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LA GENOVA-MILANO E’ UN BUCO NERO E SALVINI VUOLE PURE FARNE UN MODELLO

Gennaio 15th, 2024 Riccardo Fucile

AVVIATA NEL 1992, CI E’ GIA’ COSTATA 9 MILIARDI, ORA ALTRI 450 MILIONI SENZA GARE E RESPONSABILITA’ PER LE IMPRESE

Nel 1992 si decise di realizzare il Terzo Valico ferroviario tra Genova e Milano, assegnando l’appalto senza gara per una spesa di 2 miliardi di Euro. Oggi la previsione dei costi è arrivata a 9 miliardi.
Eppure, questo modello fallimentare che è tutto a vantaggio di chi realizza l’opera lo si vuole applicare oggi anche al Ponte sullo Stretto, di cui sappiamo quanto costerà (12 miliardi) ma senza avere un progetto che sarà approvato l’anno prossimo.
Le infrastrutture sono indispensabili allo sviluppo, ma come è possibile continuare con errori di questa dimensione che impediscono di portare avanti le scelte che davvero servono al Paese?
È passata sotto silenzio a fine anno la notizia di uno stanziamento di 450 milioni di euro per il completamento della linea ad alta velocità per i treni tra Genova e Milano. Come se si trattasse di una questione per addetti ai lavori e non di una vicenda che continua a provocare danni enormi alle casse dello stato, caratterizzata da un incredibile intreccio di errori, interessi privati e politici, che non vanno dimenticati. Soprattutto ora che quegli stessi errori li stiamo ripetendo.
Ma facciamo un passo indietro, risale a più di 30 anni fa la scelta di inserire la tratta del cosiddetto Terzo Valico nell’ambito del grande progetto di Lorenzo Necci dell’alta velocità ferroviaria.
Al governo c’erano prima Giulio Andreotti e poi Giuliano Amato e la costruzione fu affidata senza gara al Consorzio Cociv – di cui faceva parte perfino il gruppo Ferruzzi-Montedison – per una spesa stimata di 2 miliardi di euro. La domanda che non si può eludere è perché nel 2024 servano altri soldi per quest’opera che oramai ha superato, secondo le ultime stime, i 9 miliardi di euro di spesa per coprire appena 54 chilometri?
PROGETTI SENZA GARA
Chi può essere contrario a completare il collegamento veloce tra Genova e Milano, a liberare tracce ferroviarie per le merci che dal porto di Voltri risalgono verso l’Europa? Nessuno.
A maggior ragione ora che finalmente sono stati inaugurati i primi 8 chilometri. E quindi, perché non stanziare ad ottobre 700 milioni di euro, nel decreto Asset, e ora altri 450 quando si scopre che le rocce nel cantiere di Radimero sono più friabili del previsto.
In fondo è quello che si è fatto in tutti questi anni, ogni volta che i costi lievitavano e per una ragione molto banale, che stava scritta in quell’atto firmato nel 1992. Non solo l’affidamento era senza gara, ma la stima della spesa era fatta sulla base di un progetto di massima, inevitabilmente approssimativo e da aggiornare in corso d’opera. Tanto lo stato avrebbe coperto tutta la spesa e pazienza per i ritardi.
Attenzione, non è vero che tutti i governi hanno chiuso gli occhi su questa vergogna. Pier Luigi Bersani, quando nel 2007 era ministro dello Sviluppo economico del governo Prodi, cancellò questo sistema. Proprio perché i lavori non erano ancora partiti e bisognava responsabilizzare le imprese, ridurre la spesa e ridare finalmente trasparenza a un meccanismo che era andato fuori controllo.
Salvo che con il ritorno di Silvio Berlusconi quella decisione fu cancellata e riaffidato tutto al Consorzio. Che nel frattempo era passato a Impregilo e, dopo le varie traversie finanziarie e societarie, a Webuild.
La decisione di Bersani era dettata anche dal fatto che sulle altre linee in costruzione i prezzi erano quadruplicati rispetto ai preventivi, con costi 2-3 volte superiori per chilometro agli altri paesi europei, per via di un continuo aumento della spesa. Tutto filava liscio, fatti salvi i periodici interventi della magistratura, anche su questa tratta, con arresti e denunce. Perché questa vicenda ci riguarda nel 2024? Perché lo stesso identico modello si vuole applicare al grande progetto del Ponte sullo Stretto di Messina del ministro Matteo Salvini.
E ORA IL PONTE
Per chiarezza, le infrastrutture sono fondamentali per lo sviluppo di un paese, ma non siamo più negli anni Cinquanta e si dovrebbe superare la fase infantile del dibattito sulle scelte da prendere.
Negli altri paesi europei nessuno si azzarderebbe a proporre progetti che non siano motivati sulla base di chiari criteri pubblici e analisi costi-benefici indipendenti. Anche per spiegare perché alcune decisioni vengono prese, ad esempio quando il ritorno dell’investimento è lontano, rivendicando la scelta politica, dettata da ragioni di coesione territoriale o di strategicità di lungo termine.
Solo in Italia decisioni su investimenti di questa portata vengono prese sulla base di slogan, promesse di posti di lavoro, di nuovi cantieri che più sono grandi e meglio è. Sembra un secolo fa, ma nel 2001 non si parlava d’altro che del diluvio di investimenti infrastrutturali che grazie alla semplificazione impressa dalla legge Obiettivo si sarebbero sbloccati in Italia.
Bruno Vespa e Berlusconi disegnavano in televisione tracciati sulla lavagna. Veniva assicurato che banche e investitori privati erano pronti a finanziare autostrade e linee ferroviarie, a realizzare a proprio rischio il collegamento tra Messina e Reggio Calabria. Tutto scritto in atti parlamentari e poi trasformato in leggi e decreti attuativi. Risultato: l’unica autostrada realizzata con contributi privati, la Brebemi, è stata un clamoroso fallimento finanziario mentre tutte le altre promesse sono rimaste sulla carta.
Venti anni dopo, il ministro Salvini riprende in mano il Ponte sullo Stretto con l’impegno a realizzarlo senza un euro dai privati. Scelta politica, legittima, ma quello che è inaccettabile è che il modello scelto sia lo stesso fallimentare sperimentato in questi anni.
Nella legge di Bilancio è previsto che l’opera costerà 11,6 miliardi di euro. L’indicazione della cifra non è casuale, serve a evitare che la Commissione europea obblighi a fare una nuova gara, come prevedono le direttive, per l’aumento dei costi rispetto alla proposta del Consorzio (guidato da Webuild) che 19 anni fa aveva vinto la gara.
La cosa incredibile è che manca il progetto, che sarà redatto e approvato proprio quest’anno. E nessuna garanzia esiste che stavolta ci saranno controlli indipendenti e responsabilità a carico dell’impresa. Ma come è possibile fidarsi ancora di un meccanismo del genere? Quello che conta per il governo e per le imprese è partire. Poi, quando l’opera rientrerà nella categoria delle incompiute, scatterà l’indignazione collettiva, e una strada in Italia si trova sempre per finanziarne il completamento e dimenticarsi degli errori.
A pagare sarà il sud, a cui già sono stati sottratti oltre 2 miliardi di euro dai fondi europei di coesione, ma anche tutte le altre opere che servirebbero ad avere un paese davvero più moderno e vivibile. Perché tutta la spesa pubblica per le infrastrutture è previsto che vada qui.
Quando ci chiederemo, tra qualche anno, perché non passano i treni, di come mai le nostre città sono così diverse dalla Spagna o dalla Francia, evitiamo di usare luoghi comuni. Dipenderà dalle scelte che si stanno prendendo ora e la responsabilità sarà anche di chi all’opposizione avrà scelto, o meno, di combatterle.
(da editorialedomani)

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IL GOVERNO TAGLIA I FONDI PER I DISTURBI ALIMENTARI E L’ANORESSIA: “CHI SOFFRE NON VA LASCIATO SOLO”

Gennaio 15th, 2024 Riccardo Fucile

IL PADRE DI EMANUELA PERINETTI: “DECISIONE SCONCERTANTE”

Il governo Meloni ha tagliato il fondo per i disturbi alimentari istituito da Draghi con la Legge di Bilancio 2022. Il fondo aveva un finanziamento di 25 milioni di euro in due anni. Era destinato alle Regioni per combattere disturbi della nutrizione e dell’alimentazione. E per aggiornare i Livelli Essenziali di assistenza su anoressia, bulimia e sindrome di alimentazione incontrollata (Binge eating disorder o BED). Anche gli emendamenti per il rifinanziamento in Senato sono stati respinti. E oggi famiglie e operatori sono in allarme. Il 19 gennaio ci sarà una protesta in 19 città. Una manifestazione promossa dalla rete di studenti universitari Chiedimi come sto e da Fiocchetto Lilla: «Perché di Dca si muore», dicono gli organizzatori oggi a Repubblica.
Casi moltiplicati
Mentre la psichiatra Laura Dalla Ragione dice che «i casi si sono moltiplicati dopo il Covid, come dimostra una survey nazionale che dal 2018 al 2023 ha evidenziato un aumento del 30% dei malati». Oggi i pazienti sono 3.678.362. Ma il numero appare sottostimato perché molti alle cure non hanno accesso. Il 90% sono di sesso femminile, ma anche i maschi sono in aumento. Sul territorio nazionale ci sono 126 strutture, in alcune regioni come il Molise mancano del tutto. E 40 associazioni hanno scritto a Meloni e Schillaci: «Senza rinnovo le liste di attesa, che già arrivano a un anno, si allungheranno ancora. Quando nella vostra regione cercherete un luogo di cura pubblico e non ci sarà, quando dovrete rivolgervi al privato con costi proibitivi, scoprirete che non c’è una politica che abbia investito nella tutela della salute».
Il malato non si rende conto
Intanto Giorgio Perinetti, padre di Emanuela morta di anoressia a 34 anni, dice di essere «sconcertato. I disturbi dell’alimentazione, purtroppo, mi paiono talmente in espansione, che è davvero grave non pensare a contenere e prevenire questo problema. Spero che il taglio non sia un colpo di grazia, ma certamente è un provvedimento che rischia di disperdere quel poco che si stava facendo fino ad oggi. Così perde efficacia il lavoro di prevenzione e si tolgono gli strumenti a chi combatte queste malattie». Il rischio è che «i malati siano abbandonati a sé stessi». Perinetti dice che le normative sui disturbi alimentari sono ipocrite «perché, nella maggior parte dei casi, il malato non si rende conto delle sue condizioni di salute. Rifiuta le cure e qualsiasi tipo di riabilitazione nutrizionale. In più, se è maggiorenne, la cura non può essergli imposta. Se non tramite misure coercitive e procedure lentissime, che fanno solo perdere tempo prezioso».
(da Open)

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BERLUSCONI, MEGLIO DI FREUD, QUANDO SCRISSE: “GIORGIA MELONI. SUPPONENTE, PREPOTENTE, ARROGANTE, OFFENSIVO. È UNA CON CUI NON SI PUÒ ANDARE D’ACCORDO”

Gennaio 15th, 2024 Riccardo Fucile

SE “IO SO’ GIORGIA E VOI NON SIETE UN CAZZO”, IN CASA FUNZIONA, IN EUROPA VOLANO STRACCI BAGNATI: IN ATTESA DI RICEVERE UNA PORTA IN FACCIA SULLA GIUSTIZIA, DOMANI TOCCA A GIORGETTI STRISCIARE ALLA RIUNIONE DELL’ECOFIN SUL MES… E MARTEDÌ SEDUTA PLENARIA DEL PARLAMENTO EUROPEO PER CENSURARE I SALUTI ROMANI AD ACCA LARENTIA

Dopo un anno di governo Meloni che è riuscito nella tragica impresa di trasformare Palazzo Chigi in un condominio in preda a una rissa costante tra i tre proprietari, bisogna dare atto alla buonanima di Berlusconi di essere stato davvero preveggente quando all’inizio dell’avventura di potere della destra-centro, dopo aver incassato il no a Licia Ronzulli ministra e aver mandato al diavolo La Russa presidente del Senato, così sintetizzò il carattere della prima premier in gonnella, in un foglietto messo a disposizione dalle telecamere nell’aula del Senato: “Giorgia Meloni . Un comportamento 1. supponente 2. prepotente 3. arrogante 4. offensivo. Nessuna disponibilità al cambiamento. È una con cui non si può andare d’accordo”
Il Cavalier Pompetta la conosceva bene, fin da quando Gianfranco Fini nel 2008 la impose come ministro della Gioventù nel quarto governo Berlusconi. Adesso quel caratterino da cintura nera dello strillo, da “io bulla da sola”, in modalità “meglio perdere che perdersi”, lo conosce bene anche il pacioso Antonio Tajani. Il presidente di Forza Italia ha provato a convincerla di non andare allo scontro, meglio aprire un tavolo di trattative sui candidati alla presidenza delle Regioni tenendo presente il trionfo di FdI del 25 settembre 2023. Facciamo un accordo, ha pigolato il ministro degli Esteri (per mancanza di prove): inutilmente.
Più incandescente situazione con l’altro alleato: nervoso già per l’affaire Verdini, con l’arrivo della Evita Peron di Colle Oppio in modalità “vattela ‘a pia in der culo!”, Salvini le sta inventando tutte per uscire dall’angolo: mentre vede aprirsi la botola della irrilevanza politica visto che il terzo mandato è stato messo fuori discussione dalla premier; così ha deciso di prendere il toro per le corna, accendere lo scontro su qualsiasi questione tanto sa benissimo che quest’anno l’Underdog non si può permettere, con le europee e la presidenza del G7, di far cadere il governo e tornare al voto per cancellare definitivamente Lega e Forza Italia dalla faccia del parlamento.
La decisione di non aprire un dialogo sul terzo mandato nasce su pressione dei quadri di FI, soprattutto dai camerati di Veneto e Puglia, che, dopo 40 anni di inutili saluti romani nelle fogne, vogliono finalmente assaporare il gusto dionisiaco di sedersi alla tavola del potere. Del resto in contrasto con il 27% intascato alle politiche del 2023, a FdI fanno capo solo tre regioni: Lazio, Abruzzo e Molise. Poco, troppo poco, quasi niente: come ha sibilato la Ducetta sulla Rai, “bisogna riequilibrare”. Ora tocca a noi! L’accordo te lo metti in quel posto! Sono finiti i tempi di Berlusconi che imponeva il suo Schifani alla Regione Sicilia gettando nella discarica il nostro Musumeci…
La situazione è seria perché Salvini è davvero messo male: oltre al braccio di ferro sul terzo mandato con la Giovanna D’Orco della Garbatella che metterebbe in circolazione un temibile competitor come Zaia, se la deve vedere con il governatore uscente della Regione sarda, Christian Solinas. Che è stato a suo tempo cooptato dal Carroccio ma appartiene politicamente al Partito Sardo D’Azione, il quale ha già comunicato che se ne frega del duello Matteo-Giorgia e il suo Solinas verrà candidato comunque. Il Capitone lombardo ha provato a offrirgli un posto alle Europee ma il diversamente anoressico Solinas vuole essere capolista in Italia-Centro: ciao core…
Se in casa funziona “Io so’ Giorgia e voi non siete un cazzo”, in Europa volano stracci bagnati. A partire dalla riforma della Giustizia: Roma aspetta un esposto ufficiale da Bruxelles sulla cancellazione di reati come traffico d’influenze e abuso d’ufficio, un’infrazione che costò a Orban le note sanzioni. Lo sa benissimo, ma la Ducetta è fatta così: è più forte di lei. In attesa di ricevere una porta in faccia, domani tocca a Giorgetti strisciare alla riunione dell’Ecofin dove verrà accolto dalla seguente domanda: c’è un ripensamento italiano sul Mes? No? E allora partirà l’operazione ordita da Macron: studiare come mettere fuori l’Italia liquidandola la quota di 125 milioni e avere un Fondo Salva Stati a 19 nazioni anziché a 20.
Martedì, altro colpo di gong per la Ducetta! Il parlamento europeo si riunirà in seduta plenaria per dibattere sul rigurgito neo-fascista visto in azione ad Acca Larentia. Potrebbe produrre un monito per il premier Meloni, anche perché finora la signorina non ha avuto modo e tempo per condannare l’invereconda adunata di camerati ad Acca Larentia.
(da Dagoreport)

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“ABOLIRE L’ABUSO D’UFFICIO E’ VIOLAZIONE DI UN OBBLIGO INTERNAZIONALE E DEL DIRITTO UE, PERCHE’ OSTACOLA LA LOTTA ALLA CORRUZIONE, PER QUESTO L’ITALIA RISCHIA SANZIONI”

Gennaio 15th, 2024 Riccardo Fucile

INTERVISTA A MARINA CASTELLANETA, ORDINARIA DI DIRITTO INTERNAZIONALE A BARI

Abolire il reato di abuso d’ufficio equivale a una “violazione di un obbligo internazionale e del diritto Ue”. Ecco perché la misura che ha di recente ricevuto il primo via libera dal Parlamento potrebbe presto costare al nostro Paese una procedura d’infrazione davanti alla Corte di giustizia dell’Unione europea. A spiegarlo è Marina Castellaneta, ordinaria di Diritto Internazionale alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bari, giornalista pubblicista e autrice di numerosi saggi sulla libertà di stampa e sul diritto europeo. “Con l’abrogazione del reato di abuso d’ufficio ci troveremmo sicuramente di fronte a un vulnus del nostro ordinamento, in una situazione d’inadempimento di un obbligo internazionale e in aperto contrasto con le norme di diritto Ue”, dice la giurista. L’abolizione dell’abuso d’ufficio, come è noto, è una misura bandiera del governo di Giorgia Meloni, fortemente voluta dal ministro Carlo Nordio.
Secondo il guardasigilli, l’abuso d’ufficio è un reato evanescente e dunque va abolito. Per la Commissione Ue, invece, questa mossa ha un impatto sull’efficacia della lotta alla corruzione. Professoressa, chi ha ragione?
Naturalmente la Commissione Ue. L’abolizione dell’abuso d’ufficio è molto rischiosa dal punto di vista della lotta alla corruzione. Anzi sicuramente costituisce un vero e proprio ostacolo nella persecuzione dei reati corruttivi. E ricordiamo che la lotta alla corruzione è un elemento centrale dell’Unione europea, anche nell’attribuzione dei fondi comunitari.
A cosa si riferisce?
Per esempio al Next Generation Eu: Bruxelles chiedeva agli Stati di rispettare le regole dello Stato di diritto, inclusa la lotta alla corruzione.
Quindi non è un reato evanescente?
Direi di no, perché abbiamo una definizione precisa nella nuova proposta di direttiva Ue sulla lotta alla corruzione e anche nella Convenzione di Mérida, una convenzione Onu che l’Italia ha già ratificato. Quindi dire che l’abuso d’ufficio è evanescente è una contraddizione rispetto alla posizione dell’Italia. E abolirlo equivale a una violazione di un obbligo internazionale e del diritto Ue.
In caso di abrogazione l’Italia sarebbe l’unico Paese dell’Ue a non avere alcun tipo di reato per perseguire chi abusa del potere pubblico per fini privati. A quel punto che cosa succederà?
Ci troveremo sicuramente di fronte a un vulnus del nostro ordinamento, in una situazione d’inadempimento di un obbligo internazionale. Ripeto: la Convenzione di Mèrida impone la presenza di reati come l’abuso d’ufficio. In pratica abrogare questo reato equivale a varare una normativa contraria all’articolo 117 della Costituzione: la potestà legislativa va esercitata rispettando i vincoli dell’ordinamento comunitario e gli obblighi internazionali.
E dal punto di vista dell’Unione europea?
A breve sarà approvata questa nuova proposta di direttiva sulla lotta alla corruzione: l’Italia rischia di essere in aperto contrasto con le norme di diritto Ue.
Partirebbe una procedura d’infrazione?
Esatto. Aggiungo che tra l’altro l’Italia fa parte del Consiglio d’Europa e anche lì ci sono due convenzioni importanti sulla lotta alla corruzione. Quindi penso che avrà qualcosa da dire anche il Comitato del Consiglio d’Europa, che si occupa di monitorare il livello di lotta alla corruzione nei vari Paesi che hanno ratificato queste convenzioni. Già in passato ha evidenziato le lacune del sistema italiano.
A livello pratico cosa rischia l’Italia da una procedura di infrazione?
In genere la procedura di infrazione si attiva quando la Commissione verifica o ritiene che ci sia un inadempimento del diritto dell’Unione. Il primo step è inviare una lettera di messa in mora allo Stato per consentirgli di riparare. Se lo Stato non lo fa viene citato in giudizio dinanzi alla Corte di Giustizia dell’Unione europea. Si svolge quindi un processo che può terminare con la constatazione dell’inadempimento: lo Stato, dunque, può essere condannato.
Che tipo di condanna può ricevere? Una multa?
Sì, sono misure sanzionatorie di carattere pecuniario. Quindi il sistema grava sui conti e sul bilancio dello Stato che prosegue nel suo inadempimento.
Dal punto di vista operativo, invece, dopo l’abolizione dell’abuso d’ufficio i magistrati contesteranno fattispecie più gravi, tipo la corruzione?
Probabilmente sì. Su questo non posso essere molto precisa perché non mi occupo propriamente di diritto interno. Però voglio sottolineare che l’abuso d’ufficio è una forma di corruzione, una delle varie forme enunciate nel diritto Ue e nel diritto internazionale. Quindi dopo la sua abrogazione sarebbe possibile contestare la corruzione anche dal punto di vista interpretativo.
(da Il Fatto Quotidiano)

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LA MAFIA CERCA UN CAPO: L’EREDE DI MESSINA DENARO E’ TRA NOI

Gennaio 15th, 2024 Riccardo Fucile

UN ANNO DOPO LA CATTURA DEL BOSS, IN TANTI AMBISCONO AL TRONO DI COSA NOSTRA… E C’E’ UN SUPER LATITANTE DALLA STORIA PAZZESCA, GIOVANNI MOTISI

Palermo. C’è un nuovo fantasma che inquieta l’antimafia, si chiama Giovanni Motisi, una primula rossa come lo era stato Matteo Messina Denaro fino al 16 gennaio dell’anno scorso. Ma questa è davvero una storia diversa. Perché Motisi, 64 anni, latitante dal 1988, killer condannato all’ergastolo per l’omicidio del vice questore Ninni Cassarà, sembra uscito del tutto da Cosa nostra. «U pacchiuni, il grasso, come è soprannominato, è il primo capomafia a essersene andato sbattendo la porta, tanti anni fa», sussurra un investigatore che ogni giorno vive nelle viscere della città. «È proprio una strana storia quella del padrino che rinunciò al trono. Chissà poi perché».
Domanda delicata, «perché l’arresto di Messina Denaro è stato certamente un grande successo per lo Stato» non smette di ripetere il procuratore di Palermo Maurizio de Lucia, «ma non ha segnato la fine di Cosa nostra, che anzi dimostra grande resilienza e punta alla riorganizzazione e a un nuovo arricchimento attraverso il traffico degli stupefacenti, oggi l’affare principale per le mafie».
Sono proprio i soldi della droga ad alimentare un’accesa campagna elettorale per la successione di Messina Denaro, che non era il capo di Cosa nostra, perché trapanese, ma era di certo il personaggio più autorevole dell’intera organizzazione. Una gara che da una parte vede i falchi, dall’altra le colombe. Da una parte i Corleonesi, dall’altra quelli di città: ovvero, i vincenti e i perdenti di un tempo, questi ultimi scalpitano di più, perché con la morte di Totò Riina nel 2017 è caduta la fatwa contro di loro e sono tornati a Palermo dopo un lungo esilio.
Il sopravvissuto
Il più intraprendente fra i “perdenti” di un tempo è Michele Micalizzi; ha 74 anni, è il genero dello storico capomafia Rosario Riccobono, che Riina fece uccidere nel 1982 nel corso di una cena tranello. La sera del 30 novembre, furono strangolati anche il fratello di Micalizzi, Salvatore, il cognato Salvatore Lauricella e il padre Giuseppe. Alla stessa ora, Michele Micalizzi scampò miracolosamente a un agguato al bar Singapore Two di via La Marmora. Erano i giorni terribili di Palermo, quando i Corleonesi sterminavano gli infedeli.
Dopo vent’anni di carcere, Micalizzi è riapparso prima a Firenze, poi in Sicilia, impegnato a gestire incontri riservati e lucrosi affari. Il vecchio padrino ha anche un bel tesoro di famiglia da amministrare. Ed è tornato a investire nella sua specialità preferita, il traffico di droga, provando a riattivare la pista mediorientale, fra Iran e Turchia. Proprio come accadeva prima dell’avvento dei Corleonesi; all’epoca, però, a Palermo arrivava soprattutto la morfina base, che veniva lavorata nelle raffinerie siciliane. Ora, invece i mafiosi discutono di partite di cocaina e di hashish.
L’americano
Micalizzi è stato riarrestato, nel luglio scorso, dai carabinieri del Nucleo investigativo. Ma preoccupa la rete che aveva dispiegato prima di tornare in cella. «Conosco una persona a posto ed è buona, ha buone possibilità diciamo a livello europeo», sussurrava il boss, e non sospettava di essere intercettato anche dalla squadra mobile, che teneva sotto controllo un altro padrino un tempo perdente tornato dal passato di Palermo, Tommaso Inzerillo. «Conosco una persona per potere approfittare di questi finanziamenti pure per una quota consistente a fondo perduto», insisteva Micalizzi. «Al momento ci sono dei bandi» spiegava, «e si dovrebbe presentare entro dicembre, al massimo inizio gennaio. Per quanto riguarda l’agricoltura, quindi qualche azienda agricola importante ci vuole». Anche Inzerillo, tornato da New York, possiede un ingente patrimonio mai sequestrato. Micalizzi gli parlava del misterioso professionista a proposito del finanziamento a fondo perduto: «Questo ha l’ufficio a Bruxelles, a Malta, a Londra. È una persona che è una miniera. E ha grosse possibilità in banca». Un dialogo davvero interessante che racconta le mire dei vecchi nuovi boss di Palermo: ancora una volta, Sono i soldi pubblici il bottino da razziare.
Intanto, anche Tommaso Inzerillo è finito in carcere, e il suo clan di italo-americani, quello di Passo di Rigano, è balzato in testa alle attenzioni dell’antimafia.
Il neomelodico
È invece in libertà Francolino Spadaro, 61 anni; è il figlio di don Masino, il “re” della Kalsa, lo storico padrino del contrabbando e degli stupefacenti, condannato per l’omicidio del maresciallo dei carabinieri Vito Ievolella.
Dopo la scarcerazione, avvenuta qualche anno fa, Francolino è andato a vivere in un attico, nel palazzo che sorge accanto alla casa del giudice Giovanni Falcone, in via Notarbartolo. «Un condomino modello», dice un vicino, davanti all’albero che è ormai meta di un pellegrinaggio continuo in ricordo del magistrato simbolo della lotta alla mafia. «Il signor Spadaro paga sempre puntuale le rate del condominio».
Conduce una vita dimessa Francolino Spadaro, ma non ha disdegnato di fare un selfie con uno dei neomelodici più cliccati del Web, il palermitano Daniele De Martino, suo parente. Nelle foto, rilanciate su Instagram fra centinaia di like, c’è pure il fratello di Francolino, Nino, anche lui uno degli scarcerati eccellenti di Palermo, che va spesso in Brasile. Chissà perché.
Francolino Spadaro è stato davvero un personaggio di primo piano di Cosa nostra. E, di sicuro, è un gran conoscitore dei segreti più profondi dell’organizzazione mafiosa. Suo cognato, il collaboratore di giustizia Pasquale Di Filippo, raccontò una volta di quando lui e Francolino furono arrestati per un camion di scarpe carico di 80 chili di droga: «Un chilo in ogni paio». Era l’eroina raffinata a Palermo, in partenza per gli Stati Uniti. I giorni d’oro della mafia siciliana quando ancora aveva il monopolio del traffico internazionale di droga. Un tempo, Francolino Spadaro accompagnava suo padre Masino alle riunioni con Salvatore Riina e gli altri capimafia. Per questo il padrino dei segreti è apprezzato non solo dai vecchi, ma anche dai giovani di Cosa nostra. Soprattutto quelli della famiglia di Pagliarelli, che in questo momento è lo snodo della riorganizzazione mafiosa.
Faceva parte di Pagliarelli un altro anziano padrino a cui i clan avevano delegato la ricostituzione della Commissione provinciale, la Cupola, che non si riuniva ormai dal 1993: lui si chiamava Settimo Mineo, aveva messo in campo un progetto davvero ambizioso per provare a sanare la frattura fra vincenti e perdenti di un tempo. Alla fine del 2018 è stato arrestato con tutti gli altri padrini. Il successore di Mineo era invece un giovane rampante, un altro che faceva la spola fra Palermo e il Brasile: Giuseppe Calvaruso, il capomafia che un noto ristoratore palermitano osannava al telefono: «Le persone perbene come te mancano». Il boss Calvaruso, «una persona educata, di certi principi». È la mafia di Messina Denaro, che prova a mostrarsi “buona” per superare la stagione delle stragi. Fra qualche tempo, a Pagliarelli, tornerà un altro reuccio; è Gianni Nicchi, il mafioso su cui Cosa nostra puntava già un tempo: legato ai Corleonesi, ma con buone entrature anche fra le famiglie americane.
L’ultimo fuggiasco
Un tempo, Pagliarelli era anche il regno di Giovanni Motisi, il mafioso che adesso detiene il record della latitanza: 25 anni. Soltanto una coincidenza? Dopo essere stato un killer, era diventato capo del mandamento di Pagliarelli, per meriti criminali straordinari conquistati sul campo. Ma alla fine degli anni Novanta fu estromesso da tutti gli incarichi. Per disposizione di uno dei mafiosi più autorevoli del suo clan, Nino Rotolo. Un caso alquanto unico. Perché, come disse Buscetta al giudice Falcone, da Cosa nostra si esce «solo con la morte o collaborando con la giustizia». E Giovanni Motisi non è un pentito. Non sembra neanche che sia morto. Ma cosa fece di tanto irriguardoso nei confronti dei vertici mafiosi da essere espulso? Qualche pentito ha raccontato che aveva una gestione allegra della cassa del mandamento, di sicuro non condivideva con gli altri mafiosi i proventi delle estorsioni. Il pentito Angelo Casano ha aggiunto: «Non si faceva mai vedere, non dava mai risposte». All’inizio degli anni Duemila, Motisi avrebbe lasciato anche la moglie, che poi chiese al vertice del mandamento di potersi rifare una vita. Così, adesso, è un fantasma che aleggia su Palermo.
(da La Repubblica)

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IL SERVIZIO DEL TG1 SU GIOVENTU’ NAZIONALE DEFINITI “NON MILITANTI POLITICI” PER NASCONDERE CHE SI TRATTA DELL’ORGANIZZAZIONE GIOVANILE DI FDI

Gennaio 14th, 2024 Riccardo Fucile

IL PD: “IL DIRETTORE CHIOCCI HA TOCCATO IL FONDO, VENGA A RISPONDERNE IN COMMISSIONE VIGILANZA RAI

Dopo i toni enfatici su Atreju lo scorso dicembre, nuova polemica sul tg1. A provocare le rimostranze del Pd che chiede l’audizione “immediata” del direttore Gian Marco Chiocci in Vigilanza, è questa volta un servizio sul corteo di Gioventù Nazionale, movimento di Fratelli d’Italia, andato in onda nell’edizione odierna delle 13.30.
Il pezzo racconta della passeggiata tra i viali del cimitero monumentale del Verano di Roma “per rendere omaggio ai caduti”, di “più di trecento ragazzi di Gioventù nazionale”, che “nel mese di gennaio da 40 anni” rendono omaggio “a tutti gli eroi italiani”.
“Non militanti politici, – spiegano gli organizzatori – ma “visionari del Risorgimento, i ragazzi degli anni di Piombo, le vittime del terrore, i patrioti delle grandi guerre”. A partire da Goffredo Mameli.
Le celebrazioni della ‘cantera’ di FdI, già Giovane Italia, hanno luogo sulle note di un violino: tre cuscini deposti, un minuto di silenzio “sui monumenti più simbolici della storia italiana”. Poi l’immancabile inno nazionale, e “il tricolore regalato ai bambini perché il futuro passa dal ricordo della storia”.
Un servizio di circa un minuto, incastonato tra il pastone sulle Regionali e la vicenda del quattordicenne ucciso a Montecompatri, alle porte di Roma, che non sfugge ai membri dem della Vigilanza.
La Rai “ha toccato il fondo con il servizio di oggi del Tg1 su una manifestazione organizzata dal movimento Gioventù nazionale, definita non politica ed elevata a evento patriottico culturale”, afferma il capogruppo Pd nella commissione, Stefano Graziano.
“Il direttore Chiocci venga a spiegare in Vigilanza Rai se ha cambiato ruolo e se è diventato il portavoce dei movimenti giovanili di destra che hanno sede in via della Scrofa. La misura è colma”, ha concluso l’esponente dem.
“Una cosa è la propaganda altro è il giornalismo. E il Tg1 è diventato il megafono per eccellenza di TeleMeloni’, dichiara Sandro Ruotolo, responsabile Informazione della segreteria nazionale. “La destra che occupa i tg non ha più freni”, la nota dei capigruppo in Parlamento Chiara Braga e Francesco Boccia.
(da La Repubblica)

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MELONI-SCHLEIN, IL 56% DEGLI ITALIANI DAVANTI ALLA TV

Gennaio 14th, 2024 Riccardo Fucile

IL DUELLO CHE PUO’ CAMBIARE L’ESITO DELLE ELEZIONI, VENTI MILIONI GLI INDECISI

La paura dell’incertezza nel futuro è un sentimento comune che si verifica quando le persone si trovano di fronte a situazioni ambigue nelle quali è complicato prevedere il risultato. Osservando i primi dati delle rilevazioni del nuovo anno di Euromedia Research si scopre che proprio l’incertezza compare come novità di quest’anno e come prima emozione del campione di italiani intervistati per affrontare il 2024 (27,7%). L’ottimismo e la fiducia (13,7%; – 4,1% in un mese) hanno lasciato spazio al dubbio. Un italiano su 3 infatti si dichiara smarrito e preoccupato nell’affrontare il futuro. In generale la natura umana spinge ciascuno ad inseguire una maggiore sicurezza e un buon controllo per organizzarsi al meglio, ovviamente per quanto possibile -. Ognuno si chiede in cuor suo, tra speranza e scaramanzia, cosa riserva il futuro, come affrontare le sfide impreviste e come prendere decisioni quando i risultati sono incerti. Tra coloro che manifestano il maggiore senso di inquietudine si registrano gli elettori del Movimento 5 Stelle (37,4%) e del Partito Democratico (35,2%), come è facilmente prevedibile. La generazione Z è più concentrata sull’attesa (31,9%). Non leggono l’incertezza come primo sentimento verso il futuro, ma si arrovellano cercando di trovare la loro personale opportunità di crescita per entrare a far parte di quel mondo, l’universo degli adulti, che la maggior parte di loro, oggi guarda ancora da lontano. Si conferma l’onda del pessimismo resistente (47,5%) che da Natale ad oggi cresce addirittura di quasi 2 punti percentuali (1,6%). Del resto guardando nel proprio portafoglio quando i risultati sono incerti ci si arrovella per affrontare le sfide impreviste. L’inflazione e l’aumento dei prezzi (41,4%) insieme al tema della sanità (29%) e alle tasse troppo alte (23,1%) rimangono sul podio delle emergenze segnalate dai cittadini anche per questo inizio di anno. Queste preoccupazioni sono caratterizzate dalla paura e dall’ansia nei confronti del disordine, della confusione e della trascuratezza generata dal disagio per le situazioni di imprevedibilità da dover affrontare. Tra tutte le questioni cresce anche la paura rispetto alla situazione geopolitica internazionale di questa guerra definita a pezzi ma che sembra rimpaginare tutte le sue parti. In tutto questo il 37,1% dei cittadini italiani maggiorenni promuove il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il suo operato, mentre il 53,2% lo boccia. Se però in questi risultati non si prendono in considerazione coloro che non vogliono votare o che si sentono ad oggi indecisi, questo rapporto cambia in maniera importante e coloro che appoggiano l’operato del Premier arrivano al 44,4% mentre i suoi detrattori scendono al 50,3%. È evidente che nel campo dell’astensione si ritrovano molti voti connessi ai partiti delle opposizioni. Ad oggi si rilevano tra i 19 e i 21 milioni di italiani poco propensi ad esprimere la loro preferenza politica. Calcolando che la popolazione adulta che può votare è intorno ai 50 milioni, ad oggi si proietta un’affluenza al di sotto dei 30 milioni, perfettamente nel solco delle elezioni Europee del 2019 dove la partecipazione al voto fu di poco più di 27,6 milioni (56,09%). A questo punto, al di là della raccolta pubblicitaria super vantaggiosa per l’editore che riuscirà ad aggiudicarsi il confronto politico tra le due donne leader, Giorgia Meloni ed Elly Schlein, potrebbe aiutare gli elettori a prendere decisioni “informate” sulla base delle diverse visioni che potranno raccontare argomento per argomento.
Il 56,1% degli italiani dichiara che sarebbe interessato a seguire l’evento, con un coinvolgimento che spicca tra i più giovani e gli over 65 anni. Ognuna di loro potrà raccontare la sua versione al di là delle caratteristiche di ciascuna che ne hanno delineato il singolo profilo fino ad oggi agli occhi degli elettori. È evidente che Giorgia Meloni avrà l’opportunità di esporre la sua visione evidenziando i successi ottenuti dal suo Governo, le iniziative in corso e gli obiettivi futuri includendo le politiche economiche, sociali, sanitarie, educative, e di altri settori chiave, rispondendo alle possibili critiche con l’opportunità di difendere le proprie posizioni in maniera chiara e convincente, mettendo a disposizione tutta la sua ampia esperienza politica. Il segretario del Partito Democratico Elly Schlein avrà l’occasione di avvalorare a sua volta di essere all’altezza della figura di leader del principale partito dell’opposizione e di fare una buona concorrenza al Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte, dimostrando la sua disponibilità al dialogo e mostrando tutta la sua empatia rimasta un po’ sottotraccia fino ad oggi. Entrambe sono in predicato per candidarsi alle elezioni europee come capolista dei rispettivi partiti – nel bene e nel male -, contendendo il maggior numero di preferenze e voti ai propri alleati per il centro destra e dimostrando di essere una leader per il centrosinistra. E, salvo imprevisti, queste saranno le ultime elezioni nazionali per i prossimi tre anni e mezzo.
(da agenzie)

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LA LEGALIZZAZIONE DELLA CANNABIS IN SVIZZERA STA FUNZIONANDO: A LOSANNA – 5% DI SPACCIO IN UN MESE

Gennaio 14th, 2024 Riccardo Fucile

LA COMMERCIALIZZAZIONE LEGALE FA CALARE LO SPACCIO

Un solo mese di commercializzazione legale della cannabis in un negozio di Losanna, in Svizzera, ha fatto diminuire del 5% lo spaccio.
A dirlo, in un’intervista rilasciata all’emittente Rsi, è stato Frank Zobel, vicedirettore di Addiction Suisse, Ong per la prevenzione, la ricerca e l’aiuto nelle dipendenze.
L’uomo è stato interpellato per valutare i risultati del primo negozio del cantone Vaud dove, da dicembre, sono in vendita, legalmente, la cannabis e i suoi derivati nell’ambito di un’iniziativa che rientra nel progetto pilota “Cann-L” (lanciato nel 2022) finalizzata ad osservare gli effetti di un modello di vendita controllata senza scopo di lucro, sia in termini di salute che di sicurezza.
Secondo i dati diffusi sui media locali il progetto sta già producendo risultati soddisfacenti: il negozio di Losanna, città con circa 140mila abitanti, aperto non casualmente in un quartiere di forte spaccio, ha già venduto 4,5 chili di cannabis a 320 persone. “Pensiamo di aver sottratto il 5% dal mercato nero”, ha affermato Zobel sottolineando il successo dell’iniziativa tra i partecipanti al progetto. Altri 600 adulti, secondo quanto da lui annunciato, hanno giù contattato la Ong per chiedere di poter entrare nel progetto pilota finora costato l’equivalente di circa 1,7 milioni di euro.
Visti i risultati a Losanna il progetto potrebbe essere velocemente replicato in altre realtà come Basilea, Zurigo e Ginevra. La vendita di canapa e derivati è da tempo autorizzata in Svizzera – precisa Addiction Suisse – ma solo con un tenore di tetraidrocannabinolo (Thc) inferiore all’1%. Il ‘plus’ del progetto non sarebbe solo quello di fermareil fenomeno dello spaccio, ma anche di tenere monitorata e valutare saltuariamente la popolazione che fa uso di sostanze stupefacenti. Le piantagioni svizzere che riforniscono di ‘materia prima’ il negozio di Losanna restano coperte dal più totale riserbo delle autorità: non si sa assolutamente dove si trovino e quanti siano gli addetti alla coltivazione che, peraltro, per contratto non possono rivelare alcun particolare sulla loro attività lavorativa neppure in famiglia.
(da agenzie)

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GIORGIA MELONI, CON L’APPOGGIO DI TAJANI, HA DATO ORDINE DI AFFOSSARE IN PARLAMENTO OGNI PROPOSTA SUL TERZO MANDATO AI GOVERNATORI

Gennaio 14th, 2024 Riccardo Fucile

UN ALTRO BOCCONE AMARO PER LA LEGA DOPO LA SARDEGNA: IL “SUO” SOLINAS NON SARA’ IL CANDIDATO DEL CENTRODESTRA

Dentro la Lega temono che i Fratelli d’Italia stiano cucinando un altro boccone amarissimo per Matteo Salvini. L’affossamento del terzo mandato, agognato dai governatori del Nord, a partire da Luca Zaia
Chi pensava che Giorgia Meloni in conferenza stampa, era il 4 gennaio, avesse concesso un’apertura, avrà modo di ricredersi a stretto giro.
La premier ha sì affidato la pratica al Parlamento per lasciare morire la proposta lì, senza intestarsi un diniego. Basta sentire i ragionamenti di diversi parlamentari meloniani di rango per capire che l’ordine di scuderia è già arrivato alle truppe di Montecitorio. E suona così: la legge non si farà mai. Di sicuro non in tempo per le regionali del Veneto, nel 2025.
Il Carroccio, per stanare FdI, questa settimana ha fatto la mossa, presentando una proposta per introdurre il tema. E da via Bellerio trapela che il segretario veneto Alberto Stefani abbia discretamente sondato gli altri partiti, anche fuori dalla maggioranza, raccogliendo la disponibilità a ragionarci da un pezzo di Pd. Per dire: Piero De Luca, figlio del governatore della Campania Vincenzo, un altro che briga per restare governatore «nei secoli dei secoli» (parole sue, di ieri), si dice «assolutamente favorevole» alla proposta leghista. E non è «questione di personalismi», giura, ma di «superare un meccanismo obsoleto. Nel Pd dobbiamo discuterne».
De Luca jr non parla più solo in quota “figlio di”: è appena stato nominato coordinatore nazionale di Energia Popolare, il correntone di Stefano Bonaccini, anche lui alla fine del secondo giro da presidente dell’Emilia Romagna. Ma la manovra leghista pare destinata ad avere vita brevissima. Perché da via della Scrofa, informalmente, hanno fatto capire che non si arriverà a dama. Sicuramente per il Veneto, dove i meloniani spingono per il senatore Luca De Carlo.
Come dire: capitolo chiuso. Tanto più che la premier, su questo, può giocare di sponda con l’altro vice, il segretario di Forza Italia, Antonio Tajani, che anche ieri ribadiva il concetto: «Il terzo mandato non è nel programma di governo », insomma «nulla di vincolante». Tajani ormai lo dice anche in chiaro: «Va mantenuta la legge attuale»
Un’altra sberla, per Salvini. Dopo la Sardegna. Che rende il clima nel Carroccio più che mai tormentato
Ma se questa doppietta deludente fosse accompagnata da un risultato stentato alle Europee di giugno (cioè con una Lega sotto all’ 8,8% delle Politiche), tanti sbuffi ancora sotterranei verrebbero a galla. E la resa dei conti nel partito sarebbe inevitabile. Salvini ha chiesto ai tre governatori del Nord – cioè oltre a Zaia, il lombardo Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga del Friuli Venezia Giulia – di correre per Bruxelles. Peccato che dagli interessati non siano arrivate risposte elettrizzate. Anzi. Una corsa che non ha molti precedenti [
C’è poi un’altra questione che inizia a farsi largo nei ragionamenti di Lega e FdI. Il profilo del nuovo commissario italiano in Ue, che Meloni proporrà dopo il voto. Qualche leghista sta provando a inserire il tema nella trattativa in corso su Regionali ed Europee. Richiamando la famosa “logica di pacchetto”. Ma FdI non intende affrontare il dossier oggi. Anche perché intorno a Meloni per ora girano due ragionamenti opposti. Chi vorrebbe che la nomina fosse comunque appannaggio di FdI e chi invece non esclude che l’incarico possa finire ai leghisti. Costringendo Salvini a votare per la nuova commissione Ue, senza superare Meloni a destra.
(da La Repubblica)

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