Dicembre 29th, 2015 Riccardo Fucile
FALLIMENTO DELLE MISURE PRESE PER CONTENERE L’IMPATTO AMBIENTALE DELLE POLVERI SOTTILI
Flop del blocco delle auto e delle targhe alterne, a Roma e Milano è stato comunque superato il
limite delle poleveri sottili.
Secondo i dati forniti dall’Arpa Lazio a fronte di un limite di legge per le pm10 di 50 ug/m3, si sono registrati valori nettamente superiori.
Oggi secondo giorno di blocco a Milano e a Roma ferme le targhe pari ma nella capitale ben 11 centraline di rilevamento su 13 hanno registrato il superamento del livello consentito di polveri sottili: Preneste (67 microgrammi per metro cubo), Francia (58), Magna Grecia (56), Cinecittà (92), Villa ada (53), Cavaliere (66), Fermi (51), Bufalotta (59), Cipro (57), Tiburtina (76) e Arenula (58).
Nella centralina di Milano Pascal il livello è salito da 57 microgrammi al metro cubo a 67, a Senato il livello è passato da 63 a 66 mentre è rimasto stabile a 60 a Verziere.
L’assenza di pioggia peggiora la situazione e secondo gli esperti potrebbe non arrivare prima degli inizi di gennaio.
Le misure di contenimento prese fino ad ora erano a discrezione delle singole amministrazioni. Ora il governo e l’Anci stanno studiando interventi coordinati e di maggiore efficacia.
Previsto per mercoledì l’incontro del ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti con presidenti di Regioni, sindaci di grandi città e capo della Protezione civile.
Necessario un piano nazionale contro lo smog di medio e lungo termine, visto che i cambiamenti climatici provocheranno stagioni sempre più calde e con meno piogge.
Nell’ Annuario statistico italiano 2015 l’Istat informa che l’automobile è il mezzo di trasporto privato più utilizzato per recarsi al lavoro e a scuola.
Nel 2015 la usano quasi sette occupati su dieci (68,9%) come conducenti, e poco più di un terzo (39,2%) degli studenti come passeggeri.
Diminuisce invece l’utilizzo della bicicletta, usata per gli spostamenti dal 2,4% degli studenti (3% nel 2014) e dal 3,5% degli occupati (4,3% un anno fa).
Significativi anche i dati relativi all’utilizzo del trasporto pubblico: nel 2015, infatti, usa i mezzi pubblici urbani meno di una persona over14 su quattro (24%), il 16,2% si sposta con i mezzi extra-urbani mentre il 31,3% ha preso il treno almeno una volta.
La percentuale di utenti dei mezzi urbani che si dichiarano soddisfatti, inoltre, è generalmente più bassa di quella degli utenti del trasporto ferroviario o di pullman e corriere.
Questa tendenza si conferma anche nel 2015: scende infatti la soddisfazione per la frequenza delle corse (da 56,6 del 2014 a 55,9%) e la puntualità dei mezzi urbani (da 54,7 a 54,3%) mentre aumenta per la puntualità di pullman e corriere (da 66,0 a 68,1%).
Nel frattempo non si spengono le polemiche dei giorni scorsi in materia di smog nel mondo politico e i Verdi invocano ora un decreto nazionale “per uniformare le decisioni dei sindaci in caso di superamento della soglia di 50 microgrammi di polveri sottili per metro cubo”.
(da agenzie)
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Dicembre 28th, 2015 Riccardo Fucile
ENTI LOCALI DIVISI, PROTOCOLLI ZERO…PISAPIA: “MARONI LA SMETTA DI BLATERARE”… LA REGIONE SE LA PRENDE CON IL GOVERNO
Polveri sottili, tutti contro tutti. Il Comune chiama in causa la Regione, la Regione chiama in causa
lo Stato e Bruxelles.
Ma alla fine, in mancanza di precise regole di intervento, la patata bollente torna nelle mani delle città . Che agiscono ciascuna a suo modo.
Il caso è quello della Lombardia, dove Milano ha adottato la decisione più drastica, con il blocco del traffico per tre giorni. Ma la confusione regna in tutta Italia: c’è chi ha seguito l’esempio milanese, come Pavia, chi ci ha pensato ma poi ha virato sulle targhe alterne, come Roma, chi ha soltanto incentivato l’uso dei mezzi pubblici, come Torino.
L’unica certezza è che non esiste una regola comune che stabilisca come intervenire in questi casi. E proprio in questi giorni, si organizzano una serie di tavoli per coordinare le azioni dei vari enti locali, nella speranza di trovare quell’unità di azione che finora è mancata.
L’esempio più chiaro, in questo senso, si può trovare in Lombardia e, in particolare, a Milano.
Qui, il Comune ha deciso il blocco del traffico per tre giorni, dal 28 al 30 dicembre. “E’ evidente che manca un coordinamento — spiega a ilfattoquotidiano.it Pierfrancesco Maran, assessore all’Ambiente di Milano — A livello legislativo, la delega della qualità dell’aria è affidata alle Regioni. Prima di attuare il blocco, abbiamo sollecitato Regione Lombardia a prendere misure su un’area più vasta, anche perchè tutti gli esperti concordano che questi interventi sono tanto più efficaci quanto più grande è l’area dove si effettuano. Abbiamo deciso di agire con il blocco del traffico dopo che è stata rifiutata una misura più ampia”.
E aggiunge: “A livello di città metropolitana, abbiamo provato a dotarci di un protocollo per tutti comuni. Ma visto che la delega è in mano alla Regione, il protocollo non scatta come obbligatorio e ogni volta bisogna andare di comune in comune a chiedere la conferma dell’adesione”.
Sulla stessa linea, l’intervento del sindaco Giuliano Pisapia, che dalle colonne di Repubblica è passato all’attacco, sostenendo che il Comune “in questi anni è stato lasciato a combattere da solo”.
E ha puntato il dito contro il Pirellone: “Alla Regione chiediamo di smetterla di blaterare e di fare finalmente qualche intervento su scala più ampia”.
Alle accuse del sindaco milanese replica Claudia Terzi, assessore all’Ambiente di Regione Lombardia. “A Pisapia sfugge che nel tempo gli interventi li abbiamo fatti e continuiamo a farli — è la sua replica — Le misure efficaci sono quelle strutturali, che però non hanno effetti nel breve periodo. E non sono i passi da prima pagina o spot elettorale di Pisapia”.
L’assessore ricorda gli interventi previsti dal piano regionale per la qualità dell’aria, adottato nel 2013: secondo il primo monitoraggio sulla sua attuazione, diverse misure sono già stati realizzate, come esenzioni fiscali per veicoli a bassa emissione, limitazioni per le vetture più inquinanti, incentivi all’installazione di filtri antiparticolato.
“I blocchi a spot del traffico sono poco efficaci — incalza Terzi — Dati alla mano, è stato verificato che non abbattono le emissioni nei periodi di blocco e implicano picchi di aumento nei giorni successivi. Possono servire per richiamare l’attenzione su una situazione difficile, ma non sono risolutivi”.
A fare chiarezza ci prova Guido Lanzani, responsabile dell’unità organizzativa qualità dell’aria di Arpa Lombardia (Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente), organo di natura tecnica.
“Il problema dell’inquinamento atmosferico non è legato alle emergenze, è un problema di lungo periodo che va affrontato con provvedimenti strutturali — spiega l’esperto — E’ quello che si fa ed è quello che dice la legge. C’è un autorità competente, Regione Lombardia, che ha fatto il piano di risanamento della qualità dell’aria, permettendo di avere risultati su scala di lungo periodo, come si evince anche dai dati: c’è un trend di miglioramento su scala pluriennale, le polveri sottili stanno diminuendo”.
Detto questo, ben vengano le iniziative di ciascun Comune: “Le singole amministrazioni fanno interventi positivi, che contribuiscono a limitare il problema, ma in quanto circoscritti nello spazio e nel tempo, rimangono parziali e limitati, non possono fare miracoli. In questo senso, non c’è da stupirsi che non esista un protocollo unico, perchè quello che c’è di unico e solido è il piano di risanamento. Poi è chiaro che più si agisce di concerto, meglio è”.
Ma non è finita qui. Perchè dalla Lombardia, la ricerca delle responsabilità vola ai piani sempre più alti, fino ad arrivare a Roma e poi Bruxelles.
“Io avevo chiesto all’allora ministro dell’Ambiente Andrea Orlando — ha affermato il governatore Roberto Maroni — di fare un incontro con tutte le Regioni interessate per definire un piano della pianura padana per la qualità dell’aria, da sottoporre poi all’Unione europea, per avere risorse adeguate per un intervento mirato in relazione alla specificità di questo territorio. Abbiamo riproposto la cosa al ministro Galletti, ma fino ad ora non ha avuto seguito”.
Da parte sua, il titolare dell’Ambiente ha ammesso la confusione di questi giorni, affermando la necessità di una strategia comune. “La nostra risposta deve essere coordinata e di sistema, non in ordine sparso”, ha spiegato il ministro.
E così ha convocato per mercoledì 30 dicembre una riunione di coordinamento degli interventi contro lo smog nelle città italiane, invitando i presidenti di Regione, i sindaci e il capo della protezione civile Fabrizio Curcio.
“La riunione di mercoledì sarà il momento per confrontare la riuscita delle varie iniziative adottate in questi giorni e per trovare un metodo unico di procedere da qui in avanti”, ha aggiunto il ministro.
Iniziativa analoga anche in Lombardia, dove Maroni ha convocato per il pomeriggio del 28 dicembre un tavolo con i vertici di Anci Lombardia e con tutte le principali istituzioni per coordinare l’azione dei Comuni lombardi sulle iniziative antismog.
E mentre i politici si rimpallano le responsabilità , sul campo rimangono i numeri che certificano la gravità della situazione.
Una settimana fa, Legambiente ha anticipato alcuni dati del rapporto “Pm10 ti tengo d’occhio”, che segnala le città più inquinate d’Italia.
Frosinone vince questa poco invidiabile classifica: nel 2015, il livello di pm10 ha superato per 110 volte i 50 microgrammi per metro cubo.
Eppure, la legge permette solo 35 sforamenti all’anno.
Tra i capoluoghi di regione, domina Milano con 86 giorni oltre il limite, seguita da Torino con 73, Napoli con 59 e Roma con 49.
Stefano De Agostini
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 28th, 2015 Riccardo Fucile
LE OPINIONI DEGLI ESPERTI
I grandi responsabili della trappola smog sono due assenti: il vento e il trasporto pubblico. 
Il primo è stato inghiottito dal cambiamento climatico che ce lo restituisce raramente, spesso in forma violenta, qualche volta come tromba d’aria.
Il secondo è stato snobbato come arcaico e poco seducente privando gli italiani di un’alternativa di trasporto dignitosa e rinchiudendoli in una nuvola di polveri sottili che corrodono i polmoni. Dietro il dramma di questi giorni ci sono questi due fattori che si combinano formando una micidiale tenaglia.
Ma come è stato possibile ignorare per tanti anni la legge a tutela della salute pubblica?
E come mai i venti sono mutati in modo così radicale?
Il direttore di Legambiente Stefano Ciafani e Riccardo Valentini, membro dell’Ipcc, la task force degli scienziati Onu che studiano il clima, ci aiutano a ricostruire la ragnatela delle dimenticanze colpose.
Perchè è sparito il vento?
È cambiata la circolazione dei venti di alta quota che danno un contributo determinante al clima. L’allargamento dell’area tropicale li ha spostati verso Nord, creando in Italia una situazione di alta pressione che ormai è stabile da un tempo anomalo, eccezionalmente lungo. Le alluvioni in Gran Bretagna, nell’area ancora esclusa dalla tropicalizzazione che ha investito il Mediterraneo influenzando gli anticicloni, costituiscono l’altra faccia dello stesso fenomeno.
Una novità imprevista?
Al contrario. Rientra nel quadro di evoluzione climatica disegnato da più di 20 anni dall’Ipcc. Ma per fermare il caos climatico servono misure drastiche di diminuzione dell’uso dei combustibili fossili. Solo con l’approvazione dell’accordo di Parigi sul clima, si sono create le premesse politiche che potrebbero portare al cambiamento delle politiche energetiche in direzione delle fonti rinnovabili e dell’efficienza.
Quanto tempo abbiamo avuto per metterci in regola con i limiti violati da molte città ?
Un tempo molto lungo. La direttiva europea che vieta di superare per più di 35 giorni all’anno il tetto di 50 microgrammi di polveri sottili per metro cubo è del 2002. In Italia è stata recepita con un decreto entrato in vigore il primo gennaio 2005. Ma è stato un atto formale: si è fissato un obiettivo e si è continuato a spendere in direzione opposta.
Gli esempi di trasporto innovativo messi in campo da alcune città non sono serviti?
Hanno ottenuto buoni risultati a livello locale, ma non sono riusciti a cambiare verso alla spesa pubblica. A Milano la decisione di introdurre l’ingresso a pagamento in centro ha ridotto le emissioni nocive: meno 38% di polveri sottili nel 2014 rispetto al 2010, meno 59% di black carbon. Non è bastato. Come non sono bastate le zone con il limite a 30 km all’ora a Torino e i rigorosi standard energetici imposti a Bolzano sulle nuove costruzioni per abbattere il consumo energetico.
Quanto abbiamo investito in questi anni per pulire l’aria delle città ?
Molto poco. Nel periodo 2012-2014 la legge obiettivo ha destinato il 66% dei finanziamenti a strade e autostrade, il 15% alle metropolitane, il 12% alle ferrovie, il 7% all’alta velocità . Del programma “mille treni per i pendolari”, lanciato dal governo Prodi nel 2006, si sono perse le tracce: una buona quota dei 3 milioni di pendolari continua a essere costretta a usare la macchina.
Si potrebbe invertire la rotta?
Certo. Basterebbe invertire gli investimenti. In Italia tre quarti del trasporto merci avviene sulla gomma, imputato numero uno per lo smog: bisognerebbe riallinearsi con l’Europa scendendo al 50%. Ma da un decennio i governi hanno distribuito circa 400 milioni di euro l’anno (250 nell’ultima legge di stabilità ) in sgravi fiscali, riduzione del costo del carburante e minori pedaggi a vantaggio dei camion. Con i 4 miliardi di euro di fondi pubblici girati al trasporto su gomma si sarebbe potuto costruire una rete di tram in tutte le principali città : 200 chilometri.
Cosa rischia l’Italia?
L’Italia è stata messa in mora dall’Ue nel 2014 per aver disatteso le direttive sulla qualità dell’aria. Se non correggiamo le politiche di trasporto e di edilizia spenderemo sempre di più in costi sanitari aggiuntivi e in multe. Pagheremo di più per respirare peggio.
(da “La Repubblica“)
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Dicembre 27th, 2015 Riccardo Fucile
GLI INCONSISTENTI DECALOGHI DEL GOVERNO TRA TARGHE ALTERNE, BLOCCHI DEL TRAFFICO E BIGLIETTI SCONTATI PER METRO’
È una rincorsa a tempo scaduto. Targhe alterne. Blocchi del traffico. Biglietti scontati per bus e
metrò.
Con lo smog alla gola i Comuni chiedono provvedimenti alla Regione, la Regione sollecita un piano del governo, il governo presenta inconsistenti decaloghi.
Serviranno? Auguri, visto che ogni rimedio somiglia a un tampone bagnato su una grossa ferita.
È tutto un dèjà -vu : anche la sorpresa per questa cronica emergenza, rimossa e dimenticata. Sapevamo tutto, ma abbiamo fatto troppo poco per limitarne gli effetti nocivi.
C’è, in questo ravvedimento tardivo della politica, il complesso di colpa per un lungo silenzio sulle iniziative da adottare contro lo smog.
Eppure, davanti agli 80 mila italiani morti per patologie legate ai veleni e agli inquinanti dell’aria, servirebbe davvero una strategia di governo, una terapia a medio lungo termine in grado di evitare la giostra impazzita di rimedi fai da te, lasciando a sindaci e amministratori il compito di fare qualcosa perchè oggi non si può più far finta di niente.
Ricordate quando il ministro della Salute Sirchia davanti a trenta giorni di superamento dei veleni nell’aria di Milano diceva di portare al mare i bambini per evitar loro un futuro da enfisematosi? Sono passati quindici anni.
Allora Verdi e ambientalisti lanciavano bollettini allarmistici. Milano da morire, scriveva qualcuno. E non andava meglio a Torino e a Bologna.
In questi ultimi mesi il silenzio sullo smog ha regnato sovrano. Anche il ministro della Salute è stato più cauto di quello che l’ha preceduto.
I veleni però non hanno colore politico. Si combattono da destra e da sinistra.
La salute dei cittadini vale sempre di più .
Giangiacomo Schiavi
(da “il Corriere dela Sera“)
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Dicembre 27th, 2015 Riccardo Fucile
IL PARERE DEL DIRETTORE SCIENTIFICO DELL’OMS EUROPA BERTOLLINI E DEL CLIMATOLOGO FERRARA
La gola secca di questi giorni, la preoccupazione nel fare una passeggiata con i bambini immergendoli in un’aria insalubre, le città ovattate da una nube lattiginosa, la fioritura inquietante delle mimose a dicembre, il ritorno fuori stagione delle zanzare: sono tutti “regali di Natale” portati dal cambiamento climatico.
Vuol dire che si ripeteranno con frequenza crescente e dunque non basta aspettare che arrivi la pioggia a pulire lo smog.
Bisogna agire per ridurre in modo significativo il rischio e nello stesso tempo adattarsi alla quota di danno ormai inevitabile.
Ecco alcuni suggerimenti che vengono da due esperti, Roberto Bertollini, direttore scientifico dell’Oms (Organizzazione mondiale della sanità ) Europa e il climatologo Vincenzo Ferrara.
QUALI SONO GLI EFFETTI DELLE POLVERI SOTTILI?
Quello di cui ci accorgiamo è il problema minore: un raschietto alla gola, magari una bronchite o il riacutizzarsi dell’asma. I guai seri riguardano l’aumento di probabilità di infarto e ictus e, sul lungo periodo, di tumore al polmone.
IN ALCUNI CASI SI SONO SUPERATI I LIMITI PER PIÙ DI 30 GIORNI CONSECUTIVI: QUANTO CRESCE IL PERICOLO?
È proporzionale alla durata della situazione di rischio sanitario. Gli effetti acuti si registrano il giorno dopo il picco. Ma se il picco rimane alto per giorni il quadro si aggrava. Oggi alcune città si trovano a valori di PM10 più di due volte superiori alla norma: non è una piccola oscillazione fuori dal limite. Vuol dire vivere per settimane in una situazione di illegalità atmosferica esponendo il nostro corpo a un rischio consistente.
La normativa, italiana ed europea, prevede un massimo di 50 microgrammi per metro cubo di polveri sottili. L’Oms considera questo tetto troppo alto e suggerisce di scendere a 20 microgrammi. E invece le centraline segnalano valori che arrivano a superare quota 100.
In Europa lo smog uccide 480 mila persone l’anno e l’Italia è tra i paesi più esposti. Per le polveri ultrasottili, le PM2,5 i limiti europei sono pari a 25 microgrammi per metro cubo e l’indicazione dell’Oms è 10. Uno studio ha calcolato che a Roma scendere da 20 a 10 microgrammi per metro cubo, cioè l’indicazione dell’Organizzazione mondiale della Sanità , equivale a evitare più di 1.200 morti.
A livello individuale il margine di intervento è ridotto perchè parliamo di particelle più piccole di un capello: la classica mascherina serve a poco. Si può provare a evitare le zone più trafficate. Ma l’unica azione seria sono i provvedimenti strutturali: bisogna intervenire sul riscaldamento e ridurre drasticamente il traffico che è la principale fonte di inquinamento urbano. Tra l’altro il passaggio delle auto rimette in circolazione le polveri che si erano depositate. Se organizzato in modo serio, cioè per un periodo sufficientemente lungo, il blocco del traffico fa scendere gli inquinanti. Ma il sollievo è temporaneo: occorre costruire alternative alle auto.
I BAMBINI E GLI ANZIANI SONO PIÙ ESPOSTI?
Sì. In particolare per i bambini si può registrare una difficoltà a respirare. Inoltre un accumulo di inquinanti nell’età infantile può causare una maggiore facilità a contrarre malattie polmonari da adulti. Per gli anziani aumentano le probabilità di angina pectoris e ictus.
FARE SPORT IN CITTà€ FA ANCORA BENE O I RISCHI SUPERANO I BENEFICI?
Questa è una domanda che mette in crisi gli esperti perchè esistono pochi studi in materia. Fare moto è una delle indicazioni più importanti per restare in buona salute, ma certo più cresce la concentrazione di inquinanti nell’aria che si respira e più la bilancia costi benefici si fa incerta.
QUANTO AUMENTANO I RICOVERI DURANTE I PICCHI DI SMOG?
In maniera importante. Si registra una crescita della mortalità del 4 per cento per ogni aumento di 10 microgrammi per metro cubo di pm2,5. Dunque risparmiare sui servizi di trasporto pubblico non è un buon affare: significa far crescer le spese sanitarie. Lo smog ci costa l’1 per cento del Pil all’anno.
Antonio Cianciullo
(da “La Repubblica“)
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Dicembre 20th, 2015 Riccardo Fucile
SONDAGGIO IXE’ PER CONTO GREENPEACE: AL REFERENDUM ANDREBBE OLTRE IL 50% DEGLI ITALIANI
Pronti a votare il referendum: sulle trivelle gli italiani hanno le idee chiare e credono che i rischi
siano maggiori dei benefici.
Secondo i risultati del sondaggio commissionato da Greenpeace all’Istituto Ixè, il quorum sarebbe certamente raggiunto, dato che quasi la metà degli intervistati si dichiara certo di andare a votare i quesiti referendari.
Con quale risultato? L’indagine rileva che il 47% si dichiara contro le trivelle, mentre il 18% è a favore.
Per Greenpeace questi numeri dimostrano che gli emendamenti alla Legge di Stabilità presentati dal governo Renzi “sono il tentativo per scongiurare il referendum”.
Ne è convinto Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima dell’organizzazione. “Forse nelle stanze di Palazzo Chigi sono circolati sondaggi simili che hanno fornito un quadro di quale fosse l’orientamento dell’opinione pubblica”, dice a IlFattoQuotidiano.it.
Uno scenario descritto in queste ore anche dai deputati di Alternativa libera Possibile Pippo Civati e Marco Baldassarre e, già all’indomani del dietrofront del governo, anche dai movimenti ‘No triv’
PRONTI AL VOTO
Quasi la metà degli italiani è a conoscenza del referendum, ma solo il 21% si sente davvero informato. Una quota che sale al 60% nelle regioni direttamente interessate.
Dai dati raccolti dall’Istituto Ixè, il 47% si dichiara certo di andare a votare. La maggiore mobilitazione si registra tra gli elettori di Sel, Pd e Movimento 5 Stelle, mentre “sono più tiepidi gli elettori della Lega Nord e di Fratelli d’Italia”.
Sommando al 47% di cittadini che si dichiara pronto al voto una quota ulteriore di intervistati che ritengono largamente probabile la loro partecipazione al voto, il quorum sembra essere un obiettivo raggiungibile. Dati alla mano, si supererebbe abbondantemente il 50%.
LA PREVISIONE DEI RISULTATI
Sul tema delle trivellazioni in mare nell’opinione pubblica dominano scetticismo e contrarietà .
Tra quanti andrebbero a votare, il 47% si dichiara contro le trivelle, mentre solo il 18% è favorevole alle estrazioni di gas e petrolio in mare (il 29% è indeciso, il 7% non risponde).
Nelle regioni direttamente interessate il vantaggio del ‘sì’ ai referendum è come prevedibile più netto, raggiungendo il 50%. Il sondaggio evidenzia anche quel che gli intervistati si attendono da un incremento delle estrazioni in mare.
IDEE CHIARE SU RISCHI E BENEFICI
Nella percezione dei cittadini problemi come inquinamento, rischio di terremoti e ripercussioni economiche sul turismo e sulla pesca prevalgono nettamente sui benefici. L’89% degli intervistati ritiene che le trivelle siano pericolose per la fauna marina, l’81% pensa che inquinino il mare, per il 78% porterebbero danni alla pesca, mentre per il 72% sarebbero pericolose per la popolazione residente lungo le coste.
Più basse le percentuali di chi crede ai benefici: il 65% riconosce il vantaggio di ridurre la dipendenza energetica dall’estero, per il 50% degli intervistati le trivelle porterebbero vantaggi alle economie locali, per il 58% creerebbero nuovi posti di lavoro.
Idee chiare anche sul potenziale energetico del piano fossile di Renzi e sui vantaggi economici: solo il 14% ha attese ottimistiche, mentre per il 54% degli intervistati le riserve estratte coprirebbero solo una quota modesta del consumo nazionale di petrolio.
In effetti, secondo i dati del Ministero dello Sviluppo Economico, sotto i nostri fondali vi sono riserve certe equivalenti ad appena 7-8 settimane di consumi nazionali.
Secondo la maggior parte degli italiani a trarre vantaggio dall’eventuale scoperta di giacimenti in mare sarebbero soprattutto le compagnie petrolifere (le uniche a beneficiarne per il 65% degli intervistati).
GREENPEACE: “LE GIRAVOLTE DEL GOVERNO”
Per Greenpeace questi dati dimostrano che il referendum anti-trivelle avesse delle chance di andare in porto. E che proprio per questo il Governo abbia cambiato strada.
“Dopo aver rivendicato più volte la volontà di sfruttare sino all’ultima goccia le scarsissime (e di pessima qualità ) risorse di idrocarburi in terra e mare, dopo aver deriso i movimenti che a questi piani si oppongono, oggi Renzi sembra voler fare in fretta e furia marcia indietro”, dice Boraschi.
Che ha un’opinione chiara sui retroscena di questa scelta: “Forse nelle stanze di Palazzo Chigi sono circolati sondaggi simili, che confermano quanto rilevato per Greenpeace dall’Istituto Ixè, ossia che gli italiani non vogliono le trivelle nei loro mari”.
Per il responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace “così si spiegherebbero le giravolte di un esecutivo che sembra voler smentire se stesso sull’indirizzo energetico del Paese. Poche idee, insomma, ma nefaste e confuse”. Bocciatura totale, dunque, sulle politiche del governo che, per Greenpeace, ha solo una chance: “Capire che il suo piano è un non sense in termini energetici, economici e occupazionali, una sciagura per i nostri ecosistemi e la dimostrazione, rispetto agli impegni per la protezione del clima appena presi a Parigi, che l’Italia è un Paese poco credibile”.
Luisiana Gaita
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 12th, 2015 Riccardo Fucile
RISCALDAMENTO SOTTO I DUE GRADI E TAGLI AI GAS SERRA RIVISTI OGNI 5 ANNI
Via libera all’accordo sul clima dai delegati dei 195 Paesi più la Ue che a Parigi hanno partecipato alla XXI conferenza internazionale dell’Onu sui cambiamenti climatici. L’approvazione è stata ampiamente celebrata dal presidente della Conferenza, Laurent Fabius, e dai rappresentanti Onu, con calorosi abbracci sul palco.
Per sancirla, ha commentato Fabius, “devo battere con il martello, è un piccolo martello ma penso che possa fare molto”.
RISCALDAMENTO GLOBALE
L’articolo 2 dell’accordo fissa l’obiettivo di restare “ben al di sotto dei 2 gradi rispetto ai livelli pre-industriali”, con l’impegno a “portare avanti sforzi per limitare l’aumento di temperatura a 1,5 gradi”.
OBIETTIVO A LUNGO TERMINE SULLE EMISSIONI
L’articolo 3 prevede che i Paesi “puntino a raggiungere il picco delle emissioni di gas serra il più presto possibile”, e proseguano “rapide riduzioni dopo quel momento” per arrivare a “un equilibrio tra le emissioni da attività umane e le rimozioni di gas serra nella seconda metà di questo secolo”.
IMPEGNI NAZIONALI E REVISIONE
In base all’articolo 4, tutti i Paesi “dovranno preparare, comunicare e mantenere” degli impegni definiti a livello nazionale, con revisioni regolari che “rappresentino un progresso” rispetto agli impegni precedenti e “riflettano ambizioni più elevate possibile”. I paragrafi 23 e 24 della decisione sollecitano i Paesi che hanno presentato impegni al 2025 “a comunicare entro il 2020 un nuovo impegno, e a farlo poi regolarmente ogni 5 anni”, e chiedono a quelli che già hanno un impegno al 2030 di “comunicarlo o aggiornarlo entro il 2020”.
La prima verifica dell’applicazione degli impegni è fissata al 2023, i cicli successivi saranno quinquennali
LOSS AND DAMAGE
L’accordo prevede un articolo specifico, l’8, dedicato ai fondi destinati ai Paesi vulnerabili per affrontare i cambiamenti irreversibili a cui non è possibile adattarsi, basato sul meccanismo sottoscritto durante la Cop 19, a Varsavia, che “potrebbe essere ampliato o rafforzato”. Il testo “riconosce l’importanza” di interventi per “incrementare la comprensione, l’azione e il supporto”, ma non può essere usato, precisa il paragrafo 115 della decisione, come “base per alcuna responsabilità giuridica o compensazione”
FINANZIAMENTI
L’articolo 9 chiede ai Paesi sviluppati di “fornire risorse finanziarie per assistere” quelli in via di sviluppo, “in continuazione dei loro obblighi attuali”. Più in dettaglio, il paragrafo 115 della decisione “sollecita fortemente” questi Paesi a stabilire “una roadmap concreta per raggiungere l’obiettivo di fornire insieme 100 miliardi di dollari l’anno da qui al 2020”, con l’impegno ad aumentare “in modo significativo i fondi per l’adattamento”
TRASPARENZA
L’articolo 13 stabilisce che, per “creare una fiducia reciproca” e “promuovere l’implementazione” è stabilito “un sistema di trasparenza ampliato, con elementi di flessibilità che tengano conto delle diverse capacità “.
(da agenzie)
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Dicembre 11th, 2015 Riccardo Fucile
DEFORMAZIONI, MALATTIE, MORTI: ORA UNA PERIZIA DEL TRIBUNALE STABILISCE IL NESSO CON LE EMISSIONI
Terremoto all’Eni. Per la prima volta una perizia medica ha messo in relazione le malformazioni dei bambini della città di Gela, che alcune statistiche indicano tra le più alte del mondo, con l’inquinamento ambientale provocato dalla raffineria dell’azienda di Stato controllata dal ministero dell’Economia.
Come si legge nell’inchiesta dell’Espresso, i periti, professori di fama nazionale e internazionale, hanno individuato una dozzina di casi “positivi”, bimbi e ragazzini che hanno visitato e studiato per due anni con deformazioni che hanno colpito gli organi genitali o i piedi, le mani o il midollo spinale, il cervello o la bocca.
«Il collegio della commissione tecnica d’ufficio all’unanimità » si legge in relazione a uno dei piccoli «si rammarica che – nell’ampio lasso di tempo intercorso tra l’allarme indicato dai primi studi condotti a Gela, le crescenti preoccupazioni sollevate dalla popolazione e dalla comunità scientifica e il presente – non sia mai stato condotto uno studio di elevata qualità per poter stabilire in modo definitivo la possibile esistenza della relazione causale tra sostanze chimiche prevalenti nel comune e alcune malformazioni. Ritiene che la possibilità che la spina bifida di Kimberly Scudera sia stata favorita dalla presenza nell’ambiente (aria, acqua, alimentazione) di sostanze chimiche prodotte dal polo industriale sia del tutto concreta, sia per effetto individuale che per effetto sinergico tra loro».
La perizia – che “l’Espresso” pubblica in esclusiva – è rivoluzionaria. Perchè il petrolchimico dell’Eni per la prima volta finisce ufficialmente sul banco degli imputati.
I consulenti dei giudici hanno depositato il loro parere scientifico lo scorso luglio nell’ambito di un procedimento civile che una ventina di famiglie hanno promosso contro l’Eni.
L’obiettivo principale era di ottenere risarcimenti economici e rimborso delle spese mediche per le piccole vittime dell’inquinamento, ma la causa si è conclusa con un nulla di fatto.
«Nonostante la perizia il colosso energetico non ha fatto alle 12 famiglie alcuna proposta economica», spiega Luigi Fontanella, l’avvocato dei genitori dei bambini. Tutti gli studi finora eseguiti», spiega invece l’Eni «non hanno fornito evidenze scientifiche apprezzabili circa la sussistenza di un nesso tra le patologie e l’impatto ambientale delle attività industriali del nostro stabilimento. Anche la consulenza tecnica d’ufficio del luglio 2015 mostra importanti limiti a livello metodologico, e soprattutto l’assenza di elementi scientificamente apprezzabili a sostegno delle valutazioni conclusive. Dunque non ci sono ulteriori mediazioni in corso nè ipotesi di risarcimento».
Emiliano Fittipaldi
(da “L’Espresso”)
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Dicembre 4th, 2015 Riccardo Fucile
STUDIO ENEA: IN POCHI DECENNI TRA TRIESTE E RAVENNA 5.500 KM DI PIANURA PADANA SARANNO SOMMERSI DALLE ACQUE
Se non si corre ai ripari rapidamente, nel giro di un secolo o anche meno la cartina geografica
dell’Italia cambierà in modo radicale.
Per capirci, assomiglierà molto più all’Italia com’era nel lontano Pleistocene, quando tutta la Pianura Padana era un gigantesco mare, che a quella attuale.
Secondo uno studio dell’Enea, infatti, tra Trieste e Ravenna sino a Treviso spariranno, sommerse dalle acque, la bellezza di 5500 chilometri quadrati.
E il mare si spingerà fino a 60 chilometri all’interno, rispetto al disegno attuale della costa.
Contemporaneamente, sempre secondo un altro studio realizzato dagli scienziati dell’Enea, il riscaldamento globale porterà il Belpaese (quello non sommerso, naturalmente) ad assomigliare un po’ più all’Africa del Nord, con stagioni più aride e secche e con maggior sbalzi di temperatura.
Possiamo ancora rimediare, dicono gli scienziati e i climatologi. Sicuramente però il tempo stringe, e la finestra di opportunità per poter intervenire ed evitare che le previsioni funeste diventino realtà si fa sempre più stretta.
Perchè l’Italia è un paese molto fragile e delicato, e per la sua collocazione geografica e la sua conformazione è anche clamorosamente vulnerabile ai cambiamenti climatici. Secondo alcuni studi rivisti e aggiornati dai ricercatori del Laboratorio di Modellistica Climatica e Impatti dell’ENEA, coordinato da Gianmaria Sannino, c’è dunque la possibilità di vedere sommerse dal mare ben 33 aree costiere particolarmente vulnerabili.
Tutto ciò per l’effetto combinato dell’innalzamento del livello del mare e dei movimenti naturali del livello del suolo.
In buona sostanza, quelle in pericolo sono tutte le principali fasce costiere del Paese, con l’eccezione notevole della costa romagnola e marchigiana, della Liguria, della Puglia e della Calabria.
Parliamo di migliaia e migliaia di ettari di terre che verranno sommerse dalle acque marine, secondo le proiezioni dell’Enea: a cominciare dall’intera laguna di Venezia, dal delta del Po ben oltre Ferrara e Ravenna; la Versilia e la costa di Cecina in provincia di Livorno; il golfo di Cagliari e quello di Oristano in Sardegna; l’area circostante il Mar Piccolo di Taranto; la foce del Tevere e tutta la costa del Lazio meridionale fino al Volturno in Campania; in Sicilia le saline di Trapani e la piana di Catania.
«Un sistematico monitoraggio con mareografi e satelliti e un’attenta programmazione delle attività antropiche che insistono sulle coste potrebbero essere di grande aiuto per prepararsi agli scenari futuri», sottolineano i ricercatori Enea nel loro rapporto.
E c’è un altro pericolo che incombe, secondo un aggiornamento di uno studio dell’Enea pubblicato lo scorso dicembre sull’autorevole rivista «Nature – Scientific Reports».
Con l’aumento delle temperature globali il Belpaese potrebbe diventare entro la fine del ventunesimo secolo sempre più simile al Nord Africa: estati e inverni sempre più aridi e secchi e una crescente carenza di acqua.
Cambiamenti che determineranno l’inaridimento dei suoli, con ripercussioni su agricoltura, industria e salute umana. Se il Sud Italia rischia di avere un clima nordafricano, il Nord Europa tenderà invece a «mediterraneizzarsi».
In particolare l’Europa nord-occidentale, la Gran Bretagna e la Scandinavia avranno estati molto più secche e inverni più piovosi.
Le proiezioni realizzate attraverso i modelli climatici mostrano che le aree mediterranee si espanderanno anche verso le regioni europee continentali, coinvolgendo i Balcani settentrionali e la parte sud-occidentale di Russia, Ucraina e Kazakistan, dove prevarrà un clima sempre più mite con l’aumento delle temperature invernali.
E lo stesso fenomeno potrebbe interessare anche il Nord America, specie la parte nord-occidentale.
Emerge inoltre che l’Italia sarà soggetta a eventi estremi, come alluvioni nella stagione invernale e periodi prolungati di siccità , incendi, ondate di calore e scarsità di risorse idriche d’estatei. Anche Spagna meridionale, Grecia e Turchia risultano tra le aree maggiormente vulnerabili rispetto al surriscaldamento del Pianeta.
Roberto Giovannini
(da “La Stampa”)
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