Destra di Popolo.net

BERSANI: “DOVEVO PARLARE PRIMA”

Aprile 25th, 2013 Riccardo Fucile

NEL PD LA PAURA DEL GOVERNISSIMO… L’ALTOLA’ DI PRODIANI E GIOVANI TURCHI… DEMOCRATICI DIVISI, RESA DEI CONTI ALL’ASSEMBLEA NAZIONALE

L’incubo peggiore del Pd prende forma nel pomeriggio. Ha le sembianze di un ministero di peso affidato a Renato Schifani e di una poltrona dell’esecutivo a disposizione di Renato Brunetta.
«Che vi aspettavate? — si infuria Pippo Civati — Non è che se noi mettiamo a Palazzo Chigi il vicesegretario, il Pdl sceglie come ministri le scamorze… ».
Perchè un conto è il governissimo, un altro l’abbraccio mortale con le incarnazioni più autentiche di vent’anni di berlusconismo.
In pochi minuti le correnti si riuniscono e i dubbi si moltiplicano, ma la balcanizzazione delle ultime settimane resta per qualche ora sullo sfondo.
Per molti dirigenti lo schema prospettato dal Pdl risulta semplicemente indigeribile.
Il primo a pensarla così è Enrico Letta.
Consapevole delle difficoltà , il premier incaricato riunisce i big del partito alla Camera.
Ci sono Franceschini e Bersani (D’Alema smentisce di aver partecipato).
Il nodo politico, però, quello resta tutto.
Letta ascolta tutti i dubbi del composito puzzle democratico.
I dalemiani non sono contrari per principio a un coinvolgimento diretto di alcuni pezzi da novanta nell’esecutivo. I nomi che circolano sono quelli di sempre, da D’Alema a Finocchiaro.
Le controindicazioni pure, perchè a quel punto difficilmente il giovane premier riuscirebbe a stoppare la presenza di berlusconiani di stretta osservanza nell’esecutivo.
A sera tocca proprio a Letta tirare le somme: «Per il momento si tratta di dialettica fisiologica». Non senza difficoltà , ma al momento il premier può contare su una fetta rilevante della classe dirigente dem.
E lo spettro di un Cavaliere pronto a dettare condizioni inaccettabili fa il resto.
Certo, i maldipancia non mancano.
I Giovani turchi, ad esempio, preferiscono non anticipare il giudizio sull’operazione: «Prima — spiegano — vediamo la composizione dell’esecutivo». Matteo Ofini, però, intercettato al Nazareno non si sottrae: «Noi la fiducia la votiamo».
Come faranno i veltroniani, assicura Andrea Martella.
Chi invece manifesta dubbi che superano il livello di guardia sono i prodiani.
Sandro Gozi, ad esempio, non si nasconde: «Il governo duri sei mesi».
E comunque con dentro Gelmini o Quagliariello «mi farebbe molto schifo».
Corradino Mineo, l’unico ad aver contestato la soluzione del Napolitano bis, propone una via d’uscita: «Voto la fiducia ma se mettono Schifani alla giustizia mi risolvono il problema.. ».
E Civati non sembra da meno: «Per ora voto no alla fiducia. Adesso basta! Serve un dibattito aperto».
La resa dei conti è fissata all’Assemblea nazionale del 4 maggio.
Per stoppare tentazioni scissioniste, il capogruppo Roberto Speranza ha inviato un sms promettendo un’assemblea appena saranno disponibili «novità ».
La riunione dei senatori, invece, è stata sconvocata. La segreteria, pur dimissionaria, marca ad uomo i dissidenti.
Bersani non rinuncia a togliersi qualche sassolino: «Cosa mi rimprovero? Di non aver detto prima qualcosa ai nostri».
Il segretario, comunque, dà  una mano.
E ieri, prima di un pranzo accompagnato da un calice di Montepulciano alla “Scalinata”, ha confidato con un sorriso a un amico: «Io tengo duro, ma a volte mi sembrano tutti matti…».

Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica”)

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FINALMENTE INSEME: APPLAUSI E LACRIME TRA SILVIO E I DEMOCRATICI

Aprile 23rd, 2013 Riccardo Fucile

FIORONI SI SPELLA LE MANI, BERLUSCONI DIRIGE L’ORCHESTRA E CITA PICO DELLA “MIRANDA”

Quando gli ha detto che sono imperdonabili, versione appena più soft di impresentabili, un lungo battimani, delle decine con cui hanno accompagnato le parole del presidente, ha nuovamente scosso cravatte e gonnelle.
Beppe Fioroni, deputato dichiaratamente sadomaso, si è ustionato le dita per la forza impressa al clap clap.
Il più bello spettacolo del mondo, e da sinistra come da destra finalmente un coro unanime, un tributo condiviso, una scena di gioia e non di dolore, di solidarietà  e non di divisione.
Malgrado il cerone nelle dosi identiche del secolo scorso, Silvio Berlusconi è parso ringiovanito di vent’anni e col dito del maestro d’orchestra ha musicato le parole di Napolitano.
Seguiva il discorso con il trasporto di una canzone dell’amato Trenet, col cuore in gola, l’indice ondeggiante e gli occhi lucidi: “Le mie ragazze mi hanno salutato cantando Meno male che Silvio c’è. Ho detto loro di cambiare nome: Meno male che Giorgio c’è”.
Entusiasta, commovente.
Non si è risparmiato con i ritratti della memoria: “Francamente, neanche Pico della Miranda sarebbe riuscito a formare un governo senza i voti necessari”.
Francamente si chiamava Mirandola, ma è stata l’emozione.
Quasi come quella di Dario Franceschini che ieri l’altro se l’è vista brutta al ristorante per via di un incrocio teppistico e oggi ha respirato: “Un gigante, è un gigante”.
In effetti la prescrizione alle larghe intese ha trovato un seguito immediato.
Ecco Latorre con Fitto, laggiù a destra, appena usciti dall’aula, a verificare l’accordo.
Magnifico Latorre: “Sono vent’anni che inciuciamo”.
E magnifico, c’è da dirlo? Silvio, di nuovo ganzo, sorridente, pronto a fare già  ora un pensierino a ciò che avverrà  da qui a due anni: la successione al Quirinale.
Re Giorgio è stato chiaro: finchè le forze mi sorreggeranno.
Quando taglierà  il traguardo dei novanta, cioè tra pochissimo, potrebbe trovare un ragazzo di nemmeno ottanta a sostenere lo sforzo di unire il Paese.
Per unirlo serve un governo e nuovi orizzonti, nuove parole: “Basta inciucio, chiamiamola collaborazione”.
E d’un tratto, sotto il gazebo, la prima indiscutibile prova collaborativa: la portavoce pro tempore di Bersani, la carina Alessandra Moretti un po’ sciupata nell’umore per via delle brutte giornate che l’hanno vista protagonista, verifica, in un vertice con Daniela Santanchè, portabandiera dell’altra parte, i primi caratteri di un lavoro comune, solidale, costruttivo.
“Noi siamo un po’ diversi da loro”, dice la Bindi, acciaccata dagli eventi e persa nei suoi brutti pensieri.
Non sembrerebbe, volendo essere pignoli, che l’impressione sia quella giusta.
C’è Formisano, un ex dipietrista passato alla nuova stagione, che ascoltando e valutando ritiene inesorabile il superlativo: “È un gigante e di più”.
Col papagno, quel senso triste che segue alla pennica, l’umore fragile di Pier Luigi Bersani.
Si accomiata sibilando: “Discorso davvero eccezionale”.
Non è vispo come quell’altro, che infatti si intrattiene con Barbara D’Urso, fa la fila dei tg, allunga il passo da uno studio all’altro.
Corteo di cronisti sorridenti e disponibili, corteo di amazzoni felicissime.
Dorina Bianchi: “Embè?”. La filiforme Ravetto: “Senza di lui dove saremmo?”.
Non sarebbe di sicuro in Parlamento la sua badante, l’onorevole Maria Rosaria Rossi che cura l’agenda del cuore e in questi ultimi giorni è stata vista anche in compagnia di Dudù, la cagnolina di Francesca Pascale, fidanzatina del Capo.
Che spettacolo, e quanti sorrisi, e che bello vederli finalmente liberi di assecondare il senso per le Istituzioni.
“Faremo un governo”, dice il leghista Bonanno.
Figurarsi, Quagliariello è già  ministro, anche Violante forse.
Più preoccupata la pattuglia dei fedeli a Enrico Letta.
Si dice che non possa raggiungere lo scranno da premier, forse sarà  solo ministro. Vedremo. Comunque è una giornata molto diversa questa, e non solo e non tanto perchè c’è la fanfara e i commessi in grande uniforme e le freccie tricolori.
Ma perchè si vede una via d’uscita: “per il bene del Paese dovremo fare un governo”.
“O con i cinquestelle oppure io non ci sto”, dichiara Matteo Orfini, uno dei pochi che non gradisce.
Ma non ha capito niente, “Napolitano è il più giovane tra di noi”, assicura Casini.
Altro che grillini! In effetti spaesati, fuori sincrono.
Oggi riunione in streaming per decidere l’espulsione del deputato Mastrangeli, incolpato di bulimismo televisivo.
È un processo ma sembra qualcosa di più vicino a Uomini & donne, il talk dei cuori solitari. “Ma ti sembra, ma siamo in Corea del nord?”, dice un cittadino a una cittadina.
Stridono con la realtà  e con il gusto vero della vita.

Antonello Caporale
(da   “il Fatto Quotidiano“)

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LO SFOGO DI BERSANI: “TUTTO IL PESO SU DI ME, MATTEO SENZA FRENI, VUOLE SOLO LE ELEZIONI”

Aprile 21st, 2013 Riccardo Fucile

“MI DOVEVO TOGLIERE DI MEZZO, ADESSO SONO PIU’ LIBERO DI FARE POLITICA”

«Basta con queste lacrime, guardate che mi arrabbio ».
Ma il primo a commuoversi è stato lui quando Napolitano ha superato il quorum.
Le mani davanti agli occhi, ha chinato il capo, ha ceduto alla tensione degli ultimi 55 giorni.
Un lungo tragitto che doveva portarlo a Palazzo Chigi e invece è terminato con le dimissioni. È l’ultimo giorno da segretario di Pier Luigi Bersani.
Adesso sorride solcando il corridoio che lo porta nella stanza del dramma, quella alle spalle dell’emiciclo di Montecitorio dove sono state vissute le sconfitte di Marini e di Prodi, quella dove ha deciso di gettare la spugna.
Lo seguono a un passo le donne del suo staff Chiara Muzzi, Paola Silvestri, il direttore di Youdem Chiara Geloni.
Hanno gli occhi lucidi. Ancora dietro il portavoce Stefano Di Traglia che gli annuncia la presenza della conduttrice di Telecamere Anna La Rosa nel suo studio. «Mamma mia, e che ci fa lì?». Un saluto, risponde Di Traglia.
Allora Bersani mima il gesto di un abbraccio ampio e avvolgente. «Le darò un bel bacio».
La sera di venerdì, dopo il discorso durissimo contro i traditori all’assemblea del cinema Capranica, ha chiesto ai capigruppo Roberto Speranza e Luigi Zanda, a Enrico Letta, a Maurizio Migliavacca e Vasco Errani di risolvere assieme a lui il rebus del Quirinale.
Sapendo che l’unica soluzione era il bis di Giorgio Napolitano.
In un ristorante di Testaccio, la war room bersaniana si è riunita l’ultima volta con il leader. «Serviva una scossa. E adesso io sono più libero di fare politica e sono più responsabili i parlamentari di fronte agli eventi. Soprattutto di fronte alla scelta di eleggere un presidente della Repubblica»
Il segretario uscente spiega che sulla sua figura si sono scatenate le tensioni interne e le conseguenze della mezza vittoria.
Nel tritacarne sono finiti Marini e Prodi.
Ma l’altro bersaglio grosso era lui. E la sua poltrona.
«In questi 55 giorni difficilissimi, il peso delle scelte del Pd è finito tutto su di me. Normale che fosse così. Mentre tentavo una strada complicata e cercavo di dare una risposta a un risultato elettorale impazzito, però, è venuta meno la solidarietà  minima che dovrebbe esistere in un partito.
Gli altri pensavano alle loro manovre, anche quando in gioco c’erano le istituzioni». Non è stato tanto il problema di «sentirsi solo. Ma alla fine il cerino finiva sempre nelle mie mani. Intanto, gli altri facevano i giochini».
Per sbloccare la partita del Colle dunque erano necessarie, obbligate le dimissioni. «L’atteggiamento irresponsabile dei parlamentari andava assolutamente bloccato. Bisognava fermare lo scaricabarile. Siccome il barile principale ero io, mi dovevo togliere di mezzo. Dovevo farlo per arrivare a una soluzione, per eliminare gli alibi di gruppi e gruppetti».
Poi, certo, Bersani ha preso atto degli schiaffi in faccia, della sua gestione faticosa e carente della crisi politica.
Poteva forse coinvolgere di più Matteo Renzi, farlo entrare nella stanza dei bottoni che in un modo o nell’altro il sindaco di Firenze aveva già  conquistato agli occhi dell’opinione pubblica e soprattutto del partito.
Se non altro per il risultato corposo delle primarie.
«Renzi però – spiega Bersani – ha cominciato a mettere veti sapendo che dopo toccava a noi risolvere i problemi. Marini e Finocchiaro erano due nomi su cui stavamo lavorando da tempo, poi è arrivato lui con il suo no. E noi dovevamo ricominciare daccapo».
Renzi, dopo un iniziale feeling che neanche la sfida per la premiership aveva intaccato, è diventato un avversario interno.
Aggressivo, spregiudicato, senza freni.
«Negli ultimi giorni forse ha capito che stavamo per chiudere sul nostro schema. Lui invece doveva accelerare il voto perchè sentiva che il suo treno passava adesso».
Ma ci sarà  tempo per le rese dei conti e per la battaglia. Bersani non sparirà .
A metà  mattina fa chiamare Cristina Ferrulli dell’Ansa, Mara Montanari dell’Adnkronos e Sabina Bellosi dell’Agi per annunciare: «Che farò adesso? Non andrò all’estero…».
È il modo per dire che non sparirà  dal dibattito, ma è anche il regalo di una piccola esclusiva alle colleghe delle agenzie di stampa che lo hanno seguito costantemente nei quattro anni della sua segreteria, aspettandolo sotto la sede di Largo del Nazareno con il solleone e con la neve.
Un congedo affettuoso.
Ai parlamentari che lo raggiungono al suo banco dell’aula durante la votazione finale ripete come un mantra che le sue dimissioni erano inevitabili.
Ai più giovani consiglia ancora una volta di «spegnere ‘sto telefonino ogni tanto.
Non potete fare politica solo con Twitter e Facebook ».
Per il futuro del Partito democratico vede il pericolo dell’irrilevanza se non viene rifondato su nuove basi.
«Dall’opposizione e durante il governo Monti siamo riusciti a tenere insieme il Pd. Arrivati al momento di un confronto con la cultura di governo siamo implosi. Su questo dovrà  riflettere il centrosinistra».
Alla fine della giornata, c’è il volo per Milano pieno zeppo di parlamentari del Pdl. Loro trionfanti, al centro del gioco politico. Lui dimissionario e con un partito distrutto.
Alcuni lo salutano, altri si danno di gomito.
Per fortuna, a un’ora di macchina c’è Piacenza e il ritorno a casa.

Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica“)

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LA SCHEDA BIANCA DI ALESSANDRA MORETTI: SE LA POLITICA E’ PARRICIDIO

Aprile 21st, 2013 Riccardo Fucile

IL LEADER DEL PD BERSANI E IL VOTO DELLA EX FEDELISSIMA PORTAVOCE

La disfatta politica e umana di Bersani contempla anche un parricidio simbolico, uno psicodramma luttuoso: Ale, la fedele Alessandra Moretti, il volto nuovo e accattivante della Nuova Era Bersaniana, è stata la prima a non rispettare gli ordini di scuderia sul voto a Franco Marini.
La scusa? Banale: «Ho votato scheda bianca. La ricerca di un’ampia intesa parlamentare non può dividere il Pd, nè ignorare la voce del Paese reale».
Il Paese reale è quello abitato dalla società  civile, il paese dei balocchi.
È in quel preciso istante che Bersani deve aver capito che tutto era perduto, anche l’onore, anche la segreteria.
Splendida quarantenne, madre e sposa felice, vice-sindaco di Vicenza e avvocato specializzato in diritto di famiglia, Ale fa parte della Direzione nazionale del Pd ed è stata chiamata da Bersani quale portavoce nella campagna per le primarie.
I meriti? Televisivi, innanzitutto, come quelli della Polverini.
Ma lei buca meglio lo schermo, con quell’aria da «sciuretta» rassicurante, sempre appropriata, mai originale.
Sono le infide inezie le armi più affilate.
Il suo faticoso apprendistato politico passa per le ospitate: Gruber, Floris, Formigli, Vespa, Del Debbio…
Dal telecomando arriva l’investitura dello Smacchiatore: «Mi ha telefonato: ci ho pensato, fai tu il portavoce. E io, senza riflettere, ho detto sì. Che potevo fare? È un uomo autorevole dalla straordinaria normalità ».
Per incoraggiarla, le dicono che sembra Carole Bouquet.
Lei ricambia: «Bersani è bello come Cary Grant».
Era appena l’altrieri. Ale non piaceva a tutti, la cooptazione da parte del vertice del Pd evocava i metodi del centralismo democratico, che però, alla prova dei fatti, si è sciolto come neve al sole.
L’accusavano anche di fare errori sulla carriera politica del suo Capo (gaffeuse, ma con garbo), di aver appoggiato, anni fa, la candidatura dell’ex coordinatore regionale veneto di Forza Italia, Giorgio Carollo.
Acqua passata, niente di fronte ai rancori, ai tradimenti, alle congiure che hanno affossato il Pd, corroso da voluttà  autodistruttiva.
Per Ale vale solo la maledizione di Porta a porta: ieri portaborse, oggi portavoce, domani portacenere.
Le ceneri di Gramsci.

(da “il Corriere della Sera“)

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CHE CI FACEVA D’ALEMA STAMANE A SPASSO CON IL SUO CANE E UNA SPINA ELETTRICA IN TASCA?

Aprile 20th, 2013 Riccardo Fucile

SE LA ERA DIMENTICATA IN TASCA DALLA SERA PRIMA QUANDO, INSIEME A RENZI, AVEVA “FULMINATO” BERSANI?

Qualcuno oggi lo indica come il regista dell’operazione “affossamento” di Prodi che ha determinato il “corto circuito” della segreteria Bersani, in collaborazione con il basista Renzi che avrebbe fornito il materiale umano.
Restavano dei dubbi sulle modalità  tecniche con cui è stato condotto il blitz che ha “incenerito” gran parte della classe dirigente del Pd, determinandone la dipartita.
Tutti davano per scontato che sarebbe stato difficile risalire agli esecutori e qualche esponente Pd si era spinto ad affermare che “se fosse stato D’Alema, lui le cose le fa bene e non lascia tracce”.
Stavolta forse qualcosa è però andato storto, forse il leader Massimo si è dimenticato di svuotare le tasche del suo impermeabile quando è tornato ieri sera a casa, o forse l’infido complice Matteo gliel’ha messa in tasca a sua insaputa.
Fatto sta che stamane D’Alema è stato immortalato mentre portava a spasso il suo cane sotto casa.
Indossava proprio lo stesso impermeabile di ieri e cosa gli spuntava dalla tasca?
Non i sacchetti per raccogliere la popò del cane, ma una “strana” spina elettrica.
Che sia quella utilizzata ieri per “fulminare” il povero Bersani?

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BERSANI LASCIA: “STAMANE AVETE PREFERITO L’OVAZIONE E L’UNANIMITA’ SU PRODI, POI UNO SU QUATTRO DI VOI HA TRADITO, E’ INACCETTABILE”

Aprile 19th, 2013 Riccardo Fucile

“ATTO GRAVISSIMO NEI CONFRONTI DI PRODI, QUESTO E’ TROPPO”…DOMANI IL PD VOTERA’ SCHEDA BIANCA, POI SCELTA CONDIVISA CON ALTRI PARTITI

Pierluigi Bersani lascia. «Non posso accettare il gesto gravissimo compiuto nei confronti di Prodi – dice il segretario ai grandi elettori del Pd in assemblea al termine di una delle giornate più nere della storia del partito – Le mie dimissioni saranno operative un minuto dopo l’elezione del presidente della Repubblica».
Il partito è andato in pezzi sulla bocciatura di Romano Prodi al quarto voto per il Colle.
Il Professore si è ritirato dalla corsa accusando la dirigenza del partito: «Chi mi ha portato fin qui si assuma le proprie responsabilità ».
«Abbiamo preso una persona, Romano Prodi, fondatore dell’Ulivo, ex presidente del Consiglio, inviato in Mali, e l’abbiamo messo in queste condizioni. Io non posso accettarlo. Io non posso accettare il gesto gravissimo. Questo è troppo», ha detto Bersani.
“L’assemblea è fatta di dirigenti che oggi hanno preferito l’ovazione e l’unanimità , poi uno su quattro di noi qui ha tradito. Ci sono state in alcuni pulsioni a distruggere senza rimedio. Spero che la mia decisione serva ad arrivare ad un’assunzione di responsabilità », ha concluso Bersani prima di lasciare l’assemblea.

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PRODI RITIRA LA CANDIDATURA, BERSANI SI DIMETTE DA SEGRETARIO, LA BINDI DA PRESIDENTE: PD DIVISO IN TRIBU’, RENZI E GRILLO HANNO RAGGIUNTO LO SCOPO DI RESUSCITARE BERLUSCONI

Aprile 19th, 2013 Riccardo Fucile

I CENTO FRANCHI TIRATORI PD OGGI HANNO VOTATO PER RIMETTERE IN GIOCO IL GOVERNISSIMO TANTO CARO AL CAVALIERE MENTRE GRILLO HA IL COMPITO DI TENERE BLOCCATI I SUOI… SE IL PD APPOGGIA LA CANCELLIERI PERDE SEL E TRADISCE LA BASE, SE APPOGGIA RODOTA’ PERDE MONTI E L’ALA MODERATA.. IN ENTRAMBI I CASI PERDE LE ELEZIONI

“Oggi mi è stato offerto un compito che molto mi onorava anche se non faceva parte dei programmi della mia vita. Ringrazio coloro che mi hanno ritenuto degno di questo incarico. Il risultato del voto e la dinamica che è alle sue spalle mi inducono a ritenere che non ci siano più le condizioni”.
Così Romano Prodi prende atto della mancata convergenza sul suo nome nella corsa al Quirinale.
Ma non finisce qua, pochi minuti e arrivano le dimissioni della Bindi: “Il 10 aprile ho consegnato a Pierluigi Bersani una lettera di dimissioni da presidente dell’Assemblea nazionale del Pd. Avevo lasciato a lui la valutazione sui tempi e i modi in cui rendere pubblica una decisione maturata da tempo. Ma non intendo attendere oltre”.
Continua la Bindi: “Non sono stata direttamente coinvolta nelle scelte degli ultimi mesi- aggiunge- nè consultata sulla gestione della fase post elettorale e non intendo perciò portare la responsabilità  della cattiva prova offerta dal pd in questi giorni, in un momento decisivo per la vita delle istituzioni e del paese”.
Ultimo colpo di scena tra pochi minuti. Bersani al Capranica annuncerà  le proprie dimissioni da segretario.
Ormai la scena del ring interno al Pd è questa: Grillo sale sul ring e tiene da tempo bloccato Bersani, arriva Renzi e lo riempie di botte, poi passano D’Alema, Fioroni, giovani turchi e altri “democrat”e gli assestano due sberle.
Chi ha un mandato preciso, chi un disegno personale ambizioso, chi piccole vendette personali da saldare, tutto è funzionale a un esito finale: sfasciare il Pd e salvare Berlusconi.
Diffidate da chi si dichiara più anti-berlusconiano di altri e da chi per primo accusa gli altri di essere franchi tiratori: da consumati attori sanno mentire meglio di altri e rendere più credibili le proprie bugie.
Domanda: chi aveva interesse a far mancare 100 voti a Prodi?
Intanto chi può controllarne 100.
D’Alema non ne controlla neanche la metà , Renzi con le ultime aggregazioni era arrivato a 95, gli ex Dc ci possono arrivare, gli altri contano poche decine a testa, il grosso è con Bersani.
E’ anche possibile che l’operazione sia stata avallata da due gruppi con interessi convergenti nel contingente.
Domanda: perchè affossare ieri Marini, nome da “governissimo”, e oggi Prodi, nome da chiusura al governissimo?
C’è la convergenza tra un fine politico e uno personale.
Nel Pd c’è chi vuole l’accordo con il Pdl e chi no.
I primi sono stati spiazzati dalla rivolta della base, i secondi dalla convergenza tra chi invece vuole un governo di larghe intese e chi ha come unico fine semplicemente quello di far fuori Bersani e prendere il suo posto.
In questo quadro Grillo ha il compito di tenere “congelati” i suoi parlamentari, attaccare solo il Pd e di fatto favorire il Pdl.
Ogni volta che Berlusconi appare alle corde, ecco che arrivano i “rianimatori associati”, chi applica il respiratore e chi distrae l’arbitro alllo scopo di prendere tempo.
Domanda: perchè il Pd non vota Rodotà ?
Perchè votare un candidato proposto da Grillo senza che i Cinquestelle si impegnino a votare la fiducia a un futuro governo sarebbe un suicidio politico.
E quanti franchi tiratori ci sarebbero nel Pd pronti a impallinare anche Rodotà ?
Conclusione: chi aveva il compito di resuscitare i morti c’è riuscito.
Forse non tutti si sono ancora accorti di chi ha tirato le file.

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BERSANI PRONTO AL PASSO INDIETRO: “UN MINUTO DOPO L’ELEZIONE, MI RITIRO DALLA CORSA A PREMIER”

Aprile 19th, 2013 Riccardo Fucile

“NON SONO RIUSCITO A FAR PASSARE LA DISTINZIONE TRA ISTITUZIONI E POLITICA”

«Alla prova dei fatti, più che i parlamentari, è la nostra base che mi ha mandato a quel paese». Pier Luigi Bersani è tramortito per l’esito disastroso del voto su Franco Marini.
Stanco, sfiduciato, non vuole farsi vedere così.
Per questo è un fantasma nel Transatlantico affollato da mille grandi elettori e centinaia di giornalisti.
Nessuno lo vede, protetto dai commessi che gli suggeriscono i corridoi laterali per rifugiarsi nella sua stanza al primo piano, alle spalle dell’aula.
Solo i fotografi lo immortalano sorridente nell’emiciclo mentre vota e abbraccia Angelino Alfano.
I nemici per un giorno sono più affidabili degli amici. Eppure c’è ancora da gestire un esercito di grandi elettori completamente fuori controllo, che rischiano di non tenere nemmeno sul nome del fondatore dell’Ulivo Romano Prodi.
Non c’è il tempo per riflettere sulla propria parabola personale, sulla voglia di gettare la spugna.
Ma a un certo punto, nel “bunker” di Montecitorio, 53 giorni dopo la sconfitta elettorale, Bersani prende fiato e confida: «Un minuto dopo l’elezione del presidente della Repubblica, mi ritiro dalla corsa per Palazzo Chigi».
Tradito persino dagli eletti emiliani, dalla sua terra, dalle radici. I suoi, mica i renziani, hanno bocciato Marini.
Alla luce del sole, bombardando le mail di Vasco Errani e Maurizio Migliavacca con lettere di fuoco, minacciando dimissioni in massa dei segretari di circolo.
Il segretario regionale Stefano Bonaccini ha preso atto e comunicato con Roma: «Non reggiamo, Pierluigi. Fermati».
Bersani non rinuncia ma deve chinare il capo. «Non sono riuscito a far passare la distinzione tra le istituzioni e la politica, il governo. L’intesa con Berlusconi, i nostri non la vogliono neanche sulla presidenza della Repubblica ».
È così, non ci si può fare niente. Cede l’Emilia rossa, la cassaforte dei voti del Pci, dove il partito indicava la rotta e le masse seguivano.
«Vedo con i miei occhi che la gente, persino quella che conosco meglio, non lo tiene un accordo con Berlusconi. E non guarda al Quirinale o al governo. Hanno dato uno schiaffo a me e alla larga condivisione».
Bersani spiega che «la crisi politica e quella economica sono profondissime e stanno travolgendo tutte le regole. È un fatto nuovo, ci dobbiamo fare i conti. Non era mai successo nella storia. E in una situazione politica frantumata, è toccata a noi la responsabilità  di trovare una strada».
Con il fallimento di Marini sulle spalle, al segretario spetta ora il compito di cercare un altro nome. E la preoccupazione si raddoppia. Non può più sbagliare. Ma gruppi e gruppetti del Pd si muovono in ordine sparso, sulle ipotesi più strampalate.
Dalla mattina alla sera, Bersani è in riunione permanente con i capigruppo Luigi Zanda e Roberto Speranza, Enrico Letta, Errani, Migliavacca, Miro Fiammenghi. Lontano dai suoi parlamentari, lontano dalle voci maligne, lontano dalla fedele scudiera Alessandra Moretti che già  dalla sera prima lo ha abbandonato al suo destino, votando per Rodotà .
Il segretario non sente le battute al veleno, ma percepisce il clima d’assedio. E il desiderio crescente di cambiare il timoniere.
Marianna Madia, senza nascondersi, ha annunciato: «Marini non lo voto». Volto angelico, capelli biondi, la giovane deputata è la compagna di Mario Gianani, il produttore della serie tv In Treatment che in ogni puntata racconta una seduta di psicanalisi.
«Presto Bersani diventerà  un paziente di Sergio Castellito», dice con sorriso affilato riferendosi all’attore che interpreta il terapeuta. Bersani è solo, a parte il circolo dei fedelissimi.
Matteo Orfini tratta con Vendola per il futuro del Pd, Matteo Renzi piomba a Roma e riunisce i fedelissimi.
Nel frattempo è diventato leader di due partiti, il Pd e Scelta civica.
In effetti, hanno molto in comune: sono entrambi allo sbando.
I dalemiani si muovono con passi felpati e comunque in piena autonomia usando i loro contatti a tutto campo. Orfini si precipita a parlare con Franceschini e gli propone lo scambio: Boldrini al Quirinale e la poltrona della Camera a un ex popolare.
Il premio di consolazione dopo il killeraggio contro Marini.
Tutto passa sopra la testa di Bersani. Che resta chiuso nella sua stanza.
Telefona a D’Alema, a Veltroni, ai “turchi”, a Fioroni, certo. Non a Renzi, con cui fa da ponte Letta.
Sente, ascolta, scruta e si rende conto della difficoltà  di reggere un accordo su qualsiasi nome.
Perchè da ieri ognuno segue la sua traiettoria e cerca di salvarsi dal disastro.
C’è la batosta e la necessità  di agire. La barca distrutta, che fa acqua da tutte le parti e l’obbligo di condurla in porto.
Sentimenti contrastanti. «Tante volte in questi giorni ho detto che ne avevo viste di peggio. Non è vero. Questa è la peggiore di tutte », ammette Bersani.
Eppoi sorride.
Per un attimo.

Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica“)

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RENZI PRENDE IL TRENO PER ROMA, MARINI LO HA PERSO MA CONTA SUL FRECCIA AZZURRA DI SILVIO

Aprile 18th, 2013 Riccardo Fucile

STASERA INCONTRO BERSANI-RENZI… MARINI NON INTENDE RITIRARSI E RICEVE ASSICURAZIONI DAL CAVALIERE… IL TEATRO DELL’ASSURDO: IL CANDIDATO DEL CENTROSINISTRA LO SCEGLIE IL CENTRODESTRA

Mentre alla Camera procede stancamente la seconda inutile votazione per il Quirinale, Matteo Renzi nel tardo pomeriggio prenderà  un treno per Roma.
Secondo quanto riferiscono fonti del suo staff, il sindaco in serata dovrebbe vedere il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, per trovare una soluzione sulla scelta del presidente della Repubblica.
Nel frattempo si dice che Franco Marini non avrebbe nessuna intenzione di fare al momento un passo indietro.
Nonostante al primo scrutinio per l’elezione del prossimo Capo dello Stato abbia raccolto solo 521 voti, l’ex presidente del Senato avrebbe spiegato al cerchio più ristretto dei suoi sostenitori in Parlamento di voler restare in pista.
Marini avrebbe riferito di avere avuto rassicurazioni da Silvio Berlusconi che il Pdl non appoggerà  altri candidati.
Per questo non esclude ancora di potercela fare dalla quarta votazione – quando per essere eletto i voti necessari sono 504 – a meno che non sia il Pd a scegliere di cambiare strategia.
Insomma l’esponente del centrosinistra spera di essere eletto con i voti del centrodestra, non con quelli della sua coalizione.
Italia, strano Paese…

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