Dicembre 19th, 2012 Riccardo Fucile
NELLA SEPARAZIONE CONSENSUALE TRA BERLUSCONI E GLI EX AN, GASPARRI ABBANDONA LA RUSSA, DOPO TANTI ANNI DI SIMBIOSI
L’ultima creatura è nata ieri.
Non ha ancora un nome — pare si chiamerà Centro — destra nazionale — ed è già orfana per metà .
Un solitario Ignazio La Russa ha annunciato la sua venuta al mondo: addio “Italia protagonista”, già erede post-predellino di quella “Destra protagonista” che nel ’95 vide mettere i mattoni della fu An.
Si scinde ma resta in coalizione.
Sta con Berlusconi e non ama Mario Monti.
E per la prima volta non ha al suo fianco Maurizio Gasparri.
I più berlusconiani tra i colonnelli dopo vent’anni si separano. “Ho sempre sostenuto le ragioni dell’unità del centrodestra e ho partecipato con convinzione e con ruolo attivo alla fondazione del Popolo della libertà ”, dice l’ex ministro delle Comunicazioni.
Resta per l’unità , dice.
E il suo, pare il disperato tentativo di nascondere i cocci di un partito in frantumi.
Bastava incrociare per le strade di Roma, nei giorni scorsi, uno dei manifesti che pubblicizzavano la kermesse del Teatro Olimpico, la reunion di Italia popolare, i “montiani” del Pdl: li firmava una sfilza di sigle, per lo più sconosciute, fotografia dei capannelli di un centrodestra allo sbando.
C’era la Nuova Italia di Gianni Alemanno, Isabella Rauti e Franco Panzironi. Partecipava Rete Italia, ovvero quel “circuito di amici che, impegnati a vario titolo in politica, guardano con simpatia e desiderio di coinvolgersi nell’azione di Roberto Formigoni”.
Li sponsorizza Maurizio Lupi, già deus ex machina di Costruiamo il futuro (anche se a presiedere il comitato scientifico, qui, ha chiamato il ministro Lorenzo Ornaghi).
E poi c’era L’occidentale , giornale on-line della Fondazione Magna Carta (ovvero di del vicecapogruppo al Senato Gaetano Quagliariello).
All’Olimpico anche i Capitani coraggiosi: Andrea Augello, Roberta Angelilli, Luca Malcotti, Sveva Belviso.
Ancora Fare Italia, creatura dei già finiani Adolfo Urso e Andrea Ronchi.
In pista Riformismo e libertà : Fabrizio Cicchitto, Margherita Boniver, Giuliano Cazzola, benedetti dal sottosegretario Gianfranco Polillo.
E poi Europa e civiltà : sempre longa manus di Formigoni, persegue la “politica della bellezza”.
Infine Fondazione De Gasperi dove ci sono, tra gli altri, Franco Frattini e Guido Crosetto. Crosetto ieri però all’Olimpico non c’era.
Era all’Auditorium della Conciliazione, qualche chilometro più in là , a prendere in braccio Giorgia Meloni e a festeggiare le Primarie delle idee.
Oggi la Meloni però è di nuovo scesa a terra. Risvegliata dalla telefonata di Ignazio La Russa.
In fondo: “Alla Mondadori sono contenti, io ci ho preso gusto: altri due libri”, se si può invitare Sgarbi che minaccia di denudarsi e zio Michele perchè negare una sedia all’uomo a cui tutto si deve?
Fuori dallo schermo si fanno incontri pessimi. Si litiga con Brachino e Corona. Ci si espone agli screanzati da tastiera.
Lei scrive: “Protestooo! Prenderei il treno Italo se solo ci fossero gli orari” e Redfashion, che di Aldo Busi non ha la leggiadria: “Quando raccontai di mio padre, Barbara D’Urso fu brava nell’accompagnarmi con le parole, e i silenzi, giusti”, ribatte cafone: “Hai rotto il cazzo, ma vaffanculo te e Italo”.
In tv è tutto finto. Come nella favole. Biancaneve ha aperto le porte al lupo. E
il lupo, non ha chiesto permesso.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 17th, 2012 Riccardo Fucile
LA PATACCA DI NOSFERATU: “NASCE UNA NUOVA FORMAZIONE DI CENTRODESTRA, ALLEATA DEL PDL OVVIAMENTE”
«Lunedì sera annunciamo che l’intenzione già nota di dar vita ad un movimento di centrodestra viene confermata. In accordo con il Pdl per correre in coalizione».
Lo afferma Ignazio La Russa, coordinatore del Pdl, nel corso di Porta a Porta. Dopo aver ufficializzato l’addio per dar vita a una formazione politica che sarà comunque coalizzata con il partito di via dell’Umiltà ,
Ignazio La Russa ha delineato i contorni dell’iniziativa e i possibili compagni di viaggio: «Domenica c’è stato un appuntamento di un movimento parallelo degli amici Meloni, Crosetto, Rampelli, Cossiga. Un movimento che ha bisogno ancora di qualche ora per poter insieme a noi dare vita a un movimento autonomo che non sarà composto solo da ex An. Il nome – ha concluso La Russa- non sarà necessariamente “Centro destra nazionale”.
L’intenzione è quella di dare più forza al centrodestra».
In verità , salvo contorsionismi dell’ultima ora, il progetto di Meloni e Crosetto non parrebbe molto conciliabile con quello di La Russa: se i due sono intelligenti non si confonderanno con una formazione che ha l’unico scopo di assicurare qualche chanche di rielezione a decine di quasi sicuri trombati.
La Russa, vedovo Gasparri che ha deciso di restare nel Pdl, ha solo operato, in sintonia con il Cavaliere, la politica dello spacchettamento sia perchè ormai personalmente inviso a molti berlusconiani, sia nel tentativo di recuperare consensi nell’area tradizionale di destra.
Ma staccarsi formalmente da Berlusconi per poi allearsi con lui sembra più un episodio della commedia del’arte che una mossa politica destinata a produrre frutti.
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Novembre 23rd, 2012 Riccardo Fucile
LA MELONI (28%) STA PER RAGGIUNGERE ALFANO (FERMO AL 32%)… IL CAVALIERE POTREBBE ANNUNCIARE L’ADDIO PRIMA DELLE PRIMARIE… RITORNA “FORZA ITALIA”
Contrordine. Primarie Pdl non più a gennaio, ma sotto l’albero, il 16 dicembre.
Lo hanno voluto e quasi imposto – al segretario Alfano – gli ex An La Russa e Gasparri. Berlusconi lo giudica un «tradimento», le definisce consultazioni «da impiegati della politica», dice di non riconoscersi più in un partito ormai in mano a «loro» e si prepara al colpo di scena dell’addio alla sua creatura e al lancio entro una decina di giorni del movimento.
Nuovo di zecca, ma dal brand consolidato: «Forza Italia».
Alfano ormai si rassegna allo scontro e in serata twitta: «Scelta coraggiosa ma finalmente si parte».
Ma è già sindrome da «200 mila elettori» ai gazebo, con Verdini che ammette: «Incombe una questione finanziaria sul partito».
Succede in un Pdl ormai «diviso e smarrito», per dirla con Sandro Bondi.
Succede appena ventiquattro ore dopo la lunga e faticosa mediazione che lo stesso “delfino” e altri dirigenti Pdl avevano condotto col riluttante Cavaliere, convincendolo ad accettare le primarie rinviandole però di un mese, al 13 gennaio.
Il blitz di ieri pomeriggio in via dell’Umiltà , invece, al termine dell’ennesima riunione di fuoco di Alfano con coordinatori locali e big, segna la clamorosa retromarcia.
I “colonnelli” incalzano, sospettano che far slittare le primarie equivalga ad annullarle, temono il “predellino” berlusconiano e l’imminente scioglimento delle Camere.
Nel chiuso dell’ultimo vertice arrivano a minacciare il ritiro del sostegno e lo smantellamento dei cento comitati “pro Alfano” in via di costituzione.
E poi c’è quel sondaggio interno che terrorizza lo stesso segretario.
Ne parla lui stesso a Montecitorio coi deputati più fidati.
Lui in testa, ma inchiodato al 32-33 per cento, Giorgia Meloni data al 20 una settimana fa e già lievitata al 28. A soli quattro punti.
Con lo spettro della mobilitazione di tutti i giovani ex An al fianco dell’ex ministra.
Scatta allora la tagliola delle nuove regole: al voto gli under 18 ma solo se pagano la tessera del partito (10 euro) più i 2 euro per le primarie.
E gli universitari ammessi solo nelle loro città di residenza e non se fuori sede.
La Meloni protesta: «Ingiusto».
Anche Annagrazia Calabria, coordinatrice dei giovani, insorge: «Assurdo».
E le barricate interne per limitare i danni non bastano.
Alfano accetta i «consigli» dei colonnelli e anticipa la data. Raggiunge Berlusconi a Palazzo Grazioli e comunica la novità . Per il leader è una doccia fredda.
L’ex premier la considera nè più nè meno che «una coltellata alle spalle». Ne trae subito le conseguenze.
Nel pomeriggio riceve Gianpiero Samorì, uno dei più contestati concorrenti alle primarie, tra i più vicini all’ex premier, col quale parla del futuro, ma altrove.
Negli sfoghi privati coi suoi, Berlusconi è un fiume in piena. Di «delusione» e rabbia.
«Alfano ha sbagliato ancora, ormai è un ostaggio, ha ceduto a un ricatto, il partito è in mano agli ex An. Non c’è più nulla del mio spirito e io non posso stare in un Pdl in mano a loro».
E ancora. «Queste non sono primarie vere, sono da impiegati della politica», sbotta nel tardo pomeriggio.
Oggi ad Arcore nuove riunioni operative, il cantiere è ormai partito.
Il direttore del “Giornale” Alessandro Sallusti, in un’intervista tv, rivela che potrebbero esserci «clamorose novità ad ore», alludendo all’abbandono del Pdl da parte del Cavaliere.
Daniela Santanchè annuncia a Sky di aver raccolto le 10 mila firme necessarie ma «se ci saranno dei cambiamenti a breve rifletterò sul da farsi».
Oltre 12 mila dal “formattatore” Alessandro Cattaneo, Samorì esonda: «48 mila firme per guidare il Paese».
Anche l’immobiliarista AlessandroProto raggiunge le 10mila ma finisce indagato a Milano per truffa e attacca: «Magistratura a orologeria»).
Sarà possibile votare registrandosi prima on line, fa sapere Beatrice Lorenzin.
Ma voti «in carne ossa» avvertono La Russa e Bernini.
Bersani li sbeffeggia: «Complicato passare dall’impero alla democrazia».
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Novembre 21st, 2012 Riccardo Fucile
TROPPE VARIABILI PER UNA CONSULTAZIONE CHE RISCHIA IL FLOP DI FRONTE AL DISIMPEGNO DI BERLUSCONI…E L’INCOGNITA MELONI, APPOGGIATA DA STORACE E SETTORI GIOVANILI DEL PDL, SPACCA LA COMPONENTE AN CHE ERA DATA CON ALFANO
Si deciderà entro domani la sorte delle primarie del Pdl, che in queste ore sono tornate
drammaticamente a rischio.
Dopo una frenetica giornata di incontri e riunioni operative in via dell’Umiltà , per mettere in moto in ogni caso la macchina organizzativa che dovrebbe portare ad una sola giornata e l’unica possibile, il 16 dicembre, la competizione è in bilico e potrebbe perfino essere annullata.
Oggi, con il ritorno nella capitale di Silvio Berlusconi, si terrà un vertice tra il Cavaliere e lo stato maggiore del Pdl.
Domani, in una riunione allargata ai coordinatori provinciali e ai responsabili sul territorio, si tireranno le somme e si deciderà se tenere o meno l’appuntamento che l’ex premier continua a osteggiare, ma che ormai anche nell’entourage del segretario considerano a rischio di autogol e che qualcuno vorrebbe derubricare a consultazione online.
A cambiare completamente il clima su una scelta che sembrava ormai presa (e che comunque a ieri sera veniva ancora ufficialmente confermata) molti fattori: il primo l’assoluta, rinnovata, riconfermata contrarietà di Berlusconi, che anche ieri avrebbe fatto sapere ad Alfano che con le elezioni alle porte perdere tempo, energie e soldi in un evento destinato a sicuro insuccesso è una follia.
Il secondo, l’oggettiva ristrettezza dei tempi: con l’election day sempre più probabile e il possibile scioglimento delle Camere ai primi di gennaio, le primarie spalmate su più domeniche diventano impossibili, e visto che l’unica data resta quella del 16 dicembre, con tre settimane o poco più per organizzare la sfida, portare la gente al voto diventa impresa improba.
Ma c’è un terzo motivo, tutto politico, che sta creando ulteriori spaccature: la candidatura di Giorgia Meloni.
L’ex-ministro è scesa in campo nonostante l’opposizione di tutti i big dell’ex An, da La Russa a Gasparri, da Matteoli a Corsaro ad Alemanno, schierati con Alfano.
Ma, raccontano, dalla sua ha sul territorio un forte consenso, sempre crescente, tra amministratori locali, consiglieri provinciali, comunali, big del calibro di Musumeci, oltre al sostegno di Storace e soprattutto a una spinta di quel movimento giovanile che ha guidato e che ha grandi capacità di coinvolgimento di un’opinione pubblica sensibile alla parola d’ordine del «mai con Monti e via i vecchi apparati».
Un problema grosso per gli ex An, che vedono rimessi in gioco pesi e posizionamenti della loro componente, ma un problema anche per Alfano, che deve far fronte a scontri interni fratricidi. Il tutto con una polverizzazione delle candidature che – se restasse tale – minerebbe sia la serietà della competizione che il suo potenziale consenso.
Sì perchè, a ieri sera, senza nemmeno ancora l’ufficializzazione delle candidature, gli aspiranti premier ammontavano a una ventina: «Se è così, è un circo Barnum!», si sfogava a nome di tutti Giampiero Samorì, poco dopo la rinuncia di Alessandra Mussolini («Non è una cosa seria, queste non sono primarie ma un congresso interno!», diceva attaccando la Meloni) e dell’avvocato Marra, che denunciava l’impossibilità di raccogliere le firme senza collaborazione dei consiglieri del Pdl.
Ma per due ritiri, ecco i nomi nuovi dell’immobiliarista Alessandro Proto, di Germana Lancia e anche del produttore tv Luciano Silighini Garagnani, vicino alla Minetti. Chiaro, raggiungere le diecimila firme necessarie non sarebbe possibile per molti candidati e tutti ritengono che, se le primarie si faranno, saranno 5 o 6 i protagonisti (Alfano, Meloni, Santanchè, Samorì, Cattaneo e chissà chi tra Biancofiore, Crosetto, Galan).
Ma c’è chi fa notare che, anche così, il quadro sarebbe delineato secondo i voleri del Cavaliere: «Si sarebbero create le tre aree che vuole Berlusconi per lanciare lo spacchettamento: Alfano indebolito a capo dei resti del Pdl, la Meloni leader di un partito di destra, gli altri nella lista degli imprenditori».
Ipotesi, scenari, veleni, possibili e crescenti in unmomento tanto drammatico e incerto.
Nel quale anche uno dei fondatori storici di FI come Giuliano Urbani, al quale Alfano ha chiesto collaborazione da componente dei probiviri, replica con un «no grazie», richiamando lo spirito del ’94 e bocciando l’idea di un rassemblement dei moderati al quale guardano con speranza in tanti, a cominciare da Frattini che lo auspica.
Paola Di Caro
(da “Corriere della Sera”)
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Novembre 14th, 2012 Riccardo Fucile
ANDREA DI PIETRO, 31ENNE CONSIGLIERE COMUNALE PIDIELLINO, SI DICHIARA “NON PENTITO” PERCHE’ “NON VOLEVO OFFENDERLO”
Una “semplice battuta”, si giustifica adesso. Andrea Di Pietro, 31 anni, è il consigliere comunale del Pdl a Vigevano (quasi 70mila abitanti in provincia di Pavia) che su Twitter ha commentato così il confronto su Sky fra i candidati alle primarie del centrosinistra: “Vendola è tanto viscido quando la vaselina che usa!!”, punti esclamativi inclusi.
Il problema è che quel tweet ci ha messo un paio d’ore a girare sul social network e a furia di condivisioni la sua sparata omofoba (ma lui nega che lo sia) è diventata un caso.
Nel giro di poco, sempre su Twitter, sono arrivate le reazioni di Anna Paolo Concia del Pd (“Potresti semplicemente chiedere scusa a Vendola”), di Aurelio Mancuso dell’Arcigay (un ironico “bravo, li senti li applausi?”), di Giulio Cavalli di Sel (“civiltà lombarda di un consigliere del Pdl”, del rapper Frankie Hi-Nrg (“sei uno sfigato”), della portavoce della campagna di Pier Luigi Bersani, Alessandra Moretti (“questo fatto dimostra due cose: che serve una legge contro l’omofobia e che non sempre essere giovani è sinonimo di intelligenza”).
È così che Di Pietro si dev’essere accorto che con la tastiera c’era andato un po’ pesante. Tanto che sul suo profilo Facebook un paio d’ore dopo ha postato un parziale dietrofront che – se possibile – ha peggiorato la situazione. L’ex di Azione Giovane (la costola giovanile della defunta An) denunciava l'”accanimento pazzesco” che “alcune persone stanno facendo nei miei confronti”.
Poi si “spiegava”:
“Era per evidenziare in modo scherzoso la falsità di certe persone, in questo caso del vostro amico Vendola, che predica “bene” ma razzola male”.
E poi, “se il popolo gay si è irritato io non posso farci nulla.. Non era riferito a voi e non era offensivo. Come molti di voi gay si stanno comportando nei miei confronti. Siete voi i primi che dovete il rispetto alle persone che non hanno la vostra tendenza”.
Insomma, alla fine la vittima è lui: “Cosa volete farmi adesso per una semplice battuta? Volete giustiziarmi in piazza? Se siamo nel 2012 come dite voi, dovete capire che molte persone non sono come voi ed hanno diritto a fare una battuta che oltretutto non era riferita a voi”.
Di Pietro anche con noi non cede di un millimetro: “No che non mi sono pentito, era una semplice battuta, non volevo essere offensivo. Faccio un sacco di cose per il territorio e ora vi interessate solo per questo…”.
Pare che per ora dal Pdl non sia arrivato alcun segnale.
“Ma no, nel mio partito queste cose non sono un problema. Mi hanno solo detto che hanno capito che ho fatto solo una battuta, io non discrimino nessuno”.
E se Vendola si fosse offeso? “Mi dispiacerebbe per lui, gli direi scusa, ma ribadisco che non mi piace la sua politica. Renzi è giovane e stimabile, gli altri hanno fatto il loro tempo, Vendola pure ma non mi ispira fiducia”.
Ricapitolando, non è una questione di vaselina, ma politica, dice sempre Di Pietro.
Il quale in passato, forte della sua identità della “nostra destra nel Pdl”, si era contraddistinto per alcune proposte tipo la pena di morte (“sono cristiano, ma per gli stupratori ci vorrebbe”, disse nel 2009) e la revoca dei fondi per gli indigenti immigrati a favore dei soli italiani.
Matteo Pucciarelli-
(da “il Fatto Quotidiano”)
Il commento del ns. direttore
Ho sempre pensato che in politica contassero il cervello, le idee e i valori di riferimento.
Non so se ci vuole anche “culo” in politica, certamente farei volentieri a meno di “facce da culo”.
Questo ragazzotto dalll’aspetto fighetto-rampante mi sta sul cazzo solo a vederlo, figurarci a sentirlo sparare le sue cazzate omofobe e qualunquiste in nome di una sua presunta destra.
La sua profonda “analisi politica” si sintetizza nel giudizio “Renzi è giovane e stimabile, Vendola è vecchio”.
Non a caso preferisce il nulla generazionale come lui.
Non a caso ben rappresenta quella becero-destra che giudica gli altri in base al colore della pelle e agli orientamenti sessuali.
Non a caso è in buona compagnia con i razzisti padagni.
Non a caso proviene dalla sub-cultura di una pseudo destra mantenuta in vita da qualche patetica macchietta per meri interessi elettorali.
Si dichiara di destra, è un fervente anticomunista: negli anni in cui i comunisti c’erano davvero e ti aspettavano sotto casa, soggetti del genere si dilettavano a fare i fighetti della buona borghesia, tra vestiti firmati e week end a St. Moritz.
Allora l’unica vera e meritoria “azione giovani” da porre in essere verso costoro era quella di usare il loro culo (tanto per restare nel tema) come bersaglio delle nostre pedate per accompagnarli alla porta delle sezioni.
Luoghi dove si respirava aria pulita e non ammorbata da razzisti, puttanieri di regime e apologeti del nulla.
Noi i libri li leggevamo, non li usavamo come carta igienica.
Anche per questo abbiamo imparato a rispettare gli avversari politici e a disprezzare i paraculi.
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Novembre 9th, 2012 Riccardo Fucile
CHI E’ RIMASTO CON FINI E CHI STA CON SILVIO: ORA TUTTI RISCHIANO DI SCOMPARIRE
Se Sparta piange (ma sì, no bilitiamo un po’ le nostre miserie politiche), Atene non ride.
Tempo tre lustri, e l’aver voluto cambiare indiriz zo e ragione sociale, ha signifi cato per gli ex missini del tem po che fu ritrovarsi senza fissa dimora. Sfrattati.
Quelli che si illusero con Fi ni, rischiano di scomparire co me partito alle prossime elezio ni (a meno che non scompaia no addirittura prima, nascosti e/o riciclati in una qualche coa lizione). Quelli che restarono con Ber lusconi, pagano lo scotto di chi si ritrova a contemplare il tra monto di un regno: ciascuno per sè, nessun vincolo nè pietà per i più deboli.
Più numerosi dei transfughi del Fli, qui natu ralmente ci saranno più «salva ti » rispetto agli «ex amici» desti nati a essere «sommersi», ma il quadro d’insieme non muta:la fine di un mondo e di un’eti chetta politica, la destra.
Ironia della storia, nemme no vent’anni dopo essere stata sparata in orbita, la destra si ri trova dunque dispersa nello spazio politico italiano, ma il paradosso è che il moderati smo tenacemente perseguito in quest’arco di tempo per ripu lirsi e proteggersi da quel l’estremismo «nero» così tanto rinfacciato e, va riconosciuto, spesso e volentieri così avvilen te, le si ripresenta oggi come un boomerang.
Non è moderato il nuovo sog getto che ha nome Movimento Cinque stelle e che minaccia di fare sfracelli; non è moderato l’odiato-amato ex alleato leghi sta; non è moderato il fronte elettorale astensionista, ovve ro quella parte del popolo italia no che se avesse fra le mani un parlamentare, senatore o depu tato non fa differenza, lo pren derebbe tranquillamente a cal ci, ma intanto come protesta ha deciso di non andare a vota re.
Per molti versi, è una situazio ne che ricorda quella di Tan gentopoli e del tracollo della Prima Repubblica, solo che chi era allora estraneo, del tutto o in parte, al disastro istituziona le precedente, ora si ritrova, di fatto, corresponsabile e il non aver pensato per tempo a un ri cambio e/o una successione è ciò che maggiormente ne con diziona la sua classe dirigente.
Di questo, i «forza-italioti» so no destinati a pagare ovvia mente il prezzo, ma si può dire che il loro legame con il capo fondatore era tale da rendere difficile, se non impossibile, co me le rare eccezioni hanno di mostrato, una logica che non fosse di mera sudditanza.
È qui però che i difetti di quel la che allora era una destra «an tisistema », si rivelano ancora più impietosi.
Perchè con tutte le sue pecche ideologiche e le sue incapacità umane, c’era dietro di essa una storia, un pa trimonio anche morale, un ba cino elettorale, una certa idea del’essere e del vivere.
Si preferì invece un appiatti mento sul più potente alleato e, al proprio interno, uno sbri gativo regolamento dei conti con chi non si mostrava entu siasta quanto al nuovo corso.
Ancora: ci si cullò sull’idea del delfinato, ovvero il passaggio più o meno spontaneo del ba stone del comando, ma non si ebbe nemmeno la pazienza e l’intelligenza di condurla sino in fondo. Fallito anche questo, chi comunque rimase dentro il più grande contenitore, lo fece per meglio disperdersi, non cer to per distinguersi.
Il resto è sto ria di questi ultimi, miseri tem pi, la messa all’incanto di tutto ciò che c’era stato prima.
Fatti salvi casi individuali, dif ficilmente nel Polo della liber tà post-berlusconiano ci sarà dunque posto per una destra or mai senza identità nè storia nè dimora.
Certo, in una logica di liste civiche e di nuovi soggetti politici,ci può anche stare l’en nesima rifondazione, ma va te nuto conto che un partito che si chiama Destra, frutto anch’es so di una Fiuggi digerita fuori tempo, già esiste e per quanto di dimensioni ridotte e di scar so e discutibile appeal, appare più credibile, come collocazio ne, di una nuova costola fuoriu scita sulla destra del Pdl.
Certo, ci potrebbe essere una fusione fra questi due soggetti, ma i rancori fra gli ex colonnelli di quella che un tempo fu Alle anza nazionale, ricordano quelli dei Duellanti del raccon to di Joseph Conrad.
Continua no a odiarsi anche se non si ri cordano più il perchè.
Stenio Solinas
(da “il Giornale“)
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Ottobre 27th, 2012 Riccardo Fucile
BARBARA CIABO’, PER DIECI ANNI CONSIGLIERE COMUNALE DI MILANO, SCOPERCHIO’ L’AFFITTOPOLI MENEGHINA: “I LA RUSSA PENSANO SEMPRE DI VIVERE A PATERNO’, SONO I PADRI PADRONI DELLA DESTRA MILANESE”
Barbara Ciabò, per dieci anni consigliere comunale a Palazzo Marino, due volte presidente della commissione demanio e casa del Comune di Milano, ha scoperchiato il vaso di Pandora delle Affittopoli meneghine.
E questa destra che ora si sgretola all’ombra della Madonnina la conosce bene: è passata dall’Msi a Futuro e libertà , transitando per An e La Destra di Storace (“esperienza esilarante, tra Storace e Bontempo con i panini alla mortadella e le borse da 20 mila euro della Santanchè”).
L’Msi a Milano voleva dire La Russa…
Arrivai a Milano da Roma nel 1997, già c’era An. Gino Maceratini, il senatore, conosceva mio padre e mi disse: “Vai a Milano, ma non stare tanto vicino a La Russa…”. Noi eravamo quelli del manifesto “Almirante noi ti possiamo guardare negli occhi”. Eravamo per il merito, per l’onestà , per la trasparenza. Eravamo quelli delle monetine all’hotel Raphael. Il problema è che la base non aveva capito che c’era un gruppo dirigente di basso profilo. Almirante credo lo sapesse e anche Tatarella. Noi no.
Parla dei colonnelli?
La Russa, Gasparri, Matteoli hanno rappresentato per noi una grandissima delusione. Io non ho mai fatto parte della corrente di Ignazio, anzi abbiamo avuto più volte scontri accesi. Lui era il padre padrone del partito a Milano, io sono sempre stata più vicina a Fini. Non mi riconoscevo nel potere larussiano.
Dove si vedeva il potere larussiano?
Loro hanno sempre pensato di vivere a Paternò. C’era un momento in cui tutta la famiglia era nelle istituzioni: i fratelli e perfino i nipoti nei consigli di zona. E le nomine negli enti erano di persone nate a Paternò. Il call center della regione Lombardia non viene aperto a Milano, ma a Paternò! Questo atteggiamento di occupazione è stato molto criticato. Ma chi alzava la voce, doveva andarsene.
E il sindaco Moratti?
Letizia Moratti si è piegata alle logiche dei partiti, al Pdl, a Cl, alla Lega. Altrimenti non avrebbe potuto governare.
Lei era in consiglio comunale con Albertini: che pensa della sua eventuale candidatura?
Lo considero una persona capace. Ma se Formigoni e La Russa lo appoggiano e perfino la Lega ci sta pensando, allora credo che sia una candidatura di mantenimento del sistema di potere. Se pensa di ricandidarsi come garante dei vecchi poteri, la gente non lo seguirà .
Daniela Santanchè?
Speriamo che Sallusti non vada a San Vittore, perchè già mi vedo il gazebo griffato di Daniela. Ignazio dice che di politica non ci capisce nulla e ha ragione, ma è una brava pubblicitaria. In fondo, fa costume. Io la salvo.
Anche il voltafaccia su Berlusconi?
Questa cosa se la porterà sempre dietro.
A proposito di donne. Com’era l’ambiente a Milano?
La vita delle donne in An non è stata semplice, poche hanno fatto carriera: in An hanno una concezione maschilista, noi facevamo la bassa manovalanza. Romano La Russa per esempio aveva un approccio tutto suo: mi ricordo gli schiaffi che diede a Silvia Ferretto in Regione, e anche quelli a Roberta Angelilli al Parlamento europeo. Una concezione delle donne un po’ particolare, che poi Berlusconi ha ribaltato completamente. Diciamo che l’idea della destra di allora è che la donna dovesse stare a casa a fare la calza.
Con B siamo passati dalla calza alle calze autoreggenti, conferma del maschilismo: e comunque questa classe politica di veline, di ballerine, di Minetti è perfino meglio della classe politica maschile, dhe ruba e compra i voti dalla ‘ndrangheta.
Tomaso Staiti di Cuddia ci ha detto che lei sapeva che Sara Giudice avrebbe preso voti dai calabresi.
Sono stata per dieci anni la presidente della Commissione casa. Quindi conoscevo tante persone che incontravo. Mi avevano informato che a Lorenteggio e Giambellino c’erano interi palazzi che avevano deciso di votare per Sara Giudice. Un po’ strano era, ma non avevo elementi per dire che si trattasse di voto di scambio.
Gianni Barbacetto e Silvia Truzzi
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 11th, 2012 Riccardo Fucile
LA STRADA DELLA SEPARAZIONE CONSENSUALE E’ IMBOCCATA: LA RUSSA, GASPARRI E LA MELONI GUIDERANNO LE TRUPPE, NON CI STA MATTEOLI, ALEMANNO PRENDE TEMPO… SI ATTRIBUISCONO 30 DEPUTATI E 15 SENATORI USCENTI… TENTATIVO CON I FINIANI DI TROVARE UN ACCORDO PER IL TESORETTO DI AN: HANNO BISOGNO DI LIQUIDITA’ PER LA CAMPAGNA ELETTORALE
La dead line è stata fissata per il 17 novembre.
A Milano per quel giorno gli ex An, poi confluiti nel Pdl, annunceranno il nuovo
soggetto politico durante una manifestazione a cui saranno invitati anche i vertici del partito di via dell’Umiltà .
Si aspetta ancora un mese proprio per capire le scelte che farà l’ex premier Silvio Berlusconi, per valutare se è vero, come molti big del Pdl dicono da tempo, che il Cavaliere alla fine voglia mantenersi il porcellum.
Ormai la strada di una separazione consensuale è già stata imboccata.
Ne hanno parlato nuovamente gli ex colonnelli di via della Scrofa, Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri, in una cena tenutasi in un ristorante romano alla presenza di una ventina di parlamentari.
Il coordinatore del Pdl e il capogruppo a Palazzo Madama avrebbero, infatti, riferito dell’esito dell’ennesimo vertice in via del Plebiscito.
C’è sempre la convinzione che Berlusconi voglia rifare una sorta di Forza Italia, un partito che si ispiri ai valori e agli ideali del ’94. Non possiamo più stare a guardare, è il ragionamento ripetuto anche ieri: e allora è già stato studiato il simbolo.
Contrariamente alle previsioni non dovrebbe contenere la parola “destra”, è invece più probabile l’inserimento della parola “Italia”.
Il bacino elettorale, questa la tesi di fondo, è quello di Alleanza nazionale, ma al progetto – viene riferito da chi ci sta lavorando – sono interessati anche esponenti azzurri che non si riconoscono più nel Pdl.
Tante le idee sul tavolo, come quella di creare un soggetto federativo, che riparta proprio dalla politica a livello regionale e rilanci non solo i temi come la sicurezza, i valori e la famiglia.
Si sta pensando, spiega una fonte parlamentare, a presentare liste con facce nuove, a lanciare volti giovani.
La Russa e Gasparri farebbero da “registi” ad un’operazione che, per esempio, porterebbe in “prima linea” esponenti come l’ex ministro Giorgia Meloni.
Nessun accordo su chi sarà il leader del nuovo soggetto. “Non se ne è ancora parlato”, spiegano fonti vicine al nuovo gruppo.
Ma qualora partisse il piano il primo risultato sarebbe la costituzione di un gruppo a Montecitorio e un altro a Palazzo Madama.
“Alla Camera siamo più di trenta e una quindicina a Palazzo Madama”, aggiungono le stesse fonti.
Per il momento il sindaco di Roma Gianni Alemanno nicchia.
L’ex ministro Altero Matteoli ha, invece, deciso di sfilarsi definitivamente.
Ieri in un vertice a palazzo Grazioli si è discusso anche della divisione dei beni.
Si sta cercando inoltre di raggiungere una mediazione anche sul patrimonio di An, da tempo “conteso” con i futuristi di Gianfranco Fini.
Sono in corso trattative serrate.
Al momento, naturalmente, non vi sarà alcun passo ufficiale sul nuovo soggetto politico.
“Del resto noi non siamo e non vogliamo apparire come scissionisti, nè come un nuovo Movimento sociale”, spiega uno dei presenti alla cena di ieri oragnizzata da La Russa e Gasparri.
Da settimane gli ex colonnelli di via della Scrofa sondano i desiderata di Berlusconi.
Restano comunque la massima fiducia nel segretario del Pdl Angelino Alfano.
Tanto che non c’è nulla in contrario, questo sarebbe il ragionamento, se il Cavaliere decidesse di formare un nuovo partito ma, spiega un ex aennino, “visto che non possiamo certo assistere alla morte del Pdl senza muovere un dito”.
Luisa De Montis
(da “Il Giornale”)
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Ottobre 9th, 2012 Riccardo Fucile
IL CONSIGLIO DI STATO DA’ RAGIONE AGLI EX AN RIMASTI NEL PDL… PER ORA I SOLDI DEL DEFUNTO PARTITO RESTANO A LORO, FLI RIMANE A BOCCA ASCIUTTA
Doccia fredda per gli ex An di Futuro e Libertà . 
Il Consiglio di Stato, ribaltando quanto deciso lo scorso 24 luglio dal Tar del Lazio, ha dato il via libera all’iscrizione nell’albo delle persone giuridiche della Prefettura di Roma della Fondazione An, in cui è destinato a confluire il patrimonio dell’ex partito di Gianfranco Fini: circa 55 milioni in depositi bancari, la società editrice del Secolo d’Italia e immobili in tutta il Paese per un valore stimato tra i 300 e i 400 milioni.
Per effetto della decisione la gestione dei beni torna, almeno per ora, nella esclusiva disponibilità degli ex An passati nel Pdl, che hanno il totale controllo del cda della Fondazione.
Ai finiani di Fli, che reclamano a loro volta una fetta consistente dell’eredità , chiedendo la liquidazione dei beni di An, non resta adesso che la strada del giudizio civile.
Nella nuova ordinanza il Consiglio di Stato stabilisce infatti al riguardo che è già in corso una causa al Tribunale di Roma, dove i finiani hanno impugnato la delibera del Congresso nazionale di An del 2 marzo 2009 che dispose lo scioglimento e la messa in liquidazione dell’associazione An e la costituzione della omonima Fondazione entro l 2011 con il conferimento in essa di tutti i beni.
A rivolgersi alla giustizia amministrativa erano stati il vicepresidente di Futuro e Libertà , Italo Bocchino, Rita Marino, segretaria particolare di Fini ai tempi di An e i deputati Enzo Raisi e Antonio Buonfiglio.
I ricorrenti chiedevano di sospendere il provvedimento con cui la Prefettura di Roma, lo scorso aprile, ha riconosciuto la Fondazione An.
La mossa di Fli aveva un obiettivo preciso: togliere i beni conferiti alla Fondazione, di fatto gestita dagli ex colonnelli di An oggi nel Pdl Maurizio Gasparri, Ignazio La Russa, Altero Matteoli e Gianni Alemanno, per farli tornare nell’associazione Alleanza Nazionale.
A quel punto anche la formazione di Gianfranco Fini avrebbe potuto dire la sua sul patrimonio ex An.
A luglio il Tar aveva dato ragione ai finiani, riconoscendo che la procedura di costituzione della fondazione era viziata e sospendendo il provvedimento della Prefettura.
Verdetto ribaltato adesso dai giudici di Palazzo Spada, secondo i quali «non appare sussistente alcun serio ed attuale danno che discenda di per sè ed in via diretta dal provvedimento impugnato anzitutto perchè il riconoscimento della Fondazione è avvenuto allo stato degli atti e senza pregiudizio del controllo prefettizio sull’eventuale mala gestio futura di essa», e in secondo luogo perchè il decreto prefettizio è stato emanato proprio «al dichiarato fine d’evitare ogni dispersione o depauperamento del patrimonio della Fondazione».
Le rivendicazioni sul patrimonio dell’associazione An avanzate da Bocchino e dagli altri esponenti di Fli, prosegue il collegio presieduto da Pier Giorgio Lignani, potranno essere fatte valere davanti al giudice civile.
«Ogni controversia circa la validità o l’efficacia dell’atto costitutivo di una fondazione», scrive il Consiglio di stato nell’ordinanza, «rientra, anche dopo che sia intervenuto il decreto prefettizio d’iscrizione nel registro delle ersone giuridiche, nella giurisdizione dell’autorità giudiziaria rdinaria atteso che il negozio di fondazione integra un atto di autonomia privata, che non partecipa della natura di tal provvedimento, ma è regolato in relazione alla sua validità ed efficacia dalle norme privatistiche e genera rapporti di diritto privato e posizioni di diritto soggettivo».
I giudici ricordano, infine, che «la Fondazione s’è comunque accollata tutti gli oneri della liquidazione dell’associazione An» e che i rappresentanti di Fli e gli altri ricorrenti «potranno agevolmente rivalersi sul residuo patrimonio diverso dal fondo di dotazione iniziale della Fondazione (fissato a 10 milioni di euro, ndr), oltr che negli ovvi limiti dell’ammissione al passivo».
Domenico Lusi
(da “L’Espresso“)
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