Luglio 9th, 2025 Riccardo Fucile
LA MANCATA CONSEGNA DEL TORTURATORE LIBICO AL TRIBUNALE PENA INTERNAZIONALE RESTERA’ UNA INFAMIA INDELEBILE PER QUESTO GOVERNO
Il governo sapeva di Almasri in Italia e dell’arresto richiesto dalla Corte Penale
Internazionale. È la conclusione dell’indagine del tribunale dei ministri sulla mancata consegna del generale libico.
Ora il tribunale deve decidere per l’archiviazione o per la richiesta di rinvio a giudizio nei confronti di uno o più membri dell’esecutivo finiti sotto inchiesta. Dalla premier Giorgia Meloni, al sottosegretario a Palazzo Chigi Alfredo Mantovano, al ministro della Giustizia Carlo Nordio e quello dell’Interno Matteo Piantedosi, per favoreggiamento, peculato. E, per il solo Guardasigilli, omissione d’atti d’ufficio.
Le carte
Nelle carte, si legge sul Corriere, c’è il riscontro che fin dal primo pomeriggio di domenica la capo di gabinetto di Nordio, Giusi Bartolozzi, sapeva ciò che stava avvenendo, e diede le indicazioni ai magistrati del Dipartimento degli affari di Giustizia di parlarsi con cautela.
Nel primo pomeriggio di quel giorno, ricostruisce il quotidiano, quando Almasri era stato fermato da poche ore dalla Digos di Torino, l’allora capo del Dag, Luigi Birritteri (poi dimessosi e rientrato in ruolo), scrisse a Bartolozzi una mail per indicare la mancanza dell’autorizzazione all’arresto del ricercato, attivandosi per trovare il modo di convalidare il fermo e procedere alla consegna di Almasri.
Bartolozzi rispose di essere già informata. Raccomandando prudenza: «Massimo riserbo e cautela» nel passaggio delle informazioni, e utilizzo di Signal.
Della stessa mail parla anche La Repubblica nella quale viene sottolineato che «il dato è cruciale perché dimostra come l’Italia abbia avuto tutto il tempo di riparare all’errore procedurale segnalato dalla Corte di appello di Roma, sulla mancata trasmissione del ministero della Giustizia. E di non averlo voluto fare per una precisa scelta politica. Di più: smentisce il ministro Nordio che aveva detto che soltanto il lunedì 20 gennaio l’ufficio era stato avvisato dell’arresto del criminale libico».
(da agenzie)
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Luglio 9th, 2025 Riccardo Fucile
IL PREMIO NOBEL DELLA PACE LO MERITEREBBERO QUEI MEDICI VOLONTARI CHE SUTURANO LE FERITE DI GUERRA, NON I CRIMINALI CHE CAUSANO LE GUERRE
Essere candidati al Nobel per la Pace da Bibi Netanyahu parrebbe un handicap
insuperabile — è come se Totti candidasse qualcuno al Nobel per la Letteratura. Ma abbiamo imparato che la logica non è il metro più adatto per misurare questa epoca, e dunque aspettiamoci di tutto: perfino che, su un tema così insensato, si apra un dibattito politico in piena regola.
L’uomo che ha bombardato l’Iran, che vuole annettersi la Groenlandia, che progetta per Gaza la deforestazione degli indigeni per fare spazio a insediamenti turistici che trasformino il sangue in long-drink, che suggerisce agli ucraini una resa camuffata da pace e tratta il mondo come un giocatore di Risiko disposto a rovesciare il tavolo se gli altri giocatori non lo assecondano; un uomo di tal fatta ritiene sicuramente lecita e anzi dovuta la sua nomina a gran Pacifista (così come grande Economista, grande Statista, grande Amatore).
E se lo ritiene lui, lo crederà vero anche il suo esercito di elettori, che stravede per l’aggressività, la potenza e la ricchezza del capo ma pretende che lo si consideri come un saggio capotribù.
Il più mediocre e disattento dei volontari soccorrevoli che, in giro per il mondo, cercano di suturare le ferite di guerra, merita il Nobel per la pace un milione di volte più di Trump.
Ma pensarlo, e dirlo, vale solamente per quel pezzo di mondo, speriamo consistente, che cerca di valutare le azioni umane secondo realtà. Per molti altri, Trump e l’amico Bibi meritano per davvero il Nobel per la pace; e se non lo avranno sarà solo a causa dell’astio e dell’invidia dei professoroni dell’Accademia svedese. Scommettiamo? Il prossimo target, dopo Harvard, sarà Stoccolma.
(da repubblica.it)
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Luglio 9th, 2025 Riccardo Fucile
SI AMPLIA IL MERCATO CON 485.000 SECONDO CASE COINVOLTE NEGLI AFFITTI BREVI
Partiamo da una domanda: se affitto un appartamento di 40 metri quadri per una notte a Milano, Roma o Bologna, quanto sarà il «costo pulizia» che mi verrà addebitato in fattura? Prendiamola larga: si chiamano affitti brevi, paghi un tot al giorno e invece della camera d’albergo, puoi disporre di un appartamentino.
Niente colazione (per quella devi andare in un B&b), nessuno che ti rifà il letto ogni mattina, ma in cambio hai un maggiore spazio, privacy e uso della cucina.
Dopo la giungla dei primi anni, dal 2017 lo Stato ha cominciato a dettare le regole del settore. Una su tutte: la locazione può avvenire solo per un periodo limitato, un mese al massimo, anche se il soggiorno in genere dura due o tre giorni. Negli ultimi anni l’offerta è letteralmente esplosa, grazie alla vetrina offerta dalle piattaforme online come Airbnb e Booking. Dati Aigab una delle associazioni che riunisce i gestori: delle 9,6 milioni di seconde case in cui nessuno risiede stabilmente, 485 mila sono inserite nel circuito degli affitti brevi, un potenziale di 2,5 milioni di posti letto, incassi da 13 miliardi di euro. Chiaramente, la situazione cambia molto a seconda della città. A Milano, con oltre 15mila appartamenti disponibili, gli annunci sono aumentati del 26% in un anno e in otto casi su dieci riguardano monolocali. Prezzo medio, 144 euro a notte. A Firenze 9mila strutture, +18% rispetto a maggio 2024 e un costo medio di 151 euro. Roma: 23mila immobili, 210 euro a notte.
Affitti stracciati e costi di pulizia
Il 75% degli appartamenti è gestito direttamente dai proprietari, ma sta crescendo il numero di coloro che decidono di affidarsi ai «property manager», società che si occupano di tutto: mettono gli annunci, accolgono i clienti, fanno il prezzo e incassano i soldi dell’affitto, che ovviamente include anche il guadagno dell’agenzia. E qui, si apre un mondo. Prenotiamo per una notte 80 metri quadrati (cucina, salottino, camera e bagno) a Milano, in via Guercino. Il contratto porta ad A., il proprietario, un manager milanese che l’ha dato in gestione alla BnButler Srl. Sul contratto c’è scritto che al signor A. andranno 29,84 euro di canone di locazione, inclusi i 12 euro di «rimborso spese condominiali», e quindi di puro affitto sono 17 euro. Per un immobile in centro è praticamente regalato. Ma non per noi, che andiamo a pagare alla BnButler 209,26 euro totali, così distribuiti: oltre ai 29,84 euro, ci sono 59,42 per «spese di gestione della prenotazione» e 120 euro per pulizie e cambio biancheria. Cioè pulire costa 5 volte più di quanto guadagna il proprietario dell’appartamento. Sarà un caso?
Prenotiamo per una notte un monolocale in via Archimede. In questo caso BnButler non fa da intermediario, perché la disponibilità dell’immobile è direttamente in capo alla società. E infatti le voci «affitto» e «spese di gestione» non sono distinte, ma figurano come tutt’uno: 70,47 euro. Anche stavolta, al momento di pagare il prezzo sale a 160,47 euro perché, per quei 30 metri quadrati, occorre aggiungere 90 euro di spese di pulizie. Cambio biancheria e rassettata a Milano costano care: via Pontaccio, 100 euro per pulire un mini di 28 mq; 90 euro per 30 mq in Porta Romana; 110 euro per 35 mq in via Falcone; 115 euro per 50 mq in via Padova e 130 euro per 72 mq in via Rossi.
Spese e guadagni
La BnButler è nata 7 anni fa e ha sede a Milano. Per le pulizie si affida a professioniste che lavorano con partita Iva e il ceo Massimo Cappelletti dice che la spesa non è affatto esagerata, visto che c’è anche la biancheria da lavare, e da aggiungere lo shampoo, le pantofole per gli ospiti, le cialde per la macchina del caffè… Tant’è che «non guadagniamo un euro dalle pulizie». Di certo, di spese devono averne sicuramente tante se nel 2021, quando la società fatturava «solo» 305mila euro, l’utile era di 50mila, mentre nel 2023 con un fatturato salito a
1,3 milioni di euro, l’utile si è ridotto a meno di 34mila euro.
Costi programmati
Negli affitti brevi gli appartamenti vengono riordinati dopo che l’ospite fa il checkout, e quindi le pulizie si pagano una volta sola, a prescindere dalla durata del soggiorno. Ma se diventano la fetta più consistente del prezzo finale, il rapporto spese-guadagni va a riequilibrarsi solo se il cliente soggiorna per più notti. La BnButler non è l’unica società ad applicare questo sistema. Sempre a Milano c’è chi annota 107 euro per sistemare un bilocale di 70 mq; e se andiamo a Venezia, 90 euro per un monolocale; a Rapallo 70 euro per pulire 43 mq; a Bologna 105 euro per 45 mq; a Roma 105 euro per 55 mq, e 80 euro per 25 mq; a Lampedusa addirittura 140 euro per 42 mq.
Costi reali
Easyfeel, società milanese che fornisce servizi di pulizia proprio a chi fa business, spiega che «la pulizia media per un bilocale è pari a due ore, anche se in caso di soggiorni brevi può essere minore, circa un’ora e mezza, data la frequente ripetizione del servizio ed il generale scarso uso che ne viene fatto da parte dei turisti». I contratti proposti da Easyfeel partono da 10,50 all’ora e «pertanto – scrivono sul loro sito – a Milano il costo medio di ogni pulizia è di circa 18 euro». Certo, poi c’è la spesa di lavanderia degli asciugamani e lenzuola, la bustina di shampoo ecc.
Sta di fatto che i costi reali sono documentabili e se al momento della prenotazione la società dichiara una determinata cifra alla voce «pulizie» poi non è obbligata a rispettare effettivamente quella spesa perché i conti, il Fisco, li fa alla fine. Facciamo l’esempio di un monolocale affittato a 200 euro a notte: sulla fattura c’è scritto 100 euro di canone di locazione e 100 di spese di pulizia. Ipotizziamo che, per sistemarlo, l’addetto impieghi 4 ore e che venga pagato 15 euro l’ora. Significa che presenterà all’agenzia una fattura di 60 euro che la società porterà in deduzione dall’imponibile fiscale, mentre i 40 che avanzano la società è libera di intascarseli, ed entreranno a pieno titolo tra i profitti aziendali sui quali andrà poi a pagare le tasse.
Vantaggi e distorsione del mercato
Sta di fatto che le società che ruotano attorno agli affitti brevi stanno nascendo come funghi, e gestiscono centinaia di appartamenti. Ondina Giacomin, presidente di Abbav, altra associazione che rappresenta gli operatori degli affitti brevi, lancia un alert: «Stiamo notando che alcune agenzie aumentano a dismisura i costi di pulizia, portandoli a livelli fuori mercato. Il sospetto è che questo sistema venga spesso utilizzato per aumentare i margini di guadagno delle società, a svantaggio dei proprietari, creando degli effetti distorsivi sul mercato. E questo danneggia l’intera categoria». Ma per quale motivo un proprietario dovrebbe accettare di incassare un affitto da 17 euro al giorno, sul quale deve pagare la cedolare secca del 21%? Perché preferisce delegare al property manager tutti gli impegni che comporta l’affittare una casa, mentre lui a fine anno intascherà quel tanto che basta per pagarci l’Imu sulla seconda casa e le spese condominiali. Senza contare che l’agenzia è più efficiente, e cercherà di fare in modo che il numero di pernottamenti copra l’intero anno. E comunque avrà il suo immobile immediatamente libero, qualora volesse venderlo.
Sullo sfondo restano i residenti, i lavoratori e studenti fuori sede, che cercano casa in città, e non la trovano, se non a prezzi inaffrontabili. Ma questa è un’altra storia, e si chiama «politica abitativa», ed è di competenza dei Comuni e delle Regioni con l’aiuto dello Stato. E sono loro che devono garantire ai cittadini l’accesso ad un alloggio adeguato e a prezzi accessibili.
Milena Gabanelli e Andrea Priante
(da corriere.it)
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Luglio 9th, 2025 Riccardo Fucile
“HANNO COSTRUITO UN REGIONALISMO INSENSATO, COSI’ I PARTITI PAGANO LA LORO CRISI”
Il filosofo e professore che è stato anche sindaco di Venezia e parlamentare sbuffa,
dall’altra parte del telefono: “Hanno costruito un regionalismo insensato, e questa è una delle cause della situazione attuale. Ma la ragione di fondo è sempre la crisi dei partiti e quindi della politica, su cui si sono ormai scritte intere biblioteche”. Massimo Cacciari parte da qui, rispondendo sullo stallo nella scelta dei candidati in molte regioni, innanzitutto a sinistra.
I partiti hanno difficoltà a chiudere le intese sui nomi, perché in molte realtà locali sembrano sotto schiaffo dei vari presidenti. Condivide?
La prima causa è sempre quella, la crisi della forma partito. Senza grandi partiti di massa, la democrazia non funziona. Possono dire ciò che vogliono, ma questo è un dato di fatto. In Italia questa crisi si manifesta in modo più drammatico che in altri Paesi, ma il fenomeno è notoriamente diffuso a livello internazionale.
I maggiori nodi sembrano per il centrosinistra, no? Guardi la Campania, con Vincenzo De Luca sempre in trincea.
Mah, rispetto a qualche tempo fa le opposizioni sembrano andare un po’ meglio. I due principali partiti, Pd e Cinque Stelle, sembrano finalmente aver capito che devono stare assieme. Elementare Watson, verrebbe da dire. Non basta per costruire
una coalizione, però è un qualcosa da cui partire.
Però ora devono trovare le intese a livello regionale, ed è tutto molto complicato. Pensi anche alla Toscana, e alle tensioni sul presidente uscente, Eugenio Giani.
È evidente che, appena scendi dal livello nazionale a quello regionale e comunale, i vari capoccia locali ostacolano questa idea di coalizione, perché prevalgono altre logiche. Le difficoltà si moltiplicano. Del resto i 5Stelle non potrebbero mai votare De Luca, come il Pd non potrebbe mai sostenere alcuni potenziali candidati del Movimento.
I presidenti sono troppo forti?
Lo ripeto, il modo in cui sono state costruite le Regioni è del tutto sbagliato.
Sia Pd che 5Stelle sono contrari a cambiare la regola dei due mandati per i presidenti regionali. Hanno ragione?
Assolutamente sì: per le regioni come per le città metropolitane bisogna avere regole che garantiscano un ricambio. Poi se nelle piccole città volessero un cacicco a vita, per me potrebbero pure farlo.
I dem hanno candidato nelle Marche un europarlamentare, Matteo Ricci, e con ogni probabilità ne presenteranno un altro in Puglia, Antonio Decaro. Vede problemi di opportunità?
Per me dovrebbe essere vietato. Se ti candidi come europarlamentare, una volta eletto dovresti completare il mandato, anche perché si prendono dei voti per andare in Europa. Va presa come una cosa seria? Per me la risposta è sì.
Difficoltà, ostacoli, contraddizioni. Però lei vuole pensare positivo, per i progressisti…
Qualche anno fa i Cinque Stelle erano al governo con la Lega, non so se ce lo ricordiamo.
Si sono evoluti?
Certo, hanno capito che solo sull’onda della protesta non si va a
nessuna parte. Sono cambiati, e per questo hanno perso anche voti. Ma io dico bene, bravi.
E Elly Schlein? Sta effettivamente rinnovando il Pd, come aveva promesso di fare?
Per ora il rinnovamento è solo nella narrazione che porta avanti. Non vedo ancora la costruzione di un “partito nuovo”. Bisogna attenderla alla prova dei passi successivi.
Battersi per costringere De Luca a fare un passo di lato non è una dimostrazione sufficiente?
Se il centrosinistra vincerà le elezioni in Campania, avrà superato la prova. Dovesse perderle, le minoranze del Pd saranno pronte a presentarle il conto, e sarà un bel problema. Massimo D’Alema e Walter Veltroni si dimisero dopo aver perso le Regionali. Però i Cinque Stelle devono aiutarla, sostenerla.
Mettiamo che le Regionali andassero bene per le opposizione. Da dove dovrebbe (ri)partire la costruzione di un campo progressista?
In quell’area non c’è accordo su alcun punto di politica estera. Ma quel campo non si può costruire senza innanzitutto affrontare in modo unitario il tema della guerra.
Bell’ostacolo, professore…
Non si può prescindere da questo. Tutta la sinistra europea è collassata, su questo tema. Ma questo è un punto centrale.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Luglio 9th, 2025 Riccardo Fucile
IL CAMBIO DOPO LA DEFENESTRAZIONE DEL PRECEDENTE PRESIDENTE, IN POLE IL FIGLIO DEL PRESIDENTE DEL SENATO
Fa gola, perché con una platea di oltre un milione e duecentomila soci è un potenziale bacino di voti. Fa gola, perché con le sue entrate – e quelle delle partecipate – di centinaia di milioni all’anno potrebbe diventare un bancomat per i conti pubblici. Fa gola, perché controllando 11 società (e i relativi consigli di amministrazione) è un poltronificio dove sistemare gli amici, e gli amici degli amici. E i figli. Come il primogenito del presidente del Senato, Geronimo La Russa, che da tempo aspira a diventarne il presidente nazionale. Una poltrona che se ne porta dietro altre e che vale circa 800mila euro l’anno.
La prossima settimana scopriremo se il colpaccio è andato a segno. Il 9 luglio, infatti, ci saranno le elezioni per la presidenza dell’Aci, l’Automobile Club d’Italia. Due i candidati ufficiali: Geronimo La Russa e Giuseppina Fusco. Entrambi con esperienza nell’ente. Geronimo, avvocato, è presidente di Aci Milano, ha fatto parte del consiglio direttivo nazionale come vicepresidente della gestione di Angelo Sticchi Damiani, è vicepresidente di Sara assicurazioni (il gioiello della galassia Aci). Giuseppina Fusco, ex manager Eni, è presidente di Aci Roma, e fedelissima dell’ex presidente nazionale di cui è stata vicaria. Di lei si dice che sia competente ed esperta conoscitrice delle dinamiche interne dell’ente. Di lui si mormora di un caratterino non proprio docile e in molti sottolineano una scarsa empatia.
Chi vincerà? Il migliore, naturalmente. O forse no. Un cognome “pesante” può fare la differenza. E a volte è già di per sé una sorta di moral suasion. Di certo per potere spianare la strada al nuovo presidente – chiunque sarà – il governo ha rispolverato una norma (articolo 6 comma 2 della legge 14/1978) che ha comportato la decadenza di Sticchi Damiani, rieletto nell’ottobre 2024 con il 91 per cento dei consensi assembleari per il prossimo quadriennio. Sarebbe stato il suo quarto mandato. Sennonché il mese prima il governo aveva scritto all’Aci ricordando che per gli enti pubblici esiste un limite di tre mandati. Quindi l’elezione di Sticchi Damiani (che in base allo Statuto Aci deve essere confermata da un decreto del presidente della Repubblica, su proposta del presidente del Consiglio, d’intesa con il ministro vigilante che nel caso specifico è quello dello Sport) non si perfeziona. L’interessato inizia una guerra a colpi di carte bollate, si appella a un’altra norma che consente una deroga al limite dei tre mandati nel caso l’elezione avvenga con una maggioranza qualificata, fa quindi ricorso al Tar, ma perde. Nel frattempo il governo inserisce nel decreto di emergenza del 31 dicembre 2024 un’interpretazione della norma del ’78 in cui chiarisce che il limite dei mandati si applica anche agli enti pubblici aventi natura di federazione sportiva, qual è appunto l’Aci. Poi a febbraio scorso nomina un commissario straordinario. Sticchi Damiani non si dà per vinto, fa appello al Consiglio di Stato ma il 19 giugno scorso anche questo ricorso viene bocciato.
Durante i 12 anni di gestione Sticchi Damiani (da marzo 2012) l’Aci è cresciuta. Il patrimonio netto è aumentato da 41 milioni a 251 milioni di euro. I bilanci hanno chiuso sempre con profitti (salvo l’anno del Covid, il 2020, che ha registrato una perdita di circa sette milioni di euro). Con gli utili maturati Aci ha consolidato la sua partecipazione di maggioranza in Sara
Assicurazioni, acquistando il 15 per cento di azioni da Reale Mutua e il 5 per cento da Generali. Attualmente Aci detiene l’80 per cento delle azioni di Sara Assicurazioni. La stessa compagnia di assicurazione ha moltiplicato per cinque il suo valore di mercato: da 350 milioni a 1,8 miliardi di euro. Ovviamente anche il valore della partecipazione di Aci in Sara ha fatto un balzo: nel 2012 era circa 185 milioni, oggi è un miliardo e mezzo.
Insomma, risultati di tutto rispetto. Ma Sticchi Damiani, che pure è uomo vicino al centrodestra, stava iniziando a dare fastidio. Si era persino opposto alla norma, voluta dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti nella legge di bilancio 2025, che impone all’Aci un obolo annuo di 50 milioni di euro a favore delle casse dello Stato (art.1 comma 867 legge 207/2024 ). Una riluttanza poco gradita anche perché costituisce un brutto precedente per chi sta attenzionando alcune attività particolarmente redditizie dell’Aci. Come Sara assicurazioni (candidata a versare l’obolo di 50 milioni, di cui sopra). Oppure come la gestione del Pra, pubblico registro automobilistico, che il governo vorrebbe far passare sotto il cappello della Sogei, o della Motorizzazione Civile.
È in questo contesto che spunta il commissariamento dell’Aci: con il decreto del 21 febbraio 2025 il governo dichiara decaduto il presidente (e l’intero cda) e nomina come commissario straordinario il generale dei Carabinieri in congedo Tullio Del Sette. A fronte di “gravi motivi” può farlo. Sono motivazioni economiche? No. Il bilancio 2024 presenta in effetti una perdita di oltre 44 milioni di euro ma in seguito a due “eventi straordinari” peraltro avvenuti nel 2025, in particolare la chiusura sfavorevole di un vecchio contenzioso con la Regione Siciliana per la riscossione delle tasse automobilistiche (sentenza di febbraio 2025 della Corte di Appello di Palermo)
il rinnovo del contratto di lavoro per i dipendenti. «Senza tali eventi, l’esercizio avrebbe registrato un utile, anziché una perdita», si legge nella relazione di bilancio.
Resta però il braccio di ferro sul limite dei tre mandati consecutivi. Il predecessore di Sticchi Damiani, l’avvocato Rosario Alessi, di mandati ne ha fatti cinque e nessuno ha mai sollevato dubbi sulla legittimità delle sue elezioni. Ma i tempi cambiano, e anche i governi. E così a inizio marzo arriva il commissario straordinario il cui compito principale, oltre alla gestione ordinaria, è quello di traghettare l’ente verso nuove elezioni. Quelle del 9 luglio, appunto.
Al di là della condivisione del principio che pone un limite al numero dei mandati alla guida di un ente pubblico, in questa vicenda è forte la sensazione che il governo abbia voluto fare da regista per le nuove elezioni attraverso un “traghettatore” di fiducia. Non manca chi ricorda che il generale Del Sette conosce molto bene Ignazio La Russa, avendo collaborato con lui quando era ministro della Difesa ai tempi del governo Berlusconi IV (il generale era il capo dell’ufficio legislativo del ministero). Ma queste sono pure suggestioni. Intanto la gestione commissariale ha prodotto alcuni risultati di rilievo. Negativi, purtroppo. Tra questi spicca la perdita del gran premio di Formula Uno a Imola. Spetta all’Aci, infatti – in quanto federazione nazionale per lo sport automobilistico riconosciuta dal Coni e su delega della Fia (federazione internazionale dell’automobile) – promuovere e disciplinare le manifestazioni sportive del settore attraverso per esempio l’emanazione dei regolamenti e l’omologazione dei percorsi di gara con relativi investimenti. In questo ambito le gare del Gran Premio di Formula Uno di Monza e di Imola sono le manifestazioni più importanti.
Costano, con contributi pagati anche dalla collettività, a fronte
di entrate dirette incassate quasi tutte dall’organizzazione internazionale. Ma, tra annessi e connessi, i ritorni economici per il territorio sono importanti, di circa 400 milioni di euro per Monza, e di oltre cento per Imola. E poi c’è il prestigio del Paese ospitante.
Dal prossimo anno, però, il circuito di Imola è fuori dalle gare della F1. Il contratto è scaduto quest’anno e non è stato rinnovato. Nel calendario ufficiale per il 2026 pubblicato a giugno dalla Fia, al posto di Imola c’è Madrid. La Spagna quindi conquista due appuntamenti (Montmeló e Madrid), all’Italia resta solo Monza. Eppure il presidente e ad della Formula Uno, Stefano Domenicali, in una lettera inviata a fine dicembre scorso a tre ministri (Sport, Trasporti, Economia) aveva avvertito che il cambio di interlocutore all’Aci poteva far saltare il rinnovo del contratto con Imola. «La realizzazione di un Gp di Formula Uno – si legge nella lettera – dipende soprattutto dall’accertata capacità del nostro contraente di realizzare tutte le attività progettuali, infrastrutturali, gestionali, organizzative, commerciali, legali nei tempi molto stringenti, discussi e definiti». Evidentemente, l’organizzazione ha preferito non rischiare. Il governo lo sapeva, ma non ha fatto nulla per evitare che accadesse. La vera posta in gioco, viene da pensare, è la poltrona di presidente dell’Aci. C’è da sperare, adesso, che non accada qualcosa di simile per il circuito di Monza. Il contratto scade nel 2031. Condizione necessaria è il rispetto dei piani di investimento previsti nel secondo programma di adeguamento infrastrutturale del circuito. Domenicali anche a questo proposito nella lettera del 30 dicembre scorso non nascondeva le sue preoccupazioni. Di certo per la patria del Cavallino rampante perdere anche Monza sarebbe una vera disfatta.
(da lespresso.it)
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Luglio 9th, 2025 Riccardo Fucile
IL RUOLO DEI RUSSI, DELLA TURCHIA E IL TESORO DELL’ENERGIA
Trafficare con i criminali, aver con loro dimestichezza, impone
sempre, prima o poi, di calarsi nelle paludi oscure della incertezza, della complicità, della umiliazione. Da anni, da quando abbiamo scelto questa via politica nei rapporti con l’ex quarta sponda dei tempi dell’orbace e dei polli truccati da aquile la povera Italietta va avanti così, alle prese con uomini feroci, sornionerie, smacchi, doppi fondi e manovre che ci illudiamo di gestire con le astuzie sopraffine della mostra cosiddetta “intelligence”, e qualche bustarella travestita da proficui accordi per lo sviluppo. Ossessionati dai migranti e proni alla vera politica estera che è firmata dall’Eni continuiamo a dondolare in realtà tra velleitarismi malinconici e ambizioni vaneggianti di diplomazia mediterranea.
È doloroso ritornarci ma è utile. È scomodo ma necessario. Ovvero ricordare che nessuna delle definizioni con cui aggettiviamo il paese che ci interessa perché vogliamo che continui a pomparci gas e petrolio e non fastidiosissimi esseri umani (anche la celebre formula del setaccio sembra aver fatto fiasco), ha il ben che minimo rapporto con la realtà. Il governo di Tripoli riconosciuto dall’Onu (accidenti!) non esiste, il primo ministro Abdel Hamid Dheibah con il suo ridicolo esecutivo di “unione nazionale” è una marionetta; il maresciallo Haftar, uno stratega (alla Graziani) che dai tempi di Gheddafi (la guerra nel Tibesti!) alla sgangherata e fallita marcia su Tripoli del 2019 non ha mai vinto una battaglia, è un burattino di Russia ed Egitto che lo tengono in piedi sul un trono di cartone a Bengasi perché a loro serve controllare la Cirenaica del petrolio e lo strategico Fezzan a sud. Le forze di sicurezza. . . La polizia… La guardia costiera… La marina… La banca centrale… sono tutte parole. L’unica cosa vera e attorno a cui ruota tutto è il maledetto petrolio.
Volete i nomi di quelli che comandano davvero in Libia oltre ai burattinai stranieri tra cui noi facciamo la figura dei parenti
miserelli? Sono “l’Apparato di sostegno alla stabilità”, la brigata 444, la forza Rada, e i trucidi miliziani di Misurata, una specie di città stato che è il polmone economico e il maggiore fortilizio dell’ovest del paese. A Tripoli dove hanno avuto modo di provare le loro abitudini di arroganza e saccheggio coperte con la gloria di aver ammazzato Gheddafi li odiano e li temono. Sono le sigle di piccoli e sudici signori della guerra che danno ordini e prelevano con il mitra in pugno, che si attribuiscono ridicole divise da capo della polizia o feldmaresciallo o ammiraglio delle motovedette dono italiano per rastrellare clandestini. Mille associazioni gangsteristiche armate fino a denti dalle straripanti e attive cupidigie, che controllano un quartiere della capitale, l’aeroporto di Mitica, la gestione dei migranti, e poi droga petrolio tutte le spoglie del paese sopravvissute miracolosamente allo “stato delle masse” dello sventurato Colonnello.
Dheibah e Haftar da cinque anni, dopo la fine della sanguinosa battaglia di Tripoli, con la energica supervisione dei rispettivi padrini, Russia e Egitto da una parte Turchia dall’altra, (gli Emirati stendono i loro petrodollari su entrambi) i protagonisti di un proficuo bilaterale arraffare, hanno firmato un vero solido patto di corruzione.
E noi che ci vantiamo di conoscere ogni spiffero di quello che succede lungo la vecchia via Balbia? Diciamo di essere influenti. Ma qui l’influenza deve essere padronanza e possesso. Non ci siamo accorti che un delitto eccellente aveva cambiato lo sfondo. L’assassinamento invendicato è quello di un rinomato capobanda fino a ieri considerato più astuto e spietato degli altri, tal Abdel Ghani al Kikli, detto Gheniwa, capo della banda dell’Apparato della stabilità, verso cui pare non abbiamo mai provato il pizzicore della diffidenza e del fastidio. Anzi. Imboscata in perfetto stile Chicago anni Venti, a un vertice di
capibanda per risolvere problemi di spartizioni criminali. A Tripoli non è purtroppo cronaca nera da pagine interne. È lotta politica con altri mezzi, che ha dato l’avvio ad una ricomposizione dello status quo tutto modulato su arrangiamenti occulti tra le varie fazioni armate che compongono l’esecutivo. Il gruppo di Abdel Ghani che aveva preso troppo potere, dopo giorni di battaglia, pare sia stato decapitato. Ora gli altri si spartiscono le pingui spoglie.
La Libia è l’esempio perfetto della impotenza della comunità internazionale a stabilizzare un paese aperto ad appetiti stranieri e in mano a un Cartello criminale di fazioni predatrici, un gran bazar violento in nome del petrolio e degli affari. In cui i poveri libici cercano di sopravvivere.
Russia e Turchia, che presta una assistenza vitale al “governo” di Tripoli, dopo l’accordo del 2020 avevano gestito finora da buoni Padrini petrolio e traffici. La spartizione del paese sembra esser loro utile. Ma ora? Haftar fa mosse aggressive con aerei e armati, vuole ritentare forse le sue spiritare e bracone avanzate nel deserto. Per Putin la Libia resta soprattutto il necessario retroterra per la nuova Africa russa saheliana dove ha preso il posto della stenta e stinta Francia. Ne è prova il ponte aereo che ha trasferito i soldati della Africa korp e equipaggiamenti pesanti verso Djufra, da cui poi vengono distribuiti verso il Sudan della guerra civile e il Sahel. La Cirenaica può diventare un approdo per la sua flotta mediterranea rimasta orfana della Siria in mano al jihadista “simpatico” al Jolani. Noi, grandi maneggiatori di aggettivi e fantasie, assistiamo.
Domenico Quirico
(da lastampa.it)
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Luglio 9th, 2025 Riccardo Fucile
LA SUA STRATEGIA È QUELLA DEL GENERALE TEBANO EPAMINONDA, È CONCENTRARE TUTTE LE SUE ENORMI FORZE “IN UN PUNTO PRECISO”, UNA MANCIATA DI STATI ALLE MIDTERM. SE RIESCE A TOGLIERE LA MAGGIORANZA AL CONGRESSO AI REPUBBLICANI, HA VINTO
Quando ha annunciato la creazione del suo “America Party”, Musk ha subito detto che non ha intenzione di correre a livello nazionale presentando candidati ovunque: «Basta concentrarsi su sue o tre seggi senatoriali e una decina alla Camera».
È davvero così, se l’obiettivo è fare il guastatore per rovinare l’esistenza di Trump, che ieri ha definito il partito di Musk «ridicolo». «Il terzo partito – ha spiegato – non ha mai funzionato: crea solo confusione».
Oggi il Gop ha una maggioranza di sei seggi al Senato, 53 a 47, e otto alla Camera, 220 a 212. Nella realtà però è ancora più precaria, a causa delle defezioni di alcuni dissidenti.
Infatti il voto sul “Big Beautiful Bill” è finito in parità al Senato, 50 a 50, richiedendo l’intervento del vice presidente Vance […], mentre alla Camera è passato con soli 4 voti, 218 a 214.
Se l’America Party riuscisse a conquistare 4 seggi al Senato, o quanto meno impedire ai repubblicani di confermare tutti i propri candidati, e 6 alla Camera, Trump perderebbe il controllo del Congresso.
Anche una sola aula basterebbe a paralizzare tutte le sue proposte di legge, rendendolo un’anatra zoppa il giorno dopo le midterm. Se poi i democratici riuscissero a riprendere la maggioranza alla Camera, insediando Hakeem Jeffries com
nuovo Speaker, avrebbero anche la possibilità di lanciare inchieste a raffica sull’operato dell’amministrazione, incluso il terzo impeachment di Trump.
Se riprendessero il Senato, bloccherebbero tutte le nomine, giudiziarie e non. Musk dunque potrebbe puntare su due obiettivi: vincere con il suo partito un numero di seggi sufficienti per diventare l’ago della bilancia, oppure togliere al Gop i voti che gli farebbero perdere senatori o deputati per regalare la maggioranza ai dem.
La seconda ipotesi non sarebbe ideale, perché Elon non condivide la linea di Jeffries e compagni. Se però l’obiettivo principale è infilare un dito nell’occhio di Donald e paralizzarlo, entrambe le soluzioni funzionano.
Secondo gli analisti, i seggi più a rischio al Senato sono cinque: Maine e North Carolina, occupati ora dai repubblicani; Michigan, New Hampshire e Georgia dei democratici. Per centrare il suo scopo Musk dovrebbe vincere questi cinque seggi, o comunque impedire al Gop di prenderli, e aggiungerne un altro.
Quelli più in bilico tra i repubblicani sembrano Ohio e Iowa, ma in caso di valanga anti trumpista potrebbero entrare in gioco anche l’Alaska e altri Stati.
(da agenzie)
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