I SOSPETTI SUI LEGAMI DI VANNACCI CON IL CREMLINO PREOCCUPANO MELONI: “NON SI SA A CHI RISPONDE”
A SCOPPIO RITARDATO IN FDI CRESCE LA DIFFIDENZA SULL’EX GENERALE
La pistola fumante, quella decisiva per sciogliere i garbugli dei noir, dentro FdI, nessuno ce l’ha. Il sospetto, invece, ce l’hanno in tanti. E non certo da ieri, dall’inchiesta pubblicata dal Financial Times, che tratteggia Roberto Vannacci come il «cavallo di Troia di Mosca» che «mette alla prova» Giorgia Meloni.
Sussurri e sfoghi, una ridda di voci e timori che arriva fino alle orecchie della premier. Non a caso, da mesi, a cronisti e parlamentari che chiedono ai big di via della Scrofa, sottotraccia, perché s’impuntino così a mettere il veto sull’alleanza con le truppe dell’ex generale – che a Cartabianca ieri sera si è sbilanciato parlando della leader come di un possibile “ottimo capo dello Stato”- si aggiunge sempre una risposta estranea alle considerazioni tutte partitiche, sul temuto travaso di consensi all’interno della maggioranza.
E suona così: «Poi Vannacci non si sa a chi risponde». O ancora, più tranchant: «Non vorremmo poi dover rispondere a Mosca». Alle domande successive, se ci siano prove inoppugnabili di un legame tra l’ex parà e addentellati del Cremlino, scrollate di spalle. «È complicato». Insomma no, non alla luce del sole almeno.
Il Copasir ormai riceve ogni mese dal governo un report sull’impatto della disinformazione nel nostro Paese, ad opera di attori stranieri, a partire dalla Russia. «Guerra ibrida». Pure su Lipsia è stata chiesta un’informativa urgente ai servizi, il comitato che vigila sull’intelligence si riunirà la settimana prossima. Nei report che trasmette Palazzo Chigi sulla cosiddetta “Fimi” (Foreign Information Manipulation and Interference) si parla soprattutto di campagne social, non di soggetti politici italiani.
Però tra i Fratelli il timore resta. Sottotraccia, si cerca di capire – e non ci si spiega con canoni tradizionali – come Vannacci sia riuscito a macinare prima visibilità e poi soldi in tempi record.
Nelle chat di FdI, da fine luglio, circola uno studio pubblicato sulla piattaforma Substack, che approfondisce proprio questo aspetto: l’ascesa dell’ex generale, la pagina di Wikipedia a lui dedicata, che viene modificata «sistematicamente» molto prima del libro “Il Mondo al contrario” e proprio quando l’attuale capo di Fn «è a Mosca – si legge – in missione da addetto militare presso l’ambasciata italiana. Un uomo invisibile».
Il report pone domande anche sui flussi di denaro, che secondo la tesi circolata nelle chat di FdI potrebbero ricondurre anche «alla galassia Maga».
La spirale di crucci e diffidenze sui legami all’estero incrocia un altro tema: la tenuta di un esecutivo con Vannacci dentro. A parole, Meloni non vuole rinnegare la posizione scelta a difesa dell’Ucraina e della resistenza di Zelensky dallo scoppio del conflitto, quando sedeva ancora ai banchi dell’opposizione. E certo, quest’anno, a differenza dei precedenti, non è ancora stato spedito nemmeno un pacchetto di aiuti militari in direzione Kiev. Si lavora al tredicesimo, con tempi tutt’ora incerti.
Ma a gennaio il Parlamento ha rinnovato il “decreto cornice”, che autorizza l’esecutivo a inviare munizioni per tutto l’anno. E proprio dentro FdI in queste ore ricordano che il primo, clamoroso strappo di Vannacci con Matteo Salvini risalga a quelle settimane lì. Sul finire di dicembre, dopo mesi di trattative tribolatissime tra Guido Crosetto e gli sherpa leghisti (in testa Claudio Borghi), la coalizione di governo riuscì ad acciuffare un accordo al fotofinish per prorogare le autorizzazioni.
Venne inserito nel testo che in via «prioritaria» il sostegno avrebbe riguardato mezzi ad uso «civile». Più le armi, come sempre. Mentre la Lega brindava, Vannacci, ancora vicesegretario del partito, ruppe per la prima volta col vicepremier: «Acrobazie lessicali, con questo decreto si continua una guerra persa, basta armi all’Ucraina». La scissione, formalizzata un paio di mesi dopo, cominciò da lì, dalla guerra a Kiev.
Col senno di poi, per i “Fratelli” non è stato forse un caso. Anche per questo Meloni frena sull’alleanza: perché con Salvini, raccontano i suoi, alla fine si trova sempre un accordo. Mentre Vannacci «è uno che stacca la spina», se non accontentato. Dunque non si può imbarcare. Anche se si rischia di farsi male alle politiche: l’ultimo sondaggio riservato commissionato dalla maggioranza – e che impazza nelle chat di Forza Italia – lo proietta al 12%.
(da Repubblica)
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