AVVISO AI “PACIFINTI” DISTRATTI: NON VE NE SIETE ACCORTI, MA SIAMO GIÀ IN GUERRA CONTRO LA RUSSIA. L’AMMIRAGLIO CAVO DRAGONE VIENE BERSAGLIATO DI CRITICHE PER AVER EVOCATO LA (LEGITTIMA!) POSSIBILITÀ DI ATTACCHI CYBER CONTRO LA RUSSIA DA PARTE DELLA NATO, IN RISPOSTA AI NUMEROSI ATTI DI SABOTAGGIO DI MOSCA
PUTIN SGUINZAGLIA DA ANNI GRUPPI DI HACKER CONTRO I SERVER ISTITUZIONALI ITALIANI PER SOTTRARRE INFORMAZIONI E DATI SENSIBILI; FOMENTA LA SUA PROPAGANDA SOCIAL CON I TROLL E AGIT-PROP DA TALK SHOW (I FAMOSI “PUPAZZI PREZZOLATI” EVOCATI DA MARIO DRAGHI); CI MINACCIA CON LE “NAVI FANTASMA” NEL MEDITERRANEO E CON I MISSILI SCHIERATI IN LIBIA – COSA DOVREMMO FARE? PRENDERE SCHIAFFI, E RINGRAZIARE?
Chi si espone è la Lega, come detto. Con una nota ufficiale che riassume in poche righe l’ostilità alle ragioni di Kiev, la vicinanza agli slogan di Mosca. «Mentre Usa, Ucraina e Russia cercano una mediazione – si legge – gettare benzina sul fuoco con toni bellici o evocando “attacchi preventivi” significa alimentare l’escalation.
Non avvicina la fine del conflitto: la allontana. Serve responsabilità, non provocazioni». Sono parole che ricalcano gli affondi che arrivano nelle stesse ore dal Cremlino.
La reazione del governo è invece quella di un silenzio venato di imbarazzo. Non parla ufficialmente Giorgia Meloni, non si espone pubblicamente Guido Crosetto. Nelle interlocuzioni informali al vertice dell’esecutivo, però, si ragiona della dichiarazione: nessuno contesta in astratto il contenuto dell’intervista, perché è evidente da tempo che la guerra ibrida portata avanti da Mosca sta spingendo proprio in questi mesi la Nato ad attrezzarsi per reagire.
Dubbi vengono semmai espressi sull’opportunità di esporsi su un dossier così delicato. Nessuna parola viene però proferita contro Cavo Dragone, su esplicita indicazione di Palazzo Chigi.
Anzi, a sera tocca ad Antonio Tajani mostrarsi diplomatico per provare a ridimensionare quanto accaduto. «È stata un’intervista
dell’ammiraglio Cavo Dragone, non mi pare che si debba fare un dibattito su questo – sostiene a margine di un evento di FI – Credo che noi dobbiamo tutelare i nostri interessi, proteggere la nostra sicurezza e prepararci anche a difenderci da una guerra ibrida, ma non farei una polemica».
Il caso che ruota attorno all’ammiraglio mostra però in controluce anche una crepa nell’esecutivo. Il dossier ucraino potrebbe mettere in difficoltà il governo già a gennaio, in Parlamento.
La maggioranza deve infatti votare il decreto che offre copertura giuridica all’invio di armi italiane all’Ucraina per l’intero 2026. Un accordo di pace, o anche solo una tregua, potrebbe congelare questo passaggio. Ma se così non fosse, Salvini dovrebbe decidere: strappare da Meloni, mettendosi di traverso sulle armi anche a costo di negare gli impegni assunti dalla presidente del Consiglio con gli alleati, oppure negare quanto sostenuto
dall’intero stato maggiore leghista con forza nelle ultime settimane? Potenzialmente, un duello capace di far traballare il governo.
(da agenzie)
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