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ADDIO A JOE COCKER, MITO DEL ROCK: DA WOODSTOCK A 9 SETTIMANE E ½

Dicembre 22nd, 2014 Riccardo Fucile

AVEVA 70 ANNI… CELEBRE LA SUA VERSIONE DI “WITH A LITTLE HELP FROM MY FRIENDS” DEI BEATLES

Aveva compiuto 70 anni nel maggio scorso: Joe Cocker si è spento oggi, a Crawford, in Colorado, dopo una vita trascorsa cantando.
Il suo agente, Barrie Marshall, ha confermato la notizia data dalla Bbc, e ha dichiarato: «Era semplicemente unico, sarà  impossibile riempire il vuoto che lascia nei nostri cuori».
Due giorni fa voci sulla sua morte si erano diffuse sul web, subito smentite: «Non credete a tutto quello che leggete su Internet — aveva fatto sapere il manager — Joe è vivo e sta bene».
Oggi sembra invece che il grande cantante inglese, malato da tempo di un tumore ai polmoni, se ne sia andato davvero.
Gli inizi e le cover dei Beatles  
Aveva iniziato la carriera musicale nella sua città  natale, Sheffield, all’età  di 15 anni, con il nome d’arte di Vance Arnold; la sua prima band gli Avengers, poi i Big Blues (1963), e infine The Grease Band (1966).
Il suo primo singolo la cover dei Beatles“I’ll Cry Instead”, dall’album “A Hard Day’s Night”.
Dopo un qualche successo in Gran Bretagna con il singolo “Marjorine”, la sua fama è scoppiata con la sua versione di “With a Little Help from My Friends”, un’altra cover beatlesiana.
Nel 1969 aveva cantato a Woodstock, e la sua interpretazione del brano di “Leon Russell Delta Lady” era stata un nuovo successo.
I problemi con l’alcol e il grande successo  
All’inizio degli anni settanta la sua carriera si bloccò per una serie di problemi soprattutto legati all’abuso di alcol; Cocker ritornò però prepotentemente a scalare le classifiche nella seconda metà  degli anni ottanta, con la sua versione di “You Can Leave Your Hat On”, scritta da Randy Newman, dal film 9 settimane e ½. Di inizio decennio il duetto “Up Where We Belong”, (brano scritto da Buffy Sainte-Marie e Will Jennings) e cantato con Jennifer Warnes dal film “Ufficiale e gentiluomo”, Oscar per la miglior canzone); più in là  nel tempo arriveranno “Unchain My Heart”, “When the Night Comes”, “N’oubliez jamais”.
Gli ultimi dischi  
Nel 2010 un nuovo album “Hard Knocks”, il primo di inediti dopo otto anni, è prodotto da Matt Serletic. Cocker e Serletic tornano a lavorare insieme due anni dopo con “Fire It Up”.
La sua interpretazione aveva un’intensità  fisica, spesso presa in giro da John Belushi nei suoi spettacoli: al Saturday Night Live ci fu anche un indimenticabile duetto improvvisato tra di loro, in una puntata in cui Cocker era ospite.
I suoi ultimi concerti risalgono al 2011 e pochi giorni fa, il 17 dicembre, dal palco del Madison Square Garden l’amico Billy Joel aveva parlato di lui, dicendo che non stava bene e che sarebbe stato bello e giusto farlo entrare in extremis nella Rock and Roll Hall of Fame.
Il desiderio non è stato esaudito, però ci è entrato Ringo Starr, che cantò la prima versione della canzone che rese celebre Cocker, ovvero “With Aa Little Help fron My Friends”.
Premi e collaborazioni  

Vincitore del Grammy nel 1983, con «Up where we belong», nel 2007 era anche stato nominato membro dell’Order of British Empire, dedicato a chi eccelle in genere nelle arti e consegnato direttamente dalla regina Elisabetta II. Cocker vantava collaborazioni con i più grandi artisti mondiali, anche con l’italiano Eros Ramazzotti, in particolare per la canzone «That’s all I need to know», inserita nell’album «Eros Live» del 1998.

UN RICORDO
Era il santo protettore di ogni addio al celibato o al nubilato, di ogni apparizione in tv di starlette grandi forme, di ogni rimpatriata tra amiche trash per l’8 marzo.
Lui che voleva solo cantare il blues bevendo birra finchè il suo enorme ventre glielo permettesse, lui che era stato una delle immagini simbolo dell’orgia di musica, pace & amore di Woodstock, lui che con la sua voce ci potevi arrotare la lama del coltello, sarà  irrimediabilmente ricordato per “You can leave your hat on”, la canzone scritta da Randy Newman per il film 9 settimane e ½.
SUL PALCO DI WOODSTOCK  
C’è poco da fare: Kim Basinger che si spogliava dietro le veneziane per quel malizioso di Mickey Rourke (che prima degli eccessi e della chirurgia plastica era uno che la sua porca figura la faceva persino con una come la Basinger) era un’immagine troppo forte per non imprimere nel subconscio di intere generazioni quelle note ammiccanti.
La tragica deriva che ha portato a milioni di spogliarelli casarecci accompagnati da quell’introduzione di ottoni (para-para-pa-pà / para-para-pa-pà ) non è ovviamente imputabile al genio musicale di quell’ugola di cartavetro.
LA VOCE DI 9 SETTIMANE E ½  
Joe Cocker era, a dire il vero, la cosa più lontana dal glam che si potesse immaginare. Bello non era, rivoluzionariamente irsuto sì.
Esplose cantando a Woodstock la sua (indimenticabile, questa sì) versione di “With a little help from my friends” dei Beatles.
Graffiante, sporco, ribelle, terribilmente ubriaco. Questo era il Joe Cocker emblema degli anni Sessanta e Settanta.
Tanto da diventare oggetto di una celebre imitazione di John Belushi, con tanto di duetto (finito stramazzando a terra) tra i due.
Dopo la fama la caduta, poi la risalita con Kim Basinger, poi la ricaduta.
Ma ancora molta musica dal vivo e un successo internazionale come “Unchain my heart”.
Se ne va oggi a 70 anni, strappato alla vita dal cancro.
Sarebbe bello ricordarlo eccessivo e meraviglioso sul palco di Woodstock, non dietro le veneziane.

Alberto Infelise
(da “La Stampa”)

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ADDIO GRANDE BELLEZZA, LUTTO NEL CINEMA: E’ MORTA VIRNA LISI

Dicembre 18th, 2014 Riccardo Fucile

DA CAROSELLO A HOLLYWOOD, IL SUO FASCINO FECE INNAMORARE GLI ITALIANI

Anche Hollywood si era innamorata del suo talento e della sua bellezza.
Ma Virna Lisi prima partì per Los Angeles e poi la ripudiò.
La 78enne attrice, che in carriera è stata premiata anche a Cannes, è morta. Ha girato 100 film con Cavani, Amelio, Comencini (Luigi e Cristina), Zampa, Samperi, Festa Campanile, Lattuada, Risi, Loy, Monicelli e tanti altri.
Nel suo carnet Nastri d’Argento, David di Donatello e premio come miglior attrice sulla Croisette per l’interpretazione di Caterina de Medici nel film La regina Margot
In una intervista al Fatto Quotidiano del 28 settembre l’attrice raccontò come fu suo marito a liberarla dall’oppressione degli Studios Usa dicendo ai produttori che avrebbero voluto tre figli. “Un colpo di genio” aveva rivelato l’attrice.
“Avrei dovuto interpretare Barbarella per la regia di Roger Vadim, ma dei ruoli da bellona svampita, di dire buongiorno e buonasera in presa diretta in una lingua che non conoscevo e dei ritmi deliranti imposti dalla major non ne potevo più. Non mi divertivo. Così dissi no e con gli americani iniziò la rumba. Riunioni, minacce legali, avvocati sul piede di guerra. All’ennesimo consesso aspro, Franco vide una foto sul tavolo del produttore. Una bella famiglia. Moglie, bambini, scenari campestri sullo sfondo. Gli venne l’idea e parlò”.
La Lisi, nata ad Ancona, è stata interprete fin dai suoi esordi anche di sceneggiati tv e fiction.
La prima, Orgoglio e pregiudizio, risale al 1957, e l’ultima, La mia Famiglia, andrà  in onda nel 2015.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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GENOVA, SFRATTO PER LA STORICA LIBRERIA BOZZI, IL GOVERNO PUO’ SALVARLA: 200 ANNI DI STORIA E CULTURA

Ottobre 6th, 2014 Riccardo Fucile

E’ LA LIBRERIA CON LA PIU’ ANTICA SEDE D’ITALIA FREQUENTATA DA STENDAHL, MANZONI, DICKENS, MONTALE

Nelle more di un gustoso libriccino (un taschinabile, si direbbe) è raccontata la “Piccola storia di una libreria genovese”.
Parole e stampe di Tonino Bozzi che vi raccoglieva aneddoti e testimonianze di quella che è la libreria d’Italia dalla sede più antica, quella che aprì a un pubblico di lettori già  istradati dal secolo dei lumi e in odor di carboneria, almeno da queste parti, il signor Boeuf, dal 1810 in Strada Nuovissima.
Dove è rimasta, assistendo al mutamento toponomastico (via Cairoli).
Longevità  che rischierebbe di interrompersi (la parte nuova del complesso sta approssimandosi alla fine locazione, il 31 dicembre venturo), non fosse per il ministro per i Beni Culturali, Dario Franceschini, che nei giorni scorsi ha annunciato un provvedimento volto alla tutela delle librerie storiche italiane per vincolare le destinazioni d’uso delle stesse con una direttiva a tutte le Soprintendenze.
In altre parole, niente scatolame, chincaglieria, jeans. Non diventeranno garage   –   per auto, vecchi, profughi clandestini   –   vi potranno sostare unicamente libri.
“Si tratta   –   ha spiegato il ministro   –   di un intervento a tutela del patrimonio culturale italiano e soprattutto di un segnale di attenzione verso un settore che in pochi anni ha vissuto cambiamenti fortissimi. La tutela delle librerie storiche rappresenta un segno di attenzione che ha radici profonde nel nostro Paese”.
È già  qualcosa: una firma, solo una firma e senza tirar fuori un centesimo; del resto il valore in questione si riferisce a un patrimonio di tutti, immateriale e non quantificabile, la cui perdita tuttavia potrebbe avere ripercussioni senza alcun rimedio. Non solo per l’aspetto per così dire estetico del locale: una libreria è una stratificazione di idee, carte, fogli, inchiostri, ripiani, ha un peculiare profumo (d’antico, oggi si può dire a ragione) ma più ancora è il simbolo dell’intelligenza, della cultura e delle speranze di una comunità .
E i genovesi, cha hanno assistito con qualche sobbalzo a metamorfosi anche violente, di volta volta un po’ stupiti, un po’ rimpiangendo per poi mugugnare pro forma contro il fato, raramente si sono esposti a chiedere che un brandello del loro patrimonio di idee, memorie e appunto speranze se ne andasse travolto da una qualche crisi o dalla prospettiva di un affitto più conveniente.
“Questa libreria   –   racconta Tonino Bozzi   –   è un elemento caratterizzante per la città , i libri sono un deposito di memorie della cultura, qui sono entrati Stendahl, Manzoni, Dickens, Montale.
Nel 1866 vi fu fondata la società  di Letture e Conversazioni Scientifiche. Le librerie storiche si chiamano così perchè hanno alle spalle una loro storia, ma anche delle storie da raccontare. Spesso hanno svolto un ruolo non trascurabile nella vita delle loro città  e forse sarebbe utile che i librai, che tuttora le conducono, cercassero di evocare quei momenti in cui il loro ruolo ha avuto un peso, se non altro come luogo di ritrovo e discussione, nell’evoluzione civile cittadina”.
Quanto a suo tempo aveva intrapreso Antonio Boeuf, giunto dalla Francia napoleonica a Genova nel 1807.
Si impiega nella tipografia dei librai Gravier, dove si stampano e vendono libri, carte, gazzette (la sapiente tradizione europea dei Manuzio e i de Bry), si affranca e nella via Novissima apre una libreria, stamperia enciclopedica.
Ne persegue fini tanto commerciali quanto culturali, così i suoi discendenti, che arrivano sino agli anni venti del Novecento, e di parentela in successione si arriva alla famiglia Bozzi, così la libreria dal 1930. “E mio padre nel 1932, sfidando l’ideologia del regime, pubblicò ‘Critica della pena di mortè del giovane socialista Paolo Rossi. Il libro fu sequestrato e procurò al suo editore un’immeritata fama di sovversivo che più tardi, all’epoca della Resistenza, gli procurò non poche noie”
Un librario a bene vedere sovversivo, almeno quanto basta, lo è costituzionalmente, più del lettore di cui “decide la dignità “.
Non è il sacerdote del passato, piuttosto, come gli uomini libro di Fahrehneit 451, è l’amorevole custode di qualcosa che ha a che vedere con il futuro.
“Le librerie storiche   –   conlude Tonino Bozzi   –   sono un argine contro l’omologazione che è tanto ‘modernà  e comoda, ma fa perdere carattere alla città  e disperde al vento qualcosa di indefinito che non sta solo nel cuore dei tradizionalisti, ma di tutti. Tutti i locali storici caratterizzano le loro città  e, finchè resistono, sono luoghi dove la memoria delle città  si accumula senza impolverarsi”.

Stefano Bigazzi
(da “La Repubblica“)

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IL GOVERNO ACCATTONE, “VENERDI’ALMUSEO”: IL MINISTERO CHIEDE AGLI ARTISTI DI LAVORARE GRATIS

Luglio 29th, 2014 Riccardo Fucile

DA INIZIO LUGLIO MUSEI E LUOGHI ARCHEOLOGICI APERTI DALLE 20 ALLE 22 A CHI CREA EVENTI COLLATERALI… POI SI SCOPRE CHE DEVONO PURE PAGARSI LA SIAE E L’ASSICURAZIONE

Pagare per lavorare gratis, in nome dell’arte.
Monta sul web la protesta dei lavoratori dell’arte e dello spettacolo, spesso giovani e precari, che avevano raccolto con entusiasmo la possibilità  di realizzare eventi speciali in occasione della nuova iniziativa del ministero dei Beni e delle attività  culturali, #VenerdìalMuseo. Versione estiva delle Notti dei Musei.
Da inizio luglio tutti i venerdì sera i principali musei e luoghi archeologici statali restano aperti due ore in più, dalle 20 alle 22 per mettere in mostra la “creatività  nazionale”.
In tanti hanno scaricato l’apposito avviso pubblico che porta la firma del direttore generale del Mibact, Anna Maria Buzzi. Pronti a candidarsi.
Ma hanno trovato brutte sorprese, scoprendo che la loro attività  sarebbe “a titolo gratuito in favore del ministero”, e che dovrebbero dotarsi di una “polizza assicurativa di responsabilità  civile per danni”.
Non finisce qui: ai “fortunati” toccherebbe anche il rispetto di “tutte le norme che disciplinano la realizzazione di eventi da svolgersi in luogo pubblico”.
In pratica, l’accollo di tutte le onerose spese Siae. Con tariffe fisse di diritti d’autore dai 73.40 ai 425.80 euro.
In Italia lavorare nella cultura costa.
“Il ministero chiama a raccolta tutti gli operatori culturali per organizzare eventi che rendano più appetibile una propria iniziativa. Questo non prevede però solo la beffa di essere a titolo completamente gratuito, ma anche il danno di prevedere una serie inspiegabile di oneri a carico degli operatori culturali stessi — ha scritto in una lettera aperta, condivisa da migliaia di utenti Facebook, il violoncellista Michele Spellucci-. Ora, con tutto il cuore, Signor Franceschini, le chiedo: con quale coraggio?”.
E dire che proprio il ministro della cultura Dario Franceschini aveva parlato di “un’iniziativa che avvicina ulteriormente i musei italiani agli standard europei”.
E che agli inizi del suo mandato aveva affermato, facendo il verso all’ex ministro Tremonti: “Con la cultura si mangia”.
“A questo punto ci chiediamo: qual è il valore che si vuole dare agli artisti in questo Paese? Devono ridursi a suonare o ad esibirsi nelle piazze chiedendo un euro a cittadini volonterosi, oppure danzare e suonare gratis alle iniziative del ministero che è impegnato a diffondere la cultura? E la cultura si diffonde così?” — dichiara     Emanuela Bizi, segretaria nazionale della Slc.
Nel frattempo l’avviso pubblico della discordia è sparito dal sito web del ministero.

Maurizio Di Fazio
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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ADDIO FALETTI, “PROVINCIALE” COSMOPOLITA SEMPRE CON QUEL MEZZO SORRISO

Luglio 4th, 2014 Riccardo Fucile

AVEVA 63 ANNI ED ERA MALATO DA TEMPO…LA SUA VITA TRA MUSICA, CABARET E ROMANZI

Aveva una casa ad Asti, piena di chitarre, una all’Elba, fra il bosco e il mare, gli ulivi e le onde «che si frangono», come mi disse una volta specificando subito dopo che il verbo frangersi gli faceva venire l’orticaria, anche se ormai l’aveva detto.
E amava New York, dove scappava molto spesso per ascoltare musica, talvolta per suonarla anche se la sua passione per le chitarre (rigorosamente vintage) era, sospettava, «non corrisposta».
In America Giorgio Faletti è andato per l’ultima volta cercando alleati nella battaglia contro il male che lo aveva aggredito a tradimento, quando aveva tanti progetti e tante cose da fare ancora. Non è riuscito a vincerla.
E’ morto alle Molinette di Torino, dopo 63 anni vissuti all’insegna di una affettuosa ironia, con quel mezzo sorriso di «provinciale» cosmopolita: uno che si sentiva sempre un po’ come se venisse da fuori, nemmeno da Asti, dalla periferia, dove ha trovato i tipi umani che lo hanno reso celebre come cabarettista e ai quali, dopo il successo da scrittore, era ritornata negli ultimi romanzi.
«Ho avuto la fortuna di vivere in un luogo dove c’erano personaggi che sarebbero piaciuti a Fellini, ed erano veri», diceva.
E’ cresciuto tra la città  e le colline, da dove ha estratto come un coniglio dal cappello quel Passerano Marmorito che divenne un luogo mitico negli Anni Ottanta – nessuno credeva che esistesse un paese del genere -, poi se n’è andato per trasformare in un lavoro retribuito il ruolo di Romeo che faceva in una parodia shakespeariana legata al Palio di Asti.
A Milano lo aspettava il Derby, cabaret dove si esibivano tutti i nuovi comici italiani e che di lì a poco avrebbe generato Drive-in, la nuova televisione: anche se «il primo sogno da ragazzo era di diventare uno scrittore».
E ti spiegava che «far ridere la gente è la scelta più facile, quando hai il sangue che bolle nelle vene e le tempeste ormonali in corso».
Gli scrittori saranno anche meno sexy, «gli attori hanno bisogno dell’applauso giornaliero, come di una droga».
Non è che a un certo punto della vita si fosse stufato di far ridere la gente. Ci riusciva qualunque cosa facesse, anche se poteva diventare commovente come quando nel ’94 arrivò secondo a Sanremo con la canzone «Minchia signor tenente», ispira alle stragi di Capaci e via D’Amelio.
E’ che quando gli regalarono, proprio quell’anno, una delle prime macchine da scrivere col display, si entusiasmò per la velocità  di scrittura, e cominciò a mettere giù racconti.
Li sottopose all’editore Alessandro Dalai il «tonante Dalai» come lo definisce nei ringraziamenti in fondo a «Io Uccido»,che gli aveva già  pubblicato un libro «da comico».
La risposta fu che sarebbe stato meglio, molto meglio, un romanzo: e romanzo fu. Giorgio Faletti aveva da parte, in fondo a qualche cassetto, dei soggetti cinematografici rifiutati dai produttori perchè troppo ambiziosi, «roba da Spielberg». Uno si intitolava «Io uccido», e divenne dopo mesi e mesi di «vortice», di sveglie all’alba e tuffi nel computer, il grande caso editoriale degli Anni Zero.
Uscì nel 2002, thriller tutto americano, completamente estraneo alla nostra tradizione. L’autore venne esaltato (da Antonio D’Orrico) come «il più grande scrittore italiano», e ciò non gli attirò molte simpatie nell’ambiente.
Ma scalò le classifiche e vendette milioni di copie (più di quattro) inaugurando l’era dei «giga-seller», quei libri che riescono a vendere tantissimo per un tempo molto lungo, e in tutto il mondo.
Venne colpito da un grave ictus proprio mentre il romanzo si affermava, ma riuscì a uscire benissimo da quel primo agguato della vita.
Ora aveva un nuovo mestiere. Il suo computer – abbandonata ormai la macchina a display che lo aveva folgorato – era destinato a non fermarsi più.
I libri successivi («Niente di vero tranne gli occhi», 2004, «Fuori da un evidente destino», 2006, «Io sono Dio», 2009, «Appunti di un venditore di donne», 2010, questo ambientato a Milano) sono stati l’asse portante del thriller italiano, e trascinando con sè molti emulatori, hanno consolidato un genere.
Poi, il passaggio alla blasonata Einaudi, con «Tre atti e due tempi» (nel 2011), romanzo breve e del tutto diverso, dove la suspence è solo lo strumento per disegnare nuovi personaggi intorno a un ex pugile, magazziniere in una squadra di calcio, eroe malmostoso e solitario con brutti ricordi alle spalle.
Un uomo giusto senza retorica, un duro che sa commuoversi senza farlo vedere.
Forse un ritratto in cui Giorgio Faletti un po’ amava rispecchiarsi. In qualche modo, lo stesso profilo umano che gli piaceva interpretare magari con parti secondarie in film d’autore come «Notte prima degli esami» di Fausto Brizzi.
Negli ultimi tempi stava lavorando a un nuovo libro, sempre per Einaudi Stile libero, titolo provvisorio «Figli di».
Era tornato al thriller: il protagonista è un allievo della Scuola Superiore di Polizia che si ritrova coinvolto nelle indagini per la cattura di un serial killer; ma l’assassino ha scelto proprio lui come avversario.
Quando Giorgio Faletti presentava i suoi libri, gli incontri col pubblico erano puro, gradevolissimo, ironico teatro.
Ci mancherà . E bisognerà  rileggersi il suo addio, in una breve lettera inviata a maggio per la conferenza stampa del festival astigiano Passepartout, di cui era presidente: «Purtroppo a volte la vita ci mette molto più ingegno e molto più impegno nel mettere i bastoni fra le ruote piuttosto che nell’aiutare gli essere umani a realizzare i propri desideri. In questo momento sono all’estero, dove mi sto curando per un guaio di salute piuttosto rilevante e che spero si risolva nel migliore dei modi. Credo di potere essere a casa in tempo per la manifestazione».

Mario Baudino
(da “La Stampa”)

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L’ABBRACCIO DI ROMA AI ROLLING STONES

Giugno 22nd, 2014 Riccardo Fucile

JAGGER: “CHE POSTO MERAVIGLIOSO IL CIRCO MASSIMO”

“Ladies and gentlemen, the Rolling Stones!”.
L’oscurità  avvolge ormai il Circo Massimo quando l’enorme palco si illumina e Keith Richards irrompe in scena con un ruggito della sua Fender, il riff di Jumpin’ Jack Flash, seguito da Mick Jagger, Ron Wood, Charlie Watts e tutti gli altri musicisti della tour band.
L’urlo liberatorio dei 70mila è il segnale: l’attesa è finita, la celebrazione del mito ha inizio.
Il mito delle pietre rotolanti del rock’n’roll, il mito di una città , Roma, che quando non fa la stupida sa rendere ogni istante unico ammantandolo col profumo della sua storia millenaria.
Ne sono consci anche gli Stones, che marchiano questo appuntamento del 14 On Fire Tour con una locandina apposita, la loro linguaccia sulla riproduzione dell’antico Circo Massimo.
Dove correvano le bighe e stasera scorre solo rock’n’roll. E’ il Rock’n’Roll Circus. L’atmosfera è magnifica, come il colpo d’occhio di quel tappeto umano disteso davanti ai Rolling Stones.
“Ciao Roma, ciao Italia!” urla Mick Jagger. E la band cavalca l’entusiasmo tenendo alto il ritmo con Let’s Spend The Night Togetheter.
Ancora Mick: “Che bello stare a Roma di nuovo! Che posto meraviglioso il Circo Massimo!”.
E via con It’s Only Rock And Roll (But I Like It).
Jagger getta via la giacca dorata e resta in maglia e pantale nero. Tumbling Dice apre un languido dialogo tra le chitarre di Richards e Wood.
A seguire gli Stones danno dignità  a un brano magnifico, tratto da quello che resta il loro ultimo album in studio, A Bigger Bang: la romanticissima Streets Of Love.
Poi Doom & Gloom, l’inedito che impreziosiva l’ultima raccolta GRRRR.
E, a richiesta del pubblico dei social network, solo per Roma, Respectable.
“Che pubblico fantastico”. Mick Jagger continua a incitare i 70 mila del Circo Massimo parlando in italiano. “L’Italia vincerà  la Coppa del Mondo, eh? In bocca al lupo per martedì. Penso che la partita finirà  2-1 per Italia”, dice ancora il cantante sul palco.
La Bocca della Verità  con la linguaccia-simbolo della loro band. Questa la foto pubblicata qualche ora fa dai Rolling Stones sul loro profilo ufficiale Facebook, poco prima di salire sul palco del Circo Massimo
Inoltre sulla pagina Twitter la band ha pubblicato alcune delle richieste di brani arrivate sempre tramite social network.
Si tratta di “Sweet Virginia”, “If you can’t rock me”, “Respectable”, “Ain’t too proud to beg”, “Loving cup”, “When the whip comes down”.
Tra questi sei canzoni i fan hanno votato sui social network della band e ha vinto “Respectable”, suonata solo per il pubblico romano
Quando Mick Jagger percorre saltellando la lunga passerella che si incunea in profondità  tra il pubblico, la folla è come percorsa da un brivido animale che viaggia sottopelle.
Il soffio vitale di chi per mesi, dal giorno in cui è scattata la prevendita del concerto, è stato solo un numero, un conto corrente bancario, un codice, una ricevuta, un pagante. Che pur di esserci, qui, stasera, per un concerto probabilmente irripetibile, si è piegato anche al bagarinaggio online versando cifre di molte volte superiori agli 80 euro fissati in origine come prezzo base del biglietto.
Il suo elisir sono sere così, quando Roma torna a esibirle come gioielli, lasciandosi scorrere addosso anche le polemiche (70mila paganti per gli Stones, quando vere e proprie maree umane sommersero il Circo Massimo per eventi gratuiti come il Live8, i Genesis e persino i festeggiamenti per l’Italia mondiale del 2006).
Ora quei numeri sono un puzzle pulsante di teste, braccia, corpi sudati e impolverati dal calpestio, punteggiato da t-shirt e bandane marchiate da quella linguaccia, sfumata l’originaria irriverenza, oggi simbolo di una passione.
Ci sono i reduci dei ’60 e i duri e puri dei ’70, con le loro memorie di concerti degli Stones vissuti nella guerriglia dei palasport.
C’è chi aveva vent’anni quando Jagger cantava avvolto nel tricolore nell’estate mundial del 1982.
Sono diventati padri, madri, nonni, stasera sono fianco a fianco con figli e nipoti, giovani e meno giovani di ogni età , in una ideale catena umana che attraversa gli oltre 50 anni di storia dei Rolling Stones fino a giungere a questo momento.
Time is on my side cantava una volta l’imberbe Mick.
Nessun patto col diavolo, il tempo è trascorso anche per gli Stones e i megaschermi danno ancor più risalto alle mille pieghe che segnano i loro volti.
Ma gli Stones hanno nella musica il loro ritratto di Dorian Gray. E decine di migliaia di persone sono qui stasera a dimostrarlo, a condividere quella musica non con nostalgia ma con gioia.
Anche Roma ha le sue rughe, quelle rovine immanenti e silenziose, schegge di una gioventù splendida e orgogliosa, semisepolte dal quotidiano assedio della modernità .
Ed è bello credere che alla fine tanta gioia, incorniciata in tanta bellezza, si sia insinuata anche sotto la scorza dura di Mick Jagger, Keith Richards, Ron Wood e Charlie Watts, fino a scalfire le loro maschere di rocker vissuti pericolosamente.
Per riesumare quel briciolo di candore capace di rendere diversa e speciale, anche per gli Stones, questa tappa del 14 On Fire tour.

Paolo Gallori
(da “La Repubblica”)

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PORTE CHIUSE AL COLOSSEO: UNO SCHIAFFO PLANETARIO CON RESA MINISTERIALE

Maggio 14th, 2014 Riccardo Fucile

PERCHE’ “L’UOMO DEL FARE” NON LO TIENE APERTO LUI, DURANTE LA NOTTE DEI MUSEI? PER UNA VOLTA FAREBBE QUALCOSA DAVVERO

I musei italiani aprono per una notte e il più importante di tutti, il più visitato (5 milioni e 400mila persone l’anno), il Colosseo, resta chiuso. Una beffa.
E un danno, per la Capitale e per il Paese, di fronte al quale il ministro dei Beni Culturali, Dario Franceschini, alza le mani: «Non ho strumenti per intervenire, e posso solo lanciare un appello…».
Già , un appello, cioè una resa che da sola dimostra quanto i nostri monumenti, a partire dai 420 musei statali, che tutti riempendosi la bocca definiscono “il più grande patrimonio nazionale”, in realtà  sono in ostaggio di un corporativismo sfrenato e di una mancanza di organizzazione che mescola l’impotenza della politica e della pubblica amministrazione con uno straripante potere di veto dei sindacati, anche i più piccoli.
La Notte dei Musei, il 17 maggio, è un’occasione straordinaria non tanto per aprire i luoghi del Bello fuori dagli orari ordinari, in questo caso dalle 20 alle 24, ma quanto per avvicinare di più cittadini e turisti a ciò che rende unica l’Italia nel mondo e alla nostra storia.
Il Colosseo resta fuori dalla partita solo perchè un accordo sindacale, uno dei tanti accordi firmati dai rappresentanti dello Stato in ginocchio, prevede l’adesione volontaria di almeno un terzo dei dipendenti interni dell’Anfiteatro Flavio.
E tra i custodi cinque volontari, solo cinque, pronti a lavorare fuori orario con relativi straordinari, non si trovano e non possono essere sostituiti.
Un museo non è un’azienda, certo, ma chi ne ha la responsabilità , in questo caso il ministero dei Beni Culturali, deve anche avere il diritto-dovere di poterlo proteggere e valorizzare, come dice la legge, in condizioni normali, e non sotto il ricatto permanente del «qui comando io».
D’altra parte, il ministro Franceschini in pochi giorni ha fatto il bis in termini di resa di fronte all’inevitabile: già  il Primo Maggio aveva tentato, inutilmente, di convincere le organizzazioni sindacali a consentire l’apertura del Colosseo.
E se al ministro va riconosciuta almeno la limpidezza della sua auto-denuncia di impotenza, altri commenti dal versante politico sembrano dettati su misura per trasformare lo scandalo di un Paese anormale in una barzelletta da Italia del bar dello Sport.
Come le parole del sottosegretario alla Giustizia, Cosimo Ferri, che parte lancia in resta per chiedere di sostituire i custodi con i condannati ai lavori socialmente utili (ma in quale legge o in quale provvedimento amministrativo ha letto questa possibilità ?), come il sindaco di Roma, Ignazio Marino, che volteggia invocando il «sacrificio di cinque persone».
O come l’ex deputato Stefano Pedica, membro della direzione regionale del Pd, che ne approfitta per fare uno spot gratuito al suo senso civico: «Sono pronto a fare il custode volontario».
Chissà , forse e nonostante tutto il Colosseo aprirà  la notte del 17 maggio: ma il senso di vergogna, di avvilimento, che si prova di fronte a tanta scelleratezza, quello non si spegnerà , nè di notte nè di giorno.

Antonio Galdo

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POMPEI, ULTIMATUM DELLA UE: “I 105 MILIONI CHE ABBIAMO EROGATO VANNO SPESI ENTRO GIUGNO 2015, BASTA RITARDI”

Marzo 8th, 2014 Riccardo Fucile

TASK FORCE PER ACCELERARE I LAVORI E PREVENIRE I CROLLI

Stavolta non ci saranno tempi supplementari.
Il messaggio che arriva dalla Ue è inequivocabile: «Le deroghe non sono possibili. Invece di cercare le eccezioni, la cosa più importante è concentrarsi e lavorare».
A parlare è il portavoce del commissario europeo per le politiche regionali Johannes Hahn che, all’indomani delle preoccupazioni espresse dal neo-soprintendente Massimo Osanna, sgombra il campo da qualsiasi ipotesi di richiesta di proroga.
I 105 milioni del Grande progetto Pompei cofinanziato dalla Ue dovranno essere spesi entro il 30 giugno 2015.
«Faremo una check list – ha aggiunto – per monitorare da vicino l’avanzamento dei lavori e un punto della situazione pubblico prima della pausa estiva». Parole dopo le quali lo stesso Osanna ha calibrato il tiro, rileggendo a freddo quanto detto il giorno in cui s’è insediato: «Mi sono limitato a esprimere preoccupazione. Chiedere eventuali deroghe non spetterebbe neanche a me».
Non sarà  certo facile imprimere in poco più di un anno un’accelerazione a un piano d’intervento da 105 milioni che, per ora, vede un solo cantiere consegnato per un valore di appena 853mila euro, cinque cantieri aperti da complessivi 8,4 milioni, sette gare da 20,2 milioni chiuse e in corso d’aggiudicazione e una procedura concorsuale in corso
Ma al ministero dei Beni culturali vogliono mettercela tutta.
E soprattutto, dopo i tre crolli dello scorso fine settimana, dimostrare a Bruxelles che l’Italia si sta impegnando: ieri al Collegio Romano secondo incontro a tema in tre giorni, con il ministro Dario Franceschini, il direttore generale di progetto Giovanni Nistri, lo stesso soprintendente, il segretario generale del Mibact Antonia Pasqua Recchia e il capo di gabinetto Giampaolo D’Andrea.
Tra i temi affrontati, la prevenzione di eventuali nuove emergenze, soprattutto in vista delle piogge che dovrebbero abbattersi sull’area nelle prossime ore.
Tra le misure allo studio, l’intensificazione del pattugliamento, anche di notte e nei fine settimana. In più sarà  articolato un piano per conciliare conservazione e fruizione. «Da questo preciso momento in poi – ha detto Osanna a margine dell’incontro – lavoreremo alacremente sul versante del Grande progetto, come sulla manutenzione ordinaria. Siamo una squadra nuova, mi piacerebbe che venissimo giudicati per i fatti. Perchè ci sono i presupposti per fare bene».
La manutenzione ordinaria, tema sul quale di recente è intervenuto il ministero sbloccando fondi a disposizione della soprintendenza per due milioni, a Pompei è un vecchio cavallo di battaglia del sindacato.
«Ma le risorse – commenta Antonio Pepe di Cisl Beni culturali – contano fino a un certo punto. Per prevenire i crolli servono braccia: occorrerebbero squadre di operai, come quelle che c’erano fino a qualche anno fa, pronte a intervenire a seguito delle segnalazioni di pericolo»
Intanto le notizie riguardanti i nuovi crolli sono arrivate anche a Berlino, dov’è in corso l’Itb, fiera internazionale del turismo.
«Molti buyer esteri – racconta Raffaele Ercolano di Incoming Italia, consorzio di promozione turistica che riunisce i principali operatori nazionali – hanno chiesto delucidazioni al nostro stand: temevano che i crolli avrebbero portato conseguenze sul piano della fruibilità  del sito».
Che sul fronte turistico rappresenta da sempre una nota dolente: «Per fortuna – continua Ercolano – la domanda di pacchetti comprendenti Pompei continua a crescere».
Tuttavia se i flussi internazionali arrivano, secondo Ettore Cucari di Fiavet Campania, «non è certo merito del lavoro compiuto dal sistema Italia, quanto piuttosto di operazioni concepite all’estero come la mostra del British Museum o il film “Pompei”. Il guaio è che, dopo le visite, gli utenti si lamentano per le case non visitabili e i servizi approssimativi».
Pompei non è a Londra e nemmeno a Hollywood.

Francesco Prisco
(da “Il Sole”)

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POMPEI CROLLA, MA I FONDI DORMONO AL MINISTERO

Marzo 5th, 2014 Riccardo Fucile

SU 105 MILIONI RICEVUTI DALLA UE ME SONO STATI SPESI SOLO 600.000… E 55 MILIONI ASPETTANO ANCORA I BANDI

La retorica della grande bellezza non salva Pompei: è avvenuto il terzo crollo in tre giorni, l’ennesimo muro millenario che si sgretola sotto i secchi d’acqua di un febbraio monsonico.
La procura apre un fascicolo per disastro colposo: ma se il disastro c’è — e c’è — è tutto tranne che colposo
Esattamente come per l’ambiente, anche per il patrimonio non è infatti mai decollata una vera conservazione programmata fondata su metodi e strumenti scientifici: ad essa preferiamo il ‘restauro’ (cioè il recupero a posteriori, spesso solo estetico).
Come ha scritto Bruno Zanardi, Pompei si salva «attraverso un rapido ripristino di tetti, finestre e porte degli edifici antico romani, così come la realizzazione di sistemi di smaltimento delle acque meteoriche a partire dalle fogne … un progetto di ricerca e sviluppo aperto anche a università  e industria».
A questo si deve aggiungere il definanziamento degli ultimi anni: tutto il patrimonio italiano agonizza perchè il suo bilancio, già  sul livello di galleggiamento, fu ridotto a un terzo ai tempi di Bondi, Tremonti e Berlusconi e non si è più ripreso.
Per Pompei questo si è tradotto, per esempio, nell’interruzione delle catene di professionalità  artigianali che si tramandavano il mestiere di generazione in generazione. Senza mosaicisti, nessuno ripristina i mosaici: e così via
Ma nella lunga morte in diretta di Pompei emerge qualcosa in più: la morte dello Stato.
E non solo perchè lì tutto è in mano all’antistato della criminalità  organizzata.
Certo, anche per questo: siamo al punto che le buste con le offerte per le gare spariscono nell’ufficio postale di Pompei prima che possano essere recapitate.
Il consiglio comunale di Pompei è stato sciolto nel 2001 e commissariato per tre anni, e ancora nel luglio scorso la Dia ha dovuto chiedere alla Prefettura di conservare i filmati delle videocamere di sorveglianza degli scavi, per poter sapere chi entra e chi esce.
Ma soprattutto perchè lo Stato si è inceppato, non decide e non fa più nulla. La notizia clamorosa, fin qui non uscita, è che in due anni esatti, dei famosi 105 milioni di euro disponibili grazie al cofinanziamento europeo, il Ministero per i Beni Culturali è riuscito a spendere solo 588mila euro!
Che 55,4 milioni di euro sono ancora da bandire, contro soli 18,7 già  banditi.
E che sui 55 interventi da realizzare ci sono solo 5 cantieri aperti, e 9 progetti aggiudicati. Perchè? È triste ma necessario rilevare che l’intera catena di comando dell’archeologia — dalla soprintendenza su su fino alla direzione generale romana — si è rivelata del tutto inadeguata : incapace di gestire il personale, inconsapevole di governare non un museo o un sito, ma una vera e propria città .
Un episodio sintomatico: qualche mese fa una troupe della Rai che filmava alcuni turisti stranieri che staccavano, e si mettevano in tasca indisturbati, le tessere dei mosaici è stata accompagnata all’uscita da ben cinque dipendenti con il distintivo del concessionario, Civita.
Ecco un buon esempio di uso delle risorse, oltre che di trasparenza!
A questo disastro endemico si è sommata l’ipertrofia burocratica di strutture che si sommavano le une alle altre: il Comitato di Pilotaggio, il Gruppo di Lavoro, l’Unità  Grande Pompei e il Comitato di Gestione. Un’orgia di maiuscole utili solo a frantumare e diluire le responsabilità , insabbiare le decisioni, favorire l’immobilismo.
Quando, nel maggio del 2013, si è trovato di fronte a tutto questo l’allora neoministro Massimo Bray non solo ha imposto una brusca accelerazione al progetto (varando ben 9 dei 14 progetti attivi), ma ha anche deciso di imporre un modello di governo che segnasse una brusca discontinuità : ora tutto è nelle mani di una struttura capace di decidere, e formata da un direttore generale (il generale dei carabinieri, ed ex capo del nucleo di tutela, Giovanni Nistri), un vice (il direttore Mibac Fabrizio Magani, cui si deve l’avvio vero della ricostruzione dell’Aquila monumentale), un soprintendente (l’archeologo di fama internazionale Massimo Osanna).
Un autorevole osservatore terzo (il giurista Lorenzo Casini) ha scritto che la soluzione Bray «ha il pregio di fronteggiare congiuntamente i seri problemi esposti: criminalità  organizzata, assenza delle amministrazioni locali, inefficienze amministrative, urgenza Unesco».
Ma ci sono voluti nove mesi di estenuanti battaglie con i poteri forti esterni al Mibac e con la struttura interna: e la macchina non è ancora a regime perchè un’irresponsabile guerriglia burocratica è riuscita finora a impedire la formazione dello staff di Nistri e Magani, e a rinviare la presa di servizio di Osanna.
La partita per Pompei si vince o si perde a Roma:
Dario Franceschini è avvisato.

Tomaso Montanari

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