Settembre 19th, 2021 Riccardo Fucile
ERIKA, FONDATRICE CON LA FIDANZATA TAMARA DELLA PAGINA INSTAGRAM “LE PERLE DEGLI OMOFOBI”, HA PASSATO LA SELEZIONE CON ALTRE 24 RAGAZZE
“Sei passata solo perché sei lesbica”. “Sono più tutelati i ghiei (sic) che le persone
normali. Oramai il ghieismo è ovunque e vince sempre”, dice un altro citando concorsi quali Sanremo, Amici e X-Factor. “Come fa una omosessuale dichiarata a fare le selezioni per Miss Mondo? Assurdo dove stiamo arrivando”.
Sono solo alcuni dei commenti di odio piovuti dal web quando Erika Mattina e Martina Tammaro, la coppia di fidanzate di Arona, hanno condiviso con le loro migliaia di followers la felicità che Erika sia arrivata tra le finaliste di Miss Mondo Italia.
Le due ragazze sono le ideatrici della pagina Instagram “Le perle degli omofobi”, dove condividono la loro storia ma anche le minacce e gli insulti, discriminatori e contro il mondo Lgbt+, che incorniciano le loro testimonianze di amore.
E oggi ancora una volta si trovano ad avere nuovo materiale discriminatorio da pubblicare, in questo caso dovuto alla notizia della selezione di Erika in lizza per il concorso di bellezza più prestigioso del mondo che a quanto pare per alcuni sembra sia anche una questione di orientamento sessuale.
“Non riusciamo a spiegarci questo odio, non stavamo parlando di noi ma di Erika, volevamo condividere un traguardo che non tutti raggiungono, un momento bello e speciale e stanno cercando di rovinarcelo. Sono riusciti a smorzare l’entusiasmo e a far salire la rabbia”, si sfoga Martina.
Perché lo fanno? “Non so – ammette – forse per invidia ma quel che vorrei dire a queste persone è vivere la propria vita e smetterla di cercare di rendere infelici gli altri perché sono infelici loro”.
I commenti sono partiti ieri quando Martina sulla pagina Facebook ha condiviso la notizia: “Non potete capire la felicità che ho provato ieri quando Erika mi ha chiamata, con le lacrime agli occhi, e mi ha detto “sono passata”. Erika è ufficialmente una delle 25 finaliste di Miss Mondo Italia. Sono 25 in tutta Italia. Sono così fiera di lei. In una maniera indescrivibile. Complimenti amore mio, ti amo”.
Parole di grande felicità che però stanno vivendo a distanza perché Erika è a Gallipoli per la competizione dove in questi giorni dovrà cimentarsi anche con alcune discipline – come sport o inglese ma anche make up e social media – e in base al punteggio si deciderà il risultato.
“Hanno scritto che Erika è riuscita a partecipare solo perché lesbica. Che è avvantaggiata. Essere gay sarebbe un privilegio perché aiuterebbe. Siamo passati dall’essere discriminati all’essere tacciati di vantaggi anche in situazionali che non hanno nulla a che vedere con il nostro orientamento sessuale”.
Le due ragazze hanno reagito con “rabbia. Erika è agitata, non se lo aspettava”, così Martina sta prendendo in mano la situazione “ci sta che si può pensare che non se lo meriti ma non c’entra nulla il fatto che sia gay. Alla lunga questo odio diventa pesante”.
Pesante in una competizione che già prevede un percorso intenso anche a livello emotivo. C’è prima la presentazine online, che Erika ha dovuto fare virtualmente nel primo lockdown, poi da lì la selezione e la vittoria della fascia Miss del Web, a quel punto la semifinale e ora la finale. “È un percorso lungo e impegnativo e, come molti sanno, per noi staccarci non è facile a prescindere. Siamo fortunate perché molti ci stanno sostenendo e ci fa piacere, ma speriamo che questi commenti smettano di arrivare”.
(da agenzie)
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Settembre 19th, 2021 Riccardo Fucile
CONTINUA L’ISTIGAZIONE A DELINQUERE DI QUESTI RIFIUTI UMANI, RESPONSABILI DI MIGLIAIA DI MORTI
All’indomani delle manifestazioni No Green pass da Nord a Sud, gli oppositori della «dittatura sanitaria» prendono di mira in queste ore il professore della Statale di Milano: «Presto sarà ammazzato questo figlio di putt**a»
«Fabrizio Pregliasco deve morire». All’indomani delle manifestazioni No Green pass che hanno invaso da Nord a Sud il Paese, gli oppositori della «dittatura sanitaria» prendono di mira in queste ore il professore e virologo della Statale di Milano. L’ondata di violenza proviene dal gruppo Telegram “Basta dittatura” le cui minacce e offese continuano ad essere denunciate affinché si tenga alta l’attenzione sulle possibili derive delle ideologie no vax e no Green pass.
Quello che viene recriminato a Pregliasco è di aver paragonato i non vaccinati a «soldati vigliacchi che piuttosto di combattere preferiscono nascondersi».
La guerra a cui il professore si riferisce è quella della pandemia sostenendo ora più che mai la necessità di un obbligo vaccinale per tutti o, in alternativa, come detto qualche giorno fa ad Open, un Green pass ancora più esteso. «Fucilati come soldati? Al massimo ci puoi dare tua moglie che la fuciliamo per bene», scrive uno dei membri della chat. «Per il bene dell’umanità è fondamentale sbarazzarci di questa gentaglia, con le maniere forti», continua un altro, «in modo che sia da monito per il futuro», e ancora: «Presto sarà ammazzato questo figlio di putt**a».
(da Open)
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Settembre 19th, 2021 Riccardo Fucile
L’ALA NO GREEN PASS E’ SUL PIEDE DI GUERRA
Ora la Lega di Matteo Salvini sembra davvero in preda al caos. 
Come riporta un retroscena su Repubblica a firma di Tommaso Ciriaco e Matteo Pucciarelli, nel Carroccio si può ormai parlare di una “guerra tra bande”.
I più oltranzisti, dell’ala di Borghi e Bagnai, sono a dir poco scontenti della piega che ha preso la battaglia sul green pass. Salvini si è infatti dovuto piegare alla linea del Governo, dopo mesi di propaganda che lisciava il pelo ai no pass. La parlamentare europea Francesca Donato ha già fatto sapere che, a causa di questa svolta, lascerà il partito.
Ma i problemi non finiscono qui: sono in arrivo le elezioni amministrative e, stando ai sondaggi, la Lega rischia un flop, con un possibile ritorno al di sotto del 20 per cento dei consensi.
Torino a parte, dove il centrodestra sembra favorito, in tutte le altre grandi città i sondaggi danno in vantaggio il centrosinistra. A questo si aggiunge il caso Napoli, dove la Lega non potrà nemmeno presentare una sua lista, dopo che il Consiglio di Stato ha confermato la decisione di Prefettura e Tar.
Come spiegano Ciriaco e Pucciarelli, queste problematiche vanno ad aggiungersi ai casi che, di recente, avevano già scosso la Lega, come le dimissioni del sottosegretario all’Economia Durigon dopo le frasi sul parco di Latina da intitolare al fratello di Mussolini. Infine, c’è la questione Lamorgese: Salvini la attacca e chiede un vertice a tre con Draghi e la ministra, ma il premier non sembra intenzionato a concederglielo, depotenziando così anche questa battaglia del leader leghista.
(da agenzie)
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Settembre 19th, 2021 Riccardo Fucile
IN UN ANNO E MEZZO EFFETTUATI 90 MILIONI DI ESAMI DIAGNOSTICI… SOLTANTO LA SPESA PUBBLICA E’ STATA DI 490 MILIONI… RICAVI E UTILI STELLARI
Spesso relegato ai margini del dibattito pubblico, il tema dei tamponi riveste in realtà un’importanza cruciale. Non fosse altro perché il numero dei test effettuati rappresenta, tra tutti, quello più alto tra i numeri della pandemia.
Nel nostro Paese, da febbraio 2020 a oggi sono stati effettuati poco meno di 90 milioni di tamponi (per la precisione 88.210.140), di cui due terzi (58,63 milioni) processati con test molecolare, e la restante parte (29,58 milioni) con test antigenico rapido.
Occorre precisare che questi ultimi vengono conteggiati a fianco ai molecolari solo a partire dal 16 gennaio 2021. Nel tempo la quantità dei test effettuati ha subito variazioni considerevoli. Se nelle prime settimane la media mobile a sette giorni si attestava nell’ordine delle poche migliaia di unità, per poi salire a circa 50.000 al giorno durante il picco della prima ondata della scorsa primavera, da inizio anno a oggi la media si aggira tra i 200.000 e i 300.000 test giornalieri.
Numeri da capogiro. Viene spontaneo alla luce di questi numeri chiedersi chi paga e, soprattutto, chi ci guadagna da questo enorme giro? Consultando la dashboard del Commissario straordinario per l’emergenza Covid-19 si scopre che complessivamente, tra Protezione civile e le due gestioni commissariali – Domenico Arcuri prima, e il generale Francesco Paolo Figliuolo poi – sono stati acquistati 79.567.300 tamponi, 63.830.713 kit diagnostici e 20.891.000 provette per tamponi (i bastoncini, per capirci). Per ciò che concerne la spesa, i kit diagnostici rappresentano la voce di costo più impegnativa con acquisti per 520,7 milioni di euro, seguiti dai tamponi (43,8 milioni di euro) e dalle provette (21,8 milioni di euro) per un totale di 586,4 milioni di euro. Nel merito dei due mandati commissariali, forse potrà sorprendere che il costo medio unitario sia dei tamponi (50 centesimi di euro contro 61 centesimi) che dei kit diagnostici (7,69 euro contro 8,81 euro) risulta più basso sotto Arcuri rispetto al generale Figliuolo.
Se entriamo nel merito dei singoli contratti si comprende subito che la torta se la spartiscono pochi player. Da soli, i primi tre fornitori rappresentano il 55% della spesa complessiva, i primi cinque il 70% del totale. Prima in classifica, la Arrow diagnostics, filiale italiana della coreana Seegene, alla quale la struttura commissariale ha bonificato finora 99 milioni di euro per tre contratti di fornitura. Il più importante dei quali, dell’importo di 89,4 milioni di euro, è stato sottoscritto ad aprile 2021, dunque già in piena gestione Figliuolo, ed è stato definito dalla stessa capogruppo «il più importante in termini di volumi dall’apertura degli uffici in Italia nel 2014». La Arrow diagnostics ha sede a Genova Campi, anche se fine dicembre ha fatto sapere di volersi trasferire a Genova Sestri Ponente nell’ex sede di Esaote, azienda nostrana del settore biomedicale, per aprire un polo di ricerca e sviluppo ai primi del 2022. Secondo le informazioni riportate sulla visura camerale, la Arrow ha 52 dipendenti, anche se a seguito della pandemia sono state disposte una trentina di assunzioni. Un bel balzo in avanti, non c’è che dire.
Sui vertici dell’azienda c’è un piccolo giallo, dal momento che le notizie di stampa riportano in qualità di amministratore delegato Gian Luigi Mascarino, mentre dal camerale risulta in carica, a partire da dicembre del 2020, il trentanovenne coreano Cho Junghee.
Sul portale Linkedin, invece, spunta un terzo amministratore delegato, Franco Maccheroni, che sul camerale risulta comunque consigliere d’amministrazione e rappresentante dell’impresa. Contatta dalla Verità, la Arrow non ha risposto alle nostre richieste di chiarimenti.
Se l’organigramma non torna, i conti invece quadrano alla perfezione. Bilancio dell’anno appena trascorso alla mano, i ricavi sono aumentati di quasi otto volte, passando dai 22,89 milioni di euro del 2019 ai 177,5 milioni del 2020, mentre l’utile netto è più che sestuplicato, schizzando da 1,45 milioni del 2019 ai 9,1 milioni del 2020.
Numeri che hanno giovato anche alla capogruppo coreana. Nell’ultimo report finanziario, Seegene ha fatto segnare una crescita anno su anno pari al +11%, con ricavi nel secondo trimestre 2021 pari a 220 milioni di euro e un utile netto pari a 84 milioni di euro.
Nel 2020 le vendite della divisione reagenti per Covid, infatti, hanno rappresentato il 79% sul totale. Gli incassi della regione europea hanno fatto segnare un confortante +69%, contro un +10% a livello globale.
Seconda azienda in classifica, con quattro contratti e 96,3 milioni di euro liquidati dal Commissario, a dispetto del nome la Life technologies Italia fa capo a una società con sede nei Paesi Bassi, la Life technologies Europe BV, a sua volta di proprietà del colosso americano del settore biotech Thermofisher. Sfortunatamente non sono disponibili bilanci per la filiale italiana, ma basti sapere che nel 2020 i ricavi della capogruppo sono cresciuti del 26,1%, passando dai 25,5 miliardi di dollari (21,6 miliardi di euro) del 2019 ai 32,2 miliardi di dollari (27,3 miliardi di euro) dell’anno scorso.
Sul terzo gradino del podio troviamo Abbott srl, che dalla struttura commissariale ha ricevuto finora 92,8 milioni di euro. Neanche per questa impresa sono disponibili i risultati del 2020, ma l’omonima capogruppo con sede a Chicago ha chiuso il 2020 con ricavi in crescita dell’8,5% (+2,3 miliardi di euro) e utile netto a +21,9% (+1 miliardo di euro).
isogna scendere fino alla quarta posizione per trovare la prima «vera» azienda italiana, la Diasorin spa di proprietà della famiglia Denegri, con 48,9 milioni di euro di kit acquistati dal Commissario. Il presidente Gustavo Denegri, classe 1937, figura al nono posto della classifica degli italiani più ricchi con un patrimonio personale stimato in 5,1 miliardi di euro. Il 2020 ha sorriso al gruppo Diasorin, che ha chiuso l’anno con 881,3 milioni di euro di ricavi (+24,8%) e un utile netto pari a 248,3 milioni di euro (+41,3%). Decisivo l’apporto delle vendite dei test per il coronavirus, pari a 266,1 milioni di euro con una crescita a tripla cifra (+313%) del business molecolare. Concludiamo la carrellata con la Technogenetics srl, con sede a Milano ma quartier generale a Shanghai, dove si trovano gli uffici della capogruppo cinese Khb, e beneficiaria di sei contratti per totali 31,1 milioni di euro. Ricavi più che duplicati nel 2020 (da 26,7 milioni a 61,4 milioni di euro), e utile più che sestuplicato (da 0,88 milioni a 5,76 milioni di euro). La classifica continua, con altre 14 aziende destinatarie di contratti per almeno un milione di euro ciascuna, per un importo complessivo di 148,8 milioni di euro.
Fin qui si parla del pubblico. Quantificare le singole commesse nel privato, invece, risulta affare assai più arduo. Fonti ben informate del settore riferiscono alla Verità che il mercato della diagnostica, almeno per ciò che concerne i grandi laboratori, è dominato dagli stessi nomi che figurano sulla lista della struttura commissariale. Senza dubbio per loro il Covid ha rappresentato la gallina dalle uova d’oro.
(da LaVerità.info)
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Settembre 19th, 2021 Riccardo Fucile
LA FEDERAZIONE PUGILISTICA DENUNCERA’ ALLA GIUSTIZIA FEDERALE MICHELE BROILI
La Federazione Pugilistica Italiana denuncerà alla giustizia federale il pugile
Michele Broili, per alcuni tatuaggi “inneggianti al nazismo”, tra cui il totenkopf delle Ss, che sono stati notati ieri durante l’incontro con Hassan Nourdine per il titolo italiano superpiuma al Palachiarbola di Trieste.
La Fpi, si legge in un comunicato, “venuta a conoscenza e preso atto della situazione emersa nel corso dell’incontro di Pugilato disputatosi in data 18.09.2021 a Trieste tra i Pugili Michele Broili e Hassan Nurdine, valevole per il titolo italiano dei pesi superpiuma, vuole chiarire immediatamente la propria posizione e renderla pubblica. Durante l’incontro si sono notati alcuni tatuaggi sul corpo del pugile Broili inneggianti al nazismo e, come tali, costituenti un comportamento inaccettabile e stigmatizzato da sempre dalla Federazione Pugilistica Italiana, la quale è costantemente schierata contro ogni forma di violenza, discriminazione e condotta illecita e/o criminosa. Ovviamente di tale comportamento è esclusivamente responsabile il tesserato che lo ha posto in essere e, semmai, indirettamente ed oggettivamente la Società di appartenenza che lo abbia avallato e/o tollerato. Alcuna responsabilità può e deve essere ascritta alla Federazione Pugilistica Italiana, la quale non può essere a conoscenza delle scelte personali di ogni singolo tesserato sino a quando non ne abbia contezza”.
La Federazione “condanna e stigmatizza con forza e perentoriamente il comportamento del proprio tesserato e si dissocia da ogni riferimento che i tatuaggi offensivi dallo stesso portati evochino. Tale comportamento è in palese contrasto con le norme sancite dal ‘Codice di Comportamento Sportivo del Coni (art.5)’ che la Fpi recepisce, condividendone spirito e contenuto.
Per tali ragioni la Fpi si riserva di sottoporre agli Organi di Giustizia Federali tale comportamento affinché ne sia, nelle opportune sedi, valutata la contrarietà rispetto allo Statuto ed ai Regolamenti Federali e vengano adottate le opportune misure sanzionatorie anche a tutela dell’immagine della Federazione Pugilistica Italiana. Riservandosi, altresì, ogni opportuna azione”.
(da agenzie)
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Settembre 19th, 2021 Riccardo Fucile
SAREBBE BELLO CHE I CANDIDATI SINDACO DI ROMA LO ONORASSERO CON UNA PROPOSTA PER I SENZA DIMORA
Prima o poi doveva succedere, ed è successo: Cesare Pergolizzi, classe 1940, clochard nato a Catania e residente a Roma, è morto.
Era uno dei tanti che dormono per strada, solo che lui aveva scelto una strada, per così dire, più chic: piazza san Lorenzo in Lucina, salotto buono del tridente romano, tra il portico della Basilica e le vetrine delle dirimpettaie boutique del lusso.
Lo conoscevano tutti ,e anche io, che abito nel quartiere ininterrottamente dal 1994: come tutti i provinciali approdati a Roma, mi sono scelto un piccolissimo lembo di città, e l’ho fatto mio, per ricreare gli orizzonti rassicuranti della dimensione provinciale.
Cesare ci è stato sempre, ma io l’ho scoperto attraverso il mio indimenticabile portavoce Alfredo Tarullo, che lo aveva adottato.
Morto Alfredo, Cesare rimase a me: eredità leggera, due chiacchiere prima della preghiera quotidiana in basilica, un caffè offerto, raramente un obolo, una volta sola un telefonino, richiesto per parlare chissà con chi. Tutto qui: Cesare non chiedeva molto, quasi niente.
Negli ultimi tempi rivendicava una domanda -perduta nei tempi – per una casa popolare. Ma poi precisava che non aveva granché da rivendicare: le case popolari erano tutte in periferia, e lui sosteneva di avere una singolare patologia che lo costringeva a soggiornare nel centro storico, fuori del quale non avrebbe avuto respiro. ’Non so spiegare la mia malattia’ raccontava davanti al caffè Ciampini “ma io fuori del centro storico sarei un uomo morto”.
E passava le sue giornate davanti alla Basilica di San Lorenzo in Lucina, ormai integrato con la variabile umanità del centro storico, fatta di passanti non sempre pietosi, commercianti non sempre generosi, turisti non sempre attenti al prossimo.
Ieri è morto, in coincidenza coi lavori che interdicono la sua piazza agli abituali frequentatori. Cesare è morto nella vicina piazza san Silvestro, dove si era spostato. Forse sarebbe morto anche in piazza san Lorenzo in Lucina, perché aveva ottantuno anno, e non è un’età fatta per dormire in strada.
Per carità, ottantuno anni li portava da dio. Magari dormire all’addiaccio farà bene, o forse è solo la pecetta consolatoria che noi borghesi ci diamo per prendere sonno dopo una notizia del genere: a mia discolpa dico che Cesare aveva il mio numero di cellulare, fornitogli per ogni emergenza, ma è pochino, per un cristiano che dovrebbe riconoscere e aiutare il suo prossimo.
E pensare che ero entrato in politica seguendo il monito di un antico parroco: ’a che serve accudire un povero, quando puoi scegliere di accudirli tutti facendo politica?’. Già, la politica: dei clochard non si occupa da tempo.
Per la sinistra non esistono, ma si sa, la sinistra ha fastidio della povertà. A destra peggio ancora: ogni tanto qualcuno strumentalizza i clochard per contrapporli ai migranti, e trarre la conclusione che abbiamo troppi italiani poveri per poterci commuovere degli stranieri.
Un giorno una turista mi mortificó dicendo che si veniva da tutto il mondo per vedere la capitale della cristianità, e si veniva accolti già in stazione da decine di poveracci all’addiaccio, una scena che umiliava Cristo.
Intanto mi umiliai io, parlai con l’ufficio preposto al Comune, e mi fu recitata la solita tiritera: alcuni vogliono stare in strada, gli spazi comuni non sono troppo invitanti, ma neppure possono esserlo perché sennó ci vanno tutti per risparmiare il fitto di casa.
Vabbè, intanto Cesare è morto, e sarebbe bello se i vari Raggi, Calenda, Gualtieri e Michetti lo onorassero dicendoci se hanno una proposta, un’idea, una preoccupazione per l’emergenza dei senza-dimora a Roma.
(da Huffingtonpost)
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Settembre 19th, 2021 Riccardo Fucile
NEL 2013 LA NOMINA SFUMO’, MA TRE ANNI DOPO CI FU UN SECONDO TENTATIVO
La ‘ndrangheta della Locride voleva far fuori uno dei figli del procuratore di
Catanzaro Nicola Gratteri. Lo avevano deciso in carcere. Dovevano farlo sembrare un incidente stradale. Era il 2013.
A riferirlo, adesso, è un nuovo collaboratore di giustizia, Antonio Cataldo, 57 anni, esponente dell’omonimo clan di Locri, come racconta il Corriere della Sera. Cataldo sta fornendo particolari interessanti ai pm, riempendo pagine di verbali. Mercoledì, tra l’altro, potrebbe essere sentito dai magistrati nell’udienza del maxiprocesso “Riscatto – Mille e una notte”. Nel gennaio 2016 anche un altro pentito, Maurizio Maviglia, aveva parlato di un tentativo di uccidere uno dei figli di Gratteri o comunque di sequestrarlo.
Le prime minacce
All’epoca dei fatti – era il 2016 – alcuni individui erano riusciti a intrufolarsi nello stabile dove abitava il figlio del procuratore, a Messina. Si erano qualificati come poliziotti. Il ragazzo, che era un giovane universitario, vedendoli arrivare in ascensore mascherati con il passamontagna, chiuse subito la porta, si barricò a casa e chiamò il padre. Così riuscì a mettersi al sicuro. L’idea di uccidere il figlio di Gratteri sarebbe nata – racconta Cataldo – all’interno del carcere, nel 2013, e se ne parlava moltissimo nelle ore d’aria. A lui glielo confidò Guido Brusaferri, esponente di spicco della cosca Cordì. «I clan si erano allarmato quando il nome di Gratteri era stato indicato come possibile ministro della Giustizia (nel governo Renzi, ndr). Per loro sarebbe stato un problema. I clan, tutti, temevano dei processi e delle leggi più ferree. C’era un allarme generale», ha raccontato. La nomina, però, sfumò.
(da Open)
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Settembre 19th, 2021 Riccardo Fucile
LA PERIZIA SUL CASO LUANA D’ORAZIO: COSI’ E’ MORTA IN 7 SECONDI
Le prime conferme sulla morte della giovane operaia arrivano dalla lunga relazione del perito incaricato dalla procura di Prato
Emergono nuovi particolari per chiarire le dinamiche che hanno portato alla morte di Luana D’Orazio, la giovane 22enne morta lo scorso 3 maggio mentre lavorava a un orditoio in un’azienda tessile di Montemurlo, in provincia di Prato.
Secondo quanto raccolto dall’ingegner Carlo Gino, incaricato dalla Procura di esaminare il macchinario, l’apparecchio sarebbe stato montato in modo non conforme alla sicurezza sul lavoro, così da velocizzare i tempi di produzioni. L’analisi del perito confermerebbe le ipotesi degli inquirenti sulla manomissione dell’orditoio sul quale la giovane lavorava ignara dei rischi che correva.
La perizia di 69 pagine contiene informazioni secondo le quali la presenza di una staffa sporgente e non protetta avrebbe trascinato la ragazza in una morsa. «La macchina presentava una evidente manomissione con un altrettanto evidente nesso causale con l’infortunio», sostiene l’ingegnere Gini.
«La funzione di sicurezza della saracinesca era stata completamente disabilitata per cui l’operatore poteva accedere alla zona pericolosa, anche in modalità automatica, senza alcuna protezione». Nella relazione Gini sottolinea come la manomissione dei macchinari fosse «consuetudine di lavoro», al punto che «la saracinesca non veniva abbassata da tempo». A provarlo, le «varie ragnatele che si erano andate a formare tra le parti fisse e quelle mobili».
L’esame ha approfondito anche le modalità con cui è avvenuta la tragedia. Le parti del macchinario che hanno afferrato i vestiti di Luana non avrebbero potuto lasciare scampo alla ragazza perché «cattura il corpo in una sorta di abbraccio mortale». Secondo Gini solo dopo sette secondi dall’incidente qualcuno spegne l’orditoio. «Una persona che si trovava nella stessa porzione del capannone dove sono presenti le macchine oggetto di accertamenti, ma che non si trovava in prossimità della macchina oggetto di infortunio». La distanza percorsa dal primo soccorritore, infatti, viene stimata tra i 17 e i 30 metri da dove si trovava Luana.
Le indagini
I primi risultati della perizia hanno sconvolto i genitori della lavoratrice. «Non ci sono parole», dice in lacrime Emma Marrazzo, madre di Luana, che si chiede: «Come si può morire così nel 2021? Se l’azienda avesse preso tutte le precauzioni mia figlia sarebbe ancora qui, devono prendere coscienza». Nel frattempo continuano le indagini della procura di Prato, che lavora per chiarire anche quali mansioni doveva compiere Luana al netto del suo contratto da apprendista, che prevederebbe l’assistenza di un tutor. Rimangono tre le persone indagate: il titolare dell’azienda, Luana Coppini; suo marito Daniele Faggi, secondo gli inquirenti «amministratore di fatto» della ditta»; e l’addetto alla manutenzione Mario Cusimano. Sono accusati di omicidio colposo e rimozione delle tutele antinfortunistiche.
(da Open)
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Settembre 19th, 2021 Riccardo Fucile
E’ BASTATO ESTENDERLO PER FAR RIMETTERE IN MOTO IL CERVELLO A MOLTI
Chiamatelo pure “effetto Green Pass”: con il nuovo decreto che ne stabilisce
l’obbligatorietà anche a tutti i lavoratori, oltre alle solite sfilate di complottisti e uscite pubbliche di personaggi che fomentano le anime più radicali dei no-vax, c’è stata anche un’importante risposta positiva della popolazione.
“A livello nazionale, si è verificato un incremento generalizzato delle prenotazioni di prime dosi tra il 20% e il 40% rispetto alla scorsa settimana”, fa sapere la struttura commissariale Covid-19 guidata dal generale Francesco Paolo Figliuolo. “Inoltre, nella giornata odierna – si sottolinea – si è riscontrato un aumento del 35% di prime dosi rispetto alla stessa ora di sabato scorso. Considerando che la maggior parte dei centri vaccinali sono ad accesso libero, occorre monitorare nei prossimi giorni l’andamento delle adesioni per valutare se la tendenza attuale si consoliderà in maniera strutturale”.
Un trend positivo, ora che sono 40.850.892 i cittadini che hanno completato il ciclo vaccinale, pari al 75,64% della platea di “over 12”. Il totale delle somministrazioni è invece pari a 82.278.770. L’impulso alle vaccinazioni era il principale risultato atteso dal nuovo Green pass: il certificato verde, che a partire dal 15 ottobre verrà esteso a tutti i lavoratori, sarà rilasciato subito dopo la prima dose, e non più “dal quindicesimo giorno successivo alla somministrazione”.
Il Governo fornirà alcune linee guida sull’applicazione del nuovo obbligo dopo che il decreto verrà pubblicato in Gazzetta ufficiale: come controllare il certificato digitale e come comportarsi se il dipendente non lo ha sono i principali dubbi da risolvere. Per il segretario generale della Cgil Maurizio Landini i lavoratori che non si vaccinano devono essere “messi nella condizione di non dover pagare il tampone”.
La linea di Palazzo Chigi è però diversa: avrà un costo più basso e forse una validità più lunga ma non sarà gratis, “altrimenti – ha chiarito il ministro del Lavoro, Andrea Orlando – passerebbe il messaggio politico per cui vaccinarsi o non vaccinarsi sarebbe la stessa cosa”.
(da agenzie)
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