Marzo 15th, 2024 Riccardo Fucile
33 MILIONI DI EURO PER AGEVOLARE I SICILIANI CHE DA ANNI VENGONO SPENNATI DALLE COMPAGNIE AEREE: PECCATO CHE I SOLDI STANZIATI USCIRANNO DALLE TASCHE DELLA REGIONE CHE DOVRÀ TOGLIERLI DA QUALCHE ALTRA PARTE
Dal 15 marzo e fino al 31 dicembre tutti i residenti siciliani che viaggeranno verso qualunque aeroporto d’Italia avranno uno sconto sulle tariffe aeree del 25 per cento, alcune categorie deboli avranno un ulteriore 25 per cento caricando i biglietti nell’apposita piattaforma creata dalla Regione siciliana. Ad annuncialo è il presidente della Regione siciliana, Renato Schifani, in conferenza stampa a Palazzo d’Orleans. Il provvedimento estende alle altre tratte l’iniziativa già in corso dall’inizio dell’anno per gli aeroporti di Milano e Roma.
L’assessore regionale alle Infrastrutture, Alessandro Aricò, ha sottolineato che al momento “sono 41 mila i siciliani che si sono registrati nella piattaforma realizzata dalla Regione per erogare i rimborsi e alcuni siciliani hanno già ricevuto i contributi”. “Avevamo detto che avremmo verificato la possibilità di estendere agli altri aeroporti la misura avviata lo scorso dicembre per gli scali di Milano e Roma e siamo riusciti ad allargare le agevolazioni contro il caro-voli”, ha detto Schifani.
La misura è finanziata dalla Regione siciliana con propri fondi, 33 milioni di euro le risorse stanziate finora. Le compagnie Ita e Aeroitalia hanno attivato fin da subito un link nelle proprie piattaforme dedicato ai residenti siciliani che acquistando i biglietti aerei ottengono immediatamente lo sconto del 25 per cento. Chi viaggia con le altre compagnie può caricare i biglietti nella piattaforma della Regione per avere il contributo del 25 o del 50 per cento.
(da agenzie)
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Marzo 15th, 2024 Riccardo Fucile
LA NOTIZIA È INQUIETANTE ALLA LUCE DEL TENTATO GOLPETTO DELL’AGOSTO 2020, QUANDO UN GRUPPO DI NEONAZISTI E NO VAX TENTARONO L’ASSALTO AL REICHSTAG, E DELLA SCOPERTA DELLA CELLULA COMPLOTTARA CAPEGGIATA DAL PRINCIPE REUSS
Oltre cento collaboratori parlamentari dell’Afd sono estremisti di
destra. E qualcuno ha anche legami con i neofascisti italiani di CasaPound. E’ quanto emerge da una ricerca del Bayerischer Rundfunk (BR) che getta una luce inquietante sul personale legato all’ultradestra che ha libero accesso al Bundestag.
Sono cinquecento persone in tutto per le quali l’ultradestra ha a disposizione ben 30 milioni di euro all’anno. E tra gli oltre cento collaboratori con simpatie brune ci sarebbero anche alcuni impiegati negli uffici dei leader del partito, Alice Weidel e Tino Chrupalla. Secondo il BR, metà dei 78 deputati dell’Afd nascondono militanti di destra estrema nei loro uffici.
Il Bayerischer Rundfunk ha ricostruito che ci sono 500 collaboratori del partito capitanato da Weidel e Chrupalla. E uno su cinque è ascrivibile a organizzazioni definite dal Verfassungsschutz (i servizi segreti interni) “di estrema destra”: neonazisti, Identitari, membri di confraternite brune, influencer radicali ed esponenti della Junge Alternative, l’organizzazione giovanile dell’Afd finita già sotto osservazione perché ritenuta troppo radicale.
La notizia riporta alla mente il fallito assalto dell’agosto 2020 al Reichstag, quando circa quattrocento neonazisti e no vax tentarono di forzare l’ingresso dell’edificio che ospita la plenaria parlamentare sventolando bandiere del Terzo Reich. E fa venire la pelle d’oca anche alla luce della cellula dei Reichsbuerger e neonazisti capeggiata dal principe Reuss scoperta nel 2022.
Tra i venticinque complottisti che avevano pianificato proprio un attacco al Bundestag per rovesciare il governo, anche l’ex deputata Afd Birgit Malsack-Winkemann. L’ex parlamentare aveva organizzato negli scorsi anni un giro dell’edificio parlamentare con alcuni estremisti di destra che hanno avuto così l’occasione di studiarlo da vicino. Un incubo da sei gennaio americano.
La presidente del Bundestag, Baerbel Bas (Spd), ha detto che bisognerà rafforzare le misure di sicurezza “per evitare che estremisti che puntano al rovesciamento dell’ordine liberale e democratico vadano e vengano dal Bundestag”.
Per la vicepresidente Katrin Goering-Eckart la notizia dei cento estremisti che si celano nel Bundestag è “sconvolgente”. E la deputata dei verdi ha aggiunto che occorrerà fare una riflessione sull’opportunità che nemici dichiarati della costituzione vengano pagati con soldi dei contribuenti.
Uno degli estremisti su cui l’emittente bavarese ha acceso un faro è John Hoewer, collaboratore di Sebastian Muenzenmaier, il vicecapogruppo dell’Afd. Il 36enne è uno degli animatori della piattaforma “Ein Prozent” che raccoglie fondi per sostenere le cause legali di estremisti e supportare l’attivismo radicale. In passato ha fatto parte di confraternite brune ed è stato immortalato a un allenamento di arti marziali con neonazisti del partito Npd.
Soprattutto, Hoewer coltiva stretti legami con i neofascisti italiani di CasaPound. Nel 2017 ha fatto parte di una delegazione di “Ein Prozent” che ha partecipato a un evento a Roma di ‘Blocco studentesco’, l’organizzazione giovanile di CasaPound. E secondo il portale Sachsen-Anhalt-Rechtsaussen, il 7 gennaio del 2019 Hoewer potrebbe essere tornato a Roma per partecipare alla commemorazione neofascista di Acca Larentia, nascosto tra una selva di saluti romani.
(da agenzie)
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Marzo 15th, 2024 Riccardo Fucile
“SERVE UN POLITICO CHE HA UNA STATURA E UNA CHIARA IDENTITÀ EUROPEA. IL PROFILO DI DRAGHI CONTRIBUIREBBE A RISTABILIRE L’EQUILIBRIO TRA COMMISSIONE E CONSIGLIO. È STATO IL SUO “WHATEVER IT TAKES” A SALVARE L’EUROZONA. E I LEADER DELL’UE DOVREBBERO SFODERARE LO STESSO SPIRITO”
Il segreto peggio custodito di Bruxelles è che Ursula von der Leyen si assicurerà un altro mandato di cinque anni come presidente della Commissione europea. In effetti, con l’Unione cristiano-democratica tedesca che l’ha nominata candidata del Partito popolare europeo (PPE) di centro-destra alle prossime elezioni europee di giugno, questo risultato è quasi inevitabile.
Il PPE rimane in netto vantaggio nei sondaggi e si prevede che conquisterà circa 176 seggi, rispetto ai 138 dei socialisti. Il partito che si piazzerà al primo posto nominerà il prossimo presidente della Commissione.
Più interessante della Commissione, tuttavia, è chi sceglieranno i leader dell’UE per gestire il Consiglio europeo – e cosa ci dice esattamente sulla serietà delle capitali europee quando si tratta di affrontare le priorità del continente nei prossimi cinque anni.
Dopo aver scelto di gestire il portafoglio dell’Alto rappresentante per gli affari esteri dell’UE negli ultimi tre mandati – prima con la britannica Cathy Ashton, poi con l’italiana Federica Mogherini e attualmente con lo spagnolo Josep Borrell – i socialisti ora puntano al Consiglio per avere maggiore influenza sugli affari dell’UE.
Questo spostamento è in parte dovuto al fatto che l’influenza dell’Alto rappresentante si è gradualmente ridotta negli ultimi anni, non solo perché le capitali dell’UE custodiscono gelosamente la loro sovranità sugli affari esteri, ma anche perché la Commissione è diventata un attore geopolitico molto più importante dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. E con la von der Leyen che intende porre la difesa al centro del suo prossimo mandato, è probabile che la tendenza continui.
Quindi, dato che i socialisti probabilmente arriveranno secondi alle elezioni europee, questo darà loro il diritto di gestire il Consiglio, se lo sceglieranno. Ma il loro problema più grande è la scarsità di candidati disponibili per il ruolo.
Dato che la posizione prevede presiedere le discussioni e trovare il consenso tra i leader dell’UE, questa persona dovrebbe essere un capo di Stato in carica o un ex capo di Stato. Per i socialisti, i nomi credibili attualmente in lizza sono l’ex primo ministro portoghese António Costa, l’ex primo ministro svedese Stefan Löfven, il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez e il primo ministro danese Mette Frederiksen. Un sondaggio tra alti funzionari dell’UE ben informati, condotto a Bruxelles il mese scorso, ha indicato Costa come il favorito.
Ciò non sorprende. Costa non solo ha guidato con successo il Portogallo attraverso la crisi dell’eurozona, ma mantiene anche buoni rapporti con tutti i leader dell’UE, compreso il primo ministro ungherese Viktor Orbán. Le sue due sfide, tuttavia, sono l’indagine di corruzione in corso che lo ha costretto a dimettersi (anche se potrebbe essere scagionato entro giugno) e le elezioni nazionali che hanno portato alla vittoria di una coalizione di centro-destra in Portogallo.
Quest’ultima notizia, tuttavia, non rappresenta necessariamente un vincolo rigido. Ad esempio, l’ex presidente della Commissione José Manuel Barroso (2004-2014), di centro-destra, è stato sostenuto dal primo ministro José Socrates, di centro-sinistra.
Ma nonostante i chiari punti di forza politici e diplomatici di Costa, c’è un nome probabilmente ancora più interessante in corsa: l’ex presidente della Banca centrale europea e primo ministro italiano Mario Draghi.
Sia a Bruxelles che nelle capitali dell’UE, è ampiamente riconosciuto che l'”esperimento Michel” – riferito al mandato del presidente in carica Charles Michel – è stato un fallimento. Questo ha portato a una crescente sensazione che il Consiglio sarebbe meglio guidato da un politico alla fine della sua carriera politica – uno che ha una statura, una chiara identità europea e, secondo alti funzionari dell’UE, “non sarà guidato dai titoli dei giornali”.
Il profilo di Draghi sarebbe adatto a questo scopo e contribuirebbe a ristabilire l’equilibrio tra le due istituzioni più potenti dell’UE. Come si dice a Bruxelles: quando il rapporto funziona bene, la Commissione ha il potere, il Consiglio l’autorità.
Ma, come sempre, i leader dell’UE non vorranno essere messi in ombra da una persona con il peso di Draghi. Come ha detto un alto funzionario dell’UE che ha chiesto di rimanere anonimo: “Draghi controllerebbe l’agenda. Ma chi controllerebbe Draghi?”.
L’altro problema del politico italiano è che non è politicamente schierato e, nella tribale politica di potere che domina il processo decisionale a Bruxelles, questo è un grave handicap per le sue possibilità – soprattutto perché i socialisti vogliono chiaramente rivendicare il Consiglio per uno dei loro.
Tuttavia, quello che viene considerato il più grande svantaggio di Draghi è ciò che dovrebbe destare maggiore preoccupazione: la prospettiva sostanziale che rappresenta, in particolare il suo esplicito sostegno a un maggiore indebitamento comune dell’UE per affrontare le sfide geopolitiche che l’Europa sta affrontando.
Sebbene l’idea di un maggiore indebitamento dell’UE abbia guadagnato terreno negli ultimi mesi, probabilmente si rivelerà eccessiva per la Germania e gli altri membri settentrionali dell’UE. In effetti, il nome dell’ex primo ministro italiano Enrico Letta era in lizza per dirigere il Consiglio nel 2014, ma è stato posto il veto dall’ex cancelliere tedesco Angela Merkel proprio per questo motivo, aprendo la strada a Donald Tusk per assumere il ruolo.
Ma ciò che il probabile fallimento di Draghi nell’ottenere il posto di vertice suggerisce realmente è che l’agenda dell’UE per la competitività, la difesa e la geopolitica per il periodo 2024-2029 non avrà i denti affilati che potrebbe avere altrimenti.
Senza un piano di finanziamento più credibile – e data l’attuale opposizione al sequestro delle riserve statali russe – non c’è una risposta chiara su come il blocco intenda contribuire a pagare per l’Ucraina oltre il 2027, per l’eventuale ricostruzione del Paese o, più in generale, per rafforzare l’architettura di sicurezza e difesa dell’UE alla luce della sfida posta dalla Russia.
Per quanto riguarda la competitività, ad esempio, la recente dichiarazione di Anversa è di fatto un rimaneggiamento degli obiettivi dell’UE già esistenti – in materia di emissioni, sicurezza delle materie prime, completamento del mercato unico e promozione dell’innovazione. Questi impegni vaghi e riconfezionati non daranno la spinta alla competitività di cui le economie europee hanno disperatamente bisogno.
È stato l’approccio “whatever it takes” di Draghi a salvare l’eurozona. E i leader dell’UE dovrebbero sfoderare lo stesso spirito per affrontare le sfide esistenziali che il blocco si trova nuovamente ad affrontare.
(da Politico.Eu)
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Marzo 15th, 2024 Riccardo Fucile
IN ITALIA ADOTTARLI SEMBRA UN DELITTO DI LESA MAESTA’, QUANDO INVECE SONO A TUTELA DI TUTTI
Agenti che manganellano gli studenti, militari che colpiscono uno
straniero indifeso, forze dell’ordine che usano la forza in un modo in cui il cittadino si sente impotente, e vittima, piuttosto che tutelato. Accade in Italia, ma accade anche in altri Paesi del mondo.
Ma in tanti Paesi di Europa, e non solo, le donne e gli uomini che fanno parte delle forze di polizia hanno sulla divisa un codice identificativo, in grado di dare a quei volti un nome e un cognome. Una tutela per il cittadino, ma anche per gli stessi agenti che possono avere a che fare con colleghi che non conoscono in tanti contesti.
Su 28 Stati in Europa, 20 hanno adottato provvedimenti di questo tipo: numeri identificativi affissi sulla divisa degli agenti. I codici identificativi sono una realtà in Francia, Regno Unito, Spagna, Portogallo, Belgio, Danimarca, Grecia, Irlanda, Finlandia, Bulgaria, Croazia, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia, Romania.
In Germania l’obbligo è previsto soltanto in alcune regioni, non a livello globale (in 9 regioni su 16). Lo stesso in Ungheria e Svezia, dove peraltro non c’è una legge, ma una consuetudine, almeno in alcune occasioni di servizi particolari.
Nel dettaglio per esempio, in Belgio gli agenti portano una targhetta con nome e grado ma l’idea è quella di passare a un codice numerico per garantire l’anonimato.
In Francia gli agenti espongono il codice sia in uniforme che in borghese, ma ci sono eccezioni per alcuni servizi.
In Grecia sono state fatte polemiche sulla collocazione del codice, che si trova nella parte posteriore del casco e che secondo alcuni aggirerebbe la norma di essere identificabili.
Alcuni Paesi utilizzano semplici codici numerici, altri targhette che hanno direttamente il nome dell’agente. In questo panorama europeo in cui le forze dell’ordine sono identificate in modo certo e per legge, cinque Paesi non hanno normative in tal senso: oltre all’Italia anche Austria, Olanda, Lussemburgo e Cipro.
Ma la direzione sembra questa. Amnesty International chiede all’Italia di normare la questione e di introdurre il codice identificativo per le forze dell’ordine. La campagna è esplosa nel 2011, decimo anniversario del G8 di Genova, ricordando i fatti tragici della caserma Diaz e che allora alcuni agenti che accusati di aver picchiato i ragazzi non furono mai identificati e dunque mai puniti. E periodicamente la questione si ripropone, soprattutto quando accadono eventi particolari.
A dire un netto no ai codici identificativi per le forze dell’ordine ci sono i sindacati di polizia, che interpreta questa come una “schedatura” di agenti e militari, che porterebbe a una conoscenza aperta di nomi, abitazioni, abitudini e che porterebbe, anche, a procedimenti nei loro confronti che comprometterebbero carriera e vita. Ma anche le voci politiche del centrodestra si sono espresse contro i codici.
In questo panorama, ci sono i pareri positivi di Ue e Onu. Il Parlamento Ue aveva votato una risoluzione in cui mostrava preoccupazione per il ricorso a una forza sproporzionata da parte della polizia in eventi e manifestazioni ed esortava gli Stati membri a garantire proprio il numero identificativo per tutti gli agenti. Parimenti, nel 2016 anche l’Onu ha suggerito questi codici, con targhetta con numeri o le generalità del personale.
(da agenzie)
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