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GHEDI E AVIANO: LE BASI ITALIANE CHE CUSTODISCONO LE 35 BOMBE ATOMICHE USA

Luglio 15th, 2025 Riccardo Fucile

20 TESTATE AD AVIANO E 15 A GHEDI: SONO LE B61-12 CHE POSSONO ESSERE TRASPORTATE SUI CACCIABOMBARDIERI E HANNO UNA POTENZA DISTRUTTIVA SUPERIORE ALLA BOMBA DI HIROSIMA

Almeno 35 bombe atomiche Usa custodite dentro gli aeroporti di Ghedi e Aviano. 80 volte più potenti di Hiroshima. L’Italia è il paese Ue con il maggior numero di ordigni nucleari. Ma sono tutti degli Stati Uniti. Da noi Washington dispone di due basi operative nell’ambito della condivisione nucleare della Nato. Secondo il rapporto Nuclear Weapons Ban Monitor 2024, presentato a marzo alla Conferenza degli Stati Parti del Trattato per la Proibizione delle Armi Nucleari la base di Ghedi, che si trova in Lombardia a 25 chilometri da Brescia, si estende per oltre 10 km quadrati. E ospita anche 30 nuovi caccia F-35. In grado di trasportare armi nucleari.
Ghedi e Aviano
La Stampa racconta che Aviano invece è un aeroporto militare che si trova in Friuli Venezia Giulia a dieci km da Pordenone. Dal 1955 è in vigore un accordo tra Stati Uniti e Italia per l’utilizzo congiunto della base, che è anche della Nato. Secondo quanto è riportato nel rapporto, ad Aviano sarebbero stoccate tra
le 20 e le 30 testate e a Ghedi tra le 10 e le 15. «Sono le testate B61-12 che fanno parte di un programma di ammodernamento dell’arsenale nucleare Usa. Si tratta di testate nucleari che possono essere portate sui cacciabombardieri. Sono state rese regolabili, quindi possono avere una potenza distruttiva diversa in base all’uso e che può arrivare fino a una potenza quattro volte superiore a quella di Hiroshima», spiega Antonio Mazzeo, giornalista, esperto di questioni militari.
(da agenzie)

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UN BAZOOKA DA 72 MILIARDI: QUAL’E’ L’ARMA SEGRETA DELL’UE

Luglio 15th, 2025 Riccardo Fucile

CONTRO I DAZI DI TRUMP HA RAGIONE MACRON: STOP AGLI INVESTIMENTI DIRETTI ESTERI E AGLI APPALTI PUBBLICI, ALTRO CHE RINVIARE TREMEBONDI LE DECISIONI

La prima a evocarlo è stata la Francia con il ministro per gli Affari europei Laurent Saint-Martin: «Non ci deve essere alcun tabù nella capacità di risposta europea» ai dazi di Donald Trump. E quindi anche le questioni dei servizi digitali e dello strumento anti-coercizione «devono essere sollevate». Perché «nel rapporto di forza voluto da Trump» l’Europa deve «mostrare la capacità di risposta ed è il fronte sul quale dobbiamo accelerare». Per valutare «cosa poter fare in termini di rappresaglia». È la minaccia finale dell’Unione Europea: il bazooka da 72 miliardi da puntare contro gli Stati Uniti. Ovvero la gamma di contromisure nei confronti di un paese terzo. L’«arma segreta» di Bruxelles per ora però resta nel cassetto.
I controdazi
Il commissario Ue al commercio Maros Sefcovic ha infatti confermato che per rispondere ai dazi annunciati dal presidente degli Stati Uniti per il primo agosto è pronto un pacchetto di controdazi «da 90 miliardi».
Il secondo round di contromisure Ue, ancora in fase di approvazione da parte degli Stati membri, andrebbe a sommarsi al primo pacchetto da 21,5 miliardi, varato ad aprile e ora congelato fino al primo agosto. Lo strumento anti-coercizione, il bazooka commerciale dell’Ue, «è sul tavolo» invece. Ma la
valutazione avverrà «passo dopo passo». Anche se nell’Unione ci sono sensibilità differenti. Oltre alla Francia tra i falchi ci sono Svezia, Austria, Spagna e Portogallo. Ma non la Germania, che pure è l’obiettivo più grosso di Trump a causa del suo surplus commerciale. Berlino è attendista, forse perché ha da perdere più di tutti.
Il bazookaMa cos’è il bazooka dell’Unione Europea? Si tratta di uno strumento entrato in vigore a dicembre 2023 e mai usato finora. Include un’ampia gamma di contromisure che l’Ue può adottare nei confronti di un Paese terzo. E, oltre ai dazi, contempla l’imposizione di restrizioni in Ue al commercio di servizi digitali — andrebbe quindi a colpire le Big Tech — e finanziari, all’accesso agli investimenti diretti esteri (ad esempio il divieto di acquisire imprese o parteciparne al capitale) e agli appalti pubblici. Arrivando a toccare i diritti di proprietà intellettuale.
Come la web tax Ue, che era stata inserita nelle risorse per finanizare il bilancio Ue dopo il 2027. E che è stata sostituita con un’imposta sulle grandi aziende (oltre 50 milioni di fatturato) che operano nell’Ue. Ma Bruxelles fa sempre in tempo a ripensarci.
I dazi oggi
Anche perché già oggi gli Usa stanno applicando da marzo dazi del 25% sulle auto e sulle componenti made in Ue. Oltre a tariffe sostanzialmente al 50% sull’acciaio e l’alluminio europei. Oltre ai dazi reciproci: l’aliquota era al 20% ed è stata abbassata
al 10. Ma salirà al 30% il primo agosto senza un accordo. Attualmente i dazi Usa coprono il 70% delle esportazioni europee negli Usa per un valore di 380 miliardi di euro. Finora l’Ue ha deciso di sospendere ogni contromisura in segno di buona volontà del negoziato. Non è servito a molto. Ha sospeso anche i dazi per le moto Harley Davidson e i jeans Levi’s. La strategia di Bruxelles prevede di colpire i Red States, ovvero quelli a maggioranza repubblicana.
I controdazi repubblicani
Per esempio la soia della Louisiana, la carne bovina e il pollame del Nebraska e del Kansas, i prodotti in legno della Georgia, Virginia e Alabama. Si tratta di beni per i quali l’Ue ritiene di avere alternative. Mentre ieri l’austriaco Wolfgang Hattmannsdorfer ha chiesto una tassa ad hoc per colpire le Big Tech. Il ministro del governo Meloni Tommaso Foti però ieri ha frenato sul bazooka: «Quando sento parlare di bazooka dico sempre che bisognerebbe aver fatto l’imprenditore. Quello che dico è che ora bisogna trattare con gli Stati Uniti». E ancora: «Noi abbiamo il dover di trovare il migliore degli accordi possibili. Se poi non arriviamo all’accordo le tre soluzioni ci sono già. Da una guerra commerciale penso che l’Europa ha buone possibilità di perderla, e anche gli Stati Uniti si faranno male».
Il bazooka e la Cina
Di più. Secondo Foti «chi pensa al bazooka contro i dazi Usa lo fa perché ha già pronto un accordo con la Cina. Ma questo è
solo un mio sospetto». E qui è evidente il richiamo alla Francia di Emmanuel Macron. Di certo l’Ue oggi è divisa tra falchi e colombe. Gli intransigenti sono Parigi e Madrid. Oltre ad Austria e Danimarca, la cui posizione è mitigata dal fatto che è presidente di turno dell’Ue. Ma non ha mai negato la tentazione di rispondere colpo su colpo a Trump, scottata anche dalla questione Groenlandia. Tra le colombe c’è l’Italia, a cominciare dalla premier Meloni, che da mesi si è offerta da pontiere tra l’Ue e gli Usa.
Falchi e colombe
Ma anche la Germania, che dopo aver chiesto alla Commissione di agire con pragmatismo non ha inviato alcun ministro di peso al Consiglio Ue sul Commercio. Insieme a Irlanda (per il rapporto con le Big Tech americane), Lituania, Lettonia ed Estonia che hanno paura di un disimpegno americano a est, così come la Polonia. E l’Ungheria, legata a doppio filo al trumpismo. Al momento Ursula von der Leyen sembra prediligere la linea morbida. Le contromisure sono in preparazione, ma per ora si limitano al settore delle merci. Lo strumento anti-coercizione, attraverso cui l’Ue potrebbe arrivare ad escludere le aziende Usa tout court, è evocato con timidezza. E Palazzo Berlaymont sembra orientato a prenderlo in considerazione solo con una – al momento impossibile -unanimità dei 27.
(da Open)

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DOMENICA IN FAMIGLIA

Luglio 15th, 2025 Riccardo Fucile

A WIMBLEDON ABODI NON ERA ASSENTE ERA “DIVERSAMENTE PRESENTE”

Sono completamente d’accordo a metà con il nostro ministro dello Sport: la domenica è sacra per tutti, anche per un ministro dello Sport.
Capita di avere bisogno di fermarsi e di voler trascorrere un giorno con la famiglia. In un mondo di presenzialisti assatanati, dove non conta l’essere ma l’esserci, l’assenza riveste un valore fondamentale. Anche perché, ha spiegato molto bene Andrea Abodi, lui a Wimbledon non era assente, ma «diversamente presente». Poco importa che il suo corpo non si trovasse
sudare e a sventagliarsi su una seggiola bollente del Centre Court londinese mentre un italiano vinceva il torneo di tennis più famoso del mondo per la prima volta nella storia. Su quelle tribune aleggiava comunque il suo spirito.
Rimango però con un dubbio atroce. In assenza di Olimpiadi e Mondiali di calcio (ai quali peraltro non partecipiamo da una vita) l’unico grande evento sportivo di questa estate italiana era la finale di Wimbledon. Certo, disgraziatamente cadeva di domenica. Però, sapendo di non potervisi recare per sacrosante priorità familiari, il ministro dello Sport non avrebbe dovuto prodigarsi affinché ci fosse qualcuno a rappresentarlo? Un sottosegretario con delega al tappo dei buchi, o almeno un usciere del suo dicastero.
Un terribile sospetto mi assale: che monarchi e ministri spagnoli fossero lì perché sicuri della vittoria di Alcaraz. E che quelli italiani non ci fossero per la stessa ragione.
(da corriere.it)

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UNA VITA DA VASSALLO: STORIA DI BOCCHINO, NEO-EROE MELONIANO

Luglio 15th, 2025 Riccardo Fucile

NON SA NULLA DI NULLA, SE L’ONESTA INTELLETTUALE FOSSE ACQUA, LUI SAREBBE IL DESERTO DEL GOBI

È il sogno di tutti: rinascere Bocchino. Di lui non si può non amare anzitutto l’onestà intellettuale, la piacevolezza, il garbo e quel suo non essere mai tifoso. Non è facile per noi comuni mortali raggiungere i suoi livelli, ma impegnandoci possiamo quantomeno avvicinarci al Siddharta del Melonismo.
Ecco alcune caratteristiche del nostro eroe.
– In primo luogo, Italo B(alb)occhino ha dimenticato buona parte del proprio passato, fatto sì di non poche cazzate (da sempre uno dei suoi marchi di fabbrica), ma anche di un’attività parlamentare finiana non immune da scatti d’orgoglio. In Bocchino esistono due tempi distinti, un “a.M” e un” d.M”: avanti Meloni e dopo Meloni. Prima egli era un pellegrino in cerca dell’agnizione, dopo egli ebbe a vedere la Luce. E quella luce era Donna Giorgia.
– Bocchino è un uomo totalmente privo di contenuti. Non sa nulla di nulla, e anche per questo è onnipresente nei migliori talk di La7. Lui crede che lo scelgano perché è bravo, ma non gli viene mai il dubbio che lo preferiscano ad altri perché le sue tesi sono così improponibili e ad minchiam che, per contrasto, tutti risultano più credibili di lui (Tutti tranne uno: Renzi. Quando Formigli li ha messi uno contro l’altro, gli spettatori non hanno potuto che sperare metaforicamente in un asteroide liberatorio).
– Non avendo contenuti, ma solo una discreta dialettica e una sconfinata faccia tosta da provocatore greve, Bocchino si limita a ripetere ogni volta il solito plot: recitare a pappagallo la linea di Fratelli d’Italia su qualsiasi tema; negare l’evidenza; frignare perché nessuno lo fa parlare in salotti dove è “sempre in minoranza”; ricordare che Meloni ha vinto le elezioni e nei sondaggi è ancora alta, dunque ha ragione lei a prescindere poiché benedetta dal lavacro popolare; infine, quando persino lui si rende conto che sta sparando delle boiate che neanche un
daino sott’acido, parte con l’attacco personale a chi si trova davanti.
– Quest’ultima prassi, ormai consolidata e anzi virilmente (?) ostentata, viene adottata con tutti coloro che lo bastonano dialetticamente senza fatica (e del resto zittirlo è più facile che dribblare Acerbi). Negli ultimi mesi Bocchino ha colpito sotto la cintura un sacco di gente, da Padellaro a Rula Jebreal, da Travaglio a Landini, da Saviano (ovviamente non in presenza) a Piccolotti eccetera. Ne è sempre uscito con le ossa rotte, ma ha fatto finta di non accorgersene, magari poi andando pure a casa e dicendo agli amici (se ne ha) che ha vinto lui e li ha messi sotto tutti. Ciao core.
– Pochi giorni fa Bocchino ha insultato anche Michela Murgia. È la nuova frontiera del bocchinismo (con rispetto parlando): dileggiare anche chi non c’è più. Son soddisfazioni.
– La reazione di chiunque abbia sale in zucca e amor proprio, di fronte alla caricaturale propaganda adulatoria di Bocchino, è quella di mandarlo a quel paese senza passare dal via. Lo ha fatto Massimo Cacciari durante una puntata mitologica di Accordi&Disaccordi, e nel farlo ha dato voce ai vaffa di milioni di italiani (a stare bassi).
– Se l’onestà intellettuale fosse acqua, Bocchino sarebbe il deserto del Gobi. Per lui Meloni è la Luce, è la Madonna, è il Nobel per l’Economia in pectore. Siamo ormai al “non avrai
altro Dio all’infuori di Donzelli”. Vamos!
– La sua attività servile nei confronti del governo non conosce sosta. Pur di compiacere l’esecutivo attuale, direbbe pure che la Santanché è Madre Teresa di Calcutta. Bocchino sancisce in questo senso uno scatto ulteriore rispetto a precedenti aedi del potere come Fede e Bondi, di cui è la versione più incarognita e al contempo tragicomica.
Quella di Italo B(alb)occhino è quindi una vera e propria vita da vassallo, che gli ha permesso di stare sulle palle a tutti. Probabilmente anche alla Meloni stessa. Daje Italo!
Andrea Scanzi
(da ilfattoquotidiano.it)

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NON E’ CAPITALISMO, QUELLA DI TRUMP E PURA INGORDIGIA

Luglio 15th, 2025 Riccardo Fucile

E’ UN AFFARISTA CHE SFRUTTA UNA POSIZIONE DI POTERE PER ARRICCHIRSI

Criticando Werner Sombart per aver identificato la brama del soldo col capitalismo azzerando la modernità di quest’ultimo, Max Weber scrisse che «l’impulso all’acquisizione, alla ricerca del guadagno, del denaro, della maggior quantità possibile di denaro, non ha in sé nulla a che vedere con il capitalismo». È un
impulso umano, «è sempre esistito tra camerieri, medici, cocchieri, artisti, prostitute, funzionari disonesti, soldati, nobili, crociati, giocatori d’azzardo e mendicanti».
Tutti amano il denaro e ne vogliono sempre di più. Il capitalismo, secondo Weber, è opposto all’avidità illimitata e «può anche essere identico alla moderazione, o almeno a un temperamento razionale, di questo impulso irrazionale».
Il capitalismo razionalizza un impulso irrazionale: induce a pensare in termini di futuro, a mettere l’impulso a guadagnare al servizio di un piano di incremento del profitto. Sulle orme di Hegel e Marx, Weber situava la sua genesi non nell’umanità, ma in un suo prodotto storico specifico, il protestantesimo. Da qui discendeva la valutazione positiva dell’adempimento del dovere negli affari materiali.
Nello spirito del capitalismo più che nel mercato stava il principio morale della società moderna, un ethos che innervava tutta la vita, pubblica e privata, coi suoi valori, dalla puntualità al duro lavoro, al tener fede ai contratti, e via dicendo.
Si è chiesto recentemente James Livingston, autore pochi anni fa di un libro interessante sul perché la piena occupazione sia una cattiva idea, come situare l’habitus di Donald Trump in questa tradizione weberiana. Secondo Livingston, il capitalismo è in declino mentre domina la brama dell’acquisizione.
Questo è il modello Trump, che non rispetta i contratti e determina scientemente un clima di insicurezza che destabilizza i paesi coi quali il suo governo intrattiene rapporti commercia
Ne Le opere e i giorni, Esiodo faceva derivare Giuramento da Discordia e lo definiva un «flagello per gli spergiuri» perché la sua violazione è capace di provocare la vendetta in chi ne è vittima; una reazione dovuta, che tenta di rimettere l’osservanza dei patti al suo posto. Si potrebbe dire che l’etica protestante di cui parlava Weber è riuscita a instillare il senso del dovere ed è stata capace di controllare la tentazione dello spergiuro; ciò ha consentito di fare delle relazioni di scambio una condizione di pace. Se si rompe quella fiducia, lo stato di natura rinasce e tutto si fa incerto, anche la pace.
Abbiamo visto come Trump abbia usato la guerra come materiale pubblicitario per raggirare i suoi alleati (sic!) impegnandoli a mettere il 5 per cento del loro Pil nella Nato. Ma si illudono i suoi “alleati” che qui finiscano le richieste di Trump. Al 5 per cento ora devono aggiungere i dazi, che con un tira e molla snervante Trump ha portato a livelli impossibili.
È una ingenuità e un errore pensare che Trump sia un folle. Trump pianifica su quell’irrazionalità di cui parlava Weber: vuole più soldi, non ne ha mai abbastanza. Non lo spirito del capitalismo lo muove, ma quell’atavico senso del volere sempre di più. La sua professione fu del resto quella dell’affarista, non del capitalista. E da affarista sa bene che la posizione che si è conquistato, la presidenza degli Usa, gli consente di fare per davvero il bello e il cattivo tempo, anche perché può contare su una credenza radicata nella nostra mentalità: che il suo paese sia una repubblica che pratica il governo della legge e che,
soprattutto, sia la guida dell’Occidente; che sia “alleato” dei paesi occidentali e non voglia fare di loro cibo per le sue brame pantagrueliche.
E a quanto pare, questa mentalità è forte tanto da tenere i capi di governo dei paesi fondatori dell’Unione europea in una condizione pietosa, imbarazzante. Incapaci di disobbedire e impossibilitati a ubbidire.
Non interessa qui capire se dietro la blanda reazione di Friedrich Merz e di Giorgia Meloni ci sia un segreto piano di intavolare relazioni bilaterali con la Casa Bianca. Quel che interessa è mettere in evidenza quel che appare: un insensato senso di subalternità. Che provenga da sovranisti è comico, anche se sarà tragico per i loro paesi.
(da editorialedomani.it)

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MATURITA’ BOICOTTATA, IL PROF MAGGI: “GLI STUDENTI HANNO RAGIONE. IPOCRISIA? E’ LA SCUOLA CHE PROMUOVE TUTTI SOLO PER FARE PIU’ ISCRITTI”

Luglio 15th, 2025 Riccardo Fucile

“IL SISTEMA SCOLASTICO E’ OSSESSIONATO DAI RISULTATI, GLI ALUNNI NON VOGLIONO PIU’ ESSERE PRESI IN GIRO”

A prendere posizione sul fenomeno degli studenti che hanno boicottato l’orale dell’esame di Maturità ora è anche una delle voci più riconoscibili del panorama scolastico e televisivo: Andrea Maggi, professore di lettere e volto noto del programma televisivo Il Collegio, dove ha partecipato come insegnante di italiano.
In una lettera pubblicata sul Gazzettino, Maggi analizza senza sconti la portata e il significato delle recenti proteste studentesche, avvenute in diverse scuole. «Comunque la si pensi, questi episodi mettono in evidenza due cose importanti: il disagio reale degli studenti nei confronti di un sistema con cui non si sentono in sintonia e l’ipocrisia del sistema scolastico», commenta Maggi.
Il suo parere si aggiunge a quelli già condivisi da altri docenti noti sui social: da Vincenzo Schettini de La fisica che ci piace che ha assunto una posizione più critica dicendo che «i modi per protestare sono altri» allo scrittore e insegnante Enrico Galiano che ha difeso la scelta degli studenti.
Il paradosso a scuola
Secondo Maggi, le proteste degli studenti mettono in luce un paradosso importante: «la scuola promuove quasi tutti ma gli
studenti sono insoddisfatti» e i risultati reali vacillano. I numeri parlano chiaro, ricorda il docente: il 96,5% degli studenti ammessi all’esame di Stato e il 99,8% diplomati l’anno scorso, a fronte però di dati Invalsi drammatici, che mostrano come uno studente su due non raggiunga nemmeno le competenze base in italiano e matematica. «Tutti bravissimi, dunque?», si chiede provocatoriamente il professore.
Il problema della scuola
Secondo Maggi, la radice del problema sta nell’autonomia scolastica e nella pressione esterna a migliorare l’apparenza. «Il sistema scolastico è ossessionato dai piani di miglioramento dell’offerta formativa. I dirigenti scolastici hanno la necessità di dimostrare l’efficienza dei loro istituti attraverso i risultati, per cui spronano i docenti al successo formativo dei loro studenti. E siccome sono i dati a parlare, la necessità di ogni istituto scolastico è mostrare all’esterno che tutti i suoi studenti vengono promossi».
«Gli studenti ci stanno dando un messaggio importante»
Secondo il docente, quindi, la promozione diventa una necessità strategica. «Garantire il successo agli studenti significa garantire un buon numero di iscritti, il mantenimento dei posti di lavoro per i docenti e adeguati finanziamenti. Per contro, una scuola in cui gli studenti ottengono voti tendenzialmente bassi, o dove addirittura si boccia, risulta molto meno appetibile. Ed ecco l’ipocrisia del sistema, che manda avanti tutti non perché vada effettivamente tutto bene, ma per salvare le apparenze e per
evitare i noiosi ricorsi dei genitori. In sostanza, il sistema-istruzione italiano fa sì che si promuovano tutti per dire a se stesso che funziona bene; in altre parole, per autoassolversi». Per questo, secondo Maggi, le proteste degli studenti «ci hanno consegnato un messaggio di certo scomodo, ma che non possiamo ignorare: i giovani non vogliono più essere presi in giro. E in questo senso la loro protesta è giusta».
(da agenzie)

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PIERLUIGI BATTISTA SI DIMETTE DALL’INCARICO GRATUITO AL MINISTERO DELLA CULTURA

Luglio 15th, 2025 Riccardo Fucile

IL GIORNALISTA E SCRITTORE NOMINATO DA GIULI NEL COMITATO SCIENTIFICO RIFIUTA LA “POLTRONCINA” PERCHE’ NON SIA USATA CONTRO DI LUI IL GIORNO CHE DOVESSE CRITICARE IL MINISTRO

Dopo lo scontro polemico fra il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, e l’editorialista del Corriere della Sera, Ernesto Galli della Loggia, arrivano anche le dimissioni di Pierluigi Battista dal comitato scientifico del Centro per il Libro e la Lettura del ministero, che proprio Giuli aveva nominato con decreto a sua firma il 26 giugno scorso.
Battista è un giornalista e scrittore che ha lavorato per anni nelle principali testate italiane, e a lungo nelle redazioni de La Stampa e del Corriere della Sera, di cui è stato editorialista. Le
dimissioni da quel comitato scientifico (inviate alla vigilia della sua riunione di insediamento) sono strettamente legate al caso Galli della Loggia, come Battista ha spiegato sia al direttore del Centro per il Libro e la Lettura, Luciano Lanna, che al ministro Giuli che da anni conosceva come collega.
La spiegazione del giornalista-scrittore ai vertici del ministero della Cultura
Battista ha motivato le sue improvvise dimissioni con il riferimento esplicito al testo dell’intervista-fantasma di Giuli al Corriere della Sera che lo stesso ministro aveva reso pubblico sui suoi social la mattina del 14 luglio.
Battista non vuole accettare un piccolo incarico pubblico, a titolo gratuito come quello del professore Galli della Loggia, che – ha spiegato ai suoi interlocutori – «un giorno possa essermi rinfacciato come accaduto ora se mai dovessi criticare il ministro della Cultura. Preferisco essere libero di criticare che imprigionato da una poltroncina che possa essere puntata contro di me».
(da agenzie)

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