i propri concetti, riflette. So che per lunghe ore, dopo che ci saremo accomiatati, rileggerà, nel corso della notte e nella giornata di domenica i pensieri che ha voluto affidarmi, e lo farà su un altro servizio di messaggeria criptato.
Si gioca molto, in questa situazione. Il destino e la vita, ma anche l’onore e le sorti del suo popolo, di cui, in questo momento, rimane quasi l’unico a incarnarne l’indomabile sete di libertà. Ecco l’enorme fardello che porta sulle sue sole spalle.
Mio caro Ahmad, finalmente! Da giorni tentavo in tutti i modi di raggiungervi…
«Lo so. Mi trovo in un luogo sperduto del Panshir, e qui la connessione è pessima».
Innanzitutto, lei come sta?
«Bene. Come le ho detto la mattina della caduta di Kabul, l’ultima volta che siamo riusciti a sentirci, abbiamo perso una battaglia, ma non la guerra, e io sono più determinato che mai».
Circola notizia, in Europa e negli Stati Uniti, che anche lei si stia preparando ad abbandonare la lotta.
«È solo propaganda. E, a quanto pare, lì da voi ci sono dei disfattisti che confondono i loro desideri con la realtà. Non è affatto così, e la prego di renderlo noto. Non se ne parla di abbandonare la lotta; anzi, la nostra resistenza, qui nel Panshir, è appena iniziata».
Haqqani, il leader dei talebani, ha dichiarato poco fa, via Twitter, che lei stava “battendo in ritirata”. Non è vero, quindi.
«Le ripeto che è pura disinformazione».
Me lo dica chiaro e tondo: nessuna resa?
«Nessuna resa, confermo. Preferirei morire, piuttosto che arrendermi. Sono figlio di Ahmad Shah Massud: “resa” è una parola che non esiste, nel mio dizionario».
Nonostante gli americani se ne siano andati? Nonostante gli alleati abbiano tradito e lo Stato sia crollato
«Quando lei venne a farmi visita, un anno fa, nel mio territorio del Panshir, le dissi che per me mio padre era più di un padre, era stato un mentore. Mio padre non accetterebbe che mi arrendessi».
L’Europa, in proposito, ha dei dubbi. Si dice che lei non è nato per condurre una guerra e che non riuscirà a diventare un guerriero.
«Mio padre mi ha insegnato una cosa: che la forza di un popolo è fatta, ben oltre la disparità dei mezzi fisici, dallo spirito di resistenza. È questo che conta. Bisogna credere con ogni forza nella missione che ci viene assegnata, e questa missione, per me, è irrevocabile, qualunque sia il prezzo da pagare. Mio padre, dentro di sé, questa forza l’aveva, non l’ho mai messo in dubbio. Farò tutto il necessario per dimostrarmi degno del suo esempio, della sua fermezza e del suo coraggio pacato».
Mi scusi se insisto, caro Ahmad, amico mio. Purtroppo la linea è davvero pessima e voglio essere sicuro di aver capito bene. Le voci che dicono che siete in dialogo con i talebani sono quindi false?
«Parlare, è una cosa. Parlare si può. In qualsiasi guerra si parla. E mio padre ha sempre parlato con i nemici. Sempre. Persino nei momenti di guerra più aspri. Arrendersi però è un’altra cosa. E le ripeto che non se ne parla, non ci arrenderemo, né io né i miei uomini. Non se ne parla proprio».
Ma allora, perché parlare?
«Perché io sono un uomo di pace e voglio il bene del mio popolo. Pensi se i talebani si mettessero a rispettare i diritti delle donne, delle minoranze; e la democrazia, le basi di una società aperta e tutto il resto. Perché rinunciare a dire loro che tali principi avrebbero effetti positivi su tutti gli afghani, talebani compresi? Tuttavia ripeto, e torno a ripetere, che non accetterò mai una pace imposta, il cui unico merito sia l’apporto di stabilità. La libertà e i diritti umani sono beni di un valore incalcolabile, non si possono barattare con la stabilità di una prigione».
E quindi, se ho ben capito, lei si mantiene sulle stesse posizioni di una settimana fa, quando lasciò Kabul per raggiungere il suo territorio del Panshir. Non accetta, dunque, il proclama di chi assicura che è tutto finito, che la guerra è stata persa, che continuare a combattere sia inutile…
«Mio padre, quando ero piccolo, mi raccontava del generale De Gaulle, delle sue Memorie, quel libro che proprio lei gli aveva regalato. All’accademia militare di Standurst, dove ho studiato, ho letto anche le memorie di Churchill, che si rivolge al proprio popolo nello stesso periodo storico in cui lo fa De Gaulle: «Non ho altro da offrirvi se non sangue e lacrime; non ci arrenderemo mai». Non so ancora cosa ci riservi la nostra lotta e non oso certo paragonare noi a quei gloriosi esempi. Le assicuro però che li tengo ben presenti, e che m’ispirano enorme rispetto».
Ora, mentre stiamo parlando, teme un assalto dei talebani?
«I talebani sono pericolosi. Hanno fatto man bassa nei depositi d’armi degli americani. E non posso certo dimenticare l’errore clamoroso, che rimarrà nella storia, di coloro a cui, fino a otto giorni fa, a Kabul, ho chiesto armi e me le hanno negate. E quelle armi, quell’artiglieria, gli elicotteri, i carri armati di fabbricazione americana, oggi sono finiti proprio nelle mani dei talebani! Le montagne del Panshir, però, hanno una lunga tradizione di resistenza. Né i talebani, prima del 2001, né i sovietici, prima di loro, sono riusciti a violare questo santuario. Credo che anche per oggi continuerà a essere così».
Alla vigilia della caduta di Kabul, lei, attraverso la mia rivista La Regle du Jeu, ha lanciato un appello al popolo afghano affinché si unisse a voi. A che punto siamo? È stato recepito l’appello?
«Assolutamente sì. Migliaia di uomini stanno per unirsi a noi; tra loro ci sono attivisti, intellettuali, politici, ufficiali dell’esercito afghano. Ed è solo l’inizio».
Come viene dato, di preciso, questo sostegno?
«Arrivano a piedi, a cavallo, in moto, in auto: affrontano pericoli di ogni tipo. E ci raggiungono. Sono molto agguerriti. Sono membri di lunga data delle forze speciali. Rappresentano un solido pilastro per il nostro movimento».
Una guerriglia può sopravvivere quando è priva di vie di fuga in retroguardia? Suo padre poteva contare sul Tagikistan. Fino alla fine ha avuto a disposizione degli elicotteri. Lei non dispone di elicotteri e…
«Sì. Sono equipaggiato. Ma avrò bisogno di mezzi per mantenere operativa questa risorsa».
Allora posso dire al mio paese, agli Stati Uniti, che lei continua a nutrire speranza?
«Sì. Restiamo saldi nella tempesta, e il vento finirà per soffiare a nostro favore. Lo farà con più forza se riceveremo aiuto».
Da parte di chi?
«Da chiunque vorrà prestarcelo. E dal suo paese, spero. Quando sono venuto a Parigi ho incontrato, insieme a lei, il presidente Macron. Sono rimasto molto colpito da quel giovane presidente che ammirava mio padre e il presidente De Gaulle. Non riesco a immaginare che possa lasciarci soli. Sa che i resistenti del Panshir sono uno scudo contro la barbarie. E non soltanto per il popolo afghano, ma per i liberi cittadini del mondo intero».
(da La Repubblica)

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L’EUROPA DI 446 MILIONI DI ABITANTI CHE HA PAURA DI 250.000 PROFUGHI AFGHANI E’ LA PROVA DI QUANTO FACCIAMO SCHIFO

Agosto 22nd, 2021 Riccardo Fucile

UN CONTINENTE VECCHIO, IMPAURITO ED EGOISTA CHE VOLEVA ESPORTARE DEMOCRAZIA E NON E’ NEMMENO IN GRADO DI OFFRIRE UN BRICIOLO DI UMANITA’

250mila persone su un continente che ne conta 446 milioni sono lo 0,05% della popolazione. 5 persone ogni 10mila, se volete contarle. 1 ogni 2mila, se preferite. L’omeopatia dell’accoglienza, in un mondo anche solo vagamente normale.
E invece no: oggi i giornali italiani aprono con titoli come “La paura dell’Europa. Si rischia un ondata di 250mila profughi”.
Paura. Rischio. Come se la narrazione di quanto sta accadendo in Afghanistan, dove le ragazze nubili si barricano in casa per non essere sposate – verbo transitivo – a un guerriero talebano, dove le madri abbandonano o i figli neonati, gettandoli oltre il filo spinato tra le braccia di un soldato qualunque, dove dei ragazzi si siedono sul carrello di un aereo come se fosse il predellino di un autobus e cascano al suolo, dove gli assassini girano casa per casa a cercare i giornalisti sgraditi, dove tutto questo, insomma, non è che l’effetto collaterale del nostro rischio di incrociare un profugo afghano per strada, uno ogni duemila.
E del resto è quel che dice Emmanuel Macron, che ci toccherà fronteggiare un’emergenza chiamata immigrazione “clandestina”, come se ci fosse qualcosa di “clandestino” nel richiedere asilo politico.
Ed è quel che dice Matteo Salvini, che si è offerto bontà sua di accogliere moglie e figli, ma non i padri e i fratelli, perché i maschi adulti che vengono da quelle parti là – si sa! – sono terroristi in potenza.
Ed è quel che ha detto, con consumato aplomb da banchiere centrale il presidente del consiglio Mario Draghi, che accoglieremo chi ha collaborato con noi, ma basta così per carità, che i soldi ci servono per fare il ponte sullo Stretto.
(da Fanpage)

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UN AFGHANO SU TRE GIA’ RIDOTTO ALLA FAME: “SERVONO SOLDI E AIUTI UMANITARI”

Agosto 22nd, 2021 Riccardo Fucile

500.000 GLI SFOLLATI CHE HANNO RAGGIUNTO KABUL DAI CENTRI PIU’ PICCOLI

Con la conquista di Kabul da parte dei talebani, l’Afghanistan si ritrova ad affrontare un’emergenza diffusa che coinvolge la società in tutti gli aspetti della vita quotidiana: fame, collasso economico e un sempre crescente numero di senzatetto.
Crescono le tensioni attorno all’aeroporto di Kabul, via di fuga più veloce per abbandonare il Paese: i talebani continuano ad uccidere civili nel tentativo di disperdere la folla che cerca di salire su un aereo.
L’Occidente ha organizzato in maniera frettolosa e confusionaria i primi salvataggi dall’Afghanistan, portando però fuori pericolo una maggioranza di diplomatici impegnati nel Paese. Ancora pochi i collaboratori dell’Occidente evacuati.
“Un’operazione di soccorso rapida e precisa è fondamentale – ha dichiarato Mary Ellen McGroarty, direttrice per l’Afghanistan del World Food Programme delle Nazioni Unite -. Senza di essa, la situazione già orrenda diventerà una catastrofe assoluta. Dobbiamo far entrare i rifornimenti nel Paese, non solo in termine di cibo, ma anche in termini di assistenza medica e riparo. Servono soldi e servono subito. La gente non ha niente, ogni ritardo inizia a segnare la differenza”
I leader talebani cercano nel frattempo di ingraziarsi la comunità internazionale mostrandosi aperti al dialogo e democratici. Per ottenere il riconoscimento del nuovo Emirato (e quindi fondi e alleanze), hanno mantenuto in carica il ministro della Salute e il sindaco di Kabul, hanno detto di voler permettere alle donne di studiare e lavorare, ma sempre “nei limiti della Sharia”.
Nonostante i proclami, lontano dai riflettori hanno già iniziato i rastrellamenti casa per casa e hanno vietato le attività all’interno di classi miste, definendole “il male della società”.
A preoccupare la comunità internazionale, inoltre, lo stretto legame dei talebani con l’Isis. Secondo quanto riferito da funzionari statunitensi, alcuni affiliati dell’Isis avrebbero attaccato i cancelli dell’aeroporto di Kabul per “mantenere l’ordine”.
La Spagna ha annunciato che, in accordo con gli Stati Uniti, due basi militari spagnole saranno utilizzate per accogliere gli alleati afghani che hanno collaborato con il governo degli Stati Uniti. Le due destinazioni saranno Moron de la Frontera, vicino Siviglia, e Rota. Qui i rifugiati dimoreranno fino a quando non sarà previsto per loro un nuovo viaggio in un altro Paese di destinazione.
Tanta confusione nelle operazioni di soccorso britanniche: il governo ha attualmente difficoltà ad organizzare un piano preciso, con punti di accoglienza stabiliti e pratiche lineari. Per il momento, i militari si stanno occupando di casi individuali particolarmente urgenti riguardanti afghani che hanno collaborato con il Regno Unito. Per loro hanno cercato di assicurare un volo da Kabul.
Le persone che risultano idonee per il sistema di immigrazione della Gran Bretagna avrebbero dovuto partire giorni fa ormai, ma lo schema risultava essere troppo distretto e rigido. Secondo alcuni parlamentari, una linea telefonica speciale aperta per l’emergenza è stata lasciata scoperta, senza nessuno che rispondesse alle chiamate. Per questo motivo è stato convocato in aula il segretario di Stato per gli Affari Esteri Dominic Raab: a lui i membri del governo chiedono risposte sul piano di evacuazione.
Nel frattempo, Boris Johnson ha dichiarato che intende rendere le Nazioni Unite centrali “sia nelle operazioni di risposta umanitaria, sia nei negoziati internazionali sul futuro del Paese”. La cooperazione internazionale, secondo il leader Britannico, rappresenta l’unica strada per garantire il “rispetto dei diritti della popolazione afghana”. Il tentativo è quello di presentare una risoluzione al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite da condividere con Russia e Cina.
A Kabul però la crisi sembra destinata a diventare più importante ogni minuto che passa: un afghano su tre è già ridotto alla fame, con due milioni di bambini a rischio malnutrizione. La siccità aveva già portato a una riduzione del 40% della produzione di grano, mentre la valuta afghana era già crollata.
Aumentano anche i positivi al Coronaviurs mentre il tracciamento dei contagi, le cure e la prevenzione, risultano essere più difficili che mai. In due mesi circa 500.000 persone sono state sfollate, molte di queste hanno raggiunto Kabul nella convinzione che la capitale non sarebbe crollata.
(da agenzie)

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I TALEBANI MANDANO CENTINAIA DI COMBATTENTI IN PANSHIR, MASSUD RISPONDE: “PRONTI A MANDARVI ALL’INFERNO”

Agosto 22nd, 2021 Riccardo Fucile

IL FIGLIO DEL LEGGENDARIO “LEONE DEL PANSHIR” PRONTO A COMBATTERE CONTRO I TALEBANI: L’OCCIDENTE SI DEGNERA’ DI DARGLI UN SUPPORTO?

“Fonti ci confermano che finora va tutto bene” e che i combattenti della resistenza “sono pronti a mandare i diavoli all’inferno prima che entrino per vedere il Paradiso”. Così l’account twitter Panjshir Province, riconducibile alla resistenza, dopo che i talebani hanno annunciato che “centinaia di mujahidin” sono diretti verso la valle del Panshir, ultima sacca della resistenza ai militanti che da una settimana controllano l’Afghanistan.
La tv Al Arabiya riferisce che il comandante Ahmad Massud, figlio di Ahmad Shah Massud, il leggendario “Leone del Panshir” ucciso alla vigilia dell’11 settembre, ha detto di non avere “alcun problema verso un governo con i talebani”, ma ha sottolineato di non avere alcuna intenzione di arrendersi.
I talebani hanno dato un ultimatum alla regione che resiste. Massud ha aggiunto che le forze di diverse altre regioni afghane stanno convergendo verso il Panshir. Massud ha aggiunto di volere il dialogo e la fine della guerra. “Ciò di cui ha bisogno il Paese – ha detto – è un governo che comprenda varie forze”.
(da agenzie)

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ITALIA VIVA CHIEDE DI INGINOCCHIARSI PER I DIRITTI DELLE DONNE AFGHANE, MA DIMENTICA QUELLI DELLE DONNE SAUDITE

Agosto 22nd, 2021 Riccardo Fucile

L’IPOCRISIA DI CHI DIMENTICA IL SOSTEGNO DI RENZI ALL’ARABIA SAUDITA DOVE LE DONNE NON SONO NEANCHE LIBERE DI FARE UN PELLEGRINAGGIO DA SOLE

Italia viva ha iniziato un’audace campagna di comunicazione a sostegno delle donne afghane, che ora rischiano la vita nel nuovo Emirato islamico, appena proclamato dai talebani.
Un’appassionata denuncia per sensibilizzare l’opinione pubblica sul destino delle donne di Kabul, che dopo 20 anni di occupazione militare da parte degli Stati Uniti e delle forze Nato, sono ripiombate nell’incubo della Sharia.
I gruppi al potere hanno infatti dichiarato di voler governare il Paese secondo una rigida interpretazione della legge islamica, e così le afghane hanno di colpo perso i diritti acquisiti dopo un lento percorso di conquista di una maggiore indipendenza e di un riconoscimento all’interno della società.
“Vorrei che le tante amiche e compagne di mille battaglie si facessero sentire. Ciò che sta accadendo alle ragazze di Kabul ci riguarda non solo perché rischiamo l’esplosione dell’immigrazione e soprattutto nuovi attentati terroristici. Ci riguarda come donne, come esseri umani, come cittadini del mondo. È ripartito il campionato di calcio. Mi spiace che nessuno abbia proposto di inginocchiarsi anche per le ragazze afghane”, ha detto oggi Maria Elena Boschi, lodando la posizione presa dal governo italiano e dal premier Draghi, e non perdendo occasione per criticare l’ex presidente del Consiglio Conte, che ha giudicato “distensivi” i primi segnali lanciati dai talebani.
Le dichiarazioni di Boschi al Giornale sono state rilanciate anche dalla collega di partito Raffaella Paita e dalla parlamentare di Iv Silvia Fregolent.
Mentre la ministra per le Pari Opportunità e la Famiglia, Elena Bonetti pochi giorni ha twittato così: “Il grido di aiuto delle donne e delle bambine afghane non può rimanere senza risposta. L’Italia è al lavoro e farà la sua parte”.
Lo stesso leader di Italia viva Matteo Renzi ha pubblicato un’immagine drammatica di una madre afghana, che non riuscendo a scappare da Kabul attraverso l’aeroporto ha lanciato il figlio neonato oltre il filo spinato, per affidarlo a un militare, sperando di salvargli la vita, consapevole che non lo avrebbe più rivisto: “Questo gesto è il gesto drammatico per eccellenza: una madre per salvare il figlio lo abbandona a sconosciuti. Ma meglio gli sconosciuti che gli estremisti. Rifletta chi in queste ore chiede di aprire ai Talebani, signori del terrore e del terrorismo. Dolore, dolore, dolore “.
Tutti accorati messaggi di solidarietà, a fianco di una minoranza che già adesso viene perseguitata, come raccontano diverse testimonianze, e che pagherà il prezzo più alto per l’ascesa dei fondamentalisti islamici.
Chiedere ai calciatori di inginocchiarsi all’inizio di una partita, così come hanno fatto spontaneamente molte squadre durante gli Europei, ricordando le battaglie contro il razzismo del Black Lives Matter, è un’iniziativa pienamente condivisibile, se non fosse che gli esponenti di Italia viva hanno la memoria corta.
Ci ricordiamo tutti degli arditi elogi pronunciati da Matteo Renzi durante un incontro pubblico in Arabia Saudita, non più tardi di qualche mese fa, in piena crisi di governo. L’evento si chiamava “Il futuro di Riad”, organizzato nell’ambito della manifestazione “La Davos del deserto” dal principe ereditario saudita Mohammed bin Salman. Il leader di Iv, in qualità di conferenziere e membro del board della Future Investmente Initiative – la fondazione controllata dalla famiglia reale saudita che aveva promosso l’evento – era stato invitato per un colloquio con il principe Mohammad bin Salman: “Per me è un privilegio poter parlare con te di Rinascimento”, aveva detto Renzi, per poi aggiungere: “Credo che l’Arabia Saudita possa essere il luogo per un nuovo Rinascimento”, dicendosi come se non bastasse anche “invidioso” della situazione occupazionale del Paese, grazie a un costo del lavoro molto basso rispetto a quello italiano.
Parole molto gravi, per le quali il senatore, pur essendo stato criticato, non ha mai fornito spiegazioni. Come non ha mai chiarito la questione degli 80mila dollari l’anno che, come hanno raccontato il ‘Domani’ e il ‘Fatto Quotidiano’, Renzi ha percepito per i suoi meeting in Arabia Saudita.
E stiamo parlando di un Paese in cui le donne vivono una condizione di subalternità. Solo da poco (nel 2017) è caduto per loro il divieto di guidare, ed è recentissimo il permesso che hanno ottenuto di partecipare all’hajj, il tradizionale pellegrinaggio alla Mecca, senza un parente maschio che faccia da tutore, a condizione però che partano in gruppo.
Eppure, come ha denunciato un corrispondente dell’Afp a Riad, nonostante il via libera del governo, diverse agenzie turistiche hanno fatto sapere che non accetteranno donne senza un tutore maschio. Il passo avanti della società sembra sia al momento rimasto solo sulla carta.
Non vorremmo quindi che per Italia viva la vita delle donne saudite valesse di meno di quella delle donne afghane.
(da Il Fatto Quotidiano)

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GLI ESPERTI CONCORDANO: SENZA OBBLIGO VACCINALE NON SE NE ESCE (LO AVEVAMO CAPITO GIA’ 4 MESI FA)

Agosto 22nd, 2021 Riccardo Fucile

STANNO ANCORA A DISCUTERE, SE LO AVESSIMO IMPOSTO SUBITO AVREMMO GIA’ RISOLTO IL PROBLEMA

L’avanzare della variante Delta nel nostro Paese continua a preoccupare le istituzioni sanitarie e gli ambienti di governo.
Da giorni è tornato centrale il dibattito sull’introduzione dell’obbligo vaccinale in autunno, anche se le posizioni restano distanti all’interno dell’esecutivo e tra le stesse forze che compongono la maggioranza di governo.
Dopo l’intervento con cui Sergio Abrignani, immunologo dell’Università Statale di Milano e membro del Cts, proponeva “l’obbligo vaccinale perché le malattie infettive le contieni quando vaccini tutti e lo abbiamo visto con la polio, il vaiolo e altre malattie”, avevamo registrato la posizione del sottosegretario Costa, secondo il quale la vaccinazione obbligatoria andrebbe considerata solo come “ultima ipotesi”.
Di parere opposto, invece, il ministro del Lavoro Andrea Orlando, del Partito Democratico, secondo il quale si tratterebbe di una scelta importante e necessaria per contrastare una minaccia incombente.
Nelle ultime ore vanno registrati altri due interventi di spessore, a cominciare da quello di Giorgio Palù, presidente dell’Agenzia italiana del farmaco e componente del Comitato tecnico scientifico.
In una intervista al Corriere della Sera, Palù si esprime in modo chiaro a favore della vaccinazione obbligatoria: “Credo che sia necessario interrogarsi sull’opportunità di introdurre l’obbligo vaccinale per chi ricopre una funzione pubblica: operatori sanitari, insegnanti, forze dell’ordine e altra categorie. Ricordiamo che la salvaguardia del bene pubblico è tutelata anche dall’articolo 2 della Costituzione, secondo cui il diritto individuale non può ledere quello della comunità”.
Il punto centrale, resta sempre lo stesso: “I vaccini di cui oggi disponiamo, oltre a proteggere l’individuo, sono altamente efficaci nella prevenzione dei contagi: tra il 70 e l’85 per cento”. Peraltro, aggiunge, “è molto improbabile, non esiste alcuna prova né esempio che i vaccini possano selezionare virus con più elevata patogenicità”.
L’idea di allargare la platea delle categorie per le quali diventerebbe obbligatorio vaccinarsi è condivisa anche dal consulente del ministro della Salute Walter Ricciardi, che ne ha parlato a Repubblica: “È giusto l’obbligo per i professionisti della sanità ma andrebbe introdotto anche per chi lavora nella scuola. Va inteso come un modo per proteggere i fragili con i quali si entra in contatto […] La Delta ha cambiato completamente la dinamica della pandemia. I problemi li hanno i singoli non vaccinati, che rischiano guai seri. I no vax e in generale chi protesta non devono farci desistere da due obiettivi: l’aumento delle coperture e l’applicazione di una misura importante come quella del Green Pass”.
Anche Agostino Miozzo, già coordinatore del Comitato Tecnico Scientifico e ora consulente del mministro Bianchi, si dice favorevole all’obbligo di vaccinazione per chi lavora negli istituti scolastici: “I dati ci dicono che oltre il 90 per cento sono vaccinati o esentati per motivi di salute. Lasciamo un paio di settimane alle Regioni per recuperare il ritardo organizzativo e poi mettiamo l’obbligo: i non vaccinati saranno una minoranza di irriducibili per i quali devono essere prese decisioni appropriate come avviene nella sanità”.
(da agenzie)

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IL DOPO MERKEL: ORA I SONDAGGI DANNO CDU E SOCIALDEMOCRATICI ALLA PARI

Agosto 22nd, 2021 Riccardo Fucile

A UN MESE DAL VOTO IL PARTITO DELLA MERKEL RISCHIA LA DISFATTA

La notizia dell’aggancio è stata data a tutta pagina, in apertura, dalla Bild am Sonntag: conservatori e socialdemocratici tedeschi sono entrambi al 22% delle preferenze a un mese dalle elezioni di settembre.
Per i socialdemocratici (Spd) del vice cancelliere Olaf Scholz è il punto più alto dal dicembre 2017. Per Cdu e Csu, che perdono tre punti rispetto alla settimana scorsa, il più basso mai registrato da questo rilevamento.
I Verdi di Annalena Baerbock sono al 17%, i Liberali conquistano un punto e passano al 13%, l’ultradestra di Afd è al 12% e la sinistra della Linke al 7%.
Sul fronte delle preferenze personali – ma in Germania il 26 settembre si voterà per i partiti e non per il cancelliere – il socialdemocratico Scholz si conferma ampiamente in testa con il 34% delle preferenze (+5), mentre il candidato della Cdu Armin Laschet perde tre punti e cala al 12% e la verde Baerbock resta al 13.
Con questi numeri sarebbero possibili diverse coalizioni: la cosiddetta “jamaika” (Unione, Verdi, Fdp ), il “semaforo” (Spd, Verdi, Fdp), la coalizione “Kenia” (Unione, Spd, Verdi) o “Deutschland” (Unione, Spd, Fdp).
Ieri Angela Merkel è corsa in difesa di Laschet, candidato alla sua successione in difficoltà nei sondaggi, dicendosi «profondamente convinta» delle sue possibilità.
(da agenzie)

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QUALE ACCOGLIENZA PER I COLLABORATORI AFGHANI IN ITALIA?

Agosto 22nd, 2021 Riccardo Fucile

IL CASO DI “MARCO” E LA COGNATA INCINTA SISTEMATI TRA MUFFA E SPORCIZIA: SONO INTERPRETI AFGHANI CHE HANNO RISCHIATO LA VITA PER I NOSTRI MILITARI

La denuncia di un interprete, giunto in Italia con la famiglia, spedito dai Centri Accoglienza e Servizi (C.A.S.) in un alloggio fatiscente. «Grati al governo per averci portato in salvo ma ci sentiamo abbandonati»
«Chi lavora con l’Italia non viene abbandonato», queste le parole del Ministro della Difesa Lorenzo Guerini rivolte ai collaboratori delle nostre Forze Armate in Afghanistan. Una promessa, fatta a oltre 270 civili durante la sua visita di giugno a Herat, che ha permesso a circa una quarantina di interpreti di atterrare a Roma ed essere ospitati inizialmente a Cosenza per il periodo di quarantena.
La palla passa al Ministero dell’Interno per il successivo inserimento nella rete di accoglienza e integrazione, ma sembra che non tutti stiano ricevendo lo stesso trattamento.
Sabato 21 agosto mattina, in centro a Udine, incontriamo l’ex sottufficiale degli alpini Francesco Fontanini con due missioni in Afghanistan alle spalle. Parliamo della sua esperienza, ma i pensieri sono rivolti soprattutto ai suoi collaboratori afgani, alcuni dei quali ancora oggi bloccati o in attesa di partire dall’ormai tristemente noto aeroporto Hamid Karzai di Kabul.
Ci racconta di “Marco” e della sua famiglia, arrivata in Italia con uno dei primi voli militari a Roma e ora ospite in una località del centro Italia insieme al fratello e la moglie di quest’ultimo, ormai prossima a partorire. Una volta entrati in contatto, ci mostra le foto del loro alloggio e rimaniamo senza parole.
Non possiamo rivelare l’identità dell’interprete per proteggere la sua famiglia. Abbiamo concordato di chiamarlo “Marco”, nome di fantasia per chi ha lavorato 15 anni al servizio del nostro Paese in Medio Oriente.
Non è chiaro a molti cosa comporti collaborare con gli stranieri a Herat, “Marco” ha rischiato di morire durante una missione del 2009 dove il contingente italiano cadde in un’imboscata orchestrata dai talebani. Non è stata la prima e unica volta, ma il pericolo non riguardava soltanto le missioni.
Non poteva usare i mezzi pubblici per andare alla base, alcuni interpreti prendevano dei “taxi” dirigendosi nella zona industriale adiacente per proseguire a piedi cercando di non dare troppo nell’occhio. Rapporti sociali? Inutile discuterne, “Marco” e i suoi colleghi dovevano tenere il più possibile segreto il loro lavoro, il rischio di perdere la vita era concreto 24 ore su 24, tutti i giorni della settimana.
“Marco” e suo fratello hanno sacrificato i migliori anni della loro vita per il contingente italiano, rinunciando a una vita normale, possibilmente lontano dalle famiglie. Le promesse del Ministro Guerini avevano riacceso le loro speranze di poter ricominciare da capo al sicuro in Italia.
Dopo i giorni di quarantena a Cosenza si aspettavano di essere gestiti dal Sistema Accoglienza Integrazione (S.A.I.), ma sono stati trattati come un qualunque altro richiedente asilo finendo nel sistema dei Centri Accoglienza e Servizi (C.A.S.).
A differenza di molti dei loro colleghi, ubicati in ottime strutture dislocate in altre regioni italiane, qualcosa è andato storto.
Il responsabile del centro non sarebbe stato informato della presenza di una donna incinta e hanno considerato tutti come un unico nucleo familiare, contrariamente alla loro assegnazione. Così si sono ritrovati a dover condividere una piccola abitazione composta da una camera da letto e una cucina che attualmente viene usata da “Marco” per dormire in un letto singolo circondato dalle valigie.
A breve saranno in quattro, ma non sarà possibile per loro continuare a vivere in quelle condizioni soprattutto con la presenza di un neonato che necessita di un ambiente salubre. Senza contare i mobili vecchi e malandati, alcuni danneggiati, e il fatto che l’unico bagno è accessibile solo entrando dalla camera da letto, c’è anche il problema dei muri fatiscenti e della presenza della muffa.
Sono grati al Governo italiano per averli tratti in salvo dal loro Paese oggi in mano dei talebani, ma il morale è basso e sono molto preoccupati.
Il luogo dove sono ospitati è lontano dall’ospedale, per le visite necessarie in vista dell’imminente parto bisogna percorrere parecchia strada, inoltre si sentono isolati e abbandonati dalla stessa comunità italiana.
Vogliono integrarsi, ricevere al più presto documenti come il permesso di soggiorno elettronico e la tessera sanitaria per poi cercarsi un lavoro.
I loro colleghi afgani, giunti nello stesso volo a giugno, sono dignitosamente ospitati in altri centri nel Nord Italia come quello di Varese dove risulterebbero disponibili dei posti. “Marco” ha presentato formale richiesta (in inglese e in italiano) per essere trasferito insieme ai suoi cari in quella struttura, ma da inizio agosto ad oggi non ha ricevuto alcuna risposta, ufficiale o informale che sia.
Dopo qualche ora di colloquio con “Marco”, abbiamo deciso di rendere pubblica la loro storia affinché nessun altro degli esuli afgani si ritrovi in una situazione simile, ma soprattutto per dare in tempi brevi a una donna la speranza e la possibilità di partorire in tranquillità, garantendo a lei e al prossimo arrivato tutto ciò di cui hanno bisogno. Abbiamo scritto anche al Ministero dell’Interno, rivolgendoci alla ministra Lamorgese attraverso il suo Portavoce, sperando di ottenere una buona notizia per questi servitori dello Stato.
(da Open)

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IL PRIMO SORRISO DEI BIMBI IN FUGA DA KABUL: “ORA SIAMO VIVI”

Agosto 22nd, 2021 Riccardo Fucile

STORIE, PAURE E SORRISI DEI BAMBINI GIUNTI A FIUMICINO

Una famiglia, un numero, un visto per una nuova vita. Tornare a respirare aria e non terrore. Intravedere un futuro.
Herat è lontana, ormai. I vecchi sono sfiniti, dormono su un fianco per terra sopra pezzi di cartone, la mano chiusa a pugno usata come cuscino. I bambini non hanno sonno, troppe le emozioni del mondo nuovo.
Allargano le braccia e fanno una pernacchia con la bocca per farti capire che a portarli qui è stato un grosso aereo che faceva tanto rumore. Lo hanno anche disegnato. Con le ali colorate di rosso e verde come la bandiera dell’Afghanistan e le nuvole azzurre che ridono. Come loro. Perché i talebani non ci sono più e non possono più fargli del male.
Il Terminal 5
Le 8.30 di sabato mattina, il Terminal 5 di Fiumicino, il primo pezzo d’Italia dove mettono piede i salvati. Nella sala di attesa delle partenze chiuse, tra il banco 521 e il banco 532 del check-in, 105 afghani aspettano di sapere cosa ne sarà di loro. Gli altri, i sommersi, stanno ancora a Kabul.
“Number thirty-four! Mister Qassem…!”, urla la soldatessa. Sta cercando Hamad Qassem, 45 anni, che ha il biglietto col numero 34. Gli deve dire che il fotosegnalamento è andato bene, nessun precedente vieta di rilasciare il visto per motivi umanitari. Il tampone è negativo, i documenti sono a posto. Potrà salire sul pullman con i cinque figli, la nonna Bibinoor e gli altri afghani atterrati a Fiumicino venerdì notte alle 23.05. Saranno portati a Cosenza per la quarantena di dieci giorni, poi finiranno nelle strutture delle prefetture e nelle case dei comuni.
“Mister Qassem…!”, chiama ancora lei. Tutti si sono girati verso l’italiana in divisa mimetica. Atina no. È una bambina di 5 anni disabile aggrappata al collo di mamma Segila. Non parla. Non si muove. Tiene il pollice in bocca. Il suo corpo scheletrico e invecchiato dalla malattia è una dichiarazione di resa. Tranne gli occhi. Che invece sono aperti, indagatori, vivi, severi. Piantati addosso al poliziotto che sta chiedendo a Segila come fare per convincere Atina a mangiare qualcosa.
Sono arrivati col sesto volo dell’Aeronautica organizzato dal ministero della Difesa per evacuare dall’Emirato Islamico chi ha lavorato con il contingente italiano a Herat.
Sono nuclei famigliari interi: 27 uomini, 31 donne, 47 minorenni, di cui 21 maschi e 26 femmine. Hanno avuto pochissimi minuti per riempire le valigie e correre all’aeroporto di Kabul. Hanno lasciato case, amici e parenti. Hanno preso quello che hanno potuto nel poco tempo che gli è stato dato.
La famiglia di Qassem
Cartoni, trolley, borse rigonfie, sacchetti neri con il marchio di negozi sconosciuti, bottigliette d’acqua, caramelle gommose, pezzi di pane, piedi scalzi e polverosi, sandali accanto a tappeti, il pannello elettronico delle partenze che proietta le norme anti-Covid, altre valigie e altri sacchetti con dentro frammenti della vita di prima. Quattro smartphone sono attaccati a una presa. Non sono poveri che fuggono, ma persone esposte alla vendetta degli studenti coranici.
Si sente il vociare degli uomini che siedono vicini e indossano il perahan tunban, il tradizionale vestito lungo. Un anziano con il kolah namadi, il cappello bianco, si è assopito, ma è ritto sulla sedia come fosse sveglio, le gambe accavallate.
Le donne sono più silenziose, avvolte nell’hijab tengono in braccio figli di un anno, due anni. Alcune bambine sono vestite come piccole principesse. I ragazzini non si fermano un attimo, giocano a rubabandiera. Sono di etnia tagika, di fede sunnita e di cultura persiana, parlano il dari.
I poliziotti della Polaria hanno portato cappellini, pennarelli, matite colorate e fogli di carta, mentre altri poliziotti dietro a quattro tavolini protetti da un pannello di plexiglas sbrigano le procedure per il visto. “Number fifty-five!”, grida un soldato.
Sapide ha diciassette anni e un nome che significa luce. Ha un velo rosa, una tunica verde, l’orologio sopra la manica. È una delle figlie di Qassem.
“Frequentavo una scuola superiore, maschi e femmine insieme. I talebani non lo vogliono questo, non accettano di farmi studiare. Voglio imparare le lingue, lavorare, sposarmi con qualcuno che amo”. Con sé ha un borsone nero. “Ci ho messo quattro abiti e due libri di religione in inglese”.
Calpestati dalla folla
Qassem osserva Sapide mentre tiene la mano dell’altra figlia, Salma. Per 14 anni Hamad Qassem ha trasportato cibo dentro il compound italiano, ricevendo uno stipendio di 600 dollari al mese. In Afghanistan, è molto di più di quanto guadagna un chirurgo. “Ogni mattina alle 8 andavo alla base e mi facevano il pass Nato. Talvolta non potevo tornare a casa perché fuori sparavano e si ammazzavano”. Mercoledì l’hanno chiamato al telefono. Gli hanno detto di sbrigarsi, che c’era un posto sul volo. “Però i talebani a Kabul non ci facevano passare. Mostravo loro i documenti, se ne fregavano. Per due notti abbiamo dormito in strada, vicino a un canale di fognatura, con la sabbia che ci entrava in bocca. Mia moglie è morta anni fa, ero solo con i miei cinque figli e la nonna che ha 62 anni. Pensavo di non farcela. Due bambini sono stati calpestati dalla folla, una scena orribile. Ho contato quindici cadaveri sulla via per l’aeroporto”.
Quello che ha visto Qassem è il suo Paese inghiottito da un regime oscurantista, quello che chiede ora è un punto da cui ricominciare. “Sono grato all’Italia, vorrei avere un lavoro per dare da mangiare ai miei figli. Non mi serve altro. In Afghanistan? Tornerò appena qualcuno caccerà i talebani. Succederà, se Dio vuole”. Insciallah, come sempre.
Nilo, il lottatore
Nessuno, a parte Sapide, parla inglese. A fare da interprete è Nilo, un afghano di 23 anni alto e con le spalle larghe. Ha la tuta della Croce rossa, come gli altri sta dando una mano. Una storia tra mille storie. “Sono potuto venire in Italia nel 2015 grazie a una borsa di studio, ho frequentato l’Accademia militare di Modena e ora studio Scienze politiche alla Federico II di Napoli”. Il passato è un cane che lo bracca e ancora morde. “Mi capita di svegliarmi la notte perché mi sembra di udire le raffiche dei kalashnikov e le esplosioni dei lanciarazzi. In Accademia mi hanno sottoposto a un test psicologico per valutare l’età del mio cervello. Per le esperienze che ho accumulato, sono come una persona di 51 anni”.
Nilo è il soprannome, in realtà si chiama Nehal. Le sue orecchie hanno cartilagini spappolate. “Facevo lotta libera in Afghanistan. Sono stato anche campione nazionale. Sono qui a Fiumicino perché mi sento in debito. Con l’Italia e con i miei fratelli connazionali”.
Il mago Pino
Siamo arrivati al numero 80, il visto per la famiglia di Obayd che di professione è imbianchino e nella base di Herat era il factotum, risolveva i problemi. “Non potevo rimanere, i talebani mi cercavano. Finora non hanno mostrato il loro vero volto, credetemi”. All’improvviso, al Terminal 5, si presenta il Mago Pino e per un’ora, diventa l’ombelico del mondo. Perché ai bambini servono pennarelli per colorare il domani ma anche sorrisi per dimenticare il passato. E pazienza se il sovrintendente capo Giuseppe Di Coste, 53 anni di cui 23 in servizio alla Stradale e una passione per la prestidigitazione affinata a Los Angeles, in ufficio al Tuscolano aveva solo un mazzo di carte. L’hanno chiamato ed è venuto di corsa.
Comincia col suo cavallo di battaglia, un gioco che si chiama between your hands, tra le tue mani. Dà dieci carte a Mustafa e chiede agli altri di soffiare. Per magia le carte di Mustafa diventano 13, poi 16, poi 19, rendendo il mago Pino immediatamente l’eroe di questi piccoli afghani con la bocca aperta.
Sono tutti attorno a lui. Mustafa è fisicamente avvinghiato alla sua gamba destra. Anche Atina lo osserva, da lontano, muta e immobile. Il mago Pino con le mani fa sparire e riapparire gli assi e i re, li conta in italiano, “unooo… dueee”, e uno dei suoi spettatori con la maglietta di Christian Bale lo imita. La magia non ha bisogno di interpreti, parla tutte le lingue del mondo.
Le nuvole che ridono
Tra un paio d’ore atterra un altro aereo con altri salvati, bisogna muoversi. Tra le file di sedie davanti agli undici banchi del check-in, ci sono i boy scout che aiutano le madri, i soldati che controllano (l’Esercito è responsabile degli evacuati fino alla fine della quarantena), i poliziotti, la Croce rossa, i medici del ministero della Salute.
Finora nessuno è risultato positivo al tampone. I bambini hanno preso possesso del pavimento. Ce ne sono diciassette che disegnano case, robot, alberi. Maisam tra quattro giorni compie un anno, ha afferrato il pennarello arancione e ha riempito il foglio con uno scarabocchio rotondo. Sua madre Samana, 32 anni, con whatsapp lo sta mostrando alle sorelle, per tranquillizzarle.
“Ho quattro figli e ora che sono in Italia non voglio rimanere chiusa in casa come in Afghanistan. Voglio lavorare. Per la prima volta sento di essere anch’io un essere umano sulla terra”.
Visto numero 105. Sono tutti identificati, fotosegnalati, dotati di lasciapassare. Salgono sui pullman, destinazione Cosenza. I bambini salutano il Mago Pino, che ora chiamano Pino Ton, Pino amore. Dal finestrino gli fanno il segno del cuore con le dita. Come in un gioco di prestigio, ieri erano a Kabul, oggi sono in Italia.
Il futuro è finalmente nelle vostre mani come l’asso di cuori, between your hands. Atina è arrampicata sulla spalla della mamma. Non saluta, osserva. Quello sguardo, che pesa come una sentenza.
(da La Repubblica)

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