Ottobre 22nd, 2025 Riccardo Fucile
“LA POLITICA FRANCESE STA TUTTA CON LUI, SEMBRA CHE ABBIAMO COMMESSO UN REATO DI LESA MAESTA’”
Mediapart è il giornale online che per primo rivelò lo scandalo dei soldi della Libia a Nicolas
Sarkozy, più di dieci anni fa. Il fondatore Edwy Plenel parla oggi con Il Fatto Quotidiano della sentenza che ha mandato in galera l’ex presidente della Francia. Per lui si tratta di «una doppia vittoria: per la libertà di stampa e per l’indipendenza della giustizia. Senza l’inchiesta a lungo termine di Mediapart, iniziata con le nostre prime rivelazioni nel 2011, la Francia non saprebbe nulla».
La rivelazione
Plenel dice che la giustizia «ha fatto proprie le nostre rivelazioni. Non si tratta ovviamente di una sentenza di parte. Ma di quella di magistrati indipendenti. Tutti i magistrati che hanno avuto modo di conoscere il caso, poiché Sarkozy e i suoi avvocati hanno potuto utilizzare tutti i mezzi di ricorso. In totale, sono stati circa un centinaio i magistrati che hanno avuto modo di conoscere il caso. Con 25 procedimenti d’appello e 12 decisioni in Cassazione».
Eppure la sua è una riflessione amara: «Purtroppo è anche lo spettacolo di una sconfitta. Abbiamo il sostegno dell’opinione pubblica, come dimostra il successo di Mediapart che, dalla sua creazione nel 2008, vive solo di abbonamenti con una redditività eccezionale (superando i 250 mila sottoscrittori, ndr). Ma con i magistrati ci troviamo di fronte a una coalizione politica, economica e mediatica che si mobilita attorno a Sarkozy come se il suo destino fosse il loro, per paura di perdere i propri privilegi».
L’incarcerazione
Secondo il fondatore di Mediapart «lo spettacolo mediatico intorno alla sua incarcerazione, che non tiene conto dei fatti stessi, così come il sostegno di cui gode ai più alti livelli dello Stato – il ministro della Giustizia gli fa visita in prigione, il presidente della Repubblica lo ha ricevuto prima che entrasse in carcere – testimoniano una profonda corruzione del dibattito e dello spirito pubblico in Francia. Stiamo assistendo a un ritorno ai privilegi della monarchia, come se la sorte di Sarkozy fosse un crimine di lesa maestà».
Sarkozy come il capo di un clan mafioso
Plenes dice che «Sarkozy si comporta come il capo di un clan mafioso, unito dall’appetito di potere, dalla sete di denaro e dal desiderio di impunità. Non è stato però condannato per mafia: ma ha messo in mostra la mafiosizzazione della politica francese. Si tratta di quella ‘mafia alta’ di cui parla Roberto Scarpinato e che permette a Sarkozy di aggirare la ‘vergogna sociale’ grazie alla complicità istituzionale del presidente Macron e dei media».
La corruzione
E conclude: «In Francia le forze politiche vivono l’ossessione elettorale e presidenziale e per questo hanno mire egemoniche sulla società civile rifiutando di organizzarla al suo interno. Ci serve invece una mobilitazione sociale indipendente e forte contro la corruzione, per dei valori morali ed etici, per una giustizia indipendente, per la democrazia. Servirebbe un appello in tal senso da parte delle forze politiche e sindacali, non è un compito di Mediapart».
(da agenzie)
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Ottobre 22nd, 2025 Riccardo Fucile
UNA DELLE RAGIONI DELL’ASSENTEISMO? LA NAUSEA DEI TALK SHOW DOVE SI DISCUTE DEL NULLA
Nei millanta talk show che presidiano la televisione italiana dalle sei del mattino a notte fonda, caso unico al mondo, si discute molto dell’irrefrenabile assenteismo elettorale. Forse più di tanti battibecchi sui massimi sistemi – l’astensione è più di destra o di sinistra? Ne strega più Meloni o ne manda in fuga più Vannacci? – e di tanti cartelli irti di flussi sarebbe utile uno specchio.
Uno di quegli specchi a figura intera di una volta; o, meglio ancora, i “trittici” da barbiere con le ante apribili, in modo che uno possa vedere i suoi profili e fare qualche domanda a se stesso. La buttiamo là: e se i cittadini fossero così nauseati dal vedere politici, opinionisti e conduttori, quasi sempre piazzati lì dal potere che fingono di interrogare, da avere una crisi di rigetto che li tiene alla larga dalle urne?
Perché mai ogni giorno devo sapere come si è svegliato Calenda, dove è andato ospite Renzi, cosa ha postato Salvini? Perché devo votare questi buffi di varietà?
È dura credere che il proprio voto conti qualcosa quando si ha
sotto gli occhi un’oligarchia molesta e asfissiante, ogni giorno le stesse facce, gli stessi alterchi, le stesse manicure spacciate per interviste. Se la scelta è quella proposta dalla società dell’avanspettacolo, meglio restarsene a casa.
Non abbiamo né cartelli di Floris, né il tavolo luminoso di Porro; è il principio dei vasi comunicanti a dire che la saturazione della politica sui media è inversamente proporzionale allo svuotamento delle urne. Più aumentano i follower (non si sa quanto autentici), più diminuiscono gli elettori veri. C’è un unico caso televisivo in cui i politici non accorrono alla chiamata, anzi tirano di lungo, scantonano, addirittura mandano a quel paese chi li vuole ascoltare e poi mandano querele. Stiamo parlando di Report, il programma di Sigfrido Ranucci. Il potere volta le spalle alle sue inchieste, anche se poi qualcuno le segue talmente tanto da mettergli una bomba sotto casa. Bello che oggi si stringano attorno a Report. Più bello ancora se domani smettessero di scappare.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Ottobre 22nd, 2025 Riccardo Fucile
“SCUOLA E UNIVERSITA’ ABBANDONATE ALLA ELUCUBRAZIONE DI VALDITARA SULL’ECCELLENZA DELL’OCCIDENTE”
Forse qualcosa si muove. O qualcosa comincia lentamente a riemergere sino a riaffiorare nelle
polemiche socioculturali nelle quali ormai la stessa politica sembra ridotta a una specie di pallida larva; qualcosa comincia a muoversi di nuovo sotto la coltre della superficialità e del conformismo che ormai hanno da tempo l’impressione di aver preso il sopravvento sul dibattito delle idee e sulla varietà delle opinioni riducendo tutto a pubblicità, a propaganda, spesso a ricatto o a intimidazione.
Riprendiamo il discorso appunto dove lo abbiamo lasciato or ora sulle colonne di questo giornale: da una parte la questione dei “tagli di bilancio”, dei quali da tempo ormai la scuola, l’università e lo spettacolo qualificato (il teatro, il cinema come forma d’arte, la stessa televisione come messo di cultura e di formazione) sono ridotti al ruolo di vittime da scarnificare, dall’altra la questione delle infrastrutture con i loro necessari ma non sempre adeguatamente controllati ruoli direzionali occupati da personale selezionato secondo regole non sempre chiare e suscettibili pertanto di contestazione se non di “tiro al piccione” e “assalti alla diligenza” nel nome di un malcostume politico al quale si attribuisce solitamente l’eufemistica espressione di spoil system.
Il che di solito finché le cose vanno bene si conduce attraverso più o meno eleganti schermaglie: e, quando tutto vacilla e rischia di precipitare, dà luogo a vere e proprie guerriglie per bande. Frattanto i due piloni del nostro sistema culturale, scuola e università, vengono abbandonati alla elucubrazione valditariana sulla “eccellenza dell’Occidente”.
Due casi recenti, ad esempio, sono emersi nella discussione “culturale” degli ultimissimi tempi: il derby tra il ministro della cultura Alessandro Giuli e la responsabile ministeriale per il cinema, Lucia Bergonzoni, a proposito dei “tagli” necessari (“ne-ces-sa-ri”) ai danni del già affannato comparto cinematografico, dove si parla di una riduzione sul tax credit di ben 196 milioni di euro prima e 240 dopo nell’arco di due anni a un complesso di attività e di iniziative che dà lavoro a migliaia di cittadini e che fa parte di un’industria, quella cinematografica, che da quasi un secolo propone al mercato internazionale prodotti di prima scelta per qualità e per quantità; una gloria per il nostro Paese che gli ultimi governi hanno in più casi penalizzato (scelte sbagliate a parte); e la kermesse della Fenice e di Beatrice Venezi, che negli ultimi tempi ha raggiunto le proporzioni di un ridicolo e scandaloso scontro tra fazioni opposte ed estreme della nostra già non onorevole vita politica.
A questo punto va pur detta la verità. Le poisson sent par la tête: che, se vogliamo, non è poi soltanto una testa italiana. E per chi ha memoria pur labile richiamiamo qualche dato. Alla fine del gennaio 1997, Le Nouvel Observateur pubblicava un prezioso Gotha: gli identikit della cinquantina di personaggi che “contavano” nella cultura del mondo, quelli che gestiscono almeno alcuni dei principali nodi culturali intesi come una rete ch’era stata delineata qualche tempo prima da Umberto Eco durante un convegno tenuto nel “castello” di Gargonza presso Arezzo, un bel villaggio medievale trasformato dal genio di Roberto Guicciardini in centro congressi. Qualcuno trattò poi di Cyberia, il Villaggio Globale Elettronico, ultima incarnazione dell’utopìa descritta da Eric Voegelin: «Si tratta di modificare la struttura del mondo in maniera così radicale che da questa modifica emerga un Mondo Nuovo di pura soddisfazione». Lo scopo era evidente: dopo l’utilitarismo ecco l’edonismo; il volto piacevole del Nulla. Naturalmente, la pura soddisfazione sarebbe stata riservata ai semidèi che avrebbero i quartieri residenziali; ai loro portaborse sarebbero state riservate sostanziose briciole; la sorte degli altri era già ben visibile nelle prospettive dei ragazzini europei in berrettino con visiera rovesciata e salopette, quelli dei McDonald’s e della Curva Sud, delle discoteche e delle risse del sabato sera, dello “spinello” e della “pera” (le loro aristocrazie telematiche si sarebbero perdute nei War Games e in Internet; qualcuno sarebbe arrivato al paradiso della Realtà Virtuale); un ulteriore cerchio, ancor più basso ed esterno, avrebbe visto riservarsi la sorte delle masse sudamericane e africane, dove ci si ammazza e si muore di fame mentre il civile Occidente discute sulle quote del latte e distrugge le sue eccedenze alimentari per non far crollare i mercati.
Tutto ciò, beninteso, sempre che la ben lubrificata macchina di educato e patinato liberticidio universale non venisse intralciata da qualche sconsiderato bastoncello tra le sue ruote. Certi ambienti islamici, ad esempio; o magari le denunzie di Papa Francesco. O qualcun altro di quegli eventi che Vilfredo Pareto aveva elencato sotto la categoria dell’Imponderabile. E che gli ebrei chiamano hezbà Elohim, “il dito di Dio”.
Quando vennero scritte cose del genere, destinate a scandalizzare molti eminenti personaggi e tantissimi fra nani e ballerine (e il coraggio di scriverle ce l’avevano personaggi come Giovanni Raboni: dice niente il nome?), quello scandalo fu ingenuamente scambiato da qualcuno come un residuo di vecchi atteggiamenti mentali, residuo di un annoso conformismo che indicava la cultura nella sinistra e l’ignoranza nel suo contrario. È evidente che il pur rapsodico e confuso catalogo elaborato per dimostrare il suo assunto era stato composto abbastanza in fretta e furia, non senza una punta di facinorosa e forse un tantino palinodica per non dir autolesionistica malizia. Distinguere il mondo delle istanze culturali in una “destra” e in una “sinistra”, per esempio, era già allora un gioco – razionalmente e storicamente parlando – inaccettabile nel suo pesante cronocentrismo, ch’è come dire nel suo evidente anacronismo. Ma era meritorio nel far emergere insospettate forme di cattiva coscienza e di nevrosi.
Quel che tuttavia oggi si rilegge con accorato interesse, quasi con commossa nostalgia, è che ancora alcuni anni or sono polemiche di questo tipo erano possibili, anzi all’ordine del giorno, anzi brucianti. La distruzione del mondo dei valori diciamo così immateriali non era ancora cominciata visibilmente, per quanto fosse stata a lungo e da lungo tempo preparata e premeditata.
Allora eravamo tutti un po’ tentativi di riscrivere e riplasmare la storia politica e culturale del mondo, in specie degli ultimi decenni. Oggi la prospettiva è mancata: e le generazioni più anziane, a una delle quali purtroppo io appartengo, non possono
che farne un severo mea culpa. Negli ultimi decenni un secolare lavoro di generazione dietro generazione è andato sperperato, complici falsi idoli politici e demenziali proposte di ricerca della libertà intellettuale e politica indirizzati unilateralmente al livellamento, alla distruzione delle gerarchie e delle differenze ritenute solo ostacolo al progresso dell’arbitrio e alla felicità e non invece argini al dilagare del Nulla; il dialogo intergenerazionale è stato sacrificato sull’ara del “Vietato vietare” che presto si è trasformato in “Vietato pensare”. P
ier Paolo Pasolini aveva dato per tempo l’allarme. E non era mancato chi l’aveva giudicato un “traditore della sinistra”, come qualcun altro ha poi giudicato nella stessa maniera Cesare Pavese per alcuni giudizi da lui affidati ai suoi Taccuini. «Saggi son due, ma non vi sono intesi», aveva già sentenziato Dante Alighieri.
Meditare sulle rovine del passato può essere triste, ma anche assumere un valore catartico. La strada in discesa che da allora abbiamo percorso sino all’afasia critica dalla quale emergono forme nuove di dogmatismo inquisitoriale c’induce a chiederci di nuovo, come il Galileo di Brecht, a che punto è la notte.
Ma il meditare sulle rovine del futuro è vano ed amaro: produce solo, nel migliore dei casi, la disperante speranza di non aver capito nulla e pertanto di star sbagliando profezia. Cerchiamo di valutare spassionatamente lo scontro, mentre ci troviamo tra i residui giovanili di un’estrema destra che si riduce alle passeggiate notturne nei boschi e ai riti in finte feste carnevalesche e alle frange di un’estrema sinistra intenta a mimare di nuovo gli “epici” scontri di piazza dei peggiori “Anni di piombo”. E in questo contesto c’è qualcuno che sogna ancora i Grandi Teatri di una volta, con tanto di Traviata e di Forza del Destino come tampone decrepito a dissimulare il Nulla che avanza nel presente.
Franco Cardini
(da La Stampa)
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Ottobre 22nd, 2025 Riccardo Fucile
L’ULTIMA MANOVRA METTE IL BOLLINO SUGLI IMPEGNI DISATTESI DA MELONI
Pensioni, tasse, giovani, sanità. A tre anni dall’insediamento e con la penultima manovra economica della legislatura alle porte, il governo Meloni più che celebrare i passi in avanti lungo la strada della longevità, deve fare i conti con le promesse non mantenute. Spesso in maniera macroscopica.
Il caso di scuola è l’aumento dell’aliquota, dal 21 al 26 per cento, per gli affitti brevi anche sulla prima casa. Norma che però trova la ferma opposizione del segretario di Forza Italia, Antonio Tajani. «Faremo di tutto perché il testo sia modificato. O si modifica prima di inviarlo alla Ragioneria o in parlamento», ha detto. Mentre il prelievo sulle banche resta fumoso, sebbene i saldi siano già inseriti nella legge di Bilancio: 11 miliardi di euro nell’anno.
Insomma, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, insegue il record di durata, segnando una tacca per ogni giorno trascorso a palazzo Chigi, ma senza badare ai risultati. Tanto per cominciare
la madre di tutte le riforme, il presidenzialismo, è stata accantonata per il premierato, che però ha una navigazione alquanto accidentata. Con un orizzonte incerto.
Promesse in pensione
Il capitolo previdenziale è quello più imbarazzante per Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega. La legge Fornero si conferma difficile da modificare. Meloni, nel 2017, aveva detto di essersi pentita di averla votata, ammettendo allo stesso tempo che l’abolizione integrale fosse impossibile.
L’alleato leghista, Matteo Salvini, ha d’altra parte sempre sventolato la bandiera elettorale della cancellazione della riforma. I due sono uniti dallo stesso destino: hanno disatteso gli impegni assunti con gli elettori. Cambia l’entità delle promesse, ma l’esito non muta.
Fratelli d’Italia aveva parlato di «stop all’adeguamento automatico dell’età pensionabile all’aspettativa di vita». Basta leggere il Documento programmatico di bilancio per capire che le parole meloniane si disperdono nel vento. Stesso discorso per Opzione donna, misura che favorisce l’uscita delle lavoratrici dal mondo del lavoro a determinate condizioni.
Al momento, salvo ravvedimenti operosi, la norma non sarà prorogata. Pessimo è pure il “bilancio previdenziale” di Salvini: quota 41, ossia la pensione con 41 anni di contributi a prescindere dall’età, è una chimera irraggiungibile.
Ed è anche sparita dai radar quota 103, il mix tra età e anni di
contribuzione. Infine, l’aumento delle pensioni minime è stato quasi impercettibile. E sicuramente lontano dai mille euro mensili prospettati da Silvio Berlusconi nella campagna elettorale 2022. Al momento sono state mandate in pensione solo le promesse.
Più tasse per tutti
Sull’altro maxi capitolo, quello del fisco, non va molto meglio. Sempre Berlusconi aveva rispolverato un suo cavallo di battaglia: la flat tax, inizialmente al 23 per cento e poi al 15 per cento, per tutti i redditi. Un provvedimento da attuare nei primi cento giorni di governo del centrodestra. Ne sono trascorsi più di mille e non c’è nemmeno l’ipotesi per arrivare a questa aliquota.
Bisogna accontentarsi del taglietto del secondo scaglione dell’Irpef, dal 35 al 33 per cento. Resta frustrata la promessa di Fratelli d’Italia – ma anche della Lega – di portare alla soglia dei 100mila euro di fatturato la flat tax (al 15 per cento) per i lavoratori autonomi.
Che dire poi degli altri tipi di prelievi? Sono ormai paradigmatici i video di Salvini e Meloni in cui chiedevano la riduzione, se non l’eliminazione, delle accise sul carburante. Nella legge di Bilancio c’è una riduzione di 4 centesimi al litro per la benzina, compensata dal rincaro – per la stessa somma – del diesel.
Il quadro si chiude con una pietra angolare delle promesse disattese: la destra, arrivata al potere all’urlo di «meno tasse», sta portando a un progressivo aumento della pressione fiscale. Nel
2024 è stata del 42,5 per cento, in crescita di 1,2 per cento rispetto all’anno precedente: nel 2025, stando alle stime, dovrebbe raggiungere il 42,8 per cento.
Il sostegno ai redditi è un altro obiettivo non raggiunto: a marzo 2025, la perdita del potere di acquisto si era attestata al 10 per cento. E in particolare l’Istat ha ricordato che nel 2024 quasi un italiano su quarto, il 23,1 per cento, è a rischio povertà o esclusione sociale, facendo registrare un +0,3 per cento rispetto al 2023.
Sulle politiche per la famiglia, altra stella polare della destra meloniana, la promessa era quella di introdurre il quoziente familiare. Sono state varate alcune norme che hanno dato vita a un «quoziente all’italiana», molto sui generis, sicuramente lontano dal vero quoziente. Il meccanismo di detrazioni favorisce chi ha più figli e c’è l’assegno unico universale, che conteggia la consistenza dei nuclei familiari, ma quest’ultimo intervento è stato introdotto dal governo Draghi.
Il risultato è che non esiste il quoziente familiare. Sulla sanità, poi, il dato resta deludente: la spesa rispetto al Pil era scesa al 6,3 per cento nel 2024 e si riporterà al 6,4 per cento alla fine dell’anno in corso. Numeri lontani dai più importanti paesi europei, così come l’abbattimento delle liste d’attesa è uno slogan più che una realtà.
Sullo sfondo resta la gestione delle politiche migratorie. Meloni, battagliera all’opposizione, chiedeva il blocco navale. Nei
programmi elettorali l’iperbole era sparita.
Ma la gestione dei flussi migratori è stata appaltata ai centri in Albania. I numeri lasciano poco spazio a interpretazioni: poche decine di persone sono state portate in quelle strutture. A ben vedere la catena delle promesse ha funzionato alla grande solo su alcuni capitoli: i condoni fiscali, con la quinta rottamazione delle cartelle già pronta, e la svolta securitaria dei decreti Sicurezza.
(da EditorialeDomani)
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Ottobre 22nd, 2025 Riccardo Fucile
ORMAI IL GOVERNO DELL’ILLEGALITA’ FA RIDERE IL MONDO… LE CRITICHE DELL’ANTIMAFIA: “SI METTE A REPENTAGLIO LE FONTI DI PROVA”
Evidentemente non bastava l’“avviso di arresto”, l’obbligo – già in vigore – di annunciare in
anticipo all’indagato che il pm vuole metterlo in carcere. La nuova trovata allo studio di Carlo Nordio è l’“avviso di perquisizione”: due ore prima di iniziare una perquisizione “a sorpresa”, gli inquirenti dovranno avvertire “con ogni mezzo utile” l’avvocato del perquisito.
Così recita la bozza di riforma del Codice di procedura penale (che il Fatto ha letto in anteprima) partorita dall’apposita commissione nominata dal ministro della Giustizia, presieduta dal capo dell’Ufficio legislativo del ministero, Antonio Mura. Oltre alla limitazione della custodia cautelare – che impedirà di applicare il carcere preventivo agli indagati per reati non violenti – il testo introduce una serie di altri ostacoli piccoli e grandi alle indagini, tra cui, appunto, il diritto del difensore dell’indagato a “essere atteso per due ore prima dell’inizio delle operazioni” di setaccio di un luogo in cui si presume ci siano oggetti, supporti informatici o carte utili a provare un reato.
Un preavviso che naturalmente rischia di rendere l’accertamento del tutto inutile, lasciando al perquisito – o ai suoi complici – il tempo di disfarsi di ogni elemento significativo per le indagini.
Per gli esperti di Nordio si tratta di una misura necessaria a “rafforzare i diritti difensivi”, dando il tempo all’avvocato di recarsi sul posto. Già adesso infatti i legali hanno diritto di assistere alle perquisizioni se sono “prontamente reperibili”: l’avviso però viene dato contemporaneamente all’inizio delle ricerche, che al massimo – come gesto di cortesia – può essere leggermente ritardato. La proposta della commissione, invece, istituzionalizza un “bonus” di 120 minuti utilizzabile a piacimento per far sparire il necessario. “Prevedere una stasi di due ore per un atto a sorpresa rischia di mettere seriamente a repentaglio le fonti di prova. Aumentano i pericoli di coordinamento tra indagati, ma anche di cancellazioni da remoto, cifrature forzate o dispersione di fonti informatiche, nelle ipotesi – frequentissime – in cui si rinvengano dispositivi digitali che devono essere analizzati”, spiega Marco Bisogni, pm della Direzione distrettuale antimafia di Catania e membro del Consiglio superiore della magistratura per il gruppo “moderato” di UniCost. Per questo la norma specifica che l’avviso dev’essere dato solo “dopo aver assunto misure provvisorie dirette a evitare l’alterazione dello stato dei luoghi o delle persone”: misure finalizzate, si legge nella relazione, a scongiurare “l’‘inquinamento’ dell’oggetto su cui occorre svolgere l’indagine”.
Facile da scrivere, meno da realizzare: “Non si chiariscono i confini di queste misure provvisorie, ampliando così i possibili contenziosi”, nota Bisogni. “Si può o non si può entrare nell’abitazione in attesa di perquisirla? Chi si trova nel luogo da perquisire e non è indagato può allontanarsi?”. Peraltro, nel caso di ricerche effettuate in più luoghi insieme, o in strutture particolarmente vaste, servirebbe un esercito di uomini per tenere tutto sotto controllo. Certo, è prevista una clausola di salvaguardia: l’avviso anticipato può essere omesso quando “vi è fondato motivo di ritenere che le tracce o gli altri effetti materiali
del reato possano essere alterati”. Ma si tratta comunque di un’eccezione alla regola.
Nel testo c’è anche un’altra proposta estremamente insidiosa per le indagini: i pm dovranno iscrivere gli indagati nell’apposito registro già solo se il fatto denunciato appare “ragionevolmente inquadrabile” in una fattispecie incriminatrice, mentre al momento l’espressione usata dalla norma è “riconducibile”. Si abolisce, inoltre, il requisito che il fatto denunciato debba essere “non inverosimile”. Al tempo stesso si aumentano i poteri del giudice di spostare all’indietro la data dell’iscrizione: lo potrà fare in tutti i casi in cui ritiene che ci sia stato un ritardo, mentre, al momento, il ritardo dev’essere “inequivocabile e non giustificato”. Sembra una questione di lana caprina, ma la conseguenza è pesantissima: anticipare l’iscrizione significa anticipare la scadenza dei termini di durata delle indagini, rendendo inutilizzabili gli atti compiuti successivamente. Così come possono diventare inutilizzabili i verbali di persone sentite senza l’assistenza di un difensore in quanto non indagate, mentre secondo il giudice avrebbero dovuto esserlo: è il famoso caso delle “Olgettine” nel processo Ruby ter, che portò all’assoluzione di tutti gli imputati tra cui Silvio Berlusconi (la sentenza è stata annullata dalla Cassazione).
(da il Fatto Quotidiano)
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Ottobre 22nd, 2025 Riccardo Fucile
IL DEFICIT AUMENTA E LE ENTRATE CROLLANO…PER LA PRIMA VOLTA, C’È STATA UNA MANIFESTAZIONE DI PROTESTA CONTRO L’AUMENTO DELLE TASSE A VLADIVOSTOK
L’ 11 ottobre a Vladivostock, nell’estremo oriente, è accaduto qualcosa che contraddice tutti i cliché e le abitudini effettive della Russia autocratica di Vladimir Putin. Non solo una manifestazione di protesta per una decisione del governo è stata autorizzata, ma i politici locali si sono uniti alla gente e hanno dimostrato anche loro. Contro Mosca. È la prima volta dal Covid che veniva permesso agli abitanti di Vladivostock di scendere in piazza.
Criticavano una misura nella legge di bilancio che, a prima vista, non ha niente a che vedere con l’Ucraina: un aumento esponenziale delle tasse sulle auto importate di seconda mano.
La Russia non è vicina al collasso ed è in grado di continuare ad attaccare l’Ucraina. Ma i limiti economici, industriali, demografici e di finanza pubblica della sua potenza militare nel 2025 stanno diventando più visibili. E orientano ciò che i governi europei stanno cercando di ottenere: vogliono portare Putin a concludere che non potrà centrare i suoi obiettivi di guerra in Ucraina — non per ora — e che quindi gli conviene congelare il conflitto.
Non ritirarsi; solo congelare la guerra in Ucraina lungo l’attuale linea del fronte, mantenendola militarizzata e fortificata anche se le armi tacciono, come il Cremlino ha già fatto in Georgia nel 2008.
Anche quella tassa sulle auto d’importazione è un sintomo che per la Russia le risorse non sono illimitate e sul governo cresce la pressione. Perché non si tratta dell’unico nuovo prelievo.
Con il 2026 arriva anche un aumento delle aliquote sugli autonomi o le piccole imprese, oltre a un rialzo dell’imposta sui consumi (Iva) di due punti al 22% destinato a riaccendere l’inflazione.
Tutto serve, naturalmente, a pagare per la guerra. Con il calo del prezzo del petrolio e la frenata dell’economia — passata da una crescita del 4,1% nel 2024 allo 0,6% previsto dal Fondo monetario internazionale sul 2025 — le entrate di bilancio di Mosca sono giù quasi del 17% nei primi sei mesi di quest’anno. Il deficit si avvicinerà al 3% del prodotto lordo e quel livello pesa molto più che in Europa, perché Mosca ha perso l’accesso ai mercati internazionali per finanziarsi. Può contare solo su banche e risparmio interni.
Mancano due mesi alla fine dell’anno e il ministero delle Finanze è riuscito a piazzare appena metà dei titoli di debito previsti sul 2025. La stessa produzione militare ha smesso di crescere (al netto dei droni) e — nota Alexandra Prokopenko su Foreign Affairs — nel 2026 per la prima volta dall’aggressione totale all’Ucraina il bilancio militare non aumenterà, anzi calerà appena. Gli almeno 220 mila morti russi in Ucraina, le centinaia di migliaia di feriti gravi, più gli almeno 700 mila russi fuggiti all’estero fanno sì che nuova forza lavoro per il sistema militare-industriale sia introvabile.
Niente di tutto questo significa che la Russia sia esausta. Il budget dell’esercito resta sempre al 40% della spesa pubblica. Ma i governi europei più attivi nel sostegno all’Ucraina — Germania, Polonia, baltici, nordici — intravedono un’opportunità ora che l’affanno per la Russia non può che crescere ancora.
L’uso delle riserve russe congelate a favore dell’Ucraina per circa 170 miliardi di euro potrebbe essere deciso in dicembre e divenire operativo a marzo. Esso darebbe a Kiev risorse per produrre droni e altri mezzi di difesa per altri due anni circa (il
costo della guerra per l’Ucraina oggi è di 172 milioni di dollari al giorno).
Nel frattempo la Russia continua a subire 30 mila vittime al mese, fra morti e feriti, per conquistare frazioni trascurabili di territorio nel Donbass. Non potrà farlo all’infinito. Pokrovsk nel Donetsk sembrava spacciata già un anno e mezzo fa, eppure non è mai caduta.
Con l’uso intensivo di droni invece il ritmo delle perdite ucraine è rallentato.
Concedere l’intero Donbass a Putin significherebbe oggi aprirgli la strada verso l’Ucraina centrale, oltre le fortificazioni del Donetsk. Kiev e gli europei non lo faranno. Aspettano che Putin decida che non può far altro che fermarsi.
(da Corriere della Sera)
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Ottobre 22nd, 2025 Riccardo Fucile
UNA TESI ESILARANTE CHE DIMOSTRA IL LIVELLO DELLA CLASSE DIRIGENTE DI FDI
È notizia delle ultime ore il fermo di tre sospettati per l’omicidio di Raffaele Marianella,
l’autista del pullman di tifosi del Pistoia Basket colpito da un sasso sulla superstrada Rieti-Terni di rientro dalla partita di serie A2 contro la Real Sebastiani Rieti. Manuel Fortuna, 31 anni, Kevin Pellecchia, 20, e Alessandro Barberini di 53 sono stati condotti in carcere con gravi indizi di colpevolezza. I tre sono appartenenti ad un gruppo di tifo organizzato della Curva Terminillo e sono vicini a movimenti di estrema destra. Ma per la consigliera comunale di Rieti in quota Fratelli d’Italia Angela Di Marco, la colpa morale di quanto accaduto e della morte di Marianella sarebbe dell’europarlamentare di Alleanza Verdi e Sinistra Ilaria Salis
La consigliera di Fratelli d’Italia a Rieti: “Esempio di Salis segnale di impunità”
“Autista di autobus ucciso a sassate. L’esempio di Salis, che invece di affrontare le conseguenze delle sue azioni è riuscita a ottenere un seggio parlamentare, è un segnale di impunità che non fa altro che alimentare un clima di sfiducia nel sistema”, ha scritto la consigliera Di Marco sul suo profilo Facebook.
Due dei tre sospettati dell’omicidio dell’autista Marianella, Barberini e Fortuna, sono militanti del gruppo di estrema destra ‘La Roccaforte Rieti’, che promuove raccolte alimentari dedicate solo a famiglie ‘italiane’ e ‘reatine’ in difficoltà economiche. Fortuna ha anche parlato a nome della Roccaforte in alcuni articoli di giornali locali, mentre sui social di Barberini sono frequenti le dediche a Benito Mussolini e slogan come ‘Il 25 aprile non è la mia festa’.
La risposta di Sinistra Italiana: “Sindaco faccia dimettere Di Marco”
Non si è fatta attendere la risposta di Sinistra Italiana, partito per cui Salis è rappresentante all’Eurocamera: “Un’uscita gravissima, che strumentalizza una tragedia per colpire un’avversaria politica. Non solo un atto di cinismo, ma anche un’offesa alla memoria della vittima e al dolore dei suoi familiari”, scrive sui propri canali social SI – Federazione di Rieti riguardo all’affermazione della consigliera Di Marco. “Ci auguriamo che il Sindaco di Rieti e il partito di appartenenza prendano ledistanze da tali dichiarazioni e ne chiedano le dimissioni – continua il post
(da agenzie)
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Ottobre 22nd, 2025 Riccardo Fucile
I REATI IPOTIZZATI: TENTATO OMICIDIO, TORTURA, ATTI DI PIRATERIA, SEQUESTRO DI PERSONA… SONO 37 LE DENUNCE CIRCOSTANZIATE
In un momento in cui da Gaza continuano ad arrivare immagini che mostrano i segni visibili delle torture inflitte sui corpi degli ostaggi palestinesi rilasciati nelle ultime settimane, e mentre sul territorio regge a fatica una tregua solo formalmente permanente, dall’Italia arriva una notizia di peso politico e giudiziario: la Procura di Roma ha aperto un’indagine sui crimini commessi da Israele contro la Global Sumud Flotilla.
La missione, civile, internazionale e politica, ha visto la partecipazione di centinaia di persone provenienti da oltre 40 Paesi: parlamentari, medici, giornalisti, attivisti, operatori umanitari e osservatori per i diritti umani. L’obiettivo dichiarato era rompere simbolicamente il blocco navale illegale imposto da Israele su Gaza e portare un carico simbolico di aiuti umanitari a una popolazione allo stremo, colpita da mesi di bombardamenti e isolamento. La Flotilla chiedeva inoltre l’apertura di un corridoio umanitario stabile e verificabile, attraverso un’azione non
violenta e partecipata, volta a rendere visibile l’assedio illegale di Israele.
Le accuse: pirateria, sequestro, tortura
Tra i passeggeri a bordo c’erano anche cittadini e parlamentari italiani: trentasette di loro, al rientro in Italia, hanno presentato denuncia. Sulla base delle testimonianze raccolte, la Procura ha aperto così un fascicolo in cui si ipotizzano reati estremamente gravi: tentato omicidio, pirateria, naufragio, sequestro di persona, maltrattamenti e tortura.
Le imbarcazioni sono state intercettate illegalmente in acque internazionali dalla marina israeliana, e abbordate con forza; le attiviste e gli attivisti a bordo sono stati prelevati con la forza, bendati e condotti nel porto di Ashdod, per poi essere reclusi nelle carceri israeliane per giorni, senza contatti esterni né, in alcuni casi, assistenza legale, e infine espulsi.
Una volta raccolte le denunce e valutata la gravità dei fatti, la magistratura italiana ha deciso di procedere con l’apertura di un’indagine formale, un caso giuridico davvero raro: sono pochi infatti i precedenti in cui un’autorità europea ha avviato un procedimento legale per fatti avvenuti in acque internazionali e che coinvolgono direttamente forze armate israeliane. Il diritto penale italiano consente però l’avvio di procedimenti in presenza di crimini gravi, soprattutto se coinvolgono cittadini italiani o configurano violazioni dei diritti umani e crimini internazionali.
La tregua violata, il blocco che continua
Nonostante la tregua promossa dall’amministrazione statunitense e l’annuncio israeliano di un cessate il fuoco, i bombardamenti israeliani non si sono però fermati. Solo due giorni fa Israele ha violato la tregua, bombardando nuovamente e ripetutamente Gaza. Il bilancio è pesante: quasi cento civili uccisi solo in una notte, tra cui numerosi bambini.
Israele ha annunciato che la tregua è di nuovo in corso e che riaprirà alcuni valichi, ma per ora la situazione resta ferma; le organizzazioni umanitarie e gli operatori sul campo continuano a descrivere una situazione drammatica, con gli aiuti bloccati alle frontiere e condizioni igienico-sanitarie estremamente critiche.
Nel frattempo, le mobilitazioni in solidarietà con la popolazione palestinese si moltiplicano in Europa e in molte città del mondo. I promotori della Flotilla considerano l’inchiesta italiana un passo importante, ma non risolutivo, e chiedono ora di continuare a riempire le piazze, mobilitandosi “dentro ma soprattutto fuori i tribunali”.
L’indagine aperta a Roma sarà probabilmente lunga e complessa, ma rappresenta un precedente significativo. Per la prima volta, la giustizia italiana è chiamata a valutare la responsabilità di Israele per un’azione armata illegale condotta contro una missione civile in acque internazionali, e a confrontarsi con il vuoto politico e giuridico lasciato dall’Europa di fronte a un’invasione che sfida ogni giorno il diritto internazionale.
(da Fanpage)
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Ottobre 22nd, 2025 Riccardo Fucile
I VALICHI RESTANO CHIUSI E GLI AIUTI UMANITARI SONO ANCORA BLOCCATI, ALTRO CHE LE BALLE CHE CI RACCONTANO
La tregua a Gaza, annunciata e rilanciata, non sembra ancora iniziata davvero. Nella Striscia si
continua a morire: di fame, di sete, per l’assenza di medicine, per ferite non curate e per il cinico calcolo politico che trasforma ogni valico in un confine impossibile da superare e ogni ONG in un sospetto da monitorare.
Gli aiuti umanitari – quelli essenziali, che dovrebbero passare anche nel mezzo di una guerra o un’invasione militare, da cui dipende la sopravvivenza dell’intera popolazione, restano ancora bloccati. Israele ha annunciato che la tregua è di nuovo in corso e che riaprirà alcuni valichi, ma per ora la situazione resta ferma. E drammatica.
Fanpage.it ne ha parlato con Paolo Pezzati, Portavoce per le crisi umanitarie di Oxfam, che da settimane denuncia lo stallo umanitario e le responsabilità politiche internazionali.
Oxfam: “Nessun miglioramento. La tregua è un’illusione”
“A Gaza non è cambiato quasi nulla. Sì, i valichi di Kisufim e Karem Shalom sono stati riaperti parzialmente, ma solo per far passare qualche camion delle Nazioni Unite e pochi beni commerciali. Le ONG, che prima garantivano il grosso degli aiuti, sono ancora fuori da tutto. Il meccanismo umanitario previsto dalla Risoluzione 2720 semplicemente non è mai stato attivato”, spiega Pezzati.
Le ragioni di questo stallo infatti, non sono soltanto militari, ma anche burocratiche e politiche. Per capire perché gli aiuti umanitari non arrivano, bisogna guardare a come funziona — o meglio, non funziona — il “sistema” che regola l’accesso delle organizzazioni umanitarie a Gaza.
Prima del 7 ottobre 2023, un’organizzazione non governativa che voleva operare in un determinato territorio doveva registrarsi nel Paese competente; una volta completata la registrazione, questa rimaneva valida in modo permanente, senza bisogno di rinnovi o ulteriori autorizzazioni. Per quanto riguarda la Striscia di Gaza, anche prima dell’invasione militare era obbligatorio ottenere il via libera da parte delle istituzioni israeliane, dal momento che lo Stato ebraico controlla — in violazione del diritto internazional l’accesso al territorio palestinese. Di conseguenza, anche gli aiuti umanitari destinati ai civili dovevano sottostare a un processo di approvazione imposto da Tel Aviv.
Dopo il 7 ottobre, però, il sistema è cambiato radicalmente: Israele ha imposto un nuovo processo di registrazione per tutte le ONG internazionali che vogliono operare nei Territori Palestinesi, e in particolare a Gaza. Un sistema “estremamente complesso, pieno di ostacoli burocratici, condizioni restrittive e richieste considerate vessatorie, come la consegna dei dati personali di tutti i dipendenti”, racconta Pezzati.
Di fatto, si tratta di una vera e propria schedatura che, secondo molte ONG come Oxfam, viola le normative europee sulla protezione dei dati personali. Questo nuovo meccanismo, per Israele “servirebbe a regolare l’accesso umanitario”, ma in pratica funziona come uno strumento per limitarlo drasticamente; le ONG denunciano da tempo di non riuscire a far entrare convogli, né a distribuire gli aiuti già pronti, nonostante ci siano milioni di dollari in beni essenziali bloccati ai confini — acqua potabile, kit sanitari, cibo e coperte.
“Prima del 7 ottobre 2023 entravano a Gaza circa 500 camion al giorno. Oggi siamo a meno di 950 camion in totale dall’inizio della tregua. In tre settimane”. Una quantità che copre appena 48 ore di necessità per una popolazione di oltre due milioni di persone. Una situazione che va insomma in direzione opposta rispetto alla Risoluzione 2720 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, adottata il 22 dicembre 2023, che chiedeva un meccanismo umanitario efficace e senza ostacoli per far arrivare gli aiuti alla popolazione civile di Gaza.
In teoria, Israele avrebbe dovuto collaborare attivamente con questo processo. In pratica, quella risoluzione è rimasta carta straccia.
“Israele non rispetta il diritto internazionale, e nessuno dice nulla”
Per Oxfam la responsabilità è chiara. E non riguarda solo la violazione del cessate il fuoco: “Israele non sta rispettando, come detto, la risoluzione 2720, che ha valore giuridicamente vincolante. Non sta rispettando neppure le regole fondamentali del diritto umanitario. E questo mentre migliaia di civili – uomini, donne, bambini, anziani, malati – muoiono ogni giorno non solo per le bombe, ma anche per la fame, per l’assenza di cure, per la sete”, denuncia Pezzati.
Denuncia che non è certo nuova. E che sembra restare, anch’essa, come tante, inascoltata: “Abbiamo chiesto al governo italiano di smettere di restare in silenzio. Di prendere posizione, di esercitare una pressione politica vera. Perché questa è una catastrofe umanitaria. Ma da Roma, finora, non è arrivata alcuna risposta”.
Una ricostruzione senza i palestinesi
Oltre al disastro umanitario, c’è poi il vuoto politico: “Nessu piano credibile per la ricostruzione di Gaza è stato presentato. Nessun coinvolgimento del popolo palestinese, nessun accenno alla fine dell’occupazione, né tanto meno all’eliminazione delle colonie illegali in Cisgiordania, condannate anche dalla Corte Internazionale di Giustizia”.
Nel piano a firma Trump, insomma, manca tutto: “Manca la giustizia, manca l’autodeterminazione. Manca perfino la percezione che i crimini di guerra – perché di questo si tratta – debbano essere accertati. Sembra che si voglia usare la tregua come un colpo di spugna”, dice Pezzati.
Alla fine, sottolinea ancora Pezzati, il punto è sempre lo stesso: nessuna pace può reggersi sull’impunità: “Se non si definiscono tempi certi, ruoli chiari e meccanismi per accertare le responsabilità di chi ha commesso crimini contro l’umanità, tutto questo fallirà. Proprio come fallirono gli Accordi di Oslo. La fase di transizione non può essere affidata a soggetti terzi, ignorando i palestinesi, le loro comunità, i loro giovani, la loro società civile”.
E mentre il futuro della Palestina resta sospeso, come gli aiuti bloccati ai valichi, la comunità internazionale osserva, conta i morti e parla già di pace. Ma, senza giustizia, senza la voce dei palestinesi, senza la fine dell’occupazione e lo smantellamento delle colonie, nessuna tregua potrà mai chiamarsi tale.
(da Fanpage)
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