Marzo 11th, 2013 Riccardo Fucile
I FEDELISSIMI DI BERSANI: “MATTEO MOSTRA SCARSO RISPETTO PER LA COMUNITA’ DI CUI FA PARTE”
«Chi ha seguito i lavori della Direzione nazionale del Pd sa bene che il tema del
finanziamento ai partiti è ben compreso negli otto punti approvati all’unanimità ».
La nota con la quale il partito democratico replica a Matteo Renzi che aveva proposto l’abolizione del finanziamento pubblico tout court, non è ufficiale, ma sa lo stesso di scomunica.
Il sindaco di Firenze si è preso una tirata di orecchi e con questo si sono riaperte le ostilità interne al partito in vista delle primarie probabili in caso di elezioni anticipate.
La questione dei finanziamento pubblico dei partiti è diventato il pomo della discordia all’interno del Pd.
Sia Bersani che Renzi sono per rivedere questa materia, ma mentre il primo (il segretario) è per una revisione all’interno di una norma più generale sui partiti che preveda comunque un sostegno economico pubblico, il secondo (il sindaco di Firenze) è per l’abolizione del finanziamento, punto e basta.
La controversa era nell’aria fin da mercoledì scorso, quando c’è stata la Direzione del partito, ma è scoppiata sabato sera, a «Che tempo che fa» quando Renzi ha specificato il suo totale dissenso con la segreteria su questo punto.
Mercoledì Renzi, com’è noto, aveva lasciato l’assise del partito senza prendere la parola.
La questione del finanziamento, così come proposta da Bersani, non gli era piaciuta e poneva l’esigenza che su questo si confrontassero gli eletti in parlamento.
Il Segretario, nella replica alla fine della Direzione, aveva chiarito il suo punto di vista sulla materia: «Dichiaro l’assoluta disponibilità ad un superamento dell’attuale sistema di finanziamento dei partiti – aveva detto – ma lo mettiamo in connessione con il funzionamento democratico dei partiti».
Riforma del finanziamento sì – è l’idea del segretario – abolizione totale no.
Come peraltro si dice nei famosi otto punti della piattaforma votata dalla Direzione, dove si parla di «Legge sui partiti con riferimento alla democrazia interna, ai codici etici, all’accesso alle candidature e al finanziamento»
Questo è il quadro della controversia sabato sera, quando Matteo Renzi è ospite di Fazio e rende evidente tutto il suo dissenso: «Se Bersani agli otto punti aggiungesse l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti non farebbe alcun atto di demagogia ma di serietà ».
La disputa ormai è chiara e la questione è diventata terreno di conflitto.
Al punto che Stefano Fassina, vessillifero del bersanismo, dà una lavata di capo al recalcitrante Sindaco: «Renzi mostra scarso rispetto per la comunità di cui fa parte – dice – e cavalca spregiudicatamente l’antipolitica, provando a ridicolizzare il Pd in una situazione certamente difficile».
«Proporre di ascoltare i neo eletti come chiede Renzi – replica il parlamentare renziano Ernesto Carbone – è forse per Fassina mancanza di rispetto? ».
Anche Arturo Parisi (da sempre contro il finanziamento pubblico) invoca chiarezza. «A questo punto, se si profilasse un ritorno alle urne – aggiunge la deputata amica del Sindaco, Simona Bonafè – Renzi rientrerebbe in pista con nuove primarie. E penso che sarebbe molto opportuno».
Raffaello Masci
(da “La Stampa”)
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Marzo 11th, 2013 Riccardo Fucile
ERRANI FA DA PONTIERE E ARRIVANO LE PRIME APERTURE, MA NEL PD ARRIVANO I MUGUGNI: “BASTA INSEGUIRE GRILLO”
«Io ci credo, mi voglio giocare il tutto per tutto». Il sentiero che porta alla nascita del
governo Bersani è strettissimo.
Il segretario del Pd ne è consapevole.
Sa che il dialogo con i grillini può rivelarsi un percorso costellato di trappole. Ed è conscio che ogni rapporto con il centrodestra è impraticabile.
Eppure vuole provarci, appendendo il filo della speranza alla possibilità che un gruppo di eletti del Movimento 5Stelle conduca Grillo e Casaleggio sulla strada della ragionevolezza.
Una eventualità per il momento assai remota.
«Ma io ci credo – ripete a tutti il leader democratico – e sono pronto a cogliere questa occasione, questa è la mia occasione».
Bersani non parla ancora di ultima chance, ma certo se l’incarico che riceverà la prossima settimana dal capo dello Stato non si tramutasse in un esecutivo, allora l’ipotesi del passo indietro assumerebbe contorni piuttosto concreti.
Per questo il segretario sta studiando ogni mossa per giocarsi tutte le sue carte.
Una partita che, appunto, continua a passare nell’angusto tunnel che conduce nel mondo grillino.
E per la scelta di mettere a disposizione degli altri gruppi parlamentari le presidenze di entrambe le Camere: Montecitorio e Palazzo Madama.
Per questo ieri ha chiesto al suo capo della segreteria, Maurizio Migliavacca, di contattare i capigruppo del M5S.
E’ stato lui a preannunciare a Crimi l’intenzione di discutere gli assetti istituzionali di questa legislatura.
«Consulteremo tutti – è il ragionamento che l’inquilino di Largo del Nazareno sta svolgendo in queste ore – per rompere una prassi che da venti anni ha invertito il significato dei rapporti parlamentari». Niente «bottino pieno» insomma alla coalizione vincente ma «corresponsabilità istituzionale».
Il Pd non considera questa disponibilità come il tentativo di avviare una «compravendita» delle poltrone, ma come la decisione di interrompere una «abitudine berlusconiana» di incassare tutti gli incarichi da parte del vincitore.
Ma ogni cosa è complicata e soprattutto ogni casella è legata da un filo invisibile ad un’altra casella.
Le cariche parlamentari sono legate alla maggioranza che darà – se la darà – la fiducia al governo e quest’ultima all’elezione del nuovo capo dello Stato.
La tattica di Bersani, però, è quella dello “step by step”, un passo alla volta.
Prima il Parlamento, poi il governo e infine il Quirinale. Ma è chiaro che un accordo sulle presidenze di Camera e Senato verrebbe da tutti interpretato come il preludio ad un’intesa sull’esecutivo.
Non a caso Grillo e Casaleggio hanno fatto sapere ai loro deputati e senatori di giudicare «inaccettabile» anche solo l’idea di ricevere i voti del Pd per lo scranno più alto a Montecitorio o a Palazzo Madama.
Non a caso tra i democratici la soluzione più attendibile viene ritenuta quella che vede Dario Franceschini come successore di Gianfranco Fini e Mario Monti per l’eredità di Renato Schifani.
Ma c’è di più. Il leader pd è sicuro che dentro il Movimento 5Stelle si stia aprendo un confronto vero. Che può provocare qualche ripercussione.
Ed è per questo che ha incaricato Vasco Errani, il governatore dell’Emilia Romagna, di sondare i grillini più attenti.
Contatti che avrebbero incoraggiato l’azione bersaniana trovando la sponda di una dozzina di neoeletti.
Per incoraggiare l’opera di persuasione da qui al 21 marzo Bersani illustrerà una delle otto proposte ogni due giorni.
Un modo per dimostrare che le sue intenzioni sono effettive. E nella stessa direzione va l’idea di inviare a tutti i partecipanti alle primarie una sorta di questionario con cui fare un sondaggio tra i sostenitori del centrosinistra.
Ma la strategia del vertice democratico non convince tutti all’interno del partito.
Molti giudicano azzardato il salto incondizionato verso i grillini.
I dubbi emergono nel fronte dalemiano e in quello veltroniano, ma anche tra le fila dei giovani turchi e dei renziani.
«Basta inseguire l’ex comico – ripete da giorni il sindaco di Firenze – meglio far valere le nostre proposte e anche il nostro rinnovamento».
Anche perchè quasi tutti si stanno preparando al ritorno al voto in tempi brevi e ridisegnano i confini dell’alleanza inserendo al loro interno anche il gruppo montiano.
La deriva “giudiziaria” del Pdl del resto rischia di far abortire ogni tentativo di formare un governo.
Berlusconi, dopo lo scontro con la procura di Milano, è ormai tentato da un nuovo show down alle urne.
Anche perchè gli attuali equilibri al Senato possono essere per lui drammatici: se i pm di Napoli, ad esempio, dovessero chiedere l’autorizzazione all’arresto, l’aula di Palazzo Madama potrebbe approvarla attraverso una maggioranza pd-grillini.
Su tutto comunque peserà la valutazione del presidente della Repubblica.
Napolitano ha ricucito il dialogo con Bersani dopo le incomprensioni dei giorni scorsi. Gli darà l’incarico – probabilmente il 21 marzo – ma non sarà pieno e soprattutto non si tratterà di una delega in bianco.
Il leader democratico, per sciogliere la riserva, deve ripresentarsi sul Colle con tutti i voti sufficienti e tutti certificati. «Niente salti nel buio», ripetono al Quirinale.
Il segretario pd dunque non potrà giocare la sua scommessa come fece Berlusconi nel ’94 che racimolò 4-5 voti in extremis al Senato anche utilizzando metodi piuttosto impropri.
Napolitano pretende certezze. Altrimenti lo schema cambierà completamente.
Ma dopo Bersani ogni passo sarà un punto interrogativo.
Sul Colle non vogliono lasciare nulla di intentato prima di rinunciare.
Il modulo del “governo del presidente” resta un’opzione valida pur di evitare il ”modello Grecia”: il ritorno al voto dopo pochissime settimane e sotto la pressione infernale dei mercati finanziari.
Ma la spinta alle elezioni anticipate sta diventando per molti irrefrenabile.
(da “La Repubblica“)
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Marzo 9th, 2013 Riccardo Fucile
IL PATTO CON I MONTIANI… SPUNTA LANZILLOTTA PER IL SENATO
Due “ambasciatori” che verranno scelti in queste ore e ufficializzati lunedì, alla prima
assemblea degli eletti del Pd. Pier Luigi Bersani ha deciso di anticipare i tempi con Beppe Grillo.
Non aspetterà l’apertura delle Camere fissata per venerdì.
Già all’inizio della prossima settimana il Partito democratico avrà una delegazione “autorizzata” che chiederà un incontro a tutti i gruppi parlamentari prima della seduta inaugurale.
L’obiettivo principale naturalmente sono i 5stelle che hanno già i capigruppo designati: Roberta Lombardi (Camera) e Vito Crimi (Senato).
Sul tavolo c’è la formazione del governo.
E un passaggio preliminare, uno snodo-chiave per capire il futuro della legislatura: la presidenza delle Camere.
«Proponiamo al Movimento e agli altri un confronto aperto per arrivare ad assetti istituzionali plurali – spiega il segretario del Pd – . In parole povere, non vogliamo lottizzare il Parlamento, non vogliamo trasformarlo in un piano regolatore. Ci si confronta e si decide assieme».
I nomi degli emissari (o kamikaze?) non sono ancora noti, una potrebbe essere la neosenatrice Laura Puppato.
C’è una sola certezza: non toccherà ai capigruppo uscenti Dario Franceschini e Anna Finocchiaro.
Entrambi in corsa per le presidenze delle Camere, non sono i più adatti a trattare su se stessi.
La difficoltà del dialogo con il comico lascia pensare che i prescelti verranno pescati tra i fedelissimi bersaniani e tra i più convinti dell’intesa con 5stelle.
Ma lo screening del segretario è appena partito.
Sarà questo il passaggio decisivo? Non è detto, ma il Pd ha deciso di seguire la strada indicata da Grillo: eletti che parlano con eletti, Parlamento sovrano, leader in disparte. Almeno ufficialmente.
In attesa delle “consultazioni” tra parlamentari, il gioco delle presidenze è in fase di stallo.
Questo non vuol dire che partiti e protagonisti stiano fermi, tutt’altro. Ma le variabili sono veramente troppe per mettere un punto fermo.
Chi, dentro al Pd, non crede al successo dell’accordo con Grillo, scommette su una soluzione: Franceschini a Montecitorio e Mario Monti a Palazzo Madama.
Il primo ha sulla carta 340 voti e l’elezione in tasca. Il secondo potrebbe vincere al ballottaggio.
Se n’è parlato in maniera superficiale anche giovedì durante il colloquio tra Bersani e il Professore. Ma c’è uno scoglio gigantesco.
Con una crisi lunga, il premier deve rimanere a Palazzo Chigi, non può trasferirsi in altri palazzi.
Il cambio è possibile. In caso di elezione al Senato, il suo posto verrebbe preso dal ministro dei Rapporti col Parlamento Piero Giarda.
Ma Giorgio Napolitano accetterebbe questa confusione?
Dopo l’incontro di Palazzo Chigi, che non ha avuto intoppi,
Pd e Scelta civica concorderanno passo per passo le scelte future.
Compresa quella più lontana ma fondamentale dell’elezione del nuovo capo dello Stato.
Incarico per il quale Romano Prodi rimane tra i favoriti anche grazie a un ottimo rapporto, non sbandierato, con il mondo grillino.
Significa Gianroberto Casaleggio, il fondatore, ma anche l’informazione vicina ai 5stelle.
Dai blog ai giornali. Se per Monti ci fosse l’ostacolo del governo, i centristi non hanno molte altre carte da giocare a Palazzo Madama.
Casini non è della partita visto il pessimo risultato elettorale.
Rimangono Pietro Ichino e Linda Lanzillotta.
La presidenza del Senato s’intreccia a una lotta interna piuttosto feroce dentro Scelta civica: seguaci di Italia Futura contro montiani e fedelissimi di Andrea Riccardi. I montezemoliani rivendicano il grosso dei voti e quindi delle poltrone.
Lanzillotta non è dei loro ma si fa notare quanto sia vicina a Montezemolo.
Questo scenario può cambiare completamente se si trova un’intesa coi 5stelle. Anna Finocchiaro diventerebbe la favorita per Palazzo Madama (con la variabile Piero Grasso) e un grillino andrebbe a Montecitorio.
A Largo del Nazareno sono sempre ottimisti. «Grillo non vuole andare a votare e il suo sogno è sparare su un governo Pd-Pdl – sottolineano i bersaniani – . Bene, mercoledì, in direzione, gli abbiamo fatto capire che non succederà mai. Adesso deve cambiare strategia». Ma finora non sono arrivati segnali di ripensamento dal comico.
(da “La Repubblica”)
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Marzo 6th, 2013 Riccardo Fucile
IL PROFESSORE E’ CONVINTO CHE BERSANI FALLIRA’… LO SCENARIO DI UN PATTO CON RENZI, MA NON ORA
Mario Monti ritiene che il tentativo di Bersani di formare un governo sia destinato a fallire e che le
ipotesi di tornare a votare siano al momento molto alte.
È un convincimento rafforzatosi nelle ore successive al colloquio di due giorni fa avuto con il capo dello Stato e di cui ieri il Professore ha discusso con Matteo Renzi, in vista a Palazzo Chigi.
Due ore di incontro con il sindaco di Firenze, a tu per tu, con la moglie Elsa che entrava di tanto in tanto nello studio, hanno avuto ieri come giustificazione formale un visita di carattere istituzionale: «Non ci poteva essere scusa migliore per provocare Bersani», dicono nello staff di Scelta civica, ironizzando su quella che chiamano divertiti la «scusa» di Renzi.
Oggi Monti terrà una conferenza stampa e finalmente dirà cosa pensa del momento politico. Con i suoi ha giudicato «un atto di egoismo», innanzitutto verso il Paese, l’arroccamento di Bersani sull’ipotesi di un governo con Grillo.
La ritiene un’opzione destinata al fallimento e si prepara a rimarcarlo in sede di elezione del presidente del Repubblica, scelta su cui è certo di poter giocare un ruolo non indifferente.
Forse sono solo suggestioni, scenari corroborati da auspici di parte, ma quello che apertamente i collaboratori del Professore immaginano in questo momento è un’alleanza politica fra Renzi e il Professore, dopo il fallimento del tentativo di Bersani di formare un governo e lo scioglimento anticipato della legislatura.
Dunque l’intesa non sarebbe per domani, ma in prospettiva magari di un ritorno alle urne.
Ovviamente si può solo chiamare scommessa politica, non è affatto detto che il presidente della Repubblica la pensi allo stesso modo, ma la prospettiva di votare di nuovo prima dell’estate è giudicata a Palazzo Chigi molto verosimile: e con un Pd in cui Renzi vincesse la sua partita per la leadership allora si schiuderebbe un altro scenario, che in qualche modo depotenzierebbe anche il Cavaliere.
Insomma sembra che per Monti tutte le ipotesi sin qui fatte confliggano con i numeri parlamentari, con le esigenze di governabilità del Paese, che ha un bisogno di stabilità ancora drammaticamente alta rispetto ad altri Paesi europei.
Anche se lo stesso premier uscente riconosce che tutte le opzioni restano formalmente ancora aperte.
Ma tornare a votare dovrebbe consentire di ritrovare un livello più accettabile di stabilità politica, per dare al Paese un governo più forte di quelli che in queste ore si stanno immaginando in ogni sede istituzionale.
Sono argomenti che domani potranno essere affrontati da Monti direttamente con Bersani: l’incontro per preparare una convergenza istituzionale ampia sul prossimo Consiglio europeo è destinato a coinvolgere anche questi temi. E lo stesso avverrà il giorno dopo con Berlusconi.
Ieri sera erano ancora in corso contatti fra Grillo e Palazzo Chigi per verificare le intenzioni del leader del Movimento 5 Stelle: anche lui è stato invitato ad incontrare il presidente del Consiglio prima del vertice Ue, ma non ha ancora dato una risposta.
«La posta in gioco è alta, quali nuovi governi?». Pausa. Sorriso.
«Parlo per quella parte del mondo (arabo, ndr). E quali nuovi equilibri tra Islam e democrazia?».
Con queste parole, scherzando, ieri Monti è parso per un attimo sfiorare in pubblico lo scenario politico attuale, durante un convegno alla comunità di Sant’Egidio.
Per un attimo, appunto, poi ha proseguito parlando di Paesi islamici e di primavere politiche di quelle regioni.
Marco Galluzzo
(da “il Corriere della Sera”)
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Marzo 6th, 2013 Riccardo Fucile
“CORRO ALLE PRIMARIE, NIENTE SCORCIATOIE”… VENDOLA E IL “PIANO B”, SPUNTA SACCOMANNI
«La mia strada è dentro il partito, non sono interessato a scorciatoie e non ho intenzione di mollare Pierluigi». Matteo Renzi si presenterà stamattina alla direzione del Pd.
È il D-day delle decisioni importanti, dopo la vittoria che sa di sconfitta, giorno dell’atteso discorso del segretario Bersani a caccia di una via d’uscita dall’impasse. Il sindaco di Firenze è arrivato già ieri a Roma, in treno, ha raggiunto in taxi Palazzo Chigi per incontrare il premier Mario Monti, discutere del bilancio dei comuni ma inevitabilmente anche degli scenari.
Oggi ascolterà il leader come gli altri dirigenti, il suo intervento è altrettanto atteso, in un partito confuso e che per certi versi guarda già avanti.
«Noi non dobbiamo inseguire Grillo, dobbiamo sfidarlo sul suo terreno, quello dell’innovazione – è la convinzione maturata in queste ore da Renzi – In tutta la campagna elettorale ci siamo fatti dettare l’agenda da Berlusconi. Ora, con la campagna finita, non possiamo farcela imporre da Grillo».
Bisogna uscire dall’angolo e per farlo l’ex “rottamatore” proporrà oggi una ricetta di riforme pesanti in quattro step.
«Primo, abolire il finanziamento pubblico ai partiti. Secondo, cancellare i vitalizi ai parlamentari. Terzo, trasformare il Senato in Camera delle autonomie, i cui componenti verrebbero designati e dunque retribuiti dagli stessi enti locali, comuni e regioni. Quarto, l’abolizione delle Province».
Sul piano interno, Renzi in questa fase resta al fianco del segretario, a dispetto di tutte le congetture.
«Non ho alcuna intenzione di mollare Bersani – ha confidato agli interlocutori romani della vigilia – Lo potrei lasciare solo un minuto dopo che lo abbiano fatto Migliavacca ed Errani».
I suoi fedelissimi di sempre, come dire: mai.
E rincara: «Vergognoso chi vuole fare la pelle al leader in questo momento. Per quanto mi riguarda, io non sono interessato a scorciatoie. La mia strada è dentro il partito e attraverso nuove primarie, semmai, sarei pronto a ripropormi».
Nuove «primarie vere», le uniche attraverso le quali può immaginare un approdo a Palazzo Chigi. Nessuna cooptazione.
Voto in autunno? E allora primarie a giugno-luglio.
Voto tra un anno? Primarie e congresso a ottobre-novembre.
È il calendario virtuale di un sindaco che esclude invece qualsiasi intesa col Pdl di Berlusconi, come pure le offerte di Corrado Passera: «Non esiste che io vada con l’ex ministro, tanto meno mi faccio schiacciare a destra, io sto dentro il Pd e ci resto».
La scalata, se ci sarà , dovrà essere tutta interna. «Se invece perdo, lascio tutto, a quel punto lascio anche Firenze».
Poi, la sera, intervenendo a Ballarò, Renzi ha ammesso: «Se avessimo rottamato di più, il Pd sarebbe andato meglio» alle elezioni.
Fuori dal Pd adesso anche Nichi Vendola, pontiere virtuale coi grillini, non dà più per scontato un esecutivo a guida Bersani, pur premettendo che al segretario spetti la «prima mossa».
Parla alla direzione di Sel e ipotizza un “piano B”, un «governo di cambiamento, di antitecnici, con incarichi a personalità che tutelino il bene comune e le esigenze del paese».
Magari, più facile dopo l’elezione del capo dello Stato. Intanto, un primo incarico esplorativo a Bersani resta l’ipotesi più probabile.
È sul dopo che si moltiplicano già ipotesi e scenari.
Accanto al nome dell’attuale ministro degli Interni Anna Maria Cancellieri, sullo scacchiere prende già quota la pedina del direttore generale della Banca d’Italia, Fabrizio Saccomanni: l’uomo forte di via Nazionale che due anni fa è stato frenato nella corsa alla poltrona di governatore solo dal braccio di ferro tutto interno al governo Berlusconi.
Per un esecutivo di corto respiro, sei mesi o un anno, nessuno si sente di spendere la carta dell’attuale governatore Ignazio Visco.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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Marzo 6th, 2013 Riccardo Fucile
“MA MAI UN GOVERNO CON BERLUSCONI”… LE FRIZIONI CON IL QUIRINALE, IL SEGRETARIO APRE AL PIANO B
Per tenere unito il Pd, Bersani non minaccerà le elezioni a giugno, eviterà l’aut aut «o il mio governo o
si torna a votare».
Anche Giorgio Napolitano, con il quale i rapporti non sono idilliaci in questa fase, osserva le mosse della direzione democratica.
Ma il segretario pianterà un paletto che sembra destinato a escludere qualsiasi forma di collaborazione con gli avversari di sempre.
E quindi a restringere il campo di un’alternativa alla sua impresa. «Che sia tecnico, del presidente, di emergenza, per me non esiste alcun governo con Berlusconi».
Con il politico che «compra De Gregorio», che secondo la procura avrebbe avvicinato «anche Razzi e Scilipoti», non si tratta e non si vota la fiducia.
Il paletto può essere accettato da tutti e scongiurare una conta che, all’indomani della sconfitta, rischierebbe di spaccare il Partito democratico definitivamente seppellendolo sotto le macerie.
Ognuno però ascolterà le parole del segretario con un retropensiero diverso, con orizzonti che non hanno lo stesso colore.
Per i bersaniani di più stretta osservanza la partita non è ancora persa. «Qualcosa si muoverà nel Movimento di Grillo. Noi dobbiamo proporci con umiltà e con senso di responsabilità . Dando la prova di un cambiamento radicale».
Questa prova è affidata agli 8 punti del programma: Europa (correzione delle politiche Ue, non solo rigore ma crescita), misure urgenti per il lavoro e sul fronte sociale, riforma della politica, leggi contro corruzione e mafia, conflitti di interesse, green economy ed efficienza energetica, diritti, istruzione e ricerca.
È la base di un corteggiamento che ha già registrato molti rifiuti netti dai grillini. Secondo Bersani, però, non sta in piedi una seconda scelta «e anche Napolitano deve discutere con noi», dice un collaboratore del leader.
Ma la linea oltranzista, nel corso di questi giorni, è stata abbandonata.
Anche Bersani si chiede se non ci sia uno sbocco differente, anche senza Berlusconi, magari rinunciando a guidare in prima persona l’esecutivo.
Il segretario ha perso pezzi della sua maggioranza interna sulla trincea delle elezioni immediate. Da D’Alema a Enrico Letta, i suggerimenti di prudenza sono arrivati forti e chiari.
I due dirigenti hanno garantito lealtà assoluta al tentativo bersaniano, ma avvertendolo: «Se non va in porto l’intesa con Grillo, si azzera tutto e si ricomincia daccapo».
Cioè, la parola passa al capo dello Stato e si esaminano anche soluzioni nuove che non portino il Paese dritto dritto alle urne.
Stavolta D’Alema e Matteo Renzi navigano nella stessa identica direzione.
Il sindaco di Firenze conferma che «non pugnalerà Bersani» e che non gradisce le prese di distanza del giorno dopo. Ma è convinto che il segretario non ce la farà .
La direzione di oggi segnerà anche un passaggio importante per la storia futura del Partito democratico.
Renzi infatti, seppure sulla posizione della lealtà estrema, prenderà la parola. È la prima volta che lo fa in quella sede, davanti alla nomenklatura del Pd che non lo ama.
In altre occasioni si era sempre limitato a un’assenza giustificata (si fa per dire) o una breve visita prima di riprendere al volo il treno.
Renzi non pugnala perciò, ma sente “l’odore del sangue”.
«Non c’è dubbio, il suo discorso sarà uno spartiacque. Mette un piede dentro al partito per conquistarlo », è l’opinione di D’Alema e Letta.
Quando alludono all’azzeramento, l’ex premier e il vicesegretario pensano del resto anche alla leadership del Pd, al ruolo di Bersani, che in caso di bocciatura del governo Pd-M5s, è destinato a lasciare la segreteria aprendo la corsa alla successione.
Con Renzi grande favorito. Bersani si gioca tutto, sul fronte del governo e sul fronte del Pd.
A invocare le elezioni anticipate sono rimasti i giovani turchi di Matteo Orfini e Stefano Fassina. Non a caso, ieri, esclusi dalle consultazioni del segretario e del suo staff. Il segretario non li segue, preferisce giocarsi le sue carte in Parlamento e al Quirinale.
Perchè il suo obiettivo è far partire comunque un governo, presentandolo alle Camere, cercando lì i voti necessari ad andare avanti.
«Un sentiero strettissimo, ma quello di una maggioranza con Berlusconi lo è anche di più».
Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica“)
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Marzo 6th, 2013 Riccardo Fucile
OGGI IN DIREZIONE VIA LIBERA SCONTATO A BERSANI… LE POSIZIONI DEI “GIOVANI TURCHI” E QUELLA DI VELTRONI
Quelli che scherzano: “Ora in streaming sul web, dobbiamo presentarci come hanno fatto i grillini?». Ironia amara alla vigilia della Direzione democratica, per la prima volta trasmessa in diretta.
Quelli che prendono atto della «gravità del momento» e non hanno voglia neppure di una battuta.
I fratellicoltelli, le correnti, le diverse anime ribollono nel “parlamentino” democratico.
Siamo al punto di massima tensione. Però lo tsunami elettorale non consente vecchi copioni. Non ora, non oggi.
Non più D’Alema e Veltroni contro, la musica è cambiata nelle urne.
Oggi c’è Renzi, che per la prima volta interverrà in Direzione. Non lascerà solo Bersani e appoggerà la linea di tentare un governo con i 5Stelle, anche se è la cosa che lo convince di meno: «Mollo il segretario solo dopo che l’ha lasciato Migliavacca…», scherza il sindaco “rottamatore”.
Maurizio Migliavacca è il capo della segreteria bersaniana, piacentino, fedelissimo, l’uomo a cui Bersani affida le patate bollenti.
La rotta l’hanno discussa di nuovo insieme, ieri. Con lui si è confrontato il leader per limare quegli otto punti di governo — correzione delle politiche Ue; misure urgenti per il lavoro; riforme della politica; conflitto d’interessi; diritti; green economy; scuola e ricerca — e per andare avanti nel tentativo di formare un governo con l’appoggio dei grillini.
Nella nuova geopolitica democratica sono i “giovani turchi” a fare la parte del leone. Sono loro a delimitare il perimetro di movimento del segretario; loro che alzano la voce e chiudono del tutto alla possibilità di un piano B.
Stefano Fassina, Alessandra Moretti, Matteo Orfini, Andrea Orlando, il segretario dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini condividono la strategia di Bersani e anzi ne accentuano l’ultimatum: nessuna uscita secondaria, o si fa un governo con i 5Stelle o si va al voto.
A guidare il tentativo non può che essere Bersani.
Eventuali governi tecnici? «No», è la risposta secca.
E soprattutto: «Mai con il Pdl, mai con Berlusconi». Nico Stumpo, un altro dei giovani bersaniani, lo ripete a muso duro.
In vista di questo copione, ha deciso di disertare la riunione Marco Follini. Parla di disagio, di «un passo e mezzo indietro» per via di una linea in cui non si riconosce. Follini è tra i più convinti sostenitori del governo del presidente.
Spetta cioè a Napolitano decidere, e meglio sarebbe affidare l’incarico di governo a una figura terza.
Al di là dell’assenza politica di Follini, quelli che — come Veltroni, Tonini, Gentiloni — condividono questa posizione, non andranno però alla resa dei conti.
«Saremo tutti con Bersani e speriamo che Grillo non chiuda del tutto», annuncia Walter Verini, braccio destro dell’ex segretario.
Non è al primo giro di giostra che il Pd si spaccherà .
Potrebbe addirittura concludersi con l’unanimità la riunione di stamani.
Poi, se Bersani dovesse fallire, si riapriranno anche i giochi dentro al partito.
Ieri sera si è riunita Areadem, la corrente di Franceschini, per fare il punto. Franceschini e Enrico Letta, il vice segretario, si muovono di concerto.
«Siamo molto in sintonia» dicono entrambi. «Mandato pieno al segretario», dichiara Letta. «Un passo per volta», aggiunge.
Cosa significa? «Non si può ragionare adesso su quello che accadrà dopo».
Se l’impresa di Bersani fallisse, tutto andrebbe riconsiderato? Potrebbe essere indispensabile un appoggio a un governo tecnico, oppure si dovrebbe trovare la quadra con un esecutivo guidato da un altro esponente democratico.
Insomma, un piano B ci deve essere per forza. Non è però questo il momento di fasciarsi la testa. «La situazione va gestita passo per passo», ragiona Letta.
Così la pensa anche Beppe Fioroni. I dissensi covano sotto la cenere.
E D’Alema? Il “lider Maximo” per ora si è allineato.
E pare che Orfini, ex dalemiano, lo abbia invitato a non esporsi a interviste, a dichiarazioni.
Il vento del cambiamento soffia e soffia forte.
Ivan Scalfarotto, renziano, chiederà di avviare al più presto le pratiche del congresso. E intanto potrebbe esserci una reggenza “pro tempore” del vice Letta. Non è tuttavia al proprio ombelico o alla punta delle proprie scarpe — citazioni bersaniane — che guarderà la direzione.
Su questo i fratelli — rinfoderati i coltelli — sono tutti d’accordo.
I più scettici su Grillo e sulla possibilità di coinvolgere un movimento antagonista nel governo del paese e nel rispetto degli impegni europei, staranno intanto a guardare. Rosy Bindi afferma di essere tra i “non allineati”: considererà , valuterà .
Si rischia un unanimismo di facciata? «È che tutto è molto fluido, e un tentativo politico va fatto assolutamente e affidato a Bersani.
Con un accorgimento: il voto sarebbe il trauma definitivo per il paese», afferma Antonello Giacomelli.
Non ci sarà una conta, non subito.
Giovanna Casadio
(da “La Repubblica“)
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Marzo 5th, 2013 Riccardo Fucile
A SINISTRA UNA PROVA DI FORZA FINIREBBE PER CONSACRARE UN VINCITORE SEDUTO SU UN CUMULO DI MACERIE
Stiamo ruzzolando verso le urne.
Giugno, ora si dice. un capitombolo ai confini dell’ignoto, una prova senz’appello di suicidio collettivo.
Il vincitore, se mai dovesse accadere di vederne uno prevalere sugli altri, si troverebbe seduto sopra un cumulo di macerie.
Pier Luigi Bersani dovrebbe guardare oltre la sua porta e la sua poltrona e valutare se non sia il caso, prima ancora di chiederlo a Grillo, di esibire un suo gesto di responsabilità . Come non comprendere che il proprio nome in campo, malgrado ogni buona volontà , edifica solo un muro di insulti, strangola la vita del Partito democratico dentro il rito consumato di una prova di forza inconcludente?
Non è lo sconfitto che “stana” il vincitore di queste elezioni.
E poi: perchè mai il Movimento 5 stelle dovrebbe concedere la fiducia al capostipite dei suoi detrattori?
Qual è la formuletta magica, la domandina finale: o così oppure a casa?
Il tono padronale di questo aut aut, invece che ricomporre, allarga, dilata, chiama alla battaglia. Battaglia già persa, sconfitta annunciata.
E se è impensabile per il Pd fare un governo della moralità pubblica col sostegno del più grande corruttore in circolazione, è indiscutibile che la sfida a cui è chiamato il maggior partito della sinistra è cercare, in ogni modo, un sistema che ponga l’Italia al riparo da una ulteriore prova elettorale che forse la manderebbe definitivamente in rovina.
Servono occhi nuovi per guardare questo nuovo mondo. E
sistono nomi di valore, personalità dal profilo adeguato a sollecitare nel variegato e caotico movimento grillino una riflessione, una prova di fiducia, magari tecnica, per segnare l’idea di un cambiamento possibile, da subito.
Questo giornale ha già illustrato l’esperienza e le qualità di Stefano Rodotà .
Altri, come per esempio Fabrizio Barca, potrebbero ugualmente essere chiamati a immaginare (servirà uno sforzo davvero creativo!) una via di fuga, una luce alla fine di questo tunnel.
Antonello Caporale
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 4th, 2013 Riccardo Fucile
IL SINDACO HA DECISO DI AVERE UN RUOLO ATTIVO NELLA POLITICA NAZIONALE IN VISTA DI UN RITORNO ALLE URNE
Per ora Matteo Renzi si limita ad ascoltare e motivare i suoi «ragazzi».
Domani il sindaco incontrerà i cinquantun parlamentari a lui vicini in una saletta di convegni a Firenze.
Nessun piano di guerra, Renzi e i 51 si sono già visti altre due volte, ma la vera novità è un’altra.
Il sindaco – dopo aver spalleggiato Bersani in campagna elettorale – ha deciso di rientrare attivamente in campo, stando quotidianamente «dentro» la vicenda politica. Nella settimana post-elettorale Renzi è intervenuto di continuo, facendo proposte (sul rimborso elettorale), proponendo una lettura del risultato elettorale («abbiamo perso») che proprio ieri anche Bersani ha fatto esplicitamente propria nell’intervista a «Che tempo che fa».
Il Renzi in campo – leale in campagna elettorale e propositivo in queste ore – ha già fatto maturare negli informalissimi pourparler tra i principali notabili del Pd una sintesi che un dirigente vicino a Bersani compendia così: «Se la situazione dovesse precipitare verso le elezioni anticipate, il Pd non potrebbe che presentarsi con Renzi leader».
Una sintesi per nulla scontata sino a qualche giorno fa, per non parlare dei mesi scorsi quando il sindaco di Firenze, nel Pd e nei giornali fiancheggiatori, incarnava «una mutazione genetica», veniva criminalizzato come il «nuovo Craxi».
Per nulla scontata la futura, eventuale incoronazione, perchè incontra resistenze anche dentro la squadra bersaniana: l’ala sinistra fa sapere che una campagna elettorale-bis dovrebbe essere guidata sempre dal segretario e Stefano Fassina ieri lo ha detto chiaro e tondo: «Per quanto mi riguarda, Bersani rimane la figura più forte per la campagna elettorale».
E d’altra parte proprio il segretario del Pd, ospitato da Fabio Fazio («non voglio perdere neanche un secondo», il suo incipit), ha ribadito un concetto hard: se Grillo non ci sta, tutti a casa.
Come dire: o passa il monocolore hard, oppure per il Pd la soluzione ottimale è ridare la parola agli elettori.
Ma se davvero la situazione dovesse precipitare, che qualcosa di grosso si stia muovendo nel Pd (si sussurra che sarebbe favorevole anche Massimo D’Alema, sempre sensibile alla tenuta del partito) lo conferma proprio Bersani che, davanti ad una domanda su Renzi, risponde con queste parole: «Deciderà lui, che ruolo avrà , quando vorrà , con la direzione del partito. Ma sicuramente un ruolo lo avrà ».
Ma lo scenario delle elezioni bis per il momento è ancora lontano.
Prima ci sono molti passaggi da espletare.
Sul primo – maggioranza Pd-Cinque Stelle – Bersani ieri ha tenuto il punto e una mano in questo senso gliela dà il solito Fassina, che con energia fa fuoco preventivo su Giorgio Napolitano, o meglio su una delle possibili soluzioni che il Capo dello Stato potrebbe proporre in caso di fallimento di Bersani: «Deve stare a Palazzo Chigi chi ha ricevuto il consenso, se non è possibile, si deve tornare a chiedere il consenso agli elettori» e sull’ipotesi che il capo dello Stato sia «costretto» ad indirizzarsi su un governo del Presidente, Fassina è durissimo: «Se qualcuno pensa di riproporre un “governo tecnico”, sarebbe un suicidio per la democrazia. Spero che ci sia una rivolta di massa di tutta la base del Pd. Sarebbe una proposta becera, suicida».
Tagliente il commento del costituzionalista, ex senatore Pd, Stefano Ceccanti: «Rammento a Fassina che il potere di dare l’incarico spetta al Capo dello Stato, non a lui».
Ma la proposta di un governo del Presidente, il Capo dello Stato potrebbe avanzarla al termine di una lunga sequenza.
Nessuno può fare illazioni su come si muoverà da metà marzo, non appena le Camere avranno eletto i loro Presidenti.
In base ai precedenti, al Pd in modo molto informale azzardano un iter così scandito. Primo passaggio: mandato esplorativo a Bersani per verificare se sia possibile mettere assieme una maggioranza con l’appoggio esterno del 5Stelle o del Pdl.
Con una formula inedita e improbabile: nelle votazioni nelle quali si configura un passaggio fiduciario, uno dei due partiti uscirebbe dall’aula.
Se questa verifica dovesse fallire, il Capo dello Stato potrebbe incaricare il presidente del Senato per un incarico esplorativo con un mandato più ampio.
E soltanto a conclusione di questo tragitto, potrebbe prendere forma il tentativo finale, quello di verificare la fattibilità di un «governo del Presidente», affidato ad una personalità esterna alla politica.
Un sondaggio molto preliminare, come anticipato da «La Stampa», è stato fatto presso il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, soluzione ad alta garanzia per i mercati.
Fabio Martini
(da “La Stampa“)
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