Gennaio 14th, 2024 Riccardo Fucile
IL SOTTOSEGRETARIO ERA CONSIDERATO IL “PONTE” CON MAGISTRATURA, IMPRESE, VATICANO E APPARATI MA E’ RIMASTO UN ESECUTORE DI VOLONTA’ ALTRUI: SUI DOSSIER PIU’ CALDI NON HA TOCCATO PALLA
Il potere non gli manca di certo. A palazzo Chigi continua a essere molto ascoltato e riverito nel ruolo di messaggero di Giorgia Meloni. Ma Alfredo Mantovano, silente sottosegretario alla presidenza del Consiglio, esce un po’ ammaccato o addirittura ridimensionato da quest’anno abbondante al fianco della premier. Ha perso smalto o comunque non è stato all’altezza delle aspettative.
Per molti doveva essere il “Gianni Letta” del governo Meloni, ricalcando le orme del grande mediatore degli anni del berlusconismo. Un profilo chiamato a sbrogliare le matasse del fondatore di Forza Italia. Da Letta c’era la fila per accreditarsi: dal mondo economico e bancario fino a quello culturale, passando per i grand commis di stato. […] a pensare a risolvere i problemi c’era «il dottor Letta»
Con la diplomazia felpata sminava il terreno, laddove possibile, spargeva rassicurazioni, smussava le forzature a ogni strettoia. Letta indossava i panni del grande ambasciatore che non appartengono all’attuale sottosegretario. Anche per l’indole caratteriale intransigente, spigolosa, marcatamente più ideologica. È storia nota che il Mantovano abbia posizioni cattoliche radicali, ultraconservatrici, che lo hanno portato a sposare delle battaglie senza troppi compromessi.
L’unico, vero, tratto comune con Letta è probabilmente la capacità di coltivare i silenzi pubblici, muoversi lontano dai riflettori. Tanto che il compito di interlocutore viene affidato più a Gaetano Caputi, capo di gabinetto di Meloni, che però ha un ruolo tecnico. Non ha il mandato politico che invece sarebbe proprio del sottosegretario.
La scarsa volontà di Mantovano sul farsi mediatore è stata palese per quei settori della giustizia che speravano in una sponda del sottosegretario rispetto ai dossier più scottanti. Su tutti il rapporto, quantomeno complicato, con la Corte dei conti, entrata spesso in rotta di collisione con palazzo Chigi. Soprattutto quando di mezzo c’è stato il Pnrr.
La magistratura contabile avrebbe auspicato di trovare un interlocutore pronto a recepire le istanze. Solo che Mantovano, quando c’è stata la polemica sul controllo concomitante della magistratura contabile, ha parlato con toni meloniani. «La Corte dei conti non ha i poteri di sostituirsi alla Commissione europea sul vaglio del Pnrr», ha detto in uno dei rari interventi pubblici. Mettendo una pietra tombale sul dialogo.
Stesso discorso è stato applicato alla riforma della giustizia, altro punto su cui Mantovano era guardato con interesse. Solo che, per l’ennesima volta, non ha rispettato le attese. Da magistrato apparteneva alla corrente di destra Magistratura indipendente e non è certo avvezzo al dialogo con altre settori della magistratura. Difficile possa farsi interprete di certe preoccupazioni, come quelle emerse dalla riforma Nordio attualmente all’esame del parlamento.
Tanto che i vertici della Corte oggi guardano al Colle più alto delle istituzioni, il Quirinale, quando ravvisano eventuali scontri. Ma, si sa, il presidente della Repubblica non può andare oltre una moral suasion. Le decisioni vengono prese altrove, a palazzo Chigi.
Il potente sottosegretario diventa esecutore, una parte politica complementare al pensiero della premier. Ai tavoli Mantovano partecipa solo per portare il “verbo” della sua leader, interpretando le sue azioni. Lei detta la linea, lui la segue.
SERVIZI E SCONFITTE
Solo che, alla lunga, il rischio è quello dell’effetto appiattimento per un politico navigato che veniva descritto come il “premier-ombra”, tanto per tornare al parallelo con Letta. Di risultati personali, invece, se ne vedono pochi. I mondi dell’economia non cercano di accreditarsi presso di lui. […] sui dossier più importanti per le sue sensibilità non ha portato a casa granché. Anzi. Il sottosegretario, con delega ai servizi (grazie a una norma ad hoc confezionata all’insediamento del governo), non è riuscito a piazzare Bruno Valensise alla guida del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis). Era un obiettivo su cui aveva lavorato silenziosamente.
Quando c’è stato il caso-Talò, il consigliere diplomatico di Meloni beffato da uno scherzo telefonico di comici russi, si era aperto uno spazio in cui incunearsi. Sfruttando le dimissioni di Talò, Mantovano ha cercato di far nominare Elisabetta Belloni, attuale numero uno del Dis, come consigliera diplomatica per promuovere Valensise. È andata diversamente: la premier ha voluto al suo fianco Francesco Saggio. E non c’è stato alcun spostamento al Dis.
Quella dei servizi è, del resto, una grande passione del sottosegretario. Fin dal suo insediamento aveva annunciato la volontà di metterci mano, realizzando una grande riforma. Con il punto di approdo di un’unica agenzia per superare l’attuale divisione tra Aisi, che si occupa di sicurezza sul piano interno, e Aise, che invece svolge attività di intelligence al di fuori del territorio nazionale.
Mantovano la descrive come un’operazione di razionalizzazione dei servizi, che però ha creato malumori a più livelli. Sono scattate delle resistenze. Da qualche mese, quindi, il progetto è finito in stand-by. Anche se il dossier potrebbe essere riaperto con un blitz
Qual è il vero ruolo di Mantovano? Il sottosegretario è il filtro dei provvedimenti più delicati. I decreti pesanti, sia politicamente che economicamente, passano tutti dal suo tavolo, perché la presidente del Consiglio non ha sempre il tempo per valutarli nel dettaglio. E di «Alfredo» non dubita. Questo lavorio di cesello è anche un modo per evitare di entrare in contatto con l’altro potentissimo sottosegretario di palazzo Chigi, Giovanbattista Fazzolari
(da editorialedomani)
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Gennaio 14th, 2024 Riccardo Fucile
DEBITI RIPAGATI COME SOCIO OCCULTO PER RICICLARE DENARO
Farsi carico dei debiti di ristoranti e pizzerie senza entrare
nell’organigramma societario. Sarebbe questa, scrive il Corriere della Sera, la strategia della criminalità organizzata operativa a Milano. In particolare, dei clan camorristici che, con i D’Amico di Ponticelli, quartiere del Napoletano, hanno pianificato come ripianare le perdite dei locali meneghini o, persino, come aprirne di nuovi. L’obiettivo è non comparire negli approfondimenti documentali, ma lasciando i vecchi titolari oppure – spiega il giornalista Andrea Galli – piazzare dei prestanome, incensurati. In questa situazione, l’assenza di trasparenza delle operazioni finanziarie – alla base della pianificazione – potrebbe complicare gli accertamenti bancari da parte degli inquirenti. Fatto sta, spiega il quotidiano di Milano, che il possesso di locali (non sulla carta) aumenta la possibilità che questi possano essere e/o diventare luoghi per il riciclaggio di denaro sporco, indirizzato, in questo caso, vista la presenza dei D’Amico, sul traffico di droga.
Nel 1980 i D’Amico di Ponticelli, gruppo camorristico, erano entrati nella gestione dei fondi per la ricostruzione di aree popolari dove far abitare gli sfollati. In particolare, nel Rione Conocal: simbolo del degrado e della malavita, scrive Galli. Tuttavia, le condanne del periodo 2018-2020 hanno decapitato il vecchio organigramma, avviando però nel mentre il ricambio generazionale, che ha poi portato a muovere il clan nella direzione di Milano. Con ogni probabilità – spiega il Corriere – dopo un’adeguata preparazione con affiliati che hanno studiato e dopo l’arruolamento di professionisti che lavorano con i soldi quotidianamente: da notai a commercialisti, fino ai dirigenti di filiali di banca.
(da agenzie)
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Gennaio 14th, 2024 Riccardo Fucile
COME SI SOPRAVVIVE TRA UNA SUPPLENZA A 1.000 CHILOMETRI DA CASA E UNO STIPENDIO CHE ARRIVA CON TRE MESI DI RITARDO?
La campanella suona a metà anno scolastico per chi parte, cambia vita e città all’improvviso. Il giorno della convocazione è molto spesso inaspettato, ma non hai il tempo di pensarci perché bisogna prendere servizio 24 ore dopo. La chiamata arriva quando non ci pensi e ormai non ci speri più. Può succedere che la chiamata non sia improvvisa, ma preannunciata da una mail a cui bisogna rispondere in una finestra temporale spesso ravvicinata all’ora della ricezione e poi, in caso di convocazione, andare a scuola. Quindi, tu puoi rispondere ogni giorno alle mail ma non ricevere mai una chiamata. La logorante attesa confonde i giorni, le risposte diventano mute alle parole altrui: «dove vivi?», «tornerai a insegnare?», «ma fai altro», «ormai sono tutti in cattedra».
uccede se sei una docente precaria, se non sei in nessuna graduatoria, o meglio ci stavi ma hai dovuto cancellarti perché dalla tua provincia hai ricevuto proposte solo di un giorno.
Mentre salgo in treno mi sento parte di una storia collettiva atavica e mi chiedo qual è il confine fra il mio spirito d’iniziativa, il mio desiderio di imparare (e di insegnare) e le frane del sistema scolastico.
IL LAVORO È UN PRIVILEGIO?
Mi rendo conto, comunque, che godo di un privilegio: posso prendere un costosissimo treno, dormire sul divano di casa di una ex-collega, per una proposta di supplenza di due settimane che potrebbe essere prolungata e il cui stipendio arriverà due mesi dopo. Insegnare è diventato un privilegio? Mendicare per un posto di lavoro è, comunque, una forma di privilegio. Ma può solo essere una sfida personale? E chi non può spostarsi e affrontare tutte queste spese? Esiste una tutela per gli insegnanti fuori sede di fronte alle angherie della crisi abitativa? Come farò a trovare un alloggio se ho un contratto di due settimane e una stanza al nord costa dai 500 euro in su? Eppure, io sto andando a insegnare in una scuola pubblica al servizio del Ministero dell’istruzione e del merito. Quanto costa insegnare? Penso al film Diario di un maestro di Vittorio De Seta (1973).
Sarò anch’io come il protagonista che arriva ad anno scolastico iniziato in una classe complicata, rimasta chissà quanto tempo senza insegnante? Nel film, dopo averlo conosciuto in sala docenti bisbigliano “tu sei novellino, chi te lo fa fare”. Il futuro di quel mondo che dai banchi non si vede è uguale al passato. Mancano ancora diverse ore all’arrivo e ricevo un messaggio da A. «Hai visto, è uscito il concorso?», «Sì», le rispondo. A. sta insegnando in Piemonte, si trova sul divano di una sua lontana zia perché gli affitti lì sono costosissimi e non sa quanto tempo durerà la sua supplenza.
Parliamo lo stesso linguaggio, quello che prova a mettere in parole l’esperienza della perdita, la voglia di fare, il rapporto con il rischio e il tentativo di cambiare il sistema da dentro cercando di non sottrarre troppe energie alla didattica che, invece, dovrebbe essere al centro di interessi delle azioni legislative ed educative.
Ricevo un nuovo messaggio da A.: «Hai capito qualcosa del decreto dei 60 cfu?». Rispondo: «I vincitori del concorso straordinario durante l’anno di prova dovranno conseguire, a proprie spese, ulteriori crediti formativi i cui percorsi costeranno dai 2000 ai 2500 euro. Questi crediti si uniranno a quelli già precedentemente conseguiti come requisito per la partecipazione al concorso». Inoltre, scrivo ad A., le regioni che hanno maggiori posti disponibili, per la stragrande maggioranza delle classi di concorso, sono tutte al nord. A peggiorare il quadro c’è da considerare che il Concorso straordinario ter non è abilitante, per cui i docenti o lo vincono oppure, come direbbe Eduardo De Filippo, «abbiamo scherzato». Che fare? Può esistere un dialogo aperto che non normalizzi le storture del sistema scolastico considerando l’esercizio di un pubblico ufficio come una sfida personale? Possiamo sentirci parte tutte e tutti di una comunità educante senza accettare passivamente il ritornello «è sempre stato così». Se il percorso dell’insegnante si articola in ostacoli com’è possibile riuscire a recuperare le esperienze pedagogiche positive?
Io, nel frattempo, quello che posso fare è provare a non restare sul divano. Il divano dei posti vacanti, delle supplenze brevi, del proletariato intellettuale.
(da editorialedomani.it)
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Gennaio 14th, 2024 Riccardo Fucile
IN BALLO CI SONO POSTE ITALIANE E FERROVIE, ANCORA AL 100% PUBBLICHE… BISOGNA TROVARE IL CASH: NEL CORSO DEL 2024 LA BCE ABBASSERÀ FINO AD AZZERARE IL SOSTEGNO ALL’ITALIA
Sentite cosa diceva due giorni fa il capoeconomista di Standard and
Poor’s per il Sud europa, Sylvain Broyer: «Ci attendiamo che quest’anno lo spread italiano rimanga stabile rispetto al Bund tedesco». I rendimenti saranno mediamente del 4,7 per cento «contro il picco del 5 del 2023». I fondamentali dell’economia italiana «sono diversi rispetto a dieci anni fa: le banche sono in condizioni migliori rispetto alla crisi del debito». […] L’architettura europea del 2024 è molto diversa da quella che nel 2011 costrinse il governo Berlusconi […] a dimettersi sotto i colpi di sfiducia dei mercati.
Oggi il “Tpi” della Banca centrale europea – di fatto un credito di ultima istanza che allora non esisteva – è la garanzia contro le scommesse degli investitori. La quota di debito italiano detenuto da investitori internazionali è più bassa del 2011. Ma se in autunno la maggioranza a tre Meloni-Salvini-Tajani dovesse entrare in tensione, o se i venti di una guerra più larga dovessero fermare la prevista discesa dei tassi, il giudizio sull’Italia potrebbe cambiare rapidamente.
La nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza dice che il debito italiano di qui al 2026 non scenderà: era previsto al 140,2 per cento a fine 2023 al 140,1 per cento nel 2024, appena mezzo punto più sotto (al 139,6) nel lontano 2026, l’ultimo anno della manna del Recovery Plan.
Solo quest’anno il Tesoro dovrà collocare sui mercati 350 miliardi di euro di titoli, più o meno lo stesso ammontare del 2023. Con un però: nel corso del 2024 la Banca centrale europea abbasserà fino ad azzerare il sostegno all’Italia. Il piano di reinvestimento dei titoli acquistati prima dalla Bce di Draghi, e poi – durante e dopo la pandemia – da Christine Lagarde, prevede quest’anno una riduzione al ritmo di 7,5 miliardi al mese.
Alla fine dell’anno, si saranno azzerati. Con l’eccezione del già citato Tpi, a quel punto il paracadute sui titoli italiani aperto da Mario Draghi a partire dal 2012 sarà virtualmente chiuso. L’unico acquirente di Btp saranno i privati, coloro che valutano il rischio Italia e a quel rischio danno un prezzo. Le precondizioni perché non salga è anzitutto un debito in discesa, anche se lieve.
È la ragione per cui Giancarlo Giorgetti ha promesso venti miliardi di privatizzazioni entro il 2026. Un concetto che la prossima settimana, alla sua prima al vertice di Davos, il ministro ribadirà a tutti gli investitori con cui ha un incontro in agenda. Fin qui l’unico passo concreto è stata la vendita del 25 per cento del Monte dei Paschi di Siena, un’operazione che è valsa poco meno di un miliardo. Per fare sul serio occorre ben altro: le Ferrovie, ancora al cento per cento pubbliche, o le Poste.
Nella conferenza stampa del 4 gennaio Meloni le ha citate entrambe, ma siamo ancora alle buone intenzioni. Non è ancora chiaro se di Fs il governo venderà solo le quote della controllata Trenitalia o tenterà la (complicatissima) vendita dell’intero gruppo, dentro al quale c’è rete ferroviaria e quella stradale di Anas.
È probabile che arrivi prima l’operazione Poste, già quotata in Borsa. L’ipotesi è quella di lasciare a Cassa depositi e prestiti il suo 35 per cento, cedendo invece il 29,26 per cento in mano al Tesoro. Ai prezzi di venerdì scorso l’introito varrebbe poco meno di quattro miliardi di euro. Non sarebbe abbastanza per tenere a bada il debito
(da la Stampa)
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Gennaio 14th, 2024 Riccardo Fucile
“GLI ABITANTI DI LONDRA HANNO PERSO 3.400 STERLINE ALL’ANNO, LA CITTÀ 30 MILIARDI E IL PAESE 140. RIAVVICINIAMOCI ALL’EUROPA”
“È inutile continuare a nasconderci. La Brexit non sta funzionando. Sta danneggiando la nostra economia e la vita dei nostri cittadini”. A lanciare il duro attacco all’uscita del Regno Unito dall’Ue è il sindaco di Londra, il laburista Sadiq Khan, che due sere fa ha parlato alla Mansion House di Londra durante una cena di gala. Khan ha presentato un rapporto speciale sulla Brexit da lui commissionato alla Cambridge Econometrics. I risultati di questo studio indipendente sono preoccupanti.
A causa della Brexit l’economia di Londra si sarebbe ristretta di ben 30 miliardi di sterline (oltre 36 miliardi di euro) e quella nazionale britannica di addirittura 140 miliardi di sterline (circa 160 miliardi di euro). La capitale, per lo stesso motivo, avrebbe 290mila posti di lavoro in meno, mentre il Regno Unito ne avrebbe persi 1,8 milioni. Secondo Cambridge Econometrics, se non si agisse il prima possibile, la scivolata sul piano inclinato della Brexit potrebbe essere ancora più rovinosa: e cioè 350 miliardi bruciati dall’economia britannica entro il 2035, e di questi 60 si riferiscono proprio a Londra.
Le brutte notizie dello studio continuano. Il cittadino britannico medio a causa della Brexit si è impoverito di circa 2mila sterline nel 2023, ma ancora peggio è andata ai londinesi: in media hanno perso 3.400 sterline (circa 4mila euro) l’anno scorso rispetto a quello precedente. Ciò, stando allo studio, a causa di inflazione e costo della vita esacerbati dalle “conseguenze dell’uscita dall’Ue”. Solo per quanto riguarda gli alimenti, la Brexit a Londra avrebbe contribuito al 30% del loro aumento dal 2019 al 2023.
Per questo, il sindaco Khan ha chiesto pubblicamente di “riavvicinarsi il più possibile alla Ue. È inutile nascondere la testa sotto la sabbia. Invece, dobbiamo avere una onesta e matura discussione. La Brexit non sta funzionando”, ha continuato, “e questa sua versione dura sta affondando la nostra economia e aumentando il costo della vita dei cittadini: ha reso il cibo più caro, aumentando la pressione finanziaria sulle famiglie. Non solo: la Brexit sta avendo un effetto negativo su vari settori della nostra economia, come la ristorazione, l’ospitalità, l’edilizia e i servizi finanziari”.
“Le conseguenze della Brexit possono essere mitigate solo se abbiamo un approccio maturo nei confronti di questa situazione e ci avvicineremo sempre di più ai nostri vicini europei”. Inoltre, ha concluso Khan, “abbiamo bisogno di migranti. Io non sono d’accordo con la politica delle frontiere aperte o di una immigrazione incontrollata. Allo stesso tempo, l’immigrazione non è parte del problema, ma parte della soluzione. È un argomento che deve essere sostenuto da fatti, non da pregiudizi, anche perché in questo momento a Londra abbiamo gravi carenze occupazionali. Abbiamo bisogno dei lavoratori britannici ma anche di quelli stranieri
(da La Repubblica)
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Gennaio 14th, 2024 Riccardo Fucile
DI SOLITO BASTEREBBE QUESTO PERCHÉ UNA RICHIESTA VENGA RESPINTA… CHI HA FIRMATO IL VIA LIBERA CONTRO IL PARERE DEI CARABINIERI?
Il deputato con la pistola Emanuele Pozzolo nega, si ritrae, ma allude.
Non vorrebbe parlarne, però si lascia sfuggire con il quotidiano Il Foglio, che «dentro Fratelli d’Italia stanno accadendo cose strane, si cerca di uccidere me per salvare altri». Lui che ha brigato tanto per potersi mettere un revolver in tasca.
Quando chiese il porto d’armi, infatti, non contento del permesso al tiro sportivo, i carabinieri avevano dato parere negativo. Ma poi la forza della politica aveva avuto il sopravvento e la prefettura di Biella gli aveva consegnato l’agognato porto d’armi. Avveniva a metà dicembre scorso, giusto in tempo per armarsi la notte di Capodanno.
Ora è più chiaro l’iter del porto d’armi. Pozzolo l’aveva chiesto per motivi di difesa personale negli ultimi mesi dell’anno scorso alla Prefettura di Biella. E si era rivolto alla prefettura di Biella perché nel settembre 2022 ha preso la residenza in una baita di montagna nel comune di Campiglia Cervo.
Il porto d’armi l’aveva chiesto dopo aver partecipato a un convegno sulla situazione dei cristiani in Iran, che segue per la commissione Esteri della Camera, sentendosi in pericolo per una possibile ritorsione da parte dei pasdaran.
A Biella, però, quella per il porto d’armi, soprattutto negli ultimi anni, è una pratica difficile. Molti permessi non sono stati rinnovati, pochissimi quelli concessi. Come da prassi, quindi, era stato richiesto il parere dei carabinieri. E qui salta fuori la novità. Il parere era stato negativo. Le forze dell’ordine non ravvedevano rischi così gravi per la sicurezza del deputato da concedergli di girare armato.
Di solito basterebbe questo perché una richiesta venga respinta. Per il deputato Pozzolo invece la contrarietà dell’Arma era stata superata e il porto d’armi per difesa personale regolarmente consegnato dalla prefettura. Avveniva solo qualche decina di giorni prima della serata di Rosazza.
Adesso il permesso gli è stato sospeso e sono in corso le pratiche per il ritiro anche delle altre armi di cui dispone il deputato. Ritiro e non sequestro perché non ci sarebbero gli estremi. Si tratta di sei armi, per la maggior pare carabine per uso sportivo, che il deputato conserva nella sua abitazione di Vercelli.
(da La Stampa)
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Gennaio 14th, 2024 Riccardo Fucile
FDI SI OPPONE A UN TERZO MANDATO
A 24 ore dalla presentazione dei simboli elettorali, non si sblocca la partita del candidato del centrodestra in Sardegna. Ieri il meloniano sindaco di Cagliari Paolo Truzzu ha lanciato la sua candidatura a Quartu Sant’Elena chiedendo al Partito Sardo d’Azione leghista e al governatore Christian Solinas di fare un passo indietro.
Ma a bloccare tutto è Matteo Salvini: venerdì, durante una riunione di partito, Solinas avrebbe voluto ritirarsi ma è stato fermato dal leader del Carroccio. Quest’ultimo, infatti, sa benissimo che Solinas alla fine dovrà fare un passo indietro e la coalizione correrà unita con Truzzu, ma per annunciarlo sta cercando di ottenere qualcosa in cambio.
Il grande obiettivo sarebbe la legge sul terzo mandato per i presidenti di Regione che “sbloccherebbe” Luca Zaia in Veneto, ma Fratelli d’Italia non ha alcuna intenzione di concedergliela, almeno prima delle elezioni europee.
Così Salvini le sta provando tutte per prendersi la Basilicata, o comunque ottenere un candidato civico di centrodestra diverso dal forzista Vito Bardi che possa permettere a Salvini e Antonio Tajani di esultare.
Non è un incastro facile. Perché la premier Giorgia Meloni sa che in questo caso chiuderebbe il fronte con la Lega ma aprirebbe quello con Forza Italia. Nel frattempo Salvini ha bloccato Solinas: nessun passo indietro ufficiale prima dell’incontro, che si terrà la prossima settimana, forse già martedì a margine del Consiglio dei ministri, tra il vicepremier leghista e Meloni a Palazzo Chigi per il chiarimento definitivo che non è arrivato nel vertice di giovedì a pranzo.
A bloccare la trattativa è stato proprio Salvini che per domani ha convocato il consiglio federale della Lega. I meloniani stavano cercando una via d’uscita con i leghisti Stefano Locatelli (responsabile Enti Locali) e Roberto Calderoli: un candidato civico in Basilicata o un’apertura sul Veneto.
Ma a stoppare tutto sono state le dichiarazioni di mercoledì del vicesegretario della Lega, Andrea Crippa, che ha minacciato lo strappo. A quel punto sia FdI che FI si sono irrigiditi. Tant’è che adesso difficilmente il Carroccio potrà ottenere il candidato in Basilicata, ma teme di perdere anche l’Umbria (si vota in autunno, dopo le Europee) dove la governatrice leghista Donatella Tesei ha tenuto fuori FdI dalla giunta. Alla fine, è la previsione dei vertici meloniani, è probabile che, di fronte allo scontro aperto, l’unico cambio possa essere in Sardegna: FdI potrà esultare per avere ottenuto Truzzu, Forza Italia per aver riconfermato Bardi in Basilicata e la Lega Tesei in Umbria.
E Solinas ritirarsi per il “bene della coalizione”. Ieri intanto Truzzu ha aperto la campagna elettorale a un evento di Fratelli d’Italia e Azione Giovani. Durante la kermesse ha chiesto agli alleati di sostenerlo: “Il vostro posto è qui, state al nostro fianco. E se avete un dubbio la cosa che vi chiedo è che lo sciogliate subito, per rispetto di tutti. Questo tira e molla non aiuta nessuno”. Nessuna risposta da Lega e Partito Sardo D’Azione.
Fratelli d’Italia invece non ha intenzione di fare concessioni sul terzo mandato. La Lega ha presentato alla Camera una proposta di legge costruita su misura per Zaia in Veneto che scade nel 2025. Con una novità: la legge è scritta in maniera tale che il governatore possa rimanere al suo posto non per un solo altro mandato ma addirittura per altri tre, per un totale di sei. Non più quindi 15 anni al massimo, ma ben 30. All’articolo 2 della proposta del segretario regionale Alberto Stefani, depositata alla Camera, infatti si legge che “le disposizioni della presente legge si applicano con riferimento ai mandati successivi alle elezioni effettuate dopo la data di entrata in vigore delle leggi regionali di attuazione”. Traduzione: i tre mandati partono dal momento in cui la Regione recepisce la legge. Secondo il Corriere del Veneto, infatti, sarebbero già emersi i primi dubbi da parte degli uffici legislativi della Camera. Ed è anche per questo che Fratelli d’Italia si dice contraria. Fino alle elezioni europee non ci sarà alcuna apertura su questo fronte.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Gennaio 14th, 2024 Riccardo Fucile
LA FRASE DI POZZOLO: “QUELLI DI FDI MI SCARICANO PER DIFENDERE DELMASTRO”
Quando Emanuele Pozzolo, il deputato pistolero di Rosazza, dice al
“Foglio” che quelli di FdI lo “scaricano per difendere Delmastro che non era certo a Canicattì”, la premier (nella versione di leader suprema del partito) avrà sentito puzza di bruciato. Perché in quello che all’inizio poteva sembrare il cinepanettone di un generone politico a cui il potere ha dato alla testa – l’onorevole su di giri che per fare il ganzo si esibisce la notte di Capodanno con un pistolino da borsetta da cui parte un colpo che ferisce alla gamba il genero del caposcorta del sottosegretario alla Giustizia – giorno dopo giorno cresce un certo retrogusto come di ricattucci. Inevitabile pensarlo davanti ad almeno tre versioni contrastanti.
C’è chi giura che alla Pro Loco lui non c’era e dunque non sa chi ha sparato (Delmastro). C’è chi s’è beccato il proiettile (il genero) ma che sull’identità dello sparatore dice e non dice. C’è chi nega di aver sparato (Pozzolo), ma dopo la sospensione dagli incarichi si trincera dietro una frase minacciosetta: “È un momento complesso, ma confido che la verità emerga”. Tradotta qualche riga dopo con quel: “Chi vuole tutelare Delmastro sappia che non mi lascerò ‘buttare dalla torre’”. Caspita. Ci sono tutti gli ingredienti perché la storia vada avanti a colpi di accuse e controaccuse, nel solito fuoco incrociato di “verità” contrapposte (non si escludono memoriali) presso la Procura di Vercelli. Un gran casino che la dice lunga su quanto possa andare fuori controllo (e fuori di testa) una classe dirigente improvvisata perché arruolata troppo spesso sulla base delle convenienze di questo o quel capataz locale. Con una non-selezione che avviene nel vuoto delle non-competenze e non-esperienze che può riguardare più o meno l’intero sistema partitico. Ma se lo scollamento rischia di mettere in crisi pezzi dell’architrave che sostiene il presidente del Consiglio allora il richiamo di Giorgia Meloni alle persone “che sono intorno a me e non capiscono la responsabilità che abbiamo addosso” si fa pressante. Perché se lei non è ricattabile, ma lo sono coloro che le stanno “intorno”, allora come si difende?
(da Il Fatto Quotidiano)
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Gennaio 14th, 2024 Riccardo Fucile
LA COALIZIONE ORA SI RITROVA CON TRE CANDIDATI A DUE GIORNI DALLA PRESENTAZIONE DEI SIMBOLI
Il centrodestra, a due giorni dalla presentazione dei simboli per le regionali in Sardegna, è ancora in confusione.
E a cascata regna il caos anche per le altre Regioni al voto nei prossimi mesi, Basilicata, Abruzzo, Molise e Piemonte.
Uno scontro durissimo, un tutti contro tutti, che rende difficile al momento trovare la quadra nella coalizione di governo. Perché, mentre si cerca una soluzione tra Lega e Fratelli d’Italia per evitare strappi in Sardegna, con il meloniano Paolo Truzzu ieri ufficialmente in campagna elettorale al posto dell’uscente Christian Solinas sostenuto dalla Lega, arriva la conferma che a spaccarsi adesso è Forza Italia: la vicepresidente sarda Alessandra Zedda, una calamita del voto, ribadisce la sua intenzione di scendere in pista nella corsa a governatore anche da autonoma nonostante il segretario del suo partito, Antonio Tajani, pur di difendere l’uscente forzista Vito Bardi in Basilicata, abbia dato disco verde all’imposizione di FdI su Truzzu.
Scontri e veleni che rischiano di avere conseguenze anche al governo e in Parlamento per la maggioranza guidata da Giorgia Meloni.
Entro domani alle 20 in Sardegna vanno presentati i simboli e sia dal fronte Meloni sia da quello Salvini si ribadisce che le posizioni «restano immutate». E cioè che per la presidente del Consiglio il candidato in Sardegna è Truzzu e non si torna indietro; mentre per Salvini deve essere l’uscente Christian Solinas.
In realtà ieri da via Bellerio aprivano a una soluzione dando per scontato che comunque la Lega non romperà la coalizione di governo per la Sardegna. «Alla fine a noi potrebbero andare la candidatura a sindaco di Cagliari e quella a presidente della Basilicata, in attesa di capire la vera partita che sarà il Veneto nel 2025: Regione che non possiamo mollare nonostante Meloni dica che adesso spetti a lei», sostengono dal quartier generale della Lega.
Solinas, dal canto suo, forte dei voti del Partito sardo d’azione (dopo aver piazzato diversi esponenti degli autonomisti nel sottogoverno) prova a tirare la corda prima di fare un passo indietro e chiede di essere capolista alle europee per la Lega nel collegio dell’Italia centrale, posto che Salvini vuole dare però al generale Roberto Vannacci; oppure di andare a fare il presidente dell’autorità portuale sarda.
Ma mentre è in corso questa trattativa, scoppia il caso Forza Italia: la vice presidente Zedda, che in questo scenario non avrebbe spazio come governatrice, e il partito a sua volta non avrebbe alcuna voce in capitolo nemmeno nella scelta del sindaco di Cagliari, annuncia che si candida comunque a presidente della Regione con liste civiche e senza simbolo di FI: «Nelle prossime ore depositeremo il nostro simbolo in Corte d’appello, noi ci proponiamo come forza esterna», dice Zedda.
I forzisti sardi sono sul piede di guerra e in vista delle europee non è un buon segno per Tajani, che nel collegio Sicilia-Sardegna punta a portare a Bruxelles il siciliano Marco Falcone, fedelissimo di Maurizio Gasparri.
Tajani, all’incontro sulle regionali con Meloni e Salvini di giovedì scorso, si è poi impuntato per difendere in Basilicata l’uscente Bardi. Al momento il segretario di Forza Italia rischia di perdere tutto: sia la Basilicata, dove potrebbe essere candidato un civico, come suggerito da Meloni e Salvini, sia il posto blindato a Bruxelles per il fedelissimo del capogruppo azzurro al Senato.
Ma restando sul fronte centrodestra, perfino tra i centristi è scontro aperto. Uno scontro che potrebbe addirittura far slittare il voto in Sardegna: ieri sul palco di Truzzu, che ha lanciato ufficialmente la sua candidatura, c’erano tra gli altri anche l’eurodeputata Francesca Donato per la Dc di Salvatore Cuffaro e un rappresentante della Dc di Gianfranco Rotondi: entrambi rivendicano il simbolo della Democrazia cristiana e sono pronti a presentare ricorsi e contro ricorsi per chi deve mettere lo Scudocrociato nelle liste sarde.
Insomma, nel centrodestra regna il caos: in Sardegna ma non solo. Ed è comunque molto freddo il dialogo tra i leader, con Meloni che vuole più spazio e uno tra Salvini e Tajani che dovrà rinunciare a qualcosa di importante in queste regionali. Rinunce in cambio di che cosa, poi? Meloni non sembra intenzionata a fare molte concessioni in generale agli alleati.
(da La Repubblica)
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