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NONOSTANTE LA RIDUZIONE DEL NUMERO DEI PARLAMENTARI LA SPESA PER GLI STIPENDI È STATA SUPERATA DA QUELLA PER PENSIONI E VITALIZI

Luglio 27th, 2024 Riccardo Fucile

I TAGLI DEI GRILLINI SONO EVAPORATI: IL PRESIDENTE DELLA CAMERA ORA POTRÀ FAVORIRE ALCUNI “EX” DEPUTATI CON VITALIZIO

Camera e Senato sono lo specchio del Paese: pochi lavoratori, molti pensionati. Anzi, si può dire che Palazzo Madama e Palazzo Montecitorio siano diventati una sorta di paradiso dei pensionati, alcuni dorati. Se avessero un istituto ad hoc per erogare vitalizi e assegni pensionistici, questo però sarebbe già fallito perché il costo delle pensioni ha superato quello per gli stipendi dei “lavoratori” in questione.
Ma Senato e Camera non hanno di questi problemi nonostante la spesa per gli stipendi dei parlamentari sia stata superata e di gran lunga da quella per pensioni e vitalizi. Nel mondo un po’ all’incontrario dei palazzi della politica accade che perfino i tagli, alla fine, si trasformino in ulteriore spese: come accaduto con la riduzione di deputati e senatori nel 2022 che ha portato a minori eletti e quindi a un boom di richieste di pensione che ha fatto schizzare la spesa pensionistica e per vitalizi. E i tagli del 2018 ai super assegni dei vitalizi ante 2012, prima della riforma e dell’inserimento del contributivo anche per gli onorevoli e i senatori?
Allora i 5 stelle trasformarono questi tagli in un simbolo della battaglia contro la “casta” che li aveva portati al 30 per cento dei consensi nel Paese. Di quei tagli però rimane poca cosa e anche la decisione presentata in questi giorni dall’organismo di garanzia della Camera, che conferma le riduzioni del 2018, in realtà apre la porta a rivederle e del tutto in maniera discrezionale. Il Senato, invece, i tagli li ha cancellati e ha restituito i soldi persi agli ex senatori.
Ma andiamo per ordine. Oggi Camera e Senato spendono più per vitalizi ante 2012 e pensioni che per indennità e emolumenti vari ai parlamentari in carica. Palazzo Madama nel bilancio di previsione 2024 stima una spesa per i 1.280 ex senatori (e loro parenti in caso di reversibilità) pari a 64 milioni di euro; per gli stipendi dei senatori la spesa è poco meno di 50 milioni. Sorpasso anche alla Camera.
Per pensioni e vitalizi dei 2.300 ex deputati (e parenti) la Camera nella previsione 2024 approvata ieri stima una spesa di 148 milioni di euro, a fronte di 89 milioni per emolumenti ai deputati in carica.
Ora, che sia diminuita la spesa per “stipendi” dei parlamentari è normale dopo il taglio di 345 tra deputati e senatori in Parlamento.
Ma quello che colpisce è che la spesa pensionistica aumenta nonostante la riforma del 2012 che ha abolito i vitalizi per chi è stato eletto in Parlamento dopo quell’anno: prevedendo il calcolo contributivo ma garantendo una pensione a 65 anni anche se si è stati in Parlamento 5 anni, e non con venti anni di contributi come un normale lavoratore.
Anche i tagli dei grillini nel 2018 sono evaporati: dovevano portare a circa 80 milioni di risparmi tra Camera e Senato. Palazzo Madama li ha eliminati. La Camera ieri li ha confermati, ma in una versione light: dei 40 milioni di risparmi stimati nel 2018, siamo arrivati ad appena 15 milioni, con una novità di non poco conto.
Dopo la scure di sei anni fa, già nel 2019 con una delibera interna si consentiva all’ufficio di presidenza di poter aumentare il vitalizio agli ex deputati in particolari condizioni: ad esempio se non avevano nessun altro trattamento previdenziale o reddito, o avevano condizioni di salute particolarmente gravi che richiedevano cure costose.
In base a questi parametri l’allora presidente Roberto Fico aveva incrementato l’assegno a una sessantina di ex deputati con vitalizio. Adesso, con la decisione della Camera da un lato si confermano i tagli, ma dall’altro si consente per casi particolari di poter intervenire: togliendo i vecchi paletti, però, e lasciando ampia discrezionalità all’ufficio di presidenza. «Un cavallo di Troia» dicono alcuni parlamentari convinti che adesso scatterà la questua nei confronti del presidente Lorenzo Fontana dei pensionati d’oro che vogliono ripristinato il vitalizio per intero.
(da La Repubblica)

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I RICCHI DIVENTANO SEMPRE PIÙ RICCHI, E SONO SEMPRE MENO TASSATI: SECONDO “OXFAM” NEL DECENNIO 2013-2022 LA RICCHEZZA AGGREGATA DEL “TOP-1%” DEL PIANETA È CRESCIUTA DI 42MILA MILIARDI DI DOLLARI

Luglio 27th, 2024 Riccardo Fucile

UN INCREMENTO PARI A 34 VOLTE QUELLO REGISTRATO DALLA METÀ PIÙ POVERA DELLA POPOLAZIONE MONDIALE… UN ESPONENTE DELL’1% PIÙ FACOLTOSO SU SCALA GLOBALE HA GUADAGNATO 400MILA DOLLARI, CONTRO I 335 (9 CENTESIMI AL GIORNO) INCAMERATI IN MEDIA DAI PIÙ POVERI

I (pochi) super-ricchi del pianeta sono sempre più ricchi, e – denuncia Oxfam – sempre meno tassati. La ricchezza aggregata del top-1% del pianeta è cresciuta, in termini reali, di ben 42.000 miliardi di dollari nel decennio 2013-2022.
Un incremento pari a 34 volte quello registrato, nello stesso periodo, dalla metà più povera della popolazione mondiale. La ricchezza media di un esponente dell’1% più facoltoso su scala globale è aumentata di quasi 400.000 dollari contro i 335 dollari (appena 9 centesimi al giorno), incamerati in media da un rappresentante appartenente al 50% più povero del pianeta.
È quanto emerge da un’analisi di Oxfam diffusa oggi, in occasione del vertice dei Ministri delle Finanze e dei Governatori delle Banche Centrali del G20, in programma a Rio de Janeiro fino a venerdì. Il summit rappresenta un importante banco di prova per verificare il grado di convergenza tra le più grandi economie del mondo sulla proposta avanzata dalla Presidenza di turno brasiliana del G20 – e supportata da Sud Africa, Francia e Spagna – per la definizione di un nuovo standard globale, volto a incrementare il prelievo fiscale a carico degli ultra ricchi.
“La richiesta di aumentare le imposte sui più ricchi è sostenuta da una parte consistente dell’opinione pubblica mondiale. – ha detto Misha Maslennikov, policy advisor su giustizia fiscale di Oxfam Italia – Preoccupati e indignati, i cittadini reclamano sistemi fiscali più equi, un’azione più incisiva contro la crescente concentrazione di ricchezza e potere al vertice della piramide sociale, risorse certe e adeguate per contrastare l’avanzamento della povertà, l’ampliamento dei divari economici e la crisi climatica in corso.
A fronte di una simile richiesta di maggiore giustizia distributiva, c’è da chiedersi se i governi del G20 mostreranno volontà politica e decideranno di cooperare su misure coordinate di tassazione degli ultra-ricchi o se invece, malauguratamente, preferiranno mantenere l’attuale iniquo status quo.”
Invertire la rotta richiede prima di tutto una presa d’atto di quanto poco, in proporzione alla propria ricchezza, gli individui più facoltosi contribuiscano oggi al finanziamento dei beni pubblici, derogando in larga parte al dovere di solidarietà sociale a cui ciascuno di noi è chiamato.
Negli ultimi 40 anni i miliardari globali hanno, in media, versato su base annua agli erari l’equivalente irrisorio dello 0,5% del valore dei propri patrimoni. Nello stesso periodo i loro patrimoni hanno registrato un rendimento nominale annuo lordo del 7,5%. Negli ultimi 4 decenni, inoltre, la quota di reddito nazionale dell’1% dei percettori di redditi più elevati nei Paesi del G20 è cresciuta del 45%, mentre l’aliquota massima dell’imposta sui redditi (nella media del G20) si è ridotta di circa un terzo. Oxfam stima inoltre che oggi, nei Paesi del G20, per ogni dollaro di entrate fiscali, meno di otto centesimi derivano da imposte sulla ricchezza.
(da agenzie)

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UN’ESTATE SENZA MEDICI; MANCANO I SOSTITUTI E CON LE FERIE MOLTI STUDI RESTANO SGUARNITI

Luglio 27th, 2024 Riccardo Fucile

IN ALCUNE ASL AMBULATORI PER LE EMERGENZE, ALLARME PER I MALATI CRONICI

Con il Covid che avanza e gli anziani con malattie croniche che in vacanza non ci vanno, gli studi dei medici di famiglia chiudono per ferie. Perché con la carenza che c’è di camici bianchi quest’anno quelli che giustamente vogliono andarsene in ferie non trovano i sostituti che portino avanti i loro studi medici. Così in qualche caso c’è chi proprio chiude i battenti, anche se per legge non si potrebbe fare, chi si arrangia, come in Piemonte, con ambulatori di emergenza solo per i casi più urgenti e chi, magari tornato dalle vacanze, si sobbarca il compito di prendersi in carico anche i pazienti del collega in ferie. Con il risultato che i suoi 1.500 pazienti raddoppiano e per farsi visitare diventa obbligatorio prenotarsi. «Sapendo che l’appuntamento arriverà bene che vada dopo 5 giorni se non settimane», spiega il vice segretario nazionale della Federazione dei medici di base (Fimmg), nonché segretario provinciale di Torino, Alessandro Dabbene. Che ci tiene a precisare che il quadro è questo più o meno in tutta Italia, «anche se al Nord va peggio perché qui di medici di famiglia ce ne sono ancora meno».
«Torino –spiega ancora– non ha grandi problemi, ma più ci allontaniamo dalle città e più troviamo un deserto, dove gli studi chiudono e le Asl, falliti gli altri tentativi, tirano su degli ambulatori di emergenza che però si occupano solo di fatti acuti come Covid o gastroenteriti oppure del rilascio delle ricette. Senza una vera presa in carico dei pazienti, con cronici e oncologici che di fatto non possono essere seguiti».
«A Roma come altrove mancano i sostituti, ovvero i nostri specializzandi che pagati da noi ci davano il cambio durante il periodo di ferie, ma che ora o hanno aperto un loro studio o lavorano con la Asl, perché con la carenza che c’è di medici è facile trovare lavoro», spiega Pierluigi Bartoletti, anche lui vice segretario nazionale Fimmg, con uno studio nel quartiere casilino della Capitale.
La soluzione più semplice è quella di farsi sostituire da un collega, che di assistiti solitamente ne ha però 1. 500 che a quel punto diventano 3. 000. Cosa significhi questo per i pazienti ce lo calcola il centro studi della Federazione. Considerando che a ogni paziente, proprio ad andare di corsa, bisognerebbe dedicare almeno sei minuti, immaginando di doverne visitare un decimo vuol dire che per vederli tutti ci vogliono almeno 30 ore. E poiché l’orario medio settimanale di apertura di uno studio è di 15 ore (visite a domicilio escluse), vuol dire che per ottenere un appuntamento d’estate si rischia di dover attendere due settimane.
La situazione è così al limite che, come ammettono quelli della Fimmg, c’è chi arriva ad anticipare di un paio di mesi il pensionamento pur di non dover rinunciare a mare o monti. «L’altro giorno ho fatto un tampone e ho scoperto di essere positiva al Covid – racconta Simona L. , impiegata cinquantenne– ebbene quando ho chiamato il mio medico per avvisarlo e avere la terapia ho scoperto che era andato in pensione e che, quindi, non ne avevo più uno assegnato. Mi ha spiegato che non era riuscito a trovare un sostituto o altri colleghi disponibili a fare da “ponte” nel frattempo. Quindi, mi sono trovata in difficoltà e, alla fine, attraverso il portale regionale mi sono associata al primo dottore di zona che mi è capitato». E non si dica ai nostri dottori di fiducia che tanto d’estate la gente va di meno dal medico. «Gli studi e le farmacie – mette in chiaro Cristina Patrizi, segretaria dell’Ordine dei medici di Roma– sono stracolmi anche in estate. Senza contare che stiamo assistendo a una recrudescenza di forme influenzali e virali, anche di Covid. Per i medici di famiglia è un aggravio enorme, gli studi sono pieni di assistiti in fila che attendono di essere visitati, sentiti e di avere le prescrizioni, altro che pazienti in vacanza».
«Arrivano nei nostri studi verso sera, sono i pazienti orfani del medico di famiglia e non sanno da chi farsi prescrivere farmaci e certificati», racconta Alberto Vaona, medico di famiglia veronese. «Sento di colleghi che trascorrono le notti a fare ricette e la situazione fino al 2025 con i pensionamenti in arrivo andrà ad aggravarsi. Tanto che la Asl di Verona sta definendo un accordo affinché le guardie mediche siano aperte anche di giorno la dove ci sono almeno 500 cittadini rimasti senza medico di riferimento». E i numeri raccolti da Istat e Agenas confermano che egli ultimi 15 anni tra medici di base, pediatri e guardie mediche si sono persi per strada 13. 788 camici bianchi schierati sul territorio. In pratica è venuto a mancare un medico su cinque. Uno spopolamento che d’estate si fa deserto.
(da lastampa.it)

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ORA GLI SCAZZI DIVAMPANO ANCHE IN FDI: RAFFAELE FITTO, CHE SOGNA DA TEMPO DI TROVARSI CASA A BRUXELLES E LASCIARSI ALLE SPALLE LE MILLE ROGNE DEL PNRR, È ANDATO SU TUTTE LE FURIE QUANDO OGGI HA LETTO SULLE PAGINE MELONISSIME DE “IL TEMPO” CHE IL SUO NOME POTREBBE SALTARE DALLA CASELLA DI COMMISSARIO EUROPEO (DI SECONDO PIANO)

Luglio 26th, 2024 Riccardo Fucile

IN POLE C’E’ LA TAPPABUCHI ELISABETTA BELLONI – MA “IO SO’ GIORGIA”, ORMAI CERTA CHE DA URSULA VON DER LEYEN OTTERRÀ AL MASSIMO UN COMMISSARIO-STRAPUNTINO (“MEDITERRANEO”), È SEMPRE PIÙ CONVINTA CHE FITTO È L’UNICO CHE PUÒ PORTARE TERMINE LA SCOMMESSA DEL PNRR. E NELLO STESSO TEMPO EVITEREBBE, CON I DUE ALLEATI SUL PIEDE DI GUERRA, UN PERICOLOSO SUPER-RIMPASTO NEL GOVERNO

I guai sono davvero come le ciliegie: una ne tira un’altra. Non bastava alla Melona di trovarsi una maggioranza di governo che fa impallidire i vortici del triangolo delle Bermude: la Rai infiamma il duello tra Lega e Fratelli d’Italia, l’Autonomia differenziata scatena Forza Italia contro la Lega, il premierato della Ducetta fa schifo sia Forza Italia che alla Lega, eccetera.
Fiato alle trombe! Ora gli scazzi divampano anche nel suo partito.
Quel fuoco di Puglia di Raffaele Fitto è andato su tutte le furie quando oggi ha letto sulle pagine meloniane de “Il Tempo” in cui il suo nome potrebbe saltare dalla casella di commissario europeo (di secondo piano). In pole c’è la tappabuchi Elisabetta Belloni, destinata il prossimo anno, per scadenza del mandato, a lasciare la poltrona di capo dei Servizi (il sostituto dell’ambasciatrice dipende molto da chi Palazzo Chigi sceglierà come vicedirettore: gira il nome di Del Deo, uscito sconfitto per la direzione dell’Aisi).
”C’è più di qualche possibilità – scrive Leonardo Ventura sulle pagine edite da Antonio Angelucci – “che delle due caselle destinate al nostro Paese ne resti soltanto una. Motivo per cui un nome fra il ministro del Pnrr Raffaele Fitto e il capo dei Servizi Elisabetta Belloni potrebbe saltare. In tale ottica il nome a essere sacrificato, come dicono i rumors di palazzo, sarebbe quello del ministro al Pnrr Raffaele Fitto. Salgono, al contrario, le quotazioni del capo dei Servizi Elisabetta Belloni”.
Parole come pallottole per Fitto che sogna da tempo di fare le valigie, trovarsi casa a Bruxelles e lasciarsi alle spalle le mille rogne delle scadenze del PNRR, una più difficile dell’altra. Ma “Io so’ Giorgia”, ormai certa che da Ursula von der Leyen otterrà al massimo il piatto di lenticchie di un commissario-strapuntino, senza importanti deleghe economiche, tipo “Mediterraneo”, è sempre più convinta che Fitto è l’unico che può portare termine la scommessa del PNRR.
E, a sostegno del buio fitto su Fitto commissario, “Il Tempo” aggiunge maligno: “Questa, d’altronde, sarebbe pure la strada per evitare un super-rimpasto nell’esecutivo di Piazza Colonna. Solitamente quando c’è una rotazione nelle caselle che contano aumentano i nemici e diminuiscono gli amici”.
(da Dagoreport)

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SE SALTA L’AUTONOMIA, PUÒ SALTARE LA MAGGIORANZA: LA RICHIESTA DI MORATORIA DI ROBERTO OCCHIUTO, SULLA RIFORMA CARA ALLA LEGA, È UNA MINA SOTTO LA POLTRONA DI GIORGIA MELONI

Luglio 26th, 2024 Riccardo Fucile

POTREBBE INNESCARSI UN EFFETTO DOMINO CHE RISCHIA DI METTERE IN DISCUSSIONE ANCHE PREMIERATO E RIFORMA DELLA GIUSTIZIA…MASSIMO FRANCO: “NELLA COALIZIONE RISPUNTA UN PROTAGONISMO DECLINATO IN TERMINI, SE NON DI OPPOSIZIONE, DI SCONTENTO ESPLICITO. CON EFFETTI NEGATIVI POTENZIALMENTE IN AUMENTO”

Lo smarcamento era in incubazione da mesi. Ma l’uscita del presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto, di Forza Italia, inserisce un elemento di rottura sull’autonomia regionale differenziata voluta dalla Lega.
A colpire non è solo la sua richiesta di una moratoria, di fatto un rinvio delle intese tra governo e Regioni. Occhiuto avverte che in caso di referendum, in Calabria e nel Mezzogiorno i «no» alla riforma oscillerebbero tra l’ottanta e il novanta per cento.
Non è la prima volta che dai berlusconiani, come anche da FdI, arrivano inviti alla prudenza. Ma questa volta la presa di distanze è netta. E fa capire che di rimbalzo potrebbe risultare non facile fare avanzare le tre riforme dei tre partiti della coalizione in modo indolore.
È noto che per Matteo Salvini l’approvazione dell’autonomia regionale è una sorta di polizza assicurativa contro i malumori delle sue regioni del Nord a guida leghista: malumori accentuati dalla scelta del generale Roberto Vannacci alle Europee e dal progetto per il ponte sullo Stretto di Messina.
Se monta l’ostilità del resto della maggioranza verso quella riforma, potrebbe verificarsi un effetto domino. Sarebbero messi in discussione anche il premierato della premier Giorgia Meloni, e la riforma della giustizia voluta da FI. Non che questo implichi rischi di una crisi, sebbene la Lega evochi possibili «agenti esterni» alludendo a magistratura e Ue.
È verosimile, tuttavia, che inserisca ulteriori tensioni tra forze che hanno presentato con enfasi modelli di sistema contraddittori tra loro. Le parole di Occhiuto spezzano l’apparente armonia riformatrice. Spiegare di non essere contro l’Autonomia ma criticare un’approvazione «frettolosa» significa dare spazio alle polemiche delle opposizioni sulle forzature del governo.
E sostenere che sarebbe rifiutata da un Mezzogiorno già impoverito rivela timori diffusi tra FdI e FI. Costringe i gruppi dirigenti nazionali a fare i conti con una situazione di malessere sociale diffuso. C’è anche da chiedersi come mai proprio adesso riemergano resistenze tenute sotto controllo a lungo.
L’impressione è che siano la spia di un indebolimento dell’immagine dell’esecutivo. Siccità nel Sud, crolli a Scampia, critiche di Licia Ronzulli di FI sulle misure del governo per ridurre le liste di attesa nella sanità, e anche divisioni nell’Ue, sono una miscela corrosiva. Nella coalizione rispunta tra alleati un protagonismo declinato in termini, se non di opposizione, di scontento esplicito. Con effetti negativi potenzialmente in aumento.
(da Il Corriere della Sera)

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“AL SUD LA STRAGRANDE MAGGIORANZA DEI CITTADINI VOTERÀ CONTRO L’AUTONOMIA”: ROBERTO OCCHIUTO, GOVERNATORE DELLA CALABRIA (FORZA ITALIA), SUONA LA SVEGLIA A SALVINI E MELONI

Luglio 26th, 2024 Riccardo Fucile

“L’AUTONOMIA NON È AVVERTITA COME UNA PRIORITÀ E SUI DIRITTI CIVILI DOBBIAMO ASCOLTARE MARINA BERLUSCONI”

“Sui diritti civili? Dobbiamo ascoltare Marina Berlusconi. Sulle carceri? Come la giustizia sono una nostra battaglia storica. Su taxi e Ncc? Dobbiamo scardinare le corporazioni. L’autonomia differenziata della Lega? Serve una moratoria in attesa della definizione dei Lep”, dice Roberto Occhiuto, presidente della Regione Calabria e vicesegretario di Forza Italia.
Fa capire che il partito di Antonio Tajani, forte anche del 10 per cento alle europee, del sorpasso sulla Lega, ha intenzione di far sentire la sua voce al governo. Una voce liberale.
Marina e Pier Silvio hanno commissariato Tajani?
“Sono ricostruzioni lunari. Dopo la morte di Berlusconi tutti dicevano che saremmo scomparsi e invece grazie ad Antonio siamo gli unici in crescita, poi è chiaro che se i figli di Berlusconi volessero scendere in campo al fianco di Tajani sarebbe una grande opportunità per tutto il partito, e anche per lui”.
In campo ancora non sono scesi, ma suggeriscono.
“Senz’altro, e fanno bene. Sui diritti civili ad esempio dobbiamo essere più smart”.
Occhiuto intanto continua la sua battaglia sull’autonomia differenziata. Oggi Roberto Calderoli farà un’informativa in Cdm, ma Occhiuto chiede già una moratoria. Cosa significa?
“Significa fermare le intese con le regioni prima della definizione dei Lep su tutte le materie. Perché nel programma di governo autonomia differenziata e definizione e finanziamento dei Lep per garantire in tutta Italia i diritti civili e sociali andavano insieme. Ma mentre l’autonomia differenziata è arrivata al traguardo sul finanziamento dei Lep siamo a caro amico”.
Calderoli le direbbe che però così per attuare l’autonomia ci vorranno dieci anni
“A maggior ragione non c’è alcuna urgenza, io capisco che è difficile definire i Lep e ancor di più difficile sarà trovare le risorse, ma questa non è una ragione per dire che l’autonomia differenziata si deve fare comunque. Personalmente ho accettato la discussione nell’ottica di attuare il Titolo V nella sua interezza: quindi autonomia differenziata per le regioni che lo desiderano, ma soprattutto obbligo di garantire a tutti i livelli essenziali di prestazione”.
La preoccupa il referendum?
“Sì, sono convinto che al sud la stragrande maggioranza dei cittadini voterà contro l’autonomia e questo risultato non sarà nemmeno ribaltato dal nord: l’autonomia non è più avvertita come una priorità dai cittadini, resta un retaggio di antiche battaglie dei gruppi dirigenti del nord”.
(da Il Foglio)

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BUIO FITTO IN EUROPA: URSULA VON DER LEYEN HA CHIESTO AGLI STATI MEMBRI I NOMINATIVI DI UN UOMO E UNA DONNA DA CUI SCEGLIERE I FUTURI COMMISSARI

Luglio 26th, 2024 Riccardo Fucile

L’ITALIA NON HA RICEVUTO GARANZIE SUL PORTAFOGLIO CHE LE SARÀ ASSEGNATO: RAFFAELE FITTO STAREBBE PENSANDO DI RINUNCIARE, QUALORA NON RICEVESSE DELEGHE DI SERIE A. A QUEL PUNTO, LA SORA GIORGIA HA PRONTO IL PIANO B, CIOE’ BELLONI

Ursula von der Leyen ha preso carta e penna e ha scritto a tutti gli Stati Membri, invitandoli ad accelerare il processo di selezione dei commissari. La presidente della Commissione chiede a tutti i Paesi due nominativi: un uomo e una donna.
Giorgia Meloni ha da tempo chiarito che intende proporre Raffaele Fitto, ma l’ex governatore della Puglia ha davanti a sé più di un ostacolo sulla strada per Bruxelles.
Innanzitutto, non è detto che il ministro originario di Maglie riesca a superare il tosto esame del Parlamento europeo: la sua conoscenza dell’inglese è maccheronica, e aleggia il precedente di Rocco Buttiglione (giubilato a Strasburgo nel 2004).
Inoltre, Ursula non ha dato garanzie a Giorgia Meloni sul portafoglio da assegnare: dopo il voto contrario della Ducetta alla sua rielezione, la von der Leyen non ha intenzione di fare favori alla Regina della Garbatella.
E così, Fitto, che in Italia ha il delicatissimo incarico di tenere i cordoni del Pnrr, starebbe pensando di rinunciare qualora gli euro-poteri rifilassero all’Italia un portafoglio di serie B (varie ed eventuali). A quel punto, meglio starsene seduto sulla montagna di miliardi del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Se Fitto dovesse rinunciare, la Melona ha il piano B, come Belloni.
La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha mandato questa mattina (ieri, ndR) una lettera ai 27 Paesi membri chiedendo loro indicare “i nomi dei candidati al posto di commissario”. Lo fa sapere il suo portavoce, precisando che la scadenza per la risposta dei governi è fissata al 30 agosto.
(da Dagoreport)

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IL PAESE DEL SEMPRE DOPO

Luglio 26th, 2024 Riccardo Fucile

IL SISTEMA E’ MARCIO ALLA RADICE, FA FINTA DI INDIGNARSI MA NON VEDE L’ORA DI TORNARE ALLA “NORMALITA'”

L’Italia del “dopo”, l’Italia delle lacrime di coccodrillo, l’Italia che si commuove solo davanti a un cadavere. Eccola qui, fotografata impietosamente dai blitz di carabinieri, Ispettorato del Lavoro e Inps nelle campagne da Nord a Sud. Un mese dopo la morte di Satnam Singh, bracciante indiano lasciato agonizzante nei campi dell’agro pontino, arriva la pantomima della legalità. Come sempre, troppo tardi e troppo poco.
I numeri parlano chiaro: su 109 aziende controllate, 62 irregolari. Su 505 lavoratori, 236 fuorilegge. Tre minorenni sfruttati, 136 extracomunitari usati come carne da macello. E 64 “fantasmi”, completamente in nero. Ma la vera perla è la corsa alla regolarizzazione a Latina: 143 lavoratori assunti all’improvviso, guarda caso proprio dopo la morte di Singh. Come dire: “Tranquilli, abbiamo capito la lezione”. Peccato che la lezione duri quanto un lampo estivo.
Perché l’Italia è il Paese dei fuochi di paglia, delle indignazioni momentanee, delle soluzioni posticce. Un Paese che si sveglia solo quando il sangue macchia i campi, per poi tornare a dormire beato nel suo letto di illegalità e sfruttamento. E così, mentre a Mantova e Caserta oltre il 70% delle aziende sono irregolari, mentre a Foggia si sospendono 5 aziende su 16, il ministro parla solo di “mele marce”. Ma la verità è che il sistema è marcio alla radice. Un sistema che fa finta di indignarsi, di correre ai ripari ma che in realtà non vede l’ora di tornare alla “normalità” dello sfruttamento. Se ci scapperà il morto ancora si ripartirà da capo.
(da lanotiziagiornale.it)

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UN “COMMISSARIO” PER OGNI “EMERGENZA”, DALLE CARCERI ALLA SICCITA’: MELONI NE HA NOMINATI 60 SENZA RISOLVERE NULLA

Luglio 26th, 2024 Riccardo Fucile

COME LE BRIOCHE DI MARIA ANTONIETTA

Come le proverbiali brioche di Maria Antonietta, i commissari straordinari del governo. Per ogni emergenza o problema di difficile gestione, arriva puntuale l’annuncio.
Non c’è acqua? Ecco un commissario. Dobbiamo dare un segnale ai nostri elettori sugli sbarchi dei migranti? Diamogli un commissario. I Campi flegrei tremano? Subito un commissario. E le alluvioni, i terremoti? Per forza, un commissario. La situazione nelle carceri è “indecorosa” (Sergio Mattarella), il caldo, le blatte e la mancanza di spazio seviziano i detenuti, i suicidi di reclusi e agenti sono uno stillicidio quasi quotidiano? Diamogli un commissario.
Ma un commissario per fare che? Costruire carceri nuove – questo il mandato – riqualificare gli edifici in disuso. Ma una soluzione non serve subito? Quanto ci vorrà? La soluzione, annunciata da un gongolante ministro Carlo Nordio, è il commissario stesso, risposta tempestiva a un problema urgente. E fa niente se la tempestività è un’illusione, la soluzione è una figurina, la risposta in realtà è un paravento per coprire la negazione di vere, possibili, risposte.
Il governo Meloni e i sessanta commissari
A questo punto è doveroso aprire una parentesi. Per spiegare che no, i commissari straordinari non sono un’invenzione di Giorgia Meloni e soci. La figura, destinata a “realizzare specifici obiettivi”, fu creata da una legge del 1988 e replicata decine di volte nei più diversi ambiti, anche grazie a specifiche norme di settore. Risale ad esempio al 2007 la creazione di un Commissario straordinario del governo per le persone scomparse, carica rinnovata nel 2023 dalla premier con la nomina di Maria Luisa Pellizzari. E, per avere un termine di paragone, si può ricordare che nel novembre 2020 il governo Conte 2 vantava ben trentadue commissari, tra cui spiccava Domenico Arcuri, per la gestione dell’emergenza Covid, operativo fino a che l’anno dopo il governo Draghi non lo sostituì con Francesco Paolo Figliuolo, il generalissimo che poi Meloni avrebbe nominato commissario per la ricostruzione dopo l’alluvione in Emilia Romagna.
Fatta la premessa, torniamo all’oggi. Se con Conte i commissari erano trentadue, Meloni raddoppia. Il sito di Palazzo Chigi certifica cinquantotto plenipotenziari di nomina governativa (inclusi quelli per le emergenze locali, che spesso sono gli stessi presidenti di Regione). Alcuni pagati, altri no. Alcuni con possibilità di agire con poteri in deroga dalle norme ordinarie, altri no.
A loro vanno aggiunti, solo nell’ultimo mese (sul sito ufficiale ancora non figurano), altri due commissari straordinari: l’ingegnere Fulvio Maria Soccodato dovrà occuparsi dell’attuazione degli interventi pubblici nell’area dei Campi Flegrei e un altro dirigente (dopo il via libera definitivo alla norma si conoscerà il nome) dovrà gestire l’edilizia carceraria. In totale: sessanta.
Sessanta commissari nominati dal governo Meloni (anche se l’elenco di Palazzo Chigi, aggiornato a luglio, presenta qualche anomalia). E fa niente se a lungo si è discusso dell’opportunità di nominarne uno per l’immigrazione (Valerio Valenti è andato in pensione a dicembre, ora c’è Laura Lega a capo del dipartimento immigrazione del Viminale). E pazienza se intanto gli otto commissari nelle diverse Regioni per le Zes, le Zone economiche speciali, sono stati ‘cancellati’ dalla scelta di creare una Zes unica (ma – mistero – figurano come ancora in carica sul sito del governo) e intanto il meccanismo della Zes si è pure inceppato sul tax credit. E chissà che sta facendo il commissario “per l’adozione di interventi urgenti connessi al fenomeno della scarsità idrica” Nicola Dell’Acqua (sì, si chiama così), mentre noi leggiamo dei disastrosi effetti nel Sud Italia della siccità.
Nordio: “Un piano a medio termine, se non a lungo termine”
Ma torniamo alle carceri. Nell’anno dei record, mentre i penitenziari esplodono e i suicidi aumentano, Meloni e Nordio, ma anche Matteo Salvini, non vogliono sentir parlare della possibilità di dare sollievo ai penitenziari con misure d’urgenza, come quella proposta da Roberto Giachetti, di aumentare i giorni per la liberazione anticipata. Forza Italia ha provato a insistere, a mediare, ma poi ha ceduto: il decreto svuota carceri del ministro Nordio, provvedimento pensato per smentire l’inerzia del governo e ora in via di approvazione in Parlamento, resta poco più di un palliativo, una misura pressoché inutile nell’immediato. Ma serviva un segnale di attivismo, di fronte alle richieste insistenti, agli allarmi angoscianti. Ecco allora in Senato spuntare un emendamento del governo per istituire un commissario. E dare concretezza alla solita risposta della destra: più carceri, non meno detenuti. Ma è davvero una risposta concreta, tempestiva?
La risposta è nelle parole di Nordio (17 luglio, Camera dei deputati): “Il commissario avrà il compito di attuare in tempi brevissimi il piano nazionale di interventi per l’aumento di posti detentivi e per nuovi alloggi destinati al personale della polizia penitenziaria. Questo programma edilizio sarà imponente e realizzato speditamente. È un piano a medio termine se non a lungo termine”.
Tempi medi, se non lunghi. Mentre le carceri scoppiano. Abbiate pazienza, risponde il ministro e ci saranno nuovi spazi. Quando, non è dato sapere. Ma il commissario arriva subito, per carità.
(da Repubblica.it)

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