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IL PDL PAGA IL PREZZO DELLA FIDUCIA ALLA SVP: SMEMBRATO IL PARCO DELLO STELVIO

Dicembre 24th, 2010 Riccardo Fucile

IL CONSIGLIO DEI MINISTRI HA APPROVATO IL DECRETO CHE AFFIDA LA GESTIONE DEL PARCO NAZIONALE AGLI ENTI LOCALI….PER MOLTI LA NORMA E’ INCOSTITUZIONALE: PREMIATI GLI AUTONOMISTI ALTOATESINI CHE SI SONO ASTENUTI… INASCOLTATE LE PROTESTE DEGLI AMBIENTALISTI

Il debito con l’Svp, che si è astenuto sulla fiducia, è saldato.
Il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto legislativo che modifica la disciplina del Parco nazionale dello Stelvio, smembrandone la gestione sin qui unitaria a favore delle amministrazioni locali.
Il passaggio, fortemente gradito alla provincia autonoma di Bolzano, per stessa ammissione della Svp, era stato promesso da Berlusconi agli autonomisti altoatesini in cambio dell’astensione in occasione del voto sulla mozione di sfiducia dello scorso 14 dicembre.
“Non ci hanno detto se votate la fiducia vi daremo questo o quell’altro ma è vero – aveva ammesso la settimana scorsa il leader della Sudtiroler Volkspartei, Luis Durnwalder – che su due o tre cose ci sono state trattative con Tremonti e Calderoli”.
A nulla sono valse le proteste dell’opposizione e neppure l’accorata lettera-appello indirizzata a palazzo Chigi da tutte le più importanti associazioni ambientaliste.
Nel nuovo assetto delineato dal decreto approvato stamane, le province autonome di Trento e di Bolzano, la Regione Lombardia, il Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare e i Comuni compresi nel perimetro costituiranno il coordinamento delle attività  di programmazione e indirizzo.
La decisione del Consiglio dei ministri di obbedire al diktat della SVP a smembrare uno dei più antichi parchi nazionali per affidarlo alle province è una ferita all’ambiente gravissima.
Berlusconi, Fitto e Frattini, secondo le minoranze in parlamento, hanno voluto procedere nonostante l’opposizione del Ministro Prestigiacomo e del Consiglio regionale della Lombardia, che proprio ieri ha approvato un ordine del giorno del contrario a questa scelta, perche’ hanno voluto pagare un debito di riconoscenza alla SVP che si è astenuta sulla fiducia al loro governo.
Oltre tutto, la norma, è secondo molti esperti, anticostituzionale perchè nella nostra Costituzione le competenze in materia di Ambiente sono affidate allo Stato, mentre questa decisione di fatto le provincializza creando così un vero e proprio vulnus costituzionale e un grave precedente’.
Viene meno l’unitarietà  della gestione del Parco e magari qualcuno in Trentino Alto Adige potrà  coronare il proprio sogno di aprire le porte dei parchi ai cacciatori.
Uno scempio ambientale per uno scambio politico, una forma forse ancor più grave di compravendita di voti e di degrado etico del modo di fare politica berlusconiana.
Critiche erano state avanzate nella lettera del cartello ambientalista al governo. “Siamo estremamente preoccupati – scrivevano tra gli altri Wwf, Legambiente, Lipu, Federparchi e Cai – e contrariati dall’idea di un Paese che, per effetto di un decreto deciso ed approvato in modo sicuramente troppo frettoloso, decide di cancellare settantacinque anni di gestione unitaria di un patrimonio naturalistico montano di indiscussa eccellenza e notorietà  anche internazionale qual è il Parco Nazionale dello Stelvio”.
“Lo Stelvio è Parco Nazionale perchè rappresenta – sottolinea il documento – un elemento irrinunciabile del paesaggio naturale e culturale del nostro Paese, come tale esso è riferimento per l’intera comunità  nazionale, ed è anche una tessera fondamentale delle aree naturali protette che compongono il sistema sovranazionale delimitato dalla Convenzione Internazionale per la Protezione delle Alpi, che il nostro Paese, come tutti gli altri Stati dell’Arco Alpino, ha ratificato con propria legge nel 1999”.
“Una simile decisione – denunciavano ancora le associazioni – avrà  sicuramente una ricaduta internazionale sull’immagine e sulla credibilità  dell’Italia: in oltre un secolo di storia dei parchi nel nostro Continente, non è mai accaduto che un Paese cancellasse, di fatto, un Parco Nazionale”.

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IL PARTITO DEGLI ACCATTONI SFIDUCIA ANCHE LA PRESTIGIACOMO: “BASTA, ME NE VADO DAL PDL”

Dicembre 22nd, 2010 Riccardo Fucile

IL PDL APPOGGIA LA POSIZIONE DEL FACCENDIERE MOFFA CHE ESENTA CERTE AZIENDE DAGLI OBBLIGHI PREVISTI IN MATERIA DI REGISTRO DI CARICO E SCARICO DEI RIFIUTI… LA PRESTIGIACOMO AVEVA CHIESTO IL RINVIO IN COMMISSIONE PER TUTELARE L’AMBIENTE E NON GLI INTRALLAZZI… SI ISCRIVERA’ AL GRUPPO MISTO: DAI BANCHI DEGLI ACCATTONI URLANO “DIMISSIONI”: CHI NON INTRALLAZZA NON HA DIRITTO A STARE CON LORO

Nella maggioranza appena uscita per il rotto della cuffia dalla prova di forza con Fli sulla sfiducia scoppia ora la grana Prestigiacomo.
Al culmine di una lunga serie di dissapori e veri e propri incidenti di percorso con vari colleghi del centrodestra e del governo, il ministro dell’Ambiente ha annunciato la sua uscita dal Pdl.
Visibilmente scossa, praticamente in lacrime, la Prestigiacomo parlando con i cronisti in Transatlantico ha spiegato: “Non mi riconosco più nel Pdl, pertanto resterò al governo, ma mi dimetto dal gruppo e mi iscriverò al Misto”.
“Parlerò direttamente a Berlusconi” della vicenda, ha poi aggiunto.
A far traboccare il vaso è stato l’episodio avvenuto oggi a Montecitorio quando il ministro dell’Ambiente ha votato diversamente dalla maggioranza, e non per errore.
Il pronuciamento riguardava la proposta di sospendere l’esame del testo sulla libera imprenditorialità  ed il sostegno del reddito (avanzata dal Pd).
Un’ipotesi che aveva trovato il parere favorevole della Prestigiacomo in quanto il testo contiene   “disposizioni in materia ambientale”.
In particolare, l’articolo in via transitoria, esonera le imprese costituite da disoccupati e cassintegrati dagli obblighi previsti in materia di comunicazione e catasto dei rifiuti, di registro di carico e scarico dei rifiuti e di iscrizione all’Albo nazionale dei gestori ambientali.
Il ministro ha quindi votato con l’opposizione a favore della sospensione, ma la proposta è stata bocciata per tre voti di scarto.
Dopo il voto, visibilmente contrariata, il ministro ha preso le sue carte e ha lasciato di corsa l’Aula, mentre dai banchi del Pdl sono arrivate urla “dimissioni, dimissioni”. “Resto ministro finchè Berlusconi lo riterrà “, ha aggiunto.
“Il rinvio – ha precisato ancora – doveva essere l’unica cosa saggia da fare per approfondire il tutto e verificarlo. Prendo atto che il capogruppo (Cicchitto, ndr) non ha voluto questo, ha voluto esporre il governo a questo tipo di votazione”.
Quella di oggi più che una sorpresa è però una resa dei conti.
Feroci polemiche tra il ministro e il Pdl si erano ripetute sempre più spesso negli ultimi giorni, anche con colpi proibiti.
Qualche settimana fa ad esempio con i voti della stessa maggioranza Camera e Senato avevano bocciato la candidatura del capo di gabinetto del ministero dell’Ambiente a membro dell’agenzia sulla sicurezza nucleare.
Per tutta risposta il ministro aveva votato qualche giorno dopo con le opposizioni sul decreto rifiuti.
Ora la rottura tra la Prestigiacomo e Pdl, posto che non rientri grazie alla mediazione del premier, torna ad agitare le acque nelle già  provata maggioranza.
Un contributo decisivo alla sconfitta del ministro è arrivato infatti dal un “neoacquisto”, l’ex Fli Silvano Moffa.
Le opposizioni hanno avuto quindi gioco facile nel puntare il dito contro il caos che regna tra il Pdl e i suoi cespugli.   “La situazione è questa: è evidente che anche il centrodestra non crede a quel che dice cioè che il Paese è governabile e che possono garantire la stabilità . Ogni giorno si testimonia un altro film, dal 14 dicembre è successo qualcosa e aver salvato la pelle non vuol dire aver salvato la prospettiva”, avverte il segretario del Pd, Pierluigi Bersani.
“Prima salviamo il ministro Calderoli con un voto di astensione responsabile (ma non dica cazzate…ndr.); poi la maggioranza vota contro il parere del ministro Prestigiacomo, sfiduciandola politicamente. Non sappiamo più cosa fare” ironizza il deputato Udc Luca Volontè.
“Il teatrino messo in scena in Aula pochi minuti fa supera ogni limite di demenzialità  e spiega bene come si sia potuti arrivare ad una situazione politica come quella in cui ci troviamo: Moffa, Pdl, ex finiano, che sfiducia il ministro Prestigiacomo…”.

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ENI-GAZPROM, L’ASSE ENERGETICO CHE NON SERVE ALL’ITALIA

Dicembre 9th, 2010 Riccardo Fucile

GLI INTERESSI, LE STRATEGIE CHE HANNO ACCOMUNATO ITALIA E RUSSIA E CHE HANNO SUSCITATO   LE PREOCCUPAZIONI STATUNITENSI… PERCHE’ INVECE DEL PROGETTO NABUCCO L’ITALIA SI E’ LEGATA MANI E PIEDI A GAZPROM, FACENDO UN GROSSO REGALO A PUTIN?

Il gas è il nodo attorno a cui si coagulano i dubbi e le perplessità  americane sui rapporti fra Berlusconi e Putin.
Perchè, si chiede Elizabeth Dibble, in un file che l’ambasciata a Roma manda alla Casa Bianca nel giugno del 2009, l’Italia «ha un atteggiamento ambivalente rispetto a progetti che aiuterebbero l’Europa a diversificare le sue importazioni di energia, mentre, contemporaneamente, appoggia progetti che aumentano la dipendenza energetica europea dalla Russia»?
Il file messo in rete da WikiLeaks si riferisce, senza citarlo, al gasdotto South Stream, un progetto congiunto Eni-Gazprom, che dovrebbe portare in Italia il gas russo, senza passare attraverso l’Ucraina, che tanti problemi ha creato negli anni scorsi.
Proprio per questo, South Stream non è privo di senso economico.
Ma il punto, che non sfugge probabilmente agli americani, è un altro: l’Italia potrebbe fare a meno di South Stream, Putin no.
In realtà , visto con gli occhi di oggi, anche il senso economico di South Stream è discutibile.
Con il crollo delle importazioni negli Stati Uniti, che hanno scoperto imponenti riserve di shale gas, il metano è diventato, nel mondo, una risorsa relativamente abbondante e conveniente.
Non solo. Il governo continua, infatti, a rinviare una scelta difficile e decisiva: quella fra gas e nucleare.
Se tutti i progetti di importazione di gas (gasdotti, rigassificatori) andassero in porto, l’Italia avrebbe soddisfatto la sua fame di energia dei prossimi anni. Rendendo superfluo il nucleare. O viceversa.
Se sia gasdotti e rigassificatori che centrali atomiche saranno realizzati, uno dei due sarà  fuori mercato.
Considerando che, in Italia, gas significa Eni e nucleare significa Enel, si capisce l’esitazione del governo, ma la politica energetica, compreso South Stream, ne risulta scarsamente comprensibile.
Ancora due anni fa, tuttavia, il metano era una risorsa scarsa e preziosa. L’Italia avrebbe potuto, però, soddisfare il suo fabbisogno di energia puntando non su South Stream, ma su un gasdotto concorrente, estraneo al regno Gazprom: il Nabucco, caldeggiato dall’Unione europea e apertamente favorito dagli Stati Uniti.
Il duello fra i due gasdottiè una guerra economica di quelle epiche.
I gasdotti, infatti, sono investimenti pesanti.
South Streame Nabucco hanno, ognuno, un costo preventivato di 15 miliardi di dollari circa.
I profitti attesi, e anche i rischi, sono commisurati all’entità  dell’investimento. L’interesse americano, però, non è economico, ma strategico.
Il Nabucco è l’arma che può contenere e limitare i sogni di egemonia energetica di Putin.
Per capirlo, bisogna entrare nel labirinto del Grande Gioco del gas nell’Asia centrale.
La Russia, con il 25% del totale, è, di gran lunga, il paese con le maggiori riserve di gas (shale escluso) al mondo.
Ma non sono così facilmente disponibili.
Oggi, il gas russo che circola in Europa proviene ancora dai grandi giacimenti sovietici della Siberia centrale.
Quei giacimenti sono, però, in via di esaurimento. Le imponenti riserve rimaste ai russi sono, sempre più, quelle sotto i ghiacci dell’Artico, che Putin non ha nè i soldi, nè le tecnologie per estrarre, a meno di rivolgersi agli stranieri.
Le tormentate vicende delle diverse joint-venture fra russi e grandi multinazionali per il gas dell’Artico confermano la riluttanza di Mosca ad imbarcarsi per una via che limiterebbe l’indipendenza di Gazprom: il colosso russo è infatti il braccio, cui Putin affida le rinnovate ambizioni di una politica di potenza, fondate sull’energia.
Da dove viene, allora, il metano che Gazprom invia e invierà  in futuro, verso l’Europa?
In misura crescente, lo compra in Asia centrale: in Turkmenistan, Kazakhstan, Azerbaijan, i paesi dell’antica orbita sovietica.
Putin ha bisogno di poter dire a questi paesi che l’unico modo di mandare il gas verso i ricchi consumatori europei è attraverso i tubi della Gazprom (come avviene oggi).
E di dire all’Europa che l’unico modo di avere il gas dell’Asia centrale è attraverso i tubi della stessa Gazprom.
Una sorta di doppio monopolio: all’acquisto e alla vendita. In questo scenario, il Nabucco è un colpo gravissimo.
Il gasdotto europeo si rifornirebbe, infatti, dagli stessi paesi dell’Asia centrale che oggi alimentano il metano di Gazprom. E consentirebbe a Turkmenistan, Azerbaijan, Kazakhstan, da un lato, consumatori europei, dall’altro, di scegliere su quale strada far passare il gas da vendere e comprare, se attraverso Gazprom oppure no.
In realtà , la posta in gioco è anche più alta.
Nello scenario attuale, concorrenza è una parola troppo piccola.
E’ più esatto parlare di sopravvivenza.
Ci sono, infatti, forti dubbi, fra gli esperti, sulla capacità  dei giacimenti dell’Asia centrale di alimentare, allo stesso tempo, due gasdotti della portata di Nabucco e South Stream, in misura sufficiente a renderli remunerativi, rispetto all’investimento effettuato.
E, contemporaneamente, ci sono forti dubbi anche sulla presenza di una domanda europea sufficiente ad assorbirne il flusso.
In altre parole, forse non c’è abbastanza gas per riempirli tutt’e due e, se ci fosse, forse non c’è, allo sbocco, un consumo sufficiente per svuotarli.
Il risultato è che non c’è spazio per tutt’e due: l’uno esclude l’altro. «Accrescere il flusso di gas russo che passa all’esterno dell’Ucraina – scrive la Dibble ad Obama – è una politica diversa da quella che cerca una effettiva diversità  di fonti, canali, tecnologie di energia».
Ma la scelta di Berlusconi di andare avanti con South Stream, anzichè con Nabucco, non riguarda solo la dipendenza o meno dal gas russo.
Salvando South Stream, il presidente del Consiglio italiano ha, probabilmente, condannato Nabucco.
Se avesse scelto Nabucco, sarebbe avvenuto il contrario.
E’ questa la portata del favore di Berlusconi a Putin. –

Maurizio Ricci
(da “La Repubblica“)

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RIFIUTI NAPOLI: MIRACOLO AD INTERIM GRAZIE A VENDOLA, POI SAREMO DI NUOVO PUNTO E A CAPO

Dicembre 6th, 2010 Riccardo Fucile

BERLUSCONI PROMETTE L’ENNESIMA FINE DELL’EMERGENZA, MA LA SOLUZIONE TEMPORANEA DERIVA SOLO DALLA SOLIDARIETA’ DELLE ALTRE REGIONE, PUGLIA IN TESTA…VENDOLA SI E’ OFFERTO SI PRENDERSI IN CARICO 400 TONN AL GIORNO PER UN TOTALE DI 50.000 TONN… MA TRA QUALCHE MESE RITORNERA’ TUTTO COME PRIMA: I PROBLEMI NON SI RISOLVONO CON GLI SPOT

La novità  è la prudenza: non ha fissato una data precisa, ha rinunciato a farsi vedere a Napoli rischiando le proteste e le domande dei giornalisti, ma per il resto ha promesso il solito miracolo: “Ho la certezza che nel giro di qualche giorno la città  tornerà  a essere pulita”, ha detto Silvio Berlusconi, dopo aver incontrato, a Palazzo Chigi, il prefetto di Napoli, Andrea de Martino, e il generale Mario Morelli, comandante Logistico Sud dell’Esercito.
Il premier aveva annunciato una visita a Napoli ma, per fare il punto sull’emergenza rifiuti, ha preferito invitare Morelli e de Martino a Roma.
L’unica, vera strategia portata avanti dal governo per risolvere la situazione, consiste nel sollecitare la “solidarietà ” di altre regioni italiane per spingerle ad accogliere i rifiuti della provincia di Napoli.
La Puglia ha già  accettato. E sono in corso trattative con Lazio, Marche, Calabria, Toscana ed Emilia Romagna.
E proprio l’aiuto della Puglia consentirà  a Napoli di tornare a una situazione di “normalità  ”nei prossimi giorni: tra martedì e mercoledì, secondo alcuni tecnici, e soltanto per qualche mese.
Dal giorno dell’ultima visita di Berlusconi a Napoli, venerdì scorso, la situazione è solo leggermente migliorata.
L’accordo con le provincie di Benevento, Avellino e Caserta, per utilizzare le loro discariche, sta lentamente alleviando il peso dell’emergenza.
Ma è l’accordo con la Puglia, 400 tonnellate al giorno per un massimo di 50mila, che ha riaperto il flusso dei conferimenti che, intorno a martedì, può riportare Napoli a normali condizioni di vivibilità .
Ma non si può parlare di “soluzione” del problema.
Dati alla mano infatti, e considerati gli attuali ritmi di trasporto, le due discariche che coprono Napoli e provincia, ovvero Chiaiano e Terzigno, chiuderanno il proprio ciclo entro maggio.
Il che significa che l’emergenza viene soltanto spostata di qualche mese.
Il trasporto dei rifiuti nelle altre regioni, in teoria, può rimettere in moto il ciclo dei rifiuti, liberando spazio per raccogliere il “tal quale” e indirizzare le frazioni secche, cioè il combustibile, all’inceneritore di Acerra.
L’impianto, però, può utilizzarne al massimo 1400.
Ben 600 tonnellate al giorno, quindi, se non si troveranno altre soluzioni, andranno quotidianamente a rimettere in moto il meccanismo dell’accumulo. E della prossima emergenza.

Antonio Massari
(da “il Fatto Quotidiano“)

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CAOS RIFIUTI E FARSA A NAPOLI: PER LA UE “TUTTO UGUALE A DUE ANNI FA” E NAPOLITANO: “MAI RICEVUTO IL DECRETO LEGGE SUI RIFIUTI”

Novembre 22nd, 2010 Riccardo Fucile

NELLE STRADE DI NAPOLI VI SONO 3.000 TONN. DI RIFIUTI CHE ASPETTANO DI ESSERE RACCOLTI…L’ITALIA CONDANNATA DALLA UE PER NON AVER REALIZZATO LO SMALTIMENTO DEL PREGRESSO…. NAPOLITANO COSTRETTO A PRECISARE DI NON AVER MAI RICEVUTO IL DECRETO SULLA REALIZZAZIONE DEI TERMOVALORIZZATORI IN CAMPANIA… “ENTRO TRE GIORNI TUTTO RISOLTO” AVEVA DETTO 20 GIORNI FA IL PREMIER: L’ENNESIMA FIGURA DA CIOCCOLATAI

Napoli invasa da tremila tonnellate, i comuni del Vesuviano in preda agli scontri, gli allarmi delle organizzazioni della Sanità  che parlano di rischi per la salute.
I commissari dell’Unione Europea volano a Napoli e bocciano la gestione del nodo rifiuti. «Dopo due anni la situazione non è molto diversa. I rifiuti sono per le strade, non c’è ancora un piano di trattamento e gestione della differenziata- dice Pia Bucella, capo degli ispettori- Abbiamo parlato per tre ore della problematica relativa alla sentenza della Commissione europea del 4 marzo che ha condannato l’Italia per non aver realizzato una rete integrata di trattamento dei rifiuti in Campania e per non aver avviato lo smaltimento del pregresso, le cosiddette ecoballe aggiunge la Bucella – gli ispettori hanno però ribadito che questa volta non si accontenteranno solo della presentazione del piano ma vogliono che sia implementato».
Come se non bastasse, nelle stesso giorno, dal Quirinale arriva un comunicato secco: «La Presidenza della Repubblica non ha ricevuto e non ha quindi potuto esaminare, nè prima nè dopo la riunione del Consiglio dei Ministri di giovedì 18 novembre, il testo del decreto-legge sulla raccolta dei rifiuti e la realizzazione di termovalorizzatori in Campania, che sarebbe stato definito dal Governo» e dunque «il Capo dello Stato si riserva pertanto ogni valutazione sui contenuti del testo quando gli verrà  trasmesso».
Il Pdl prende tempo, l’opposizione parla di decreto fantasma, mentre dai medici arriva l’allarme salute. «Serve un intervento immediato – affermano Maria Triassi e Andrea Simonetti della Società  italiana di Igiene – perchè Napoli versa in una condizione grave a causa dei rifiuti per strada che rappresentano un grande disagio per i cittadini».
I rischi connessi all’emergenza, spiegano, sono legati «alla presenza di randagi, ratti, blatte e insetti».
Intanto sono sempre allarmanti le cifre dell’emergenza rifiuti a Napoli e in provincia.
Nelle strade di Napoli 2550 tonnellate di rifiuti aspettano di essere raccolte. Ieri ne sono state rimosse 1100 tonnellate, sversate a Chiaiano e nei due impianti Stir di Tufino e Giugliano, ormai prossimi alla saturazione.
«Abbiamo già  circa 40 compattatori pieni, che non hanno potuto sversare e che questa notte non potranno raccogliere», ha spiegato l’assessore comunale di Napoli Paolo Giacomelli.
Questa notte la raccolta sarà  limitata alle 750 tonnellate che possono essere assorbite dalla discarica di Chiaiano, per cui domani saranno 3000 le tonnellate di rifiuti giacenti in città ».
«Da domani la situazione sarà  difficilissima – afferma Giacomelli – ed è chiaro che la città  non può reggere ad un accumulo di 600 tonnellate al giorno di rifiuti non raccolti».
Secondo l’assessore all’igiene «anche il personale è demotivato dopo aver recuperato da martedì scorso a venerdì 1000 tonnellate. Adesso torniamo indietro».
E’ un altro miracolo italiano.

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NOI VENETI DI CASALSERUGO, ALLUVIONATI E PRESI IN GIRO

Novembre 9th, 2010 Riccardo Fucile

LA LETTERA-DENUNCIA INVIATA DA UN ALLUVIONATO AL DIRETTORE DE “LA STAMPA”… UNA DRAMMATICA TESTIMONIANZA DELL’INEFFICIENZA DEI SOCCORSI E UN ATTO DI ACCUSA AL GOVERNO DEGLI SPOT

Gentile Direttore,
ho imparato che gli animali sono i primi a scappare, sotto l’alluvione. Le coccinelle si inerpicano sul muro. I gatti salgono in alto. I labrador nuotano verso la banchina della strada, così come le talpe, sorprendenti mezzofondiste a pelo d’acqua. Le vacche no. Quelle vanno a fondo.
E gli uomini? Loro provano a mettere in salvo un po’ di roba, prima di scappare.
Siamo a Casalserugo, provincia di Padova, 12 chilometri e 100 metri esatti da piazza dei Signori, il centro del capoluogo veneto, una delle città  più ricche d’Italia, ma sembra un altro mondo.
Alle 10 di mattina di martedì 2 novembre, ci sono già  60 centimetri d’acqua nei punti più bassi del comune. E sale.
Il fiume Bacchiglione, grossissimo per la piena, ha rotto gli argini.
Uno squarcio: 14 metri di argine venuti giù, e il fiume si getta fuori a tutta forza. Da lì alle case è un tiro di schioppo.
Alle 11 la melma è sulla soglia di casa.
Alle 12, la gente dice addio ai divani del salotto buono.
Il genio civile prova a tappare il buco a suon di rocce, terra e inerti.
Dopo i primi tentativi, è chiaro che non c’è niente da fare: «Troppa pressione! Troppa pressione!», grida un vigile del fuoco, uno di quelli delle Marche, venuti qui a dar man forte.
Gli ingegneri del Genio, più composti, si limitano a scuoter la testa.
Tra le 10 e le 13, transitano 12 camion rimorchio pieni di massi e terra, sversano nello squarcio, il fiume gorgoglia, si ingobbisce, e porta via tutto. Rimorchio dopo rimorchio, la storia è la stessa: «Troppa pressione! Troppa pressione!».
A sera, il buco è di oltre 45 metri, mezzo campo da calcio.
Ci saranno 150-200 case, nelle immediate vicinanze dello squarcio.
Ma la zona interessata è più ampia, si parla di oltre 1500 persone, nonni compresi.
Le famiglie vengono evacuate al palazzetto di Casalserugo fin dalle 5 di mattina, ma alle 10 l’acqua è troppo vicina e arriva il contrordine: «Viene giù l’argine, vi portiamo tutti a Legnaro».
Ma la gente non vuole andare. C’è da salvare la casa.
Provare a fermar l’acqua. Servirebbero delle barriere, sacchetti di sabbia.
Ma non c’è niente.
«Se riuscite, arrangiatevi, perchè mi sa che non arriva nessuno…», dice costernato il carabiniere alla guida di una Punto che fatica a venir fuori dall’acqua.
Ha torto, almeno in parte.
Dopo poco, infatti, la Protezione Civile scarica dei sacchi di juta con su scritto: «Magistrato alle Acque di Venezia».
Quelli che dovrebbero proteggerti dall’acqua. Già , ma la sabbia?
Con cosa dovrei riempirli, questi dannati sacchi? Non lo sanno.
«Provate a chiamare giù in Comune!», suggerisce il Sindaco di Casalserugo, Elisa Venturini, sconvolta per la notte passata in bianco, sul sedile di una Land Rover del Genio.
Signor Sindaco, ma non avete una radio? Non potreste chiamar qualcuno voi? «Ma che radio! Abbiamo i cellulari, quando prendono…».
Ognuno si arrangia come può, gambe nell’acqua a spostare mobili e vecchi. Ognuno per conto suo, alla veneta maniera: «Con ‘ste braccia gò spostà  50 sacchi de sabia», dice uno, intanto che la casa gli affonda sotto i piedi.
Quello che manca è il coordinamento. Nessuno sa niente.
Non ci sono informazioni.
Le strade vengono chiuse e poi riaperte.
I pompieri vengono da fuori, e se gli chiedi «è praticabile via Sperona?», quelli ti rispondono: «Son di Ancona, non lo so».
Ci si aiuta tra vicini. Uno salva una televisione al plasma, l’altro prova a spostare la macchina. «Troppo tardi, è nel pantano, non vedo più dov’è il fosso», dice M.D., che abbandona la sua Fiat Punto Evo «sperando che non salga troppo fango…».
I sacchetti della Protezione Civile continuano a galleggiare vuoti, finchè N.F., commerciante in materiali edili, non apre le porte del suo magazzino alla gente: «Prendete, usate tutto quello che serve».
Ecco la sabbia per i sacchetti.
Ecco che si può cercar di tappare qualche porta. Ma sono le 12, e l’acqua è alle finestre. E l’acqua, si sa, non si ferma.
Muri di sabbia crollano. La melma avanza, entra nelle logge e poi fin dentro casa.
«Si è rotto l’argine e ora son problemi!», scrive su Facebook il vicesindaco di Padova, Ivo Rossi. Altro che problemi.
«Cucina da buttare: 3000 euro. Casetta in legno: 2000 euro. Moto Guzzi sotto acqua: 4000 euro. Medicine di nonna: 500 euro».
La gente comincia a farsi i conti in tasca, una bestemmia e un segno della croce sempre a portata di mano, d’altronde siamo in Veneto.
La gente si ricorda del ’66 e non ha bisogno di dichiarare lo stato di calamità : se lo trova in casa, allo stato liquido, freddo, inarrestabile all’altezza delle ginocchia, della cintura, del petto… «È ora di scappare!».
La gente si chiede: come mai non c’è nessuno ad aiutare, qui a Casalserugo?
Siamo in una delle province più ricche d’Italia, abbiamo 2000 sfollati, come mai il TG1 non ne parla? Perchè non mandano qualcuno?
La gente si guarda attorno e vede tre pompieri, un signore del Genio, due carabinieri, un sindaco senza radio e un municipale col motorino, che fanno su e giù per argini sotto i quali vivono 2000 persone.
Vanno avanti col cuore… ma il cervello dov’è?
C’è da qualche parte qualcuno che abbia una visione d’insieme?
Pare proprio di no.
«Bertolaso e quegli altri che comandano sono tutti a far le passerelle davanti alle tv locali…», constata il poliziotto municipale, prima di andarsene col Piaggio che quasi gli galleggia via da sotto il sedere.
La gente si arrabbia. «Ma cosa dobbiamo fare?», chiede M.P., casa comprata un anno e tre mesi fa a pochi passi dal Ponte della Riviera, un mutuo trentennale al collo. Tutto sotto acqua: i pavimenti del piano terra son da buttare, il parquet si gonfia e salta, 8000 euro di listoni che spariscono giù per la melma, e tanti saluti.
«Signori, state calmi!», dice uno da una camionetta bianca.
«Ma dobbiamo andarcene?», gli chiedono di rimando quelli, nell’acqua fino alla cintola, il cappotto buono addosso e un gatto sotto il braccio.
«Non lo sappiamo — si sentono rispondere dalla camionetta – Non ci hanno comunicato niente. Oddio, in linea di massima sarebbe meglio se ve ne andaste, ma prima conviene che mettiate un po’ di sacchetti davanti alle porte…».
Ci si sente come le mucche, nei pressi dell’argine di Casalserugo.
Bagnati e presi per il culo.

Marco Dalladea

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BERLUSCONI E BOSSI CONTESTATI IN VENETO: FISCHI E CARTELLI “VOI DONNE E FESTONI, NOI FANGO E ALLUVIONI”

Novembre 9th, 2010 Riccardo Fucile

GLI SMARGIASSI DEL “GHE PENSI MI” PARLANO DI “AIUTI SOSTANZIOSI E IMMEDIATI”, MA I VENETI SONO NELLA BRATTA… RICOMPARE IL DESAPARECIDO ZAIA, IL PREMIER SI GIUSTIFICA: “NON SONO VENUTO PRIMA PER NON OSTACOLARE I SOCCORSI”… DANNI PER UN MILIARDO, I SOCCORSI PROCEDONO LENTAMENTE… SCONTRI A PADOVA CON LA POLIZIA, TENSIONE NELLA POPOLAZIONE

L’aiuto dello Stato alle zone del Veneto alluvionate sarà  “sostanzioso e immediato”: è questa la solita promessa del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, giunto questa mattina a Monteforte D’Alpone (Verona), da dove ha iniziato il sopralluogo nei comuni più colpiti dall’ondata di maltempo di questi giorni.
Si provvederà  ad inserirlo subito nella Finanziaria, spiega Berlusconi.
Quanto alla proposta del governatore Zaia, che aveva ipotizzato di trattenere l’acconto Irpef sul territorio in modo da avere fondi immediati, il premier assicura: “Non ce ne sarà  bisogno”.
I soldi ci sono, conferma Bossi, che accompagna il premier nella visita, insieme al capo della Protezione civile Guido Bertolaso ed al governatore del Veneto Luca Zaia. “Con il mio amico Tremonti garantisco io”, assicura il leader del Carroccio.
C’è chi ci crede e chi no.
Qualcuno si domanda anche se in Italia, per avere un aiuto dovuto, occorra avere amico Tremonti.
Parte proprio da uno dei luoghi simbolo della devastazione dell’alluvione – 35 milioni di danni, secondo il Comune – la visita del premier.
Un incontro atteso da tempo da sindaci, amministratori locali e rappresentanti delle categorie economiche, che più volte hanno denunciato in questi giorni di essere stati lasciati soli.
“Non sono venuto prima per non disturbare i soccorritori”, la giustificazione di Berlusconi, “ma abbiamo già  avviato la pratica con l’Europa”, che potrà  coprire parte dei danni.
Ma lo Stato non si tira indietro, promette: “Domani a Roma la
Protezione Civile si incontrerà  con il ministro Tremonti e con il governatore del Veneto, Luca Zaia”.
Il premier, in pieno tour elettorale, loda i veneti, “grande gente”, capace di una reazione “vigorosa e immediata”.
Non sono mancate dure polemiche per l’intervento dello Stato, giudicato tardivo.
Anche oggi in Veneto il maltempo non cessa: continua a piovere e a nevicare in quota, oltre i mille metri.
Coldiretti avverte: sono 108, in totale, i comuni a rischio alluvione, 41 quelli a rischio frane e 12 quelli in pericolo su entrambi i fronti, mentre le operazioni di soccorso e messa in sicurezza vanno a rilento per l’inclemenza del tempo.   Gravissimi i danni alle campagne, dove sono annegati oltre 150mila animali e sono andati persi interi raccolti di tabacco.
Compromesse anche le coltivazioni di ortaggi e distrutte serre e fungaie, con perdite incalcolabili.
Si parla di danni per 1 miliardo di euro, non si capisce però quanto potrà  essere l’aiuto da parte del governo, fondi europei a parte.
Nessuno lo dice, solo promesse.
Non si può dire che il tour elettorale di Berlusconi e Bossi sia stato accolto con favore: fischi e grida di “soldi” a Monteforte, saltata la tappa prevista a Caldogno, contestazioni a Vicenza al grido “Noi nel fango, tu nella merda”, scontri tra centri sociali e polizia a Padova dove Berlusconi è stato accolto al grido di “dimissioni” e cartelli “voi donne e festoni, noi fango e alluvioni”.
E il pomeriggio è appena iniziato.

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IL GOVERNO TAGLIA 1 MILIARDO DI EURO PER LA TUTELA DELL’AMBIENTE, FONDI RIDOTTI DEL 60% IN TRE ANNI

Novembre 9th, 2010 Riccardo Fucile

CONTINUA IL DEGRADO DEL TERRITORIO, NON CESSANO GLI SPOT E LE PASSERELLE DEI POLITICI, MA POI SI RIDUCONO LE RISORSE DEL MINISTERO…SOLO 400 MILIONI IN TRE ANNI DESTINATI ALLA TUTELA DEL TERRITORIO E ALLA PREVENZIONE…DI CHE CI LAMENTIAMO IN CASO DI DISGRAZIE?

L’hanno chiamata, eufemisticamente, “legge di stabilità “.
Ma, almeno per quanto riguarda l’ambiente, bisognerebbe ribattezzarla legge di instabilità .
Le cifre contenute nella cosiddetta “legge di stabilità ” (ex Finanziaria), predisposta dal governo Berlusconi, parlano chiaro.
Nel 2011, come denuncia un Rapporto del Wwf Italia, il bilancio complessivo del ministero affidato a Stefania Prestigiacomo sarà  ridotto a un terzo di quello del 2008, anno d’insediamento del governo Berlusconi: da un miliardo e 649 milioni di euro ad appena 513 milioni.
Una decurtazione secca di un miliardo.
E nel triennio successivo, lo stanziamento verrà  ridotto ulteriormente per scendere a 504 milioni nel 2012 e poi a 498 milioni nel 2013.
Il taglio risulta ancora più netto e allarmante se confrontato con quelli molto meno drastici a carico di ministeri affini come i Beni culturali o le Politiche agricole.
Nel primo caso, la dotazione del 2011 sarà  di circa 1.320 milioni di euro contro i 1.930 del 2008.
Nell’altro, si scenderà  dai 1.747 milioni di tre anni fa a 1.320.
Per entrambi, dunque, la riduzione sarà  di circa il 20% contro il 60% del ministero dell’Ambiente, condannato virtualmente all’agonia.
La scure del ministro Tremonti, come si vede, non è diretta a colpire in ugual misura i vari ministeri, in forza della crisi economica.
Un’ulteriore conferma viene dal raffronto con i fondi stanziati per le Infrastrutture e i Traporti e per le spese della Difesa.
Qui l’atteggiamento propagandistico del governo risulta tanto più evidente, perchè gli investimenti per le opere pubbliche non risultano sufficienti per tutti i progetti annunciati, ma neppure rispetto ai costi reali di quelli già  cantierati o dichiarati cantierabili.
A fronte comunque di un bilancio pari a 6.991 milioni di euro nel 2010, l’anno prossimo si prevede una leggera flessione a 6.821 milioni, per arrivare a 6.654 milioni nel 2012 e a 6.640 nel 2013.
In pratica, l’unico ministero che non subisce tagli consistenti è quello della Difesa: dal 2007 in avanti, il suo bilancio registra una riduzione massima intorno al 4%, peraltro recuperata interamente con il bilancio previsionale 2011-2013 dell’attuale manovra finanziaria.
C’è senz’altro un’ispirazione “sviluppista” alla base di una scelta che, da una parte, punta a promuovere nel segno della cementificazione le infrastrutture con un forte impatto ambientale e, dall’altra, a deprimere la tutela del suolo, del territorio e quindi del paesaggio.
Sui 13,5 miliardi di euro indicati come valore complessivo della manovra triennale, 4.836 miliardi (pari al 36%) vengono assegnati a opere come l’Alta velocità  e le autostrade; mentre solo 400 milioni sono attribuiti agli interventi di tutela e di prevenzione (meno del 3%).
E si tratta di un’impostazione che, come dimostra anche l’ultima emergenza provocata dal maltempo, è destinata purtroppo a incidere ulteriormente sull’assetto idro-geologico del Malpaese.
L’Italia, insomma, resta disarmata per combattere le calamità  naturali, le alluvioni, le frane e tutti i disastri che minacciano direttamente il territorio nazionale.
Risulta inconcepibile perciò che i fondi concessi al ministero dell’Ambiente per il prossimo triennio equivalgano, secondo i calcoli del Wwf, al costo di quattro cacciabombardieri F35 o di una Fregata Multimissione.
È vero che spesso l’ambientalismo fa di tutto per apparire come un freno allo sviluppo, un fattore di conservazione o addirittura di regressione.
Qui rischiamo, però, di passare da un estremo all’altro: da un eccesso di tutela a un eccesso di incuria.
Ma il progresso di un Paese come il nostro, con il suo patrimonio di risorse naturali, artistiche e culturali, non può passare attraverso un assalto autorizzato al territorio, una manovra governativa di abbandono e di degrado.

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VENETO ALLAGATO, MA PER I FIUMI SI TAGLIANO I FONDI

Novembre 6th, 2010 Riccardo Fucile

15 MILIONI DI EURO PER LA MANUTENZIONE CHE DOVEVANO SERVIRE A CONSOLIDARE GLI ARGINI, PULIRE I FOSSI E RIPARARE IDROVORE SONO STATI TAGLIATI DA GALAN E ZAIA… CALCOLATI IN 750 MILIONI DI EURO IL COSTO PER METTERE IN SICUREZZA IL VENETO, MA AL MINISTERO I TECNICI NON SONO NEANCHE RICEVUTI… LE LEGGI CI SAREBBERO, MA I SINDACI FANNO FINTA DI NULLA

Nel Veneto delle migliaia di sfollati nelle province di Verona e Padova, della città  di Vicenza allagata, dei 121 comuni gravemente colpiti dagli straripamenti, di un disperso a Caldogno per la piena del Bacchiglione, delle frane nel trevigiano e delle strade interrotte, si sono permessi lo stravagante lusso di tagliare perfino i fondi per la manutenzione ordinaria di fiumi e canali. E lo hanno fatto concentrando le sforbiciate proprio nelle zone ora più in sofferenza, Padova e Vicenza.
Da un momento all’altro, di colpo, hanno cancellato circa 15 milioni di euro sui 100 impegnati di solito per ripulire i fossi, tenere in efficienza le casse di espansione, consolidare gli argini e riparare paratie e idrovore.
E’ stata una decisione ponderata, presa addirittura con una legge, la numero 12 articolo 37, approvata dalla giunta uscente di Giancarlo Galan e sostenuta dalla stessa maggioranza di centrodestra che ora appoggia il leghista Luca Zaia.
L’intenzione dichiarata era quella di sgravare i cittadini da una tassa, i contributi che i proprietari di immobili fino a quel momento erano tenuti a versare ai Consorzi di bonifica per pagare lo smaltimento delle acque “meteoriche”, cioè le piogge.
Al posto dei cittadini, a tirar fuori i soldi, sarebbero stati i gestori dei servizi idrici integrati, per esempio le società  degli acquedotti.
Ma fino a questo momento non hanno versato nemmeno un euro e alla voce manutenzione idrogeologica nei mesi passati sono mancati, appunto, 15 milioni.
Con questi quattrini si sarebbero evitati i disastri di questi giorni? Probabilmente no, ma forse i danni sarebbero stati più contenuti.
Di fronte all’esito disastroso dI quella scelta della giunta veneta, ora pare che tutti, maggioranza e opposizione, vogliano innestare una rapida marcia indietro, approvando un secondo provvedimento a correzione del precedente. Ma intanto il danno è fatto.
E mentre il Veneto vive uno dei momenti più dolorosi della sua storia recente, nessuno è ancora in grado di assicurare se alla fine la manutenzione ordinaria sarà  rifinanziata davvero e per intero e soprattutto se saranno attuati gli interventi strutturali di prevenzione su cui a parole nei momenti di emergenza tutti concordano, ma che di solito vengono speditamente riposti nei cassetti appena rispunta il primo raggio di sole.
L’Unione dei Consorzi veneti di bonifica, che con i suoi circa 1.300 dipendenti, in prevalenza operai, è uno dei pochi organismi che fa qualcosa per impedire il peggio, curando come può i 6 mila chilometri di canali della regione, ha calcolato che ci vorrebbero circa 750 milioni di euro per ridare sicurezza agli abitanti.
Ma il presidente nazionale dell’associazione, Massimo Gargano, da mesi non riesce neppure ad accennare questi programmi al ministro, Stefania Prestigiacomo, da cui non è stato mai ricevuto.
E neppure riesce a discutere con un delegato tecnico, magari un direttore generale.
Al ministero non esiste più neanche una direzione specifica per la Difesa del suolo, è stata soppressa ed accorpata a quella per l’Inquinamento.
Fonti ufficiali dicono che la decisione è stata presa nell’ambito di una riorganizzazione complessiva degli uffici che prevedeva la riduzione delle direzioni da 6 a 5, con l’obiettivo di risparmiare.
Di fatto, però, in seguito a queste modifiche, i soggetti che dovrebbero avere scambi ripetuti e continui con gli uffici ministeriali sui temi dell’ambiente non trovano più nessuna porta aperta.
La faccenda è tanto più anomala perchè capita proprio nel momento in cui almeno sulla carta sarebbero disponibili i primi finanziamenti per gli interventi più urgenti, circa 1 miliardo e 200 milioni di euro dei Fas, i fondi per le aree sottoutilizzate, soldi in parte nazionali, ma soprattutto di provenienza comunitaria, da utilizzare con programmi concordati con le Regioni, i comuni e i Consorzi di bonifica.
Il presidente del Consiglio dei geologi, Antonio De Paola, in un voluminoso rapporto sullo stato del territorio redatto alcune settimane fa in collaborazione con il Cresme, il centro di ricerche economiche per l’edilizia, elaborando i dati Istat ha previsto che da ora al 2020 crescerà  in maniera massiccia la popolazione nelle zone ad alto rischio sismico ed idrogeologico, circa 700 mila persone in più, in prevalenza immigrati, e metà  si insedieranno proprio nel Nordest.
Alla domanda se l’evento è ineluttabile o se al contrario sarebbe possibile impedire che queste previsioni nefaste si avverino, risponde sconsolato che le leggi ci sarebbero e anche severe, ma nessuno, a cominciare dalla maggioranza dei sindaci, ha la minima intenzione di farle rispettare.
Grazie alla disinvolta disattenzione delle autorità  locali negli ultimi 15 anni è stato costruito ed asfaltato un pezzo d’Italia grande quanto il Lazio e l’Abruzzo messi insieme.
Senza contare la marmellata delle case abusive spalmata su tutto il territorio nazionale.
E meno male che qualcuno ama ricordare l’efficienza leghista delle giunte del   nord est

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