Aprile 16th, 2013 Riccardo Fucile
IN POLE RESTANO AMATO E MARINI… MA IL SEGRETARIO SONDA UN OUTSIDER
La linea non cambia. «Non accettiamo veti da parte di nessuno, figuriamoci se vengono da dentro il nostro partito».
Alla otto di sera Pierluigi Bersani riunisce a Montecitorio il gruppo ristretto di dirigenti che lavora al dossier Quirinale: Enrico Letta, Dario Franceschini, i capigruppo Zanda e Speranza, il braccio destro Migliavacca.
La giornata è stata pesante, le bordate di Matteo Renzi contro Franco Marini e Anna Finocchiaro, due importanti petali della rosa che il segretario del Pd è in procinto di offrire al Cavaliere, hanno rischiato davvero di far saltare tutto.
Per questo la decisione presa è di approntare le difese, mettere i sacchetti di sabbia alle finestre e prepararsi così a nuovi affondi del sindaco di Firenze.
Dopo il faccia a faccia tra il leader del Pd e il premier a palazzo Chigi, dai montiani filtra infatti la notizia che il segretario teme ora un attacco ad alzo zero anche contro Giuliano Amato.
Proprio il candidato che attualmente è in testa alle preferenze del Pdl e sul quale – nonostante le forti resistenze di Sel e il no della Lega – sarebbe possibile chiudere un accordo.
«La rosa resta quella – ripete quindi Bersani ai suoi – e comprende anche Marini e Finocchiaro. Dobbiamo ignorare i veti di Renzi».
Una strategia obbligata per non lasciare al “rottamatore” il diritto di sfogliare tutti i petali fino a lasciarne soltanto uno. Magari quello di Romano Prodi.
Un candidato di rottura, per tornare presto al voto.
Le ultime 48 ore prima dell’apertura del seggio elettorale sono la fase più difficile. L’incontro con Berlusconi è l’altra questione da dirimere.
Al momento, senza certezze, di comune accordo si sarebbe deciso di soprassedere. Anche per non dare l’impressione di un fallimento.
I due si dovrebbero sentire oggi stesso, ma soltanto per telefono e senza darne pubblicità . Bersani non proporrà al leader del Pdl un nome secco, ma continuerà con l’idea della rosa.
Un’offerta che vale per i primi tre scrutini, quelli a maggioranza qualificata. «Speriamo ancora di eleggerlo al primo colpo», confida in serata uno dei partecipanti alla riunione ristretta del Pd.
Per cui a Berlusconi verrà proposto un ventaglio di possibilità , quelle già note e uscite in questi giorni: Marini, Finocchiaro, Violante, Amato, D’Alema, Prodi.
Emma Bonino non risulta invece inserita nel cesto dei democratici.
Se poi non dovessero arrivare risposte oppure Berlusconi continuasse a ripetere che l’intesa deve comprendere anche un governo di larghe intese, allora si passerebbe al piano B.
Una candidatura secca, al quarto scrutinio, da portare a casa con i voti del movimento 5 Stelle.
E in quel caso, in uno scenario di rottura totale, ci sarebbe soltanto Romano Prodi. Un’ipotesi, quella del fondatore dell’Ulivo, che tuttavia non troverebbe il consenso di Scelta Civica.
Anche perchè Prodi renderebbe più probabile il voto anticipato, visto come una iattura dai montiani, assolutamente impreparati a questa evenienza e ormai privi del candidato premier.
Nell’incontro a quattr’occhi, senza collaboratori o numeri due, che Bersani ha avuto alle sei di sera con Mario Monti a palazzo Chigi, il premier è stato infatti su questo molto chiaro: «In partenza noi preferiremmo votare un presidente condiviso insieme al centrodestra».
Bersani stesso continua a essere di questo avviso.
E anche la stragrande maggioranza dei parlamentari del Pd, sondati in maniera informale in questo week-end da Zanda e Speranza, la pensano allo stesso modo, preferendo di gran lunga un capo dello Stato eletto al primo turno con un plebiscito che coinvolga anche il centrodestra.
Nel faccia a faccia con Bersani il professore si sarebbe anche detto disponibile a incontrare in prima persona Berlusconi, «se può servire a facilitare le cose».
E dentro Scelta Civica, il cui direttivo si è riunito ieri sera fino a tarda ora, già si ragiona su una consultazione diretta Monti-Berlusconi prima dell’avvio delle votazioni.
Tra la rosa allargata che verrà offerta al centrodestra e il nome secco di Prodi da lanciare in pista al quarto scrutinio, in realtà Bersani ha in mente un colpo ad effetto. Una terza strada, una carta da tenere nascosta nella manica fino all’ultimo.
Si parla a bassa voce di un nome molto autorevole e stimato, un giudice della Corte costituzionale attualmente in carica.
Dal profilo bipartisan e senza precedenti parlamentari, ma con esperienza politica.
E conosciuto all’estero.
Bersani sussurrerà il nome all’orecchio di Berlusconi solo a un passo dall’apertura delle votazioni.
«La difficoltà — ammette in serata il veltroniano Walter Verini — sta proprio nel trovare un nome autorevole ma che non sia troppo sbilanciato sul fronte dell’opinione pubblica. Il candidato ideale per passare al primo turno deve unire alla grande esperienza il minor grado di logoramento».
E proprio questo l’identikit che ha in mente Bersani: un candidato nuovo, fuori dalla nomenklatura di partito, per sparigliare tutti i giochi.
Ma per ora se lo tiene per sè.
Francesco Bei e Alberto D’Argenio
(da “la Repubblica“)
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Aprile 15th, 2013 Riccardo Fucile
MA GLI SHERPA LAVORANO PER UN CONTATTO DOMANI SERA
Il day after delle piazze di lotta e di minaccia lascia spazio e tempo alla diplomazia sotto traccia dei pontieri di Pd e
Pdl.
Ma a tre giorni dall’apertura dell’urna di Montecitorio per la scelta del capo dello Stato, la soluzione condivisa non c’è.
Per la verità , per tutto il giorno i contatti telefonici tra Letta, Alfano e Verdini, da una parte, Migliavacca, Errani, Enrico Letta, dall’altra hanno tessuto una trama sottile che ha tenuto in piedi le candidature di Franco Marini e di Anna Finocchiaro.
Proprio in chiave «conciliazione», con spiragli successivi per un governo delle riforme.
E questo, nonostante le chiusure di sabato di Bersani e il Berlusconi in versione campagna elettorale di Bari.
Tutto sembrava procedere in quella direzione finchè su trattative e dialogo non è piombata l’intervista al Tg5 di Matteo Renzi.
Per il sindaco di Firenze e la cinquantina di suoi grandi elettori in Parlamento non è lui il cattolico sul quale bisognerà puntare.
E non è un mistero che i renziani, con i prodiani, tra oggi e domani usciranno più o meno allo scoperto per lanciare la corsa del Professore.
Tra i candidati di «pacificazione », se così stessero le cose, resterebbe in gioco Giuliano Amato e, dietro, Massimo D’Alema.
Prodi, ancora una volta, chiamato in causa, glissa giocando sull’ironia: «Non vorrei che si creasse un problema di emigrazione di massa, ma posso solo dire che nella cosiddetta corsa per il Quirinale non ci si iscrive e non ci si deve nemmeno pensare» risponde con chiara allusione a Berlusconi («Con lui, andiamocene tutti all’estero ») in un’intervista che andrà in onda su Servizio pubblico, La7.
Che il quadro si faccia più complicato, Silvio Berlusconi lo aveva intuito già¡ sabato.
E segnali improntati al pessimismo li ha lasciati filtrare per tutto il giorno dal ritiro di Arcore, evitando anche il bagno di folla alla fiera del mobile di Rho.
«Si eleggano pure Prodi e allora andiamo dritti al voto e vedremo chi tornerà a Palazzo Chigi », si è sfogato sabato sera sull’airbus privato al rientro dal capoluogo pugliese.
Ad ascoltarlo, al fianco della fidanzata Pascale, Lupi, Bonaiuti, Santanchè, Schifani, Capezzone, Maria Rosaria Rossi.
E «al voto, al voto» il Cavaliere ripeteva ancora ieri, con i dirigenti sentiti da Villa San Martino, galvanizzato dalla risposta di piazza di sabato.
Per il resto, scetticismo: «Se da Bersani non arrivano segnali concreti di apertura e disponibilità al confronto sul nuovo presidente, allora per me l’incontro possiamo anche non farlo», è stato lo sfogo con alcuni fedelissimi.
Filtra anche l’intenzione di rientrare a Roma mercoledì, se nulla cambia.
Vorrebbe dire annullare il faccia a faccia. Ma è vero, come confermano da via del Nazareno, che non è stato ancora inserito in agenda.
Ma è altrettanto vero che il Cavaliere – nella lettura delle «colombe» Pdl – fa molta tattica.
Alza il tiro per stanare nelle ore decisive Bersani. Tant’è che chi è di casa a Palazzo Grazioli sostiene che il capo potrebbe rientrarvi nelle prossime 24 ore per incontrare il leader Pd magari già domani sera o al più mercoledì.
Del resto, tutto vuole Berlusconi in queste ore fuorchè una rottura che porterebbe dritti all’elezione di un presidente «ostile».
E allora «il Pd ci fornisca una terna all’interno della quale scegliere», invoca un’ultima volta una fedelissima come Daniela Santanchè.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Aprile 12th, 2013 Riccardo Fucile
“IO NON SONO CANDIDATO”… FINOCCHIARO IN POLE POSITION
«Toglietevelo dalla testa, è una gigantesca cavolata. Io non sto brigando per una poltrona, cerco di
trovare una soluzione per l’Italia».
Bersani spazza via il suo nome dal toto-Quirinale e lo fa davanti a Roberto Maroni che invece gli offre i voti della Lega per il Colle.
«Gli esterni non devono essere della partita. Noi vogliamo alla presidenza della Repubblica – spiega il leader del Carroccio – un politico puro. Sappi che Berlusconi considera l’idea. Per quanto mi riguarda, la scelta perfetta è il capo del partito di maggioranza. Cioè, tu».
Il rifiuto di Bersani è netto e addirittura risentito. «Di colli mi interessano quelli piacentini », dice a denti stretti.
Ma dal messaggio di Maroni e dai segnali che arrivano dal Pdl si capisce che la larga condivisione può essere raggiunta solo intorno a una personalità di «alta tenuta politica».
Ecco perchè da ieri si lavora su due rose di nomi.
Quella più vasta prevede anche Paola Severino e Luciano Violante.
La prima però ha poca esperienza e farebbe fatica a guidare una fase così difficile.
Il secondo invece ha gli strumenti ma un consenso ballerino soprattutto dentro il centrosinistra. Poi, c’è la rosa ristretta, ma non definitiva.
Giuliano Amato, Franco Marini, Pietro Grasso e il nome che al momento appare più probabile, Anna Finocchiaro.
L’ex capogruppo al Senato corrisponde a molti tratti dell’identikit che ha in mente Bersani e gli consentirebbe di non scivolare sul piano inclinato del Pd in tensione.
Tiene unito il partito, ha estimatori nel centrodestra e nel Carroccio, è una novità assoluta in quanto donna e avrebbe, giocoforza, il placet di Massimo D’Alema, un altro dei papabili in corsa.
La Finocchiaro infatti è una pupilla dell’ex premier, una scelta alla quale non potrebbe dire di no.
In realtà , in un gioco di specchi e di false piste, da Bersani arriva un invito a essere prudenti, «a fare uno sforzo ulteriore di fantasia.
Tutti i nomi usciti finora sono adeguati, ma non è detto che una figura politica debba essere quella dello stretto giro dei soliti noti».
Un depistaggio, forse. O un’allusione all’ipotesi di Mario Draghi, oggi presidente della Bce. Nome inattaccabile che permetterebbe a Bersani di evitare errori fatali lungo il sentiero che deve portare al governo di cambiamento.
Berlusconi non sta alla finestra. Gioca su più tavoli.
Ieri Fabrizio Cicchitto ha lanciato Violante.
Un sostegno sincero, ma talmente scoperto da lasciare il dubbio di un candidato “nascosto”. Ossia, D’Alema.
Quello che è certo è che il Cavaliere vuole una figura autorevole e di polso per il Quirinale.
Non ostile, capace di decisioni anche impopolari.
Che non si chiamano amnistia o salvacondotto, ma avrebbero il profilo di qualcosa che assomiglia molto a queste vie d’uscita.
Da giorni, Berlusconi confida ai suoi interlocutori il suo vero obiettivo: un riconoscimento politico con la nomina a senatore a vita.
Non è una garanzia assoluta rispetto alle questioni giudiziarie che lo travolgono.
Lo dimostra il caso di Giulio Andreotti, promosso al laticlavio nel ’91, ma finito lo stesso in processi per mafia e omicidio.
Ma sarebbe il suggello offerto dal Quirinale alla sua traiettoria politica.
Se si troverà un candidato condiviso, il giorno giusto per l’ufficialità è martedì.
Fino ad allora i contatti non si fermeranno.
Ieri sera alle 19, Gianni Letta è stato visto uscire dal portone del Quirinale.
Per conto di Bersani, Vasco Errani ed Enrico Letta sentono gli ambasciatori del Pdl, sfogliando petali ed eliminandoli uno ad uno.
Il braccio destro del segretario Pd Maurizio Migliavacca continua a sondare i parlamentari del Movimento 5stelle per capire quanto sono grandi le spaccature i dissensi.
E oggi i capigruppo Luigi Zanda e Roberto Speranza chiederanno un colloquio ai capigruppo grillini, dopo la prima scrematura della selezione online.
Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica“)
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Aprile 10th, 2013 Riccardo Fucile
BERLUSCONI NON ESCLUDE IL VOTO ANTICIPATO…E SPUNTA DE RITA PER IL COLLE, NELLA ROSA FORSE ANCHE BERSANI
«L’ultima cosa che voglio è ridurre l’Italia a un campo di battaglia. Per questo abbiamo deciso di
incontrarvi ».
È Pierluigi Bersani a rompere il ghiaccio con Berlusconi.
Quinto piano di Montecitorio, corridoi deserti e cronisti depistati da solerti commessi. Il segretario del Pd e il leader del Pdl — dopo un mese di trattative fra gli sherpa — finalmente si affrontano faccia a faccia.
Si incontrano nell’ufficio del presidente della commissione Trasporti (che ancora manca del titolare), ai due lati di un grande tavolo rettangolare.
Accanto a loro soltanto Enrico Letta e Angelino Alfano.
Solo un rifornimento di bottigliette d’acqua li tradisce all’esterno.
Se in teoria è soltanto il Colle l’oggetto dell’incontro, il Cavaliere comunque ci prova. Vuole allargare subito la trattativa al governo, far sì che le due partite si fondano in una.
«C’è un paese che sta morendo – attacca Berlusconi –, qua sta andando tutto a rotoli, le televisioni ormai la pubblicità la regalano, il debito pubblico esplode: dovete capire che serve uno scatto di reni, un’assunzione comune di responsabilità per formare un governo forte e autorevole. Smettetela di correre dietro a quei pazzi che vi insultano ».
Un governo con ministri del Pd, del Pdl e di Scelta Civica, un esecutivo di larghe intese.
«Alt, fermiamoci un momento», Bersani non gli fa nemmeno terminare il discorso. «Non siamo qui per parlare del governo, c’è prima un presidente della Repubblica da eleggere. Sarà il nuovo capo dello Stato ad occuparsene, lasciamogli qualcosa da fare pure a lui no?».
La battuta ci sta e Berlusconi accetta di tornare al punto. «Quando l’ho fermato – racconterà più tardi ai suoi il segretario – non ho trovato resistenze. Mi ha quasi stupito».
Dunque «il metodo». Bersani e Letta insistono soprattutto su questo.
È il «metodo» della condivisione e ruota attorno a un cardine: sarà il centrosinistra ad offrire una rosa di personalità , con parità di genere, al Pdl e agli altri partiti. D
entro quella rosa si sceglie, comunque «insieme».
Non si parla di nomi, almeno non in maniera esplicita. Nemmeno in quel quarto d’ora finale quando Berlusconi e Bersani chiedono ai “numeri due” di uscire e restano da soli nella stanza.
Anche perchè nel Pd temono che l’ex premier sia un po’ troppo chiacchierone e vada a bruciare i candidati veri rendendoli pubblici.
Tanto più che tutti sospettano che la vera carta del leader del Pdl sia il voto anticipato a fine giugno.
Nel vertice Bersani e Letta si limitano quindi a parlare di caratteristiche, tracciando di fatto un identikit.
Il nuovo capo dello Stato dovrà avere «un’alta professionalità », e soprattutto «un’alta tenuta politica», nel senso che dovrà essere in grado di «gestire per sette anni una fase difficilissima per l’Italia».
Ma bisognerà anche esprimere un certo grado di «novità », come è stato fatto con i presidenti delle Camere. Berlusconi, forse per la prima volta, accetta di separare i due tavoli – Quirinale e governo – che fino a ieri pretendeva fossero uniti.
E per il Pd già questo è un buon risultato.
Quanto al «metodo», il Cavaliere non dice di no, resta sul vago: «Proveremo a verificare se quella che ci avete proposto è una strada percorribile».
L’idea di un presidente della Repubblica che conosca la difficile arte della politica gli appare in fondo come una garanzia.
In linea teorica il criterio della «novità », avanzato ieri dal Pd, escluderebbe tanti candidati che hanno ballato finora, anche se alla fine si ricade sempre su quelle figure: Giuliano Amato, Franco Marini, Romano Prodi, Massimo D’Alema, Emma Bonino, Piero Grasso.
Un outsider sarebbe Giuseppe De Rita, il presidente del Censis, mentre perde quota il Guardasigilli Paola Severino.
Anche se a Montecitorio ormai circola con insistenza uno scenario sorprendente: ci sarebbe persino il nome di Bersani nella rosa del Pd per il Quirinale.
Esaurito il discorso sul «metodo » e stoppato il tentativo di Berlusconi di affrontare il nodo del governo di larghe intese, in fondo l’incontro potrebbe chiudersi lì.
Ma quando si trovano faccia a faccia due nemici storici, è inevitabile che ci sia spazio anche per le battute, allora il colore diventa sostanza.
Alfano racconterà ai dirigenti del Pdl che «alla fine il rapporto personale si è rafforzato».
Un Berlusconi talmente avvolgente che nel Pd circolava ieri sera una battuta: «Altri due colloqui così e Berlusconi ci invita tutti nella sala del bunga-bunga».
In effetti il Cavaliere le prova tutte. Parla del Milan, per conquistare il rossonero Letta, ma anche della “fidanzatina» Francesca Pascale: «È giovane, è bella, è solare. Mi ha fatto cambiare vita».
Berlusconi fa Berlusconi.
All’uscita saluta e ringrazia i commessi, «a cominciare dalle ragazze ».
Poi incontra in un corridoio un’addetta alle pulizie che spinge il suo carrello pieno di bidoni e di scope. Le chiede il nome e le stringe la mano.
«È già in campagna elettorale», sorride chi osserva la scenetta.
Francesco Bei e Goffredo de Marchis
(da “la Repubblica”)
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Aprile 9th, 2013 Riccardo Fucile
LETTA: “PER IL COLLE ANCHE IL NOME DI DONNE”… I RENZIANI E LA CARTA BOLDRINI
Il vero oggetto del contendere nel Pd non è il governissimo.
Nessuno ci crede e, soprattutto, nessuno lo vuole. Nemmeno quelli che aprono la porta al dialogo, come Dario Franceschini o Walter Veltroni.
Il braccio di ferro con Pier Luigi Bersani, che appare sempre più solo, e il resto del partito, renziani in testa, è su un altro obiettivo.
Ossia sul governo di scopo o del presidente che dir si voglia che dovrebbe traghettare il Pd fino a novembre, o, al massimo, a febbraio, per poi andare alle elezioni con il sindaco di Firenze alla testa del centrosinistra.
Ma Bersani da questo orecchio, almeno per ora, non ci sente.
Ha dalla sua il fatto che nessuno dei maggiorenti del partito intende pugnalarlo (metaforicamente, ben si intende).
Il che vuol dire che il segretario, pur essendo sulla carta in minoranza in Direzione, può continuare ad andare avanti.
Ed è esattamente quello che Bersani intende fare.
Infatti, il segretario, che ieri ha avuto un chiarimento non facile con Franceschini, insiste con i suoi ragionamenti: «L’alternativa tra elezioni e grande coalizione non esiste. E non esistono nemmeno compromessi al ribasso. Mica vogliamo regalare l’Italia a Grillo!».
Ma seppur determinato, il leader del Partito democratico si rende perfettamente conto che la strada che ha imboccato è accidentata: «C’è qualcuno che vuole che salti tutto», confida ai suoi il segretario.
Che non è molto lontano dal vero.
C’è un gran movimento nel Pd.
All’orizzonte sembra affacciarsi un’operazione che spariglierebbe tutte le carte.
E costringerebbe Bersani alla resa.
È un’operazione che si gioca tutta sul campo dell’elezione del presidente della Repubblica.
Renziani, giovani turchi (sebbene non tutti) e altri esponenti del Pd stanno pensando a una candidatura al Quirinale innovativa: quella della presidente della Camera Laura Boldrini.
È una mossa azzardata che costringerebbe Sel ad assecondare l’operazione e metterebbe in imbarazzo i grillini.
Quanti di loro, a scrutinio segreto, voterebbero per Boldrini?
Ancora è solo un abbozzo di idea (infatti resiste ancora l’altra opzione, quella Prodi), ma ci stanno lavorando in molti.
La carta della donna è una carta astuta, tant’è vero che vuole giocarla anche il Pd «ufficiale», come ha annunciato Enrico Letta, che però non ha fatto nomi (Anna Finocchiaro?).
Nel frattempo continua il «corteggiamento» nei confronti di Renzi da parte dei maggiorenti del Pd.
Massimo D’Alema giovedì sarà a Firenze, per un convegno all’Università e non è escluso che incontri il sindaco del capoluogo toscano.
A domanda precisa, Renzi svicola e risponde così: «Non so, io non vado al convegno e forse sono a Roma quel giorno. Ma se torno in tempo gli offro volentieri un caffè a palazzo Vecchio, come prescritto dal cerimoniale per gli ex premier».
Il sindaco di Firenze non esclude quindi l’incontro con il «nemico» rottamato. Del resto, ormai, Renzi si muove come un vero e proprio leader politico. Ruolo che assolverà anche alla Camera, dal 18 aprile, se, insieme al presidente della Regione Enrico Rossi, farà parte della delegazione toscana dei grandi elettori.
Già adesso i parlamentari del Pd scommettono su chi avrà il maggior seguito di giornalisti nel Transatlantico di Montecitorio: Renzi o Bersani?
In attesa di sapere chi vincerà la scommessa, il segretario prepara la rimonta mediatica.
Per sabato infatti è prevista una manifestazione del Pd contro la povertà .
Ma pare che anche questa volta il segretario rifugga la piazza.
L’iniziativa, infatti, dovrebbe tenersi in un teatro romano. E non sembra convincere tutti: in molti big la diserteranno.
Maria Teresa Meli
(da “il Corriere della Sera“)
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Aprile 9th, 2013 Riccardo Fucile
META’ PD SPINGE VERSO SILVIO… D’ALEMA VA DA RENZI
L’ennesima incomprensione tra il Pd e Napolitano.
Quando il vertice Bersani-Berlusconi è ormai imminente, quando mancano solo dieci giorni alle votazioni per il nuovo capo dello Stato.
A Largo del Nazareno vivono con stupore l’uscita del presidente della Repubblica, la richiesta di «coraggio », il richiamo all’accordo politico che segnò la stagione della solidarietà nazionale. «Allora uno governava, l’altro consentiva», si limita a commentare Bersani parlando con i suoi collaboratori.
Ossia, le parole dell’inquilino del Quirinale non si devono leggere in contrapposizione con la proposta del governo di cambiamento.
«L’accordo politico con Berlusconi si realizza nella Costituente per le riforme – spiegano dalla sede del Pd –. Che è qualcosa di più di una Bicamerale. I costi della politica, la riduzione del numero dei parlamentari, la stessa modifica della legge elettorale toccano direttamente i cittadini. Come dimostra il successo dei 5stelle».
Ma il discorso di Napolitano viene decrittato in maniera opposta dai sostenitori del piano B.
Da chi sta facendo pressioni sul segretario per arrivare a un’intesa “vera” con il Cavaliere. Anche rinunciando al suo tentativo, sostituendolo nel ruolo di candidato principale a Palazzo Chigi.
Quello del capo dello Stato si trasforma così in un assist per questa parte del Pd. «Tutti sappiamo che Napolitano era favorevole alle larghe intese», avrebbe confidato Dario Franceschini ai suoi fedelissimi ricordando il passaggio delle consultazioni.
Dunque, in questo senso bisogna leggere il suo invito.
Significa indicare una rotta diversa dalla “non sfiducia” che fu la formula di quel lontano 1976.
E dalla “non maggioranza” predicata da Bersani fin dal giorno successivo al voto. Insomma, all’incontro con il Cavaliere (che potrebbe avvenire senza troppa pubblicità tra oggi e domani) occorre arrivare con una proposta davvero aperta.
Non solo con il no al governissimo, che in queste settimane è stato caldeggiato soltanto da Graziano Delrio e Matteo Renzi.
Si può trovare una via di mezzo per dare un esecutivo al Paese.
Abbandonando la minaccia di mettersi di traverso a governi di scopo o del Presidente.
Se questa è l’interpretazione che una fetta del Partito democratica può dare alle frasi di Napolitano non è certo un buon viatico per la difficile strada di Bersani, confermata nella lettera di ieri a Repubblica.
La partita adesso è quella sul Quirinale.
Deciderà sia il nuovo capo dello Stato sia il governo del futuro.
Bersani la gioca guardando alle risposte del centrodestra, ma continuando a monitorare i movimenti nel fronte grillino. Non a caso il circolo dei suoi fedelissimi — Vasco Errani, Maurizio Migliavacca ed Enrico Letta — si è diviso i compiti.
Fra loro, c’è chi segue da vicino gli sviluppi della discussione all’interno dei 5stelle, pur sapendo che una maggioranza organica con i parlamentari del comico rimane impossibile.
Ma dietro al lavoro del segretario le manovre di altri dirigenti non sono più nemmeno tanto nascoste.
Un’eco si potrebbe sentire già oggi nella riunione dei gruppi parlamentari.
Giovedì, invece, è praticamente sicuro un incontro a quattr’occhi tra Renzi e Massimo D’Alema, i due grandi nemici delle primarie.
“Rottamatore” e “rottamato” si annusano da una settimana.
L’ex premier sarà a Firenze tra due giorni per un convegno e gli staff, a cominciare dall’ex vicesindaco Dario Nardella, preparano una visita di “cortesia” a Palazzo Vecchio.
Come se fosse un incontro istituzionale. Non sarà così.
Sul tavolo ci sono gli assetti del Pd, la candidatura di Renzi, la nascita dell’esecutivo e l’atteggiamento dei 51 parlamentari renziani nelle votazioni per il Colle. D’Alema del resto rimane stabilmente nel toto- Quirinale.
È il momento perciò di siglare una tregua stabile con il sindaco di Firenze.
Senza il Pd non si può fare nulla, ripetono a Largo del Nazareno.
Ma se il Pd si presenta agli appuntamenti-chiave diviso, allora la posizione del segretario si indebolisce. Per i bersaniani l’assenza di un’alternativa è nei fatti, «verificata dallo stesso Napolitano nel suo giro di consultazioni».
Però se il partito ha cambiato posizione, non sarà facile, anche per il nuovo presidente della Repubblica, non tentare una strada che eviti il ritorno alle urne a giugno.
Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica“)
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Aprile 8th, 2013 Riccardo Fucile
SEMPRE SCONTRO TRA I DEMOCRATICI, IL PIANO B FA NUOVI PROSELITI
Le elezioni a giugno possono diventare la miccia che fa esplodere il Pd.
«Il punto è sempre quello», dicono a Largo del Nazareno.
Dal 26 febbraio, in fondo, la situazione non è cambiata. Ma sono cambiate le forze in campo.
Perchè il “partito” del no al voto sta crescendo e tiene dentro un fronte trasversale con Veltroni, Franceschini, Letta, D’Alema e Renzi che ha anche il suo piano B: tornare alle urne e conquistare la candidatura a Palazzo Chigi senza grandi avversari.
Il braccio di ferro interno sembra però inevitabile. Perchè i giovani turchi sono fermi da settimane: «O Bersani ce la fa o si dà di nuovo la parola ai cittadini».
Anche i bersaniani non vedono alternative: «Governicchi con il Pdl non esistono. E se esistono, quanto durano? Sei mesi, otto mesi? Quello sì sarebbe perdere tempo. Ci va di mezzo il Paese».
L’eco di questo bivio cruciale si avvertirà già domani nella riunione dei gruppi parlamentari.
Dario Franceschini ha tracciato la strada: se fallisce il “governo del cambiamento” guidato da Bersani, non si può andare a votare subito.
Serve comunque un esecutivo di transizione che faccia la riforma elettorale cancellando il Porcellum e affronti l’emergenza sociale.
Fino a qualche giorno fa, questa era anche la posizione del sindaco di Firenze. Poi, la rotta è stata modificata.
Renzi non sa se può permettersi di aspettare troppo “il suo momento”.
Vede i tentativi che si consumano a Roma per fermarne la corsa o rallentarla con lo stesso obiettivo finale: logorarlo.
Per questo ha rotto gli indugi chiedendo una scelta secca al segretario: o governissimo o voto. L’alternativa di un accordo con il Pdl continua a non dispiacergli.
«Quello che io voglio evitare a tutti i costi è apparire un leader cooptato dal gruppo dirigente », ripete a tutti quelli che lo consultano. E non sono pochi, anche tra i dirigenti più vicini a Bersani. Dunque, la sua strada passa per primarie vere, aperte, non fatte in fretta e furia, davvero competitive, che non lascino il sospetto di un risultato già scritto grazie a un apparato convertito sulla via di Damasco.
Franceschini chiama Renzi sempre più spesso, i lettiani hanno un filo diretto, persino D’Alema ne sonda gli umori attraverso alcuni “ambasciatori” autorizzati che scambiano due chiacchiere con il sindaco davanti a un caffè a Firenze o nell’albergo romano dove dorme quando viene nella Capitale.
Questa diplomazia è un’arma in più per il primo cittadino, che nelle primarie precedenti scontò anche la sua distanza dal partito.
Gli danno la sicurezza di poter vincere la battaglia interna senza problemi.
“Adesso” resta il suo slogan anche nel passaggio delle prossime settimane, quelle in cui si decide il destino della legislatura. Ma anche le ragioni del “no al voto subito” possono diventare le sue. Si tiene aperte le due vie d’uscita.
Bersani è concentrato sulla partita del Quirinale, che giovedì o venerdì giocherà guardando negli occhi Silvio Berlusconi in un vertice atteso.
Eppure a Largo del Nazareno guardano al dopo voto sul capo dello Stato.
«Le elezioni a giugno sono un’opzione», dicono.
Il leader dei Giovani Turchi Matteo Orfini non ha dubbi: «Sapevamo fin dall’inizio che si sarebbe tornati al punto di partenza. Noi non molliamo».
Perciò la corrente di Orfini e Fassina avverte «tutti quelli che stanno cercando di attuare una tattica più morbida verso il centrodestra».
Se Bersani fallisce, si deve riunire la direzione e ci si conta sulle elezioni anticipate ». In quest’ottica, appare come una coincidenza singolare la manifestazione contro la povertà convocata dal Pd a Roma per sabato.
Lo stesso giorno in cui Berlusconi sarà a Bari per un appuntamento che molti considerano ambiva-lente: o l’inizio della campagna elettorale o un semplice comizio. Dipende da come andrà il colloquio con Bersani.
È una lettura che vale anche per l’iniziativa dei democratici?
Il ritorno alle urne era una posizione largamente maggioritaria nel Pd fino a dieci giorni fa. Oggi molto meno.
Una posizione che rischia di uscire sconfitta nella “conta” sia in direzione sia nei gruppi parlamentari.
Basta leggere attentamente anche le parole di Nichi Vendola. Che difende il tentativo Bersani, non vede altri governi all’orizzonte, rifiuta qualsiasi intesa con Berlusconi. Ma dice che le elezioni subito «sarebbero una follia» e che la «gente inseguirebbe coi forconi i politici se non ci fosse un governo».
Una linea che la presidente della Camera Laura Boldrini ha subito sposato.
Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica”)
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Aprile 8th, 2013 Riccardo Fucile
PREVALE LO SCETTICISMO SU UN ACCORDO MALVISTO DA META’ DELL’ELETTORATO DI RIFERIMENTO
Un vento gelido sembra sceso sulla trattativa intorno al Quirinale e al governissimo. 
E lo stesso incontro tra Berlusconi e Bersani, che era dato per sicuro ventiquattr’ore fa, è tornato a ballare nelle agende dei due leader.
Il messaggio che da Arcore è arrivato ieri ai luogotenenti che tengono aperti i canali con il Nazareno è intriso di cautela.
Il Cavaliere appare neghittoso: «Cosa ci vediamo a fare io e Bersani se il Pd continua a rifiutare un governo insieme a noi?».
Un’ondata di scetticismo ha dunque travolto le aperture dei Franceschini, Speranza e Latorre.
L’ex premier infatti non si accontenta più di un governo di scopo o del Presidente, nè accetta di lasciar partire un esecutivo a guida Pd garantendo il suo sostegno esterno.
E non vuole dare per scontata l’elezione di una personalità di centrosinistra al Quirinale con i voti del Pdl.
A questo punto, intravisto il varco nel campo avversario, punta al risultato pieno: «Devono mettersi l’anima in pace. O trattano con noi con pari dignità oppure noi andiamo a votare».
Anche sulla partita del Colle i nomi che fino a ieri sembravano più credibili da Amato a Marini — ora vengono avvolti da mille obiezioni.
«Ma siamo proprio sicuri che personaggi della Prima Repubblica siano adatti a interpretare questa nuova fase? La gente — si chiede un berlusconiano di primo piano — cosa dirà visto che Grillo ci sparerà addosso?»
Difficile separare, in questo nuovo atteggiamento di sfida, la realtà di un negoziato comunque difficile dall’abilità del venditore che tratta sul prezzo intuendo che l’acquirente ormai non può sottrarsi. In ogni caso tutto il Pdl — anche il piccolo settore delle colombe — sembra spinto su un piano inclinato che porta verso le elezioni anticipate.
Berlusconi, quando i suoi ambasciatori gli riferiscono delle aperture del Pd, estrae dalla cartellina l’ultimo sondaggio di Alessandra Ghisleri.
E, numeri alla mano, dimostra che un accordo di larga coalizione sarebbe mal visto da quasi la metà degli elettori del centrodestra, tenendo invece il M5S molto alto.
«Non ci conviene dare il via libera a un governicchio con il Pd che dura sei mesi e poi si torna a votare. O si fa una cosa seria oppure meglio votare subito, visto che Grillo adesso sta calando».
Cosa vorrebbe dunque Berlusconi?
Un’apertura esplicita e formale, non gli bastano più i «segnali di fumo» in arrivo dall’altra parte del campo.
Insomma, vanno bene le interviste, ma serve un impegno formale della segreteria, dei gruppi parlamentari o della direzione del Pd per voltare pagina.
E tuttavia il Cavaliere dubita che il Pd possa permettersi questo cambiamento di linea, almeno finchè il timone sarà in mano a Bersani.
«Il segretario Pd dovrebbe mettersi un secchio in testa e abiurare la linea tenuta in questi ultimi 40 giorni, mi pare difficile», riflette Raffaele Fitto.
Fabrizio Cicchitto è sarcastico: «Purtroppo il Pd è venuto meno alla regola aurea del vecchio Pci: il segretario doveva venire dal Regno di Sardegna, vedi Togliatti, Natta e Berlinguer, gli emiliani servivano a portare soldi e voti».
Maria Stella Gelmini, un’altra colomba, suona lo stesso spartito: «I vari Orfini e Speranza sono avvisati. Non acconsentiremo mai alla nascita di un governo che ci veda portatori d’acqua gratuiti».
È solo l’ultima offerta del venditore o davvero tutto sta per saltare?
Francesco Bei
(da “La Repubblica”)
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Aprile 5th, 2013 Riccardo Fucile
IL PRIMO TENTATIVO SARA’ PERO’ QUELLO DI PROVARE A COINVOLGERE IL PDL NELLA SCELTA… EMERGONO I NOMI DELLA BONINO E DI CACCIARI
Parte la trattativa sul Quirinale. 
Ieri il faccia a faccia tra Bersani e Monti, lunedì (forse) quello con Berlusconi «in campo neutro», ovvero in Parlamento.
Il segretario del Pd non rinuncerà a chiedere udienza anche a Grillo.
Per quasi due ore Pierluigi Bersani e Mario Monti siedono uno di fronte all’altro nello studio del premier a palazzo Chigi.
Era da tempo che non accadeva e l’atmosfera è rilassata. «Quasi di connivenza », scherza chi ha assistito almeno a parte della conversazione. Si parla di tutto, ma il tema vero è ovviamente il Quirinale.
E tra i due leader si arriva a siglare un vero e proprio «patto di consultazione » in vista delle prossime mosse.
In sostanza ora centrosinistra e Scelta Civica marceranno insieme, potendo così arrivare a un pacchetto di 570 grandi elettori, sufficienti dopo il terzo scrutinio a portare al Colle un loro candidato.
E tuttavia «il metodo» che Monti e Bersani condividono è un altro: «Cercheremo convergenze ampie ».
Significa che, almeno all’inizio, si farà un tentativo di coinvolgimento del centrodestra.
«Nonostante i continui attacchi che ricevo da personaggi come Brunetta e Gasparri – spiega il premier – dobbiamo sforzarci di procedere in una logica di inclusione».
Un discorso che, per Monti, dovrebbe valere anche per il dopo, ovvero per il governo. Ma su questo punto le strategie dei due divergono e non si scostano dalle posizioni ormai fossilizzate da settimane.
E tuttavia anche sul Quirinale la disponibilità al dialogo espressa dal segretario del Pd incontra alcuni limiti.
A Monti Bersani anticipa infatti che la trattativa con Berlusconi «va portata avanti, ma su un nome potabile».
Potrà pur essere «un moderato», ma senza farsi dettare condizioni dal Pdl.
«Tocca a noi avanzare una proposta – ripete il leader Pd – , ovviamente in “cooperativa” con voi di Scelta Civica ».
Di nomi si è parlato eccome, ma i due leader hanno avuto l’accortezza di appartarsi da soli.
Alla fine l’identikit che ne esce, così come viene riferito agli uomini del Nazareno è quello di una personalità «rigorosa», ma che non sia «ostile, fino a prova contraria, nei confronti del Pdl».
Un profilo che si attaglia a molti dei candidati in pectore, da Giuliano Amato a Massimo D’Alema, da Franco Marini fino a Luciano Violante e Pietro Grasso.
E proprio Grasso potrebbe rivelarsi utile, se non altro perchè la sua elezione al Colle libererebbe il posto da presidente del Senato per un esponente del Pdl (il “saggio” Quagliariello).
Se sul Quirinale l’intesa Monti-Bersani sembra solida, è quando si passa a discutere di quello che accadrà dopo che le strategie non coincidono più.
Il premier infatti ribadisce che anche per il governo l’unica soluzione è quella di un pieno coinvolgimento del Pdl.
Mentre il segretario Pd resta scettico.
«Ma scusa – è lo sfogo che viene riproposto a Monti – l’esperienza con Berlusconi l’abbiamo pagata sia io che te alla elezioni e non abbiamo risolto niente. Avremmo dovuto cambiare l’Italia e invece, per colpa del Pdl, siamo rimasti fermi. Io non mi ci voglio più trovare in una situazione in cui non solo non si cambia nulla ma alla fine il Cavaliere ti lascia sempre con il cerino in mano».
A difendere questa frontiera, quella del governo del “cambiamento”, Bersani non è solo.
Anche Sel a un governo con Berlusconi non ci starebbe mai.
Per questo, secondo Nichi Vendola, già dall’elezione del successore di Napolitano sarebbe opportuno lasciar perdere le tentazioni delle larghe intese e riproporre invece il metodo Boldrini-Grasso.
Con un outsider, che scompagini i giochi e lanci un ponte verso i Cinquestelle.
«Con questi ragazzi di Grillo – confida Vendola in un Transatlantico deserto – noi ci parliamo. Molti di loro ci hanno votato in passato. Alcuni sono persino venuti da me a raccontarmi che avevano ricopiato le mie poesie sul diario ai tempi del liceo».
Certo, il leader di Sel è consapevole che nel Pd, dopo l’affondo di Renzi, è in corso un congresso sotto mentite spoglie.
E la partita del Quirinale rischia di spaccare definitivamente il partito.
«Ma come diceva Pasolini, “piange ciò che muta, anche per farsi migliore”.
In queste due settimane siamo entrati in un’acceleratore che cambierà per sempre non solo il Pd ma tutta la politica italiana».
Vendola non è l’unico a prevedere lacerazioni tra i democratici.
Sul fronte opposto, quello che guarda alla larga coalizione con il centrodestra, anche Beppe Fioroni mette in guardia chi immagina candidati che possano risultare troppo «divisivi» e ostili pregiudizialmente al Pdl: «Un presidente condiviso sarebbe la prima vera riforma italiana. Ma un presidente da combattimento provocherebbe un Big Bang nel Pd dalle conseguenze micidiali».
Tra candidati che finiscono sott’acqua e altri che si affacciano, ieri è stata la giornata in cui un partito è venuto alla scoperto ufficialmente con una proposta: i socialisti di Riccardo Nencini, alleati del Pd, hanno riunito la Direzione votato Emma Bonino for president.
Sotto traccia si fanno altri nomi di outsider.
A sorpresa spunta quello del filosofo Massimo Cacciari, attento al fenomeno grillino.
Francesco Bei
(da “La Repubblica“)
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