Ottobre 14th, 2025 Riccardo Fucile
POLITICI COME CECCARDI, PILLON, RONZULLI E CAPEZZONE CHIEDONOAGLI HATER UN RISARCIMENTO PER GLI INSULTI E QUALCUNO PAGA
Ci sono Susanna Ceccardi, Simone Pillon, Licia Ronzulli e Daniele Capezzone. Ma anche l’ex deputato leghista Guglielmo Golinelli, David Parenzo, Morgan e Alessandro Basciano. Italo Bocchino invece ha smesso, anche se l’impegno gli pare meritorio.
Sono i vip o politici che hanno cominciato a chiedere ai propri hater un risarcimento per gli insulti ricevuti sui social network. Lo fanno attraverso diverse società o studi legali che hanno questo nuovo core business. Ne parla oggi Selvaggia Lucarelli sul Fatto Quotidiano.
Gli studi legali e le richieste di risarcimento
Tra questi c’è lo studio legale Virgili di Modena. Che manda lettere a chi si è rivolto in modo a loro parere irrispettoso con Ceccardi, Pillon, Ronzulli e Golinelli. Capezzone e Parenzo si affidano invece alla Talento Company di Roma. Morgan utilizza l’avvocato Edno Gargano. Le sue lettere quantificano già la cifra con cui, chi la riceve, può evitare di essere denunciato. Fino a poco tempo fa con lui c’era anche Bocchino. Il quale nel frattempo ha fatto sapere che il 30 settembre ha disdetto il contratto con Anti hater. «Il metodo non mi convinceva, ma resto dell’idea che sia un diritto difendersi dagli hater nei modi previsti dalla legge», dice.
La quantificazione del danno
La quantificazione del danno è curiosa. Nel caso di Bocchino, se gli scrivi “Sei veramente un coglione” chiedono 3 mila euro. Mentre “Che schifo di uomo” fa salire la richiesta a 4 mila. “Fai
schifo” però, unitamente a “Cretino” e “Fai pena” fanno scendere la richiesta a 2.500 euro. Simone Pillon ha fatto contattare una persona che gli aveva scritto: «Sei ossessionato dalla comunità LGBT, secondo me ci fai repressamente parte». Parenzo propone una conciliazione bonaria a chi lo ha offeso scrivendogli “Leccaculo dei potenti”. Il leghista Golinelli ha invitato a una negoziazione uno che gli aveva scritto “vai a cagare”.
Il business della diffamazione online
Le lettere sarebbero migliaia. E fanno parte del business della diffamazione online. Che forse poco reggerebbe di fronte a un giudice. Ma di certo mette paura a chi non ha gli strumenti per capire e magari arriva a pagare. Capezzone ha fatto scrivere una lettera per un commento sotto a un post di Radio Radio in cui un signore gli scrive “Difendi l’indifendibile cretino!”.
(da Open)
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Ottobre 14th, 2025 Riccardo Fucile
ZAIA PENSA ALL’ADDIO… LA LEGA CROLLATA AL 4,38%, LA CAPORETTO DEL GENERALE
I risultati definitivi delle elezioni in Toscana dicono che la Lega ha raggiunto il 4,38%. Appena
quattro centesimi più del Movimento 5 Stelle. E meno, molto meno di Forza Italia (6,17), Alleanza Verdi Sinistra (7,1%) e persino Toscana Rossa (4,51%).
Una Caporetto per l’ex generale Roberto Vannacci, che si aspettava ben altro risultato nella sua terra. «Se questo è l’effetto Vannacci speriamo che prosegua», dice la segretaria del Pd Elly Schlein. Ma il nervosismo è maggiormente palpabile all’interno del Carroccio. Nei confronti del segretario Matteo Salvini, che ha voluto il pensionato delle forze armate. «Ha distrutto il partito», è l’accusa. E Luca Zaia minaccia l’addio.
La débâcle della Lega in Toscana
Le preferenze in totale sono 54 mila. Ovvero quasi la metà rispetto alle 102 mila delle Europee che risalgono a un anno e mezzo fa. Lui, su Facebook, dopo i complimenti di rito a Giani
se la prende con l’astensionismo: «Chi non ha votato, 1 toscano su 2, non si lamenti perché se non partecipi poi non hai alcun diritto di pretendere». In Toscana però la percentuale parla. E dice che il Carroccio ha preso meno voti rispetto alle Marche (7,3%) e Calabria (9,4%). Anche alle politiche era andata meglio: 6,5%. Mentre nel 2020 la leghista Susanna Ceccardi, candidata, portò il partito al 21%. E nel 2015 Claudio Borghi lo fece arrivare al 16%.
La grande sconfitta
La gestione della campagna elettorale è stata movimentata. Ceccardi e Giovanni Galli sono stati esclusi dalle liste. Molti gli addi a livello locale. «È stato distrutto un partito per regalare un posto agli amici di Vannacci», ha detto ieri Alessandro Santini, già capogruppo a Viareggio.
Il candidato di Fratelli d’Italia Alessandro Tomasi punta il dito con Repubblica proprio sul Carroccio: «Se i numeri sono questi, evidentemente qualcosa non ha funzionato. Ma l’analisi spetta a quel partito, non a me. Se ne occuperanno loro di valutare come hanno deciso di impostare la campagna elettorale e di come comporre le liste. Noi abbiamo sempre creduto nel lavoro di gruppo, non solo nei frontman ma in tutti gli uomini e le donne che lavorano dietro, magari in secondo piano, quotidianamente».
Il problema Zaia
Ora ci sono Veneto e Campania. E Zaia sta perdendo le chance di comparire con il suo nome sul simbolo. Repubblica fa sapere che la scritta “Zaia” sotto allo spadone, gli hanno detto da via
Bellerio, non ci sarà. Anche perché nel caso dovrebbe sparire pure il riferimento a «Salvini premier», sostituito dal nome del candidato governatore: in Veneto, ma anche in Puglia e in Campania. Secondo il governatore «il veto non arriva da FdI». E allora va cercato in casa. Zaia ha maturato la convinzione dopo aver sentito Giorgia Meloni. In attesa di un incontro a Roma, che avverrà probabilmente la prossima settimana.
L’uscita dal Carroccio
Zaia con i suoi evoca quasi una clamorosa fuoriuscita dal Carroccio: «Vedrò dove impegnarmi in futuro…». Ma lo dice anche davanti ai microfoni: «Se sono un problema vedrò di renderlo reale, il problema. Cercherò di organizzarmi in maniera tale da rappresentare fino in fondo i veneti». E ancora: «La campagna elettorale sarà purificatoria, lì si vedono i numeri, chi conta, chi ha parlato troppo». Il finale: «Io sono ancora vivo». La Lega chissà.
(da Open)
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Ottobre 14th, 2025 Riccardo Fucile
AGRICOLTORI CHE AVEVANO CONTRATTO UN DEBITO CON LE BANCHE…E’ VALSA LA PENA SACRIFICARE LA VITA DI TRE CARABINIERI?
Franco, Dino e Maria Luisa Ramponi sono stati arrestati per l’esplosione di Castel D’Azzano in
provincia di Verona. Si tratta di allevatori e agricoltori con problemi finanziari. Il vicesindaco della cittadina Antonello Panucci ha detto che i tre sono «agricoltori che coltivavano i campi, che hanno dovuto subire l’esecuzione forzata del recupero del credito sulla casa, che era uno dei pochi beni che avevano». Prima in ottobre, e poi il 24
novembre del 2024 si erano opposti all’arrivo dell’ufficiale giudiziario aprendo una bombola di gas. Maria Luisa e Franco erano anche saliti sul tetto.
Dino Ramponi è nato il 14/10/1962 a Verona. Franco è nato il 20/03/1960 a Verona . Maria Luisa è nata il 15/07/1966 a Verona. Franco Ramponi è titolare della ditta individuale “Ramponi Franco” con sede in via Ramponi 39. Secondo Ateco è dedita alla coltivazione di cereali, legumi da granella e semi oleosi, escluso il riso. Franco, 64 anni, allevatore e agricoltore e la sorella Maria Luisa, 58, dovevano asciare la loro abitazione di via San Martino, perché era scattato lo sfratto esecutivo, emanato dal tribunale di Verona.
«Ci hanno messo alle strette e a breve ci toccherà fare le valigie e sloggiare, probabilmente a dicembre», diceva Ramponi. «Magari riuscissi a trovare una stalla in affitto dove portare mucche e vitelle, così continuerei a lavorare. Ma per la casa? Io e mia sorella siamo sotto un ponte. Mi mancano quattro anni alla pensione e mia sorella non lavora, accudisce me e mi fa da mangiare, dunque con questa azienda spezzettata e all’asta dobbiamo sopravvivere in due».
«Il tribunale mi contesta di non essere rientrato da un debito fatto con la banca, ma che io non ho firmato. È stato mio fratello Dino ad accedere al prestito che non ha onorato, solo che ha firmato col mio nome, perché sono io il proprietario. Ci sono perizie calligrafiche che parlano chiaro: quella non è la mia firma».
«Andremo in municipio a chiedere un alloggio temporaneo nella speranza che il procedimento legale prosegua e che possiamo rientrare dalle varie vendite con un po’ di soldi, anche se la stima della casa e della stalla che è stata fatta dal tribunale è molto al ribasso, secondo me è sottostimata».
Alcune bombole di gas e quel che resta di molotov sono state rinvenute nella casa colonica. I vigili del fuoco hanno recuperato 5 bombole che erano state collocate in più stanze della casa e ora si trovano accatastate sul cortile.
La casa era satura di gas fatto uscire, si presume, da più bombole vista la potente deflagrazione che ha fatto crollare lo stabile. Ad innescare la miccia sarebbe stata la donna, mentre i due fratelli si sarebbero trovati in una sorta di cantina e non in una stalla come si era appreso in un primo momento. Tutti e tre si erano barricati in casa. Alcuni uomini delle forze dell’ordine sono saliti sul tetto per calarsi nello stabile dall’alto, mentre altri si sono diretti all’ingresso per procedere all’irruzione.
Giunti sull’uscio è stato sentito un forte odore di gas provenire dall’interno, quasi sicuramente fatto uscire da una o più bombole, e quando è stata aperta la porta d’ingresso si è sentita una forte esplosione che ha investito carabinieri, poliziotti e vigili del fuoco.Il procuratore capo di Verona Raffaele Tito, giunto sul posto della tragedia, ha detto che dei tre fratelli che hanno causato l’esplosione a Castel D’Azzano (Verona) «uno è scappato, la donna è in ospedale con ustioni, e anche l’altro fratello è ricoverato». L’ultimo fratello, Franco Ramponi, è stato successivamente catturato dai carabinieri. Si trovava in un
terreno di sua proprietà. Non ha opposto resistenza all’arresto.
Chi sono i tre carabinieri morti
Appartenevano al Nucleo Radiomobile di Padova e alla Squadra operativa supporto del Battaglione mobile di Mestre (Venezia) i tre carabinieri morti nell’esplosione del casolare a Castel D’Azzano (Verona). Il Brigadiere Capo Qualifica Scelta Valerio Daprà era nato a Brescia 56 anni fa, aveva una compagna e un figlio di 26 anni. Si era arruolato nel 1988 ed apparteneva al Radiomobile di Padova, assieme al Carabiniere Scelto Davide Bernardello, di 36 anni, celibe, nato a Camposampiero (Padova) e arruolato nel 2014. Il Luogotenente Marco Piffari, 56enne, viveva in provincia di Padova. Era il comandante della Squadra Operativa Supporto del Battaglione Mobile di Mestre, arruolato nel 1987.
(da agenzie)
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Ottobre 14th, 2025 Riccardo Fucile
GIA’ AVEVANO MINACCIATO DI FARLO NEL DRAMMA DELLA DISPERAZIONE: MA COME SI FA AD ESEGUIRE UNO SFRATTO IN QUESTO MODO? SE SI SAPEVA COME AVREBBERO REAGITO BISOGNAVA COGLIERLI DI SOPRESA NON SCHIERANDO 30 UOMINI… E POI IN QUESTI CASI OCCORRE DARE UN’ALTERNATIVA DI VITA A GENTE DISPERATA, LA VITA UMANA HA SEMPRE LA PRIORITA’
Tre carabinieri sono morti e quindici tra militari e agenti di polizia sono rimasti feriti in un’esplosione che si è verificata in un casolare di Castel D’Azzano, in provincia di Verona. Le forze di polizia erano intervenute per sgomberare l’abitazione, al cui interno c’erano tre persone, Franco (65 anni), Dino (63 anni) e Maria Luisa Ramponi (59 anni), quando c’è stata la deflagrazione. L’intero casolare, di due piani, è crollato travolgendo i militari e gli agenti.
Nello scoppio sono rimasti feriti anche 11 carabinieri, trasportati – in codice rosso, non in pericolo di vita – in quattro ospedali della zona, mentre quattro agenti delle Uopi (Unità operative di pronto intervento) della polizia di Stato hanno riportato lesioni. Tre i militari rimasti illesi. Anche sette vigili del fuoco sono stati accompagnati in ospedale per accertamenti.
Sul posto sono state impegnate 25 unità tra squadre ordinarie, unità cinofile e nuclei USAR (Urban Search and Rescue) per la messa in sicurezza dell’area.
Sul luogo è arrivato anche il procuratore capo di Verona, Raffaele Tito, che ha dichiarato che per i tre l’arresto “è per omicidio premeditato. Stiamo valutando anche il reato di strage”. “Avevo delegato la perquisizione alla ricerca di bottiglie molotov perché, grazie ai carabinieri, avevamo delle foto dalle quali si vedevano queste molotov sul tetto”, ha aggiunto il procuratore. Solo qualche giorno fa, alla fine del mese di settembre, i tre avevano minacciato “il custode giudiziario che era stato delegato alla vendita dell’immobile dal giudice civile” e “uno di loro ha detto che si sarebbe fatto esplodere”. “È questo il
motivo per il quale era stata autorizzata la perquisizione della casa”, ha affermato Tito.
A innescare la miccia sarebbe stata la donna, mentre i due fratelli si sarebbero trovati in una sorta di cantina e non in una stalla come si era appreso in un primo momento. Tutti e tre si erano barricati in casa. La donna e un fratello, entrambi di età intorno a 60 anni, hanno riportato ustioni e sono stati trasportati in ospedale per le cure mediche. I due sono stati fermati, mentre un terzo familiare, che si era allontanato subito dopo lo scoppio, è stato rintracciato poche ore dopo.
Bombole di gas e quel che resta di molotov sono state rinvenute nella casa colonica esplosa. I vigili del fuoco hanno recuperato 5 bombole che erano state collocate in più stanze della casa. E ora si trovano accatastate nel cortile. La casa era satura di gas fatto uscire, si presume, da più bombole vista la potente deflagrazione che ha fatto crollare lo stabile.
Il vicesindaco di Castel D’Azzano ha dichiarato che gli occupanti “non volevano lasciare la casa” e che il sottotetto dell’abitazione era “saturo di gas”. “L’operazione era pianificata perché le forze speciali arrivavano da fuori provincia e quindi era già programmato anche con le ambulanze, perché si sapeva che potevano esserci dei feriti, ma mai si immaginava che avessero progettato un’esplosione del genere che è stata sentita nel raggio di 5 chilometri”, ha dichiarato Antonello Panuccio, vicesindaco di Castel d’Azzano.
L’esplosione è stata innescata all’apertura della porta d’ingresso e
ha investito le forze dell’ordine e i vigili del fuoco che stavano facendo irruzione. Lo sgombero era stato programmato da giorni dopo vari tentativi di convincere i tre fratelli a lasciare il fondo: gli occupanti più volte avevano minacciato di farsi saltare in aria. Così sono stati fatti arrivare sul posto carabinieri dei Reparti speciali e agenti dell’Uopi, specializzati in azione antiterrorismo considerato il pericolo dell’intervento.
I precedenti
I tre fratelli sono già noti per due episodi con la stessa dinamica – la casa saturata di gas – avvenuti un anno fa. I tre sono agricoltori e allevatori con problemi finanziari e ipotecari. Prima in ottobre, e poi il 24 novembre del 2024 si erano opposti all’arrivo dell’ufficiale giudiziario aprendo una bombola di gas. Franco e Maria Luisa erano anche saliti sul tetto. Sul posto erano arrivati i vigili del fuoco, carabinieri e polizia locale, che dopo una mediazione avevano evitato il peggio.
I tre sostenevano di essere stati “ingannati” e che la sentenza del Tribunale che li sfrattava dal casolare era sbagliata. La vicenda nasce da un mutuo che avrebbero sottoscritto nel 2014, con l’ipoteca di campi e casa. I tre avevano però sempre sostenuto di non aver mai firmato i documenti per il prestito, e che anzi le firme erano state contraffatte. L’iter giudiziario era però arrivato fino alla decisione di esecuzione dell’esproprio.
“Sapevamo che la situazione era disastrosa Si erano cosparsi di benzina l’ultima volta. Avevano perso tutto ormai… vivevano senza corrente, senza gas, vivevano come dentro ad una grotta –ha raccontato un vicino -. Sapevamo tutti che era una situazione difficile, e già in 4-5 occasioni avevano preannunciato il peggio. Ora che gli avevano pignorato tutto dicevano: piuttosto che lasciare casa ci facciamo saltare in aria”.
(da agenzie)
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