Luglio 3rd, 2017 Riccardo Fucile
GENIALE, IRONICO, PUNGENTE, DISSACRANTE, MALINCONICO: HA RAPPRESENTATO L’ITALIA NEI DIFETTI E NELLE DEBOLEZZE
Non ci si crede, ma è successo. E stavolta non è una delle tante bufale che negli ultimi anni sono circolate e puntualmente smentite in Rete: Paolo Villaggio se n’è andato via per sempre , e con lui si chiude una pagina importante della comicità italiana
Geniale, ironico, pungente, dissacrante e malinconico.
Un artista unico nel suo genere che ha saputo fare ridere intere generazioni di italiani che oggi lo hanno salutato per l’ultima volta sui social network.
Per lui, il ragioniere Fantozzi, archetipo perfetto del perdente e sfigato, arriva un semplice, ma sentito grazie.
Per le grasse risate e i profondi spunti di riflessione che ha saputo regalare all’Italia, sempre così divisa, e oggi unita nel suo ricordo.
Il Belpaese che ha rappresentato nei difetti e nelle debolezze.
«Me lo immagino entrare nel misterioso luogo del trapasso e ricevere i meritatissimi 92 minuti di applausi», ha scritto qualcuno, seguito da un «Grazie di tutto #PaoloVillaggio, mi hai aiutato a capire in tempo tante cose della vita», da «Con #Fantozzi ci ha fatto ridere delle nostre debolezze e dei nostri difetti, della nostra umanità . Grazie» e ancora «Grazie di tutto #PaoloVillaggio, mi hai aiutato a capire in tempo tante cose della vita».
Un mito nazionale, la cui morte è per tutti una «cagata pazzesca», come hanno scritto in tantissimi ricordando la celebre battuta sulla “corazzata Potemkin”, ma anche il «rutto libero» tra un sorso di birra e l’altro in poltrona dinanzi alla partita, il tram preso al volo, i congiuntivi sbagliati, le disavventure con il geometra Filini, l’amore per la sua Pina, le fantasie sulla signorina Silvani e le battute sulla figlia Mariangela.
Tra i tanti che lo ricordano nell’inimitabile Fantozzi, ce ne sono molti altri ancora che lo omaggiano come Fracchia, il cinico professore Schimdt o ancora con il maestro Sperelli con il messaggio di speranza e positività portato in “Io speriamo che me la cavo”.
(da “il Secolo XIX”)
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Luglio 3rd, 2017 Riccardo Fucile
“CIAO PAPA’,ORA SEI DI NUOVO LIBERO DI VOLARE”… AVEVA 84 ANNI, CON LUI SCOMPARE UNO DEI POCHI VERI ATTORI COMICI ITALIANI… AVEVA RECITATO CON FELLINI, OLMI, MONICELLI, OTTENENDO PREMI PRESTIGIOSI
È morto a Roma Paolo Villaggio. L’attore aveva 84 anni. Ad annunciarlo la figlia
Elisabetta su Facebook dove, su una foto del padre giovanissimo, scrive: “Ciao papà ora sei di nuovo libero di volare”
Con Paolo Villaggio se ne va uno dei pochi attori comici italiani.
Se tanti sono gli attori “da commedia”, i comici si contano sulle dita di una mano: Totò, Franco Franchi, Villaggio appunto…
Molte sono le analogie e le differenze col sommo De Curtis, in arte Totò. È vero che Villaggio non diede, al contrario di Totò, il proprio nome ai film, ma in compenso li intitolò al suo “doppio” Ugo Fantozzi, l’avatar da lui creato e interpretato in ben dieci pellicole.
S’è fatto spesso riferimento a una condivisione dello stesso destino tra i due comici, che sarebbero stati ignorati a lungo da una critica sdegnosa, per essere poi “riscoperti” tardivamente.
Un’opinione suffragata da alcune iperboli su Fantozzi, da quando si cominciò a parlarne come l’erede della grande letteratura russa dei Gogol e dei Cechov. Ma non andò veramente così.
Dopo una fortunata carriera nel cabaret e alla televisione (dove aveva indossato i personaggi del sadico professor Kranz e del sottomesso impiegato Fracchia, ottenendo subito una grande popolarità ), Villaggio entrò nel cinema dalla porta principale.
Nel 1970 fu l’alemanno infanticida in Brancaleone alle Crociate di Mario Monicelli; poi lo si vide a fianco di Vittorio Gassman in due film (Senza famiglia, nullatenenti cercano affetto e Che c’entriamo noi con la rivoluzione?) e, nel 1974, in Non toccare la donna bianca di Marco Ferreri.
Fu semmai dopo il primo Fantozzi, diretto da Luciano Salce quando l’omonimo libro di Villaggio diventò un best-seller, che l’attore si convertì decisamente al cinema nazional-popolare, capitalizzando un successo destinato a crescere nei decenni seguenti
Un’altra diversità rispetto a Totò consisteva nel fatto che questi (pur con “spalle” di qualità come Peppino o Fabrizi) fu sempre protagonista dei film, mentre Villaggio poteva alternare il ruolo principale adattandosi al gioco di squadra: soprattutto negli anni Settanta, allorchè nel nostro cinema imperversavano la commedia corale e quella a episodi: vedi (continuamente riproposti in tv) I pompieri, Missione eroica i pompieri 2, Scuola di ladri, Scuola di ladri parte seconda, Rimini Rimini ecc.
E tuttavia, per continuare nel parallelo con Totò, la carriera comica di Villaggio fu punteggiata di film d’autore.
Dal più grande di tutti, Federico Fellini, che nel 1989 lo diresse comprimario di Roberto Benigni nella Voce della luna, all’Ermanno Olmi del Segreto del Bosco Vecchio (1993), fino a Cari fottutissimi amici (1994), di nuovo con Monicelli.
Se i registi maggiori seppero valorizzare i tratti più amari e malinconici della sua grande “maschera” di perdente, non per questo Villaggio tradì il personaggio che gli aveva dato la fama (e che quei tratti, in fondo, conteneva già ), continuando a portare sullo schermo le epiche sventure di Fantozzi.
Ebbero meno fortuna, invece, altre varianti del suo repertorio comico, quali Professor Kranz tedesco di Germania (con Salce) e un paio di Fracchia diretti da Neri Parenti.
A Paolo Villaggio non sono mancate le soddisfazioni in vita, dal David di Donatello come miglior attore protagonista per il film di Fellini al Leone d’Oro alla carriera (1992), dal Nastro d’argento per Il segreto del bosco vecchio al Pardo d’onore a Locarno (2000).
Difficile dar conto in poche righe della sua attività di scrittore satirico o delle incursioni sulle scene teatrali, tra cui un memorabile Avaro (1996) e l’autobiografico Delirio di un povero vecchio (2000-2001).
Ma sarebbe colpevole non ricordare la sua amicizia con Fabrizio De Andrè, risalente agli anni in cui erano ragazzini e che produsse due canzoni memorabili come Il fannullone e Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers (testi di Paolo, musica di Fabrizio).
Alle esequie dell’amico Villaggio disse: “era una persona molto sensibile e ovviamente quando si è molto amici si parla della morte come di un fatto lontano, del tutto improbabile. Adesso che invece la cosa è accaduta e quando stava per succedere, non abbiamo mai avuto più il coraggio nè di incontrarci, nè di parlare della cosa, perchè questa volta non era un gioco, non era letteratura, era la realtà ”.
Parole ineccepibili; anche per chi, come noi, preferirà ricordarlo con un sorriso.
(da “La Repubblica”)
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Luglio 2nd, 2017 Riccardo Fucile
IL CONCERTO DEI RECORD E’ UNA EMOZIONE INTENSA… TRE ORE DI MUSICA, QUARANTA BRANI: “BENVENUTI NELLA LEGGENDA”
Il colpo d’occhio è impressionante. Il Modena Park è una colossale arena per 220.000 anime rock, e l’annuncio della partenza arriva con le note altisonanti e kubrickiane di Also sprach Zarathustra, un sole rovente che passa sugli schermi e precede l’arrivo in scena del Blasco, giacca gialla e cappellos curo, su un palco che sembra un transatlantico, larghissimo, alto come un palazzo, esplosivo.
La scossa arriva dalle prime note di Colpa d’Alfredo, quel pezzo scritto tanti anni fa, e che raccontava le dissavventure notturne di un ragazzo, e lo faceva col linguaggio vero, quello parlato, quello della strada, come nessuno aveva fatto prima. Era la rivoluzione di Vasco. Ma gli accordi sono potenti, è il segno rock che illumina la serata.
Seguono l’acidità di Alibi, e il riconoscimento collettivo di Blasco Rossi, quello che definisce il popolo che è accorso in massa a festeggiare i quarant’anni di musica del Komandante.
La combriccola del Blasco è diventata una massa enorme. E prima di cantare il pezzo Vasco dà il benvenuto: “Siete stati controllati? Benvenuti nella leggenda, in una festa epocale”.
“Questo è un richiamo tribale” dice Vasco, che di queste cose se ne intende, e parte Bollicine, potente, ironica, sprezzante, un dileggio di tutto il mondo degli inganni, della pubblicità , dei trucchi con cui ci vogliono fregare, a cui contrapporre ferocia, sarcasmo, arte del disinganno, le parole del commercio rivoltate contro il commercio stesso: “chi non vespa più e si fa le pere” canta, ironizzando su vecchi slogan.
Vasco si diverte, si vede, vuole godersi fino in fondo la festa, ride, prende per il culo quando dice che “la coca cola se la porta a scuola” è un attore consumato, allude, sbeffeggia, ma è subito capace di fare sul serio, di cambiare registro in pochi secondi e blandire il lato più tenero e malinconico della enorme platea con uno degli inni più amati, la dolente e disperata Ogni Volta, una di quelle canzoni semplici e perfette, nate tra notti stralunate e albe ghiacciate, melodie in cui la gente può riversare il proprio bagaglio di emozioni, per intero.
E per continuare su tenerezza, memorie, fragilità , chiama sul palco Gaetano Curreri, che fu tra i primi a credere nel giovane talento di Vasco e che con lui ha continuato a scrivere, di tanto in tanto. Evocano insieme Anima fragile, dopo che Curreri al piano ha ricordato antichi frammenti di canzoni.
Il palco è una macchina perfetta, un ideale Luna Park del rock, una girandola di immagini enormi e sparate che amplificano il volto del Komandante, ma esaltano anche i dettagli del lessico rock: chitarre, microfoni, mani che scorrono su tastiere, i legni della batteria, e Vasco questo Luna Park lo sfrutta fino in fondo, incita il pubblico, lo fa ballare, ricorda gli anni Ottanta, (“avete caldo? Avete la febbre, avete la febbre del sabato sera…”).
È il momento di ballare e parte con Una splendida giornata, poi cambia bruscamente e ripesca un pezzo “scorrettissimo” come Ieri ho sgozzato mio figlio (“per sbaglio, credevo fosse un coniglio”) che nelle sue scalette è apparso pochissimo, e infine celebra il trionfo dell’edonismo, del piacere puro, col già noto Delusa medley, quattro o cinque canzoni mescolate in una fantasia sfrenata di rock’n’roll. Sul godimento non c’è da fare sconti, mai.
Appare sul palco Maurizio Solieri che per tanti anni è stato il chitarrista di Vasco. La gente al buio diventa una massa di piccole luci trasformando il parco in un giardino di luminescenze, mentre Vasco si illanguisce nel sogno di Vivere una favola.
C’è posto anche per la satira, affettuosa per carità . Se il senatore Giovanardi, che oltretutto è di Modena e vive a Modena, si è permesso di ipotizzare catastrofiche calate di droga in occasione del concerto, tanto per rinverdire il Nantas Salvataggio che anni fa metteva in guardia i ragazzi dai “viaggi” di Vasco Rossi, allora si prende l’ilarità del pubblico quando Vasco invita tutti a darsi uno schiaffettino sul posteriore immaginando chissà chi.
Passano Non mi va, Cosa vuoi da me, Siamo soli, la più fresca Come nelle favole, si riprende fiato, ma giusto in tempo per cedere alla commozione di Vivere che diventa l’occasione struggente per ringraziare i fan, quando gli schermi mandano quattrocento scelti contributi visivi arrivati dal pubblico, un collage di dediche, passioni, ricordi, storie condivise, le tracce di quell’inesplicabile e fortissimo legame che tiene insieme la folla e il suo idolo.
Sono innocente è una delle sintesi perfette di Vasco: “sono innocente, ma non mi fido…”, detto dal più grande dei rocker, ma anche quello che è stato più attaccato, discusso, e una volta, non dimentichiamolo, perfino messo in galera.
Polemica? Neanche tanto. C’è subito dopo Rewind, l’inno del Vasco gaudente che ci invita a prenderci la vita, a godere, a non soffrire di bigotti sensi di colpa. “Fammi godere” urla e con lui gode il pubblico, con reggiseni che volano e seni nudi esibiti davanti alle telecamere.
Difficile immaginare che una situazione del genere possa prevedere anche l’idea stessa di intimità . Eppure nei grandi appuntamenti rock succede, di rado ma succede, e anche il megaconcerto di Vasco, l’unico per quest’anno, il raduno della leggenda, la serata dei record, non poteva non concedersi questo privilegio.
Arriva dopo Liberi liberi, con un Medley acustico nel quale come per miracolo sembra parlare a uno ad uno dei presenti, in modo più intimo, per l’appunto. L’enorme schermo aiuta, stringe sulla faccia di Vasco, mostra a tutti il suo sguardo, ingrandito, svelato, ognuno può verificare la sincerità dell’eroe, la qualità del suo coraggio, la validità della delega che gli ha concesso e la misura canzone dopo canzone: Il tempo crea eroi, Una canzone per te, Va bene va bene, Senza parole, Stupendo.
Se poi arriva il momento per il definitivo collaudo, per dimostrare la tenuta rock di tutto l’allestimento allora c’è un pezzo che sembra fatto apposta.
Si intitola Gli spari sopra, minaccioso, sferzante, un monito ai potenti: “se la guerra cominciamo a farla noi…”. Anche se di guerra qui, com’è giusto, non c’è neanche l’ombra. Anzi, è tutta energia che va verso un solo fine, l’esaltazione del momento, della condivisione, della incredibile possibilità di fare festa in 220.000.
La gente non è stanca, anche se una bella fetta di pubblico è qui da giorni, i primi ventimila sono entrati già ieri sera, molti hanno sopportato il caldo per una intera giornata, ma è niente di fronte alla carica che arriva dal palco, con il metallo liquido di Sballi ravvicinati e quando dice “centomila mani verso il cielo” corregge sogghignando: “quattrocentoquarantamila”.
Ed è il momento di ribadire una delle idee fisse di Vasco: “Non dobbiamo avere paura, non ci faranno cambiare le nostre abitudini, non ci chiuderanno in casa con la paura” urla nel consenso generale.
Si avvicina la mezzanotte e si comincia a percepire l’aria del gran finale. Dopo C’è chi dice no, l’ennesimo invito alla disobbedienza, e Un mondo migliore, quintessenza del candore alla Vasco Rossi, quando si fa domande semplici e si da risposte altrettanto semplici, la macchina si mette in pausa.
C’è silenzio per qualche minuto, l’aria è fresca, attraversta da brusii, odori, anzi aromi, si parla con i vicini, poi il palco si accende nuovamente per proporre I soliti, guarda caso dedicata ai presenti, con le telecamere che alle spalle del protagonista mostrano la folla, una delle tappe di quella sequenza che attraversa tutto il concerto come una scaletta nella scaletta, i pezzi dell’identità del popolo di Vasco, a partire dalla combriccola del Blasco Rossi, che diventa “noi siamo i soliti”, le canzoni che invece di “io” o “tu” usano il “noi”, un’idea che, dopo Sally e Un senso, esplode definitivamente nell’apoteosi di Siamo solo noi, che usa magistralmente uno dei riff più classici del rock ma raccoglie da trent’anni e più quella sensazione di estraneità che si prova quando non ci si riconosce in istituzioni e certezze, quando sentiamo di essere quelli non adatti, non conformi, non inseriti, non vincenti.
Idea ribattutta nella pienezza di Vita spericolata, che funziona sempre, che tutti vogliono cantare, che tutti sanno a memoria e aspettano alla fine del concerto.
In coda sulle ultime note del brano l’omaggio straziante all’amico chitarrista Massimo Riva.
Il vero finale è e deve essere sempre Albachiara, da quando Vasco una volta che pensava di non cantarla si rese conto che la gente non aveva alcuna intenzione di andarsene.
Da allora la canta sempre, alla fine, ma questa volta a Modena suona come la carezza definitiva, un saluto struggente all’orizzonte che nella notte è diventato lunghissimo, senza fine.
(da “La Repubblica”)
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Giugno 3rd, 2017 Riccardo Fucile
A SETTEMBRE DUE COMMEMORAZIONI PER IL DECENNALE DELLA MORTE DEL TENORE…LA VEDOVA ORGANIZZA L’EVENTO ALL’ARENA, GLI EMILIANI CELEBRANO IN DUOMO
Unico, certo. Ma curiosamente «sdoppiato» nelle incombenti celebrazioni per i dieci anni dalla morte,
un concertone con i suoi «Friends» all’Arena di Verona e la «Messa da Requiem» di Verdi a Modena.
In fin dei conti, com’era lui, il grande tenore d’opera degli anni d’oro reinventatosi popstar per allungare e allargare la carriera in quelli dell’inevitabile declino vocale. Pavarotti uno e due, insomma, Luciano bifronte, sul palco con Karajan e con Zucchero (però non insieme, per fortuna).
Il 6 settembre saranno dieci anni da che se n’è andato, nell’emozione mediatica, con i funerali in diretta tivù, le Frecce Tricolori nel cielo di Modena e le polemiche postume sull’eredità , non solo quella artistica.
Inevitabile che se ne riparli, e magari ne parli pure chi non ne sa nulla.
È di ieri l’altro l’annuncio che ci si metterà anche Hollywood, con un documentario «autorizzato» e griffato Ron Howard, già Richie Cunningham di «Happy Days» e oggi grande regista, quello di «Apollo 13» e «Il codice Da Vinci», due Oscar per «A Beautiful Mind».
È poi approdato in libreria «Pavarotti e io» (Aliberti editore), cioè i ricordi, affettuosi, del peruviano Edwin Tinoco, valletto, maggiordomo, amico, erede, compagno di merende e di briscole e infine quasi figlio adottivo del tenorissimo. E chissà cos’altro arriverà .
Però intanto sul decennale si litiga. La bomba è scoppiata un paio di mesi fa, quando la Fondazione Pavarotti, in pratica la vedova, Nicoletta Mantovani, ha annunciato che il concertone commemorativo, che si era sempre fatto a Modena con alterni risultati, si sarebbe spostato «nella meravigliosa cornice» (testuale) dell’Arena di Verona. «L’arena è riconosciuta come il tempio della lirica all’aperto, ci è parsa una scelta appropriata», ha spiegato la signora Pavarotti.
A Modena non l’hanno presa affatto bene. Vabbè che la città non ha mai saputo sfruttare quel brand planetario che una casuale, fortunata distribuzione divina di corde vocale le ha regalato, però Pavarotti è nato lì, è morto lì e non aveva mai pensato di poter vivere altrove.
Le polemiche sono state violentissime, specie quando il sindaco, Gian Carlo Muzzarelli (ovviamente Pd, a Modena Pci e derivati governano ininterrottamente dal ’45), ha ammesso di aver avuto da Nicoletta la notizia del trasloco un quarto d’ora prima che fosse annunciata ai media, e con un messaggino.
Ne è nato uno psicodramma cittadino.
Il sindaco, attaccato da tutte le parti, si è detto «profondamente amareggiato e deluso». L’opposizione gli ha rinfacciato «lo scippo» in Consiglio comunale e sui giornali. I social sono stati inondati di commenti arrabbiati o sarcastici o tutti e due insieme. Qualcuno ha fatto però notare che il budget per l’evento all’Arena si aggira sui due milioni di euro, quello disponibile a Modena grattando il fondo di ogni possibile barile, di 150 mila, quindi in sostanza non c’è mai stata gara.
Intanto il sindaco di Verona, Flavio Tosi, spargeva sale sulle ferite definendo Modena «un paesello». Lo strapaese longanesiano, insomma.
Sta di fatto che il concerton de’ concertoni si farà il 6 settembre all’Arena, probabilmente con la diretta sui Raiuno e con «una parte del ricavato devoluto in beneficenza», così il sito della Fondazione.
Ci saranno, di sicuro, Placido Domingo e Josè Carreras, i due superstiti dei tre tenori, poi si parla di Zucchero, dei prezzemolini del Volo e di altri soliti noti, ma il cast è ancora in corso di definizione.
Di certo, sarà tutto orientato sul fronte del Pavarotti 2, quello canzonettaro.
Le prevendite stanno andando benissimo.
Intanto a Modena, superato lo choc, si medita la controffensiva.
Anche qui, per ora, di definitivo non c’è niente, men che meno di ufficialmente annunciato. Però pare si stia facendo strada l’idea che si possa, e magari pure si debba, concentrarsi sul Pavarotti 1, insomma il tenore.
Si parla di una commemorazione anticipata, il 5. Da tenersi nel Duomo cittadino, un gioiello romanico che convertirebbe un ateo, e con un cavallo di battaglia del Pav, la «Messa da Requiem» di Verdi.
Insomma, qualcosa di classico, solenne e rigoroso (e, dai nomi che girano, notevoli, anche di ottimo livello musicale). Poi, replica con una serie di iniziative intorno al 12 ottobre, che del tenorissimo era il compleanno.
Pavarotti duale. Com’era lui, appunto.
(da “La Stampa”)
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Maggio 25th, 2017 Riccardo Fucile
IN TUTTI I CINQUE MUSEI DIRETTI DA STRANIERI AUMENTATI I VISITATORI ANCHE OLTRE IL 70%
Dopo la sentenza con cui il Tar del Lazio ha bocciato cinque dei venti direttori dei supermusei, il Mibact ha diffuso i “risultati straordinariamente positivi” ottenuti in tre anni dalla riforma Franceschini.
Prima di elencare i numeri, nella nota, il Ministero dei beni e delle attività culturali precisa che “la riforma ha costituito una vera e propria rivoluzione del sistema museale italiano, grazie alla quale le istituzioni culturali hanno conosciuto una forte innovazione gestionale e tariffaria”.
Crescono visitatori e ricavi.
Il periodo successivo alla riforma, secondo i dati, ha visto incrementare il numero di visitatori, sia quelli a pagamento sia quelli gratuiti, come anche gli “incassi dei principali musei e parchi archeologici statali”.
Dal 2013 al 2016 è di “oltre 7 milioni la crescita del numero dei visitatori, che sono passati da 38,5 milioni a 45,5 milioni (+18%), mentre gli incassi sono aumentati di quasi 50 milioni di euro, dai 126 milioni del 2013 ai 174 milioni del 2016 (+38%)”.
Visitatori singoli musei.
Quanto ai numeri dei musei oggetto della sentenza del Tar del Lazio, confrontando i dati del 2016 con quelli pre-riforma del 2014, i visitatori sarebbero aumentati in tutti e cinque i musei.
Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria: aumento di 14.600 unità (pari al +7,5%),
Museo Archeologico Nazionale di Napoli: cresciuto di 102.000 unità (+29,1%),
Palazzo Ducale di Mantova: più 157.100 unità (+76,2%),
Museo Archeologico Nazionale di Taranto: 34.500 visitatori in più ( +72%),
Galleria Estense: benchè riaperta a maggio 2015 – era stata chiusa per i danni causati dal terremoto del maggio 2012 – ha segnato un +7% di visitatori solo nell’ultimo anno”
Ricavi singoli musei.
“Le forme innovative di promozione hanno riavvicinato gli italiani al proprio patrimonio culturale”, commenta il Mibact prima di riportare i ricavi al dettaglio delle cinque istituzioni.
Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria: ricavi aumentati di circa 300mila euro;
Museo Archeologico Nazionale di Napoli: circa 571.500 euro in più,
Palazzo Ducale di Mantova: cresciuto di circa 880mila euro
Museo Archeologico Nazionale di Taranto: aumento dei ricavi di 102.730 euro,
Galleria Estense: +60% di ricavi solo nell’ultimo anno
(da agenzie)
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Marzo 31st, 2017 Riccardo Fucile
L’INTERVENTO DI AIRBNB E LA CASA COMUNALE IN AFFITTO SUL WEB… IL BORGO DEL VITERBESE CON 10 ABITANTI E 350.000 TURISTI L’ANNO
È nota come la “città che muore” ma, se la visitate, vi rendete conto che Civita di Bagnoregio, gioiello
unico al mondo, è sempre più “la città che lotta per vivere”.
Ed è anche per questo che Airbnb l’ha scelta per far partire un innovativo progetto pilota che si svilupperà in futuro anche in altri particolari luoghi del Belpaese: creare case d’artista, pubbliche, per contribuire alla valorizzazione ed allo sviluppo del territorio.
La formula è davvero straordinaria e, a Civita, ha messo insieme un palazzo comunale abbandonato, un sindaco illuminato, la piattaforma Airbnb, uno studio di design di Milano che ha accettato di affrontare la sfida e aziende che hanno concesso a prezzi agevolati pezzi importanti di arredamento.
Il risultato è la prima casa pubblica Airbnb d’Italia con tanto di ristrutturazione “d’artista”. Ed è la prima di una lunga serie, annuncia la piattaforma che ha cambiato il modo di viaggiare di milioni di persone e che ora si lancia ora in progetti di forte valenza socio culturale, sempre dedicati ai viaggiatori alla ricerca di esperienze autentiche.
Gli artisti che hanno accettato la sfida sono Alberto Artesani e Frederik De Wachter, fondatori di DWA, uno studio di design che dal 2005 lavora per cercare soluzioni semplici, forme e materiali per numerose aziende del settore del lusso, della moda e del design.
Il primo sindaco host di Italia è Francesco Bigiotti, che si è preso carico di ristrutturare una delle case del Comune per fittarla tramite Airbnb: una delle tante iniziative per sviluppare il turismo sostenibile e salvare la sua Civita da un destino incerto.
Il destino è incerto perchè Civita si trova arroccata su uno sperone di roccia: un colle tufaceo che sovrasta l’ ampia conca increspata dai calanchi.
Ai due lati, agisce la continua erosione dei torrenti Chiaro e Torbido, che formano le valli sottostanti. Lo strato argilloso sottostante è instabile per la sua stessa natura geologica che viene modellata dagli agenti atmosferici nelle tipiche forme dei calanchi: piccoli bacini delimitati da creste e pinnacoli creati dall’ azione dilavante della pioggia sull’ argilla.
Civita fu fondata dagli Etruschi 2.500 anni fa, come dimostra la necropoli ritrovata nella rupe sottostante il belvedere di San Francesco Vecchio.
Sembra che anche la cosiddetta grotta di San Bonaventura (dove si narra che San Francesco guarì con un miracolo il piccolo Giovanni Fidanza poi diventato San Bonaventura) fosse una tomba a camera etrusca trasformata nel medioevo in cappella per le orazioni.
Sotto Civita si apre una ree di cunicoli sotterranei abbastanza misteriosi la cui posizione geografica ha dato origine a varie ipotesi. La più affascinante è che Civita fosse una delle possibile sedi del Fanum Voltumne, il santuario della nazione etrusca. Se il genius loci di Civita vi attrae e siete artisti alla ricerca di ispirazione ma con pochi soldi in tasca, il Comune vi fitterà la casa di artisti ad un prezzo politico davvero basso: è uno dei punti chiavi della formula Airbnb — Civita.
Su quanto si sta facendo per salvare Civita molto si è già detto sui giornali: è un impegno fortemente sostenuto dal Comune e coadiuvato dallo Stato e dalla Regione Lazio attraverso bandi per i lavori di stabilizzazione di alcune fra le zone più rischiose.
Un paio di anni fa ci fu anche un appello firmato da 36 personaggi della cultura, da Giorgio Napolitano a Dario Franceschini, dal regista premio Oscar Bernardo Bertolucci, all’archeologo Andrea Carandini, e poi ancora Dacia Maraini, Ennio Morricone, Bruno Bozzetto, Fiorella Mannoia, Michelangelo Pistoletto, Dario Fo, Paolo Crepet, Andrea Camilleri ed altri ancora.
Oggi, di fatto, i residenti nel borgo sono circa una decina e diverse sono le case di proprietà di persone della cultura italiana come Paolo Crepet — che tramite Airbnb ospita turisti nella sua meravigliosa abitazione – e il regista Tornatore che una volta scoperta, ci hanno lasciato il cuore.
Il vero miracolo di Civita accade ogni giorno: è una città virtuosa.
L’afflusso di turisti — circa 350 mila ogni anno — porta una ricchezza che viene “usata” dall’amministrazione comunale di Francesco Bigiotti per creare un reddito di cittadinanza, pari circa a duecentomila euro, destinato a chi vive con meno di quindicimila euro all’anno.
E per potenziare una fruibilità sostenibile del territorio teverino che passa anche attraverso varie importanti iniziative.
Tra tutte, il Museo Geologico delle Frane: un modello innovativo di presidio territoriale per monitorare il territorio. Non è un mero luogo di raccolta ed esposizione dei dati, ma un centro di riferimento attivo e dinamico per abitanti del luogo, turisti, studenti e scienziati, in cui ciascuno possa seguire con piacere le proprie attitudini imparando, confrontandosi o apportando nuove idee.
I geologi dello staff hanno deciso di raccogliere e rendere accessibili alla comunità tutte le osservazioni che quotidianamente vengono svolte vivendo il territorio perchè è solo con la partecipazione attiva dei cittadini che si può gestire un territorio cosi delicato ed unico al mondo.
Anche nel caso del museo, fondamentale è stata l’iniziativa del Comune che acquistò, tra il 2012 e il 2015, Palazzo Alemanni, nel cuore di Civita proprio per creare l’importante struttura scientifica che oggi è aperta a tutti, dotata di un’area espositiva permanente capace di diventare strumento fondamentale per il borgo e per tutto il territorio teverino.
Come può un borgo di una decina di abitanti reggere l’impatto di 350mila turisti l’anno?
Il Comune si sta impegnando in studi di monitoraggio per fare in modo che i grandi flussi di persone non danneggino Civita di Bagnoregio.
“Per essere sostenibile — dice il sindaco Bigiotti a Repubblica — il turismo deve essere accorto e ben progettato”.
Tra le azioni messe in campo dall’attuale amministrazione, il Piano di riqualificazione turistica del sistema Bagnoregio Civita in un’ottica di sviluppo territoriale della Teverina, centrato sulla realizzazione di un percorso capace di “spostare” l’attenzione da Civita per allargarla al territorio intero.
E’ un percorso, segnalato da pannelli visivi, che parte da Bagnoregio e tocca tutti i principali punti di interesse fino a Civita, con ricadute positive sull’economia e sull’occupazione, nell’ottica di una decentralizzazione dei flussi turistici dall’antico borgo.
Il percorso per la sostenibilità del turismo e Civita è lungo e complesso e produce sempre nuove idee, dalla creazione di aree di sosta fuori dal centro storico alla pedonalizzazione di corso Cavour nelle giornate di maggiore affluenza fino all’apertura del nuovo centro turistico culturale della Casa del Vento, a Bagnoregio: un centro polivante destinato all’accoglienza turistica ed alla realizzazione di attività di promozione del territorio.
Si dice che la bellezza salverà il mondo: Civita di Bagnoregio è la dimostrazione di come, quando la bellezza passa nelle menti e nei cuori di persone attive e capaci, anche in Italia possano accadere miracoli collettivi e sostenibili, nel rispetto dei luoghi e della storia.
(da “La Repubblica“)
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Marzo 19th, 2017 Riccardo Fucile
DA SPRINGSTEEN A JAGGER, CORDOGLIO SOCIAL: “ERA IL PIU’ GRANDE”… AVEVA 90 ANNI: “JOHNNY B. GOODE” TRA LE CANZONI PIU’ FAMOSE”
“La mia voce è andata, i miei polmoni non funzionano più bene, non ci vedo molto. Ma voglio ancora fare musica”. Aveva detto così pochi mesi fa Chuck Berry, in ottobre, quando aveva compiuto novant’anni.
Era nel suo stile, era il suo modo di vivere, era il suo modo di intendere il rock’n’roll. E il suo stile, il suo suono, le sue parole, hanno contribuito a cambiare in maniera radicale la musica popolare alla metà del secolo scorso.
Musica che dopo l’avvento di Chuck Berry, di Elvis Presley, di Little Richard, di Jerry Lee Lewis, non è stata più la stessa.
Berry, uno dei grandi padri fondatori del rock’n’roll è morto, ieri, a Saint Louis, la città che lo aveva visto nascere nel 1926.
E per il mondo della musica è davvero un grande, immenso, lutto. Perchè senza Chuck Berry non avremmo avuto gran parte della musica popolare dagli anni Cinquanta ad oggi, non avremmo avuto il rock, quantomeno nella forma in cui fino ad oggi lo abbiamo conosciuto.
“Se volete chiamare il rock in un altro modo chiamatelo Chuck Berry”, aveva detto John Lennon sottolineando come lui e una intera generazione di musicisti in tutto il mondo aveva “visto la luce” attraverso il bacino roteante di Elvis e la chitarra elettrica di Chuck Berry.
E ancora di più attraverso i testi delle canzoni di Berry, che avevano per la prima volta trattato i temi e gli argomenti cari alla gioventù, ad una categoria sociale che solo pochi anni prima, non esistevano nemmeno.
Parlando di musica siamo certi che Brian Wilson non avrebbe potuto scrivere gran parte dei primi e fondamentali hit dei Beach Boys, Keith Richards e i Rolling Stones non avrebbero scritto gli stessi hit, John Lennon non sarebbe stato il “working class hero” del rock inglese.
Perchè Chuck Berry ha costruito le fondamenta della musica popolare moderna ed è stato ma uno dei principali responsabili della rivoluzione sociale, culturale e artistica che dalla metà del Novecento ha cambiato il volto dell’occidente, usando una chiave semplice, diretta, immediata, imbattibile, quella della musica, quella del rock’n’roll.
Dei suoi novant’anni, settanta li aveva passati nella musica, nel blues, nel rock, in quella straordinaria miscela di musica bianca e nera che lui stesso aveva contribuito a creare e che, dagli anni Cinquanta aveva dominato come autore, cantante e chitarrista. Suonava e cantava da quando era bambino, ma non era un ragazzo tranquillo, di quelli cresciuti cantando nelle chiese.
No, Chuck aveva frequentato le prigioni da giovanissimo e poi, una volta uscito, aveva fatto molti lavori diversi, continuando quella di musicista come seconda attività .
Come nelle migliori leggende fu Muddy Waters, il re del blues, a indirizzarlo verso Leonard Chess, straordinario discografico chicagoano, che gli fece incidere il 21 maggio del 1955 il suo primo hit, Maybellene, seguito da Roll over Beethoven, Rock’n’roll music, Sweet Little Sixteen e soprattutto da Johnny B. Goode, il suo brano più famoso e importante, pietra miliare della musica popolare moderna e del rock’n’roll.
Tutto bene fino al 1959, quando Berry finì nuovamente in galera, accusato di aver fatto sesso con una minorenne. Quando ne venne fuori gli anni Sessanta avevano fatto fare un lungo giro all’orologio della musica, erano arrivati i Beatles, i Rolling Stones, e soprattutto i Beach Boys, che avevano preso la musica di Berry e l’avevano trasformata, facendola diventare beat, surf, e poi rock.
Berry inizialmente fatica a tornare al successo, nonostante scriva ancora canzoni memorabili, come You never can tell e No particular place to go.
Ma saranno proprio i nuovi eroi del rock, Lennon e Richards su tutti, a riportarlo all’attenzione del pubblico giovanile, permettendo ad altri brani come My ding a ling e Memphis Tennessee di diventare dei classici, interpretati da centinaia di artisti in tutto il mondo.
Berry ha continuato negli anni la sua attività di musicista, fino al 1979, e proprio di recente era tornato a realizzare un album, a novant’anni, intitolato semplicemente Chuck.
Era un uomo difficile, rabbioso, solitario, non aveva mai voluto avere una band, e anche quando altri lo avevano aiutato, come Lennon e Richards, non aveva mai abbassato la guardia, convinto com’era di essere il re, il più grande, quello che aveva aperto la porta a tutti gli altri.
Ma era anche un genio assoluto, la sua musica, le sue canzoni, i riff della sua chitarra, hanno modellato parte dell’immaginario popolare degli anni Cinquanta e Sessanta, e per molti versi dovrebbero essere insegnati come l’abc ad ogni aspirante musicista in ogni parte del mondo.
(da “La Repubblica”)
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Marzo 5th, 2017 Riccardo Fucile
LA SCIATRICE ITALIANA ALLA SECONDA VITTORIA IN DUE GIORNI
La ninja delle nevi. La bergamasca imbattibile. 
C’è una ragazza 25enne che sta facendo impazzire il mondo dello sci italiano e non solo: è Sofia Goggia. Ha vinto ancora, anche in Corea, dove ha dominato il Super G il giorno dopo aver trionfato nella libera.
E a sei gare dalla fine della Coppa del mondo, il dominio dell’Italia nella classifica femminile della Coppa per Nazioni è sempre più evidente grazie alle sue vittorie e a quelle di Enrica Brignone.
Ma chi è Sofia? E’ una ragazza nata nel 1992 nella Valle di Astino che a soli 16 anni ha debuttato in Coppa Europa vincendo diversi titoli giovanili.
Nel 2010 un primo infortunio al ginocchio durante un gigante la mise ko.
Lavorò sodo fino a rientrare in nazionale nella stagione 2011/2012 e un anno dopo conquista la discesa in coppa Europa.
Pensando alla Coppa del Mondo purtroppo il 7 dicembre 2013 a Beaver Creek si lesiona il legamento crociato anteriore in discesa libera.
Maledetto ginocchio. Sofia fa telecronache su Rai e Sky e continua a ritentare.
Nel 2014 una ciste sempre al ginocchio la mette di nuovo ko.
Finalmente nel 2016 arriva il suo primo podio in carriera a Killington, a cui ne seguiranno altri otto senza però mai arrivare alla vittoria.
Poi un podio in gigante e la prima sognatissima medaglia mondiale.
Fino ai tempi odierni quando con un bis straordinario in Gigante e discesa libera, battendo la regina Lindsey Vonn, consacra il suo sogno.
Speriamo non si fermi più.
(da agenzie)
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Febbraio 27th, 2017 Riccardo Fucile
NON VINCE IL “TRUMPIANO” E BUONISTA LA LA LAND, MA IL CONTROVERSO AMORE BLACK E GAY DI MOONLIGHT
È stata una serata memorabile, surreale è dir poco, una di quelle che se l’avesse scritta il migliore degli autori, non sarebbe mai riuscita così bene.
L’89esima edizione degli Oscar sarà ricordata per un errore che è arrivato nel finale che in uno show televisivo non è mai stato così “grande”.
Poco dopo le sei del mattino, orario italiano, per celebrare i cinquant’anni di uno dei film più popolari della storia di Hollywood, Bonnie&Clyde (di Arthur Penn), salgono sul palco i protagonisti Warren Beatty e Faye Dunaway per annunciare il vincitore della categoria più importante, il Miglior Film.
È Beatty ad annunciare la vittoria di La La Land, il musical di Damien Chazelle che per questa edizione ha ricevuto quattordici candidature, diventate poi sei statuette. Seguono applausi e lacrime con l’intero cast sul palco e i produttori che ringraziano con tanto di Oscar in mano.
Stiamo per andare a dormire e spegnere la tv, ma all’improvviso c’è qualcuno sul palco che segnala l’errore.
Incredibile, ma vero, il vincitore non è il film di Chazelle, ma Moonlight di Barry Jenkins, gridato al mondo con un vero e proprio colpo di scena.
Come è stato possibile? Presto arriva la spiegazione: Warren Beatty ha ricevuto la busta sbagliata.
Quella precedente, con l’annuncio della migliore attrice sulla quale c’era scritto “Emma Stone, La La Land”.
A confermare il tutto, il presentatore della serata, Jimmy Kimmel, che mostra la busta — quella giusta — con il nome del vero vincitore, e saluta il pubblico dicendo che sapeva che “avrebbe rovinato il tutto prima della fine”.
Promette tra lo stupore generale di “non tornare mai più”.
La serata aveva avuto un inizio dance con Justin Timberlake che si è esibito con Can’t stop the feeling, facendo scatenare tutto il pubblico del Dolby Theatre di Los Angeles, con le battute del presentatore – che ha riservato buona parte del monologo iniziale al presidente americano Donald Trump citando “la sopravvalutata Meryl Streep”, salutata dall’intera sala con una lunga standing ovation.
Niente Oscar per “Fuocoammare”, il toccante film di Gianfranco Rosi che lo scorso anno conquistò l’Orso d’Oro al Festival di Berlino, ma guai a parlare di delusione, perchè essere lì è stata già una vittoria.
Senza ombra di dubbio, il film è un indiscutibile successo internazionale che ha fatto conoscere al mondo gli sbarchi di Lampedusa e lo straordinario lavoro di Pietro Bartolo, il medico che da oltre venticinque anni accoglie i migranti “nell’isola degli sbarchi” vivendo in prima persona quella che è stata definita la più grande emergenza umanitaria del nostro tempo.
Un grande esempio di coraggio e di impegno civile, uno straordinario monito contro l’indifferenza di chi non vuol vedere, ma l’Oscar per il miglior documentario è andato a “OJ: made in America” di Ezra Edelman, il più lungo mai candidato dagli Academy (dura otto ore), una saga sulla razze, sulla celebrità , i media, la violenza e il sistema della giustizia americana.
L’Italia può però ritenersi a suo modo soddisfatta, perchè è riuscita ad assicurarsi l’ambita statuetta per l’hair & make up: a vincerla, assieme a Christopher Nelson, Alessandro Bertolazzi e Giorgio Gregorini per il blockbuster “Suicide Squad”.
“Sono un italiano, sono un emigrante e lo dedico a tutti gli emigranti come me”, ha detto Bertolazzi nel suo discorso di ringraziamento. L’italo-americano Alan Barillaro ha vinto l’Oscar per il miglior Cortometraggio d’animazione grazie al sorprendente “Piper”, il corto prodotto dai Pixar Animation Studios che racconta la storia di un piccolo piovanello che deve imparare a procurarsi il cibo e affrontare la propria idrofobia sotto lo sguardo amorevole della sua mamma.
Il miglior film straniero è andato invece a “Il cliente” del regista iraniano Asghar Farhadi, non presente alla serata per protesta contro la legge anti immigrazione di Trump.
Ad annunciare il vincitore, sul palco, Charlize Theron e Shirley MacLaine, accolta con una standing ovation seguita dalla lettura delle parole del regista: “La mia assenza è un atto di rispetto verso i miei concittadini e quelli di altri sei paesi che hanno subito una mancanza di rispetto per una legge disumana. Dividere il mondo in due categorie, noi e i nostri nemici, porta alla paura”.
Il tweet
“Donald Trump, sei sveglio?”, scrive Jimmy Kimmel, il presentatore della 89ma edizione degli Academy Awards, al presidente degli Stati Uniti, un tweet scritto in diretta televisiva e condiviso centinaia di migliaia di volte.
Kimmel si chiedeva infatti come mai Trump non avesse ancora twittato qualcosa sulla notte degli Oscar. Poi scrive un secondo messaggio (“Meryl dice ciao”): si riferisce a Meryl Streep, che ai Golden Globes si era espressa contro il neo-presidente, e che Donald Trump aveva poi definito “attrice sopravvalutata” proprio su Twitter.
Oscar is blac
Dopo le polemiche dello scorso anno sugli Oscar troppo bianchi, la rivincita per gli attori afro-americani è arrivata. Vincono Mahershala Ali per Moonlight (oltre al Miglior Film) e Viola Davis, migliore attrice non protagonista per “Barriere”. Toccanti le parole della Davis: “La nostra è l’unica professione che può celebrare il significato della vita vissuta”.
OSCAR 2017 — Tutti i premiati:
Miglior film – “Moonlight”, Dede Gardner, Adele Romanski, Jeremy Kleiner Moonlight
Miglior attore – Casey Affleck, Manchester by the Sea
Miglior attrice – Emma Stone, La La Land
Miglior regista – Damien Chazelle, La La Land
Miglior attrice non protagonista – Viola Davis, Barriere
Miglior attore non protagonista – Mahershala Ali, Moonlight
Miglior film straniero – Il cliente, Asghar Farhadi
Miglior film d’animazione – Zootropolis, Byron Howard, Rich Moore, Clark Spencer
Migliore sceneggiatura originale – Manchester by the Sea, Kenneth Lonergan
Miglior canzone originale – City Of Stars (La La Land) Justin Hurwitz, Benj Pasek, Justin Paul
Migliore colonna sonora – La La Land, Justin Hurwitz
Miglior sceneggiatura non originale (La La Land) – Barry Jenkins, Tarell Alvin McCraney
Miglior fotografia – Linus Sandgren, La La Land
Miglior montaggio – John Gilbert, Hacksaw Ridge
Migliori effetti speciali – Il libro della giungla, Robert Legato, Dan Lemmon, Adam Valdez,
Miglior cortometraggio d’animazione – Piper, Alan Barillaro, Marc Sondheimer
Migliore scenografia – David Wasco, La La Land
Migliore scenografia – Sandy Reynolds-Wasco, La La Land
Miglior sonoro – Andy Wright, Hacksaw Ridge
Miglior Costumi – Animali Fantastici e dove trovarli
Miglior documentario – O.J.: Made in America
Miglior corto documentario – The White Helmets
Miglior cortometraggio – Sing
Miglior trucco – Alessandro Bertolazzi, Giorgio Gregorini e Christopher Nelson. Suicide Squad
(da “Huffingtonpost”)
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