Aprile 4th, 2013 Riccardo Fucile
FRECCIATE AI DEPUTATI DI RENZI: SABOTATORI… “NON SIAMO IN GERMANIA PER POTER FARE LA GRANDE COALIZIONE, QUI C’E’ BERLUSCONI”
«Basta mettere in fila le mosse degli ultimi giorni. Renzi vuole creare problemi a Pierluigi e i suoi si
muovono come una corrente».
A Largo del Nazareno, Bersani e i suoi collaboratori scrutano con fastidio e sospetto le ultimi uscite del sindaco di Firenze.
«Non è il momento di mettere ostacoli» sul cammino del segretario. Non saranno «macigni», dicono, ma la partita del Colle richiede la massima unità del Pd, tanto più se si dovesse arrivare a votare il nuovo capo dello Stato senza le larghe intese.
C’è adesso l’ombra dei franchi tiratori renziani che ieri si è allungata di molto quando i senatori legati al primo cittadino, muovendosi come una falange, hanno presentato un disegno di legge per l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti.
Un segnale chiaro. Un modo per dire: noi ci siamo e possiamo essere determinanti. «Sta marcando il campo », dice il capogruppo al Senato Luigi Zanda.
Secondo il quale è stato un errore quel ddl. «E i giuramenti di Renzi sulla corrente che non sarebbe mai nata sono andati a farsi benedire».
Si confrontano due oggettive difficoltà .
Quella del segretario che punta ad arrivare a Palazzo Chigi attraverso il suo schema bocciato nel primo giro di consultazioni.
E quella di Renzi, per il quale la nascita di un governo che dura anche solo due anni «segnerebbe un arretramento, potrebbe diventare un treno perso», ammette uno dei suoi deputati.
Ecco perchè scatta l’operazione sabotaggio, spiegano a Largo del Nazareno.
Matteo Richetti, tra i più vicini a Renzi, si è già guadagnato l’appellativo scherzoso di «sabotatore». Così lo chiama Dario Franceschini ogni volta che lo incrocia alla Camera.
«Il possibile successo del segretario rovina i piani al rottamatore», dicono i bersaniani. E la rottura della tregua significa che oggi le chance del segretario sono in ascesa, che aver ribaltato l’ordine dei lavori mettendo al centro l’elezione del Colle dà a Bersani i margini di manovra che non ha avuto finora.
Renzi perciò deve uscire dall’angolo, ostacolando questa trattativa.
E seminando il panico nel partito.
Lo chiamano in tanti in queste ore. Telefonate che arrivano anche dal gruppo che sostiene (o ha sostenuto) il leader fino a questo momento.
Ai suoi interlocutori il sindaco ha fatto capire di voler giocare il match a tutto campo. Senza escludere alcuna opzione.
Aveva detto di non essere interessato alla segreteria del Pd, che la sua unica mission erano le primarie per Palazzo Chigi, vincerle e candidarsi alla guida del Paese.
Ma se Bersani va fino in fondo, la strategia può cambiare.
«Sono pronto ad affrontare il congresso e a presentarmi come segretario», ha detto stupendo un “amico”.
Creando una coabitazione con Bersani complicata e pericolosa.
La premiership del resto è in bilico. «C’è la sfida del Quirinale, ci sono le sentenze di Milano. L’atteggiamento di Berlusconi nei confronti dello schema Bersani potrebbe cambiare», ammette Richetti.
Il segretario ha appena cominciato le sue manovre per la scelta del presidente: oggi vede Monti e organizza l’incontro con il Cavaliere.
Deve potersi muovere senza intralci. Per questo, i suoi non accettano l’aut aut di Renzi. «Cosa vuol dire “fate le larghe intese”? Se fossimo in Germania la Grande coalizione sarebbe già nata. Con il risultato elettorale di febbraio il partito che è arrivato primo guida il governo e il secondo prende il ministero degli Esteri o la vicepresidenza del Consiglio. Ma non siamo in Germania, qui c’è Berlusconi. Matteo non lo sa?».
Insistere sull’alternativa tra “armistizio” come lo ha chiamato ieri Francesco Boccia, uno di quelli che sente più spesso il sindaco, e il voto significa fare un piacere al Cavaliere.
Ma anche il segretario ha un problema: la sua maggioranza congressuale regge di fronte a certi nomi che circolano per il Colle (Prodi in primis)?
E i Giovani Turchi, favorevoli al voto a giugno, non sono pronti a siglare loro una tregua generazionale con Renzi lasciandogli la guida della “ditta”?
Goffredo De Marchis
(da “la Repubblica“)
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Aprile 3rd, 2013 Riccardo Fucile
NAPOLITANO PRONTO A DIMETTERSI APPENA ELETTO IL SUO SUCCESSORE…. RENZI NERVOSO
«Si ripartirà dalla mia proposta. Non vedo un’altra strada ». Pierluigi Bersani accantona solo
temporaneamente la sua candidatura a Palazzo Chigi per tirarla fuori di nuovo dopo l’elezione del capo dello Stato.
Un passaggio decisivo anche per l’esecutivo del futuro e che «il Pd giocherà da azionista di maggioranza », dicono a Largo del Nazareno, cercando di piegarla a favore del «governo del cambiamento », ossia del progetto del segretario.
La trattativa ora si sposta su un altro tavolo.
E i tempi per il voto sul Quirinale cominciano a essere stretti, lo stallo impone un’accelerazione.
Il presidente della Camera Laura Boldrini, d’intesa con la presidenza del Senato, convocherà il Parlamento in seduta congiunta per la prima votazione giovedì 18 aprile
La strategia nasce dall’attuale inquilino del Colle Giorgio Napolitano.
Le procedure per l’elezione del nuovo presidente partono il 15 aprile.
Di solito, il voto dei grandi elettori subisce qualche slittamento per i ritardi nell’indicazione dei delegati regionali.
Stavolta non sarà così, la situazione non consente rinvii.
Già la scorsa settimana il segretario generale della presidenza della Repubblica Donato Marra ha sondato le assemblee regionali per avere garanzie sui loro delegati.
Il problema del Friuli, che va alle urne il 21 giugno, è superato: sarà il vecchio consiglio a eleggere i suoi rappresentanti.
Dopo questo giro, Marra ha avvertito Boldrini e Grasso.
Tocca alla prima convocare le Camere visto che gli elettori si riuniscono in seduta congiunta a Montecitorio.
Marra ha spiegato che Napolitano vuole fare presto e non appena sarà eletto il nuovo capo dello Stato, il presidente uscente lascerà il Quirinale.
Sarà un cambio della guardia rapidissimo, non si arriverà alla scadenza naturale del settennato che è il 15 maggio.
Si chiamano “dimissioni di cortesia”: non lasciano appeso il nuovo presidente ed evitano all’ex una scomoda coabitazione.
Su queste basi e con questo calendario, Bersani inizia il rush finale intrecciando Quirinale e il suo destino da premier.
Lo fa aprendo alle larghe intese, a un incontro con Silvio Berlusconi «nelle sedi istituzionali», che ha accuratamente evitato durante le consultazioni.
Ma soltanto per il nome da mandare al Colle e in cambio di un’adesione del Pdl al suo progetto: una Costituente con tutti dentro per varare le riforme e un esecutivo che si appoggia sulle astensioni, cioè un governo di minoranza che avvii la legislatura. I due cerchi.
O il doppio binario.
Sul piatto il Pd è disposto a mettere in gioco le cariche istituzionali.
Il nuovo capo dello Stato lo sceglierebbe il centrosinistra in una rosa di nomi non sgraditi al centrodestra.
In questo caso i favoriti sono Giuliano Amato, Franco Marini e Massimo D’Alema.
E se il Pdl grida comunque all’occupazione militare delle poltrone istituzionali?
A Largo del Nazareno sono convinti di avere una soluzione, anche scompaginando gli assetti attuali.
In cambio della garanzia sul governo, infatti, Pietro Grasso potrebbe finire nell’esecutivo alla casella ministro della Giustizia.
Liberando così la poltrona di Palazzo Madama, mettendola a disposizione dell’intesa “costituente” con Berlusconi.
La vera arma finale contro le resistenze del Cavaliere sono i numeri per eleggere il presidente della Repubblica.
Il Pd avrà , il 18 aprile, circa 490 grandi elettori sul quorum della maggioranza assoluta (505) che scatta dalla quarta votazione.
È sufficiente un patto con Mario Monti per scegliere in solitudine, escludendo il Pdl, il dominus della politica italiana per i prossimi sette anni.
E potrebbe salire al Colle una personalità che avrebbe il potere di sciogliere le Camere o di mandare il governo Bersani in Parlamento a cercarsi la fiducia anche senza numeri certi.
È un rischio che Berlusconi si può permettere?
Nel caso di una decisione “solitaria”, i candidati Romano Prodi o Stefano Rodotà (gradito ai 5stelle) avrebbero la pole position e rappresentano un incubo per l’uomo di Arcore atteso da parecchie scadenze giudiziarie.
Da segretario del Pd con pieni poteri, Bersani cerca la via per affermare la sua proposta di governo attraverso l’elezione del presidente della Repubblica.
Aprendo alle larghe intese per il Quirinale, il segretario pensa di aver “congelato” anche il dibattito interno al Pd.
La direzione slitta e nei prossimi 15 giorni sarà lui a condurre il gioco.
Matteo Renzi però non sta a guardare. Tra una riunione del patto di sindacato dell’aeroporto di Firenze e una visita istituzionale, il sindaco ha seguito la conferenza stampa del segretario.
«Pierluigi si è preso altre due settimane. E ancora non abbiamo capito se è per la larghe intese o per il voto», è stato il velenoso commento espresso parlando con i suoi fedelissimi.
Renzi è nervoso, non condivide la strategia di Bersani «che ha un senso solo se punta alla riforma della legge elettorale. Se fosse così me ne starei bonino perchè l’interesse del Paese viene prima di tutto. Ma non so se è questo l’obiettivo ».
Dopo un silenzio di alcuni giorni, è tornato a parlare pubblicamente battendo sul tasto che fa più male a Bersani: il finanziamento pubblico.
Sul suo sito, Renzi ha pubblicato l’elenco dei sostenitori della Fondazione Big Bang chiosando: «Si può fare politica anche senza soldi dello Stato».
A Montecitorio i renziani sono ancora più espliciti. «Se Bersani pensa di scegliersi il capo dello Stato per avere un incarico purchessia, questa non è la nostra posizione ».
E pesano non poco i 51 parlamentari scelti dal sindaco di Firenze, in una partita in cui i franchi tiratori hanno sempre fatto e disfatto trame apparentemente perfette.
Le prossime settimane sono dunque decisive anche per la tenuta del Partito democratico.
Come nella Prima repubblica, la solidità delle forze politiche viene messa alla prova quando si vota il capo dello Stato.
Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica“)
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Aprile 3rd, 2013 Riccardo Fucile
“PRONTO A INCONTRARE BERLUSCONI, MA NELLE SEDI ISTITUZIONALI”
Il governissimo con Berlusconi è escluso.
Bersani non cambia schema di gioco: «Noi siamo partiti dalle condizioni del paese, anche se la cosa può apparire un po’ esoterica…».
A un’Italia che ha perso la fiducia, bisogna offrire il cambiamento che chiede.
Rifà il punto, il segretario del Pd, con una premessa importante: «Il ritorno al voto sarebbe un’ipotesi disastrosa ».
Ripete più volte — nella prima conferenza stampa da non-più premier pre-incaricato — di «pensarci bene» all’offerta del Pd: quel doppio binario dell’esecutivo di cambiamento e della convenzione per le riforme con il Pdl resta la carta giusta.
Ne è convinto al punto da rivolgere l’ennesimo appello ai 5Stelle: «Guardate meglio alla nostra proposta, non mettete in frigorifero 8 milioni di voti ottenuti».
Diverso è l’invito al Pdl: prenda atto cioè, dell’ingovernabilità a cui porterebbe un governissimo. Sarebbe la prova provata di una politica chiusa nel suo fortino.
Nella sede del partito al Nazareno, il vice Enrico Letta accanto, il segretario democratico tornato dalla Pasqua in famiglia, a Piacenza, ammette innanzitutto che il suo pre-incarico è «assorbito, in questa nuova fase, dai saggi. Il che non vuol dire che vado al mare. Io ci sono, non intendo essere un ostacolo ma ci sono ».
Ecco, se il partito è attraversato dai malumori, se alcuni gli chiedono un’autocritica per lo stallo politico, questo non è avere il partito contro: «Prendete sul serio quel che dice una persona seria: quando ci sarà il congresso, girerà la ruota».
Intanto nel risiko del governo — garantisce il segretario, parlando di sè in terza persona — «se Bersani serve nella strada del cambiamento, l’unica possibile, allora Bersani c’è, ma se è di ostacolo è a disposizione, perchè prima c’è l’Italia. Non si dica che mi ostino».
La partita politica è in realtà cambiata, perchè prima viene l’elezione del successore di Napolitano e poi l’esecutivo.
La formazione del nuovo governo attende una «ripartenza», che è tutta nelle mani del nuovo capo dello Stato: riconosce il leader del Pd.
Ora ci sono i saggi che è quanto «Napolitano doveva e poteva fare per dare continuità istituzionale».
Ma chi sarà il candidato del centrosinistra al Colle? Sarà Prodi, in un braccio di ferro con il Pdl?
«Prendeteci in parola, per favore! — risponde Bersani — La Costituzione prevede una convergenza parlamentare larga o largissima. Il Pd lavorerà per questo», consapevole della figura di garanzia che il presidente della Repubblica rappresenta.
Pronto, il segretario del Pd, ad incontrare Berlusconi: «Non un incontro ad Arcore o a Palazzo Grazioli, ma nelle sedi istituzionali sì. Sarei stato contento se fosse venuto alle consultazioni».
Non è un problema di non-riconoscimento, è che una maggioranza con il Cavaliere è un film già visto: «Abbiamo un’esperienza alle spalle, il governo Monti, e abbiamo già visto l’impasse ».
Nelle prime tre votazioni per il Quirinale occorre non a caso la maggioranza dei due terzi, e quindi la condivisione sarà la stella polare del centrosinistra.
Lo ripete Dario Franceschini. Ma no a ricatti o a scambi indecenti.
Solo la prossima settimana, i Democratici dovrebbero convocare una Direzione.
Qui si discuterà dei nomi per il Colle e anche delle mosse per il governo: Matteo Renzi, i Popolari di Fioroni, Veltroni e un fronte sempre più ampio nel Pd è a favore di un governo di scopo o “istituzionale”, di breve durata e con poche indispensabili riforme da condurre in porto.
Giovanna Casadio
(da “La Repubblica”)
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Aprile 2nd, 2013 Riccardo Fucile
IL SEGRETARIO CERCA DI USCIRE DALL’ANGOLO E PUNTA SULL’EX PREMIER PER IL QUIRINALE
Pier Luigi Bersani è convinto: «La priorità ora è l’elezione del presidente della Repubblica»,
annuncia ai suoi.
E aggiunge: «Dopo la scelta del nuovo capo dello Stato ci saranno ancora più elementi che giustificheranno l’esigenza di un governo di cambiamento, e che chiariranno che le ipotesi delle larghe intese o di un nuovo esecutivo tecnico retto da una strana maggioranza sono impraticabili».
Già , perchè se l’elezione del presidente avvenisse senza l’aiuto del Pdl ma con l’apporto dei grillini e, magari, di qualche montiano, sarebbe veramente difficile mettere di nuovo insieme attorno a un tavolo il Pd e il Pdl.
Ed è proprio questa l’idea che sta accarezzando Bersani per uscire dall’angolo e rilanciare.
Un capo dello Stato di rottura nei confronti di Berlusconi scriverebbe la parola fine sul tormentone delle «grandi intese», come su quello di un governo modello Monti.
Il nome vincente in questo senso potrebbe essere quello di Romano Prodi.
Ai più è sfuggito il post pubblicato sul blog di Grillo sabato scorso.
Ma al Pd lo hanno letto con attenzione e grande interesse.
È vero, il leader del Movimento 5 Stelle sostiene di non voler vedere un politico già usato al Quirinale, però poi accusa Partito democratico e Pdl che «vorrebbero un presidente “quieta non movere et mota quietare”, non un Pertini, ma neppure più modestamente un Prodi che cancellerebbe dalle carte geografiche Berlusconi».
Sì, Prodi sarebbe l’uomo giusto al posto giusto (anche se si parla pure di Stefano Rodotà e Gustavo Zagrebelsky).
Al Pd pensano che l’ex premier dell’Ulivo potrebbe ridare l’onore al centrosinistra e l’incarico a Bersani.
Ma per ora nessuno vuole bruciare nè tappe nè nomi, perciò la raccomandazione è: «Prudenza».
Anche perchè Silvio Berlusconi ha subodorato che c’è qualcosa che non torna.
E si è insospettito non poco anche delle mosse di Giorgio Napolitano che a suo avviso servono «a prendere tempo e rendere impraticabile la strada delle elezioni in estate» e rischiano di «metterci fuori dai giochi sul Quirinale».
«Stiamo attenti – ripete incessantemente ai suoi il leader del centrodestra – perchè come ai tempi di Monti è in atto un’operazione contro di noi, questa volta per eleggere il capo dello Stato senza che i nostri voti siano determinanti».
Il Cavaliere è convinto di essere al cospetto di «una trappola» e come i bersaniani guardano con un certo sospetto Enrico Letta, Massimo D’Alema e Matteo Renzi, perchè pensano che stiano lavorando di sponda con il Quirinale, per dare vita a un governo che non sia presieduto dal segretario, così lui teme che riparta dentro il Pdl il tentativo di parricidio.
«Se c’è qualcuno che nel centrodestra pensa di approfittarne per mettermi da parte, sta facendo male i suoi calcoli, perchè io rovescio il tavolo», è il ritornello che più di un suo interlocutore si è sentito ripetere da Berlusconi.
Ma in queste stesse ore, quasi fossero predestinati a cadere insieme, anche Bersani fa riflessioni analoghe: «I saggi non possono preparare il terreno per le larghe intese, se c’è qualcuno nel partito che invece ha in mente questo obiettivo lo dica chiaramente».
E a sentire certe affermazioni, in mente, quell’opzione, la hanno in diversi.
Paolo Gentiloni, per esempio, che dice: «Sto dalla parte di Enrico Letta che ha dato sostegno e fiducia a Napolitano».
Mentre un altro renziano, Angelo Rughetti, propone: «Si potrebbero stabilizzare i gruppi di lavoro in un nuovo governo».
Per questa ragione Bersani si è reso conto che è quanto mai necessario uscire dall’angolo e non assecondare il tentativo di chi nel Pd vuole prendere tempo e, magari, sfruttare l’allungarsi dei giorni per lavorare all’insaputa del segretario su una candidatura al Quirinale che non guardi solo a sinistra. «Io – spiega ai suoi Bersani – rimango in campo e non mi ritiro.
La linea resta quella del governo di cambiamento: non si possono fare le larghe intese solo perchè i saggi dicono che c’è l’accordo su due, tre punti».
Del resto, continuano a ripetere i bersaniani del giro stretto, il presidente della Repubblica non ha dato l’incarico a nessun altro, quindi… Quindi, avanti ancora sulla linea di sempre.
Ne è convinto uno come Matteo Orfini, secondo il quale «la soluzione proposta da Bersani è la più forte anche perchè non ci sono nomi nuovi per la premiership».
E quindi, per dirla con Alessandra Moretti: «Noi vogliamo un governo di cambiamento e Bersani deve esserne a capo».
Maria Teresa Meli
(da “il Corriere della Sera“)
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Aprile 2nd, 2013 Riccardo Fucile
DA D’ALEMA A RENZI L’AREA DEI CONTRARI AL VOTO SUBITO
La resa dei conti è nei fatti, forse proprio per questo la direzione del Pd slitterà alla prossima
settimana.
Nessuno vuole un confronto pubblico in tempi brevi.
Del resto, la riunione non è mai stata convocata e a Largo del Nazareno si fa notare che il Partito democratico «è l’unica forza politica a cui si chiede di convocare in continuazione gli organismi dirigenti».
Non è il momento di confronti in diretta streaming, di fronte alla fine del settennato di Giorgio Napolitano e al voto per il suo successore.
Non lo vogliono nè Pierluigi Bersani nè il fronte del suo partito che è pronto a contestarne tutti i passaggi compiuti nel periodo che va dalla mezza vittoria del 25 febbraio al congelamento di Giorgio Napolitano.
Fronte che si allarga ogni giorno di più: l’ipotesi del governo del presidente rimane in piedi anche dopo l’elezione del nuovo capo dello Stato.
Ed è questa l’opzione che registra un’alleanza traversale tra Matteo Renzi, Dario Franceschini, Veltroni, D’Alema e il vicesegretario Enrico Letta nella versione di un esecutivo che abbia solo un obiettivo: cambiare la legge elettorale.
I bersaniani rimangono aggrappati al preincarico mai revocato del loro leader solo pro forma.
In realtà Bersani è pronto a svolgere il ruolo di regista per le tappe future (a cominciare dalla scelta del presidente della Repubblica) con le mani libere «del segretario del Pd», spiega uno dei suoi fedelissimi.
Quel ruolo non è in discussione. E non vuole metterlo in discussione il diretto interessato, con un passo indietro o di lato.
Soprattutto, in vista della partita per il Quirinale. Sarà lui stesso a guidare le trattative per il Colle, a dire l’ultima parola.
Ecco perchè la direzione può aspettare: le procedure per l’elezione del nuovo capo dello Stato cominciano il 15 aprile, non è ora di un dibattito interno.
Questa linea espone certo il segretario al vento dei sospetti, dei veleni e delle interviste. Di un
fuoco incrociato, cioè, sulla condotta tenuta fin qui. E se la direzione può essere posticipata, molti dei suoi critici organizzano la battaglia nei gruppi parlamentari.
Chiedendone la convocazione il prima possibile, per una discussione vera, a cuore aperto. I numeri dei gruppi parlamentari sono diversi da quelli della direzione e le mosse sulle presidenze delle Camere non favoriscono l’unità intorno a Bersani.
Quindi la “sospensione” decisa dal Colle e il voto sul presidente lasciano aperta la porta a un governo istituzionale. «I saggi preparano una soluzione anche per chi verrà dopo Napolitano», spiega un deputato Pd che considera indispensabile un’intesa con il centrodestra.
La pensa così anche Paolo Gentiloni, deputato renziano.
«È necessario difendere il lavoro portato avanti dal presidente della Repubblica e non renderlo complicato, visto che già è difficile. Male che vada sarà un lavoro istruttorio che utilizzerà il suo successore».
Il punto è non far precipitare la crisi verso le elezioni anticipate. «Abbiamo avuto un no da parte di Berlusconi e dal Movimento 5 Stelle e abbiamo giustamente detto no ad una coalizione politica Bersani-Berlusconi. In questa situazione il presidente della Repubblica non poteva fare altro, anche perchè il voto nell’immediato sarebbe una follia».
Gentiloni considera prematura dunque una discussione interna al Pd. «Lasciamo lavorare Napolitano », è la sua parola d’ordine.
Ma anche i sostenitori del governo del presidente temono il confronto, al pari degli altri.
Perchè la conta su «voto subito o no» può riservare delle sorprese.
I Giovani Turchi di Orlando, Fassina e Orfini sono contrari a qualsiasi intesa con il Pdl.
A costo di correre verso le urne.
«In quel caso – spiega Orfini – se Renzi crea le condizioni giuste, sarà lui il leader di tutti. Altrimenti, troveremo un’altra candidatura per le primarie».
Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica”)
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Marzo 29th, 2013 Riccardo Fucile
AL COLLE DICE: DA NOI APPOGGIO ESTERNO…E NEL PD RENZI E’ DI NUOVO IN CAMPO
Pier Luigi Bersani tenta di giocarsi le ultime carte al tavolo della presidenza del Consiglio. Il segretario del Partito democratico va al Quirinale e non sfugge al confronto con l’inquilino del Colle.
Nè rinuncia a giocare duro: «Non c’è un altro tentativo oltre il mio, non esiste un governo che prenda più voti di quanti ne possa prendere io. Noi non possiamo fare compromessi obbligati: il nostro elettorato ci guarderebbe malissimo. Faremmo un regalo a Grillo e anche a Berlusconi».
Poi, per perorare la sua causa il segretario del Pd spiega: «Non è possibile che chi ha perso le elezioni possa indicare il candidato alla presidenza della Repubblica».
Quindi Bersani lascia intravedere uno spiraglio a Napolitano: «Maroni mi ha detto che preferisce me a un tecnico, perchè dice che so quello che si deve fare…».
A onor del vero, però, non sono queste le parole che hanno mosso Giorgio Napolitano a un supplemento d’indagine.
È stato un altro discorso quello che ha colpito il capo dello Stato, che non pensava di trovarsi di fronte un Bersani così poco propenso a gettare la spugna di fronte all’evidenza: «Se vuoi fare il governo del Presidente, sappi che noi possiamo al massimo garantirti un appoggio esterno. Nel senso che lo faremo nascere ma non lo sosterremo in nessun modo e ogni volta che ci capiterà di dover votargli contro lo faremo senza problemi».
Al Pd raccontano che dopo le parole di Bersani il presidente della Repubblica si sia inquietato.
Già , perchè sempre a largo del Nazareno giurano e rigiurano che il patto tra il capo dello Stato e il segretario era chiaro: tu provi a formare un governo, ma se non ci riesci sai che non si va alle elezioni, bensì a un esecutivo di scopo che mandi in porto poche fondamentali cose: riforma della legge elettorale, revisione radicale del finanziamento pubblico dei partiti, riduzione dell’Imu, legge di stabilità .
È su questo patto che è nato il tentativo Bersani.
Ma ora il segretario del Partito democratico ha spinto più in là la frontiera del confronto: «Io sono pronto ad andare in Parlamento a cercarmi la maggioranza nelle aule sugli otto punti del mio programma. Se tu pensi che non si possa andare così, mi devi dimostrare che c’è una maggioranza alternativa: a quel punto io mi farò da parte»
Ma mentre il segretario gioca la sua partita per palazzo Chigi, nel partito si è aperta la corsa alla premiership prossima futura.
In aprile verrà convocata una direzione straordinaria, cui spetterà il compito di indire le procedure per il congresso del Pd che si terrà in autunno.
A quel punto Matteo Renzi dovrà rettificare la sua road map.
Lui non avrebbe voluto incrociare la sua rincorsa a quella interna al Pd.
La sua idea era quella di giocarsi la partita per la premiership evitando quella per la segreteria. Ora diventerà più difficile tenersi lontano da quella tenzone.
Renzi lo sa e prepara le contromosse con un unico punto fisso: «Non mi farò mai cooptare da quelli».
Quelli sono lì, che lo aspettano. Alcuni speranzosi di coinvolgerlo e di mettersi dietro di lui per evitare l’ondata grillina. Non a caso ogni giorni il sindaco di Firenze parla con Enrico Letta, Dario Franceschini e Vasco Errani.
Ossia con gli esponenti che in questi giorni stanno seguendo da vicino le trattative di Bersani. Errani poi è uno dei membri del cosiddetto “tortello magico”, ossia del circolo degli emiliani di cui il segretario si fida ciecamente.
Comunque il sindaco rottamatore sta scaldando i motori per riavviare la sua campagna elettorale.
In questi giorni, lontano dalle luci dei riflettori e dai microfoni dei cronisti, Renzi ha incontrato sia Massimo Zedda, sindaco Sel di Cagliari, che il primo cittadino di Napoli Luigi de Magistris.
Formalmente incontri tra colleghi, in realtà colloqui che servono a Renzi per rafforzarsi sul fianco sinistro, quello che è risultato il più debole nelle primarie combattute contro Bersani.
Il sindaco rottamatore sa che è a sinistra che gli mancano ancora i consensi, come sa che in quel mondo stanno pensando a una candidatura alternativa a lui: quella della presidente della camera Laura Boldrini o del primo cittadino di Milano Giuliano Pisapia.
Maria Teresa Meli
(da “il Corriere della Sera“)
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Marzo 28th, 2013 Riccardo Fucile
OGGI ASSEMBLEA DEI GRUPPI, GIA’ MARTEDI’ NOTTE GRILLINI SPACCATI: 60 SU 109 I NO ALLA FIDUCIA A BERSANI
Ci sono molti volti, sotto la finta unanimità ostentata dal Movimento 5 Stelle.
Molte sfumature, dietro il no di Vito Crimi e Roberta Lombardi a Pier Luigi Bersani. C’è, soprattutto, la volontà di alcuni dei parlamentari grillini di discutere un piano B. Davanti a un nome lontano dai partiti, tutto potrebbe cambiare.
Nella rosa ci sono il giurista Stefano Rodotà , il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky, una persona come Gino Strada ministro della Sanità .
E anche se la linea ufficiale resta «sì solo a un nostro governo», davanti a nomi nuovi sarebbe ben arduo per i capigruppo tenere insieme tutta la truppa.
Che è più spaccata di quel che si lasci intendere, visto che alla Camera — martedì notte — i no a Bersani non sono stati 109, ma solo 60. In 4 hanno votato per il “se” — la possibilità di ridiscutere davanti a una nuova proposta del segretario pd — gli altri si sono astenuti.
«Perchè non era neanche il caso di votare», spiega qualcuno, ma la storia è comunque diversa dalla versione ufficiale.
Un governo del presidente non a guida pd?
«Ne possiamo parlare», risponde Stefano Vignaroli. «Perchè no?», gli fa eco Andrea Cecconi. Non sono i soli.
Al Senato lo pensano in molti.
E quindi, mentre Beppe Grillo lanciava una nuova invettiva contro i partiti, i suoi parlamentari si interrogavano su cosa fare nel secondo round, in caso Bersani non ce la faccia.
Non sono piaciute ad alcuni, invece, le parole di Roberta Lombardi durante il colloquio con Bersani, il suo riferimento a Ballarò.
E oggi, nella riunione congiunta tra deputati e senatori in cui si parlerà della linea politica, non è escluso che qualcuno chieda un voto sulla sua gestione del gruppo.
In attesa che arrivi Grillo: vedrà i parlamentari, ma non si sa ancora quando.
L’ipotesi di questo week-end si allontana.
In molti, vogliono tornare a casa.
Annalisa Cuzzocrea
(da “La Republica“)
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Marzo 28th, 2013 Riccardo Fucile
MA AUMENTA ANCHE SUL FUTURO DEL PAESE IN GENERALE
Nessuno sa in questo momento se Bersani riuscirà nel suo intento di creare una coalizione di
governo che possa ottenere la fiducia in Parlamento.
Al riguardo, si leggono, ancora in queste ore, le opinioni più diverse, da quelle più ottimiste – che ipotizzano, sulla spinta dell’esigenza di dare un governo al nostro Paese, il consenso di vari partiti (o pezzi di partiti) alla proposta del segretario Pd – ai più pessimisti, che vedono nei veti incrociati un ostacolo insormontabile al tentativo di Bersani.
Gli italiani, nella loro larga maggioranza, non sembrano credere nella possibilità che Bersani riesca a raccogliere una maggioranza.
Solo il 30 per cento appare in questo senso ottimista, mentre ben il 67 per cento la pensa in modo opposto.
Al solito, le opinioni variano però in relazione all’orientamento politico.
Emerge, in particolare, come le valutazioni più negative sulla capacità di Bersani di riuscire nel suo esperimento si manifestino tra l’elettorato dei partiti che più vi si oppongono o ne appaiono esclusi, quali il Movimento 5 Stelle o il Pdl, ove addirittura l’80 per cento ritiene che il segretario del Pd fallirà .
Viceversa, la maggioranza degli elettori per la coalizione di centrosinistra risulta più fiduciosa, tanto che il 59 per cento dichiara di prevedere che Bersani ce la farà .
Ma è molto significativo rilevare come, anche all’interno della coalizione che appoggia il segretario del Pd, una percentuale di votanti molto consistente (38 per cento) non crede nella riuscita del tentativo in corso.
Insomma, per un motivo o per l’altro, gli italiani appaiono pessimisti.
Sull’esito dell’esperimento di Bersani, ma anche – lo mostrano molte ricerche in corso – sul futuro del Paese in generale, sia dal punto di vista della crescita economica, sia, al tempo stesso, da quello della sua tenuta sociale.
Renato Mannheimer
(da “il Corriere della Sera“)
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Marzo 28th, 2013 Riccardo Fucile
NEL PARTITO CRESCE L’IRRITAZIONE VERSO I GRILLINI: “INCAPACI DI PRENDERSI RESPONSABILITA'”
«Salta il Pd? Ma no, perchè?». Matteo Renzi rassicura. 
Ma il Pd è una pentola a pressione.
La paura del fallimento di Bersani è una spada di Damocle per il centrosinistra. Innescherebbe una reazione a catena e, se il segretario insistesse sulla posizione di chiusura a un “governo del presidente”, rischierebbe di passare in minoranza.
I bersaniani negano. Maurizio Migliavacca, capo della segreteria, piacentino, colui a cui Bersani affida le patate bollenti anche di queste ultime ore, lancia bordate ai 5Stelle: «Si chiariscano le idee e si assumano le loro responsabilità ».
Però il “passo B” non lo prende ancora in considerazione, Migliavacca: «Ammesso che accada il peggio, e incrociamo le dita, se il Colle volesse tentare altre strade non maturerebbero in poche ore».
Il Pd avrebbe cioè tutto il tempo per digerirle.
Ma allora le tensioni sarebbero vicine al punto di rottura. Il tam tam dei renziani per un “governo del presidente” ha messo solo la sordina. Paolo Gentiloni ha rilanciato più e più volte il “governo istituzionale o a bassa intensità politica”, che consentirebbe intese larghe: «Faccio il tifo per Bersani, ma non possiamo tornare al voto con questa legge elettorale e il Pd non potrà che assecondare la decisione del presidente della Repubblica».
Matteo Richetti, braccio destro del sindaco “rottamatore”, aveva brandito, e poi negato, la possibilità di scissione.
Roberto Reggi, “falco” renziano, non ha escluso l’ipotesi che già da subito il presidente Napolitano possa affidare un incarico a Renzi.
A parte il gioco a chi la spara più grossa, al giro di boa per la nascita di un governo Bersani e ancora nell’incertezza, c’è una resa dei conti in atto sulla strategia portata avanti fin qui di abbraccio con i 5Stelle.
Qualche giorno fa, Renzi aveva detto che l’inutile perdita di tempo dietro ai grillini, rendeva la strada verso il governo «da stretta a strettissima».
Mantra renziano di ieri, dopo la performance grillina in streaming, la conferenza stampa, gli insulti di Grillo sul blog e lo spariglio serale su un altro nome per il governo che non sia Bersani. «I 5Stelle così facendo si stanno rivelando dei matti — afferma Pippo Civati, simpatizzante dei grillini — hanno un atteggiamento impolitico, dicono tutto e il suo contrario. Sono disposti ad appoggiare un governo non guidato da Bersani? Parlassero chiaro. Per il Pd è davvero un momento difficile. Su Twitter circola la battuta: “Abbiamo cominciato con Saviano e finiamo con Miccichè”».
A pranzo con i fedelissimi — Enrico Letta, Dario Franceschini, Vasco Errani e Migliavacca — Bersani ha mostrato l’irritazione verso i 5Stelle che «hanno paura di prendersi le responsabilità e di affrontare i temi veri».
«Pier Luigi avrebbe dovuto reagire più duramente agli insulti, alle contumelie di Grillo, che si mette sotto i piedi le istituzioni», argomenta su Facebook Donatella Ferranti, cattolicodemocratica, convinta che Bersani sia da sostenere fino all’ultima possibilità , però poi si cambia registro e non si torna alle urne.
E persino la “gauche” del Pd, i cosiddetti “giovani turchi”, da Orlando a Orfini, hanno una posizione più sfumata.
Avevano sempre sostenuto: o Bersani o voto; ora sembrano più possibilisti verso una soluzione del presidente, a patto che non comporti un governissimo.
Non così, Stefano Fassina, che precisa: «Bersani ce la farà , però se così non fosse allora, meglio andare al voto e il più rapidamente possibile».
Giovanna Casadio
(da “La Repubblica”)
argomento: Bersani, Napolitano | Commenta »