Agosto 3rd, 2021 Riccardo Fucile
DA STAR INCONTRASTATA DEI TALK SHOW ALLA MISERIA DI MENO DI 600.000 TELESPETTATORI
Ricordate quando Matteo Salvini era la star incontrastata dei talk show? Con i
conduttori che se lo disputavano, mani giunte e in ginocchio, neanche fosse Cristiano Ronaldo o Angelina Jolie?
A tal punto riconoscenti, se finalmente appariva, e abbacinati come i pastorelli al cospetto della Madonna di Fatima, da apparecchiargli intere trasmissioni, quanto è buono lei, perché si esibisse nei pallosissimi comizietti, impossibili da interrompere come un’emozione in luna di miele?
Be’, se vi siete dimenticati del Salvini superstar, poco male, visti gli ultimi, implacabili ascolti culminati, si fa per dire, con il Salvini superfiasco di sabato sera.
Quando, intervistato a In Onda da Concita De Gregorio, ha raccolto un ascolto, o meglio un pianto, del 3,83 % (597mila spettatori).
Quasi doppiato su Rete 4, alla stessa ora, da Stasera Italia, la trasmissione concorrente condotta da Veronica Gentili: 5,72-5,97% (916- 996mila spettatori).
Sono sfaceli che possono avere tra le varie concause il contesto televisivo, l’incombente concorrenza, anche televisiva, di Giorgia Meloni, percepita dal pubblico come più autentica e ruspante rispetto all’ex Capitano, criticato per le troppe parti in commedia, poco di lotta e troppo di governo.
Uno che nel non troppo fertile immaginario sovranista, viene accostato ai cacciatori di poltrone (argomento che la leader di FdI, per carità di destra, evita di sollevare).
Del resto, i fanatici del Salvini con la bava alla bocca dedito alla caccia all’immigrato, stentano a riconoscerlo: la mattina entusiasta di Mario Draghi, il pomeriggio che si vaccina e alla sera zitto e mosca sui parlamentari del Carroccio in piazza con i No-Vax e i No-Pass.
Può essere infine che, dài e dài, anche il nostro sia rimasto vittima della sindrome di Matteo Renzi, la cui sola visione comporta un’immediata pressione sul telecomando, e non certo per alzare il volume. Anche in questo i due Matteo sono gemelli.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Agosto 3rd, 2021 Riccardo Fucile
“ACCUSE INFAMANTI DA UN PAESE CHE NELLA VELOCITA’ HA IL PIU’ ALTO NUMERO DI DOPATI”
Ci hanno provato a sporcare la gioia dell’Italia per lo splendido oro di Marcell Jacobs nei 100 metri alle Olimpiadi di Tokyo.
Ci hanno provato americani e inglesi, con firme di autorevoli testate come Washington Post e Times a gettare lì mezze frasi sui mirabolanti progressi fatti dal 26enne velocista di Desenzano in pochi mesi: “Mai sceso al di sotto dei 10″03 prima del 2021, tempo che non gli sarebbe bastato nemmeno per accedere alla finale olimpica”.
Fango del tutto gratuito, non supportato da null’altro che invidia marcia del successo azzurro.
Parole che ricevono la risposta che meritano da parte dell’allenatore di Jacobs, l’ex triplista azzurro Paolo Camossi, che dal 2015 ha speso tutto se stesso per diventare tutt’uno col ragazzone nato ad El Paso e portarlo sul tetto del mondo, anzi sul monte Olimpo: “Le accuse di doping del Washington Post? Che tristezza, mi viene da sorridere – risponde al Messaggero – Con due record europei e due italiani in tre giorni, Marcell ha fatto praticamente 6 controlli anti-doping, e sono già 18 quest’anno. Queste insinuazioni non meritano risposta, anche perché vengono da un Paese che ha permesso a un atleta di arrivare alla squalifica per doping (parla del campione mondiale Christian Coleman, sospeso fino al 2022 per aver saltato due controlli, ndr), e che nella velocità ha il più alto numero di atleti bombati. Se uno migliora dev’essere per forza dopato? No, a meno che in un anno non metti dieci chili di muscoli e ti beccano positivo. La realtà è che non ci stanno a perdere. Sulla carta avevano l’oro in tasca con Trayvon Bromell, che neanche è entrato in finale; Ronnie Baker è arrivato quinto, e quello in teoria più debole, Fred Kerley, ha preso l’argento… Mi pare che finora l’unica squalificata per doping nell’atletica leggera sia una nigeriana (Blessing Okagbare, ndr), che si allena negli USA e con un americano”.
Camossi spiega qual è invece la realtà che sta dietro la crescita di Jacobs: “Abbiamo fatto la scelta di spostarci a Roma, dove ci sono condizioni climatiche migliori rispetto al Nord e un Istituto di scienza dello sport che sta attaccato al campo. Lavoriamo con la tecnologia: fotocellule, riprese in 3D, optojump… Dietro la vittoria di Tokyo 2020 c’è un lavoro durissimo. La verità è che gli americani non accettano l’oro di un italiano nato in Texas!”.
Quello che il tecnico non dice è poi il grande lavoro fatto sui problemi psicologici e sulla sfera personale del ragazzo, con la mental coach Nicoletta Romanazzi a spazzare via tutti i blocchi che impedivano a Jacobs di dare il meglio di sé, in primis il rapporto irrisolto col padre che lo aveva abbandonato da piccolo.
E poi c’è la serenità familiare con la compagna Nicole, dalla quale ha avuto i figli Anthony di 2 anni e Meghan di 10 mesi (ne ha anche uno più grande, Jeremy, avuto da una precedente relazione): “Anche la sua mental coach ha detto che l’armonia familiare in certe situazioni può fare la differenza. Io seguo il suo regime, ascolto ciò che gli serve e lo aiuto a stare bene. Alla fine è il suo lavoro, è quello che ci fa mangiare. Davvero lo hanno accusato di doping? Non riesco proprio ad arrabbiarmi, mi viene solo da ridere – spiega alla Gazzetta dello Sport – Marcell è fissato con l’atletica pulita, che parlino pure. Una cosa così ci non tocca…”.
Non poteva mancare anche una risposta più istituzionale, visto che si sta cercando di infangare il buon nome dell’Italia al livello più alto di fama planetaria: “Le considerazioni di alcuni vostri colleghi sono veramente fonte di grande dispiacere e anche imbarazzo sotto tutti i punti di vista – risponde a Radio Anch’io il presidente del CONI Gianni Malagò – Dispiace che qualcuno dimostri di non saper accettare la sconfitta. Parliamo di atleti che vengono sottoposti quotidianamente ai controlli antidoping e quando fanno un record tutto si raddoppia. Il numero dei test è impressionante. Per questo la mia è una difesa a spada tratta di Marcell”.
Quanto al diretto interessato, Jacobs spiega bene alla Gazzetta cosa c’è dietro il suo miracolo, che miracolo non è, ma il frutto di tantissimo lavoro, aggiunto al suo talento: “Da settembre ho fatto un lavoro fantastico con la mia mental coach e sono riuscito ad arrivare alla finale molto concentrato. Non avevo nulla da perdere e tutto da guadagnare. E pure a livello tecnico sono migliorato, merito del mio allenatore. Col mio staff siamo stati i migliori e ci meritiamo tutta questa gioia”. Sulla quale nessuno si deve più permettere di gettare ombre. Siamo i più veloci del mondo. Punto.
(da agenzie)
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Agosto 3rd, 2021 Riccardo Fucile
24 ORE DI SALVATAGGI, UNO PIU’ IMPEGNATIVO DELL’ALTRO
È uno dei tristi record della Ocean Viking quello segnato nelle ultime 24 ore.
Meno di ventiquattr’ore, in realtà, durante le quali si sono susseguiti cinque salvataggi, uno più impegnativo dell’altro.
Ci troviamo a bordo della nave della Ong Sos Mediterranee e stiamo navigando lungo la costa libica a nord di Zuara. È da lì che sono partite, probabilmente, tutte le imbarcazioni che sono state salvate e forse ne saranno partite molte altre probabilmente intercettate dalla guardia costiera libica. Non possiamo saperlo con certezza.
Sicuramente, però, i trafficanti di uomini hanno deciso di mandare a morire 400 persone, su un barcone di legno che ne avrebbe a stento potute contenere 100. Nessuna attrezzatura di salvataggio, nessuna attrezzatura di navigazione a bordo e un motore troppo piccolo per quel carico. Ovviamente dopo poco ha smesso di funzionare e la barca ha iniziato a imbarcare acqua rischiando, così, di ribaltarsi. Non potevano salvarsi in alcun modo.
Quando è arrivata la segnalazione, la Ocean Viking si trovava a quasi tre ore di distanza mentre la Sea Watch 3 era leggermente più vicina ma c’era una sola soluzione: coordinarsi e dividere i passeggeri.
Nessuna delle due navi umanitarie, con già molti naufraghi a bordo, avrebbe infatti potuto accogliere tutti. E così, con i rhib (i gommoni di salvataggio) abbiamo raggiunto l’obiettivo.
Sul posto è stato chiaro che la situazione era molto grave. La tensione è stata molto alta. E ci sono volute davvero molta forza, concentrazione, tempo, ed energia per gestire l’operazione. Ma è andata. In cinque ore, a bordo della Ocean Viking sono state messe in salvo 253 persone, per un totale di 449 passeggeri. Tra loro tanti bengalesi, eritrei, siriani
Ma la giornata è iniziata molto presto. Intorno alle 7,20, quando la motovedetta della guardia costiera libica si è accostata, i naufraghi hanno temuto che sarebbero presto ritornati nell’inferno libico. Poi forse la presenza dei due gommoni di salvataggio della Ocean Viking, già in acqua anche se a debita distanza, deve aver scoraggiato i libici dall’intraprendere una lunga trattativa. E sono andati via. A quel punto sono cominciate le operazioni di soccorso mentre i migranti, a bordo di un gommone pericolante e mezzo sgonfio, urlavano implorando salvezza.
Stabilizzata la situazione e dopo aver consegnato i giubbotti di salvataggio, i primi 57 sono stati spostati sulle due scialuppe di salvataggio della Ocean Viking e sono stati trasbordati sulla nave madre. Dalle 9 dalle 11,30 in poi si sono susseguiti altri tre salvataggi. Erano tutte imbarcazioni piccole e malandate: gommoni troppo sgonfi per sostenere il peso di tante persone, barchine in legno senza motore. Non sarebbero arrivate da nessuna parte. Due, tre gradini al massimo di una scaletta arancione a dividere il pericolo dalla salvezza.
Appena afferrate le mani dell’equipaggio a bordo della Ocean Viking, e rimessi i piedi su una superficie stabile, c’è chi alza le braccia al cielo per ringraziare Dio, c’è chi piange e c’è chi si lancia tra le braccia di qualcuno per stringersi forte e ci mettono qualche secondo a capire che sono salvi. “People, don’t panic, we will never came back to Libia”. E scoppia l’applauso.
(da TPI)
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Agosto 3rd, 2021 Riccardo Fucile
AVEVA 40 ANNI, ERA DI ORIGINE MAROCCHINA, LASCIA UNA FIGLIA DI QUATTRO ANNI
Una donna di quarant’anni, Laila El Harim, ha perso la vita questa mattina intorno alle 8.30 in un incidente sul lavoro avvenuto in un’azienda, la Bombonette, che si trova in via Panaria a Camposanto, in provincia di Modena.
La donna era originaria del Marocco e residente nella Bassa Modenese. Lascia una figlia di quattro anni e il compagno.
La vittima sarebbe rimasta incastrata in un macchinario, pare una fustellatrice. L’allarme è stato dato dai colleghi ma purtroppo i sanitari del 118, immediatamente intervenuti, non hanno potuto fare altro che constatare il decesso dell’operaia. I carabinieri e la medicina del lavoro si stanno ora occupando della ricostruzione dell’accaduto.
Non si tratta del primo infortunio mortale sul posto di lavoro. Prima della donna, già Luana D’Orazio, la ragazza morta a 22 anni risucchiata in un rullo dopo essere rimasta impigliata in una macchina che ordina i fili di un’azienda tessile in provincia di Prato. Questo ultimo incidente è la prova che bisogna ancora fare passi da gigante per garantire standard minimi di sicurezza e investire sul futuro dei giovani offrendo loro la possibilità di un posto di lavoro dignitoso e sicuro.
(da agenzie)
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Agosto 3rd, 2021 Riccardo Fucile
PER ALTRI DIECI ANNI INTENDE FOTTERSI I SOLDI EUROPEI CHE HANNO PERMESSO ALL’UNGHERIA DI RILANCIARE LA PROPRIA ECONOMIA
Nella battaglia a distanza tra Budapest e Bruxelles, l’Ungheria ora evoca anche la
possibilità di riconsiderare la sua adesione all’Ue. Ne ha parlato il ministro delle Finanze, Mihaly Varga, alla tv ungherese Atv.
“La questione – ha dichiarato Varga – potrebbe assumere una nuova prospettiva nel momento in cui prevediamo di diventare contributori netti dell’Unione”, stimato entro il 2030, rientrando così tra i Paesi che versano al bilancio Ue più soldi di quanti ne ricevano.
Un’ipotesi ancor più plausibile “se gli attacchi di Bruxelles proseguiranno su scelte di valori”, ha detto il ministro. Cioè i “valori” del razzismo e della omofobia.
Grazie ai contributi europei gli ungheresi sono passati dall’avere le pezze al culo a una economia in crescita, avedo un saldo attivo tra la quota che versano e quelle che incassano dalla Ue.
(da agenzie)
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Agosto 3rd, 2021 Riccardo Fucile
DOVEVANO SERVIRE PER “ROVESCIARE IL RISULTATO ELETTORALE”, LI STA IN PARTE USANDO PER PAGARE GLI STIPENDI AI SUOI COLLABORATORI, PER EVENTI E SPESE DI VIAGGIO
A sei mesi dall’uscita della Casa Bianca, Donald Trump ha nelle sue casse elettorali un bottino di 102 milioni di dollari.
Raccolti soprattutto galvanizzando i suoi sostenitori con le promesse, prima, di rovesciare i risultati elettorali e, poi, di sostenere suoi candidati repubblicani alle prossime elezioni
Ma, secondo un’inchiesta pubblicata oggi da Politico, tutti i super pac collegati all’ex presidente – Make America Great Again PAC, Save America PAC e Save America Joint Fundraising Committee – non hanno versato neanche un centesimo a gruppi e comitati a sostegno di candidati repubblicani.
E neanche stanno sovvenzionando il riconteggio in Arizona, che lo stesso Trump indica come la nuova strada per rovesciare la sconfitta elettorale del 2020.
Invece, Trump ha usato parte di questi fondi per pagare stipendi di collaboratori e consiglieri, eventi, spese di viaggio.
Mentre 8 milioni sono stati usati per pagare avvocati e studi legali che hanno portato avanti i ricorsi post elettorali.
Questi fondi sono stati usati anche per pagare le parcelle dei legali che hanno difeso Trump nel secondo processo di impeachment, per l’assalto al Congresso da parte dei suoi sostenitori.
Un milione di dollari, infine, è stato versato all’America First Policy Institute, think tank creato da suoi ex consiglieri dopo la sconfitta elettorale.
(da agenzie)
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Agosto 3rd, 2021 Riccardo Fucile
SUL TAVOLO IL FUTURO DELLA COALIZIONE
L’estate porta con sé il clima giusto per stemperare i toni. Lo ha capito bene Silvio
Berlusconi, fondatore di Forza Italia, leader di un partito dai numeri in sofferenza per il quale sta disegnando un ruolo di cuscinetto tra le due forze politiche ormai in competizione sul terreno sovranista: Lega e Fratelli d’Italia.
Il Cavaliere ha invitato Giorgia Meloni nel quartier generale estivo di Villa Certosa. Lo ha fatto dopo aver raggiunto telefonicamente Matteo Salvini alla festa leghista organizzata a Cervia.
“La leadership di Salvini s’è rafforzata da quando ha cominciato a rappresentare tutto il centrodestra”, ha detto Berlusconi davanti ai militanti del Carroccio. Un riconoscimento non da poco, seguito dalle scuse rivolte alla leader: “A Meloni abbiamo fatto uno sgarbo e dobbiamo rimediare”. Il riferimento è al mancato sostegno di Lega e Fi al consigliere Rai proposto da FdI.
Un gesto, questo, che ha creato l’ennesima frattura all’interno di un’alleanza già spaccata dall’appoggio al governo Draghi, le cui conseguenze si ripercuotono sugli stessi temi che Berlusconi metterà sul tavolo di Villa Certosa.
Tra questi ci sono anche le elezioni amministrative. Agosto è l’ultimo mese disponibile per ricucire in vista dell’appuntamento elettorale di inizio ottobre. Roma, Milano, Torino, Napoli e Bologna.
Sui candidati sindaci non c’è mai stato grande entusiasmo: accordi faticosi e divergenze sui temi nazionali hanno giocato un ruolo da non sottovalutare.
Per questo, ora, Berlusconi punta a ricompattare gli alleati spingendo sul voto nei comuni. “Conquistare le città”, è la parola d’ordine. Farlo “con il modello della nostra buona amministrazione e la qualità dei nostri candidati”, dice intervenendo in videoconferenza davanti ai coordinatori regionali. “È davvero un imperativo necessario”, insiste.
La leader di Fratelli d’Italia è rimasta ai margini dell’alleanza a causa del mancato sostegno al governo guidato da Mario Draghi. Una scelta che non ha fatto altro che inasprire gli stessi toni che ora Berlusconi vorrebbe raffreddare.
Meloni alla vigilia dell’incontro fa filtrare di aver accettato l’invito per confrontarsi sulle prospettive del centrodestra e per capire se per gli alleati l’esperienza di governo con Pd e M5S è un’opzione transitoria o, al contrario, replicabile anche in futuro.
Dubbi su cui Berlusconi cercherà di rasserenare l’alleata. Non è una caso che il Cavaliere abbia ricominciato a parlare di “federazione del centrodestra”. Lo ha fatto, però, trovando la sponda di Salvini e il silenzio di Giorgia Meloni, che già in passato aveva espresso più di una perplessità sull’ipotesi-federazione.
La leader di FdI ha già fatto sapere che non ha intenzione di finire all’interno di un contenitore unico. Sopratutto adesso che avrebbe la possibilità – stando ai sondaggi – di diventare il primo partito in Italia e ottenere la guida della coalizione.
“Il centrodestra unito o federato non annulla affatto le specificità delle diverse forze politiche che andranno a costituire, anzi le dovrà valorizzare”, insiste Berlusconi davanti ai vertici del partito. Un concetto che ribadirà anche durante il faccia a faccia con la leader di FdI. E non solo. Perché è proprio all’interno di FI che l’ex premier potrebbe incontrare le prime resistenze.
Questo perché gli azzurri, a differenza di Lega e FdI, hanno pienamente aderito alle misure proposte dal governo per superare l’emergenza. Differenze, dicono sia Berlusconi che Salvini, con cui è possibile convivere. Giorgia Meloni, però, potrebbe non essere dello stesso avviso.
(da La Republica)
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Agosto 3rd, 2021 Riccardo Fucile
ORA SI SONO ACCORTI CHE AL CENTRODESTRA NON PORTA UN VOTO IN PIU’, ANZI LI FA PERDERE… UNA SERIE DI GAFFE CHE DIMOSTRANO LA SUA INCOMPETENZA FANNO ARRABBIARE ANCHE LA MELONI
“Michetti chi?”, e si capiva già dai manifesti che c’era la fregatura. “Michetti chi?”, come “Michele chi?”, idea presa a prestito dalla fantasia altrui. Nel senso di Santoro, che vent’anni fa o giù di lì pubblicò un libro proprio con questo titolo, come risposta alla risposta che diede Enzo Siciliano, appena designato al vertice Rai, a chi gli chiese lumi sul destino di popolare conduttore: “Michele chi?”, come un carneade qualunque. E quello di Samarcanda, Rosso e nero, le piazze l’antimafia, provocatore quanto basta, guascone quanto necessario, insomma, dice, vediamo chi è il signor nessuno. “Michetti, chi”, con quella scritta “avvocato cavaliere al merito della Repubblica italiana”, mica pizza e fichi, si dice a Roma, che fa un po’ “lei non sa chi sono io”, un po’ Don Calogero, l’arrampicatore sociale vestito in frac che si ritrova al cospetto del principe di Salina, prima del suo debutto in società al palazzo di Guarnalnera. E, ostentata la sua onoreficenza di cavaliere, si sente rispondere: “Qui non è abbastanza”.
Si capiva, insomma, che era arrivato per mancanza di alternative, però quando si è capito meglio dopo le prime uscite pubbliche, è dovuta intervenire la Meloni che lunedì gli ha dato una bella strigliata.
Perché poi, se nomini console o senatore, per stare in tema di Antica Roma, il tuo cavallo, succede che, comunque vada, ancora oggi si parla di Caligola, più che del cavallo.
E se il cavallo in questione non tira, il risultato della corsa viene addebitato a chi l’ha scelto: “Aho, mo basta con questa storia di Roma antica”, il senso del franco rimbrotto, con annesso invito a studiare, parlare più dei rifiuti che degli “acquedotti romani”, il suo vero cavallo di battaglia, “dei ponti, delle strade” dei tempi di Cesare.
Si gioca molto Giorgia, perché nel momento cruciale del suo assalto al cielo – Fini partì da Roma, Chirac da Parigi, Johnson da Londra – ha rinunciato a una facile vittoria, temendo di rimanere impaludata, però se non funziona anche un’eventuale avrà un valore nazionale.
E già sta accadendo qualcosa. Un sondaggio riservato per il Pd su duemila casi, registra che Michetti, trainato dalle liste è al 29, cioè non porta un voto in più delle liste, la Raggi è al 19, Gualtieri al 25, Calenda al 21, il che significa che sta pescando tra i moderati del centrodestra, in quel mondo che una volta votava Forza Italia.
E, udite udite, al ballottaggio sia Gualtieri che Calenda batterebbero Michetti 60 a 40, perché, come noto, al primo turno contano le liste, ma al secondo si vede il valore del candidato, appunto.
“Mo’ basta”, dice Giorgia, che la responsabilità della scelta ce l’ha per intero e sa che, in fondo, Salvini mica si straccerebbe le vesti se a Roma si perdesse per colpa sua. “Ora mi devi sentire”, ha detto al tribuno folk di Radio Radio, che racconta alla signora Maria la superiorità degli acquedotti sulle Piramidi. Si riparte dall’abc.
Regola numero uno: chi è in vantaggio non fa confronti, perché rischia solo di perdere. Regola numero due: si studia e si parla dell’oggi, possibilmente in modo asciutto ed efficace. Regola numero tre: magari aprire un sito internet, è l’unico candidato che non ce l’ha, dove mettere un programma (che non ha neanche quello).
Insomma, l’opposto di quanto fatto finora. Riassunto delle puntate precedenti. Se gli chiedi, come gli hanno chiesto, il suo progetto, lui risponde che “Roma è un sogno, perché nessuna civiltà è stata pari a quella romana, che dopo Giulio Cesare sembrava tutto finito, poi è arrivato Ottaviano Augusto”.
Se gli chiedi, come gli hanno chiesto, il modello per il dopo Raggi, risponde “la Roma dei Cesari”.
Se gli chiedi di turismo, risponde che “Roma è il centro logistico di un’area archeologica vasta che parte da Ostia e arriva a Caserta”.
Sui soldi del Pnrr, dove Calenda e Gualtieri conoscono pure le virgole, un gigantesco “boh”. Sentite questa: “La progettualità è in ragione della visione”. E la visione? “Tu guardi quello che serve alla città, a quel punto progetti, dopo di che devi rinvenire le risorse per realizzare quei progetti. E allora non sai se ti serve tanto o poco. Ti serve il giusto”. Morale della favola? “Quindi non lo puoi pianificare a monte. Il processo di finanziamento è un processo a valle”.
Sia detto senz’offesa ma nel pissi pissi sottovoce nel centrodestra è diventato una macchietta, perché veramente non parla d’altro, fino a declinare una singolare forma complottismo sulla memoria, chissà nemmeno ci fossero i Galli o Teutoni in agguato: “Vogliono oscurare la storia di Roma, la cosa più grande che c’è. Io non so se dietro c’è qualche disegno particolare, abbiamo avuto il Rinascimento, barocco e ci dobbiamo vendere alle grandi banche”.
Si dirà, la perfidia del cronista, accecato dalle frasi più appariscenti. E allora, rapido fact checking. Sui rifiuti ha dichiarato a Repubblica (11 luglio 2021) che non servono nuovi termovalorizzatori ma occorre portare la raccolta differenziata al 75per cento e avviare “un piano straordinario di porta a porta”.
Le stesse promesse (disattese) che fece la Sindaca Raggi nel 2016. Poi nella sua consueta diretta del sabato su Radio Radio il 31 luglio 2021 ha cambiato idea cambia idea sostenendo che le linee di incenerimento di San Vittore (unico inceneritore del Lazio) possono essere aumentate.
Sui trasporti, la proposta principale è il ripristino del bigliettaio, grande classico delle campagne elettorali, ma poi mai realizzata perché raddoppia il costo del personale sugli autobus.
Sul verde ha sostenuto che Roma ha perso il 40 per cento del patrimonio arboreo, praticamente quasi la metà degli alberi, peccato che, dati alla mano, siano molti meno. Ha pure proposto di demolire e rifare lo stadio Flaminio, peccato che è vincolato e dunque non può essere né ampliato né demolito. E così via.
Michetti chi? Auto-presentatosi come il signor nessuno, un mister Wolf tutto da scoprire, pronto a risolvere problemi. Ora si è fatto conoscere, ed è già un problema. Per chi lo ha proposto e per chi lo ha mal digerito.
(da Huffingotnpost)
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Agosto 3rd, 2021 Riccardo Fucile
SALVINI CERCA UNA TREGUA INTERNA CON I GOVERNISTI
“Non è ipotizzabile che la Lega ritiri il proprio sostegno all’esecutivo”. Giancarlo
Giorgetti allontana le tentazioni di rottura espresse domenica sera da Matteo Salvini, che aveva ripreso a picchiare duro sul tema degli sbarchi.
Dal palco della festa della Lega il ministro dello Sviluppo economico si spinge a proporre il segretario del suo partito come ministro dell’Interno al posto di Luciana Lamorgese: la definisce una provocazione, forse c’è un pizzico di malizia, di certo il capo del Carroccio la prende sul serio: “Tornerei subito al Viminale”.
Giorgetti spiega che senza la Lega nell’esecutivo “ci sarebbe un’invasione di migranti” e chiede che “l’Ue non lasci sola l’Italia”.
Le liti nella maggioranza gli sembrano fisiologiche, “considerando la campagna per le amministrative e il semestre bianco”, ma ha timore “che si spazientisca Mattarella, prima che Draghi”.
E, quanto al premier, il leghista di lungo corso ribadisce con forza una linea governista che lo spinge ad augurarsi che l’ex capo della Bce rimanga a Palazzo Chigi fino al termine della legislatura: “Non ci può essere un altro governo se Draghi andasse al Qurinale, l’alternativa sarebbero le elezioni”.
In quel caso scommette su una vittoria del centrodestra: “La Lega entrando nel governo ha fatto un investimento a lungo termine, io sono convinto che pagherà, ma se Giorgia Meloni avrà più voti è giusto che sia lei ad andare a Chigi”.
Il moderato per definizione dice un sì condizionato anche alla federazione del centrodestra di governo: “Basta che non si parta dal tetto ma dalle fondamenta”. Il tutto alla vigilia della visita di Meloni a Silvio Berlusconi, che sabato aveva incoronato Salvini come leader della coalizione.
La rara uscita pubblica di Giorgetti alla festa leghista segue un altrettanto raro incontro (semi) pubblico con Salvini.
Il segretario aveva invitato il ministro sotto un baldacchino del Papeete. Un po’ troppo per il poco mondano Giorgetti, che si è fermato pochi metri prima, accettando un faccia a faccia in una stanza dell’hotel Miami, adiacente al lido, ma non negando una photo-opportunity finale: le mani dei due amici-rivali su una delle sculture dorate appena fuori dall’ingresso.
Ecco il “patto dei leoni”, più che altro una tregua armata, un tappeto steso a favore dei media per coprire le tensioni, le insofferenze, le divisioni che attanagliano questa Lega di Palazzo e di battaglia. “Non c’è bisogno di alcun patto: mica siamo Reagan e Gorbaciov a Reykjavik”, sussurra Giorgetti prima di scivolare via.
La verità è che si è deciso di firmare una pax d’agosto, con l’intesa su alcuni dossier non divisivi. Salvini e il ministro hanno convenuto sulla linea da tenere per Mps che è uno snodo economico ed elettorale (“bisogna salvare il brand e i posti di lavoro”), hanno parlato dell’ex Ilva, hanno discusso della necessità di rivedere il reddito di cittadinanza che il segretario ha definito “un inno al lavoro nero” e si sono confrontati sull’opportunità di rinviare a settembre misure più restrittive nella lotta al Covid. Pochi sono disposti a credere che ciò basterà a placare le forti correnti sottomarine.
Giorgetti è irritato per la notizia, smentita, di non volersi ricandidare a fine legislatura e anzi ha inviato un siluro a chi, a suo parere, ha girato la velina: “Queste cose nella Lega le decide il segretario. E non i sottosegretari”, ha dichiarato con riferimento al notabile romano Claudio Durigon.
Particolare che la dice lunga sul clima che si respira all’ombra del Carroccio. Ma che il ministro sia stanco, e sempre più provato dalla fatica di trovare un equilibrio con Draghi mentre il segretario occhieggia ai No Vax e ai No Pass e mina il cammino di Draghi, è circostanza confidata anche a chi l’ha sentito ieri prima di giungere a Milano Marittima.
Poco ha gradito, Giorgetti, proprio l’ultimatum salviniano di domenica sera sull’immigrazione e chissà se è un caso che ieri, ancor prima dell’intervento serale del ministro, il numero uno di via Bellerio abbia subito cambiato i toni, limitandosi ad attaccare Lamorgese.
È come se ci fossero due Leghe, ormai, quella arrembante del leader preoccupato per la crescita di Giorgia Meloni e quella più istituzionale che, con la sponda di Giorgetti, è rappresentata dall’asse dei governatori: Fontana, Zaia, quel Massimiliano Fedriga che domenica ha affrontato a muso duro la platea leghista composta (anche) da No Vax. Parole di buon senso che fanno rumore, in questa Lega che chiude le celebrazioni balneari in crisi d’identità.
(da La Repubblica)
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