Settembre 20th, 2021 Riccardo Fucile
“DOBBIAMO VENDERE L’AUTO PERCHE’ NON CI E’ RIMASTO NIENTE”… POI CI SI MERAVIGLIA PERCHE’ I FIGLI DIVENTANO DELINQUENTI
Simonetta Di Tullio, la madre dei fratelli Marco e Gabriele Bianchi, accusati di aver ucciso Willy Monteiro Duarte, non ha mai parlato con i media dopo il dramma. Ha ricevuto un avviso di garanzia per il reddito di cittadinanza percepito senza averne diritto.
Ma nel colloquio a Rebibbia con il figlio Gabriele intercettato dai carabinieri e finito nella perizia disposta dalla Corte d’Assise del Tribunale di Frosinone non rinuncia a dire la sua sulla vicenda. Stupendosi del risalto mediatico dato alla tragedia del 21enne: «Non è mica morta la regina», dice.
Preoccupandosi soprattutto per i figli ritenuti due massacratori e infastidendosi soprattutto da chi ha voltato le spalle alla sua famiglia.
La donna, racconta oggi l’edizione romana di Repubblica, nelle intercettazioni sembra angosciata soprattutto per il figlio Marco, che non ha reagito bene al carcere come Gabriele. E non ha nascosto il dolore che ha provato quando è andata a fargli visita: «A momento mi moro (muoio)». E parla anche di problemi di soldi: «Non ci sta più nessuno – dice a Gabriele – ti hanno abbandonato tutti amore mio! Si tenemo venne (ci dobbiamo vendere) le macchine, tutto perché non c’è rimasto più niente».
Sembra sia lei a farsi carico della situazione. Il marito non ce la fa: «Quel poraccio di padrito (tuo padre) quello te lo dico non tiene coraggio a venì né qua, né da ti e né da.. sennò gli piglia l’infarto».
E non manda giù «tutte le cose brutte» che dicono ai figli ed è furiosa con la fidanzata di Marco che lo ha scaricato.
A Gabriele fa dunque una promessa: «Quando sarà tutto finito, quante persone mi levo dananzi (davanti).. quante!». Per lei è successa una «disgrazia», non è «morta la regina», i figli stanno in carcere «da innocenti» e soprattutto non si fida «più di niciuno (nessuno)». Più chiaramente: «Una volta dimostrato.. tutta quella fanga che ci hanno messo in cima e che hanno visto l’innocenza di te e di tuo fratello saremmo soltanto noi famiglia a casa mia».
(da agenzie)
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Settembre 20th, 2021 Riccardo Fucile
“SE QUALCUNO LI VUOLE GRATIS SIGNIFICA CHE DOVRA’ PAGARLI LA COLLETTIVITA’, NON E’ GIUSTO”
L’economista Veronica De Romanis oggi su La Stampa risponde al segretario della
Cgil Maurizio Landini, il quale ha sostenuto che chi lavora non deve pagare i tamponi ieri in un’intervista a Repubblica.
De Romanis rievoca la frase di Milton Friedman sui pasti gratis e spiega: «In realtà, non è così. Se categorie di persone beneficiano in modo gratuito di alcuni beni significa che altre dovranno finanziarli. Nello specifico, quando Landini chiede al governo test gratis per chi rappresenta, sta – di fatto – chiedendo di farli pagare alla collettività. Inclusi i lavoratori».
De Romanis critica anche l’idea che è sottesa a questo tipo di approccio: «Nel mondo di Landini, il vincolo di bilancio – ossia quel vincolo che obbliga per ogni spesa a trovare le coperture – è sparito. Inutile, quindi, chiedersi “chi paga”. L’importante è promettere. Pasti gratis, appunto. A ben vedere, però, non è solo il segretario della Cgil a non domandarsi “chi paga”. Lo fanno anche le forze politiche della maggioranza che – in questi giorni di preparazione della Legge di bilancio – si limitano a elencare spese da aumentare e tasse da tagliare. Di coperture non se ne parla. Il motivo è semplice. C’è il debito».
Perché, a suo parere, questo tipo di approccio oltre che sbagliato è anche pericoloso: «Far sempre passare il ricorso al debito come “la soluzione” non è solamente una scelta iniqua e miope. Ma, è anche una strategia che rischia di rivelarsi fallimentare ai tavoli europei. Nei prossimi mesi, Bruxelles avanzerà una proposta di riforma del Patto di stabilità e crescita. Trovare un compromesso tra chi vuole più rigore e chi vuole più flessibilità non sarà facile. Un accordo potrebbe essere trovato sulla cosiddetta golden rule, che prevede la possibilità di scorporare le spese per investimenti dal calcolo del disavanzo. La logica è esattamente quella del debito buono: finanziare a debito solo le spese produttive e temporanee. La golden rule è invisa a diversi Paesi. Il timore è che gli Stati tendano a includere oltre agli investimenti anche le spese correnti. È già accaduto. Continuare a presentare tutto come debito buono non aiuta di certo chi, nello specifico Draghi, dovrà negoziare per noi».
(da agenzie)
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Settembre 20th, 2021 Riccardo Fucile
E’ DIVENTATO CAMPIONE NAZIONALE DEI PESI PIUMA: DI ORIGINI MAROCCHINE, DA 28 ANNI IN PIEMONTE DOVE FA IL MURATORE
E’ stato un match impari quello valevole per il titolo italiano pesi piuma di Pugilato, perchè Hassan Nourdine è più intelligente di Michele Broili.
E il mondo dello sport è uno di quei posti dove il più grosso può vincere una gara, rimane il più intelligente però a vincere i titoli.
Così è stato anche questa volta, l’occasione è però delle più emozionanti perché Nourdine, marocchino di 34 anni e piemontese da 28, ha detto che battere il suo avversario è stato molto più bello.
Soprattutto per via di quegli orribili tatuaggi che portava sul petto. Broili negli ultimi giorni era balzato agli onori delle cronache per simboli, disegni e scritti inneggianti ideologie razziste e naziste. Un 88 tatuato sul petto, poi la svastica. Sono solo alcuni dei simboli incredibili marchiati a fuoco sul pugile.
Sulle colonne de La Stampa si legge una bella intervista di Enzo Armando proprio al pugile marocchino.
Nella sua storia esiste qualcosa che va presa comunque come un’insegnamento, e dopo tutta la retorica e la litania della felicità va messo sul tavolo il tema dei controlli. Come ha fatto un’atleta che veicola quel genere di messaggi a salire sul ring della finale? Quei tatuaggi sono uno slogan. Al peggior capitolo dell’umanità.
“Ho trovato quelle scritte oscene. La Federazione doveva accorgersi dall’inizio che questo pugile aveva simpatie naziste – ha commentato il pugile marocchino. Ignoranza? Non ci sono giustificazioni. Chi ha fatto almeno le scuole medie sa cosa ha fatto il nazismo e chi non ha potuto frequentare sa cosa sia stato l’Olocausto. Incitare all’odio è punito dalla legge. Ma, vista la situazione, c’è stato anche più gusto a vincere”.
Come dargli torto? Ora per Hassan Nourdine ricomincia l’altra vita. Il pugilato non è il calcio, non ci sono così tanti soldi in giro. Lui continuerà a fare il muratore, fosse solo perché ha un figlio di appena un anno da crescere. Ha molto da insegnargli ancora, soprattutto a non aver paura di chi ha una svastica sul petto.
Loro solitamente sono quelli che perdono.
(da NextQuotidiano)
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Settembre 20th, 2021 Riccardo Fucile
ACCOLTO IL RICORSO DELLA FIOM, REVOCATA LETTERA LICENZIAMENTI
Il Tribunale di Firenze si è espresso a favore del ricorso presentato dalla Fiom-Cgil
contro i licenziamenti della Gkn di Campi Bisenzio, revocando la lettera d’apertura della procedura di licenziamento collettivo. È quanto si apprende da fonti sindacali.
“Come segretario generale della Fiom Firenze e Prato, che ha fatto ricorso contro Gkn per atteggiamento antisindacale, gli avvocati mi hanno comunicato che abbiamo vinto il ricorso e l’azienda deve revocare i licenziamenti” annuncia su Facebook il segretario territoriale di Fiom-Cgil, Daniele Calosi.
Il sindacato ha trascinato di fronte al giudice del lavoro l’azienda, accusandola di condotta antisindacale, a seguito della decisione repentina dello scorso luglio di chiudere lo stabilimento e di far partire la procedura per licenziare 422 dipendenti.
(da agenzie)
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Settembre 20th, 2021 Riccardo Fucile
IL VIDEO NEL SEGGIO CHE MOSTRA QUALCUNO INSERIRE DI NASCOSTO SCHEDE NELLE URNE
Da venerdì sono in corso in Russia le elezioni per rinnovare la Duma, la camera
bassa del Parlamento nazionale da tempo controllata dal partito di Putin Russia Unita, oltre che per eleggere alcuni amministratori locali e governatori. Le consultazioni si stanno svolgendo in un clima infuocato, in quando coincidono con la prima tornata elettorale dopo l’incarcerazione del più influente oppositore del presidente, Alexei Navalny, che via Instagram ha rivolto un appello per chiedere agli elettori di ”non essere pigri” esortandoli a recarsi alle urne “cercando di convincere qualcun altro a fare lo stesso”.
Il primo intoppo è arrivato da Google, che ha deciso di bloccare l’accesso a due liste e due video che presentano i candidati consigliati da Navalny: i suoi sostenitori hanno accusato il colosso americano di aver bloccato in Russia due liste di candidati pubblicate su Google Docs, un servizio di videoscrittura online.
Gennady Zyuganov, capo del Partito Comunista che si sta presentando a queste elezioni come la principale forza di opposizione del paese, ha segnalato alla polizia e alla commissione elettorale diverse irregolarità tra cui la presenza, in molti seggi, di un numero di voti e di schede elettorali maggiore rispetto al numero di elettori.
Un video che sta circolando oggi sui social mostra infatti come nel seggio di Kemerovo, in Siberia, qualcuno infili di nascosto diverse schede all’interno delle urne nascondendosi dietro una bandiera russa e dietro una delle responsabili al controllo, che sembra addirittura cercare di fare da schermo con il corpo verso la videocamera.
Diversi media indipendenti hanno riferito di violazioni tra cui la compravendita di voti e la totale assenza di sorveglianza delle schede all’interno dei seggi elettorali.
Il capo della commissione elettorale centrale, Ella Pamfilova, ha dichiarato che più di 6.200 schede elettorali sono state annullate in cinque regioni per violazioni procedurali e di registrazione dei voti. In particolare, è stato registrato un caso di manomissione in Adygea, tre casi nella regione di Bryansk e quello documentato nella regione del Kemerovo.
(da agenzie)
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Settembre 20th, 2021 Riccardo Fucile
VINCE CON IL 40% MA NELLA NOTTE PASSA AL 49% (SU UN 45% DI ELETTORI), IMMESSE DECINE DI MIGLIAIA DI SCHEDE PRECONFEZIONATE… DOCUMENTATI BROGLI IN TUTTA LA RUSSIA… IL PARTITO COMUNISTA SALE AL 20%
Il presidente che ama trionfare, questa volta vince e basta.
La vera vittoria di queste ultime elezioni parlamentari russe è quella degli sconfitti: i “nuovi” comunisti russi.
Secondo i risultati preliminari, svetta al numero uno della lista degli eletti il partito di Putin, Russia Unita, con il 40% delle preferenze, ma raddoppia i suoi voti rispetto alle ultime urne del 2016 il Kprf, il partito comunista della Federazione russa, già seconda forza politica del Paese, che supera il 20%.
La nuova opposizione di Mosca, – l’ultima rimasta fuori dalle celle russe o dalle aule di tribunale dove è perseguitata -, germoglia sotto il vecchio simbolo dell’Unione sovietica.
Il gruppo che ha schierato candidati giovani, spesso indipendenti, o alieni alle dinamiche politiche del Cremlino, ha raccolto la maggior parte delle preferenze del popolo di Navalny, di quanti sono stanchi del partito dominante, di molti giovani e anziani.
Superano il 5% di sbarramento i liberaldemocratici di Zirnovsky e Russia Giusta. Entra alla Duma un nuovo partito: Nuovo popolo, formazione di centro-destra.
La vendetta contro il regime è arrivata con piccoli assedi.
Russia Unita ha vinto a Novosibirsk, ma a Khabarovsk e Sakhalin, secondo gli exit poll, il partito comunista ha già superato quello del presidente.
“Secondo i nostri dati, siamo in testa, il che significa che la probabilità di brogli notturni è molto alta. Non ci fermeremo e lotteremo per ogni voto. È già chiaro che la notte sarà insonne. Non dormite neppure voi, potremmo aver bisogno del vostro aiuto”.
Pallido, appassionato e sempre col pugno chiuso e alzato, l’accademico Michail Lobanov, candidato comunista nei distretti del sud di Mosca, è la nuova stella nascente che può arrivare alla Duma, ma i brogli li ha denunciati anche il leader del partito, Gennady Zyuganov, invitando la polizia ad indagare su “fatti assolutamente eclatanti”.
La mappa delle falsificazioni tracciata dall’ong Golos è color rosso allarme: sono state almeno 4mila le sedi in cui si sarebbero verificate “massive violazioni”.
Decine di schede elettorali sono state inserite contemporaneamente a varie latitudini da uomini sospetti: si vede nei video che i russi hanno postato online.
Cuore e frontiere della Federazione hanno espresso la loro preferenza per eleggere 450 deputati per tre giorni di fila con un’affluenza che ha raggiunto il 45%.
Le ultime urne a chiudere sono state quelle baltiche nell’enclave russa di Kaliningrad. Boom di voti online nelle regioni in cui era concesso: da Yaroslav a Kursk, da Murmansk a Sebastopoli.
Le preferenze elettroniche a Mosca hanno superato i due milioni, ma in rete nessuna tregua alla guerra. Durante le ore più calde della corsa, un cyberattacco ha messo fuori uso il sito del giornale indipendente Novaya Gazeta mentre aggiornava notizie sui candidati.
Bloccati gli ultimi video dell’oppositore Navalny che invitava i cittadini a votare seguendo la strategia del “voto intelligente”. Perfino Ella Pamfilova, a capo della Commissione elettorale, ha denunciato che il sito federale è stato colpito da attacchi in arrivo da Usa e Germania.
Pochi attendano effetti deflagranti quando la conta dei voti sarà finita. La supermaggioranza di Russia Unita, ottenuta nel 2016 con il 54% delle preferenze, quasi certamente non arriverà. Ma anche quando le cifre saranno esatte, non si potrà davvero perimetrare dove comincia e finisce il potere di Putin: nonostante quello del partito coli a picco sotto la soglia del 30%, lui mantiene alto il suo rating di consenso. Possono paradossalmente insidiarlo ora solo quei ragazzi che hanno resuscitato il partito nato dalle ceneri dell’Unione sovietica in cui è cresciuto il presidente.
(da Huffingtonpost)
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Settembre 19th, 2021 Riccardo Fucile
E SI E’ PERSO PER STRADA LA LEGA
Da Capitano a Don Chisciotte, il passo può essere molto breve.
C’è un leader politico che dall’inizio della pandemia si rivolge con convinzione a un elettorato quasi inesistente.
Lo fa anche a costo di rendersi ridicolo, asserendo di aver scovato il nesso causale tra vaccini e varianti, implorando di non immunizzare i più piccoli perché “non si scherza sulla pelle dei bambini”, manco fossimo a Bibbiano, ergendosi a tutore politico di no mask, no pass, nì vax.
Perché Matteo Salvini, da un anno abbondante, sembra aver scambiato la realtà per una puntata di “Fuori dal coro”.
Tutti i sondaggi parlano chiaro: non solo i no vax e i no pass sono una percentuale estremamente minoritaria della popolazione italiana, ma lo sono persino tra gli elettori della Lega.
Per non parlare dei leghisti “di palazzo”: il green pass lo vuole Zaia, lo pretende Fedriga, lo sbandiera Solinas. Governatori, amministratori e una foltissima truppa di parlamentari sono stanchi ormai da tempo delle farneticazioni degli oltranzisti alla Borghi.
Ma Salvini no: lui mantiene l’ambiguità, liscia il pelo ai complottisti, nonostante questo stia provocando la fuga di numerosi militanti verso altri partiti, il malumore degli imprenditori del Nord, l’imbarazzo costante di buona parte dei suoi, che assieme a Draghi lo costringono a sottomettersi alla disciplina governista.
La strategia dei due forni sembra un’arma scarica: Salvini fa intendere di voler fare come la Meloni ma di non potere, mentre è convinto di avere da perdere a sostenere senza esitazioni una linea chiara su green pass e vaccini.
Ma perdere cosa? Dei sondaggi si è detto: il fenomeno no vax è ben più sgonfio di quanto la rappresentazione mediatica, specie quella sui social, lasci intendere.
Perché se, in autunno, si arriverà a una copertura vaccinale forse superiore al 90% della popolazione, la copertura dei mass media su ogni singolo strillo complottista è in grado di generare una realtà parallela, in cui sembra che i no vax siano ovunque.
La dinamica è nota a chi abbia anche una minima conoscenza di come funzionano gli algoritmi, le bolle social, nonché i meccanismi di monetizzazione dei media online (ma anche della televisione).
Ridicolizzare un no vax porta clic, sentirlo sbraitare in diretta tv fa audience. E allora si assiste alla rassegna stampa quotidiana sul no vax che fa questo, il no vax che fa quello, si fa zapping e ci si imbatte nell’antiscientismo in prima serata su La7.
La sovrarappresentazione del fenomeno è palese, e del resto segue i meccanismi di dilatazione mediatica che riguardano tutto ciò che è polarizzante e divisivo.
Si fa un giro sui social e ci si convince che il ritorno del fascismo sia alle porte, si leggono 100 articoli su Salvini e 10 su Letta perché Salvini la spara più grossa e, di conseguenza, porta più visualizzazioni e più ricavi.
Il Capitano non solo conosce bene questi meccanismi, ma ci ha costruito sopra buona parte del suo successo. Sa bene che alzare l’asticella dello scontro, mettere alla berlina l’avversario, sbattere il migrante sulla bacheca, ma anche farsi un selfie con la prima colazione in terrazza, sono potentissime armi di moltiplicazione dei messaggi che portano non solo interazioni su una piattaforma social, ma anche voti.
Del resto proprio in questi giorni le inchieste del Wall Street Journal su Facebook, basate su documenti riservati e interni all’azienda, stanno evidenziando come Mark Zuckerberg abbia puntato deliberatamente sulla monetizzazione dell’indignazione e della rabbia sociale attraverso le modifiche fatte agli algoritmi, specie quella del 2018. Più clic si ottengono, più tempo gli utenti trascorrono su certi post, più aumentano gli introiti, e nulla come i contenuti emotivamente tossici è più utile per raggiungere questi obiettivi. Zuckerberg lo sa, Mario Giordano lo sa, Salvini lo sa.
Ma, come in una distopia tecno-politica alla Black Mirror, nell’ultimo biennio sembra che il leader leghista sia diventato vittima degli stessi strumenti che hanno agevolato la sua scalata e, in una sorta di allucinazione algoritmica, non riesca più a distinguere la realtà dalla sua bacheca Facebook.
Perché se è vero che il dibattito pubblico ormai si fa in tv e sui social network, è anche vero che su queste piattaforme, per le dinamiche già analizzate, vi è una palese distorsione del peso reale delle posizioni in campo.
Ecco allora che, forse assuefatto dai meme sul Pd e dai baci della buonanotte elargiti ai suoi follower, Salvini si è convinto che l’esitazione vaccinale in salsa politica paghi elettoralmente, che Borghi porti più voti di Giorgetti, che in fondo i leghisti pronti a incatenarsi per dire no al green pass siano un esercito e che i sondaggi mentono, ma la conta dei like no.
Se poi uno degli avversari televisivi di sempre, Fabio Fazio, decide di dare spazio solo a posizioni scientificamente dimostrate (tradotto: di non invitare no vax nel suo salotto), provando a sottrarsi al teatrino mediatico-pandemico, per il Capitano scegliere la via della ragionevolezza e del calcolo politico diventa ancora più arduo.
Solo che stavolta rischia grosso: la sua aura di invincibilità, dal Paapete in poi, è stata già ampiamente scalfita, Giorgia Meloni è da tempo in corsia di sorpasso, l’ala moderata della Lega può forse tollerare l’estremismo su altri temi, ma non sui vaccini e sulla salute delle persone.
Salvini con la sua ambiguità è riuscito a scontentare tutti, persino i no pass che ha sedotto ma infine abbandonato, costretto a piegarsi ai diktat di Draghi.
Uno stato confusionale che sta provocando una vera e propria faida all’interno del suo partito.
a fuga dalla Lega da parte di amministratori, consiglieri, militanti, da Nord a Sud, è stata ampiamente documentata negli ultimi giorni da numerosi articoli giornalistici. Anche tra chi della Lega fa ancora parte, sono tanti quelli che si professano palesemente stufi del leader e che magari sognano di cogliere la palla al balzo, defenestrarlo e trasformare il Carroccio nella forza moderata di centrodestra che l’Italia, al momento, non ha.
Forse persino la federazione con Forza Italia, in uno scenario del genere, avrebbe una maggiore coerenza politica.
Magari basterà l’inevitabilità del sostegno a Draghi a immunizzare la Lega dall’allucinazione del Capitano. Che proprio come Don Chisciotte, che imbevuto di romanzi cavallereschi scambia la finzione letteraria per la realtà, sembra talvolta obnubilato dai like, cavalcando la Bestia come fosse Ronzinante.
(da TPI)
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Settembre 19th, 2021 Riccardo Fucile
I 60 VOTI MANCANTI DA RENZIANI ED EX GRILLINI?
Silvio Berlusconi è convinto di poter essere eletto presidente della Repubblica
nonostante gli sviluppi poco incoraggianti del processo Ruby-ter, che lo vede imputato per corruzione, e la freddezza degli alleati di Fratelli d’Italia.
Secondo quanto riportato da Francesco Verderami sul Corriere della Sera, il Cavaliere ritiene di avere una possibilità di essere scelto come successore di Sergio Mattarella a partire dal quarto scrutinio, quando si abbasserà il quorum per l’elezione del capo dello Stato.
Per raggiungere l’obiettivo, Berlusconi avrebbe anche chiesto esplicitamente a Matteo Renzi i voti di Italia Viva alla quarta votazione, durante un incontro avvenuto nella sua villa a Porto Rotondo. Secondo Verderami, il faccia a faccia, smentito da Italia Viva, sarebbe avvenuto a fine agosto, nei giorni in cui l’ex segretario del Partito democratico si trovava a Porto Cervo per presentare il suo libro “Controcorrente”.
Berlusconi, già condannato per frode sulla compravendita di diritti cinematografici nel processo Mediaset, ritiene di poter contare anche sul sostegno di un “gruppetto di cinquestelle”, che lo possono aiutare a ottenere i circa 60 voti necessari per essere eletto al Quirinale, oltre a quelli a disposizione dell’intero centrodestra.
Gli altri partiti alleati della coalizione hanno espresso sostegno alla sua candidatura, anche se nelle ultime settimane Fratelli d’Italia sembra aver preso le distanze dall’ipotesi di eleggere una figura divisiva come Berlusconi.
“A me piacerebbe immaginare una figura che non avesse grandi legami con le parti”, ha detto giovedì scorso Giorgia Meloni alla trasmissione “L’Aria che tira” su La7, aggiungendo di ritenere Carlo Azeglio Ciampi “un ottimo presidente della Repubblica” la cui elezione fu “trasversale”.
(da TPI)
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Settembre 19th, 2021 Riccardo Fucile
NEGLI USA FIOCCANO LE PROPOSTE DI PATRIMONIALE IN NOME DELL’EQUITA’
Tagliare le tasse ai ricchi, mostra uno studio della London School of Economics, non genera crescita economica, né riduce la disoccupazione, ma favorisce solo l’accumulo di ricchezza dell’1% più facoltoso della popolazione.
“Oggi in questo Paese, l’1% più ricco evade 160 miliardi di dollari di tasse ogni anno”, ha dichiarato il presidente Usa, Joe Biden.
Ecco perché, mentre in Italia il governo si appresta a presentare una delega fiscale rinunciataria (limature all’Irap e a un’aliquota Irpef), oltreoceano le proposte di riforma tributaria puntano a recuperare trilioni di dollari di gettito dal non così ristretto nugolo di miliardari che sfrutta le maglie larghe del sistema per differire i pagamenti o versare imposte con aliquote millesimali.
Si parla di patrimoniale, insomma: argomento tabù nella Penisola dove la sola ipotesi di revisione del catasto ha fatto salire sulle barricate le destre. E oltre alle proposte ci sono i fatti: il piano presentato dai democratici già prevede un incremento del prelievo sui profitti aziendali e sui redditi più alti a favore del ceto medio e delle fasce di popolazione più disagiate.
Un trilione di dollari dai super ricchi
Prima dello slogan Tax the Rich promosso con un abito-manifesto da Alexandria Ocasio-Cortez, negli ultimi mesi ha avuto una certa risonanza il “Tax their Gains Now” degli economisti della University of California Berkeley, Emmanuel Saez e Gabriel Zucman, che hanno evidenziato il rilevante ruolo delle plusvalenze nell’aggirare la tassazione da parte dei super ricchi. How to Get $ 1 Trillion from 1000 Billionaires è la provocatoria proposta proveniente dalla Bay Area.
I miliardari pagano infatti basse aliquote fiscali effettive perché possono differire le tasse sulle loro plusvalenze per decenni o per sempre visto che l’imposta sui guadagni da plusvalenze (a un tasso favorevole del 20% rispetto al 37% ordinario) è dovuta solo alla vendita di beni, sostengono Saez e Zucman.
I due economisti lo scorso aprile hanno sottolineato che il patrimonio di 657 miliardari statunitensi, secondo le ultime stime di Forbes, ammonta a 4,25 trilioni di dollari, di cui 2,7 trilioni di dollari sono guadagni su cui non hanno ancora pagato le tasse. E durante la crisi Covid i guadagni non tassati di questo ristretto gruppo sono aumentati di 1,25 trilioni di dollari. La loro ricchezza ammonta oggi al 18% del Pil annuo, rispetto al 14% del 2019 prima della crisi Covid, ed era solo il 2% del Pil fino a quattro decenni fa. Insomma, mentre la popolazione soffriva, la concentrazione della ricchezza aumentava, supportata da un sistema fiscale tutt’altro che ostile. “Proponiamo di porre fine a questo vantaggio di differimento fiscale imponendo una tassa una tantum sugli utili non realizzati dei miliardari all’aliquota ordinaria. In pratica, tutte le plusvalenze accumulate al 1° aprile 2021 si riterranno realizzate e l’imposta sarebbe pagabile in 10 anni. Questa misura raccoglierebbe circa 1 trilione di dollari”. I due economisti non vedono controindicazioni. È una tassa una tantum su guadagni già accumulati, e dunque non crea disincentivi. Inoltre, poiché i guadagni saranno considerati realizzati, si traduce in un onere aggiuntivo solo per i miliardari che le tasse non le avrebbero pagate.
Le aliquote millesimali degli “ultra-milionari”
Sono Warren Buffett, Jeff Bezos, Michael Bloomberg, Elon Musk, Steve Ballmer le cinque personalità messe sotto osservazione dalla senatrice democratica Elizabeth Warren, che nei giorni scorsi ha rinnovato la sua radicale proposta denominata “Ultra-Millionaire Tax”, con il rapporto “The Big Escape”.
Warren sostiene l’introduzione di una tassa annuale del 2% per i patrimoni compresi tra 50 milioni e 1 miliardo di dollari(la stessa aliquota prevista dalla proposta di legge di Sinistra italiana) e una tassa annuale del 3% per i patrimoni superiori a 1 miliardo di dollari.
La “Ultra-Millionaire Tax” si applicherebbe alle 100.000 famiglie più ricche d’America e genererebbe almeno 3 trilioni di dollari di gettito nel prossimo decennio, senza aumentare le tasse al 99,95% delle famiglie americane.
Secondo i calcoli della senatrice, Buffett ha pagato un’aliquota fiscale effettiva dello 0,006% sui suoi 84 miliardi di dollari (stime 2018), mentre con la “Ultra-Millionaire Tax” avrebbe pagato 2,51 miliardi di dollari.
Situazione simile per Bezos, che avrebbe pagato un’aliquota fiscale effettiva dello 0,04% sul suo patrimonio di 112 miliardi di dollari del 2018, ovvero circa 43 milioni di dollari. Con la tassa proposta dalla senatrice avrebbe invece pagato 3,39 miliardi di dollari. Le aliquote effettive pagate da Bloomberg, Musk e Ballmer sono state rispettivamente dello 0,14%, 0,00004% e dello 0,2 per cento.
Tagliare le tassi ai ricchi aumenta la disuguaglianza
Nei mesi scorsi l’International Inequalities Institute della London School of Economics ha pubblicato un interessante studio intitolato The Economic Consequences of Major Tax Cuts for the Rich, a firma David Hope and Julian Limberg, che utilizza i dati di 18 Paesi Ocse degli ultimi cinquant’anni per determinare l’effetto dei tagli fiscali ai ricchi sulla disuguaglianza dei redditi, sulla crescita economica e sulla disoccupazione.
Tra i Paesi considerati c’è l’Italia, tutto il G7 (Germania, Francia, UK, Canada, Usa, Giappone), la Scandinavia (Norvegia, Svezia, Finlandia, Danimarca), e Austria, Belgio, Irlanda, Olanda, Svizzera e infine Australia e Nuova Zelanda. Al netto di quei Paesi con una già consolidata tradizionale fiscale favorevole per le persone affluenti, in tutti ci sono stati significativi tagli alle tasse per i più ricchi a partire dagli anni ‘80, e in particolare tra il 1985 e il 1992, e tra il 1998 e il 2003.
“Riscontriamo che le maggiori riforme che hanno ridotto le tasse ai ricchi abbiano portato a un aumento della disparità di reddito, come risultato della quota dei guadagni dell’1% più ricco”. Secondo i ricercatori, le riforme considerate hanno provocato mediamente un aumento della quota di reddito del top 1% della popolazione dello 0,8% dopo 5 anni, con effetti consolidati sia nel breve che nel medio termine. Si tratta di un trasferimento netto dalla quota del 99% della popolazione a quella dell’1%, dal momento che lo studio non ha riscontrato plausibili effetti dei tagli delle tasse ai più ricchi né sulla crescita economica e sul Pil, né sulla disoccupazione, nonostante alcuni segnali deboli in direzione di un aumento della disoccupazione nell’anno precedente le riforme.
(da Il Fatto Quotidiano)
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