Agosto 5th, 2021 Riccardo Fucile
LA CERTIFICAZIONE SERVIRA’ PER I TRASPORTI EXTRAREGIONALI DAL 1 SETTEMBRE… ESCLUSI BUS, METRO E TRENI REGIONALI
Venerdì 6 agosto entrerà in vigore il decreto del governo che obbliga i cittadini a presentare il green pass per svolgere una serie di attività, tra le quali mangiare al ristorante, partecipare ad eventi sportivi e culturali, andare in palestra o al cinema. Dovrà essere mostrato da tutti i cittadini di età superiore ai 12 anni.
Sono esentati “i soggetti che hanno idonea certificazione medica”. Il decreto stabilisce che in zona bianca è valido il green pass ottenuto dopo aver ricevuto la prima dose di vaccino e ha una validità di 9 mesi.
Nelle zone gialla, arancione e rossa il green pass ottenuto dopo la prima dose è valido per accedere a tutti “i servizi e le attività consentiti e alle condizioni previste per le singole zone”.Potrà ottenere il green pass chi ha un certificato di guarigione nei precedenti sei mesi, oppure ha effettuato un test molecolare o antigenico o salivare nelle 48 ore precedenti e ha avuto esito negativo.
Per scaricare il green pass bisogna aver ricevuto un sms con il codice Authcode che dovrà essere inserito sulla pagina Internet dgc.gov.it oppure sulla app Immuni. Sulla app IO, invece, compare direttamente. Chi non riesce a scaricare il green pass può esibire il certificato cartaceo.
Ristoranti e bar
Sarà necessario presentare il green pass se si vuole andare al ristorante, nei pub, nelle gelaterie e pasticcerie al chiuso e sedersi al tavolo. Non sarà necessario per chi consumerà all’aperto né sarà necessario per chi consumerà al bancone. Al chiuso è previsto un numero massimo di sei persone al tavolo.
Per i banchetti a seguito di cerimonie civili e religiose il green pass era già stato previsto. Non c’è un numero massimo di persone a tavola.
Il buffet rimane consentito “mediante somministrazione da parte di personale incaricato, escludendo la possibilità per gli ospiti di toccare quanto esposto”.
La modalità self-service può essere eventualmente consentita per buffet realizzati esclusivamente con prodotti confezionati in monodose. Ricordiamo che in zona gialla si può andare nei ristoranti e nei bar al chiuso fino alle 18. In zona arancione e rossa i ristoranti sono aperti soltanto per l’asporto e la consegna a domicilio fino alle 22, i bar fino alle 18 , le vinerie e le enoteche fino alle 22.
Palestre, piscine e circoli sportivi
Per svolgere l’attività sportiva al chiuso sarà obbligatorio esibire il green pass. L’elenco delle attività comprende: piscine, centri natatori, palestre, sport di squadra, centri benessere, anche all’interno di strutture ricettive.
Stadi e palazzetti
Negli stadi e nei palazzetti dello sport in zona bianca, “la capienza consentita non può essere superiore al 50 % di quella massima autorizzata all’aperto e al 30 % al chiuso”. In zona gialla “la capienza consentita non può essere superiore al 25 % di quella massima autorizzata e, comunque, il numero massimo di spettatori non può essere superiore a 2.500 per gli impianti all’aperto e a 1.000 per gli impianti al chiuso”. Rimangono validi “i protocolli attualmente in vigore che prevedono l’assegnazione preventiva dei posti per consentire l’eventuale tracciamento dei casi positivi, il distanziamento quando ci sono gli assembramenti e comunque dei posti a sedere, ingressi separati dalle uscite, l’utilizzo della mascherina al chiuso”. Il decreto prevede che “quando non è possibile assicurare il rispetto delle condizioni previste dai protocolli, gli eventi e le competizioni sportivi si svolgono senza la presenza di pubblico”.
Eventi e spettacoli
Il green pass dovrà essere esibito per spettacoli aperti al pubblico, musei, istituti e luoghi della cultura, mostre, sagre e fiere, convegni e congressi, centri termali, parchi tematici e di divertimento, centri culturali, centri sociali e ricreativi limitatamente alle attività al chiuso, sale gioco, sale scommesse, sale bingo e casinò.
Limiti sulla capienza ben specificati. In zona bianca e in zona gialla “gli spettacoli aperti al pubblico in sale teatrali, sale da concerto, sale cinematografiche, locali di intrattenimento e musica dal vivo e in altri locali o spazi anche all’aperto, sono svolti esclusivamente con posti a sedere pre-assegnati e a condizione che sia assicurato il rispetto della distanza interpersonale di almeno un metro sia per gli spettatori che non siano abitualmente conviventi, sia per il personale»”
È obbligatorio indossare la mascherina e mantenere il distanziamento.
In zona bianca “la capienza consentita non può essere superiore al 50 % di quella massima autorizzata all’aperto e al 30 % al chiuso nel caso di eventi con un numero di spettatori superiore rispettivamente a 5.000 all’aperto e 2.500 al chiuso”. In zona gialla la capienza consentita non può essere superiore al 50 % di quella massima autorizzata e il numero massimo di spettatori non può comunque essere superiore a 2.500 per gli spettacoli all’aperto e a 1.000 per gli spettacoli in luoghi chiusi, per ogni singola sala. Se non si possono rispettare i protocolli “sono sospesi gli spettacoli aperti al pubblico”.
Multe e sanzioni
I cittadini che non hanno il green pass rischiano la multa fino a 400 euro, ridotta se pagata entro cinque giorni. Per gli esercenti “dopo due violazioni commesse in giornate diverse, si applica, a partire dalla terza violazione, la sanzione amministrativa accessoria della chiusura da uno a dieci giorni”.
Chi potrà controllare il green pass
Oltre alle forze dell’ordine, dovranno procedere al controllo del green pass tutti i titolari o i gestori dei servizi e delle attività in cui è obbligatorio. L’operazione avverrà tramite l’utilizzo di VerificaC19, l’applicazione nazionale che permette di verificare la validità delle certificazioni, anche senza connessione internet. I verificatori potranno anche richiedere l’esibizione di un documento di identità, per controllare la corrispondenza dei dati anagrafici mostrati dall’applicazione.
Ci saranno sconti sui tamponi?
Il governo ha autorizzato la creazione di un protocollo d’intesa tra il Commissario straordinario per l’emergenza, le strutture sanitarie e le farmacie per assicurare la somministrazione dei tamponi a prezzo di costo fino al prossimo 30 settembre.
Scuola
Green pass obbligatorio per il personale della scuola. È l’orientamento che, a quanto si apprende, è stato confermato dalla cabina di regia del governo in vista del Consiglio dei ministri odierno. Resta ancora da definire, spiegano fonti di governo, il quadro delle sanzioni per il personale scolastico che non ha il Green Pass. Di certo, sottolineano le stesse fonti, chi non potrà recarsi al lavoro perché non dotato di certificazione verde sarà considerato assente ingiustificato.
Trasporti
Dovrebbe scattare dal 1 settembre l’obbligo di Green Pass per i trasporti, senza anticipazioni ad agosto come qualcuno nel governo sperava, così da consentire l’organizzazione dei controlli.
La certificazione dovrebbe essere richiesta per i treni a lunga percorrenza – Alta velocità, Intercity, con un aumento dei posti disponibili per gli utenti (la capienza sale dal 50 all′80%) – e per i traghetti extraregionali, e non per quelli che viaggiano all’interno della stessa Regione. Il Green Pass non servirà, dunque, per circolare su autobus, metropolitane e treni regionali. Per quanto riguarda i bus il green pass dovrebbe essere richiesto solo per i tragitti che attraversano almeno due regioni.
Dovrebbe essere escluso anche lo stretto di Messina ma una riflessione è ancora in corso. Per quanto riguarda i bus il green pass dovrebbe essere richiesto solo per i tragitti che attraversano almeno due regioni.
(da agenzie)
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Agosto 5th, 2021 Riccardo Fucile
“PIANGO PENSANDO DI ESSERE ARRIVA AL BRONZO, DA PICCOLA AL MASSIMO POTEVO SOGNARE I MONDIALI”
“Io piango, ogni volta per l’emozione. Noi del karate nemmeno immaginavamo
tutto questo, invece siamo alle Olimpiadi. Da piccola non potevo sognare di diventare campionessa olimpica, perché ai Giochi non eravamo ammessi, quindi sognavo l’oro ai Mondiali”.
È una donna minuta, con occhi fiammeggianti, a fare la storia nel tempio del Nippon Budokan: prima italiana a gareggiare nel karate al debutto olimpico, e prima medaglia dopo aver vinto la finale per il bronzo contro l’americana Sakura Kokumai.
Genovese, trentatré anni, l’atleta delle Fiamme Oro è una specialista del kata, parola che esprime il concetto di “forma” e si combatte contro un avversario immaginario con gesti plastici o ad altissima velocità.
Come nasce la sua storia che arriva fino a Tokyo?
“C’era una palestra sotto casa, e a papà e mamma piaceva l’idea di far fare karate a me e a mia sorella Valeria, con l’idea di potersi difendere un domani. Per un genitore che ha due figlie femmine sapere che si possano difendere è una cosa bella. Così sono entrata in palestra, poi mi sono subito innamorata, e da lì non ho più smesso: avevo sei anni”.
Quando il karate è diventato qualcosa di più consistente?
“A dieci anni ho incontrato il maestro Claudio Albertini che mi ha cresciuto fino a quando ne avevo ventisei, nella palestra di Quinto a Nervi. Poi sono entrata nella Fiamme Oro”
Quando ha capito che poteva diventare la sua vita?
“Le prospettive di lavoro non erano grandissime, entrare in un gruppo sportivo era difficile per una disciplina non olimpica. Io lo facevo perché mi piaceva, vincevo e le cose sono venute spontaneamente, non c’è stato niente di ossessivo. Nel frattempo mi sono laureata”.
In che cosa?
“Scienze motorie a Genova, partecipando come una studentessa normale, non come atleta, ma con l’obbligo di frequenza, sessioni rinviate perché ero impegnata con le gare in giro per il mondo. Ci ho messo cinque anni per la triennale perché non c’ero mai. Una bella soddisfazione, oggi ci sono tutte queste lauree telematiche che fai da casa, invece io l’ho vissuta proprio bene”.
Ha vinto un bronzo mondiale e un europeo, quale è il suo punto di forza?
“Sono geneticamente – mi hanno sempre detto – dotata di fibre bianche, esplosive, quindi sono molto veloce. Essendo bassa, dal baricentro basso, riesco a eseguire tutte le tecniche in maniera rapida. La velocità, quindi, poi l’espressività. A ogni gesto devi dare un significato, e io penso che negli anni sono riuscita a portare non un esercizio fisico, ma qualcosa di più”.
Quanto conta saper recitare nel kata?
“Noi eseguiamo delle forme con cui dimostriamo all’arbitro che stiamo combattendo, anche se contro il vuoto. A volte ci sono atleti meno tecnici che prevalgono perché riescono a comunicare di più. Quindi io mi affido a visualizzazione, tecniche mentali, per mettere in scena me stessa. Poi, certo, conta la discrezione arbitrale, di sette giudici che danno punteggi come nel pattinaggio artistico”.
Quanto pesa l’assenza del pubblico giapponese per il karate?
“Si sente lo stesso che siamo al Budokan, che siamo in Giappone, a casa loro, però è tutto da decidere. Per una medaglia si deve fare sempre molto di più del necessario: bisogna straconvincere per convincere”.
(da La Repubblica)
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Agosto 5th, 2021 Riccardo Fucile
LA GIOVANISSIMA TUFFATRICE HA VINTO LA FINALE DEI TUFFI DALLA PIATTAFORMA
Ogni atleta ha il suo sogno olimpico. In tanti, quasi tutti, gareggiano per tentare di vincere una medaglia per scrivere il proprio nome nella storia. Altri, invece, lo fanno perché il palcoscenico a Cinque Cerchi è quello che si sogna fin da bambini. A prescindere dal risultato finale.
Poi c’è Quan Hongchan, partita dalla Cina in direzione Tokyo solamente per un motivo: cercare di pagare le cure alla mamma malata. Lei è giovanissima (14 anni e 130 giorni) e oggi è entrata nella storia dello sport.
La gara era quella di tuffi femminili dalla piattaforma 10 metri. Partita in sordina, fuori dai radar delle favorite, la giovanissima atleta cinese ha sorpreso tutti. Con n punteggio da record (466.20 punti totali) – con uno dei tuffi che ha fatto l’en plein di 10 da parte dei giudici – la 14enne ha sbaragliato la concorrenza di tutte le sue “rivali” sportive partite con i favori dei pronostici. Una prestazione sublime che porta con sé un grande messaggio.
Non solo per l’età. Quan Hongchan, infatti, si era aggregata alla compagine cinese. Ma era lontana dai riflettori, nonostante la grande tradizione della Cina nei tuffi (sia al maschile che al femminile, sia dal trampolino che dalla piattaforma).
Lei era lì con un obiettivo che poco aveva a che vedere con le medaglie e il podio olimpico: tentare di ottenere il miglior risultato possibile per racimolare un po’ di soldi e pagare le cure alla mamma malata. Una spinta emotiva che l’ha guidata, leggiadra come una campionessa, fino all’oro olimpico. Non male per una giovanissima atleta alla prima apparizione internazionale. Non male per un’adolescente salita su quella piattaforma senza pensare a una medaglia. Perché le storie olimpiche sono anche queste e possono trasformarsi in favole.
(da NextQuotidiano)
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Agosto 5th, 2021 Riccardo Fucile
29 ANNI, PUGLIESE, E’ ALLA SUA PRIMA OLIMPIADE …SPOSATO CON L’EX SIEPISTA FATIMA LOFTI, DI ORIGINI MAROCCHINE
Ancora un oro per l’Italia alle Olimpiadi. Dopo i successi dei giorni scorsi, il primo
gradino del podio arriva oggi nella marcia 20 km. Massimo Stano ha vinto la medaglia d’oro della 20 km di marcia. Per l’Italia è il settimo oro.
Massimo Stano, 29 anni, è nato a Grumo Appula in Puglia ma vive a Roma insieme alla moglie ed ex collega Fatima Lofti.
I suoi idoli sono l’ex marciatore azzurro Ivano Brugnetti e quello ecuadoriano Jefferson Perez. Al traguardo il vincitrore ha festeggiato con il gesto del dito in bocca a simboleggiare l’arrivo di un bebè. Tesserato per le Fiamme Oro, era alla prima esperienza olimpica.
È la terza medaglia d’oro nella 20 km di marcia, nella storia azzurra, dopo quella di Maurizio Damilano a Mosca ’80 e quella di Ivano Brugnetti ad Atene 2004, correndo da protagonista sul circuito di Sapporo.
L’azzurro con 1h21:05 ha lasciato dietro di sé due giapponesi: Koki Ikeda, staccato di 9” al traguardo e Toshikazu Yamanishi giunto con 23” di ritardo. Francesco Fortunato ha chiuso al 15° posto (1h23:43). Federico Tontodonati si è classificato 44° (1h31:19). L’azzurro si è imposto con una prova di straordinario coraggio e maturità, in testa dal dodicesimo chilometro.
Sul circuito da un chilometro all’Odori Park si parte alle 16.30 locali sono Stano e Fortunato a mostrarsi più intraprendenti e a farsi vedere nelle posizioni principali, in testa al gruppo.
Prima del passaggio ai 5 km, prende l’iniziativa il cinese Wang Kaihua, marcato stretto dall’indiano Kumar. Tutti gli altri lasciano fare. Dietro, il primatista italiano Stano – seguito da coach Patrizio Parcesepe – prende come riferimento i giapponesi più quotati, il campione del mondo Yamanishi, il connazionale Ikeda, ma anche gli europei, tra cui il russo Mizinov, lo spagnolo Martin, lo svedese Karlstrom, e poi il messicano Olivas.
Il vantaggio dei due di testa è di 11 secondi all’ottavo chilometri, poi nel corso del nono chilometro l’indiano perde contatto dal cinese che resta al comando in solitaria (13 secondi sugli altri big) e al passaggio a metà gara firma il parziale di 40:55. Dieci secondi di vantaggio su Yamanishi (41:05), Stano è terzo (41:05), quarto Ikeda (41:05), via via tutti gli altri. Fortunato tredicesimo con 41:17, Tontodonati trentasettesimo con 42:38.
Sull’impronta del ritmo impostato da Massimo Stano termina l’azione solitaria del cinese Wang e si forma un gruppetto di sei uomini in testa: Stano insieme a due spagnoli (Garcia e Martin), ai giapponesi Yamanishi e Ikeda, e a due cinesi (Wang e Zhang). Non più il russo Mizonov, frenato dalla sosta in penalty zone di due minuti. È un copione che prosegue a lungo. Anzi, fino alla fine.
Stano è capofila anche al passaggio al quindicesimo chilometro (1h01:27), ancora con gli altri sei contendenti, ancora in pieno controllo della situazione. Un km di Stano a 4:04 (il diciassettesimo) mette a durissima prova i due spagnoli e i due cinesi.
Resiste soltanto il duo giapponese e si forma un terzetto che passa al km 18 a 1h13:30 dopo un mille da 3:48.
È sensazionale Massimo Stano all’inizio del km 19, imprime un’altra frustata che manda in crisi Yamanishi. L’azzurro passa a 1h17:22 (3:52), Ikeda stringe i denti ma il pugliese ne ha di più, la sua energia non si esaurisce, viaggia e sogna verso il traguardo e la leggenda. Con il pollice in bocca, per dedicare il successo olimpico alla figlia Sophie nata nel mese di febbraio.
Stano cresciuto a Palo del Colle (Bari), si è avvicinato all’atletica nel 2003 praticando il mezzofondo ma nel 2006 ha scelto la marcia dimostrando subito grandi doti. Nel 2013 è stato quarto nella gara dei 20 km agli Europei under 23 di Tampere ma in seguito ha ricevuto il bronzo per la squalifica del russo Bogatyrev. Dopo una serie di infortuni, nel marzo 2018 è tornato a vincere un titolo italiano sulla 20 km migliorandosi di oltre un minuto, poi il terzo posto nei Mondiali a squadre con l’argento per team e la quarta piazza agli Europei di Berlino, a un solo secondo dal podio. Ha realizzato il primato italiano nel giugno 2019 con 1h17:45 a La Coruna.
(da agenzie)
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Agosto 5th, 2021 Riccardo Fucile
E IL PRESIDENTE DEL CONI LO NOMINA PORTABANDIERA NELLA CERIMONIA DI CHIUSURA
Ancora una notte di gloria per l’atletica italiana. La staffetta 4X100 ha conquistato la finale – terzi nella loro batteria, quarti nel computo totale dei tempi – segnando anche il record italiano in 37.95. Sognare il podio è possibile, grazie alle prestazioni di Lorenzo Patta, Marcell Jacobs, Eseosa Desalu e Filippo Tortu, anche se altre Nazioni sembrano essere più attrezzate.
In attesa della finale (prevista per domani, venerdì 6 agosto, alle 15.50 italiane), il campione olimpico dei 100 metri si è tolto qualche sassolino dalla scarpa dopo le assurde critiche piovute negli ultimi giorni da Oltreoceano.
“Scetticismo Usa dopo oro nei 100 metri? Non mi tocca assolutamente – ha commentato Marcell Jacobs al termine della semifinale della staffetta 4X100 -. Io so che sono arrivato sin qua facendo tanti sacrifici, con tanto lavoro, tante sconfitte e tante delusioni. Mi sono sempre rialzato e tirato su le maniche e so che tutto quello che è successo è solamente grazie al duro lavoro. Non mi tocca assolutamente e non gli rispondo perché gli darei solo importanza”. Perché le illazioni mosse da alcuni quotidiani a stelle e strisce (ma anche britannici) sono completamente prive di riscontri.
Come spiega il quotidiano La Repubblica, infatti, dall’inizio del 2021 il nostro centometrista si è sottoposto a 18 test anti-doping, tutti risultati negativi.
Da quando è sbarcato a Tokyo, inoltre, Marcell Jacobs è stato “testato” in quattro occasioni: la prima non appena ha messo piede nel villaggio olimpico, le altre nel corso dei giorni precedenti e successivi alle batterie e alle gare. E, ovviamente, nulla di illecito è emerso dagli esami.
La replica alla polemica (inesistente) sulle sue scarpe
E se non bastassero queste illazioni, da ieri circola una presunta polemica partita dalle parole dell’ex campione olimpico Usain Bolt sulle scarpe utilizzate da Jacobs: “Polemica sulle scarpe? Ogni marchio ha praticamente le scarpe che sono identiche l’una all’altra. Io ho fatto apposta dei test, quando mi hanno mandato queste scarpe, sui 60-70 metri, con queste scarpe nuove e quelle vecchie ed è più una sensazione che la scarpa in sé, perché dai dati non abbiamo visto nessuna grande differenza. Le velocità, le ampiezze e le frequenze sono quelle, è più di come riesci ad adattarti alla scarpa”.
E se le polemiche sterili possono essere accantonate in un cassetto, per Marcell Jacobs arriva un’altra grande notizia: il presidente del Coni, Giovanni Malagò, ha annunciato che sarà lui il portabandiera per l’Italia alla cerimonia di chiusura (prevista per domenica 8 agosto, alle 13 italiane) dei Giochi Olimpici di Tokyo. In attesa della finale della staffetta 4X100, dunque, lo sprinter sa già che prenderà il testimone dalle mani di Jessica Rossi ed Elia Viviani, alfieri italiani alla cerimonia d’apertura.
(da agenzie)
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Agosto 5th, 2021 Riccardo Fucile
GLI AMERICANI HANNO FATTO SOLO SESTI: ORA DIRANNO CHE I TUTTI I PRIMI CINQUE SONO DOPATI?
Corriamo sempre più forte. Con il tempo di 37″95 la staffetta italiana maschile si
qualifica per la finale della 4×100 e segna il nuovo record italiano (il precedente era 38″11, stabilito ai mondiali di Doha nel 2019).
In corsia cinque, il testimone è passato senza intoppi dalle mani dei nostri Lorenzo Patta (partito dai blocchi), il campione olimpico Marcell Jacobs, Eseosa Desalu e Filippo Tortu nell’ultima frazione.
Disastroso il team Stati Uniti: pur avendo in squadra Bromell, Kerley, Baker e Gillespie, non è andato oltre il sesto posto ed è stato eliminato.
Nella batteria degli azzurri è arrivata prima la Cina (37″92) poi il Canada (stesso tempo) e l’Italia, trascinata da Jacobs e da Tortu che nell’ultimo tratto è riuscito a tenere testa a cinesi e canadesi che schieravano Andrè De Grasse, neo-vincitore dei 200 metri e terzo nei 100 dominati dall’azzurro Jacobs.
“Sapevamo di avere nelle gambe il tempo per accedere alla finale”, commenta Tortu. “E’ stato come fare i 400 metri, perché il caldo ha reso tutto molto faticoso. Abbiamo fatto passaggi di testimone molto prudenti, perché volevamo arrivare al traguardo”. Anche Jacobs parla del fattore afa, ospite indesiderato dell’Olympic Stadium di Tokyo: “Non ero al massimo, ma per domani mi riprenderò. Davo la medaglia al cento per cento agli americani, sono rimasto sorpreso dalla loro eliminazione”.
Correre con il campione olimpico rende il testimone più leggero o più pesante? Alla domanda posta al team azzuro, risponde Tortu: “Avere Jacobs in squadra è uno stimolo in più e ti fa sentire più tranquillo. Ma il testimone pesa uguale”.
Le qualificate per la finale di domani: Jamaica, Gran Bretagna, Cina, Giappone, Italia, Canada, Germania e Ghana. La gara è alle 15.50 ora italiana.
(da agenzie)
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Agosto 4th, 2021 Riccardo Fucile
IL CAPO DEL DIS HA RIFERITO AL COPASIR LA PISTA SEGUITA… ANCHE L’OLANDA SOTTO ASSEDIO… “SONO ATTACCHI SPONSORIZZATI DA STATI”
Attacco hacker alla Regione Lazio: non si brancola nel buio. L’ intelligence conosce chi e perché ma ovviamente non si sbottona.
Spiega Adolfo Urso, il presidente del Comitato di controllo sui servizi segreti, dopo l’audizione del Direttore del DIS (l’organismo di coordinamento di AISE e AISI, i servizi interni ed esterni) Elisabetta Belloni: “L’ambasciatrice Belloni ha fatto a noi una relazione molto circostanziata e approfondita su tutti gli aspetti che allo stato emergono, sia su chi verosimilmente ha fatto l’attacco, sia su quali probabilmente sono le sue finalità. Su questo noi siamo vincolati al segreto, quello che possiamo dire è che l’intelligence si è mossa subito per capire come contrastare meglio e nel contempo l’amministrazione sta agendo per ripristinare piena efficienza al sistema” .
Ma poi il presidente del Copasir aggiunge un particolare di non poco conto: “Non sfugge ad alcuno che la Regione Lazio è anche la regione in cui incide la capitale del Paese, Roma, e quindi è un’area particolarmente importante per i dati e le informazioni che possono essere contenuti nelle banche dati”.
A cosa fa riferimento Urso? Evidentemente ai dati sanitari sensibili relativi ad alte cariche dello Stato (dal Capo dello Stato in giù), che non necessariamente devono essere “rubati” in senso fisico, ma che possono essere acquisiti e lasciati lì dove si trovano.
Ma intanto sono diventati noti agli attaccanti. Da sempre i dati sanitari dei vertici degli Stati sono uno degli obbiettivi più interessanti per apparati intelligence stranieri.
Lo stato di salute di un Presidente del Consiglio può essere molto utile per sapere quanto durerà il suo governo, quanta forza e determinazione imporrà alle sue scelte e così via.
Del sistema regionale della Sanità del Lazio inoltre fa parte il Policlinico Gemelli, dove di recente è stato ospedalizzato il Papa, e presso cui spesso vengono spesso curate alte personalità .
L’attacco hacker su cui sta lavorando la Procura di Roma, la polizia postale e anche Europol ed Fbi, potrebbe avere avuto anche lo scopo di testare la capacità di risposta italiana e al tempo stesso essere stata l’ occasione di “infilarsi” nei nostri circuiti cyber, dove magari rimanere in modo silente per molto tempo.
Sotto la lente di approfondimento anche l’attacco hacker di cui è stata vittima oggi l’Olanda , talmente forte e strutturato di aver messo in questione la sicurezza nazionale.
Secondo Andrea Margelletti del CESI, bisogna a questo punto correre ai ripari anche con la “ cyber offence”. Afferma : “Questi criminali devono poter temere un contrattacco in grado di distruggere le loro infrastrutture, solo questa deterrenza può’ dissuaderli dal riprovarci” .
Ma si tratta di criminali, o di Stati nemici? “ Questi sono attacchi sponsorizzati da Stati, non c’è alcun dubbio, Stati che usano gruppi hacker in base al principio della negazione plausibile: possono sempre negare di averli utilizzati”.
(da Huffingtonpost)
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Agosto 4th, 2021 Riccardo Fucile
TRA I CONSUMATORI LA CONVINZIONE CHE CON IL GREEN PASS AUMENTERANNO I CLIENTI DEI RISTORANTI PERCHE’ SI ENTRERA’ IN MAGGIORE SICUREZZA
Solo un italiano su cinque non si è ancora procurato il Green pass e non ha
intenzione di richiederlo.
È quanto emerge da un sondaggio compiuto da SWG per Confesercenti su un duplice campione di consumatori e imprenditori del settore della ristorazione e somministrazione di bevande e alimenti al pubblico.
L’estensione dell’obbligatorietà del certificato verde per accedere ai tavoli al chiuso di bar e ristoranti non convince tutti, ma secondo il sondaggio la maggior parte degli intervistati non intende rinunciare: il 47 per cento degli interpellati infatti dichiara di aver già scaricato il Green pass, mentre il 20 per cento sostiene di aver avviato la pratica per ottenerlo.
Di ben altro avviso il 21 per cento degli intervenuti, che non solo non è ancora in possesso della certificazione, ma non intende nemmeno farne richiesta.
Oltre la metà degli intervistati resta comunque favorevole all’obbligatorietà del Green pass, anche tra gli imprenditori della ristorazione: il 53 per cento degli interpellati approva infatti la misura.
Tra i consumatori invece, il 46 per cento ritiene scorretto accollare l’onere dei controlli ai ristoratori, un dato che sale al 54 per cento tra gli imprenditori.
Ottimistiche le aspettative dei consumatori sull’effetto del certificato verde nel settore della ristorazione. Il 37 per cento degli intervenuti non ritiene che cambierà abitudini di consumo per il Green pass, mentre il 35 per cento si attende addirittura un aumento delle uscite a ristorante e nei locali grazie alla sicurezza offerta dalla misura anti-Covid.
Più pessimisti invece gli imprenditori. Secondo il 46 per cento degli interpellati infatti, l’introduzione dell’obbligo avrà un effetto negativo sugli affari, con conseguente aumento dei costi.
(da agenzie)
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Agosto 4th, 2021 Riccardo Fucile
L’ANTICONFORMISTA RIBELLE ROSSO E NERO
Rossi e neri, fratelli-coltelli, gemelli specchiati e divisi.
Adesso che Antonio Pennacchi non c’è più, se volete capire la sua sfavillante e pirotecnica figura, andatevi a rivedere Mio fratello è figlio unico, quel film meraviglioso, che narra la sua storia, e insieme l’autobiografia di una generazione.
È il racconto di due fratelli ribelli, nella tempesta del 1968, uno rosso e uno nero: la storia della famiglia Pennacchi, la storia di una stagione in cui i cosiddetti “opposti estremismi” potevamo dormire nella stessa stanzetta, la storia d’Italia nel tempo della rivolta generazionale, fra occupazioni, militanza e lotta di classe.
Per otto anni Gianni, il fratello maggiore (quello che era “rosso”) fu il collega con cui condividevo la scrivania, nella redazione de Il Giornale. Poi morì tragicamente, cadendo da un soppalco mentre preparava un albero di Natale per sua figlia.
Con Antonio invece, quello che era il fratello “nero”, condividevo una amicizia intellettuale, da quando mi era capitato di scrivere della sua performance nel bellissimo docu-film di Gianfranco Pannone, Latina/Littoria, e di intervistarlo. Entrambi parlavano in romanesco, entrambi scrivevano un italiano sublime.
Antonio Pennacchi era già allora un intellettuale ribelle e burbero: contro tutto e tutti, spesso incazzoso, sempre affilato, immancabilmente provocatorio. Perennemente anticonformista. Ma sempre, e comunque, guidato dalla fiamma saturnina dell’intelligenza che illumina.
Nelle sue mani di scrittore (ex operaio) Latina era diventata come Macondo per Gabriel Garcia Marquez.
Gianni invece era – apparentemente – il suo esatto contrario: solare, festoso, socievole. Un disincantato che talvolta amava fingersi cinico. All’inizio “quello di successo” era Gianni. Poi, dopo aver vinto il premio Strega quello famoso diventò Antonio.
Da bambini i due fratelli Pennacchi si amavano, da ragazzi si combattevano, da uomini si erano ritrovati, con un legame profondo e indissolubile che non era stato indebolito, ma semmai rafforzato, da tutti questi passaggi di stato, nella loro connessione sentimentale.
Gianni negli anni novanta era la sinistra che si era persa, fino a lambire la destra. Antonio era la destra che si era riavvicinata alla sinistra, fino a riscoprirne i valori. Gianni da ex socialista craxiano piangeva ad Hammamet insieme ai socialisti di Forza Italia. Antonio si candidò sindaco della sua città contro il centrodestra.
Ogni giorno in redazione origliare le loro telefonate, per noi, i suoi compagni di stanza, era come assistere ad uno spettacolo. Per me, era un piacere in più: perché poi Gianni attacca il telefono e mi faceva: “A Lù, questo non capisce un cazzo!”. E poco dopo Antonio mi chiamava e mi diceva: “Guarda davanti a te. Ore 12.00. Hai di fronte una meravigliosa testa di cazzo!”.
Poi, il giorno dopo, si volevano di nuovo bene, come se nulla fosse accaduto: e ricominciavano le loro maratone telefoniche, tra pubblico e privato. Per questo erano fratelli, per questo erano “figli unici”.
Incarnavano l’amore cristallino delle famiglie italiane, raccontavano antropologicamente la complessità di un intero paese, erano una rincorsa infinita in cui pur inseguendosi in cerchio, nessuno dei due riusciva mai a raggiungere l’altro. E – soprattutto – pur litigando. nessuno dei due riusciva ad accettare di separarsi dal fratello.
I Pennacchi avevano anche altri fratelli, e una sorella, Laura – “la secchiona”, come dicevano entrambi – che all’epoca era uno stimato viceministro del Pds.
Quel film, e il libro da cui era tratto, trasformarono le conversazioni della sera tra “i due Pennacchi maschi” in un romanzo nel romanzo. Gianni leggeva le bozze e poi chiamava Antonio: “Sei sempre una testa di cazzo. Ma in Francia faresti impallidire Zola”.
Poi, però, solo due giorni e due capitoli più in là, esplodeva: “Ma che cazzo te sei inventato Antó? Ahó, questa storia è nostra, mica solo tua”.
Quindi, passata la tempesta, ritornava l’amore: “Ahó, mi hai reso chiare delle cose che in trent’anni io non avevo ancora capito”. La scrittura continuava, e talvolta la disputa diventava ideologica. Gianni: “Non ho capito se l’obiettivo del libro è ridicolizzare la sinistra o ridicolizzare me”. E Antonio: “Ma a te che cazzo te frega della sinistra? Non hai votato Berlusconi?”.
Fino all’apoteosi finale, l’ultimo capitolo. Dopo averlo letto la mattina presto, Gianni arrivò, già furibondo, facendo sobbalzare il mio computer con un cazzotto sulla scrivania. Poi chiamò Antonio e si incazzo ancora di più: “Ma li mortacci tua! Se va in stampa così con me hai chiuso. Chiaro?”.
Era stato un litigio diverso dal solito. Gianni voleva parlare. Andammo a prenderci un caffè a Piazza di Spagna, e mi disse: “A’ Lu, questo dentro è rimasto fascio”. E io: “Ma perché Gianni?”. E lui: “Ma cazzo, te rendi conto? Antonio nell’ultimo capitolo me fa morì! come uno stronzo!”. E io, provando a stemperare: “Ma è solo il personaggio….”. E Gianni fuori dalla grazia di Dio: “Ma quale personaggio e personaggio! Questo è un omicidio psicanalitico! E quello che muore sono io”.
Antonio era altrettanto netto: “Ho fatto male a fargli leggere le bozze. Malissimo. Il suo narcisismo lo acceca. Lui confonde la nostra storia con il mio romanzo”. Il libro poi uscì: dopo questo parto travagliato era diventato bellissimo, fu intitolato Il fasciocomunista, ed ebbe un grande successo.
Ma ancora più fortuna ebbe il film di Daniele Luchetti, che si intitolava, appunto, Mio fratello è figlio unico. Mi trovai a scrivere, negli anni, sia del primo che del secondo. Il film era interpretato benissimo da Riccardo Scamarcio (che interpretava Manrico, cioè Gianni) e da Elio Germano (che era Accio, cioè Antonio).
E così mi capitò anche di essere testimone di una telefonata con lacrime di commozione in cui Gianni ringraziava Antonio per entrambi i suoi parti intellettuali. Gianni diceva: “È così bello che avrei voluto scriverlo io”. Antonio sospirava: “Se uno legge con un po’ di attenzione capisce che questo è il mio più grande atto di amore per un fratello”.
Quando il film iniziò a raccogliere premi ovunque, Antonio si dissociò (parzialmente) dal film, mentre Gianni appese addirittura la locandina dietro la sua postazione, proprio davanti a me. Allora gli dissi, sfottendolo: “Ma ora non ti dispiace più di essere morto?”. Gianni alzava le spalle: “Ehhh”. E io: “Non ti arrabbi più per la lettura politica?”. E lui: “L’abbiamo corretta bene”. Lo provocavo: “Non hai davvero più nessun dubbio?”. Gianni era scoppiato a ridere: “Ahó, Germano è bravo, certo: ma tu hai capito che la gente vede recità Scamarcio e quello sono io? Dimmi chi mai ha fatto al fratello, un regalo così”. Era vero.
(da TPI)
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