Luglio 9th, 2025 Riccardo Fucile
LA RELATRICE SPECIALE DELLE NAZIONI UNITE E’ NEL MIRINO DEL GOVERNO DI NETANYAHU PERCHE’ DENUNCIA I CRIMINI ISRAELIANI A GAZA
Francesca Albanese è una giurista e docente italiana. Dal 2022 è relatrice speciale delle
Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati. Se si cerca il suo nome su Google però non compare la pagina Wikipedia, come fino a poco tempo fa. Il primo risultato sul motore di ricerca è infatti una pagina sponsorizzata da govextra.gov.il, un sottodominio del governo israeliano. Nel testo si legge: “Durante il suo mandato, Albanese ha ripetutamente violato i principi di imparzialità, universalità e integrità professionale, fondamentali per il suo mandato alle Nazioni Unite.” Il documento elenca poi una serie di presunte
violazioni degli standard etici delle Nazioni Unite, accusando la giurista di aver avuto ripetuti contatti con gruppi terroristici, tra questi anche Hamas.
La pagina sponsorizzata infatti fa parte di una campagna controversa del governo israeliano. Da mesi la Israeli Government Advertising Agency – agenzia che opera come gruppo di comunicazione per il governo di Benjamin Netanyahu – sta cercando di manipolare la narrazione con strumenti propri della comunicazione commerciale. Su Fanpage.it stiamo
ricostruendo la campagna pubblicitaria di Israele in Italia attraverso l’analisi delle sponsorizzazioni su Google. Nelle ultime settimane si è intensificata, e il caso Albanese è solo l’ultimo tassello.
Abbiamo ricostruito la campagna pubblicitaria contro Albanese attraverso l’analisi delle sponsorizzazioni su Google Ads. Consultando il portale Ads Transparency di Google, risulta che il dominio govextra.gov.il ha sponsorizzato la pagina contro Albanese per la prima volta il cinque luglio, poi l’ha aggiornata
l’otto. Secondo i dati forniti da Google compare sotto la categoria: Famiglia e comunità.
Il meccanismo è semplice, basta pagare per spingere una pagina in cima ai risultati di ricerca su Google. Funziona con un sistema a pagamento per clic (pay-per-click), dove gli utenti scelgono specifiche parole chiave legate ai loro prodotti o servizi e creano annunci testuali mirati. Ogni volta che un utente cerca una delle parole chiave, l’annuncio può comparire tra i primi risultati, segnalato dalla dicitura “Sponsorizzato”.
Così Israele ha finanziato una campagna pubblicitaria su Google contro Francesca Albanese. Non è un bersaglio scelto casualmente, la relatrice speciale delle Nazioni Unite ha infatti denunciato il ruolo delle principali aziende tecnologiche statunitensi nel supportare le operazioni militari israeliane. La denuncia è contenuta in un rapporto presentato il 30 giugno al Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU. Nel documento si legge:
”Questo rapporto indaga i meccanismi aziendali che sostengono il progetto coloniale israeliano di sfollamento e sostituzione dei
palestinesi nei territori occupati. Mentre i leader politici e governi si sottraggono ai propri obblighi, troppe entità aziendali hanno tratto profitto dall’economia israeliana di occupazione illegale, apartheid e ora genocidio. La complicità denunciata da questo rapporto è solo la punta dell’iceberg; porvi fine non sarà possibile senza chiamare a rispondere il settore privato, compresi i suoi dirigenti. Il diritto internazionale riconosce diversi gradi di responsabilità, ognuno dei quali richiede esame e accertamento delle responsabilità, in particolare in questo
caso, in cui sono in gioco l’autodeterminazione e l’esistenza stessa di un popolo. Questo è un passo necessario per porre fine al genocidio e smantellare il sistema globale che lo ha permesso”.
Il precedente UNRWA: come Israele manipola Google
Non è la prima volta. Il governo di Israele aveva adottato la stessa tattica per screditare l’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite che fornisce assistenza ai rifugiati palestinesi. A maggio 2024 ha finanziato una campagna pubblicitaria contro l’agenzia.
Ancora adesso, a distanza di oltre un anno, il primo risultato che compare cercando UNRWA su Google è la pagina sponsorizzata che recita: “Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno scoperto numerose prove che hanno rivelato la profondità e la portata dell’infiltrazione di Hamas nell’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione (UNRWA) a Gaza e il sistematico e a lungo termine tentativo di Hamas di sfruttare l’infrastruttura, la forza lavoro e la presenza operativa dell’agenzia per scopi terroristici.”
L’UNRWA, in realtà è un’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di fornire assistenza umanitaria, istruzione, cure sanitarie, supporto allo sviluppo e aiuti d’emergenza a oltre cinque milioni di rifugiati palestinesi. “Sospetto che Israele stia pagando una cifra considerevole per far sì che questi annunci vengano visualizzati regolarmente”, aveva spiegato a Wired US Christo Wilson, informatico della Northeastern University. La Israeli Government Advertising Agency ha anche sponsorizzato video nei quali accusa l‘UNRWA di essere “inseparabile da
Hamas”.
La Israeli Government Advertising Agency non avrebbe solo manipolato i risultati di ricerca, ma anche sponsorizzato video creati con l’intelligenza artificiale per manipolare la narrazione sulla guerra a Gaza. Su social e piattaforme come Instagram, Facebook, TikTok e YouTube, sono infatti comparsi telegiornali falsi che annunciano attacchi di Hamas che non sono mai avvenuti, ma anche video che sponsorizzano “una delle più importanti operazioni di assistenza umanitaria al mondo da parte
di Israele”. Le immagini mostrano bambini palestinesi che abbracciano scatoloni di cibo e la distribuzione di “milioni di pasti” al giorno nella striscia di Gaza grazie all’arrivo di “migliaia di camion”. Queste clip sono comparse anche nelle inserzioni pubblicitarie di video di influencer e content creator italiani. È il caso di Adrian Rednic, in arte Caleel.
Il Digital Services Act impone la rimozione rapida di contenuti di propaganda terroristica o fake news, con multe fino al 6% del fatturato annuo globale per chi non si adegua. Eppure, la
campagna israeliana resiste. Continuano a girare i video creati con l’IA sugli aiuti umanitari a Gaza, la campagna diffamatoria contro UNRWA, e ora in testa ai risultati di ricerca di Google c’è una pagina sponsorizzata con accuse gravissime contro Francesca Albanese.
(da Fanpage)
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Luglio 9th, 2025 Riccardo Fucile
ALL’INTERNO DELL’ISTITUTO STUPRI E TORTURE NEL SILENZIO DELLE ISTITUZIONI… IL GRANDE ASSENTE E’ IL GOVERNO
Una brandina inquadrata con cura, un sottofondo musicale (con tanto di risatine) scelto con attenzione, i commenti degli utenti che si moltiplicano. Non è la scena di un reality né il backstage di un documentario: è un video pubblicato su TikTok da un detenuto in regime di Alta Sicurezza nel carcere “Le Dogaie” di Prato. Un’immagine potente, assurda e simbolica, che racconta più di mille parole lo stato di degrado e illegalità in cui versa l’istituto penitenziario. Non un caso isolato, ma l’ennesimo
tassello di un’inchiesta che da settimane fa emergere un sistema completamente fuori controllo.
La Procura di Prato parla senza mezzi termini di una “realtà criminale pervasiva”. Gli investigatori, dopo l’ennesima perquisizione durata sette ore nel carcere, hanno sequestrato nuovi oggetti proibiti: una lama affilata, tre cacciaviti, caricabatterie USB-C per telefoni Android, cuffie bluetooth e persino scarpe modificate con doppi fondi adatti a nascondere droga. In una cella del reparto di Media Sicurezza è stato persino scoperto un cellulare nascosto nello sportello del frigorifero, in una nicchia ricavata rimuovendo il materiale isolante.
Il nodo centrale è l’uso sistematico e quasi impunito di telefoni e sim card, che consentono ai detenuti non solo di comunicare con l’esterno, ma anche di pubblicare contenuti sui social. In un anno sono stati sequestrati 41 cellulari, tre schede e un router. Ma altri dispositivi continuano a spuntare anche dopo la maxi-ispezione del 28 giugno. Il sospetto della Procura è pesante: complicità interne tra agenti penitenziari e detenuti, libertà di movimento fuori controllo, e un sistema criminale che usa anche strutture esterne come una vicina casa di accoglienza per lo stoccaggio e lo scambio di droga e ordini.
Gli episodi di violenza, intanto, si moltiplicano. Due rivolte nelle ultime settimane – il 4 giugno e il 5 luglio – hanno messo in ginocchio la struttura: detenuti con spranghe in mano, minacce urlate (“stasera facciamo la guerra, si muore solo una volta”), materiali incendiati, cancelli sfondate. Solo l’intervento dell’antisommossa ha riportato la calma. I magistrati hanno aperto un fascicolo per rivolta, resistenza, lesioni e danneggiamenti.
A peggiorare il quadro, due episodi di violenza sessuale tra detenuti, definiti dalla Procura “agghiaccianti”. In uno, unbrasiliano avrebbe stuprato il compagno di cella pachistano minacciandolo con un rasoio. Nell’altro, due reclusi avrebbero torturato per giorni un tossicodipendente omosessuale con pentole bollenti e bastoni. Scene che richiamano più un lager che una casa circondariale.
Dietro tutto questo, l’assenza cronica di personale. A fronte di 576 detenuti – metà stranieri – lavorano solo 270 agenti, contro i 360 previsti. Da mesi mancano sia un direttore titolare sia un comandante. Non ci sono psicologi, educatori, medici in numero sufficiente. I racconti parlano di cimici, scabbia, scarafaggi e un’autolesionismo fuori controllo: oltre 200 episodi nel 2024, a cui si aggiungono quattro suicidi.
La situazione ha spinto il Comune di Prato a convocare un consiglio straordinario, ma le misure concrete tardano ad arrivare. A livello nazionale, il deputato PD Marco Furfaro ha presentato un’interrogazione parlamentare insieme a Debora Serracchiani, chiedendo risposte immediate: “Se un carcere diventa un luogo di violenza sistematica – ha detto Furfaro – significa che lo Stato ha fallito”.
E mentre la magistratura continua con i procedimenti penali contro detenuti e agenti collusi, i video sui social restano lì, testimonianza sfacciata di un sistema allo sbando.
(da agenzie)
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Luglio 9th, 2025 Riccardo Fucile
“THE DONALD” HA FATTO CAPIRE DI NON ESSERE RESPONSABILE DELLA DECISIONE. INCALZATO DALLE DOMANDE SU CHI AVESSE DECISO LO STOP, IL TYCOON HA RISPOSTO: “NON LO SO, PERCHÉ NON ME LO DITE?” … ANCHE L’INVIATO SPECIALE PER L’UCRAINA, KEITH KELLOGG, E IL SEGRETARIO DI STATO, MARCO RUBIO, ERANO ALL’OSCURO DELLA DECISIONE
Il segretario alla Difesa Usa, Pete Hegseth, non ha informato la Casa Bianca prima di
autorizzare la sospensione della fornitura di armi all’Ucraina la scorsa settimana. E’ quanto riporta oggi la Cnn, citando cinque fonti al corrente della vicenda.Ieri il presidente americano Donald Trump ha lasciato intendere di non essere responsabile della decisione.
A una domanda della stampa, se avesse approvato la sospensione delle forniture Trump ha esitato, affermando quindi che Washington continuerà a inviare armi a Kiev. Incalzato quindi su chi avesse autorizzato la sospensione, Trump ha risposto: “Non lo so, perché non me lo dite?”.
Anche l’inviato speciale Usa per l’Ucraina, Keith Kellogg, e il segretario di Stato, Marco Rubio, che è anche consigliere per la Sicurezza nazionale, non erano stati informati della sospensione, di cui sono venuti a conoscenza dalla stampa, secondo un alto funzionario dell’amministrazione e due delle fonti citate dalla Cnn.
Interpellato dall’emittente americana, il portavoce del Pentagono, Kingsley Wilson, ha detto che “il segretario Hegseth ha fornito al presidente un quadro di riferimento per valutare le forniture di aiuti militari e le scorte esistenti. Questo sforzo è stato coordinato a livello governativo”.
Alla domanda se Hegseth avesse informato la Casa Bianca prima di approvare la sospensione dell’invio degli aiuti militari, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha dichiarato in una nota che il Pentagono ha condotto una verifica “per garantire che tutto il supporto vada a tutte le nazioni straniere linea con gli interessi americani”, aggiungendo che Trump “ha preso la decisione di continuare a fornire armi difensive all’Ucraina per contribuire a fermare le uccisioni in questa brutale guerra, su cui il Pentagono ha affermato di essere impegnato”.
Leavitt ha poi aggiunto che “il presidente ha piena fiducia nel segretario alla Difesa”.
(da agenzie)
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Luglio 9th, 2025 Riccardo Fucile
“HANNO DISSACRATO IL PARLAMENTO PER SPARGERE ODIO” – QUALCHE TEMPO FA GUZZANTI PADRE FECE UN APPELLO AGLI AMICI PER UNA COLLETTA PERCHÉ AVEVA SOLO 14 EURO SUL CONTO IN BANCA. E ORA? “NON NAVIGO NELL’ORO”
All’epoca della delibera voluta dal M5S che tagliò i vitalizi degli ex deputati, Paolo Guzzanti fu tra quelli che più si infuriarono. Il giornalista assicura di non averlo fatto per ragioni economiche.
E allora perché, Guzzanti?
«Il principio del vitalizio come è stato concepito dai padri fondatori era sacrosanto: se sei un cittadino che svolge un lavoro — che sia l’avvocato, il medico, il giornalista — e a un certo punto si sacrifica e va in Parlamento e non fa il suo mestiere per un periodo deve essergli riconosciuto un vitalizio. Così quando i 5 Stelle approvarono la sforbiciata mi incazzai per la violenza messa in atto nei confronti del Parlamento e per il discredito gettato nei confronti di deputati e senatori. Io sono nato nella democrazia e per me il Parlamento è sacro».
Tutta colpa del M5S?
«I 5 Stelle hanno dissacrato il Parlamento per spargere odio. Non a caso dicevano che avrebbero voluto aprire l’istituzione Parlamento come una scatoletta di tonno».
Adesso il Collegio d’appello del Parlamento potrebbe decidere a vostro favore.
«Sono uno degli oltre mille parlamentari che ha firmato il ricorso perché si tratta di una palese ingiustizia».
A quanto ammonta il suo vitalizio?
«Attorno a tremila euro ma le posso dire che è fra quelli diminuiti meno dopo la famosa delibera: sono entrato già con il contributivo».
È fiero di riceverlo?
«E perché non dovrei? Lo ritengo giusto per tutti coloro che hanno lavorato per il Parlamento della Repubblica. Ho dato il sangue come presidente della Commissione Mitrokhin. E le faccio una rivelazione: tornassi indietro non so se farei più il parlamentare. Ne vale davvero la pena?».
Qualche tempo fa lei fece un appello agli amici per una colletta perché aveva solo 14 euro nel conto corrente. Adesso va meglio?
«C’è chi ebbe dei dubbi ma sfido chiunque abbia avuto un divorzio o problemi con il Fisco. Posso dirle di aver risolto momentaneamente ma non navigo nell’oro».
(da corriere.it)
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Luglio 9th, 2025 Riccardo Fucile
GIORGIA MELONI È PREOCCUPATISSIMA, SA BENE CHE NON SI È TRATTATO SOLO DI “UN’INCOMPRENSIONE DIPLOMATICA”: IL TIMORE È UN’ONDATA DI SBARCHI IN UNA STAGIONE IN CUI LE PARTENZE DALLE COSTE LIBICHE SONO GIÀ NUMEROSE …SULLO SFONDO, IL CASO DEL RIMPATRIO DI ALMASRI, NEMICO DICHIARATO DI HAFTAR, A CURA DEI SERVIZI ITALIANI
Respinti con l’ordine «di lasciare immediatamente il territorio libico» e dichiarati
«persone non gradite». Probabilmente, tutto avrebbero potuto immaginare il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il collega maltese, Byron Camilleri, quello greco Thanos Plevris e il commissario europeo Mark Brunner, meno che di essere messi letteralmente alla porta dal generale Khalifa Haftar.
Appena arrivati all’aeroporto di Benina, a Bengasi, sono stati formalmente espulsi.
In programma, c’era un incontro con le massime autorità della Libia di Khalifa Haftar, vero leader politico e militare della Cirenaica. La comunità internazionale non ne riconosce formalmente il governo, affidato a Osama Hamad, ma con il generale da tempo Italia e Unione Europea hanno avviato interlocuzioni e stretto rapporti, come con i figli.
Con Belgassem, piazzato a capo del Fondo per la ricostruzione o sviluppo della Libia, Piantedosi e gli altri avrebbero dovuto discutere di non meglio precisati “investimenti futuri”, ma il team europeo aveva soprattutto una richiesta da mettere sul piatto: sforzi ulteriori nel bloccare le partenze.
Gli arrivi sono in aumento, tanto in Italia, come in Grecia, dove solo nel weekend sono state salvate più di mille persone. Medesima richiesta è stata presentata poche ore prima a Tripoli.
Ma se con il governo Dbeibeh tutto è filato liscio, con l’esecutivo di Osama Hamad, premier della Cirenaica, non c’è
stato neanche modo di discutere.
All’arrivo in aeroporto, la delegazione europea è stata bloccata, respinta e invitata a andare via. A darne notizia è stato lo stesso governo Hamad, con una durissima nota ufficiale. «La visita è stata annullata», si spiega, e la delegazione «è stata informata della necessità di lasciare immediatamente il Paese perché tutti i suoi componenti sono considerati indesiderabili».
Piantedosi, gli altri ministri e il commissario vengono formalmente accusati di aver violato «norme e convenzioni internazionali», ma anche le «procedure che regolano ingresso, circolazione e residenza dei diplomatici stranieri», gli si contestano «azioni che rappresentano una mancanza di rispetto», vengono invitati a relazionarsi «in conformità con il principio di reciprocità»
Bengasi parla da governo legittimo, come tale vuole essere riconosciuto e ha intenzione di farlo sapere, per questo la nota è stata diffusa anche sui social.
Brunner getta acqua sul fuoco, ribadendo la necessità di coinvolgere «tutte le parti libiche» nei programmi europei. Roma risponde con imbarazzo e silenzio.
l ministro degli Esteri Tajani si limita a dire «ne parlerò con Piantedosi», Chigi fa filtrare solo un’indiscrezione che derubrica tutto a «incomprensione protocollare non gestita dalla rappresentanza italiana».Le opposizioni insorgono, parlano di Caporetto, capolavoro di approssimazione, chiedono al governo spiegazioni in aula. «Un appassionato di respingimenti che viene respinto. Non so se si autoconfinerà in Albania a questo punto», sferza la segretaria del Pd Elly Schlein. «Non ci meritiamo figuracce del genere» dice Matteo Renzi di Iv.
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Luglio 9th, 2025 Riccardo Fucile
IL CUOCO A “LA ZANZARA”: ” I COMUNISTI CHIEDONO QUANTE ORE SI LAVORA, LA DOMENICA VOGLIONO ESSERE PAGATI IL DOPPIO MENTRE QUELLI DI DESTRA, AL CONTRARIO, SONO PIÙ DECISI E ARRIVANO ALL’OBIETTIVO” (CIOÈ SI FANNO SFRUTTARE?)
“Ho tatuato Mussolini e la svastica, per me è un gesto di
ribellione” – “Non ti vergogni della svastica? Sotto la divisa non si vede, quando sarà illegale la falce e il martello allora toglierò la svastica” – “Lavoro con diverse etnie come musulmani, rumeni e napoletani” – “Non voglio comunisti e struscia ciabatte (fancazzisti) nella mia brigata e non lo rinnego” – “I comunisti li riconosco subito dai pantaloni bassi, barba incolta, unghie lunghe e denti gialli” –
“Mussolini? Ha fatto tante cose buone poi si è alleato con Hitler” – senza freni a La Zanzara su Radio24 parla Paolo Cappuccio, lo chef stellato finito al centro delle polemiche per un post pubblicato sui social: “I comunisti chiedono quante ore si lavora, quelli di destra sono decisi e vanno dritti all’obiettivo” – “Gli atteggiamenti effeminati in cucina danno fastidio, nella mia brigata si attua un comportamento consono” –
“Problemi di orientamento sessuale? Mi hanno frainteso, non mi riferivo a gay e lesbiche ma a questioni sui minori” – Poi il paragone con Berlusconi: “Ci hanno detto che la rovina del mondo erano Mussolini, poi il Fuhrer e dopo Berlusconi, ora che non ci sono più tutti e tre viviamo meglio?”
Parla senza freni a La Zanzara su Radio24 Paolo Cappuccio, lo chef stellato finito nell’occhio del ciclone per aver pubblicato un post per cercare del personale nella sua brigata e dove, senza mezzi termini, esplicitava di non voler assumere comunisti, fancazzisti e persone con problemi di orientamento sessuale: “Ci sono persone che vorrebbero dire quello che dico io ma sono legati ad un sistema dove se parlano li fanno chiudere. Mi arrivano continue minacce di morte e dicono che devo essere messo a testa in giù come il duce”.
“Rinneghi le frasi che hai detto sui comunisti?”, chiede Cruciani. Cappuccio: “Siamo in pochi nella mia brigata e i comunisti hanno sempre bisogno di qualcosa in più che gli altri non hanno, fanno i comizi, chiedono quante ore facciamo, la
domenica vogliono essere pagati il doppio mentre quelli di destra, al contrario, sono più decisi e arrivano all’obiettivo”.
“Ma come fai a riconoscere uno di questi comunisti ad un colloquio?”, chiede ancora il conduttore. La risposta di Cappuccio: “Si vede subito da come si vestono, pantalone basso, barba incolta, unghie lunghe e denti gialli.
Poi aggiunge: “Criticano me perché ho dei tatuaggi nazisti e fascisti, ho mussolini, l’altare della patria, la svastica. Per me è un gesto di ribellione, il comunismo non ha fatto morti? La svastica è un segno forte e quando renderanno illegale la falce e il martello allora anche io toglierò la svastica. Perché il che Guevara fa figo e la svastica no?”
“Sul proprio corpo – prosegue lo chef – ognuno fa quello che vuole. Ci hanno detto che la rovina del mondo erano Mussolini, poi il Fuhrer e poi Berlusconi. Ora che non ci sono più tutti e tre stiamo meglio? Certamente Mussolini ha sbagliato ad allearsi con Hitler ma ha fatto anche tante cose buone”
“Ma non ti vergogni ad esserti tatuato la svastica? È una cosa grave”, replica Cruciani. La risposta dello chef: “Capisco che è un segno forte ma non ne faccio un vanto, a tanti non piace e a tanti altri si. Il Che Guevara cosa ha fatto agli omosessuali a Cuba? Era un altro coglione. Ho chiesto comunque scusa se qualcuno si è sentito offeso ma non rinnego quanto detto su comunisti e struscia ciabatte (fancazzisti), mi pento solo di aver leso la sensibilità di gay e lesbiche che non avevo comunque tirato in ballo”.
“E la frase che hai scritto legata ai problemi di orientamento sessuale?”, chiede Cruciani. Cappuccio: “Sono stato frainteso, mi riferivo a un orientamento sessuale legato ai minori e non legato a uomo/uomo o donna/donna, sempre purché abbiano un comportamento consono. Non mi da fastidio un omosessuale in cucina, uno con il proprio culo fa quello che vuole
Atteggiamenti effeminati in cucina? È una cosa che può dare fastidio perché noi lavoriamo con diverse etnie come musulmani, cinesi, rumeni, napoletani, quindi andare d’accordo è difficile. Se uno è troppo effeminato guasta l’ordine della brigata. Fuori per me può fare quello che vuole ma nella mia brigata non è il contesto giusto”.
“Come giudichi i gay pride?”, chiede in ultimo il conduttore. La risposta di Cappuccio: “Io sono etero e non vado a sbandierare che mi piace la figa. Tu fai la festa per la figa? Non credo. Se essere gay è normale allora perchè c’è bisogno di una festa? È una carnevalata”, ha chiosato lo chef.
(da agenzie)
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Luglio 9th, 2025 Riccardo Fucile
TRA IL 2019 E IL 2020 UN CONSORZIO CON SEDE A TREVISO SI È AGGIUDICATO LE COMMESSE PUBBLICHE, SENZA POI FORNIRE EFFETTUARE I LAVORI PER CUI AVEVA VINTO LE GARE D’APPALTO
La Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di finanza ha scoperto un meccanismo
di false documentazioni per l’aggiudicazione di appalti pubblici condotto da un consorzio già destinatario dell’interdittiva antimafia, con sede a Treviso.
Nel 2019 e nel 2020 il consorzio, formalmente in possesso di attestazioni necessarie alla partecipazione ad appalti pubblici, si sarebbe prestato ad affiancare come “impresa ausiliaria” 40 società nel territorio nazionale, aggiudicatarie di commesse per lavori del valore complessivo di circa 10 milioni di euro.
Le aziende erano riuscite a partecipare e ad aggiudicarsi le gare usando i requisiti del Consorzio che però, nella fase esecutiva dei lavori, non ha mai fornito risorse e mezzi.
Per i “servizi” resi, il consorzio ha ottenuto un compenso del 3% del valore dell’appalto. Il rappresentante legale, assieme ai
titolari delle società coinvolte, sono stati segnalati a 35 Procure della Repubblica per turbata libertà degli incanti.
Con accertamenti bancari e perquisizioni, i finanzieri di Treviso hanno accertato che i compensi derivati dal 3% versato dalle aziende (oltre 200mila euro) sono stati utilizzati a beneficio di società di diritto romeno collegate al titolare del consorzio, che è stato denunciato per autoriciclaggio.
Il fascicolo è stato infine trasmesso a 14 Procure della Corte dei Conti territorialmente competenti, segnalando in tutto 99 persone fisiche. Il danno arrecato al bilancio dello Stato ammonta a 10,3 milioni di euro, corrispondenti al valore complessivo degli appalti aggiudicati.
(da agenzie)
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Luglio 9th, 2025 Riccardo Fucile
NORDIO AVREBBE POTUTO E DOVUTO AGIRE PER EVITARE LA SCARCERAZIONE DEL TORTURATORE LIBICO… SOVRANISTI HANNO DELIBERATAMENTE LIBERATO E ACCOMPAGNATO A CASA UN CRIMINALE
Novità nel caso Almasri, il torturatore libico e capo della polizia giudiziaria libica, che l’Italia ha rimandato a casa a bordo di un volo di Stato, invece di consegnarlo alla Corte penale internazionale, perché considerato colpevole di crimini contro l’umanità.
Si sarebbe conclusa l’indagine del tribunale dei ministri della Capitale sulla mancata consegna del generale libico, che potrebbe portare a due strade: archiviazione o richiesta di rinvio a giudizio per uno o più membri del governo finiti sotto inchiesta, dalla premier Giorgia Meloni, al sottosegretario a Palazzo Chigi Alfredo Mantovano, al ministro della Giustizia Carlo Nordio e quello dell’Interno Matteo Piantedosi, per favoreggiamento, peculato, e, solo nel caso di Nordio,
omissione d’atti d’ufficio. Lo hanno anticipato oggi Il Corriere della Sera e Repubblica.
Il caso Almasri e le responsabilità del ministro Nordio
Almasri, lo ricordiamo, era stato arrestato il 19 gennaio scorso dalla Digos di Torino su mandato della Corte penale internazionale, per poi essere rilasciato e rimpatriato con un volo di Stato due giorni dopo. Il ministro dell’Interno Piantedosi aveva spiegato che Almasri era stato rilasciato per ragioni di sicurezza, “vista la pericolosità del soggetto”. Secondo la versione sostenuta fin qui dal governo, il ministro della Giustizia Carlo Nordio non sarebbe stato informato per tempo di quanto stava accadendo, e questo avrebbe comportato il provvedimento di scarcerazione della Corte d’Appello, perché, si sostiene, sarebbe mancata la trasmissione degli atti al ministero della Giustizia. Anzi, nella sua relazione del 5 febbraio scorso in Parlamento, Nordio asserì di aver ricevuto solo una “comunicazione informale di poche righe, priva di dati identificativi”, e che solo il giorno successivo, il lunedì 20 gennaio, il procuratore generale di Roma aveva trasmesso il complesso carteggio. Ma le cose non stanno così.
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Almasri, spunta la lettera mandata dalla Libia all’Italia per chiedere di liberare il generale
Le carte del tribunale dei ministri che inchiodano Nordio sul caso Almasri
Ma nelle carte, si legge sul Corriere, ci sarebbe la prova che fin dal primo pomeriggio di domenica la capa di gabinetto di Nordio, Giusi Bartolozzi, era al corrente di ciò che stava avvenendo, e diede le indicazioni ai magistrati del Dipartimento degli affari di Giustizia di parlarsi con cautela, e soprattutto di non lasciare tracce. Nel primo pomeriggio di quel giorno, ricostruisce il quotidiano, quando Almasri era stato fermato da poche ore dalla Digos di Torino, l’allora capo del Dag, Luigi Birritteri (poi dimessosi e rientrato in ruolo), scrisse a Bartolozzi una mail per indicare la mancanza dell’autorizzazione all’arresto del ricercato, attivandosi per trovare il modo di convalidare il fermo e procedere alla consegna di Almarsi. Bartolozzi rispose poco dopo di essere già informata, raccomandando prudenza: “Massimo riserbo e cautela” nel passaggio delle informazioni, e utilizzo di Signal, cioè un sistema di sicurezza che assicura maggiore riservatezza nelle comunicazioni. È impossibile dunque pensare che Nordio non fosse stato già allertato dalla sua capa di gabinetto.
Il pomeriggio della domenica il magistrato della di collegamento presso l’ambasciata italiana in Olanda aveva inviato sulla piattaforma Prisma l’atto di accusa dei giudici dell’Aia. Invece Bartolozzi aveva detto di aver aperto quella piattaforma solo il lunedì. Le carte del tribunale dei ministri però la smentiscono.
Della stessa mail parla anche La Repubblica nella quale viene sottolineato che “Il dato è cruciale perché dimostra come l’Italia abbia avuto tutto il tempo di riparare all’errore procedurale segnalato dalla Corte di appello di Roma, sulla mancata trasmissione del ministero della Giustizia. E di non averlo voluto fare per una precisa scelta politica. Di più: smentisce il ministro Nordio che aveva detto che soltanto il lunedì 20 gennaio l’ufficio era stato avvisato dell’arresto del criminale libico”.
Opposizioni chiedono dimissioni di Nordio
Pd, +Europa, Avs e M5s tornano all’attacco sul caso Almasri e chiedono le dimissioni del Guardasigilli. “Il ministro Nordio ha mentito al Parlamento sul caso Almasri. Era perfettamente a conoscenza del mandato di arresto già dalla domenica e avrebbe potuto organizzare l’intera procedura con trasparenza ed efficienza. Invece ha preferito accusarci di non aver letto o compreso le carte, quando è evidente che le ha volutamente manipolate. È inaccettabile che un ministro travisi i fatti e inganni il Parlamento: chi mente deve assumersene la responsabilità e lasciare l’incarico”, ha detto Marco Grimaldi, vicepresidente del gruppo Alleanza Verdi Sinistra alla Camera. “Dopo le porte chiuse a Piantedosi – ha aggiunto – abbiamo tutto il diritto di sapere con chi, e a quali condizioni, è stato rinnovato il memorandum con la Libia. Siamo in mano ad un Governo di incapaci. Si fanno ricattare e non sono nemmeno capaci di pretendere rispetto”.
“Apprendiamo da fonti di stampa che il ministro Nordio avrebbe detto il falso nel corso dell’informativa urgente al Parlamento sul caso Almasri. Contrariamente a quanto dichiarato pubblicamente, il ministero avrebbe avuto notizia dell’arresto non il lunedì 20 gennaio, ma ben prima, già nel pomeriggio della domenica precedente e avrebbe avuto tutto il tempo di regolarizzare l’avvenuto arresto. Un ministro che, assumendo l’incarico ha giurato sulla Costituzione e che avrebbe mentito in una informativa al Parlamento, non può rimanere nel proprio ruolo un secondo di più. E neppure il suo staff su cui emergono evidenti responsabilità. E ciò a prescindere da qualsiasi ipotesi di reato. Va detto, inoltre, che la decisione di liberare il criminale violentatore di bambini e di riaccompagnarlo in Libia addirittura con un volo di Stato, è stata una scelta politica precisa di cui si deve assumere la responsabilità la presidente del Consiglio”, attacca Debora Serracchiani, responsabile Giustizia nella segreteria nazionale del Pd.
“Almasri? Nordio sapeva e ha mentito al Parlamento. Ora si dimetta. L’indagine del tribunale dei ministri sulla mancata consegna del generale libico Almasri alla Corte penale internazionale da parte del governo italiano dimostra come l’Italia abbia avuto tutto il tempo di riparare all’errore procedurale segnalato dalla Corte di appello di Roma sulla mancata trasmissione del ministero della Giustizia. E soprattutto che il Ministro Nordio sapeva fin da subito e di essersi mosso per precise scelte politiche”, ha commentato su X il segretario e deputato di +Europa, Riccardo Magi. “Una ricostruzione che smentisce nettamente quanto detto dal guardasigilli in Parlamento. È una situazione di una gravità assoluta: Nordio ha mentito su tutta la linea e ora deve dimettersi. Il governo ha mentito agli italiani dicendo che non sapeva chi fosse quel cittadino libico. Palazzo Chigi non poteva non sapere e ha messo in pratica una colpevole corresponsabilità nel rilascio di quel macellaio, con tanto di accompagnamento a casa con aereo di Stato. Peraltro le accuse del tribunale dei ministri si aggiungono a quelle della procura della Corte penale internazionale, secondo cui Nordio ha addirittura ostacolato l’attività della Corte. Il ministro della Giustizia non ha più alibi: faccia un passo indietro prima di infangare ancora di più le nostre istituzioni”.
Anche il M5s ha chiesto un passo indietro di Nordio: “Oggi tramite i quotidiani emergono ulteriori elementi che dimostrano ancora una volta che il governo italiano ha volutamente violato il diritto internazionale e lo Statuto della Cpi per riportare in Libia con tutti gli onori di Stato il trafficante di esseri umani Almasri, accusato di violenze efferate e anche stupri di bambini. Adesso si scopre che già la domenica 19 gennaio al ministero la capa di gabinetto del ministro della Giustizia affermava di conoscere tutto il dossier e raccomandava di tenere riservate e lontano dai protocolli le comunicazioni con cui veniva gestito il caso Almasri in quelle ore. È chiaro che Meloni, Mantovano e Nordio stavano trovando il modo per sottrarsi alla richiesta della Cpi e poi riportare Almasri in Libia, in nome di indicibili accordi dai quali, peraltro, il governo non ricava nulla visto che il suo ministro dell’Interno viene incredibilmente respinto dalla Libia orientale e gli sbarchi di migranti da quel paese sono in continuo aumento. Adesso basta, il ministro Nordio non ha più alcuna credibilità e autorevolezza per rimanere al suo posto, Giorgia Meloni spieghi agli italiani perché il suo governo ha mentito per tutelare e riportare a casa con volo di Stato un criminale ricercato dalla Corte Penale Internazionale. Adesso forse si spiega anche perchè dal ministero della Giustizia sono scappati vari capi dipartimento che non volevano più lavorare in uffici dove si agiva tra omissioni e menzogne”, hanno scritto le capogruppo M5S nelle commissioni Giustizia della Camera e del Senato Valentina D’Orso e Ada Lopreiato.
(da agenzie)
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Luglio 9th, 2025 Riccardo Fucile
“IL MIO MANDATO E’ STATO SEMPRE CON SPIRITO COLLETTIVO”
Carola Rackete ha annunciato le sue dimissioni dal Parlamento europeo oggi 9 luglio. A
renderlo noto è stato il gruppo parlamentare The Left, che ha salutato la scelta con parole di riconoscenza: «Un sentito saluto all’eurodeputata di sinistra Carola Rackete, che annuncia oggi le sue dimissioni. Siamo orgogliosi del lavoro svolto insieme. La sinistra continuerà la sua lotta per l’azione per il clima e la revisione delle orribili politiche migratorie dell’Ue».
In una dichiarazione ufficiale, la stessa Rackete ha spiegato le ragioni di questa decisione.
«La mia candidatura e il mio mandato hanno sempre mirato a contribuire al rinnovamento del partito Die Linke, un processo che sta procedendo con successo. Come persona attiva nei movimenti sociali, io e il mio team abbiamo discusso fin dall’inizio di come dare forma collettivamente al mandato e questo spirito collettivo si sta ora concretizzando attraverso le mie dimissioni. Ringrazio tutti gli elettori e in particolare tutti i membri del partito che hanno riposto in me la loro fiducia», ha affermato in una dichiarazione.
Dalla Sea Watch a Bruxelles: chi è Carola Rackete
Conosciuta a livello internazionale per il suo ruolo da capitana della nave Sea Watch, Rackete è diventata simbolo dell’attivismo umanitario. Il suo nome è diventato pubblico nel 2019, quando sfidò il blocco dei porti italiani imposto dall’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini per far sbarcare migranti soccorsi nel Mediterraneo. Rackete è poi stata eletta al Parlamento europeo, dove ha fatto parte delle commissioni Envi (ambiente), Econ (economia) e Agri (agricoltura), portandoavanti le sue battaglie per la giustizia climatica e sociale.
(da agenzie)
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