Gennaio 9th, 2024 Riccardo Fucile
TRA I FRATELLI D’ITALIA CIRCOLA GIÀ IL NOME DEL POSSIBILE CANDIDATO NEL 2025 PER LA REGIONE GOVERNATA DAL “DOGE”: IL SENATORE E COORDINATORE REGIONALE MELONIANO LUCA DE CARLO
Non solo sulla Sardegna Giorgia Meloni non ha alcuna intenzione di fare marcia indietro, ma in casa Fratelli d’Italia si pensa in grande e circola già il nome del possibile candidato per il dopo Zaia in Veneto nel 2025: il senatore e coordinatore regionale dei meloniani Luca De Carlo, presidente della commissione Agricoltura, turismo e industria di Palazzo Madama.
Non a caso, con l’alleato Matteo Salvini sul tema regionali sta calando il gelo. E dal quartiere generale della Lega alla domanda su quando si terrà il vertice tra i leader del centrodestra per risolvere intanto la matassa delle candidature alle regionali di quest’anno, Sardegna su tutte, la risposta è fredda: «Non è un tema all’ordine del giorno, al momento Salvini non ha nulla in agenda ».
Probabile che si tenga in questa settimana o al massimo la prossima, visti i tempi sempre più stretti per presentare le liste in Sardegna, dove si vota già il 25 febbraio: una spaccatura […] sarebbe un precedente molto pericoloso per il centrodestra visti i tanti appuntamenti elettorali in Regioni e Comuni nei prossimi due anni.
Fratelli d’Italia ha deciso comunque di lanciare in Sardegna Paolo Truzzu al posto dell’uscente Christian Solinas, sostenuto dalla Lega. Una scelta dettata da motivi locali, minimizzano i fedelissimi di Meloni, come Giovanni Donzelli. In realtà FdI vuole riequilibrare i pesi all’interno del centrodestra […]: oltre alla Sardegna, anche Umbria, in mano alla Lega, Basilicata e Piemonte con governatori uscenti di Forza Italia, e l’Abruzzo che invece è l’unica che ha un uscente di FdI.
Meloni vuole subito la Sardegna, ma pensando al 2025 punta al Veneto e ha già in pista il nome di De Carlo. Il senatore nei giorni scorsi, in una intervista al Gazzettino , ha chiaramente detto che senza Zaia in corsa la regione spetterebbe al suo partito.
Zaia può restare in ballo solo con una modifica alla legge attuale che non prevede la terza rielezione per i governatori: anche qui, la Lega chiede di consentire il terzo mandato, FdI invece prende tempo ma è contraria proprio pensando al Veneto. E ieri a sostegno dello stop al terzo mandato è arrivato anche il segretario di Forza Italia, Antonio Tajani.
La Lega insomma è sempre più isolata e Salvini non vuole sedersi al tavolo per essere messo in minoranza. Cerca intanto una soluzione da proporre per mediare, quanto meno, prima di andare allo scontro. A oggi minaccia di correre da sola con Solinas in Sardegna. «Se un governatore di centrodestra ha lavorato bene, va ricandidato », ha ribadito Salvini su Rete 4.
E questo mentre Paolo Truzzu si considera già il candidato. Ieri il sindaco di Cagliari ha incontrato il resto della coalizione per una prima riunione operativa su simbolo e nomi da mettere in lista: «L’indicazione del mio nome dai partiti è avvenuta la settimana scorsa al tavolo regionale, come tutti chiedevano — ha affermato —. È la prima volta nella storia del centrodestra e questo mi rende orgoglioso. Non sfruttare questa occasione sarebbe stato grave ».
(da agenzie)
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Gennaio 9th, 2024 Riccardo Fucile
PER DRAGHI E’ IN BALLO UNA POLTRONISSIMA, MAGARI LA GUIDA DEL CONSIGLIO EUROPEO… GIORGIA MELONI SOFFRE E TACE: NON PUO’ EVITARE DI RITROVARSELO IN EUROPA A FARLE OMBRA
Qualunque mossa faccia Mario Draghi, qualunque sia la sua agenda,
non lascia mai indifferente il mondo della politica. […] L’universo degli incontri di Draghi negli ultimi due mesi si è allargato, e l’ex banchiere è entrato completamente nel ruolo di super consulente incaricato dalla presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen di preparare un report su «competitività dell’industria europea».
Domani, a Milano, nella sede cittadina di Banca d’Italia, Draghi incontrerà i manager delle principali multinazionali europee. Ma La Stampa è in grado di raccontare anche di altri due incontri. Uno che è avvenuto, e uno che avverrà nei prossimi giorni. In settimana Draghi dovrebbe essere a Bruxelles per partecipare a una riunione del collegio dei commissari, in poche parole il Consiglio dei ministri della Commissione europea. Mentre circa un mese fa ha visto per un pranzo Emmanuel Macron.
Un confronto tra due leader e amici che, stando a fonti ufficiali vicine all’ex presidente del Consiglio, è parte del giro di colloqui che Draghi sta avendo a largo raggio in Europa
Ogni gesto dell’ex premier sollecita interpretazioni più o meno fantasiose sul suo destino. Tanto più ora che si stanno aprendo i giochi per il futuro dei vertici delle massime istituzioni europee. il pranzo con Macron – a Parigi, a quanto risulta – rilancia le indiscrezioni sulla possibilità di una candidatura di Draghi al Consiglio europeo (una destinazione considerata più verosimile della Commissione), cosa di cui, tramite i suoi collaboratori storici, continua a dire di non essere interessato.
Sarebbe un nome politicamente più neutro di altri, in grado di mettere d’accordo i liberali di Renew Europe (il gruppo di Macron), i socialisti (la famiglia del Pd) e i popolari, a cui è affiliata Forza Italia. Una chance che si rafforzerebbe dopo l’annuncio dell’attuale presidente del Consiglio, il belga Charles Michel, di correre come candidato alle Europee, con l’ambizione di diventare presidente dell’Europarlamento o commissario.
Anche l’incontro di Milano, con i big delle principali aziende europee, consente una lettura più politica. A organizzarlo è la European Round Table of Industry, forum che raggruppa una sessantina di presidenti e amministratori delegati, dedicato al sostegno della competitività europea. Tra i soci compaiono Vodafone, Total, Michelin, L’Oréal, Bmw, Mercedes, Arcelor Mittal (che proprio in queste ore sta litigando con il governo italiano in merito alle acciaierie Ilva di Taranto), Shell, Airbus, AstraZeneca, Nestlé.
Le aziende italiane saranno rappresentate da Eni e Cir (tra i membri di Ert ci sono gli amministratori delegati Claudio Descalzi e Rodolfo De Benedetti). L’incontro con i commissari a Bruxelles sarà un’altra tappa del confronto sulle prospettive economiche dell’Europa, anche in un contesto di sfida geopolitica con i due giganti globali, Stati Uniti e Cina. Al tavolo dovrebbe partecipare anche Paolo Gentiloni, ex premier e commissario all’Economia La premier vive con particolare attenzione i movimenti di Draghi.
Dentro Fratelli d’Italia i commenti sono ridotti al minimo e si percepisce il fastidio per non poter controllare politicamente una nomina che, per storia e profilo di Draghi, sarebbe quasi più europea che esclusivamente italiana. Di fatto, il report commissionato da Von der Leyen è anche un biglietto da visita per il bis che vuole tentare la presidente della Commissione. Meloni ha fatto capire di essere pronta a sostenerla, anche se FdI non potrà entrare a far parte della maggioranza composta da popolari, socialisti e liberali.
(da La Stampa)
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Gennaio 9th, 2024 Riccardo Fucile
TRA GLI ALTRI NOMI IN BALLO PER IL POSTO CI SONO LO SPAGNOLO PEDRO SÁNCHEZ E LA DANESE METTE FREDERIKSEN
L’intenzione di Charles Michel di dimettersi anticipatamente dalla carica di Presidente del Consiglio europeo ha dato il via alle trattative per i posti di vertice dell’Ue, con l’ex primo ministro italiano Mario Draghi indicato da alcuni “come uno dei principali candidati” per succedere a Michel. Lo scrive il Financial Times.
“È difficile prevedere la sequenza degli accordi per occupare i posti di vertice dell’Ue, che dipendono anche dall’esito delle elezioni europee”, nota il quotidiano della City di Londra. Che precisa. “Una fonte vicina a Draghi ha dichiarato che non è in cerca di alcun ruolo di primo piano nel blocco”.
“È improbabile che dica di no se glielo si chiede seriamente ma non si farà strada a gomitate”, ha detto all’FT Nathalie Tocci. Venerdì, a Bruxelles, l’ex presidente del Consiglio italiano “informerà i membri della Commissione” sul lavoro iniziale del rapporto sulla competitività dell’Ue, la cui pubblicazione è prevista dopo le elezioni europee. Tra gli altri nomi che sono stati ventilati per il posto al Consiglio Europeo, secondo l’Ft, ci sono lo spagnolo Pedro Sánchez e la danese Mette Frederiksen.
“A differenza di Draghi, entrambi i leader sono affiliati ai grandi partiti politici europei, un fattore importante nelle nomine dell’Ue. La mancanza di affiliazione partitica di Draghi ‘lo ostacolerà’, ha dichiarato un diplomatico europeo”.
“Se da un lato l’ampio curriculum di Draghi gli garantirebbe una forte presenza al tavolo del vertice, dall’altro le sue posizioni schiette sulle politiche, tra cui l’integrazione fiscale, potrebbero irritare paesi come la Germania, che tradizionalmente hanno una visione opposta”, nota ancora il quotidiano. “‘È troppo politico’, ha dichiarato un funzionario dell’Ue informato sulle discussioni. ‘L’equilibrio [al tavolo del vertice] non è giusto'”.
(da agenzie)
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Gennaio 9th, 2024 Riccardo Fucile
“E QUALCUNO NON CI PROVI A FARMI LEZIONI DI ANTIFASCISMO, UNA MATERIA IN CUI PER LA BIOGRAFIA INTELLETTUALE E MORALE CHE HO NON ACCETTO LEZIONI DA NESSUNO”
Vedo un qual certo putiferio “antifascista” suscitato dalle immagini
della gente di destra che innanzi alla sede del Msi di Acca Larentia a Roma due giorni fa levava le braccia nel saluto fascista a ricordare i due giovani militanti del Msi, il ventenne Franco Bigonzetti e il diciottenne Francesco Ciavatta, assassinati a freddo il 7 gennaio 1978 da un nugolo di terroristi di sinistra di cui non si è saputo mai più nulla.
Un terzo militante missino (il diciannovenne Stefano Recchioni) rimase successivamente ucciso negli scontri con la polizia, e la scena mi è stata vividamente raccontata dall’allora diciottenne Francesca Mambro, il cui destino assieme criminale e drammatico era stato orientato da quell’episodio.
Di tutte le azioni delinquenziali compiute dal terrorismo di sinistra nei confronti di ragazzi di destra quella di Acca Larentia resta forse la più clamorosa, persino più del brutale agguato al diciannovenne milanese Sergio Ramelli, che ci si misero in cinque ad annichilirlo a colpi di catene di bicicletta. Per la cronaca i due giovani missini assassinati ad Acca Larentia si apprestavano a distribuire un volantino che reclamizzava un concerto tenuto da un gruppo musicale di destra.
Mi fa piacere che alla commemorazione di Acca Larentia di due giorni fa fosse andato l’assessore Miguel Gotor, per dire di un uomo del Pd che stimo. Idealmente parlando c’ero anch’io a quella commemorazione, com’è dovere di un cittadino repubblicano quando ci sono da ricordare delle vittime innocenti. E nella mia memoria non conta che le vittime innocenti fossero state di destra o sinistra. Erano vittime innocenti, punto e basta.
Ma torniamo al punctum dolens. Quella marea di braccia levate nel saluto romano nel gridare “presente” alla pronunzia dei nomi di quei poveri ragazzi. Sì, sì, lo so che è un contrassegno del fascismo e che la nostra Costituzione non lo gradisce affatto. Da questo a dirne che è un segnale che tramortisce e offende “l’antifascismo” duro e puro ce ne passano di chilometri. Ho visto le foto di quei militanti missini o ex missini che levava il braccio. La buona parte gente oggi vicina ai sessant’anni e che magari erano stati compagni di idealità dei giovani missini assassinati a Roma.
Quel braccio levato è innanzitutto un omaggio alla loro giovinezza e alla sua drammaticità, al fatto che c’era allora una larvata guerra civile tra i ventenni italiani dell’una o dell’altra parte. Me la ricordo bene, benissimo, quella guerra civile, Me lo ricordo l’odio cieco da cui eravamo segnati gli uni e gli altri.
La volta che io e il giovane Benito Paolone (a Catania era il leader della Giovane Italia) venimmo espulsi entrambi dall’aula di un liceo dove si stava tenendo non ricordo più quale dibattito, e dove noi due stavamo urlando a squarciagola l’uno contro l’altro. Me lo sono ritrovato davanti Paolone trenta o più anni dopo e l’ho subito abbracciato. La nostra parte in commedia l’avevamo fatta, solo che quella commedia – la guerra civile fra i ventenni italiani – era bella e finita e per fortuna nessuno ammazzava più nessuno.
Per tornare ad Acca Larentia, non ho il benché minimo sussulto “antifascista” nel vedere i nomi di quei poveri ragazzi del gennaio 1978 salutati dal braccio teso dei loro camerati di allora. Ho solo commozione a ricordare la loro sorte. E qualcuno non ci provi a farmi lezioni di antifascismo, una materia in cui per la biografia intellettuale e morale che ho non accetto lezioni da nessuno.
Giampiero Mughini
(da Dagospia)
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Gennaio 9th, 2024 Riccardo Fucile
INSEGUITO DA ERRORI E SCANDALI ESCLUDE OGNI PASSO INDIETRO MA LE COSE POSSONO CAMBIARE NEI PROSSIMI MESI
Incerto, nervoso, preda di dubbi e spettri. A tratti sotto assedio. Così i media israeliani dipingono ormai da mesi Benjamin Netanyahu. Saranno presto trascorsi 100 giorni dall’inizio della guerra “totale” tra Israele e Hamas, dopo l’eccidio compiuto dagli islamisti nel sud dello Stato ebraico, e il rapporto tra il premier e il Paese appare sempre più tormentato. La maggioranza degli israeliani non ha più fiducia in lui, e vorrebbe vederlo rispondere del fallimento degli apparati dello Stato nel prevenire il massacro del 7 ottobre. Il governo di unità nazionale che guida di unitario pare avere poco più della facciata, con delicatissime riunioni trasformatesi di recente in ring. E la Casa Bianca di Joe Biden, che si sgola da mesi per chiedere all’alleato piani chiari per il dopoguerra, per trovarsi al contrario di fronte a quelli per aprire un possibile nuovo fronte in Libano, non fa mistero di auspicare un cambio di governo a Gerusalemme. Eppure come questo possa accadere non è affatto chiaro. Andare a elezioni anticipate, nel bel mezzo di una guerra (se non due) in cui è in gioco l’esistenza stesso dello Stato, pare una follia. Netanyahu lo sa: sa che l’opinione pubblica è focalizzata in primis sulla guerra, e che intende occuparsi di lui dal giorno immediatamente successivo alla sua fine. Ma il conflitto appare lontano, forse lontanissimo, dalla conclusione. Gli stessi vertici di governo e esercito parlano di altri mesi di combattimenti in vista, forse un anno. E il premier, come appare sempre più evidente, ha tutto l’interesse a dilatarne i tempi, e forse perfino le dimensioni. Come scongiurare allora che le decisioni militari servano gli interessi personali dell’ex «Re Bibi», piuttosto che quelli reali del Paese? E davvero non c’è modo con cui si possa evitare il tragico equivoco sostituendo in corsa Netanyahu?
Matematica politica
I numeri, prima di tutto. Insediatosi negli ultimi giorni del 2022, il governo più a destra nella storia di Israele guidato dal redivivo Netanyahu può contare su una solida maggioranza – fatto eclatante dopo che il Paese si era avvitato in un’estenuante serie di «pareggi» alle elezioni e di governi nati sul filo di lana. La coalizione formata dal suo Likud, dall’ultradestra di Smotrich e Ben Gvir e dai partiti religiosi, è forte di 64 seggi alla Knesset sui 120 totali (la maggioranza si forma con 61 voti). Altri numeri, quelli del “Paese reale”, mostrano al contempo come in un ipotetico voto oggi lo scenario politico ne uscirebbe radicalmente modificato. Netanyahu, come detto, è inviso a una porzione mai così ampia dell’elettorato. Lontani i tempi in cui spaccava il Paese in due come una mela: amore o odio, e poco in mezzo. Dopo il 7 ottobre e una guerra difficilissima, lo sceglierebbe ancora come primo ministro appena il 15% degli elettori, secondo l’ultima rilevazione condotta dall’Israel Democracy Institute. Molti di più, quasi un quarto dell’elettorato, sarebbero quelli che vedrebbero meglio al suo posto Benny Gantz: l’ex capo di Stato maggiore entrato in politica per guidare un fronte centrista anti-Netanyahu, e che ha accettato di deporre temporaneamente le armi per dare una mano in un governo di unità nazionale, oggi appare a molti come il «volto sicuro» cui affidare la sicurezza del Paese che Bibi ha dimostrato di non saper garantire. Se si andasse a votare, secondo l’ultimo sondaggio commissionato dal Canale 13 a fine dicembre, il suo partito volerebbe addirittura a 38 seggi, la coalizione di centrosinistra che potrebbe guidare a 71. Il Likud di Netanyahu ne uscirebbe invece a pezzi, con appena 16 seggi, condannato all’opposizione insieme agli altri partiti di destra.
La sfiducia costruttiva e il sostituto impossibile
Proprio questo scenario politico, paradossalmente, pare al momento la miglior polizza assicurativa sulla vita politica di Netanyahu. Escluso che il più longevo leader della storia israeliana possa dimettersi – ha messo più volte in chiaro che è l’ultimo dei suoi pensieri – solo la maggioranza che lo sostiene potrebbe infatti farlo inciampare. Se avesse un piano B. Nel sistema di governo israeliano, a differenza di quello italiano, è possibile votare la sfiducia a un governo in carica solo se contestualmente viene proposta per il voto di fiducia una nuova compagine di governo. La mozione del caso dev’essere votata dalla maggioranza assoluta del Parlamento: almeno 61 deputati. La clausola della sfiducia costruttiva, presente anche nei sistemi politici di Paesi europei come Spagna e Germania, implica insomma che se le stesse destre che sostengono Netanyahu volessero sbarazzarsene, facendogli pagare errori, impopolarità o inimicizie, dovrebbero aver pronto un accordo blindato sul suo successore. Uno scenario oggi impensabile, spiega a Open Nimrod Goren, analista e presidente del think-tank Mitvim, considerata la diversità di opinioni e sensibilità all’interno della coalizione di governo. La stessa maggioranza minima sarebbe necessaria per far cadere il governo nell’altro modo possibile, più radicale: votare per sciogliere il Parlamento e tornare alle urne. Scenario che oggi appare altrettanto lunare, oltre che potenzialmente autolesionista per le destre. Eppure nel corso del 2024 le cose potrebbero cambiare.
Una fase nuova?
Proprio oggi il portavoce dell’esercito israeliano ha annunciato, come gli Usa attendevano da tempo, che la guerra a Gaza è entrata in una «fase nuova»: parte delle truppe sarà via via richiamata, le operazioni si faranno più mirate, almeno secondo i piani. A voler tornare a casa, al contempo, sono i circa 200mila cittadini israeliani che ormai da tre mesi vivono altrove, evacuati dalle aree di frontiera con Gaza a sud e col Libano a nord per ordine del governo. Senza contare, ovviamente, quelli ridotti senza voce, i circa 120 ostaggi che si presume essere ancora nelle mani di Hamas a Gaza, i cui famigliari continuano a chiedere l’immediata liberazione. Il Paese resta in guerra, e lo sarà in un modo o nell’altro ancora per lunghi mesi, insomma: ma non è detto che nei prossimi mesi questo non possa accompagnarsi a un iter di progressiva «normalizzazione» dopo il trauma del 7 ottobre, spiega Goren, secondo cui potrebbe aprirsi prossimamente un diverso processo politico. «La prima cosa cui guardare saranno le mosse di Benny Gantz: il gabinetto di guerra d’emergenza difficilmente durerà ancora a lungo. Gantz cercherà il tempo e il modo giusto per chiamarsene fuori senza danneggiare la sua immagine di leader affidabile e security-minded per il Paese». Al contempo, sostiene l’analista, la sua grande popolarità al momento potrebb’essere almeno in parte transitoria. L’elettorato resta in maggioranza su posizioni di centrodestra, tendenza perfino rafforzata dal 7 ottobre. E se da quell’area emergesse nei prossimi mesi un leader credibile alternativo a Netanyahu, potrebbe attrarre attenzioni e voti. Sui media israeliani si fanno i nomi, ad esempio, dell’ex premier Naftali Bennett o dell’ex capo del Mossad Yossi Cohen. Altri ministri e parlamentari del Likud potrebbero essere tentati di uscire allo scoperto, piuttosto che venire travolti da un probabile tracollo del partito sotto la guida di Netanyahu.
Tempo al tempo
La destra, insomma, potrebbe legittimamente pensare ad aprire una nuova pagina per continuare a guidare il Paese con una diversa configurazione. E se il fronte col Libano e col più vasto asse regionale guidato dall’Iran dovesse raffreddarsi, come diversi segnali tra le righe paiono indicare negli ultimi giorni, conclude il ragionamento Goren, un percorso a tappe che porti a elezioni anticipate – da tenersi magari nella seconda metà del 2024 – potrebbe rivelarsi in definitiva conveniente per una parte predominante dell’arco politico del Paese. A Netanyahu, a quel punto, non resterebbe che presentarsi in altre aule: quelle dei tribunali dove è indagato per corruzione, e quelle della commissione d’inchiesta sul 7 ottobre che il Paese reclama a gran voce.
(da Open)
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Gennaio 9th, 2024 Riccardo Fucile
IL RISCHIO DI INCOSTITUZIONALITA’ PER CONTRASTO CON I TRATTATI INTERNAZIONALI E LA CONVENZIONE ONU DI MERIDA
Entra nel vivo l’iter in commissione Giustizia del Senato del cosiddetto
ddl Nordio, il disegno di legge di iniziativa del governo che contiene l’abrogazione del reato di abuso d’ufficio.
La relatrice è la stessa presidente della commissione, la leghista Giulia Bongiorno, e i senatori cominceranno con l’esame degli emendamenti presentati dai gruppi al testo, con circa 160 proposte depositate.
L’obiettivo del ministro è quello di arrivare il prima possibile all’approvazione del primo vero pacchetto di norme da lui presentate e che erano state approvate dal consiglio dei ministri nel giugno 2023.
L’abrogazione dell’abuso d’ufficio, infatti, è da sempre uno dei cavalli di battaglia di Nordio, che già ne scriveva da editorialista. Il ragionamento del ministro è che si tratti di un reato troppo indefinito, che produce una grande mole di procedimenti giudiziari di cui però solo una minima parte si conclude con una condanna, mentre la maggior parte – soprattutto quando l’indagine riguarda politici – solleva una grande eco mediatica nella fase delle indagini preliminari. «Dopo vent’anni di cambiamenti» la norma sull’abuso d’ufficio è un «fallimento» perché su 5 mila processi «arrivano solo nove condanne», ha detto il ministro in giugno sul Corriere della Sera.
Chi si oppone all’abrogazione, come fa in particolare l’Associazione nazionale magistrati, sostiene che abrogare il reato che permette di perseguire i pubblici ufficiali che causano un danno patrimoniale durante l’esercizio delle loro funzioni rischia di essere un via libera alle «angherie del potere pubblico», ha detto il presidente Giuseppe Santalucia.
Dalla parte del ministro è convintamente Forza Italia, con meno enfasi invece lo seguono la Lega e Fratelli d’Italia, sul fronte delle opposizioni Italia Viva e si è espressa a favore dell’abrogazione, insieme anche a molti amministratori locali, anche del Pd.
LE NORME EUROPEE
Tuttavia, l’ipotesi di abrogazione del reato suscita vari livelli di preoccupazione, al netto dello scontro in parlamento con le minoranze.
Il problema maggiore riguarda l’ordinamento dell’Unione europea.
Secondo i critici, anche dell’accademia, l’abolizione completa del reato di abuso d’ufficio sarebbe in contrasto con le previsioni dei trattati internazionali e in particolare con la convenzione Onu di Merida, che l’Italia ha sottoscritto e che prevede gli strumenti di contrasto alla corruzione. Inoltre, in Ue è in discussione una direttiva europea anticorruzione che prevede espressamente il reato di abuso d’ufficio per tutti gli stati membri.
Queste considerazioni sono ben note al Quirinale, che dovrà promulgare la legge una volta approvata in parlamento e che avrebbe già fatto pervenire le sue perplessità al governo, proprio in occasione della firma del disegno di legge per l’inizio del suo iter in parlamento. Tuttavia cambiare il testo del ddl proprio nella sua parte più caratterizzante sarebbe un passo indietro molto complicato per Nordio, che spesso è stato attaccato per la scarsa incisività delle sue iniziative legislative.
Anche questa preoccupazione è stata alla base del duro braccio di ferro con la Lega e in particolare proprio con Bongiorno, che avrebbe preferito valutare una riformulazione del reato invece che la sua totale cancellazione. Infatti, in sede di approvazione al cdm, l’accordo tra Nordio e la Lega è stato quello di considerare l’abrogazione solo un primo step di una «riforma più ampia» in cui si dovranno «rivisitare tutti i reati contro la Pubblica amministrazione», ha detto in un’intervista al Corriere l’ex ministra della Pubblica amministrazione.
Tra le preoccupazioni avanzata da Bongiorno, anche una di tipo procedurale: cancellare il reato non è sufficiente per evitare che un procedimento si apra e il rischio è che «le procure diano interpretazioni estensive di altri reati contro la pubblica amministrazione» per ovviare alla mancanza del reato.
(da editorialedomani.it)
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Gennaio 9th, 2024 Riccardo Fucile
I SUPERMERCATI SENZA CASSA SEGNANO LA SCOMPARSA DELL’ESSERE UMANO
I supermercati senza casse oggi sono una sperimentazione, presto saranno la regola. La scomparsa dell’essere umano, nella mediazione mercato-cliente, è un passo “ideologico” prima ancora che tecnico-economico.
In fondo al percorso scopriremo che nessuno è più cassiere, impiegato, casellante, controllore, manutentore, postino, negoziante (e forse anche insegnante, architetto, giornalista, medico, poeta, tutte mansioni surrogabili dall’intelligenza artificiale) perché faremo tutti un unico mestiere: consumatore.
Già oggi, per aprire un contratto e soprattutto per farlo cessare (impresa quasi disperata) è rarissimo avere a che fare con un essere umano, anche nei casi in cui solo un colloquio tra simili (umano che parla, umano che risponde) può aiutare a superare gli intoppi e accelerare gli iter.
A ognuno di noi capita spesso di inseguire come un miraggio la presenza umana (“potessi almeno parlare con qualcuno…”) mentre arranchiamo nelle nebbie degli algoritmi, delle app, dei casellari da riempire, dei pin, delle password, dei clic.
Un mercato-totem, senza sembianze umane, inavvicinabile, sinistramente simile al Capitale così come lo raffigurava Paul Lafargue alla fine dell’Ottocento: “Io sono il Dio che divora gli uomini”.
Nessuno, del resto, pare preoccuparsene più di tanto: grande scandalo, in America, perché pare che Elon Musk si faccia qualche canna e qualche acido, zero scandalo quando ha licenziato migliaia di persone.
Molte delle quali con un tweet, per evitare l’incresciosa incombenza di dover dire di persona a qualcuno: vattene, non servi più.
(da La Repubblica)
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Gennaio 9th, 2024 Riccardo Fucile
IL SUO LEGALE HA ESIBITO LA CERTIFICAZIONE CHE ATTESTA IL SUO INQUADRAMENTO NELLE FORZE ARMATE UCRAINE
Kevin Chiappalone non è un mercenario. Anche se ha deciso di
arruolarsi nella Legione Internazionale che sta combattendo in Ucraina contro i russi. E’ rimasto sotto indagine per più di un anno dalla procura di Genova. Ma il suo avvocato ha portato agli inquirenti una certificazione che attesta «l’inquadramento temporaneo come soldato di fanteria all’interno delle Forze Armate dell’Ucraina», scrive oggi l’edizione genovese di Repubblica.
E il pubblico ministero ha chiesto l’archiviazione della sua posizione, perché nei suoi confronti non è applicabile l’articolo 3 della legge del 1995 che punisce i mercenari. Chiappalone, secondo le carte dell’indagine, voleva arruolarsi nel Battaglione Azov. Poi però ha deciso di passare alla Legione Internazionale.
La Convenzione di Ginevra
«Sto servendo le Forze Armate Ucraine e di conseguenza sono un legittimo combattente ai sensi della Convenzione di Ginevra», aveva scritto lui su Facebook. La madre del 20enne ha dichiarato di essere all’oscuro delle sue intenzioni. La Digos aveva cominciato a indagare dopo che lui aveva rilasciato un’intervista in anonimo al settimanale Panorama. «Putin ha promesso di denazificare l’Ucraina, diciamo che da quel momento mi sono sentito chiamato in casa», aveva detto lui all’epoca. Poi è arrivato l’arruolamento nel settore logistica, con 600 euro di stipendio mensili. Mentre la paga del combattente di solito è superiore. Per questo la procura ha chiesto l’archiviazione.
(da agenzie)
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Gennaio 9th, 2024 Riccardo Fucile
E’ ANCHE VICECOMMISSARIO PROVINCIALE DI NAPOLI DI FRATELLI D’ITALIA, ERA CONSIDERATO UN ASTRO IN ASCESA NEL PARTITO DELLA MELONI
Il sindaco di Palma Campania, nel Napoletano, è finito agli arresti domiciliari nell’ambito di una indagine su presunte irregolarità negli appalti comunali. Diciannove in tutto gli indagati, otto dei quali destinatari di misure cautelari tra i quali due dipendenti comunali e cinque imprenditori. La Procura di Nola ipotizza i reati di corruzione, turbata libertà degli incanti, falso in atto pubblico, depistaggio e subappalto non autorizzato.
Il Gip ha emesso l’ordinanza di applicazione delle misure: due arresti domiciliari, tre divieti di dimora e tre divieti di concludere accordi con la Pubblica amministrazione per la durata di 12 mesi. Gli inquirenti sostengono che diversi appalti di lavori, servizi, forniture come la manutenzione stradale, la cura delle aree verdi, la ristrutturazione di plessi scolastici, il carotaggio per la bonifica di siti inquinati, siano stati pilotati per favorire alcune ditte, in cambio di denaro o altro. Una delle ipotesi della Procura è che gli imprenditori coinvolti abbiano anche assunto alcuni individui segnalati dagli uffici comunali in cambio di un presunto tornaconto elettorale.
Chi è il sindaco «Nello» Donnarumma
Aniello Donnarumma è il sindaco della cittadina di Palma Campania, 16mila abitanti a sud-est di Napoli, finito agli arresti domiciliari nell’indagine della Procura di Nola. Originario di Avellino, «Nello» ha 38 anni ed è al suo secondo mandato come primo cittadino del comune campano. Fu eletto la prima volta nel 2018 con una lista civica di centrodestra e nel 2023 ha vinto nuovamente le elezioni con oltre il 64 per cento delle preferenze. Donnarumma si è iscritto a Fratelli d’Italia ed è vicecommissario provinciale del partito a Napoli. Per la sua giovane età e il consenso riscosso durante il mandato, era considerato tra i possibili candidati al ruolo di coordinatore provinciale.
Una delle iniziative che ha caratterizzato la sua amministrazione è stata quella per l’apertura di nuovi negozi nel centro storico, con regole stringenti che andavano a colpire i negozianti stranieri. Tra i requisiti richiesti, l’accesso insegne in italiano, conoscenza della lingua nazionale, per gli alimentari vendita di prodotti locali.
Gli appalti sotto indagine
Sono diversi e variegati gli appalti finiti al centro delle attenzioni dei magistrati, per i quali in più occasioni il sindaco si sarebbe speso in prima persona. Secondo le accuse, Donnarumma avrebbe chiesto le assunzioni di alcune persone da lui indicate presso ditte e in una nota catena di discount in cambio dell’affidamento di servizi superflui, in quanto già eseguiti dal Comune stesso. Tra le operazioni sotto esame, anche l’affidamento dei buoni spesa per il Covid-19 e il servizio per i contributi per i canoni di locazione. Ma sono diversissimi gli ambiti in cui, secondo la Procura, gli indagati esercitavano i loro interessi, dai servizi di pulizia e igiene ambientale a quelli di guardiania dei locali del municipio e degli immobili comunali, dal servizio di social media manager alla manutenzione delle aree verdi, fino ai lavori di adeguamento energetico, di assistenza alla mensa scolastica, di adeguamento di spazi e aule didattiche in una struttura. In un caso sarebbero stati elargiti 20mila euro per ottenere la concessione alla gestione di un chiosco-bar in piazza.
(da Open)
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