Aprile 10th, 2011 Riccardo Fucile
ENNESIMA PROPOSTA DI LEGGE BIPARTISAN: “PIU’ SOLDI ALLA POLITICA”… PRIMO FIRMATARIO IL TESORIERE DEL PD, UGO SPOSETTI, MA HANNO GIA’ ADERITO 58 DEPUTATI DI TUTTI I PARTITI…SI PASSEREBBE DA 160 MILIONI DI EURO A 365 MILIONI
Rimborso elettorale a tutti i partiti che superano la soglia dell’1 per cento in qualsiasi
tipo di elezione, 185 milioni l’anno per le fondazioni culturali legate alle forze politiche.
Si parla molto di denaro nella proposta di legge che regolamenta la vita dei partiti presentata alla Camera da Ugo Sposetti, tesoriere dei Democratici di sinistra.
Sposetti, oggi deputato del Pd, è famoso per le sue polemiche, per aver ripianato il debito che fu del Pci-Pds, per non avere timore di sostenere, a dispetto dell’opinione corrente, che la montagna di soldi drenata dalla politica è ancora troppo piccola.
Sposetti ha messo al sicuro il prezioso patrimonio immobiliare che fu del movimento operaio italiano creando una cinquantina di fondazioni in tutta Italia.
Quella principale ha appena organizzato a Roma una mostra di grande successo per i 90 anni del Pci che diventerà itinerante.
Martedì, nella commissione Affari costituzionali di Montecitorio, comincia l’esame della legge scritta da Sposetti ma sottoscritta da 58 deputati bipartisan.
Quando si tratta di finanziamenti nessun partito si tira indietro.
L’obiettivo principale del provvedimento è attuare, 63 anni dopo, l’articolo 49 della Costituzione, che prevede la libera associazione in partiti.
Il testo dà forma giuridica alle forze politiche, ne tutela il simbolo, comprende l’obbligo di primarie per la formazione delle liste elettorali, stabilisce le regole di democrazia interna e offre una cornice alle fondazioni politico-culturali.
«I partiti possono esistere anche senza democrazia. Ma non esiste una democrazia senza partiti», dice Sposetti.
Da sempre allergico alle formule “leggere” e “liquide” come il Pd prima maniera.
Ma il punto destinato a creare polemiche è quello sui finanziamenti. Il tesoriere dei Ds si è ispirato al modello tedesco.
Lì partiti e fondazioni assorbono 467 milioni l’anno, con una popolazione di 81 milioni.
In Italia quindi (60 milioni di abitanti) ai 160 milioni annui di rimborsi elettorali si possono aggiungere 185 milioni per le associazioni culturali, sulla base anche dell’attività svolta.
Iniziative, corsi, formazione, messe a disposizione di organizzazioni radicate e solide.
Fanno 345 milioni di euro l’anno.
Una cifra enorme che Sposetti giustifica così: «Dire troppi soldi ai partiti significa tagliare i soldi ai partiti. E ci teniamo per altri 20 anni l’imprenditore miliardario Berlusconi».
Ma che vada ogni partito si mantiene i propri portaborse, insomma.
Ma questo non lo dicono.
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Febbraio 13th, 2011 Riccardo Fucile
QUALORA LA SITUAZIONE PRECIPITASSE E SI ARRIVASSE A BREVE AD ELEZIONI ANTICIPATE, C’E’ CHI ORMAI LAVORA APERTAMENTE A UNA “ALLEANZA COSTITUZIONALE” ANTIBERLUSCONI…. UN CANDIDATO DI CENTRO CON APPOGGIO TRASVERSALE PER RIDARE FIATO ALL’ITALIA E FARE LE RIFORME CHE SERVONO.
Nel “Padiglione 18” della Fiera fa così freddo che ad un certo punto Gianfranco Fini chiede: «Mi portate
il cappotto?».
E’ capitato due sere fa, poco prima che iniziasse la cena preparata dallo chef Vissani e durante la quale il presidente della Camera ha mangiato con il loden indosso.
Ieri, nella seconda giornata del congresso del Fli, soffioni caldi hanno un po’ riscaldato l’ambiente, ma Fini non si è tolto il cappotto, per preservare lo smalto migliore in vista delle conclusioni di oggi, destinate a diventare l’unico evento di un’Assemblea costituente che finora ha lesinato emozioni e novità politiche.
Il leader del Fli è chiamato a pronunciare parole chiare sulle questioni in gran parte rimosse nei due giorni precedenti.
Una su tutte: se il governo dovesse implodere a breve e non restasse che andare ad elezioni anticipate con un centrodestra guidato ancora da Berlusconi, i futuristi sono disponibili ad una sorta di Cln anti-Cavaliere assieme alla sinistra?
Certo, nei discorsi pubblici importanti non tutto si può dire, ma Fini è sempre stato uno che ha parlato chiaro.
Nei contatti informalissimi dei giorni scorsi, un’intesa di massima è stata raggiunta tra Pd, Udc, Api e Fli per costituire un cartello elettorale, che nelle intenzioni di Pier Luigi Bersani dovrebbe comprendere Nichi Vendola, escludere Antonio Di Pietro ed essere guidato da una personalità moderata.
Non è un mistero che Massimo D’Alema, per una battaglia politica asperrima come quella che potrebbe aprirsi, preferirebbe un politico temprato come Pierferdinando Casini, il quale – pur prudente come è – arriva a dire: «Un’alleanza costituzionale? In quel caso alcuni propongono il mio nome…» Certo, la “Santa Alleanza” anti-Berlusconi è qualcosa da mettere con i piedi per terra perchè mancano dettagli decisivi.
Della questione si è discusso in un incontro riservato tra il leader del Pd e il presidente della Regione Puglia e da quel che se ne sa, Vendola ha posto un aut-aut: o entriamo tutti e due, sia io che Tonino, oppure non se fa nulla. Trovare la quadratura del cerchio non è semplice, in queste ore tutti parlano con tutti, tanto è vero che uno dei collaboratori più stretti di Fini si lascia sfuggire: «Presto ci potrebbe essere anche un incontro con Di Pietro…».
In effetti l’incontro è stato concordato, per opportunità potrebbe slittare, ma se si farà , un summit Fini-Di Pietro non soltanto sarebbe la conferma della febbrile ricerca di un patto elettorale in grado di battere Berlusconi, ma rappresenterebbe un evento in sè perchè vedrebbe protagonisti il guistizialista di destra e quello di sinistra, due personaggi che nel passato si sono “frequentati”, ma senza mai stringere un’intesa su nulla.
Tra i due la stagione più intensa risale a 15 anni fa.
Pochi giorni prima delle elezioni politiche del 1996, Mirko Tremaglia (che di Tonino è amico) organizza nella sua casa di Bergamo un incontro riservatissimo tra l’ex Pm (in quel momento libero cittadino) e Fini, leader di An, alleata con Forza Italia.
Pochi giorni dopo l’Ulivo di Prodi vincerà le elezioni, Di Pietro diventerà ministro e qualche mese più tardi trapelerà l’oggetto dell’incontro: Di Pietro aveva detto a Fini e Tremaglia che lui sarebbe stato disponibile a fare una dichiarazione di voto a favore del centrodestra a patto che Berlusconi avesse ritirato la propria candidatura a palazzo Chigi.
Il Cavaliere, informato, disse che non se ne parlava.
E d’altra parte che l’ala maggioritaria del Fli, Di Pietro o no, punti proprio sulla “Santa Alleanza” lo dimostrano le esplicite dichiarazioni pro-elezioni anticipate di Italo Bocchino, Carmelo Briguglio, Fabio Granata.
Fabio Martini
(da “La Stampa“)
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Gennaio 14th, 2011 Riccardo Fucile
COSE SINISTRE: IL BAMBINO PRODIGIO ORMAI SI DIVIDE TRA CENE AD ARCORE, PRESENTAZIONE DEI LIBRI DI VESPA E DICHIARAZIONI A FAVORE DI MARCHIONNE…SI DIFENDE DICENDO “IO STO CON OBAMA”: SPERIAMO CHE IL PRESIDENTE USA NON LO VENGA MAI A SAPERE
Matteo Renzi, sindaco di Firenze, viaggia come un treno ad alta velocità sul binario della politica nazionale e in poco tempo passa dalla “rivoluzione” dei Rottamatori del Pd, a quella anti-operaia di Sergio Marchionne, per rompere proprio sul confronto Fiat—Fiom il fronte dei “giovani contro la nomenclatura”. Infatti, Renzi al nuovo incontro dei Rottamatori a Roma neppure ci è andato.
Aveva di meglio da fare, cioè presentare il nuovo tomo di Bruno Vespa a Palazzo Vecchio, sede istituzionale della città di Firenze.
Dopo il viaggio ad Arcore a dicembre (era andato a chiedere 17 milioni di euro per Firenze, ma nel milleproroghe neppure un centesimo) la presentazione del libro di Vespa appare come un cursus disonorum di tutto rispetto…
Ieri Renzi era, nella sua funzione di sindaco, a Palazzo Chigi, al fianco di Gianni Letta e del ministro Bondi, per presentare una card per i musei fiorentini, oltre ad annunciare novità sugli introiti per il completamento dei lavori ai Grandi Uffizi.
Ma per non farsi mancare niente, nelle vesti di esponente del Pd, partecipa alla direzione del partito, dopo essersi allineato di fatto sulle posizioni dei vertici Fiat proprio come i “vecchi” Veltroni e Fassino.
È il 10 gennaio: il Sole 24 Ore, quotidiano di Confindustria, pubblica un sondaggio di Ipr Marketing: Matteo Renzi è il sindaco più amato dagli italiani. Due giorni dopo, intervistato dal TgLa7 di Enrico Mentana lo stesso Renzi si schiera al fianco dei vertici Fiat: “Io sono dalla parte di Sergio Marchionne. Dalla parte di chi sta investendo nelle aziende quando le aziende chiudono. Dalla parte di chi prova a mettere quattrini per agganciare anche Mirafiori alla Locomotiva America”.
Concetti che in realtà il sindaco di Firenze aveva già espresso il 31 dicembre proprio al quotidiano di Confindustria: “Io sto dalla parte di chi scommette sul lavoro, della Fiat, di Marchionne”.
E ha ribadito: “Sto con Obama, che scommette su Marchionne. Barack è reazionario…?”.
Spiazzati, però, i ragazzi che si sono riconosciuti in “Prossima fermata: Italia”, stretti attorno a Pippo Civati, per una seconda puntata di politica tra dj e video cult, dopo l’evento di novembre alla Stazione Leopolda di Firenze.
Civati prova a usare la carota con l’amico Matteo, però sulla Fiat ha solo il bastone: “Ha fatto pasticci con le dichiarazioni di questi giorni, dire che sta con Marchionne senza se e senza ma…”.
Francesco Nicodemo, consigliere comunale a Napoli, racconta: “Avevamo due autobus, ma dopo questa spaccatura abbiamo litigato e da Napoli siamo venuti con tre macchine”…
Da Fienze, intanto, dal palco condiviso con Vespa, Renzi prova a ricucire lo strappo: “Non mi sono riavvicinato a Bersani, credo non gradirebbe nemmeno più di tanto, nè mi sono allontanato dagli altri”, ma “la sinistra deve cercare di non appiattire le proprie politiche economiche su quello che dice il sindacato di turno, in questo caso la Fiom. Perchè se il mondo del lavoro è sotto ricatto, il ricatto non è di Marchionne ma della globalizzazione”.
Vespa, invece, ha indicato in Renzi il futuro del Pd: “Lui e Vendola hanno lanciato un Opa (offerta pubblica di acquisto, ndr) sul Pd, ma il sindaco di Firenze è in vantaggio”.
E Renzi ha apprezzato: “Penso che ci sia bisogno di uscire dal gruppo dirigente attuale: io non rientro nei ranghi e non creo una minicorrente, mi candido a dare una mano, ma facendo il sindaco”, tanto da arrivare ad indicare nell’ex nemico Nicola Zingaretti una possibile futura guida del partito: “Uno a cui non faranno mai fare il leader sono io, Zingaretti ha caratteristiche di mediazione più forti delle mie, tanto che mette d’accordo D’Alema e Travaglio”.
Ritorniamo a Roma e Civati rassicura Renzi: “Non siamo una corrente, normale avere posizioni diverse”, mentre Nicodemo sbotta: “Non doveva definirci una corrente e stasera doveva essere qui”.
Pensare che solo a novembre, dalla Leopolda di Firenze, Renzi diceva: “Ho fatto ogni sforzo per far venire Bersani qui”.
La politica si capovolge in fretta.
Renzi scatena, inoltre, per la seconda volta, dopo la polemica sulla neve che bloccò Firenze, il suo mondo prediletto, quello di Internet.
Ieri non si contavano le critiche su Facebook (“Dopo Arcore hai pranzato anche con Marchionne…?”).
E, sempre sul web, è scoppiata una polemica con Gad Lerner.
Sul blog del giornalista, tra i commenti dei lettori è comparsa la frase “Renzi come Lando Conti”, il sindaco di Firenze ucciso dalle Br nel 1985.
Renzi si è detto “disgustato”.
Lerner aveva scritto: “Mi pare destinato al più classico salto della quaglia”, verso il centrodestra; dopo il commento Lerner ha espresso “solidarietà , non ne sapevo nulla, lo invito alla prossima puntata dell’Infedele”.
I Rottamatori, intanto, un po’ orfani di Renzi, chiedono le primarie alla direzione del partito con lo slogan: “Sono stanco di essere preso per il culo dai giovani di Vendola”…
Giampiero Calapà David Perluigi
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 22nd, 2010 Riccardo Fucile
DAL PD AL PDL, GLI OMAGGI COSTANO MIGLIAIA DI EURO DI SOLDI PUBBLICI…DALLA TECNOLOGIA AL VINO, DAGLI ANELLI DI BERLUSCONI ALLE PESCHE SCIROPPATE, DAL NAVIGATORE SATELLITARE ALLO SPUMANTE, DAI GEMELLI D’ARGENTO DI CASINI AI TORTELLINI
Lettere smarrite dal Partito democratico: “Caro Babbo Natale, cara Anna Finocchiaro, dov’è finito il mio iPad 64 Gb da 800 euro?”.
Un bel regalo natalizio, con i soldi pubblici, che concilia moda e tecnologia.
Il dono pensato (e annunciato) dal capogruppo Finocchiaro piaceva a ciascuno dei 111 senatori, calmava le decine di correnti interne: ex comunisti, ex popolari, cattolici, agnostici e atei.
Per evitare doppioni sotto l’albero e spese inutili di tasca propria, la Finocchiaro comunicava ai colleghi il lieto evento già il 26 ottobre scorso: “la Presidenza sta trattando con la Apple la fornitura dell’iPad 64 Gb per i membri del gruppo. Non siamo ancora in grado di indicarvi la data della consegna”.
Però “abbiamo ritenuto utile avvisarvi di tale scelta in considerazione dell’approssimarsi delle festività natalizie”.
È così che un partito è compatto, granitico, unico.
Immune (mica tanto) a tentazioni e offerte di compravendite, salti di quaglie, rane pescatrici e mercati di vacche.
Come spesso accade al Pd, all’improvviso tra le mani resta un pacco, vuoto. La Mariapia Garavaglia conosce l’indecisione cronica del Pd: “le polemiche avranno frenato la Finocchiaro…”.
Natale è vicino, cercansi iPad: “A me non serve, l’ho comprato tempo fa”. Quale omaggio per i 206 deputati democratici?
“Al Senato sono più fortunati, sempre — scherza Franco Laratta — Per noi consigli di lettura: Indietro tutta, l’ultimo libro di Laura Boldrini”.
La cultura nel Pd natalizio va forte.
Il senatore Mario Gasbarri, sempre in forma epistolare (sarà un vezzo), distribuisce buoni acquisto per la Feltrinelli: “Da ritirare presso l’amministrazione”.
Il Pdl è davvero il partito del fare: promette, mantiene.
Silvio Berlusconi ha spedito ai parlamentari centinaia di iPad e una cartolina di auguri.
Il presidente del Consiglio ha pure insegnato ai suoi le fasi di stoccaggio per la spazzatura: raccolta, riciclo e conferimento.
Ha imparato bene la lezione un deputato milanese, fiero di sè: “ho ritirato l’iPad, ma l’ho lasciato in auto per girarlo a un mio amico. Faccio un’ottima figura, no?”.
Berlusconi ha riservato alle 37 parlamentari Pdl un anello tricolore, tre fedine create da un gioielliere piemontese: una di oro rosa con rubini, una di oro bianco con brillanti, una di oro giallo tempestata di smeraldini.
Al modico prezzo di 1.400 euro, pagati sull’unghia con i soldi (pubblici) a disposizione del partito.
Il ministro (e coordinatore Pdl) Ignazio La Russa indica la strada ai colleghi con un navigatore satellitare, Mariastella Gelmini ha ordinato casse da sei bottiglie di spumante.
Doni riservati ai funzionari lombardi del Pdl: anche un brindisi fa campagna elettorale.
Ennesima dimostrazione di pluralismo di Futuro e Libertà : i finiani non osano fare un regalo, offrono a scelta un iPhone o un iPad.
Tra chi entra e chi esce, molto sarà più chiaro studiando le preferenze di falchi e colombe.
Attenzione: nel Pdl circolano solo iPad.
E i leghisti? Il deputato Davide Caparini fa la morale: “Non sprechiamo i soldi pubblici per oggetti inutili. Noi ci scambiamo, a nostre spese, prodotti tipici dei paesi padani: la senatrice Rosy Mauro compra biscotti fatti a mano”. Niente regali, i leghisti chiedono: “Caro Gesù bambino, per Natale vorrei l’approvazione del federalismo fiscale”, e il ministro Roberto Calderoli colora il suo bigliettino con i pastelli e disegna un’Italia capovolta.
Non mancano mai per i leghisti cravatte e pochette rigorosamente verdi. Marco Reguzzoni, capogruppo a Montecitorio, custodisce e dispensa con equilibrio pochi esemplari di pesche sciroppate limonate, frutto raro reperibile a stagioni alterne sul lago di Como.
L’Italia dei Valori fa economia: una bottiglia per la Camera, portafogli per il Senato.
L’Udc di Pier Ferdinando Casini spende di più: gemelli d’argento per gli uomini, collane d’oro per le donne.
E un cestino di leccornie : “Tortellini, mortadella, prosciutto…”, elenca il deputato Roberto Rao.
Ma il Natale sarà triste e avaro per decine e decine di parlamentari iscritti al Gruppo Misto.
Nessuno avrà un regalino, un cotechino, un caciocavallo per chi ha sostenuto, con “alto senso di responsabilità nazionale”, il governo di Berlusconi: Antonio Razzi e Domenico Scilipoti ex Idv, Catia Polidori, Maria Grazia Siliquini, Silvano Moffa ex Fli.
E tanti, tantissimi soccorritori estemporanei che scontano con l’albero nudo il voto al governo del 14 dicembre.
Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 2nd, 2010 Riccardo Fucile
DOPO LA RINUNCIA DEL RETTORE PROFUMO, STRADA IN APPARENZA SPIANATA PER L’EX LEADER DS… MA VENDOLIANI E ROTTAMATORI NON GRADISCONO NE’ IL NOME, NE’ IL METODO… PRIMARIE SI’ O NO?
Il Pd torinese stringe i tempi per trovare il candidato a succedere a Sergio Chiamparino.
Dopo il no del rettore del Politecnico Francesco Profumo, la segretaria provinciale Paola Bragantini ha incontrato Fassino, torinese doc, che ora pare avere conquistato la pole position tra i papabili e che avrebbe già il via libera da parte del segretario nazionale, Pierluigi Bersani.
L’ex segretario dei Ds si è preso qualche giorno di riflessione.
«Per rispetto della società torinese e dei suoi cittadini, – spiega Fassino – valuterò nei prossimi giorni quale sia il mio contributo più utile per offrire a Torino una candidatura a sindaco in grado di raccogliere quell’ampio consenso che ha reso efficaci ed autorevoli le amministrazioni di centrosinistra di questi anni».
Tra gli sponsor di Fassino c’è il sindaco Chiamparino che, in un’intervista a La Stampa, si è detto favorevole alla candidatura di Fassino.
Nessuno dei candidati del Pd che si erano fatti avanti per partecipare alle primarie ha fatto per ora alcun passo indietro.
Si sentono in lizza sia Davide Gariglio, ex presidente del consiglio regionale, Roberto Tricarico, assessore comunale all’Ambiente, l’ex segretario del Pci Giorgio Ardito.
Lo stesso consigliere Roberto Placido è pronto a scendere in campo.
Resta un’incognita, infatti, l’atteggiamento di Nichi Vendola: sembra molto difficile infatti che Sinistra Ecologia e Libertà appoggi l’ex segretario Ds.
Nel partito torinese c’è chi preme per schierare un proprio candidato. Il tema verrà proposto domani alla segreteria nazionale da Monica Cerutti, consigliere regionale e comunale a Torino e membro della segreteria di Sel.
«Il candidato – ha detto – lo dobbiamo ancora scegliere, ma riteniamo giusto che si facciano le primarie di coalizione». E anche Paolo Ferrero ha ribadito che serve un nome legato al mondo del lavoro.
Nel Pd torinese c’è chi si dice convinto che la questione verrà risolta «in una decina di giorni», in tempo cioè per l’assemblea provinciale convocata il 9 dicembre.
Ma sul nome di Fassino, che ha 61 anni, uno in meno di Chiamparino, c’è un’area di perplessità se non proprio di pollice verso: gli scettici o contrari non discutono le qualità politiche, ma temono uno scarso gradimento tra l’elettorato più giovane.
Il vicesegretario del Pd Enrico Letta, invita a guardare alle primarie con serenità , «anche perchè – dice – Torino non è Milano e nel capoluogo piemontese ci sono le condizioni per ottenere un risultato molto migliore. Non fare le primarie sarebbe un errore, decideranno i Democratici torinesi sapendo che per noi sono uno strumento naturale di selezione dei candidati».
Per il deputato del Pd Giorgio Merlo, «l’unico scenario che il Pd deve evitare è quello del recente caso milanese.
E cioè una valanga di autocandidature».
Dall’Api parte un appello al rettore Profumo a ripensarci, e dal Pdl la proposta di guidare una lista civica «delle intelligenze, trasversale ai partiti, per un grande progetto per la Torino del 2020, in modo – spiega il vice coordinatore regionale Agostino Ghiglia – da garantire alla città il futuro che merita».
E nel giorno del via libera dei vertici democratici a Fassino si apre anche una nuova grana tutta interna al Pd.
Il movimennto dei “rottamatori”, guidati da Renzi e Civati, accolgono infatti con freddezza la candidatura di Fassino.
Proprio Civati, interpellato dall’agenzia Ansa, è stato piuttosto netto: «Non è giusto» che l’attuale sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, che ieri sera aveva auspicato si creassero le condizioni per la candidatura di Piero Fassino, proponga un nome.
«Il nome – ha spiegato Civati, riferendosi al rettore del Policlinico, Francesco Profumo – Chiamparino l’aveva fatto, e poi ha detto che non andava più bene». «Ora c’è chi preferisce un politico di lungo corso – ha aggiunto Civati, riferendosi a Fassino – e chi invece pensa che magari sia il momento di lanciare un amministratore locale, di quelli che hanno lavorato con Chiamparino». L’importante, per i rottamatori, è che «le primarie siano libere. A nessuno – ha concluso Civati – salti in mente di non farle più».
Insomma se Atene piange, Sparta non ride.
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Novembre 18th, 2010 Riccardo Fucile
IN CALO LA LEGA AL 10,1%, SALGONO UDC AL 6,7%, IDV AL 6,8%, SINISTRA E LIBERTA’ AL 6,6%…PER LA PRIMA VOLTA SI PROFILA UN RIBALTAMENTO DEI RAPPORTI TRA DESTRA E SINISTRA: CENTROSINISTRA 40,2%, TERZO POLO 16%, CENTRODESTRA 37,3%
I dati dell’Atlante Politico, realizzato da Demos, e pubblicati oggi segnalano come i giudizi positivi sull’esecutivo, in netta flessione dopo l’estate, siano rimasti sui livelli di settembre (30%).
Si è invece ulteriormente contratto (- 5 punti) il gradimento del premier, ampiamente superato, nel suo stesso schieramento, da Tremonti (46%).
In caso di caduta del governo, la maggioranza degli elettori chiede un ritorno immediato alle urne (49%).
Per una porzione non trascurabile del campione intervistato, tuttavia, sarebbe preferibile formare un altro governo (39%).
L’esito di eventuali elezioni anticipate appare oggi meno scontato rispetto alle previsioni espresse, ripetutamente, negli ultimi due anni.
Quasi metà degli intervistati ritiene ancora probabile una vittoria del centrodestra, ma un terzo del campione intravvede possibilità di successo per il centrosinistra.
Questi cambiamenti non si traducono per ora in una crescita delle intenzioni di voto per il Pd (24,8%), mentre crescono i consensi per i suoi alleati: l’Idv (6,8%) e, soprattutto, Sinistra e libertà (6,6%).
La progressione del partito di Vendola, che peraltro guida la classifica dei politici più apprezzati (48%), mantiene aperti i problemi sulla leadership della coalizione, caratterizzata proprio dalla competizione tra il segretario del Pd e il governatore pugliese, con quest’ultimo in vantaggio di qualche punto. Interrogata sulla strategia delle alleanze, la maggioranza degli elettori di centrosinistra opta per un fronte elettorale ampio, che spazi dalle forze di centro fino a quelle della sinistra radicale (54%).
Ottengono minori preferenze sia l’ipotesi di una coalizione proiettata (esclusivamente) verso sinistra (29%), sia un progetto di alleanze limitato al centro (16%).
La possibile costituzione di un polo autonomo di centro – soluzione particolarmente gradita, peraltro, agli elettori dei partiti che si riconoscono in quest’area – sembra rendere lo spazio elettorale molto più concorrenziale.
Le quotazioni della nuova formazione guidata da Fini appaiono in continua ascesa (dal 6,1% di settembre all’8,1%), attraendo ex-elettori del Pdl ma anche significativi consensi provenienti da altre aree politiche. Complessivamente (considerando anche Udc, Mpa e Api), l’ipotetico “terzo polo” raggiungerebbe oggi il 16%, con un incremento di tre punti negli ultimi due mesi.
Ciò determinerebbe, indirettamente, il sorpasso del centro-sinistra (40,2%) ai danni del centro-destra (37,3%).
Si tratta, naturalmente, di somme di intenzioni di voto per partiti appartenenti alle stesse aree: il quadro potrebbe cambiare in prossimità del voto, in relazione al tipo di coalizioni e ai leader che si confronteranno.
Ma è la prima volta, da diversi anni, che si profila un cambiamento nei rapporti di forza fra le coalizioni.
Vediamo il trend dei principali partiti.
Il Pdl crolla in due mesi dal 29,8% al 23,6%, la Lega Nord scende dall’ 11% al 10,4%.
Futuro e Libertà sale in due mesi dal 6,1% all’ 8,1% e l’Udc dal 6,3% al 6,7%.
Vediamo la situazione a sinistra.
Il Pd scende dal 26,5% al 24,8%, ma diventerebbe lo stesso il primo partito.
L’Idv sale dal 5,5% al 6,8%, Sinistra e Libertà dal 4,7% al 6,6%.
Stabili Prc-Pdci al 2% e Movimento 5 Stelle al 3,6%.
Nella corsa a ritroso a chi perde di più, rispetto alle politiche 2008, il Pdl lascerebbe per strada il 14% di consensi, mentre il Pd l’8%.
Guadagnerrebbero 1 punto l’Udc, 2 la Lega, 2,5 l’Idv, 3 Sinistra e Libertà .
Non erano presenti nel 2008 nè Futuro e Libertà nè i grillini.
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Novembre 16th, 2010 Riccardo Fucile
LA TRASMISSIONE HA RAGGIUNTO IL 30,21% DI SHARE, OLTRE 9 MILIONI DI TELESPETTATORI, 20 MILIONI DI CONTATTI, RECORD ASSOLUTO PER RAI 3… SOLO PER IL PDL C’E’ STATO “SETTARISMO E MEDIOCRITA”…GASPARRI: “FINI HA FATTO UN COMPITINO DA QUINTA ELEMENTARE”: POVERETTO, E’ LUI CHE HA BISOGNO DI UN INSEGNANTE DI SOSTEGNO
Nove milioni e 31 mila telespettatori per la puntata di ieri sera di «Vieni via con me», pari al
30.21% di share: è l’ascolto record assoluto per Raitre della seconda puntata del programma con Fabio Fazio e Roberto Saviano.
La trasmissione ha registrato quasi 20 milioni di contatti.
Un’audience clamorosa, alimentata probabilmente dal grande battage di polemiche che l’ha preceduta: il direttore generale della Rai, Mauro Masi, aveva criticato la decisione dei conduttori di invitare il leader di Futuro e Libertà , Gianfranco Fini, e il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, affinchè leggessero ciascuno un elenco di valori relativi all’essere di destra e all’essere di sinistra.
Invece di subire il calo fisiologico che in molti si aspettavano dopo il boom della prima puntata con il lungo show di Roberto Benigni, il programma ha incrementato il suo ascolto, nonostante il Grande Fratello 11 su Canale 5 (5.205.000 telespettatori con il 20,38 per cento di share) e la concorrenza in casa con la replica di Montalbano su RaiUno (3.999.000 telespettatori con il 12,56 per cento di share).
Già lunedì scorso era stato stabilito il record storico di ascolti per RaiTre, ampiamente superato dai risultati di ieri.
Lunedì scorso lo share era stato del 25,48 per cento con 7 milioni 623mila spettatori, con picchi superiori a 9 milioni 300mila spettatori e al 32 per cento di share e oltre 18 milioni di contatti.
La puntata di ieri ha registrato picchi superiori a 10.400.000 spettatori (10.430.000 alle 21.46) e al 40 per cento di share (40,61 per cento alle 23.27).
I contatti sono stati circa 20 milioni (19.983.000), con una permanenza record del 45,20 per cento.
Si conferma l’attenzione del pubblico giovane e laureato: tra i 15 e i 24 anni e tra i 25 e i 34 anni il programma ha raggiunto e superato il 34 per cento di share (34,07 per cento nel 15-24, 34,24 per cento nel 25-34).
Sfiora il 35 per cento di share (34,93 per cento), inoltre, nel target 45-54 anni. Infine, ha superato il 57 per cento di share (57,41 per cento) nel pubblico laureato.
“Sono molto contento. La seconda puntata ha ottenuto un risultato straordinario in termini di ascolti, ma soprattutto ha rappresentato un momento di grande intensissima televisione del quale vado orgoglioso” è il commento del direttore di RaiTre Paolo Ruffini, che aggiunge: “Non so se nelle prossime due puntate ci saranno altri politici, non decido io. In ogni caso, Vieni via con me non è Tribuna politica”.
Gli unici che non hanno gradito paiono essere i politici di Pdl e Lega.
Ancora oggi il capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto, ha parlato della trasmissione come un misto di «settarismo e mediocrità ».
E un invidioso Maurizio Gasparri ha bollato l’intervento di Fini sui valori della destra come un «compitino di quinta elementare”.
Parla lui che avrebbe bisogno perenne di un insegnante di sostegno.
Non manca la richiesta di un confronto da parte di Maroni, offeso perchè Saviano ha citato un amministratore della Lega come controparte della pressione mafiosa al nord.
Ha detto Maroni: “Vorrei che Saviano ripetesse le accuse di ieri guardandomi negli occhi: è facile lanciare il sasso senza il contraddittorio”.
Sai che paura avrà Saviano a guardarlo negli occhi…
Se l’invito della Rai non arriverà , ha poi sottolineato Maroni, “sarà dimostrata a tutti che quella è una trasmissione contro la Lega e che la democrazia è un optional. Chiunque ha diritto di replicare, altrimenti vuol dire che siamo tornati al tribunale della Santa Inquisizione”.
Ma forse Maroni si riferiva al Tg1 di Minzolini…
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Novembre 16th, 2010 Riccardo Fucile
L’ANALISI DI PANEBIANCO SUL “CORRIERE DELLA SERA”… LA VITTORIA DI PISAPIA A MILANO SEGNA UNA SCONFITTA POLITICA DELLA CLASSE DIRIGENTE DEL PD…COM’E’ POSSIBILE CHE, A FRONTE DEL CALO DI CONSENSI DEL CENTRODESTRA, SI ASSISTA AD UNA FLESSIONE ANCHE DEL PRINCIPALE PARTITO DI OPPOSIZIONE?… SI ANDRA’ A UNO SFARINAMENTO DEL SISTEMA POLITICO ATTUALE
La vittoria di Giuliano Pisapia alle primarie milanesi del centrosinistra contro il candidato del
Partito democratico Stefano Boeri rappresenta, come ha scritto sul Corriere di ieri Michele Salvati, una «secca sconfitta politica» per il gruppo dirigente di quel partito.
Una sconfitta che si somma a tante altre batoste, come, a suo tempo, la vittoria di Nichi Vendola in Puglia contro il candidato ufficiale del Pd, la perdita di regioni tradizionalmente governate dalla sinistra, il successo, anche se per ora solo mediatico, della rivolta capeggiata dal sindaco di Firenze Matteo Renzi, e altro ancora.
Se la politica italiana è, come è, alla deriva, se la rottura del Pdl e il possibile declino di Silvio Berlusconi preannunciano una crisi di sistema destinata ad avere ripercussioni ovunque, è difficile pensare che possa cavarsela un partito di opposizione così mal messo come il Partito democratico.
Talmente mal messo da non aver saputo nemmeno approfittare, in questi anni, della crisi economica per rimontare nei sondaggi (che è ciò che normalmente accade in democrazia: i consensi per l’opposizione crescono quando il governo deve fronteggiare una grave crisi).
Così come è fallita l’aggregazione a destra denominata Popolo della libertà sta fallendo l’aggregazione a sinistra denominata Partito democratico.
Quando nacque, il Pd suscitò molte speranze fra coloro che auspicavano un rinnovamento della cultura politica della sinistra.
Ma le speranze andarono deluse.
A poco a poco vennero fuori le magagne: il nuovo contenitore risultò privo di contenuti, più un mezzo per assicurare la sopravvivenza di spezzoni di vecchia classe dirigente che un partito (nonostante, va detto, la serietà degli sforzi iniziali dell’allora segretario Walter Veltroni) dotato di identità e capacità progettuale.
Forse il Pd cominciò a morire quando, nell’inverno 2007-2008, fallirono le trattative tra Veltroni e Berlusconi per una riforma, a vantaggio dei grandi partiti, del sistema elettorale.
Se quelle trattative fossero andate in porto, il Pd sarebbe forse riuscito a mettere in sicurezza, oltre al bipolarismo italiano, anche se stesso. Probabilmente, avrebbe ugualmente perso le elezioni del 2008 ma, almeno, avrebbe monopolizzato l’opposizione e sarebbe stato in gara per giocarsi, con qualche chance di successo, la prova elettorale successiva.
Non andò così.
L’incapacità di elaborare e imporre una sua visione delle cose politiche ne fece un partito nè carne nè pesce, in balia delle pressioni esterne: prima succube dei giustizialisti, poi alla rincorsa dei centristi di Casini, e oggi anche di Fini, domani probabilmente risucchiato (ma, sicuramente, dopo avere perso per strada molti pezzi) dal radicalismo di Vendola e Di Pietro.
Non deve rallegrare il declino del Partito democratico.
Per chi, come chi scrive, è scettico sulle possibilità del cosiddetto «terzo polo», quel declino, insieme alla crisi del centrodestra, preannuncia lo sfarinamento del sistema politico vigente anzichè la sua imminente ricomposizione su nuove basi.
Le crisi di sistema sono lunghe, complesse e imprevedibili.
Quando alla fine si affermeranno nuovi equilibri, difficilmente ne sarà protagonista il Partito democratico con la sua fisionomia di oggi.
Angelo Panebianco
(da “il Corriere della Sera“)
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Novembre 16th, 2010 Riccardo Fucile
FINI E BERSANI IERI SERA DA FAZIO HANNO LETTO I VALORI ISPIRATORI DELLA LORO AREA POLITICA….LE DUE VISIONI DEL PAESE, LE LORO ASPIRAZIONI, GLI ELENCHI DEI PUNTI DI RIFERIMENTO DI DESTRA E DI SINISTRA
Nonostante tutto. L’ottimismo di Gianfranco Fini è in quell’espressione pronunciata
all’inizio del suo elenco. “E’ bello, nonostante tutto, essere italiani”.
Mentre “guardare il mondo con gli occhi dei più deboli aiuta a realizzare un mondo migliore” è l’idea (di partenza) di sinistra secondo Pierluigi Bersani. Tre minuti e tre minuti, due leader, due idee del Paese mentre del Paese si giocano le sorti.
Va in scena il bipolarismo dei valori.
E’ il momento più atteso, anticipato dalle polemiche, di “Vieni via con me”.
I valori della sinistra e quelli della destra, Bersani impacciato ma deciso, Fini disinvolto e rassicurante.
Su qualche punto – pur nelle diversità – si sfiorano, gli immigrati che saranno italiani, la necessità , per un governo, “di persone perbene, che è un fatto privato” (Bersani), perchè “senza autorevolezza e buon senso delle istituzioni non c’è libertà ma solo anarchia, arroganza e furbizia a discapito dei cittadini” (Fini).
Fabio Fazio e Roberto Saviano riprendono il loro viaggio fra umori e malumori dell’Italia dopo l’esordio di lunedì 8 novembre, record d’ascolti storico per RaiTre.
Bersani e Fini di fatto consacrano la “politicità ” del programma.
Come politiche sono state le polemiche che hanno preceduto questa puntata, all’annuncio della partecipazione dei due segretari di partito.
Con il direttore generale Rai, Mauro Masi, che saputo dell’invito (e delle conferme dei due, per niente intenzionati a rimettersi ai diktat dei vertici di viale Mazzini) aveva intimato, in nome del pluralismo e del contraddittorio, che fossero ospitati anche i leader di Idv, Udc, Lega, Pdl.
A Masi risponde Fazio in apertura di programma con “l’elenco dei segretari di partito che, se fossimo una tribuna politica, dovremmo invitare nelle prossime puntate”, e via citando oltre settanta sigle, in alcuni casi sconosciute ai più.
A metà serata tocca a loro.
Esordisce Bersani.
“La sinistra è l’idea che se guardi il mondo con gli occhi dei più deboli puoi fare davvero un mondo migliore per tutti”.
Poi la Costituzione, “la più bella del mondo”, l’economia che “non gira se pochi hanno troppo e troppi hanno poco”.
Il segretario del Pd parla di lavoro, “è la dignità di una persona, chiamare flessibilità una vita precaria è un insulto”; di evasione fiscale, degli insegnanti “che inseguono un ragazzo per tenerlo a scuola”, di ambiente, del diritto per un figlio di immigrati di essere italiano, di laicità .
“Chi si ritiene progressista deve tenere vivo il sogno di un mondo in pace, senza odio e violenza, combattere contro la pena di morte e ogni sopraffazione, contro l’aggressività che ci abita dentro, quella del più forte sul più debole”.
Fini spinge sul tasto che più gli è caro, quello del patriottismo.
Valori della destra sono far emergere “l’Italia che ha fiducia nel futuro perchè ha fiducia in se stessa” ed “essere di destra vuol dire innanzi tutto amare l’Italia, avere fiducia negli italiani, nella loro capacità di sacrificarsi, lavorare onestamente e pensare al futuro dei figli, essere solidali e generosi” come “i nostri militari in Afghanistan, le migliaia di connazionali volontari che aiutano anziani, malati, deboli”, “le imprese e le famiglie che danno lavoro a immigrati onesti i cui figli domani saranno anch’essi cittadini italiani perchè la patria da tempo non è più soltanto la terra dei padri”.
“E’ lo stato che deve garantire che la legge è davvero uguale per tutti. Un’Italia migliore non va costruita dal nulla, c’è già ».
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