Gennaio 23rd, 2024 Riccardo Fucile
MOLTI DI QUESTI “LEONI DA TASTIERA” SI NASCONDONO DIETRO A HASHTAG INNOCUI O NICKNAME CHE LI AIUTANO A DISSOCIARSI DALLA REALTÀ… IL PROF ZICCARDI: “L’ODIO ONLINE STA AUMENTANDO PERCHE’ AUMENTANO I CONTATTI E QUINDI LA PRODUZIONE DI CONTENUTI”
Può mettere a disagio una discesa nei gironi infernali del linguaggio degli hater, ovvero chi sui social indica con “Zecche” gli elettori di sinistra o con “Risorse” i richiedenti asilo. Mescolando, ogni volta che sia possibile, sessismo e razzismo
L’odio online sta crescendo: l’ultima mappa dell’intolleranza redatta da Vox, Osservatorio italiano sui diritti, segnala un 93% di tweet negativi, contro il 69% dell’anno prima, soprattutto diretti contro le donne (43,21%), le persone con disabililtà (33,95%) e le persone omosessuali (8,78%). Gli hater si raggruppano, dietro hashtag (come #pandorogate per chi attacca Chiara Ferragni) in apparenza neutri ma capaci di evocare, in chi condivide le loro idee, tutto un mondo.
Più di tutto, gli hater sono dissociati. Secondo un esperto nello studio dell’odio online, Daniel Kilvington della Leeds Beckett University, la dissociazione degli hater è, nella maggior parte dei casi, a doppio senso: si dissociano sia dalla loro identità reale, proteggendosi dietro un nickname, che dalle loro vittime, di cui non possono vedere le reazioni fisiche e le espressioni, così da poter capire quando si è passato il segno, come accadrebbe invece in una discussione vis-à-vis. «Internet per loro è come una dimensione immaginaria, separata e rimossa dagli obblighi e dalle responsabilità del mondo reale» spiega Kilvington.
Ma perché l’odio sta aumentando? «Per semplici ragioni numeriche: perché aumentano i contatti, le transazioni, le relazioni online e quindi la produzione di contenuti e l’esposizione ai contenuti» spiega Giovanni Ziccardi, professore di informatica giuridica all’Università degli Studi di Milano e autore di Dati avvelenati (Raffaello Cortina, in uscita a febbraio). «Dalla pandemia è aumentato il numero di ore che passiamo online, anche per lo smart working. Poi oggi gli strumenti di intelligenza artificiale facilitano la produzione di contenuti, e si è abbassata l’età della consegna del primo smartphone: ormai la fascia d’età di chi può scrivere in Rete va dagli 8 ai 75 anni. Così abbiamo sempre più contenuti online, e tra questi quelli d’odio».
«Inoltre la viralità dei messaggi degli hater è di molto superiore a quella dei contenuti più pacati e meditati, e quindi l’odio ha una visibilità intrinseca, soprattutto in un momento storico in cui la polemica è considerata un valore che è anche economico, per il traffico online che procura. Possiamo definire l’odio come la valuta dei social network».
Non tutti gli odiatori sono anonimi. «Ci sono anche quelli che ci mettono la faccia, presentandosi col loro vero nome e cognome. Costoro rifuggono dall’anonimato, perché vogliono guadagnarsi un seguito personale, una popolarità: sanno bene che l’odio, soprattutto quando è canalizzato verso un personaggio pubblico, come attori, cantanti o politici, attira visualizzazioni e condivisioni ». Sono queste le persone che, quando vengono messe di fronte al soggetto che hanno aggredito, dichiarano “Ma io questa persona non la odio mica. L’ho offesa solo perché so che così attiro visualizzazioni e vado in alto nei trend dei social”.
Una distinzione terminologica utile è quella proposta da Joseph Reagle, docente di comunicazione alla Northeastern University e autore del saggio “Reading the comments: likers, haters and manipulators at the bottom of the Web” (Mit Press): «In quel libro distinguo tra “brave persone che si comportano male” e “cattive persone che esprimono sé stesse”» spiega Reagle. «Chi viene bersagliato, come nel caso tragico della ristoratrice Giovanna Pedretti, si trova ad affrontare uno spettro composito di offese e critiche» spiega Reagle. «Da un lato ci sono gli hater anonimi che scrivono cose orribili come “meriteresti di morire” e dall’altro influencer piccoli e grandi (e i follower che li seguono a ruota) che l’accusano di essere falsa».
Un fuoco incrociato che confonde e spaventa chi non è abituato ad essere nel mirino degli attacchi. Come affrontare il problema? «Il primo fronte è il diritto: servono nuove regole per i social. Il secondo è l’educazione all’uso delle tecnologie: moltissime delle persone che odiano in rete non hanno, ancora oggi, idea dell’impatto che possono avere i contenuti online e di come funziona la viralità. Gli ultimi report dell’Unione Europea indicano che, anche in Italia, il 48% delle persone tra 14 e 70 anni sono prive delle competenze su Internet» osserva Ziccardi.
«E il terzo fronte è poi la tecnologia, soprattutto l’uso di strumenti di intelligenza artificiale per analizzare i testi pubblicati sulle piattaforme. Agendo su tutti questi tre fronti insieme si può contrastare l’odio salvaguardando la libertà d’espressione ».
(da La Repubblica)
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Gennaio 23rd, 2024 Riccardo Fucile
ARROGANZA, OFFESE, ALLUSIONI: UNA LUNGA SEQUELA DI ATTACCHI
Un altro attacco contro Repubblica, l’ennesimo contro i
giornalisti. Stavolta la premier davanti alle telecamere di Rete4 ha irriso il titolo di prima pagina “L’Italia in vendita”, senza rispondere alle notizie né controbattere nel merito, ma provando a delegittimare il giornale riferendosi alla proprietà: “Non accettiamo lezioni di italianità che vengono da questi pulpiti”.
Nei quindici mesi a Palazzo Chigi, Giorgia Meloni non ha perso occasione per prendere di mira chi scrive di lei o le riserva domande scomode.
Una lunga sequenza di insinuazioni, allusioni e sortite, che nella maggior parte dei casi eludono le questioni e travalicano nel complottismo e in un’offensiva contro la libertà di stampa. Fino alla più sistematica e strutturale manovra contro l’informazione che sta portando all’approvazione delle leggi bavaglio, contro le quali la Fnsi ha formalmente protestato anche in occasione della conferenza stampa di inizio anno della premier.
Repubblica è tra i bersagli preferiti. Nell’ottobre scorso, durante il punto stampa dopo il vertice Ue a Bruxelles, la presidente del Consiglio si è rivolta ad un nostro giornalista contestando pubblicamente un suo articolo che, invece, aveva avuto riscontro da parte di diverse fonti alla premier. Un anno prima, in occasione dell’incontro per la presentazione della legge di bilancio, la premier, dopo le sollecitazioni dei due inviati di Repubblica e La Stampa, ha insinuato che i giornalisti siano stati pavidi con i suoi predecessori: “Non eravate così coraggiosi in passato”, è arrivata ad affermare.
Nella stessa occasione ha risposto piccata ad un altro cronista (“È una vita che mi insegnate le cose”) e ha troncato il tempo dedicato riservato alle domande, polemizzando seccata con quanti reclamavano.
Ma il campionario delle intemperanze negli incontri con la stampa è lungo: “Qualcuno deve correggere i suoi titoli”, aveva detto a marzo, quando le domande riguardavano le tragedie dei migranti.
Battibecchi e incursioni che la presidente del Consiglio ha trasferito anche sui social: nel novembre scorso, sull’onda del dibattito seguito al femminicidio di Giulia Cecchettin, Meloni ha ritenuto di utilizzare Instagram per attaccare personalmente Lilli Gruber, ritenuta colpevole di aver affermato in una puntata di Otto e mezzo, che “in Italia ci sia una forte cultura patriarcale e che questa destra-destra al potere non la stia contrastando tanto”.
La “destra-destra”, d’altra parte, segue lo stile della leader e alimenta il fuoco contro i giornalisti che si occupano di ciò che avviene attorno ai palazzi del potere. E così FdI ha tuonato di recente contro Report ed è arrivata a presentare un’interrogazione all’ad e alla presidente Rai perché le due inchieste sugli interessi della famiglia di Ignazio La Russa e sui presunti legami tra un boss della malavita e il padre di Giorgia Meloni sul sono ritenute dal partito di Meloni un “metodo” e un “teorema” per “spargere fango”. La chiosa, in quel caso è arrivata dalla segretaria dem, Elly Schlein: “Meloni ha superato Silvio Berlusconi: altro che editto bulgaro…”.
(da La Repubblica)
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Gennaio 23rd, 2024 Riccardo Fucile
TREDICI CANDIDATURE PER “OPPENHEIMER”
Primo passo per “Io Capitano” di Matteo Garrone nella corsa all’Oscar. Il film che racconta il drammatico periplo di due ragazzi africani verso l’Italia è entrato nella cinquina dei miglior film straniero candidato all’ambita statuetta. Il film aveva già ottenuto il Leone d’argento alla regia.
Le nomination, scelte da membri dell’Academy da un numero record di 93 Paesi, sono state annunciate oggi al Samuel Goldwyn Theater di Los Angeles da Zazie Beetz e Jack Quaid.
Le altre pellicole in corsa sono ‘Perfect Days di Wim Winders, The Zone of Interest di Jonathan Glazer, The Teachers’ Lounge di Ilker Çatak e La società della neve di J. A. Bayona.
Come nelle previsioni, Oppenheimer di Christopher Nolan guida la corsa agli Oscar 2024 con ben 13 candidature, una in meno del record di sempre. Povere Creature! di Yorghos Lanthimos è arrivato secondo con undici chance agli Oscar del 10 marzo che include una quarta nomination per la protagonista Emma Stone. Al terzo Posto con dieci candidature Killers of the Flower Moon di Martin Scorsese (alla sua decima chance), davanti a Barbie con otto (e due grandi escluse, Greta Gerwig nella categoria dei registi e Margot Robbie tra le migliori attrici).
American Fiction, il francese Anatomia di Una Caduta di Justine Triet, Barbie di Greta Gerwig, The Holdovers, Killers of the Flower Moon, Maestro, Oppenheimer, Past Lives di Celine Song, Povere Creature! e il britannico The Zone of Interest sono appunto i candidati agli Oscar 2024 per la categoria più prestigiosa: il miglior film. In lista tre film di donne registe, è una prima volta per l’Academy.
Bradley Cooper (Maestro), Colman Domingo (Rustin), Paul Giamatti (The Holdovers), Cillian Murphy (Oppenheimer) e Jeffrey Wright (American Fiction) sono i candidati all’Oscar per il premio di miglior attore protagonista. Fuori Leonardo Di Caprio per la sua interpretazione in Killers of The Flower Moon.
Annette Bening in Nyad, Lily Gladstone per Killers of the Flower Moon, Sandra Hüller per Anatomia di Una Caduta, Carey Mulligan di maestro e Emma Stone di Povere Creature! sono le attrici candidate. È rimasta fuori a sorpresa Margot Robbie di Barbie, il film fenomeno dell’estate.
(da agenzie)
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Gennaio 23rd, 2024 Riccardo Fucile
QUANDO LA PROMOZIONE DEL MADE IN ITALY E’ UN FLOP
“Levategli lo smartphone”, verrebbe da dire bonariamente a
Matteo Salvini, pluri-testimonial (da incubo) dei marchi del made in Italy e non solo. Le difficoltà create al pastificio Rummo con la sua visita sono coerenti con un’abitudine comunicativa antica, praticata anche lontano dal ruolo attuale di ministro delle Infrastrutture. Anno 2018, dicembre. Il leader leghista esibisce il proprio pranzo sul proprio profilo Twitter. “Due etti di bucatini Barilla, un po’ di ragù Star e un bicchiere di Barolo di Gianni Gagliardo. Alla faccia della pancia! Buon pomeriggio Amici”. Alla Barilla la promozione non riscuote entusiasmo. Il corrispondente del New York Times a Roma Jason Horowitz scrive sul quotidiano che lo spot “ha suscitato costernazione all’interno dell’azienda a causa della politica polarizzante del signor Salvini”. Insomma, non proprio un successo. No comment dalla Star, non più italiana dal 2006, ma con gli stabilimenti ancora saldamente ancorati in Brianza.
L’amore (pentito) per la Nutell
Qualche giorno dopo, Salvini posta uno spuntino a base di pane e Nutella. “Il mio Santo Stefano comincia con pane e Nutella. Il vostro???”. Più made in Italy di così, poco. Anzi no, in meno di un anno il ministro lancia l’indietro tutta e iscrive la Nutella tra i cattivi. “Ho scoperto che la Nutella usa nocciole turche, e io preferisco aiutare le aziende che usano prodotti italiani, preferisco mangiare italiano, aiutare gli agricoltori italiani”. Ferrero, colosso piemontese dal profilo notoriamente bassissimo, non risponde all’attacco. Rispondono Cia e Confagricoltura invitando a non penalizzare comunque un pezzo importante della nostra industria alimentare.
Rincarano la questione alcuni deputati Pd, ricordando a Salvini che nemmeno se l’Italia si trasformasse in un unico gigantesco noccioleto i frutti potrebbero bastare a soddisfare da sola la domanda dell’azienda. La Ferrero consuma da sola il 20% delle nocciole mondiali, l’Italia ne produce solo il 14, l’azienda deve rifornirsi quindi anche dall’estero. Lo stesso Salvini alcune settimane dopo fa una nuova marcia indietro. Bilancio della crociata pro e poi contro e poi ancora pro Nutella: così così.
Baci proibiti
Va da sé che con questi precedenti pure in Nestlé, sempre nel 2018, possano avere avuto un sussulto –come riferito dal Foglio – dopo il post promozionale di Salvini al Bacio Perugina e ad uno dei suoi incartamenti con messaggio: “L’amicizia reca grandi felicità con piccoli gesti”. Qui l’omaggio al made in Italy però va in buca soltanto a metà, perché lo storico marchio umbro è nelle mani della multinazionale elvetica dal 1988.
Ringo people, l’irritazione di Barilla
Non va meglio, con i dolci, due anni dopo. Quando sui propri canali ufficiali la Lega pensa di affiancare la foto di una stretta di mano di Salvini con un uomo di colore ad una famosa pubblicità della Ringo. Ancora la Barilla, questa volta pubblicamente, è costretta a intervenire prendendo le distanze in qualità di titolare del marchio. “Il Gruppo Barilla conferma che non ha autorizzato e non autorizza l’utilizzo dei propri marchi – compreso il brand #Ringo – da parte di nessun movimento o gruppo politico”.
La spesa all’Esselunga
Qualcosa deve avere spinto Salvini a una maggiore prudenza. Per il ritorno in veste di testimonial sceglie il caso di marketing dell’anno, lo spot della pesca dell’Esselunga. Post con foto, carrello e sacchetti. “Niente pesche, ma tanta roba! Le domeniche belle all’Esselunga”. Impossibile sbagliare. E invece no, il post viene sommerso di critiche, che puntano il dito persino sul costo giudicato troppo alto per le castagne, 5 euro al chilo. Ma nel complesso si contesta l’opportunità che un ministro della Repubblica si presti a fare da sponsor sui social ad una azienda.
Ultimo capitolo, il boomerang in casa Rummo. La visita allo stabilimento beneventano innesca una valanga di critiche, questa volta non solo sulla sua pagina personale, ma persino su quella dell’azienda, costretta a gestire anche un’ondata di indignazione social al grido/hashtag di boicottaRummo. Il patron dell’azienda resta spiazzato: “Non capisco”. Eppure, visti i precedenti del Salvini-influencer, il possibile inciampo si poteva avvistare a diversi chilometri di distanza.
(da agenzie)
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Gennaio 23rd, 2024 Riccardo Fucile
LA RICETTA ECONOMICA DELL’OCSE PER L’ITALIA: LIBERALIZZAZIONI, PATRIMONIALE, RIFORME E TAGLIO DELLE PENSIONI PIÙ ALTE, PER EVITARE IL COLLASSO… “IN ASSENZA DI VARIAZIONI DELLE POLITICHE DI SPESA E FISCALI L’AUMENTO DELLA SPESA PER PENSIONI, NONCHÉ L’INCREMENTO DEI COSTI, PORTEREBBERO IL DEBITO PUBBLICO A CIRCA IL 180% DEL PIL ENTRO IL 2040. L’ITALIA SAREBBE SEMPRE PIÙ VULNERABILE AGLI CHOC DI BILANCIO”
L’Italia è stata resiliente, ha resistito bene alle crisi recenti. Una forte risposta di politica fiscale, una maggiore competitività e una migliore salute del settore bancario hanno infatti sostenuto la crescita negli ultimi anni. Ma adesso il Paese sta di nuovo rallentando – il Pil quest’anno crescerà appena dello 0,7% (e dell’1,2 nel 2025), avverte l’Ocse nel suo ultimo rapporto sulla situazione economica dell’Italia – di fronte ad un debito pubblico che resta sempre molto altro (il terzo più alto di tutta l’area Ocse, al 140% del Pil) e all’aumento dei costi legati all’invecchiamento della popolazione, servono dei correttivi seri.
In un contesto di «irrigidimento delle condizioni finanziarie» occorre mettere in campo «un consolidamento fiscale costante nell’arco di diversi anni» per riportare il debito su un percorso «più prudente», agendo anche sulle tasse. In particolare «lo spostamento dell’imposizione dal lavoro alle successioni e ai beni immobili», in pratica quella tassa sui patrimoni che tanto ha fatto discutere la politica nei giorni scorsi, secondo l’Ocse «renderebbe il mix fiscale più favorevole alla crescita, consentendo al contempo di incrementare le entrate».
Oltre questo è poi necessario «contrastare con fermezza l’evasione fiscale» anche continuando a promuovere l’uso dei pagamenti digitali e invertendo l’aumento del massimale per le operazioni in contanti.
Sul fronte della previdenza, come prima cose occorre ridurre la generosità degli assegni per le famiglie a reddito elevato, quindi «gradualmente» andrebbero eliminati i regimi di pensionamento anticipato, come già fatto con Quota 100. Nel breve termine, sarebbe poi opportuno mantenere la parziale de-indicizzazione delle pensioni elevate per poi sostituirla nel medio termine con un’imposta sulle pensioni elevate, che non siano correlate ai contributi pensionistici versati.
«In assenza di variazioni delle politiche di spesa e fiscali – è il monito che lancia l’Ocse al nostro Paese – l’aumento della spesa per pensioni, sanità e assistenza di lungo termine, nonché l’incremento dei costi del servizio del debito, porterebbero il debito pubblico a circa il 180% del Pil entro il 2040 e continuerebbero ad aumentare rapidamente in seguito. Tale aumento renderebbe l’Italia sempre più vulnerabile agli choc di bilancio e comporterebbe probabilmente un ulteriore incremento del premio di rischio sul debito pubblico».
Anche sul fronte della crescita, all’Italia è richiesto un cambio di passo. In questo caso il suggerimento è quello di rilanciare gli interventi che possono servire ad aumentare la produttività, rimasta stagnante nell’ultimo decennio, sia facendo leva sulle riforme, a partire da quella della giustizia, sia accelerando l’attuazione di piani di investimento pubblico.
Per agevolare l’ingresso sul mercato da parte di nuove imprese e incrementare la concorrenza, secondo il rapporto Ocse è inoltre necessario ridurre le barriere normative che ostacolano la concorrenza nel settore dei servizi. E poi risulta «essenziale» anche un aumento dei livelli di occupazione.
«Il tasso di occupazione nel Paese è tra i più bassi dell’Ocse, a causa dell’elevata disoccupazione giovanile e della scarsa partecipazione delle donne al mercato del lavoro», mette in evidenza lo studio.Bisognerebbe infine porre la dovuta attenzione all’attuazione del Pnrr per evitare che ritardi nella sua realizzazione penalizzino ulteriormente la crescita: per questo – rileva da ultimo l’Ocse – sarebbe opportuno «riorientare il Pnrr verso progetti di investimento di grande entità e gestiti a livello centrale che possono essere realizzati, come stabilito dalla revisione del Piano».
(da La Stampa)
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Gennaio 23rd, 2024 Riccardo Fucile
SPACCA-ITALIA, L’AUTONOMIA LEGHISTA SIGNIFICA LA FINE DEL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE E DELLA SCUOLA PUBBLICA… LASCIARE UN ENORME GETTITO ALLE REGIONI GRANDI E RICCHE SAREBBE DEVASTANTE PER I CONTI PUBBLICI
L’ autonomia regionale differenziata sarebbe una pessima scelta
per l’Italia. Per tre principali motivi.
Il primo e principale riguarda i poteri richiesti. Le regioni Lombardia e Veneto hanno fatto una scelta estrema, chiedendo competenze in tutte le 23 materie in cui è possibile farlo; l’Emilia-Romagna all’epoca (2017) non si è discostata molto, anche se oggi appare più defilata.
Le regioni vogliono poteri estesi in tutte le politiche pubbliche italiane, dalla scuola alla sanità, dalle infrastrutture all’energia, dalla cultura all’ambiente e molto altro. Come nota la Banca d’Italia nella sua preziosa memoria di giugno, esse però non spiegano mai perché quelle materie; in base a che evidenze le gestirebbero meglio dello Stato centrale; che cosa succederebbe nel resto del Paese. Per capirci, stiamo parlando di regionalizzare la scuola pubblica italiana, di decretare la fine del Servizio Sanitario Nazionale (con la nascita di sistemi mutualistici regionali totalmente indipendenti), di trasferire la proprietà delle grandi infrastrutture e di assicurare alle regioni ogni potere per la loro gestione e il loro sviluppo, di rendere indipendenti le politiche energetiche regionali, di frammentare la legislazione sull’ambiente. E di molto, molto altro ancora. Non una riorganizzazione amministrativa, ma un disegno tutto politico: il tentativo di costituire regioni-Stato. Questo spiega perché il processo è assai rischioso anche per i cittadini delle regioni a maggiore autonomia: che vantaggio può avere una famiglia milanese se gli insegnanti dei propri figli sono scelti su concorsi regionali e lavorano su programmi definiti dall’assessore? O se il presidente della regione ha il potere di privatizzare a proprio piacere i servizi sanitari? E questo spiega perché le associazioni imprenditoriali temano una progressiva balcanizzazione delle normative in molti ambiti.
Su questi aspetti il silenzio è totale. La legge in approvazione al Senato non ne parla; stabilisce solo che si debba ripartire dalle trattative del 2019. Ma i testi contenenti le possibili intese Stato-regioni di allora sono segreti (sono pubblici solo i primi articoli generali). Calderoli ha prodotto nella scorsa primavera una ricognizione delle specifiche funzioni che potrebbero essere regionalizzate.
Una lista che fa impressione, perché include circa 500 funzioni: l’ossatura dei poteri di uno Stato sovrano. Si pensi, per citarne una, che potrebbero essere regionalizzati anche gli enti che si occupano della sicurezza nei trasporti.
Non a caso, anche questo documento è tenuto rigorosamente segreto: è probabilmente in corso una trattativa con i ministeri di cui nessuno sa nulla. Si ricordi sempre esse che le regioni possono richiedere poteri, ma non vi è alcun obbligo di concederli; nel 2008, con il governo Berlusconi, richieste meno estreme erano state respinte in toto.
Il secondo riguarda i soldi. Le regioni Lombardia e Veneto da sempre mirano a trattenere una parte del gettito fiscale maturato nel loro territorio, sottraendolo alle entrate dello Stato (e quindi alle risorse per i servizi nel resto d’Italia, come nota la Commissione europea nel suo Country Report di luglio). Le norme che regolano il finanziamento delle regioni, previste dalla legge 42/2009 in attuazione dell’articolo 119 della Costituzione sono lettera morta; la sanità, poi, è finanziata in modo tutto diverso, attraverso quote di riparto del Fondo sanitario che penalizzano le regioni a maggiore deprivazione sociale.
La richiesta non è certo quella di attuare le leggi vigenti, ma di prevedere nuovi meccanismi ad hoc di finanziamento: sostanzialmente simili a quelli delle piccole regioni a statuto speciale, che trattengono gran parte del gettito. Il punto, naturalmente, è quanta parte (tecnicamente: il valore dell’aliquota di compartecipazione): chi decide su questa aliquota e soprattutto sulla sua evoluzione nel tempo.
L’obiettivo delle regioni è di stabilire norme che tengano in futuro questa decisione fuori della portata del Parlamento, affidandola a trattative con l’esecutivo. L’Ufficio parlamentare di bilancio e la Svimez hanno mostrato che, se questi meccanismi fossero stati approvati qualche anno fa, Lombardia e Veneto avrebbero messo da parte già un notevole bottino.
Dato che il loro gettito fiscale cresce più della media nazionale, avrebbero più soldi di quanti necessari per i nuovi servizi da finanziare. La Commissione Ue, allarmatissima, nota che lasciare tutto questo gettito a regioni grandi e ricche metterebbe in dubbio la capacità del Tesoro di far fronte al debito pubblico.
La Banca d’Italia si è detta preoccupata della possibilità di operare quelle forme di redistribuzione fra i cittadini previste dalla Costituzione. Si noti anche che per produrre le cifre su cui tutti questi calcoli sarebbero basati, il governo ha pensato bene di sostituire l’autorevole presidente della Commissione tecnica Fabbisogni Standard con una giurista, che è anche componente ufficiale del gruppo tecnico che aiuta il presidente veneto Zaia nelle trattative.
Per far sì che non si parli di questo, e per alimentare la favola secondo cui l’autonomia differenziata porterebbe vantaggi a tutti, il governo ha astutamente alzato una fitta cortina di fumo: i “livelli essenziali delle prestazioni” (LEP) dei servizi ai cittadini, previsti dalla Costituzione e quasi mai definiti. Ha nominato una commissione presieduta da Sabino Cassese, che è divenuto un vero e proprio propagandista dell’autonomia differenziata. I LEP sono importantissimi, ma in questa sede irrilevanti. Un’arma di distrazione di massa. Irrilevanti perché si sta operando solo una ricognizione delle norme già esistenti e solo in alcuni ambiti; e perché, ammesso che saranno effettivamente definiti precisi indicatori, non ci sono risorse per consentire alle regioni sotto standard di migliorare. La legge prevede espressamente l’invarianza di bilancio. Quindi, si tratta di definirli parzialmente, ma certamente non di finanziarli né tantomeno di raggiungerli. Quel che conta è fornire argomenti ai parlamentari di maggioranza; specie di Forza Italia e di FdI, magari in cuor loro perplessi: non si dimentichi che la presidente Meloni, coerente con la propria cultura politica, nel 2014 aveva proposto di cambiare la Costituzione per abolire le regioni. Intanto, il governo ha definanziato con la legge di Bilancio il “fondo perequativo infrastrutturale” (previsto dalla legge 42) che mirava proprio a potenziare, laddove sono più scarse, le strutture che consentono di erogare questi servizi, come scuole e ospedali. Che credibilità può avere la promessa dei LEP dopo questa scelta?
Infine, in breve ma certo non perché meno importante: il processo decisionale sta creando un serio vulnus democratico. I cittadini sono pochissimo informati. Si sta completamente tagliando fuori il Parlamento, a cui viene tolto il potere di valutare nel merito le richieste: l’intesa verrebbe definita dagli esecutivi e ratificata con un voto di fiducia secco. Un’anticipazione di fatto del premierato. L’approvazione darebbe poi sostanziali potestà a commissioni tecniche paritetiche fra lo Stato e ciascuna regione, che opererebbero fuori dal controllo parlamentare e dallo sguardo della pubblica opinione.
Insomma, non di autonomia si tratta, ma di un processo nei fatti secessionistico, con la creazione di regioni-Stato in grado di disporre di risorse per servizi progressivamente assai maggiori rispetto alle altre. Una radicale trasformazione dell’Italia.
(da agenzie)
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Gennaio 23rd, 2024 Riccardo Fucile
CHI L’HA SCRITTO NON DEVE ESSERE MAI USCITO DAL RECINTO DEGLI ALBERGHI AFRICANI A 5 STELLE: DEI PROBLEMI DELL’AFRICA NON SA NULLA
L’incerto e il mistero, meravigliosi in amore dove sono propizi ad ogni sorta di intrigo, sono catastrofici in politica. Perché rischiano di propagare il regno del sospetto e di mettere in piedi un rapporto obliquo con la verità.
Prendiamo dunque il piano Mattei. Prendiamolo con la punta delle dita, delicatamente, non con gli artigli di un terzomondismo proiettivo che peraltro si è estinto con il Terzo Mondo come entità autonoma: sosteneva, lo sciagurato, saltimbanchi sanguinari che si pensava incarnassero il nuovo eden rivoluzionario.
Per carità: un piano come quello del governo italiano che si prefigge di inventare «un rapporto non predatorio» con l’Africa merita ben altro che liquidazioni sarcastiche. Anzi: tirar fuori una idea per questa vecchia Europa che si rintana e tace mentre in quello che un tempo si chiamava il “continente nero” Stati Uniti, Cina e Russia intervengono e si immischiano in ogni cosa può esser lodevole.
Smuove quanto meno ideologie balbuzienti. Si accusa: ma è il solito «aiutiamoli a casa loro» per toglierci il fastidio (per le destre ma non solo) di vederseli davanti, gli africani, con gli abiti ancora gocciolanti di Traversata. Vediamo piuttosto se può funzionare.
In fondo la politica è anche retorica e passione e, ogni tanto, una idea che accenda la immaginazione di milioni di persone. Leggiamo i sei articoli dell’impegnativo progetto diventato legge. Affiorano concetti antichi come fossili nello scisto, «cooperazione allo sviluppo», e geroglifici retorici nuovi di zecca, oscuri ma pervasivi: ricerca e innovazione, sfruttamento sostenibile delle risorse, tutela dell’ambiente, imprenditoria ovviamente femminile (un giretto in qualsiasi suk africano farebbe scoprire agli estensori che da quelle parti sono avanti in questa faticosa eguaglianza) e ovviamente la modernizzazione digitale. Si vuole estrarre ogni frammento di luce da questa terra disgraziata.
Mi viene da pensare che gli ideatori, con ingenua innocenza, non siano mai andati oltre il recinto degli alberghi africani a cinque stelle e delle accoglienti ambasciate. Perché avrebbero scoperto che decine di milioni di africani da contrattualizzare non sanno che farsene della modernizzazione digitale, hanno il problema paleolitico della mancanza di acqua potabile e di energia elettrica a cui colonizzatori ed eredi non hanno neppur pensato.
Quanto al green potrebbero darci lezioni perché da secoli sopravvivono con siccità, cavallette e tirano l’aratro di legno con la forza delle braccia, energia che non inquina.
Questi popoli mortificati e umiliati forse bisognava incontrarli di persona prima di scrivere il contratto. C’è un pudibondo velo di oscurità sui fondi che devono alimentare il piano. Si confida immagino, nel solito bancomat di Bruxelles: si trovano miliardi per comprare munizioni, ci mancherebbe che l’Unione lesina soldi per l’Umanitario per di più di taglio imprenditoriale! Ma il sospetto dello scarto, dell’errore è semmai nella parola Africa. Perché quando si vuole stipulare un contratto con qualcuno, addirittura lasciarsi dietro decenni di post colonialismi, razzie meticolose, razzismi supponenti e bioccose carità improduttive, la geografia non basta, bisogna indicare di chi saranno le firme in fondo ai futuri impegnativi documenti.
I contratti dovranno esser firmati con gli africani! Sì, ma quali? Temo che il presidente del Consiglio, come i suoi predecessori per altro, conosca solo quelli che lo accolgono sul tappeto rosso degli aeroporti con i deliziosi picchetti di bimbi che agitano le bandierine.
Ahimè sono presidentissimi che costituiscono da mezzo secolo l’Africa che Kofi Annan definiva pudicamente «un coktail di disastri». Senza risalire al regno assassino del negus rosso o alle macabre buffonate di Amin, è la recentissima, contemporanea Africa dei bambini assassini, degli stupri collettivi, delle guerre civili in Sudan, Ruanda, Somalia, Nigeria, Costa d’Avorio, Etiopia, della guerra dei Grandi Laghi con quattro milioni almeno di morti. L’Africa dei golpisti di successo che hanno cacciato i colonialisti francesi, dove Russia e Cina firmano ogni giorno piani di aiuto con poca retorica ma con i kalashnikov eloquenti della Wagner e assegni senza condizioni politicamente corrette.
Gli africani del piano Mattei sono i soliti amici nostri? Il borioso despota pandettaro della Tunisia? Il negus etiope che ha creato milioni di profughi affamati nel tigrai e si è comprato uno sbocco al mare? I golpisti saheliani? I presidenti «eletti democraticamente», ci mancherebbe, dal Senegal al Congo, ove le accuse di brogli ormai sono così ovvie che gli sconfitti non aspettano neppure la proclamazione dei risultati per denunciare invano? I Mobutu del terzo millennio, corrotti e autoritari, che hanno scoperto come il rito elettorale non costi nulla e renda molto in immagine?
Il contratto per dimostrare che non siamo per l’ennesima volta dei benestanti dal viso pallido che fanno affari con chi depreda, li dovremmo firmare con i ribelli, gli oppositori, gli scismatici dei tribalismi e delle camarille claniche, con i rivoluzionari africani che – ahimé! – non sono nel programma delle tournée diplomatiche. Dovremmo fornire sostegno finanziario, morale, politico, patrocinare, invitare, proteggere quelli che sono in galera, minacciati, costretti a farsi migrante fuggiaschi o a ripiegare nel jiadismo. Come abbiamo fatti con i dissidenti dell’est o gli oppositori dell’islamo-fascismo iraniano e califfale. Questo sarebbe un buon piano Mattei. Sapendo però che i rivoluzionari veri non appartengono a nessuno.
(da La Stampa)
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Gennaio 23rd, 2024 Riccardo Fucile
MELONI SI E’ FATTA INTERVISTARE DA RETE4, NOTA TELEVISIONE NEMICA DEL GOVERNO
Giustamente disgustata per le domande assassine della
conferenza stampa di inizio anno, Giorgia Meloni ieri si è fatta intervistare da Rete4, nota televisione nemica del governo.
Così stavolta ha dovuto illuminarci sulle grandi cose che sta facendo per il Paese, come la norma per mettere ai ceppi Chiara Ferragni, prevista con somma urgenza già dopodomani.
Poi, dura con i padroni della Fiat per aver venduto all’estero la loro azienda, ci ha comunicato che venderà altri pezzi delle aziende di Stato, cioè di tutti noi.
Vabbè, ma almeno ha detto se si candida alle Europee? Neppure questo, perché per lei non importa se gli elettori votandola manderanno a Bruxelles chissà chi al suo posto. Dunque, gli stessi elettori si accontentino di conoscere le sue intenzioni quando le garba.
A questo punto ho immaginato che si aprisse almeno sul Patto di stabilità, sull’occupazione di ogni strapuntino di potere, sulle guerre, sui pasticci dei suoi ministri e sottosegretari. E invece niente: il Patto di stabilità che ci condanna all’austerity l’ha spacciato addirittura per un successo, le poltrone ha detto chiaramente che le vuole tutte, e la marina spedita nel Mar Rosso va a difenderci, anche se neppure il Parlamento sa con quali regole d’ingaggio.
Come mai non facciamo un tubo per far ripartire la diplomazia in Ucraina e in Medio Oriente, chi aiuterà i milioni di poveri a cui è stato tolto ogni aiuto pubblico, che si fa per gli ospedali… beh, su questo Meloni non ha potuto rispondere perché è arrivata la pubblicità. Anche se non si è capito bene dove finiva la trasmissione e iniziavano gli spot.
(da La Notizia)
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Gennaio 23rd, 2024 Riccardo Fucile
DI MADE IN ITALY C’E’ SOLO LA TRUFFA
Una truffa ai danni dell’Ue per per la promozione di prodotti agricoli, nel mercato interno e in altri paesi. Su questa ipotesi della Procura di Verona è scattata un’operazione del Nucleo di polizia economico finanziaria della Guardia di Finanza di Milano che ha effettuato un sequestro per oltre 2 milioni di euro.
Nell’inchiesta sono indagate anche due società, Veronafiere spa e l’Unione italiana vini società cooperativa (Uiv), “azienda leader nel settore vitivinicolo”. Il provvedimento di sequestro preventivo è stato firmato dal giudice per le indagini preliminari di Verona. Tre le persone fisiche indagate: Paolo Castelletti e Alessio Aiani, rispettivamente amministratore delegato di Unione italiana vini società cooperativa, Pietro Versace, consulente dell’Uiv e di Veronafiere.
Stando alle indagini preliminari la frode ai danni dell’Unione Europea riguarda l’ottenimento di un finanziamento diretto di oltre 5 milioni di cui 2.085.810,96 già erogati, in due tranche una nel 2018 e una nel 2020, dalla Agenzia esecutiva dell’Ue per i consumatori, la salute, l’agricoltura e la sicurezza alimentare (Chafea) ed incassati dalla cooperativa, in qualità di beneficiario-coordinator del progetto.
Sotto la lente degli investigatori la “presenza di illeciti accordi tra la cooperativa (beneficiario-coordinator) ed il soggetto esecutore del progetto europeo (esecutore-implementing body), tesi a consentire al coordinator di vedersi riconosciuto un ingiusto profitto non contemplato dal progetto il quale, invece, prevedeva che il beneficiario avrebbe sostenuto il 20% dei costi dell’attività oggetto dei sussidi, non maturando quindi alcun guadagno”.
Il sistema fraudolento, secondo l’ipotesi investigativa, consisterebbe infatti nella pre-individuazione della società che avrebbe svolto il ruolo di implementing body (organo esecutivo) la quale si sarebbe poi agevolmente aggiudicata la successiva procedura di selezione. Inoltre, le due società hanno anche stipulato un contratto di servizi denominato “Accordo Quadro”, apparentemente indipendente dal progetto ma in realtà destinato a dissimulare la retrocessione al coordinator del progetto, di un importo pari al 35% del costo ammissibile.
“In tal modo, le due imprese coinvolte nell’indagine avrebbero – secondo l’accusa – indotto in errore la competente Agenzia dell’Unione Europea, circa l’effettiva esistenza di un nesso strutturale e di un conflitto di interessi tra le parti, nonché sulla reale destinazione dei fondi erogati”. L’inchiesta è nata da esposti presentati alla Gdf di Milano tra luglio e settembre del 2020.
(da agenzie)
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