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CHI E’ MICHAEL FLACKS, IL MISTERIOSO COMPRATORE CHE VUOLE L’ILVA PER UN EURO

UN TRADER SENZA ESPERIENZA SIDERURGICA, TRA MILIARDI PROMESSI E DEBITI ANNUNCIATI: UN FINANZIERE SPECIALIZZATO IN AZIENDE A FINE CORSA

Chi è Michael Flacks, spuntato dal nulla e ormai pretendente privilegiato per comprare l’ex Ilva? Da dove spunta, da Montecarlo o da Miami dove opera o dalla periferia di Manchester dove è nato? Non sa nulla di siderurgia, è un mini miliardario, tra i ricconi britannici è il numero 100 e dice di volere la più grande acciaieria d’Europa per un euro. Accendiamo un lumicino sulla nuova puntata della triste saga di Taranto.
Non sappiamo chi lo ha tirato fuori dal cilindro, ma a quel che è dato sapere, non sembra l’uomo giusto al posto giusto. Ed è lecito chiedersi come mai a Taranto hanno fatto scappare Arcelor Mittal, primo gruppo siderurgico mondiale, e adesso ci si dovrebbe accontentare di un uomo d’affari poco noto e anche
poco affluente. La classifica del Times gli dà un patrimonio che in euro arriva appena a un paio di miliardi. I commissari liquidatori avevano stimato nel 2004 il suo valore tra 1,5 e 1,8 miliardi di euro. Adesso sono pronti a cederla per un euro?
È vero l’Ilva dieci anni fa produceva oltre sei milioni di tonnellate di acciaio l’anno, potrebbe arrivare fino a nove milioni, oggi sta attorno a tre milioni e perde fino a un milione di euro l’anno a causa della sotto-utilizzazione dei suoi impianti. Ma è davvero destinata alla chiusura?
Carlo Calenda non ha dubbi. Sentiamo cosa diceva il segretario di Azione a L’aria che tira su La7 nel luglio 2025
“La storia dell’Ilva di Taranto si è già chiusa. Io da ministro ho fatto una gara, l’ha vinta il più grande produttore mondiale di acciaio, con un contratto blindato che prevedeva quattro miliardi e dueentomila euro, tra prezzo e investimenti. La conservazione di tutti i posti di lavoro, la conservazione dei livelli salariali, persino la conservazione dell’articolo diciotto che era stato a quel tempo abolito. Arrivano i cinque Stelle. Dicono no, schifo tutto e confermano tutto. Dopodiché perdono alle elezioni europee e col governo Conte due disdicono lo scudo penale. Mittal se ne va. Poi loro ci fanno una società insieme fanno un casino che la metà basta. l’Ilva è chiusa, è una questione di quanti soldi ci metteremo sopra per chiuderla. La vogliono tutti chiusa. La vogliono chiusa i sindacati, la vogliono chiusa le autorità locali, la vuole chiusa la magistratura, la vuole chiusa anche il governo. Il gioco che stanno facendo è a chi rimane in mano il cerino.”
È vero, oggi come oggi nessuno è disposto a comprare il centro siderurgico così com’è, a cominciare dagli acciaieri italiani disposti a prendere chi un pezzo chi un altro. E lo stesso Flacks che opera con il suo fondo d’investimenti partito nell’Inghilterra centro-settentrionale, segue la stessa idea di fare i soldi con gli spezzatini. La sua filosofia è quella del junk, compra quello che tutti gli altri hanno rifiutato per metterlo a frutto nel modo più profittevole
Ma lasciamo da parte le polemiche e cerchiamo di capire chi è questo semi-sconosciuto salvatore.
Michael nasce nel 1967 da una famiglia ebraica a Manchester e ancor oggi parla inglese con un “ampio accento manchesteriano” come ha scritto il Times di Londra. Pallido, capelli scuri, fisico piuttosto massiccio, veste in modo modesto e non ha l’aria del tipico riccone del principato monegasco. Ha lasciato a soli 15 anni la scuola secondaria israelitica (la King David High School) e si è messo a vendere giacche di pelle e abiti, imitazioni di Ralph Lauren e Calvin Klein soprattutto a negozi irlandese. È là, nell’isola verde, che comincia a raccogliere un po’ di quattrini anche se si riempie di debiti con le banche.
Vive a lungo a Dublino dove fa affari in quel che chiama “il mercato paralello” all’ingrosso. L’attività da ambulante si trasforma in un un punto vendita. Nel primi anni ’80 gestisce una catena di outlet chiamata Jacket City mentre comincia a investire in Irlanda e nell’Inghilterra del nord ovest, dove le case sono più a buon mercato e la crisi scoppiata nella prima fase del tatcherismo ha fatto crollare i valori immobiliari. Si compra un vecchio terreno aeroportuale vicino a Manchester.
Nell’immobiliare ha esordito con le casette a schiera, poi a mano a mano è passato a qualcosa di più consistente come gli alberghi e appezzamenti immobiliari. Nel 1983 fonda la sua società di investimento, negli anni ’90 entra negli Stati Uniti.
Sbarcato a Miami nel 2005, va a vivere insieme alla moglie Deborah a Fisher Island – chiamata il codice postale più ricco del mondo, accessibile solo in traghetto, yacht privato o elicottero – dove ha stabilito la sua residenza americana. Nel 2023 si compra per 24 milioni di dollari l’intero condominio dove abita.
A questo punto, chi può più chiamarlo straccivendolo, come aveva fatto dieci anni prima il londinese Times con tutta la sua puzza sotto il naso?
Diventa anche un filantropo. Le sue donazioni più importanti sono state a organizzazioni ebraiche come Colel Chabad affiliata al movimento ortodosso Lubavitch, una importante ramificazione dell’ebraismo hassidico che risale al XVIII secolo e si è sviluppato tra gli ashkenaziti dell’Europa orientale.
Flacks si definisce “un trader: compro qualcosa arrivato a fine corsa e poi lo rivendo al suo valore”. La sua governance è sempre stata familiare, allargata tutt’al più ad amici. Ma quando parla di noi intende sempre io.
“Se comprassi il Taranto Calcio, sono sicuro che lo porterei in Serie A. Come? È facile: comprando i migliori giocatori. Lo stesso intendo fare per l’Ilva”, ha detto a Francesco Bertolino del Corriere della Sera che lo ha raggiunto telefonicamente a Miami. E ancora: “Per l’ex Ilva ho messo assieme un team di esperti di siderurgia: ci sono anche grandi ex manager dal gruppo US Steel. È la squadra che conta e io sono bravo a scegliere i
giocatori. Neanche Donald Trump governa l’America da solo: si è circondato di persone straordinarie”.
Intanto, ha preso casa anche nella Trump Tower, non si sa come mai. Come è scritto nell’ordine della giarrettiera, honi soit qui mal y pense, svergognato chi pensa male.
Anche perché quale alternativa c’è?
Attenti però, non è fatta, ci saranno quattro mesi di tira e molla. Flacks vuole pagare un euro e promette cinque miliardi di investimenti. “Sono soldi miei”, dice al Corsera. In realtà li prende a prestito dalle banche. Quindi si indebita. Altrimenti si sarebbe mangiato tutto il capitale del suo fondo.
Ecco le parole di Flacks. “Ne ho discusso con le banche e il governo ha visto il business plan affinato con i consulenti di Boston Consulting Group: cinque miliardi non sono una cifra enorme rispetto ai profitti che l’azienda potrà generare se riusciremo a portare la produzione di acciaio a quattro milioni di tonnellate e poi, in pochi anni, a sei milioni”.
Quel che non dice è che secondo il piano del governo italiano la decarbonizzazione dell’Ilva costerà circa 10 miliardi di euro. Chi li dovrà sborsare?
Non solo, Flacks vuole che il governo resti con il 40 per cento. Dunque, per una parte il peso finanziario resterà sul groppone del contribuente che di riffe o di raffe si è già sobbarcato 12 miliardi di euro tra costi diretti e indiretti.
Ecco quel che si conosce del piano ben raccontato da Marta Buonadonna del Tgr Liguria:
“L’offerta simbolica di un euro per acquistare acciaierie d’Italia e un investimento previsto di quattro miliardi da parte di Flex Group. Sono ore decisive per la vertenza ex Ilva, con il piano di rilancio oggetto di una trattativa tra i commissari straordinari e il fondo americano che si impegna ad ammodernare gli impianti e intraprendere il percorso verso la sostenibilità ambientale con il passaggio ai forni elettrici. Per farlo, però, chiede che, almeno inizialmente, rimanga forte la presenza dello Stato con una proporzione di sessanta per cento al privato e quaranta per cento al pubblico, che corrispondono a un impegno di spesa di circa due miliardi e sei. Flex non verserà la sua parte in un’unica soluzione, ma per fasi successive, legando ogni versamento al raggiungimento di precisi obiettivi che devono essere facilitati dalla parte pubblica autorizzazioni, costruzioni, infrastrutture. Una volta raggiunti i risultati desiderati, il Fondo si impegna a comprare quel quaranta percento di quota pubblica per un ulteriore miliardo di euro. L’obiettivo produttivo per lo stabilimento di Taranto è di quattro milioni di tonnellate di acciaio all’anno. Resta la forte preoccupazione dei sindacati sul fronte dei posti di lavoro. Il piano finanziario prevede l’assunzione di ottomilacinquecento addetti che potrebbero anche salire a novemila. Un numero comunque inferiore ai circa diecimila dipendenti attuali, di cui quasi mille a Genova Cornigliano. Anche in questo caso si procederà per passaggi successivi, il che implicherà inizialmente il ricorso alla cassa integrazione, quindi sempre a carico dello Stato. L’obiettivo è concludere l’assegnazione entro aprile.
“Non mi dispiace rilevare aziende destinate a spegnersi in 15-20 anni”, ha dichiarato Flacks. Poi al Corsera ha precisato che non si riferiva all’Ilva e ha spiegato: “Comprerei per esempio un
produttore di motori a combustione: non sono ideali per l’ambiente, ma non avremo tutti un’auto elettrica domani. L’azienda può perciò operare per altri 10-15 anni, dando ai dipendenti tempo di andare in pensione o trovare un altro lavoro; può cioè morire con dignità. L’Ilva ha invece un grande futuro”.
Il modello Flacks non funziona sempre, anzi. Non è andata bene con la Kelly-Moore che ha chiuso nel 2024, dopo un vano tentativo di rilancio.
“Kelly-Moore Paint era un produttore di vernici in declino – si giustifica l’imprenditore – con enormi problemi con l’amianto. Siamo riusciti a smembrare il gruppo e a far riassumere tutte le persone in altre aziende di vernici. È stata una ristrutturazione di grande successo: nessuno ha perso il lavoro e i negozi sono stati rilevati dai concorrenti. Succede dappertutto così: le grandi aziende diventano sempre più grandi ed efficienti, le piccole muoiono”.
Il darwinismo economico di Flacks sarà smentito a Taranto? Oppure ha ragione Calenda, siamo solo davanti a un’altra puntata della tragica saga dell’acciaio di stato?
Da più parti, dai sindacati, dagli enti locali, dalla sinistra sale il grido “Nazionalizzate, nazionalizzate”. E io pago, direbbe Totò. Ma, a parte i costi per il contribuente, c’è un piccolo problema: lo stato oggi non ha chi sappia gestire un colosso dell’acciaio. Si potrebbe ricorrere a una seduta spiritica per evocare la buon’anima di Oscar Sinigaglia. Il grande uomo d’industria che fece rinascere la siderurgia italiana usando anche i fondi del piano Marshall. Ma forse anche lui oggi si metterebbe le mani nei capelli.
(da ilfoglio.it)

This entry was posted on giovedì, Gennaio 8th, 2026 at 17:17 and is filed under Politica. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

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