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COLOSSEO COME UNA TOILETTE: DENUNCIATO TURISTA FRANCESE

Agosto 2nd, 2015 Riccardo Fucile

FACEVA I SUOI BISOGNI TRA I RUDERI DELL’ANTICO ANFITEATRO

L’area archeologica del Colosseo utilizzata come un bagno a cielo aperto: è accaduto ieri mattina intorno alle 11 quando un turista francese è stato sorpreso a fare i suoi bisogni corporali tra i ruderi che circondano l’antica arena dei gladiatori.
Ad allertare una pattuglia di vigili in servizio in quel momento a piazza del Colosseo sono stati altri turisti infastiditi e increduli davanti a quella scena.
Gli agenti del I gruppo Trevi sono quindi arrivati sul posto, hanno invitato l’uomo a ricomporsi e l’hanno accompagnato al comando di via della Greca, dove è stato denunciato per atti osceni in luogo pubblico.
È F. G., 38 anni residente a Parigi, in visita nella capitale dallo scorso lunedì insieme alla moglie.
La donna ha tentato di giustificare il marito: “Stavamo camminando ma non si sentiva bene” ha detto agli agenti: “Pensavamo che nessuno lo avrebbe notato, non credevamo fosse un gesto tanto grave”.
L’uomo è rimasto in silenzio e non ha dato alcuna risposta ai caschi bianchi che chiedevano spiegazioni: “Dopo la denuncia abbiamo inviato una squadra dell’Ama a ripulire l’area dove il visitatore è stato sorpreso a defecare” ha detto uno dei vigili che si è occupato del caso: “In tanti anni di servizio al Colosseo non avevo mai visto nulla di simile”.
Quanto successo ieri è solo l’ultimo episodio di sfregio al Colosseo.
Era il 16 luglio quando il calciatore bulgaro Blagoy Georgiev (che milita nella squadra russa del Rubin Kazan) fu denunciato per aver inciso le proprie iniziali sulle mura dell’Anfiteatro aperto nell’80 dopo Cristo.
E non era stato il primo a farlo.

Flaminia Savelli
(da “La Repubblica”)

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POMPEI CHIUSA A SORPRESA, 2000 TURISTI RESTANO FUORI PER ASSEMBLEA SINDACALE

Luglio 24th, 2015 Riccardo Fucile

PER LA SERIE “FACCIAMOCI SEMPRE CONOSCERE”… IL SOVRINTENDENTE APRE LUI I CANCELLI

Cancelli chiusi stamattina agli Scavi di Pompei a causa di un’assemblea dei sindacati Fp Cisl, Filp e Unsa si è riunita alle 9.
Disagi gravissimi per turisti e tour operator non avvisati dell’improvviso cambio di programma delle rappresentanze sindacali aziendali.
Ieri mattina sembravano scongiurate le due mattinate di chiusura degli Scavi: la Soprintendenza Speciale per Pompei, Ercolano e Stabia aveva scongiurato lo stop degli ingressi utilizzando del personale dell’Ales e molti custodi avevano disertato l’assemblea sindacale, garantendo la sicurezza delle domus aperte.
Poi la “rottura tra sindacati e amministrazione” si sarebbe verificata questa mattina, a causa di dichiarazioni pubbliche del soprintendente Massimo Osanna.
Ai cancelli di tutti i siti archeologici vesuviani si sono formate lunghe file, con tensioni per il mancato annuncio, che solitamente precede la protesta.
Mancavano persino i cartelli di avviso alle biglietterie.
à‰ stato il soprintendente di Pompei, Ercolano e Stabia a risolvere di persona questa mattina la chiusura ‘a sorpresa’ dei cancelli degli scavi di Pompei a causa della protesta sindacale, Massimo Osanna ha aperto lui stesso i cancelli alle 10,30, contrattando singolarmente con i funzionari della Soprintendenza la garanzia della custodia delle Domus.
Si era formata, infatti una fila di oltre duemila turisti ai botteghini, con gravissime tensioni.
Un “danno incalcolabile” la chiusura degli scavi di Pompei oggi per un’assemblea convocata all’improvviso.
E’ il commento del ministro Franceschini, che sottolinea il rischio di vanificare i risultati raggiunti. E aggiunge: “Chi fa così, fa del male ai sindacati, ai diritti dei lavoratori e soprattutto fa del male al proprio Paese”.
I lavoratori della Soprintendenza speciale di Pompei, Ercolano e Stabia hanno adottato una decisione inedita e, cioè, di lavorare a costi inferiori rispetto alle maestranze della Scabec (società  in house della Regione Campania) a cui sarebbero state affidate le aperture straordinarie notturne.
“I dipendenti della Soprintendenza lavoreranno di sera a costi inferiori e terranno aperte anche più domus di quelle assicurate dalla Scabec”, ha spiegato il rappresentante sindacale aziendale della Cisl, Antonio Pepe.
“La nostra sarà  una ‘protesta al contrario’, anzichè restare chiusi lavoreremo di più e pagati di meno. Vediamo se così il Mibact ci darà  ascolto”, ha concluso Pepe.

(da agenzie)

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ADDIO A OMAR SHARIF, LA LEGGENDA ARABA FU UN GRANDE DOTTOR ZIVAGO

Luglio 10th, 2015 Riccardo Fucile

FU ANCHE CANDIDATO ALL’OSCAR PER “LAWRENCE D’ARABIA”

Addio all’attore Omar Sharif, l’attore egiziano diventato la “leggenda araba” di Hollywood come protagonista e co-protagonista di grandi classici come Lawrence d’Arabia e Il Dottor Zivago.
Sharif aveva 83 anni e da poco il figlio Tarek aveva reso noto che soffriva di Alzheimer.
La notizia è stata data dai siti egiziani e poi rilanciata dalla BBC.
Nato nel 1932 ad Alessandria, in Egitto, per il suo ruolo in Lawrence d’Arabia era stato candidato all’Oscar.
Sharif (il cui vero nome era Michel Dimitri Shalhoub), figlio di genitori libanesi, era nato ad Alessandria d’Egitto.
Diplomato all’inglese Victoria College, laureato in matematica e fisica al Cairo, scoprì il cinema quasi per caso nel 1953 grazie al regista Youssef Chahine, che lo scelse per   Lotta sul fiume.
In otto anni interpretò oltre 20 film in Egitto, tra cui La castellana del Libano e I giorni dell’amore, che vennero distribuiti anche in Italia.
Per sposare l’attrice Faten Hamama si convertì all’Islam e scelse il nome che lo accompagnerà  per la vita, Omar El Sharif.
Omar Sharif inizia la sua carriera d’attore con un ruolo nel film egiziano “The Blazing Sun” nel 1953; il primo film in inglese arriva però solo nel 1962. quando Sharif è chiamato a interpretare Shar?f ‘Ali ibn al-Khar?sh in “Lawrence d’Arabia”. Ecco una delle scene tratte dal film di David Lean
Così si presentò a David Lean che stava scegliendo il cast per Lawrence d’Arabia nel 1961: Lean gli affidò il ruolo dello Sceriffo Alì, tra Peter O’Toole, Anthony Quinn e altri grandi nomi del cinema anglosassone.
La nomination all’Oscar del ’63 fu la naturale conseguenza e gli aprì le porte di Hollywood.
In Italia prestò il suo fascino esotico a film come La caduta dell’impero romano, Marco Polo e Gengis Khan. Poi Lean lo travestì da russo per l’adattamento del Dottor Zivago (1965).
Il successo fu planetario, accompagnato da un Golden Globe che a sorpresa non andò di pari passo con la candidatura all’Oscar.
Tra le sue successive interpretazioni vanno ricordate C’era una volta di Francesco Rosi, La notte dei generali di Anatole Litvak e Funny Girl a fianco di Barbra Streisand, della quale si innamorò subito.
Nell’immaginario collettivo ha incarnato la figura di un uomo ricco, bello, famoso, adorato dalle masse e conteso dalle donne più affascinanti del pianeta.
Oltre al francese e all’inglese imparò l’italiano, il greco e il turco.
Appassionato di bridge, su cui ha pubblicato anche un manuale, era entrato nella lista dei ‘top players’ del gioco.
“Finisci a fare una vita – ha raccontato nella sua autobiografia – in totale solitudine: alberghi, valigie, cene senza nessuno che ti metta in discussione. L’attrazione del tavolo verde per me diventò irresistibile. E ci ho sperperato delle fortune. A un certo momento ho capito e ho deciso di smettere anche con il bridge per non sentirmi prigioniero delle mie passioni. Facevo film per pagare debiti – ricordava ancora – e alla fine mi sono stufato”.
Nel 2005 era stato oggetto di una fatwa in occasione della sua interpretazione di San Pietro in una fiction italiana.
Dopo la quale Sharif ha deciso di tornare a vivere in Egitto insieme al suo unico figlio, Tarek, e i suoi due nipoti, di cui uno – che si chiama come lui – è a sua volta attore.

(da “La Repubblica”)

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ADDIO A LAURA ANTONELLI, LA BELLEZZA CHE FECE SOGNARE E’ MORTA IN SOLITUDINE

Giugno 22nd, 2015 Riccardo Fucile

AVEVA 74 ANNI, LA POPOLARITA’ RAGGIUNTA CON “MALIZIA”

Con le sue vestaglie succinte, le calze con la riga, le curve morbide e quel viso indimenticabile aveva fatto sognare gli italiani nel corso degli anni Settanta.
E’ morta a Ladispoli, vicino a Roma, l’attrice Laura Antonelli, aveva 74 anni.
A dare l’allarme stamattina è stata la donna delle pulizie che l’ha trovata per terra in casa, gli operatori del 118 non hanno potuto fare altro che constatare il decesso. Aveva raggiunto la popolarità  con film-cult come Malizia di Salvatore Samperi (1973) e Sessomatto di Dino Risi conquistando il titolo di icona-sexy del nostro cinema, ma aveva lavorato anche con grandi maestri come Visconti, Scola e Patroni Griffi.
Nata a Pola in una famiglia istriana, il 28 novembre 1941, da ragazza, ormai trasferita a Roma, sembrava destinata a fare l’insegnante di educazione fisica, ma subito dopo aveva girato alcuni caroselli pubblicitari e si era messa in luce come attrice di fotoromanzi.
Il debutto nel cinema avvenne a 25 anni con Le sedicenni (opera prima di Luigi Petrini, 1966), presto seguito da altri film che rivelano il suo irresistibile e morbido sexy-appeal.
Venere dall’aria dolce e dallo sguardo sognante (in parte merito della miopia), nel 1971 conquistò il cuore di Jean-Paul Belmondo durante le riprese de Gli sposi dell’anno secondo (Jean-Paul Rappeneau).
Con Malizia (Salvatore Samperi, 1973), si aggiudicò un David di Donatello e un Nastro d’argento come miglior attrice.
Il film incassò 6 miliardi di lire catapultando l’attrice nell’immaginario erotico degli italiani grazie alla sua cameriera sensuale che oltre a far girare la testa al padre vedovo (Turi Ferro) popola i sogni dei due figli maschi.
A contribuire alla bellezza della Antonelli la fotografia del premio Oscar Vittorio Storaro.
Attraversò gli anni ’70 esibendo sullo schermo le sue forme senza veli (“In fondo ci spogliamo tutti una volta al giorno”), arrivando a moltiplicarsi nei divertenti episodi di Sessomatto (Dino Risi, 1973).
Sotto la guida di registi come Giuseppe Patroni Griffi (Divina creatura, 1975) o Luchino Visconti (L’innocente, 1976) dimostrò di saper affrontare ruoli più drammatici e impegnativi, senza mai rinunciare all’arte della seduzione, magari con l’aiuto di fili di perle o di merletti trasparenti.
Particolarmente a suo agio nell’incarnare bellezze d’altri tempi, nel 1981 si fece rubare la scena da un’attrice molto meno bella di lei, la brava Valeria D’Obici, (Passione d’amore, Ettore Scola, 1981).
Per assicurarsi le grazie del giovane figlio di Sean Connery, Jason, si trovò a fare ancora i conti con una rivale, insidiosa e attraente come Monica Guerritore ne La venexiana (Mauro Bolognini, 1985).
Superati i 40 anni giocò a conquistare i comici più popolari del cinema italiano. Anche se un tipo come Diego Abatantuono ce la mette tutta per resisterle (Viuuuulentemente…mia, Carlo Vanzina, 1982) e Maurizio Micheli viene interrotto sul più bello dall’arrivo di suo marito, il “resuscitato” pieno d’alghe Adriano Pappalardo (Rimini Rimini, Sergio Corbucci, 1987).
Dopo un tentativo mal riuscito di ripercorrere le glorie di un tempo, (Malizia 2000, Salvatore Samperi, 1991) la scelta di ritirarsi.
Ma i giornali erano tornati a parlare di lei quando l’amico Lino Banfi lotterà  per farle avere l’assistenza della legge Bacchelli ma lei rispose con una lettera in cui chiedeva di essere dimenticata.

Chiara Ugolini
(da “La Repubblica”)

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ARTURO BENEDETTI MICHELANGELI, IL “LISZT ITALIANO”

Giugno 20th, 2015 Riccardo Fucile

LA MUSICA, IL SENTIMENTO, IL GENIO

L’Italia non è mai stata una “terra grata ed amorevole coi propri figli”.
Qualunque essi fossero e qualsivoglia fosse “il merito”, è sempre stata una “madre” distratta, quasi come se certe cose le dessero fastidio, almeno durante la vita del “pargolo virtuoso”.
Demerito esclusivo di una società  sempre distratta, prevalentemente a trazione socialista, ove “l’elogio del singolo individuo meritevole” ha sempre rappresentato una sorta di nota stonata, se non addirittura, un momento di deprecabile ed invidioso stato d’animo.
Ma demerito anche della Politica, sempre altrimenti affaccendata, persa nei rivoli di non si sa cosa e del “non si sa quando”.
Eppure la “nostra terra”, di grandi figli, ne ha “messi al mondo” tanti.
Vent’anni fa, per esempio, è scomparso il più grande pianista di tutti i tempi.
Un genio assoluto, ancora oggi “invidiatoci” dal mondo intero. Un grande musicista. Un grande Italiano.
Non è facile parlare di Arturo Benedetti Michelangeli per chi, come me, ha avuto la fortuna, l’onore ed il privilegio di studiare con un suo allievo, riuscendo a carpire molti più segreti di quanti se ne possano immaginare.
Non è cosa agevole mantenere l’equilibrio espositivo ed emozionale al cospetto di un genio così grande da impoverire ogni sorta di parola o di pensiero, mai abbastanza centrati, mai abbastanza esaustivi, mai effettivmente rappresentativi.
Avevo solo 13 anni quando la mia insegnante mi parlò per la prima volta di questo immenso pianista. Ricordo che stavo studiando una sonata di Scarlatti.
Ricordo la difficoltà  tecnica ed interpretativa di affrontare quelle che, a prima vista, sembravano “soltanto quattro note”.
Ricordo quel suo continuo invito affinchè raggiungessi un suono brillante ma legato. Un “suono alla Michelangeli”, insomma.
Cosa volesse dire di preciso lo avrei scoperto soltanto qualche anno dopo anche se, comunque, cercavo di trarne parimenti “ispirazione”.
Ero giovanissimo. La mia famiglia non era ricca, anzi.
La Musica non era così facilmente reperibile e riuscire a sentirlo, questo immenso pianista, non era cosa così semplice.
Ciò non di meno continuai a studiare sempre attratto da quel cognome, dai racconti della mia prima insegnante e dal mito che lo circondava anche se, come tutti gli scugnizzi veraci, amanti della libertà , quel desiderio di conoscenza e di vicinanza si sarebbe sempre mischiato a quella voglia di “libertaria distanza” che non m’ha mai abbandonato.
Qualche anno dopo, in Conservatorio, “mi cambiarono classe” assegnandomi a quella del Maestro Delfini, direttore d’Orchestra, un tempo allievo proprio di Arturo Benedetti Michelangeli in quel di Arezzo.
Fu proprio allora che quel genio – che già  aveva riempito la mia fantasia di scugnizzo – iniziò a diventare una perenne necessità  speculativa.
In fondo, non soltanto stavo addirittura imparando la sua tecnica ma, giorno dopo giorno, lezione dopo lezione, racconto dopo racconto, mi stavo sempre più avvicinando a quella visione di grandezza che è l’unico percorso “lucido ed onesto” per chi voglia anche soltanto avvicinarsi alla possibilità  sincera di fare arte.
Raccontare tante cose, ora sarebbe davvero complicato.
Compendio “dicendo” che intanto ero diventato sempre più “ribelle e finanche indipendente; che, suonando nelle varie chiese cittadine, e benchè avessi soltanto 16 anni, ero già  capace di mantenermi da solo e di dare finanche “una mano a casa”; che iniziai, da subito, a cogliere le necessità  dello studio comparativo altresì approfondendo – comprando libri di ogni sorta e, tutte le volte in cui ci riuscivo, anche dischi “significativi” – tutto quello che era possibile approfondire in merito alla suprema arte della comunicazione, musicale e non.
Eppure non riuscivo “a forzarmi”.
Ero attratto dalla conoscenza di quel genio, ma ne avevo anche “istintivo timore”. Ma quell’incontro era cosa segnata dal destino…
Non so per quale motivo, ma il mio Maestro, tra le varie cose, decise di assegnarmi — a titolo di “esperimento” — lo studio del Primo Concerto per Pianoforte ed Orchestra di Beethoven.
Lo adoro proprio quel concerto. Un chiaro spartiacque tra la visione Mozartiana della vita e la dimensione titanica dell’uomo che ha caratterizzato l’intera produzione del “grande burbero della storia”, un “burbero” capace di incarnarla nella sua più esaustiva forma d’esplicazione empirico-concettuale. E fu proprio allora che, per la prima volta in vita mia, sentii una registrazione del grande Genio Italico, quella “del Primo di Beethoven”, per l’appunto.
In questa sede mi sembrerebbe oltremodo fuori-luogo ragionare sulle qualità  tecniche del più grande pianista Italiano di tutti i tempi.
Mi piacerebbe “da morire” raccontare del grande “Liszt Italiano” anche dal punto di vista “dell’in sè” squisitamente dato.
Ma non farei onore al genio se provassi a farlo soltanto con le parole. Sento però comunque doveroso rimarcare che quel “pianto commesso e irrefrenabile” che mi scoppiò dal profondo del cuore durante l’ascolto del secondo movimento di quel concerto, non mi ha mai più abbandonato.
Fulgida visione della più “profonda profondità ” dell’animo umano. Sito di una bellezza sconfinata. Momento di introspezione elevata ed autenticamente “umanistica”.
Comunque sia, e comunque la si voglia vedere, Arturo Benedetti Michelangeli è stato il più grande pianista di tutti i tempi. Un musicista di livello altissimo e “superiore” che ha speso l’intera sua esistenza al servizio di una visione dell’arte capace di travalicare i limiti della storia e dei territori per parlare ad intere generazioni lasciando un segno autentico e profondo di quella bellezza del linguaggio emotivo che riscalda i cuori, fa volare le menti ed appassiona, entusiasmando gli animi.
Se la cultura complessiva è l’espressione dell’anima di un popolo, la Musica, con la sua specifica capacità  di comunicazione, ne rappresenta l’espressione più elevata perchè dà  evidenza immediata ed oggettiva a colori e sfumature, a brutture e bellezze, proprio come fa con le stesse angosce e con gli stessi desideri di grandezza che costellano l’umana esperienza.
Somma di chiaro-scuri perenni.
Evidenza irrefregabile della ribelle spinta dell’animo umano, sia esso individuale o collettivo.
Arturo Benedetti Michelangeli è stato l’interprete sopraffino di una visione grandiosa, incarnata da un uomo forte, sensibile, deciso ma anche molto umile.
Un uomo che si è donato alla musica ed al suo Paese con la grandezza tipica di chi ha ricevuto un dono immenso riuscendone a fare un tesoro addirittura più grande. Un grande uomo, capace di fare scuola, di lanciare il giavellotto della modernità  oltre il sentiero della negletta distrazione e del pressapochismo culturale e di liberare nella storia una visione, contemporaneamente, appassionata e ribelle, ortodossa e rivoluzionaria, “bellicosa e pacifica” come non mai.
Un genio fedele all’unico ideale possibile: quello dell’arte che non si chiede, ma si fa, con sacrifico, con rinunce anche gravose, con dedizione massima.
Un genio bistrattato dall’Italia, però: da un Pese distratto, da un popolo incurante e da un sistema culturale di quart’ordine.
Un genio “appena, appena” ricordato, ieri, dalla TV di Stato, con un film documentario mandato in onda alle ore 23.30 allorquando, evidentemente, non c’era più nessuna gara d’ascolto da consumare e quando “i più” erano altrimenti affaccendati.
Se il nostro Paese è quello che tristemente “è”, è proprio “grazie” alla carenza di attenzione per l’arte che, non soltanto è uno strumento per elevare gli uomini, ma che è soprattutto fonte autentica di cultura e finanche di spinta rivoluzionariamente evolutiva perchè, piaccia oppure no, la “verità ” del travolgente messaggio artistico farà  sempre giustizia della retorica stucchevole e “sopraffina” e delle vuote parole per giungere, diretta ed immediata, al cuore gente facendo vibrare le corde dell’anima, far sobbalzare dalle sedie e sospingere sempre oltre il guado dell’indecoroso “lasciarsi vivere”.
Intanto, anche se non lo leggerà , anche se non potrà  sentirlo… “Grazie di cuore Maestro!”
La sua lezione resterà  indelebile nella storia, proprio come quel lustro che ha portato ad una Patria che non lo meritava: indegna, distratta ed imbelle.

Salvatore Castello
Right BLU – La Destra Liberale

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E LA CORDA PROTETTIVA FINI’ IN BOCCA AL LEONE NELLA CHIESA DEL ‘300

Aprile 3rd, 2015 Riccardo Fucile

NAPOLI: LE STATUE DI SAN GIOVANNI A CARBONARA, GIOIELLO GOTICO-RINASCIMENTALE

Hic sunt leones. Ma decisamente sviliti. Siamo nella chiesa di San Giovanni a Carbonara, risalente al Trecento, scrigno d’arte di Napoli.
E i leoni di marmo alla base della quattrocentesca cappella Miroballo, proprio di fronte all’ingresso, sono finiti a reggere, tra le fauci, i manici delle corde protettive che vietano ai visitatori di toccare il monumento.
Peccato che proprio l’atto di preservare l’opera da possibili danneggiamenti, con questa strana «trovata», diventi pericoloso per l’opera stessa.
Insomma, dobbiamo sperare che i poveri leoni non ci rimettano qualche prezioso dente.
Annachiara Alabiso, responsabile per la Soprintendenza della Chiesa trecentesca, raro esempio di mistura d’arte rinascimentale e tardo-gotica, si dice «stupefatta dell’accaduto.
È una novità  assoluta, nulla può essere fatto senza chiedere l’autorizzazione, figuriamoci una cosa del genere.
Sono stupita, solo una settimana fa ho visitato la chiesa e non c’era nulla di tutto ciò. Chiamerò immediatamente il parroco per chiedere spiegazioni e mi recherò sul luogo per accertarmi che tutto torni alla normalità .
Ringrazio il Corriere del Mezzogiorno per l’attenzione che mostra verso i beni della città . E anzi continuiamo insieme a tutelarli».
Nel 2010 San Giovanni a Carbonara finì al centro delle polemiche per una grave vicenda d’infiltrazioni d’acqua piovana, denunciata dal Comitato Portosalvo, che minacciava addirittura la «Crocifissione» del Vasari, il maestro del Cinquecento, allievo di Michelangelo.
Per fortuna poi c’è stato il recupero e il ripristino dei luoghi, grazie anche a un finanziamento stanziato dalla Provincia di Napoli nel 2011.
E pure la tela è nuovamente esposta nel presbiterio della chiesa, accanto al maestoso monumento sepolcrale dedicato a re Ladislao, in attesa che la cappella Seripando possa riaccoglierla. San Giovanni a Carbonara, situata nel cuore del centro antico, con l’inconfondibile scalinata in piperno a doppia rampa realizzata nel Settecento da Ferdinando Sanfelice, è una delle chiese più belle e ricche di storia della città  per la straordinaria presenza di tesori d’arte ed imponenti monumenti funebri.
Eretta nel trecento, fu ampliata nel quattrocento da re Ladislao, che proprio qui scelse di essere sepolto. E sua sorella Giovanna ne rispettò le volontà  regalandogli il meraviglioso monumento che accoglie il visitatore.
Guai dunque a non preservarla. E a non visitarla.

Valeria Catalano
(da “il Corriere della Sera”)

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L’ARTISTA CLOCHARD, LEZIONE DI UMILTA’ PER TANTI POLITICI

Gennaio 19th, 2015 Riccardo Fucile

MONSIEUR MORIMOTO, DALLA VITA PER STRADA AL GRAND PALAIS

Che cosa c’entra un clochard parigino con la corsa al Quirinale?
È mezzanotte a pochi passi dal Louvre. I volontari dell’associazione Restos du coeur come ogni martedì stanno girando le strade di Parigi per distribuire il cibo ai senza tetto.
Fa un freddo cane, i ragazzi tengono stretta tra le mani la pentola con la minestra calda per avere un minimo di tepore.
Aspettano lui, sanno che da un momento all’altro arriverà .
Alla fine eccolo, spuntato da chissà  dove, uscito dal buio.
Arriva monsieur Morimoto, con la sua barba bianca, il vecchio smoking, il cravattino e il cappello orientale.
Li guarda con occhi gentili, allunga la mano per ricevere la minestra. Non manca un appuntamento. È curato, pulito, pur se vive chissà  come.
Conoscere la sua vita è impossibile. Alla fine dei brevi incontri ti ripaga con un sorriso, poi tira fuori il suo taccuino zeppo di appunti in giapponese, prende un pezzo di carta e te lo porge.
Sono disegni stupendi, opere d’arte, lampi di colore nati nel buio della solitudine in mezzo alla città  delle luci.
Impossibile sapere qualcosa di lui, nemmeno il nome.
Risponde con frasi in giapponese, con gesti incomprensibili. Dopo tanti anni vissuti a pochi chilometri dalla Torre Eiffel non conosce una parola di francese.
No, non sembra un gesto di rifiuto, piuttosto una forma di discrezione assoluta. Ma soprattutto di umiltà  estrema.
Poi un giorno capita che quegli stessi volontari si ritrovino a una mostra al Grand Palais, dove vengono celebrati i maggiori artisti del mondo.
Che davanti ai loro occhi trovino un quadro e accanto l’etichetta con il nome dell’autore: Morimoto.
Sì, proprio come il piccolo senza tetto che arriva da loro la sera. Ci scappa un sorriso, ma poi un ragazzo tira fuori dalla tasca il disegno che ha avuto in dono per strada. Roba da non crederci, gli stessi colori, lo stesso tratto. La stessa mano.
Alla fine glielo chiedono, in qualche modo, tentando un dialogo impossibile fatto di francese, giapponese e gesti spezzati dal freddo.
“Ma sei tu?”. Monsieur Morimoto fa cenno di sì: è lui, il senza tetto, l’autore del quadro esposto al Grand Palais.
Poi abbassa la testa per allontanare ogni complimento, ogni vanità . E scompare nel buio.
“Io non voglio riconoscimenti, non ne sono degno”, forse vuole dire Morimoto con il suo silenzio.
Bastano i disegni. Basta lasciare dei colori, non serve altra ricompensa.
Comincia la corsa al Quirinale, in Liguria e in altre regioni ci si scanna per le poltrone.
È tutto un susseguirsi di candidature, ma soprattutto di auto-candidature. Tutti si propongono.
Ma nessuno pare porsi quella domanda: “Sono degno di ricoprire quella carica? Sarò in grado di governare milioni di persone? Chi sono io per proporre me stesso?”
Quanti dovrebbero prendere lezioni di umiltà  da Monsieur Morimoto.

Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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GIANNI MINA’: “PINO DANIELE E MASSIMO TROISI, COMPAGNI D’AVVENTURA DAL CUORE MATTO”

Gennaio 5th, 2015 Riccardo Fucile

LEGATI DALL’ARTE, DALLA PASSIONE E DALLA SIMPATIA

“Massimo, ho scritto una canzone mi fai un film?”. Pino Daniele e Massimo Troisi. Due grandi artisti dal cuore matto. Due compagni di avventure artistiche uniti anche nella morte.
“O saie comme fa ‘o core”, era proprio uno dei testi che aveno scritto insieme.
“Erano legati dall’arte, dalla passione, dalla simpatia, dall’essere simboli della cultura napoletana che insieme sono riusciti a far conoscere a tutti. Ma anche la malattia cardiaca che li ha portati alla morte”.
Gianni Minà  li ospitò in una puntata di “Alta classe”, organizzata per festeggiare Pino Daniele.
“Quella volta io e Pino – racconta Minà  ad Huffpost – non potemmo far altro che ridere e ridere. E ridere ancora. Massimo prese in mano la situazione e iniziò a improvvissare”.
Quello che ne venne fuori fu uno dei momenti più intelligenti e ironici della televisione italiana.
Indimenticabile la battuta di Troisi sull’agenda del conduttore: “Minà  chiama tutti, pure a Fidel Castro. E ‘o bell’ è che tutti gli rispondono! Per esempio, volete sapere comm’ è arrivato a me? Ha preso l’agenda e alla “t”, dopo i fratelli Taviani, Little Tony, Toquino ce steva Troisi…”.
Qual è il ricordo che ha di quella puntata di “Alta classe”?
“Quando programmammo le puntante di ‘Alta classe’ con Sergio Bernardini, pensammo subito a ospitare Pino Daniele con un partner come Massimo Troisi. I due erano così amici, che il cantante non avrebbe mai accettato l’invito se non ci fosse stato il suo compagno di ‘avventure artistiche’. Erano ragazzi del popolo, ma molto sofisticati. Non avevano l’abitudine di andare in trasmissioni televisive. ‘La televisione avvelena’ dicevano”.
Ma quella volta dissero di sì. E fu una delle sporadiche apparizioni televisive della coppia…
“Io e Pino non potemmo far altro che ridere. Le battute le diceva Massimo. Tra gag e situazioni esilaranti riuscivamo a stento a parlare. I due erano molto amici. E li univa anche un ‘cuore matto’. Soffrivano di cuore, tanto che si curavano nello stesso centro a Huston, in Texas. Ma il “cuore matto” era anche quello che batteva per la musica e per l’arte. Non erano intellettuali ma hanno contribuito a far esplodere la musica popolare napoletana e italiana. Bisogna dire grazie a questi artisti. Il blues jazz di Pino Daniele, il rock di Edoardo Bennato, la ricerca musicologica di Roberto De Simone, le jam session di James Senese, Tullio de Piscopo, percussionista per eccellenza. Il cinema di Massimo Troisi e il teatro di Lina Sastri, Beppe Barra, Leopoldo Mastelloni. Era la scuola napoletana che ha fatto epoca”.
Conserva un ricordo particolare di Pino Daniele?
Quando mi chiese un percussionista e io portai i bravissimi cubani Prof Augusto Enriquez and Iso Mambo Band. Per lui la musica era regina. Non si accontentava mai. Cercava sempre di alzare l’asticella. Era meticoloso e sereno. Diceva che bisogna sempre dare il meglio, con una qualità  superiore perchè altrimenti si tradisce il pubblico. Una frase meravigliosa di un uomo che viene da popolo”.

(da “Huffingtonpost“)

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PREDATORI DELL’ARTE

Gennaio 1st, 2015 Riccardo Fucile

DIECI ANNI BUTTATI PER UNA LEGGE CHE NON C’E’

I ladri della pala del Guercino rubata a Modena dovrebbero brindare stasera, per sfregio, al nostro Parlamento: se fossero beccati, se la caverebbero con una denuncia.
Dieci anni non sono bastati infatti per mettere una toppa alla sciagurata voragine aperta dal codice dei Beni culturali del 2004: niente manette, ai predatori dell’arte.
Sono tanti, dieci anni. In quel 2004 in cui fu approvata la legge voluta da Giuliano Urbani un ignoto Mark Zuckerberg inventava Facebook, Umberto Bossi era colpito da un ictus, Marco Pantani moriva in modo strano in un residence, il Festival di Sanremo era vinto da Marco Masini e a Madrid trionfava Zapatero.
È passato un sacco di tempo, da allora. E a Palazzo Chigi abbiamo visto transitare Berlusconi e poi Prodi e di nuovo Berlusconi e poi ancora Monti e Letta e Renzi…
Eppure quella oscena «svista», chiamiamola così, di prevedere pene così ridicole (massimo tre anni, fosse pure per il furto della Primavera di Botticelli) da escludere le manette e il carcere per i tombaroli che saccheggiano i siti archeologici, i ladri che svaligiano i musei, i delinquenti che animano il traffico mondiale di opere d’arte (il quarto business planetario dopo i traffici di armi, di droga e di prodotti finanziari), non è mai stata cancellata.
Bastavano due righe: «Le pene per i reati previsti dagli articoli… vengono raddoppiate». Due righe.
E il nostro Paese, il più colpito dai razziatori («Italia, saccheggio del paradiso dell’arte», titolò El Mundo ) avrebbe potuto almeno mostrare d’aver capito l’urgenza di porre fine a quella sconsiderata indulgenza sfociata in una vera e propria complicità .
Ricordate lo strepitoso monumento funerario dei Gladiatori scoperto nel 2007 a Lucus Feroniae, ridotto in dodici pezzi e sotterrato per poter essere «smaltito» un tronco alla volta all’estero? Arresti impossibili, per la difficoltà  di dimostrare che erano stati i tombaroli stessi a danneggiare quel tesoro.
E lo struggente «Sarcofago delle Muse» scoperto nel 2008 a Ostia Antica?
Il tombarolo era in possesso di un crick da carrozziere perchè voleva separare una statuina dall’altra per venderle più facilmente: niente manette.
E il trono di Caligola? Sorpresero i «predatori dell’arte perduta», per citare un libro di Fabio Isman, mentre trasferivano verso nord quella metà  inferiore della statua trovata nella villa dell’imperatore a Nemi: solo una denuncia. In attesa, chissà  quando, del processo.
E via così, di furto in furto. Spiega il dossier «Ecomafia 2014» di Legambiente che nel 2013 sono stati accertati 872 furti di opere, più di 2 ogni giorno, 1.435 le persone denunciate, 41 arresti e 184 sequestri
A guidare la classifica è il Lazio, seguito dalla Campania, dalla Lombardia e dalla Toscana.
Solo in Sicilia, «la criminalità  organizzata movimenterebbe in questo settore, secondo le stime dei carabinieri, un volume d’affari di oltre 157 milioni di euro».
Dicono i militari del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, i quali sul web catalogano man mano migliaia di pezzi rubati, che nel 2014 (i dati definitivi sono destinati a crescere) sono stati registrati almeno 600 furti per un totale superiore ai 10 mila pezzi, tra i quali, appunto, quella grande pala d’altare del Guercino, alta tre metri, portata via dalla Chiesa modenese di San Vincenzo.
Massimo Rossi, che guida il Gruppo Tutela Patrimonio Archeologico della Finanza, conferma che anche secondo i loro dati, nonostante tutti gli sforzi (più 27% di beni archeologici recuperati), la situazione resta pesante.
Eppure da anni ogni appello, ogni denuncia, ogni sfogo d’indignazione contro tanta tolleranza verso i ladri non riesce a scuotere il Palazzo.
Ci ha provato da ministro dei Beni culturali Giancarlo Galan, con un decreto abortito con la caduta di Berlusconi.
Poi il successore Lorenzo Ornaghi, che fu convinto da qualche anima bella a lasciar fare al Parlamento.
E poi ancora Felice Casson, che verso la fine della scorsa legislatura riuscì a portare il progetto di legge in commissione Giustizia.
Era così sensata, quella scelta d’una maggiore durezza, che passò all’unanimità . Tutti d’accordo. Destra e sinistra.
Pareva fatta, pareva. Macchè: non è mai arrivata in Aula.
E si è persa via via in qualche cassetto, da dove nessuno pare volerla tirar fuori…

Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera”)

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