Gennaio 24th, 2024 Riccardo Fucile
“LE DONNE, PRIMA DI UN RAPPORTO SESSUALE, DOVREBBERO PRENDERE COSCIENZA DEI POSSIBILI ESITI”: IN EFFETTI POTEVA VALERE ANCHE PER LE VOSTRE MADRI
Perfino per Eugenia Roccella l’aborto è un diritto delle donne,
anche se la ministra meloniana della Famiglia, intervistata in Rai qualche mese fa, aveva subito aggiunto “purtroppo”. Seguirono polemiche. Ma nel convegno organizzato ieri dalla Lega alla Camera dei deputati si va decisamente oltre. Viene messo in dubbio addirittura questo, che sia un diritto. Anzi, viene proprio negato. “L’aborto non è un diritto legalmente accettabile”. E “anche nei casi più tragici, come quelli di stupro, non è mai giusto”. Finisce in discussione pure la legge 194 del ’78, confermata dalla stragrande maggioranza degli italiani che votarono al referendum del 1981 (88% di favorevoli all’interruzione di gravidanza, su quesito dei Radicali), legge che finora la maggioranza di Giorgia Meloni aveva assicurato di non voler toccare. Ma quella legge “non è necessariamente morale”. Così si legge nel dépliant distribuito ieri nella sala delle conferenze stampa di Montecitorio. E questo concetto viene ripetuto dagli oratori invitati dal Carroccio, cioè Marco Malaguti, bolognese classe ’88, che si autodefinisce “articolista e blogger presso varie testate di area sovranista” e Maria Alessandra Varone, dottoranda in Filosofia dell’università Roma Tre. Entrambi fanno parte del Centro Studi Politici e Strategici “Machiavelli”.
È questa organizzazione ad avere messo su il convegno di ieri alla Camera, col placet della Lega: a prenotare la sala è stato il deputato salviniano Simone Billi che, contattato da Repubblica spiega di “supportare l’iniziativa”, scusandosi poi di non essere stato fisicamente presente, “ma avevo un impegno a Strasburgo” (è membro della Commissione Esteri). Billi figura come “autore” sul sito del centro studi Machiavelli.
Durante il convegno ospitato dal Parlamento italiana è stata presentata la rivista del centro, si chiama “Biopoetica”, che appunto nega che l’aborto sia un diritto. Al massimo, si legge nel documento “l’aborto è una soluzione pratica”, ma appunto “non è sublimabile a diritto inalienabile: non è mai giusto”. L’interruzione, come l’eutanasia, secondo i relatori sdoganerebbe “anarchia e anomia, simili all’Inferno faustiano”. “Il contributo – si legge ancora nei fogli distribuiti ai presenti (pochi), tra cui Repubblica – intende confutare l’idea che l’aborto e l’eutanasia siano diritti legalmente accettabili o moralmente giustificabili”. Per gli oratori, sull’interruzione di gravidanza “i diritti del padre sono del tutto esclusi” e questo sarebbe “sbagliato sotto ogni aspetto, perché sul destino del bambino dovrebbe avere pari diritto decisionale rispetto alla madre”.
L’aborto sarebbe “un uso improprio della libertà e della responsabilità”, una “degenerazione del ruolo materno”. Per i relatori, “fatta eccezione dei casi di violenza sessuale, non è possibile credere che prima di un atto sessuale non si immagini nemmeno l’eventualità di un concepimento non desiderato”. Ma l’aborto perfino “nei casi più tragici, nei dilemmi morali più strazianti, come quelli di stupro, non è mai giusto”. E ancora: le donne, prima di un rapporto sessuale, dovrebbero “prendere coscienza di tutti i possibili esiti”, quindi “se si agisce è necessario accettare le conseguenze”. L’aborto sarebbe “un diritto in senso lato quanto può esserlo quello di uccidere, di rubare, di ferire”. Tutto materiale distribuito e propagandato in una sala del Parlamento, su invito di uno dei partiti al governo.
(da La Repubblica)
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Gennaio 24th, 2024 Riccardo Fucile
NEL MIRINO LE TESTATE CHE DI PERMETTONO DI CRITICARLA
I giornalisti sgraditi come bersaglio. Modello Trump, che peraltro pare tornato in auge dall’altro lato dell’Oceano. Messaggi veicolati solo tramite social e televisioni (controllate, come la Rai, o certo non ostili, come il grosso dei talk di Rete4). A tutta disintermediazione, cioè parlando direttamente col suo “popolo”, senza passare per il vaglio della stampa. Tranne nelle occasioni obbligate, come la conferenza di fine anno. A Palazzo Chigi prende corpo la strategia della premier in vista delle Europee. Repubblica, attaccata frontalmente l’altro ieri in tv, è solo l’ultimo obiettivo. Il bersaglio grosso.
La strategia è stata messa a punto dal consigliere più ascoltato da Meloni. Giovanbattista Fazzolari, senatore, sottosegretario per l’Attuazione del programma e, sul finire dell’estate scorsa, promosso a coordinatore della comunicazione del governo e di FdI. È lui, il suggeritore che segue Meloni come un’ombra dai tempi in cui era solo la capa della giovanile di An, che da qualche mese autorizza o meno tutte le interviste o persino, ultimamente, le dichiarazioni dei peones alle testate che potrebbero strappare agli interessati battute non simmetriche con la posizione orchestrata a via della Scrofa. Naturalmente questa impostazione non tocca i giornali del gruppo Angelucci – Il Giornale, Libero, Il Tempo – che spesso fanno da megafono alle campagne della premier. A tutti i parlamentari, come per i berluscones del tempo che fu, all’inizio della giornata arriva un mattinale, che detta la linea. Si chiama “Ore 11”. E lo verga lui, Fazzolari. Segue il brogliaccio serale: “Ore 20”.
Sarebbe un errore considerare le sortite di Meloni contro la stampa come voci dal sen fuggite. È la premier che spesso cerca il corpo a corpo coi giornalisti. Replica, prende di petto i cronisti, anche citandoli per nome davanti a taccuini e telecamere (capitò di nuovo a Repubblica, sul finire di ottobre). Complicato fare un elenco esaustivo in poche righe. Ma si può ricordare che toccò a Lilli Gruber quando, commentando il femminicidio Cecchettin, aveva affermato che la destra non contrastava la cultura patriarcale. Meloni rispose con un affondo su Facebook (disintermediazione, appunto). Altro bersaglio, Report, oggetto di un’interrogazione da parte di FdI dopo le inchieste sui La Russa e sul padre della premier.
Dopo l’attacco della leader su Rete4, a via della Scrofa però non c’è molta voglia di commentare l’editoriale di risposta pubblicato ieri dal direttore di Repubblica, Maurizio Molinari. Non parla Giovanni Donzelli. Non parla Fazzolari, che a sera delega la pratica al vice-capogruppo alla Camera, Raffaele Speranzon. Il quale batte sullo stesso chiodo della premier. Il titolo di Repubblica che ha fatto inviperire Meloni, “L’Italia in vendita”, sarebbe «grottesco», perché, ripete Speranzon esattamente come Meloni, proviene dal quotidiano di proprietà del gruppo «che ha di fatto consegnato la Fiat al controllo francese».
«E non avete mai menzionato gli Elkann, la Fiat o la Francia!». La notizia delle privatizzazioni allo studio del governo però non è mai stata smentita dalla premier (dunque era vera). E Meloni, per replicare, ha preferito prendersela col giornale che l’ha pubblicata. «Ma anche voi siete schierati – riecco Speranzon – dunque ci sta che Meloni risponda, anche in modo piccato. Dovete accettarlo». Ma un capo di governo può indicare come nemico pubblico un quotidiano, e i suoi redattori e lettori? Non è da leader autocratici? «Autocratici? Ma Meloni è stata eletta dai cittadini democraticamente».
Tutta la maggioranza sembra accodarsi. Anche se gli alleati di FdI non si espongono. Per la Lega, il responsabile dell’Editoria, il sottosegretario Alessandro Morelli, comunica di non voler dichiarare sul caso. Anche FI formalmente, col responsabile della comunicazione, il deputato Paolo Emilio Russo, si trincera dietro a un «no comment». Ma il capogruppo al Senato, Maurizio Gasparri, qualcosa dice: «Avete attaccato Meloni sul padre, sul nonno, sulla sorella. Lei potrà rispondere, no?». Ma quelle erano notizie, non smentite, qui ci troviamo davanti a un capo di governo che attacca il giornale che le pubblica. «Ma vale la regola della dinamica: a ogni azione corrisponde una reazione».
(da La Repubblica)
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Gennaio 24th, 2024 Riccardo Fucile
L’INCHIESTA DI MILENA GABANELLI
L’invasione russa sta scagliando un prezzo non ancora calcolabile
sul futuro dell’intera Ucraina, e colpisce milioni di bambini e giovani. I dati sono quelli del ministero dell’Istruzione ucraino: dal 24 febbraio 2022 più di 3.000 istituti scolastici in Ucraina – il 10% del totale – sono stati danneggiati o distrutti, mentre blackout e connessioni Internet interrotte ostacolano l’apprendimento da casa. Solo nel 2022 i bambini ucraini sono stati costretti a trascorrere l’incredibile cifra di oltre 900 ore nei rifugi antiaerei. Ma a disporre di shelter è il 60% degli istituti scolastici del Paese, vuol dire che circa il 40% delle scuole non può riprendere l’apprendimento in presenza. E ancora: nei mesi autunnali e invernali, l’Ucraina è stata afflitta da frequenti e prolungate interruzioni di corrente, e quando a un insegnante manca l’elettricità, l’intera classe perde la lezione, indipendentemente dal fatto che la lezione prevista in presenza o virtuale. Attualmente solo il 26% degli studenti è in grado di frequentare la scuola in presenza. Con inevitabile peggioramento sia del rendimento scolastico che della qualità deIl’istruzione.
Pressioni e ritorsioni su famiglie e insegnanti
Nel frattempo, migliaia di studenti e insegnanti che vivono sotto occupazione subiscono pressioni affinché passino alla scuola russa. A ottobre 2023 circa 1.300 scuole si trovavano nei territori ucraini occupati dalla Russia. Il personale docente è stato inviato in Russia o nella Crimea occupata per riqualificarsi secondo i parametri imposti da Mosca e parte di esso è stato minacciato di essere sostituito da insegnanti russi se si fosse rifiutato. Secondo le testimonianze che abbiamo raccolto, a partire dallo scorso mese di settembre, i genitori nei territori occupati ricevono una tantum di 10.000 rubli (145 euro) per mandare i propri figli a scuola russa, più 4.000 (50 euro) al mese per il vitto. Tuttavia, le scuole mancano di insegnanti qualificati, con i bambini costretti a leggere i libri di testo da soli, portando ad un declino della qualità dell’istruzione e della disciplina. In un report, basato sulle testimonianze di 23 operatori scolastici e 16 famiglie, Amnesty International scrive: genitori e insegnanti che tentano di continuare l’istruzione ucraina durante il periodo dell’occupazione rischiano la prigione. Alcune famiglie addirittura hanno nascosto i propri figli, temendo che vengano rapiti e mandati in strutture di «rieducazione» in Russia. Ma nonostante i rischi, insegnanti e genitori cercano in tutti i modi di organizzare lezioni di ucraino. Lo studio parla di lezioni tenute segretamente e distribuzione clandestina di libri.
Cosa si insegna ai bambini ucraini
Il modello Crimea, annessa dalla Russia da più di otto anni, mostra come l’istruzione nei territori occupati miri – con successo – a cancellare l’identità ucraina e a militarizzare i bambini. Un esempio su tutti: durante le lezioni di storia viene insegnato che l’Ucraina ha sempre fatto parte della Russia. Secondo le testimonianze di chi è fuggito dalle zone occupate e secondo quanto si osserva dalle chat Telegram, i russi hanno inondato le zone dell’oblast di Zaporizhia occupate con 34.000 libri di testo di propaganda. I bambini ora sono costretti a imparare il russo e a cantare l’inno russo, indossare abiti tradizionali russi e a scrivere lettere ai soldati russi. Tutte informazioni confermate anche dagli insegnanti ucraini fuggiti dai territori occupati con cui abbiamo parlato nella regione di Zaporizhia nei mesi scorsi. Coloro che rifiutano vengono minacciati di essere allontanati dai genitori per essere «rieducati negli orfanotrofi russi».
«Il mio Paese si chiama Russia»
A Mariupol tutte le scuole della città sono circondate da recinzioni e l’ingresso è presidiato dai militari. I genitori ogni mattina accompagnano i bambini al cancello e alla fine della giornata li vanno a riprendere. Non possono verificare come si svolge il processo educativo. Il tricolore russo, lo stemma russo e i testi dell’inno russo sono ora esposti nell’atrio di ogni scuola. Infine ai bambini viene detto che il loro paese si chiama Russia in ogni lezione, sia che si tratti di scienze, storia e persino di lingua russa. Il testo che abbiamo potuto visionare recita: «Il nostro Paese si chiama Russia. È il paese più grande del mondo. La Russia è la nostra patria. Molte nazioni vivono qui: russi, tartari, ebrei, komis, maris, bashkir, careliani, udmurti, buriati, avari, osseti, ceceni, ciukchi, yakuti e altri. La capitale della Russia è la meravigliosa città di Mosca». Il media online russo Important Histories ha scoperto che esistono vere e proprie tabelle educative. «Discussioni sull’unità del Paese, su come sia necessario preservare e proteggere la propria cultura, il proprio popolo» devono essere tenute con gli studenti delle classi 1-2. Agli studenti delle classi 3-4 verrà detto che amare la Patria significa, in particolare, «svolgere compiti militari, prestare servizio militare». Il curriculum per le classi 5-7 include una conversazione obbligatoria sulla «operazione speciale». Gli studenti delle scuole superiori sentiranno dire che «le persone veramente patriottiche sono pronte a difendere la propria Patria con le armi in mano».
Insegnanti: pressioni e minacce
A Mariupol gli insegnanti ricevono uno stipendio mensile compreso tra 25.000 e 32.000 rubli (da 400 a 515 dollari). Per gli standard di Mariupol non è una bassa paga. Tuttavia, gli insegnanti russi che accettano di venire a insegnare nelle zone occupate dell’Ucraina vengono pagati 150.000 rubli a testa (circa 2.400 dollari). Ma sono davvero pochi. Tutti gli insegnanti di Mariupol hanno accettato di frequentare corsi di formazione avanzata durante l’estate ma continuare a lavorare sta diventando sempre più complicato. Dunque molti insegnanti stanno abbandonando la professione, a causa della migrazione, del pensionamento, e dei divieti legati alla guerra. Secondo il dipartimento dell’istruzione, da febbraio la regione di Kharkiv ha perso quasi 3.000 dei 21.500 insegnanti. Per contrastare la propaganda russa il ministero ucraino dell’Istruzione e della Scienza (Mes) ha offerto agli insegnanti delle zone occupate che non sono in grado di continuare a lavorare il mantenimento del posto e i 2/3 dello stipendio. Devono però rifiutarsi di collaborare con le autorità di occupazione seguendo i programmi di insegnamento russi. In caso contrario sono ritenuti responsabili di collaborazionismo e puniti con una reclusione fino a 3 anni senza diritto di lavorare nel campo dell’istruzione in futuro.
Cancellazione della memoria storica
«Nelle scuole di Mariupol è consentito insegnare la lingua ucraina, ma come materia facoltativa» ci hanno raccontato alcuni insegnanti fuggiti dalle zone occupate. Va detto che già prima dell’invasione l’Ucraina aveva modificato il proprio sistema educativo diversificandolo da quello ereditato dall’Unione Sovietica, relegando il russo fra le lingue straniere e rivedendo i corsi di storia per includere eventi come l’Holodomor, la carestia causata dai sovietici negli anni ’30 che uccise milioni di ucraini e che è ancora ampiamente negata in Russia. La storia della soppressione della lingua e dell’istruzione ucraina da parte della Russia risale a secoli fa. Mentre sotto la guida di Stalin l’Unione Sovietica orchestrò una brutale campagna per eliminare il nazionalismo e la cultura ucraini: il suo regime considerava la lingua ucraina una minaccia all’unità dell’Unione Sovietica e andava soppressa a tutti i costi. Migliaia di insegnanti e intellettuali ucraini sono stati arrestati e detenuti, spesso sottoposti a tortura e confessioni forzate. Coloro che erano considerati anche lontanamente legati al nazionalismo ucraino dovettero affrontare la reclusione, i lavori forzati o l’esecuzione. Il governo sovietico eliminò anche i libri in lingua ucraina dalle scuole e dalle biblioteche, sostituendoli con letteratura e propaganda russa. Un secolo dopo la storia si ripete.
(da corriere.it)
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Gennaio 24th, 2024 Riccardo Fucile
“DELL’UTRI CAPIVA DI POLITICA, FU LUI IL VERO FONDATORE DI FORZA ITALIA”… E SU DI PIETRO: “IL CAVALIERE LO VEDEVA SIMILE A LUI, PROVO’ A FARLO MINISTRO”
Primo pensiero?
«Beh, questa cosa balenava da un po’…».
La discesa in campo di Berlusconi…
«Facevamo incontri editoriali. Qualcuno aveva iniziato a dire: è il momento! Soprattutto Dell’Utri, che era la vera mente politica».
Prima del fatidico 26 gennaio 1994 e del video che cambiò l’Italia, «il Paese che amo», erano state settimane di conciliaboli e tormenti nel mondo e nei sottomondi del Cavaliere. Enrico Mentana era il giovane direttore del Tg5. Sorride al ricordo: «Berlusconi nel ’91 mi aveva chiamato: “Faccia un telegiornale tutto daccapo, gli dia il nome che vuole, solo lo faccia ecumenico”. Pensai: oddio, vuole il tg dei cattolici! Ma lui intendeva né di destra né di sinistra, né del Nord né del Sud, di tutti… era il sogno di un giornalista, lo avrei fatto gratis».
Poi arriva Mani pulite.
«E si discute seriamente: verso dove si va? A inizio di dicembre 1993 ci fu il secondo turno delle amministrative, 5 a 0 per la sinistra, Occhetto sembrava l’asso di briscola».
I comunisti al potere!
«Berlusconi aveva fatto l’endorsement per Fini. Feci un editoriale in cui dissi: la nostra linea non cambierà. Ricordo una spedizione serale ad Arcore, a metà dicembre. Con me c’erano Gori, direttore della rete, Monti, direttore di Panorama. Con Letta e Confalonieri a cena provammo a convincere Silvio a non andare fino in fondo, a non entrare in politica».
Largo fronte contrario.
«Letta e Confalonieri erano davvero perplessi, Ricci contrario, così come Briglia, direttore di Epoca. Montanelli, contrarissimo, mandava alle riunioni il povero Federico Orlando e diceva: “Certo lui scende in campo per sfuggire alla galera, ma è anche vero che si ritiene un incrocio fra Churchill e De Gaulle!”. In un incontro con Berlusconi e Confalonieri, Indro consumò la rottura, la sera stessa lo intervistai in diretta».
Tanti spingevano per il sì.
«Ferrara, Sgarbi, parlandone con rispetto Fede (ride), e Liguori. Sì, tanti».
Craxi era stato consultato in precedenza?
«Non lo so. E a posteriori non fu beneficiato dall’avvento di Berlusconi. Piuttosto era incavolato, seppi da testimoni che diceva: “Ci siamo fatti per 40 anni un mazzo così per prendere il 10%, poi arriva questo e bum bum bum!”».
Si è parlato tanto di mafia.
«Mah. Io nel ’93 feci fare a Claudio Fava una serie tv sui delitti imperfetti di mafia, poi tutto è possibile ma noi non vedevamo nulla di tutto questo, e siamo passati attraverso le stragi, gli attentati».
Torniamo a Dell’Utri.
«Sentenze e storia giudicheranno ma ciò che ho visto è che Dell’Utri fu il vero fondatore di Forza Italia e non per la capacità organizzativa : perché capiva di politica più di Berlusconi. È un magma, poi viene tagliato con l’accetta. Io ho conosciuto un manager, non si presentava con la coppola. Ha avuto un ruolo, tenere a bada quelli lì. Ma un conto è tenere a bada, un conto è condividere o esserlo».
E venne il video.
«Mi sembravano da un lato parole retoriche, dall’altro passatiste, col comunismo, sangue e distruzione… invece attraversavano un pezzo dell’Italia. Ci arriva questa sbobba di otto minuti e mezzo, la tagliamo, e ne prendiamo l’aspetto saliente, politico. Poi c’era il “suo” giornale di riferimento, il Tg4 che gli faceva da bollettino e mandò l’integrale. A Fede faceva gioco fargli da bollettino, a me trattare Berlusconi come tutti».
Mettere insieme Bossi e Fini, bel giochino, eh?
«Pareva impossibile. Berlusconi vedeva l’autostrada che noi non vedevamo e fece una cosa, tenere insieme Lega, fascisti e Publitalia, che era come mettere insieme i tifosi dell’Inter, della Juventus e del Napoli. Funzionò. Si disse per il potere. Trent’anni dopo sono ancora lì, stessa alleanza».
Occhetto perse il faccia a faccia per un vestito?
«Macché! Si insiste sul vestito marrone di Occhetto ma la partita era già finita da tempo. Occhetto poteva vestirsi come gli pareva ma aveva contro tutti i sondaggi ».
Cosa pensava Berlusconi di Di Pietro?
«Lo vedeva molto simile a sé. Non per caso provò a farlo ministro, incontrandolo nello studio di Previti. Sapeva che la gente stava con Mani pulite e non poteva andare alle elezioni contro i giudici. Peraltro, la Lega era quella del cappio mostrato alla Camera e gli ex missini erano quelli delle monetine contro Craxi».
Poi ci fu Napoli, l’invito a comparire dal pool.
«Il Cavaliere lo colse come un segnale. Anche un segnale Scalfaro-Bossi, per capirci».
Perché ha mancato la rivoluzione liberale promessa?
«Per un deficit di liberalismo suo e dell’Italia. È il Paese così».
Quanto hanno pesato in negativo le donne nella sua vicenda?
«Kennedy, ai tempi, ne ha fatte molte di più. Se fai bene, della tua vita privata non interessa. Da noi la battaglia politica è diventata senza esclusione di colpi. Berlusconi costringeva tutti a un referendum su di lui. Ma allora devi essere come la moglie di Cesare… non andarci a letto».
Divisivo anche in morte.
«Ricordo un articolo di un giornale secondo cui era una vergogna che Berlusconi venisse citato continuamente in tv: ma l’articolo lo citava cento volte e quel giornale gli dedicava trenta pagine».
Andando via, lei ha scritto che Mediaset era diventata un comitato elettorale.
«Era una lettera a Confalonieri. Siamo nel 2009, fase terminale del berlusconismo, e tutti tentavano di stringersi a coorte, compresa Mediaset che non era più quella… Non mi sentivo più a casa. C’era un direttore del gruppo che faceva da ufficiale di collegamento con Forza Italia… Non ci provi, non le dirò chi è».
Le manca Berlusconi?
«Quando avevo 36 anni, mi cercò: e non lo dimentico. Poi il Berlusconi politico è stato importante, ma dal mio punto di vista mai votabile. E l’ultimo Berlusconi era… quel che resta di Berlusconi. Però sa di chi è la vera damnatio?».
Di chi?
«Di Occhetto. Ormai viene chiamato solo perché gli chiedono di quel faccia a faccia».
(da agenzie)
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Gennaio 24th, 2024 Riccardo Fucile
DELLE 37MILA MACCHINE DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE, OLTRE 25MILA SONO MODELLI FINO A EURO 4, OVVERO QUELLI CHE IL GOVERNO CERCA DI FAR ROTTAMARE AI CITTADINI
Zone a traffico limitato, aree a circolazione contingentata, ticket
da pagare per entrare in centro con la propria auto, blocco dei diesel e incentivi per la rottamazione in favore di modelli ibridi, elettrici e poco inquinanti. Da qualche anno lo Stato ha dichiarato guerra all’inquinamento su gomma e avviato numerosi provvedimenti per convincere gli italiani a sostituire la propria vettura con un modello meno impattante sull’ambiente. Ma le auto della Pubblica Amministrazione quanto sono inquinanti?
Le auto elettriche sono appena un trentesimo
Su 37.281 vetture della Pubblica Amministrazione (la statistica contempla solo i veicoli registrati al PRA con la ragione sociale P.A.) quasi il 70%, oltre 25 mila esemplari, è costituito da modelli fino a Euro 4. Parliamo di auto che lo stesso Stato cerca di fare rottamare ai cittadini con bonus e incentivi governativi dedicati. […]mentre le auto elettriche sono meno di un trentesimo del parco totale e si fermano ad appena 1.186 veicoli.
Tra le più amate ci sono le Euro 4 diese
A proposito di alimentazioni, lo Stato sembra amare particolarmente quelle tradizionali. Le auto blu a benzina sono 18.553 (quasi la metà del totale), quelle diesel 12.456 (il 33,4%), mentre le ibride sono appena 1.015 (2,7%). A saltare all’occhio, poi, sono alcuni numeri particolarmente eclatanti. Le auto blu a benzina “Euro 0” sono più di quelle “Euro 5”: 1.576 contro 1.334. Le auto diesel “Euro 4” sono 4.231, mentre quelle “Euro 6” solo 1.841. Il confronto con le auto degli italiani è impietoso.
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Gennaio 24th, 2024 Riccardo Fucile
MA VISTO CHE AUMENTANO I COSTI, SARANNO CRESCIUTI ANCHE GLI INTERESSI RICONOSCIUTI DALLE BANCHE AI CORRENTISTI? COL CAZZO!
Per le tasche delle famiglie non c’è pace. Dopo i rincari a raffica di molti beni e servizi, a crescere è anche il costo dei conti correnti che adesso superano quota 100 euro l’anno. A riferirlo è la Banca d’Italia nella sua indagine sulla spesa dei conti correnti nel 2022: nell’anno di riferimento i rapporti bancari di tipo tradizionale, vale a dire quelli accessibili sia dallo sportello sia online, sono saliti a un costo medio di 104 euro, con un incremento del +9,82% vale a dire di 9,3 euro rispetto al 2021.
Si tratta del settimo aumento consecutivo e di un livello più alto rispetto all’inflazione che nel periodo si era fermata all’8,1 per cento. In ogni caso, secondo quanto riferito da Bankitalia, l’andamento al rialzo è stato spinto dalla crescita sia delle spese fisse sia di quelle variabili che hanno contribuito rispettivamente per il 63,4% e per il 36,6% all’aumento complessivo. Tuttavia l’apporto più significativo è attribuibile alle spese fisse e in particolare ai canoni e in seconda battuta alle spese di gestione ed emissione delle carte di pagamento (debito, credito e prepagate). Le spese variabili sono cresciute sia per effetto della maggiore operatività della clientela sia per l’aumento dei costi delle operazioni.
La buona notizia è che dalla fiammata dei conti bancari si sono salvati i correntisti clienti di istituti solo online e quelli delle Poste: in questi casi l’incremento è stato del 2%, appena (rispettivamente a quota 33,7 euro e a quota 59,6 euro) per 0,7 euro.
I classici conti in filiale sono sempre più salati. […] L’indagine sulla spesa dei conti correnti raccoglie informazioni analitiche sulle spese di gestione effettivamente sostenute dalle famiglie nel corso di un anno e documentate negli estratti conto di fine anno. La stima della spesa viene calcolata sulla base degli effettivi comportamenti dei correntisti osservati nel corso di un anno intero e sulle condizioni concretamente applicate piuttosto che in funzione di ipotetici panieri di servizi fruiti dai consumatori. Tutto reale al centesimo, dunque.
Se i costi sono saliti, in calo si è mosso invece il tasso di remunerazione dei conti che già era al lumicino. Questo valore è passato allo 0,2% dallo 0,3% del 2021 per una giacenza media che è stata intorno agli 8mila euro: 7.665 (93 euro in più rispetto all’anno precedente). Dall’altra parte risulta esorbitante la commissione unitaria di istruttoria veloce, applicata sugli sconfinamenti e sugli scoperti di conto corrente, che nel 2022 è lievemente diminuita calando a 16,4 euro dai 16,9 euro dell’anno prima ma rimane comunque altissima (con un tasso d’interesse del 9,2% sulle cifre di scoperto).
(da la Stampa)
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Gennaio 23rd, 2024 Riccardo Fucile
MA NON ERA CONTRO “GLI IMBECILLI CHE IMPEDISCONO ALLA GENTE DI ANDARE A LAVORARE”?
In principio furono gli “eco-imbecilli”. Il ministro dei trasporti
Matteo Salvini li chiamò così, quelli che occupavano le strade, bloccando il traffico. Fermare la circolazione dei veicoli, creare problemi a studenti e lavoratori, danneggiare il commercio e l’ambiente, è un atto criminale, disse, nemmeno troppo tempo fa, riferendosi alle proteste degli attivisti di Ultima Generazione.
Era il mese di settembre del 2023 quando su X, il social di Elon Musk, il ministro scrisse che “gli eco-imbecilli” bloccavano viale Fulvio Testi a Milano, e che “questi idioti” danneggiavano lavoratori, studenti e ambiente, creando traffico e caos: “Portateli via di peso e accompagnateli dove è giusto che stiano: in galera”.
Così, poi, a inizio novembre la Lega presenta davvero un progetto di legge in Parlamento, firmato dall’onomatopeico deputato Gianangelo Bof, con il quale si chiedeva un inasprimento delle pene per chi blocca il traffico, introducendo un climax ascendente di sanzioni ipoteticamente deterrenti: il reato penale, l’arresto in flagranza e il Daspo urbano. Una soluzione di buon senso, disse Bof, per chi si alza presto la mattina per andare a lavoro.
Ma se il buon senso è ragionevole, non sempre ciò che è ragionevole è anche razionale. Così apriamo oggi i giornali, e scopriamo che anche in Italia, come già successo in Germania e in Francia, è scoppiata la rivolta dei trattori. Il Comitato degli Agricoltori Traditi, questo il nome dell’associazione, porta i propri ingombranti mezzi agricoli in strada, in segno di protesta contro i rincari delle materie prime, del gasolio, contro le tasse e gli oneri ambientali da rispettare, contro il Green Deal proposto dall’Unione Europea e contro la differenza tra il prezzo a cui vendono i loro prodotti e il prezzo a cui questi vengono rivenduti dagli intermediari e dalla Grande Distribuzione.
Lo scontro tocca molti nervi scoperti del settore, e la protesta, anche se a passo d’uomo, divampa presto in tutta Italia: Frosinone, Latina, Torino, Pescara, Reggio Emilia e Noci (Puglia), Bologna (dove già tutti si devono muovere a passo di trattore, peraltro), Milano, Roma, Caserta, Napoli, Lucca, Verona.
Le proteste degli agricoltori arrivano in Italia
Chi abita in una zona rurale, ma sarà capitato sicuramente anche a voi, può assicurarvi che trovarsi un trattore davanti mentre state andando a lavoro è già una gran seccatura. Bene, immaginate di averne centinaia davanti, come ritrovarsi nel mezzo di una massiccia sfilata di carnevale. In effetti, i titoli dei giornali, locali e nazionali, parlano degli effetti della protesta in termini di viabilità in tilt, inevitabili disagi alla circolazione, strade statali bloccate, traffico paralizzato e via dicendo. Bene, siamo sicuri a questo punto che il ministro dei trasporti intervenga, che Salvini si scagli contro i protestanti, magari coniando l’ennesimo neologismo, che ne so, tipo “agri-imbecilli”. Ci aspettiamo che il Capitano si erga a difensore del popolo che deve andare a lavorare e non ha tempo da perdere. Via, in galera, avanti. Così, in cerca di consolazione e rinforzo, andiamo sui profili social del ministro, dove in effetti vediamo campeggiare la foto di un possente e rivoltoso John Deere in marcia, sul quale sventola garrulo e fiero il tricolore, come se fosse un incrociatore Aurora davanti al Palazzo d’Inverno a San Pietroburgo.
Ci affrettiamo a leggere la didascalia, sperando di trovare quello che cerchiamo. Ma, ahimè, non è sempre vero che chi cerca trova. Almeno, chi cerca non trova sempre ciò che vorrebbe. La delusione è in agguato, ed è cocente.
Salvini parla di farina di grillo, di insetti e carne sintetica: “La Lega è e sarà sempre al fianco degli agricoltori italiani contro queste scelte folli che da Bruxelles danneggiano i prodotti, il lavoro e la salute del nostro Paese”. Questa sì che è una rivoluzione: il ministro dei trasporti che supporta gli agricoltori e caldeggia la loro decisione di bloccare le strade. Dispiace però per tutti quelli che stavano andando a lavorare, e trovando le strade occupate dai trattori saranno sicuramente arrivati in ritardo. Ora che il ministro dei trasporti li ha abbandonati, non è che scenderanno in strada anche loro?
Jacopo Tona
(da mowmag.com)
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Gennaio 23rd, 2024 Riccardo Fucile
UN FLAUTISTA: “GESTI NON COORDINATI CON LA PARTITURA, ABBIAMO SCELTO DI NON GUARDARLA”… UN VIOLINISTA: “PRESENTATA COME SE FOSSE BERNSTEIN”
Battere i piedi sul palco, facendo più chiasso possibile. È il rituale dell’orchestra per salutare l’uscita di scena del suo direttore, ogni volta che ne viene apprezzato il lavoro.
Al termine del doppio concerto al Politeama di Palermo, diretto da Beatrice Venezi la scorsa settimana, però, l’Orchestra sinfonica siciliana è rimasta immobile. Il tributo “sonoro” lo ha riservato solo al violinista serbo Stefan Milenkovich. A Venezi, che tra poco più di una settimana tornerà a dirigere la Sinfonica, no. E non è un caso.
Almeno a sentire Claudio Sardisco, flautista della Foss da quasi 40 anni: «Se nessuno di noi si è mosso è perché la direttrice d’orchestra ha solo complicato il nostro lavoro: sarebbe stato più facile suonare senza di lei». Sardisco ha pochi dubbi e tante certezze. Una su tutte: «La scena se l’è presa lei, ma il lavoro “sporco” lo abbiamo fatto noi orchestrali».
Per il musicista, se tutto è andato per il verso giusto, con gli applausi della platea a confermarlo, è perché la Sinfonica si è “dissociata” dalla direzione orchestrale, con lo sguardo basso sulle partiture musicali che quasi mai si è alzato verso Venezi.
«Dopo le prove d’orchestra abbiamo avuto dei problemi con la direttrice e abbiamo concordato con i colleghi più giovani di non guardarla in modo da riuscire a coordinarci concentrandoci solo sull’ascolto reciproco: ce la siamo dovuta cavare da soli perché i gesti di Venezi non erano coerenti con l’esecuzione musicale», confida Sardisco.
E usa una similitudine automobilistica: «Anche un neofita può guidare una macchina di Formula 1, ma quando ci sono curve e tratti più insidiosi, se non c’è il giusto pilota bisogna andare in modalità pilota automatico. Allo stesso modo, nei cambi di ritmo e di tempo e nei momenti più critici della partitura, un bravo direttore deve essere in grado di guidare l’orchestra. Ecco, non è il caso di Venezi».
Il flautista non ne fa una questione politica, ma soltanto artistica: «La giudico solo per come lavora». Sardisco non è l’unico tra gli orchestrali a pensarla così. «Posso non essere d’accordo con le sue idee, ma quando si suona conta solo la musica e la politica resta fuori — dice il violinista Luciano Saladino — Il problema è che la vedi da fuori e ti sembra pure brava, poi però lavorandoci ti accorgi che non è in grado di seguire l’orchestra».
Eppure, parliamo di una direttrice d’orchestra che fa concerti in tutto il mondo, è alla direzione artistica di TaoArte ed è consulente del ministro della Cultura.
«La spinta mediatica l’ha portata più in alto di quello che merita e mi ha dato fastidio che, in un programma ricco come quello della Sinfonica di quest’anno, sia stata presentata come se fosse Bernstein: è un’offesa a chi questo mestiere lo fa con fatica, studio e devozione senza sottostare a logiche clientelari e a giochi di potere», dice Saladino.
E conclude: «In questo Paese la meritocrazia è andata a farsi benedire e questo discorso non riguarda solo lei, perché in questi anni ne ho viste anche di peggio».
E la violinista Ivana Sparacio osserva: «Chiunque venga a dirigerci merita la nostra professionalità, ma Venezi non rientra certo tra i direttori d’orchestra con cui mi possa vantare di avere lavorato: è un fenomeno mediatico, spettacolarizza la musica».
E se, come si sussurra, fosse nominata dal sovrintendente Andrea Peria direttrice artistica della Sinfonica? «Farebbe meno danni di quanti ne fa dirigendo l’orchestra», dice Saladino. «Verrebbe giudicata in base ai progetti e alle idee che porta», osserva Sardisco, «basta che non ci porta a Sanremo», ironizza Sparacio. Ma al momento la nomina è solo un’ipotesi. «Non è stata oggetto di discussione nel consiglio di amministrazione, e ad ogni modo il ruolo sarebbe incompatibile con la direzione artistica di TaoArte», osserva Sonia Giacalone, violoncellista e rappresentante dei professori d’orchestra nel cda della Foss.
(da La Repubblica)
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Gennaio 23rd, 2024 Riccardo Fucile
SECONDO UN EDITORIALE DEL ‘’NEW YORK POST’’, JOE BIDEN SI RITIRERÀ INTORNO A MAGGIO, PERMETTENDO COSÌ IL SUBENTRO… UN PIANO, SECONDO IL TABLOID CONSERVATORE, ‘ORCHESTRATO’ DALLO STESSO BARACK
Michelle Obama potrebbe già essere al lavoro per la sua corsa
alla Casa Bianca contro Donald Trump. Secondo un editoriale del New York Post, nei prossimi mesi Joe Biden annuncerà il suo ritiro e l’ex first lady sarà nominata alla convention dei democratici. Lo staff di Michelle Obama, si legge ancora sul tabloid statunitense, avrebbe già chiesto ai sostenitori democratici opinioni in merito a una sua imminente candidatura.
Non è la prima volta che si parla di una sua ipotetica corsa elettorale. Se mai dovesse correre e se, in ipotesi, dovesse vincere, Obama regalerebbe un secondo primato alla famiglia e agli Stati Uniti: dopo il primo presidente afroamericano la prima presidente donna.
Durante e dopo i due mandati di Barack Obama, Michelle ha sempre continuato a impegnarsi politicamente, e sono in molti a pensare che sarebbe la candidata dem più indicata, soprattutto dopo il declino della stella Biden che ha concluso il 2023 con il peggior indice di popolarità mai registrato da un presidente Usa in età moderna.
Già alle ultime elezioni, nel 2020, un movimento aveva cercato di spingere Michelle Obama a candidarsi proprio per contrastare Trump ed evitare un suo secondo mandato. Auspici che, a ben vedere, esistevano già nel 2016, dopo l’addio degli Obama alla Casa Bianca, quando su Twitter si erano diffusi anche gli ashtag #Michelle2020 e #MichelleForPresident.
Michelle Obama negli anni è diventata un simbolo per i progressisti americani. Ora sembra che la sua candidatura non sia più solo una speranza degli elettori democratici. Se in passato le voci e i rumor sulla sua imminente corsa sono sempre stati smentiti, ad ora non sono ancora pervenute comunicazioni ufficiali che neghino o confermino quanto sostenuto da Cindy Adams, la giornalista del New York Post che nel pezzo sostiene che Biden si ritirerà intorno a maggio, permettendo così il subentro. Un piano, secondo il tabloid conservatore, ‘orchestrato’ dallo stesso Barack.
(da agenzie)
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