Febbraio 3rd, 2013 Riccardo Fucile
SECONDO GLI APPRENDISTI STREGONI TREMONTI E CALDEROLI LA SUA ENTRATA IN VIGORE AVREBBE RISOLTO IL PROBLEMA DEGLI AFFITTI IN NERO CHE INVECE RESTANO UN MILIONE IN ITALIA
La “cedolare secca” non ha funzionato: gli affitti in nero sono quasi un milione e la loro mancata dichiarazione ha comportato, nei primi due anni, un buco di 5 miliardi di euro per le casse dell’erario.
La stima è della Cgia di Mestre ed è anche per difetto, secondo l’organizzazione, poichè non tiene conto dei “contratti” riferiti al milione e mezzo di studenti universitari che, per quasi tutto l’anno, risiedono fuori sede e quasi sempre non in abitazioni di proprietà .
A queste cifre la Cgia è giunta partendo dal numero delle famiglie italiane che vivono stabilmente in affitto: secondo l’Istat sono circa 4.800.000.
Ipotizzando che ognuna di queste famiglie risieda in una distinta unità abitativa è stato sottratto il numero delle abitazioni che i locatori – persone fisiche – dichiarano di affittare (2.700.000), le unità immobiliari riconducibili all’edilizia pubblica (800.000) e quelle date in affitto dalle società (350.000).
Il risultato finale, come dicevamo più sopra, sfiora il milione di unità , precisamente 950.000.
Con l’introduzione della cedolare secca, nel 2011, il legislatore si era prefissato di inasprire la lotta contro gli affitti in nero attraverso “agevolazioni” sul piano fiscale sia per il locatario che per il locatore.
Per l’associazione degli artigiani, sia l’eventuale ricorso volontario alla cedolare da parte del proprietario sia l’autodenuncia del conduttore si sono però rivelati un flop con mancati incassi erariali.
“E’ l’ennesima dimostrazione – ha detto Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia – che il contrasto di interessi non funziona. La gente preferisce non pagare nulla piuttosto che pagare poco. Anzichè continuare ad accanirsi su chi è conosciuto dal fisco, è necessario anche in questo caso di concentrare l’attività di contrasto all’evasione su chi opera completamente in nero attraverso una più incisiva attività di intelligence”
La cedolare prevede l’applicazione di un’aliquota fissa sugli affitti degli immobili ad uso abitativo.
Con essa, la tassazione avviene sull’intero canone di affitto con un’aliquota del 21% – senza alcuna deduzione forfetaria – che si riduce al 19% nel caso di affitti a canone concordato.
Con questa novità legislativa i canoni di locazione non possono essere adeguati annualmente all’inflazione e il proprietario non può richiedere la rivalutazione del 75% dell’indice Istat-Foi.
Allo stato attuale, però, si ritiene che la cedolare secca abbia solo scalfito l’enorme sommerso, senza intaccarlo in maniera decisa.
Infatti nel 2011, il gettito incassato dalla cedolare è stato di 675 milioni di euro contro 3.194 milioni attesi e nel 2012 a fronte di 3,5 miliardi previsti, il fisco ne ha presi 976 milioni: totale meno 5 miliardi in due anni.
Le registrazioni degli inquilini dei contratti di locazione ‘in nero’ sembrano essere 3mila.
Dall’analisi dei dati a consuntivo relativi al 2012 (ancora provvisori), si stima che lo Stato abbia perso almeno 650 mln nel 2011 e altrettanti nel 2012.
In futuro, però, la situazione potrebbe cambiare .
Infatti, l’introduzione Imu, con la riduzione della deduzione forfetaria per spese di manutenzione degli immobili, che passa dal 15% al 5%, renderà sicuramente più conveniente il ricorso alla cedolare.
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Gennaio 30th, 2013 Riccardo Fucile
SONO 82.000 LE FAMIGLIE CHE SONO RIUSCITE A RINVIARE I PAGAMENTI
Conto alla rovescia per gli italiani in difficoltà con le rate del mutuo. 
Giovedì prossimo scade il termine per richiedere alla banca la sospensione per almeno un anno dei versamenti.
La procedura è applicabile ai mutui ipotecari destinati all’acquisto, alla costruzione o alla ristrutturazione dell’abitazione principale, a tasso fisso, variabile o misto. Secondo l’accordo, il quarto di questo tipo sottoscritto dall’Abi e dalle associazioni dei consumatori, gli eventi che permettono di usufruire della moratoria, per esempio la perdita del posto di lavoro o l’ingresso in cassa integrazione, devono essersi verificati entro il 31 dicembre 2012.
Il Piano famiglie, che finora ha consentito ad oltre 82.000 nuclei di sospendere il pagamento delle rate (per un controvalore in termini di debito residuo di oltre 9,2 miliardi di euro), fissa ulteriori limiti per la concessione dello stop: il ritardo nel pagamento delle rate non deve superare i 90 giorni, non può presentare richiesta chi abbia già usufruito di una sospensione, il mutuo non deve superare il valore di 150.000 euro e il contraente deve avere un reddito imponibile inferiore a 40.000 euro (limite riferito a ciascun mutuatario).
Alcune delle banche aderenti hanno però introdotto delle clausole migliorative. Bnl, ad esempio, non applica limiti di reddito o di importo e include nella moratoria anche i prestiti personali, mentre Banca Popolare di Vicenza tratta sospensioni più lunghe, fino a 18 mesi.
Per le famiglie che non riusciranno ad usufruire di questo salvagente non resta invece che aspettare.
L’Abi e 13 associazioni dei consumatori hanno lanciato un «forte appello» alle commissioni competenti di Camera e Senato perchè emanino il regolamento necessario a rendere operativo il Fondo di solidarietà per l’acquisto della prima casa, definendolo «uno strumento in continuità con il Piano famiglie».
I due veicoli hanno però diverse condizioni di applicabilità .
Il Fondo di solidarietà si applica a mutuatari con indicatore ISEE del nucleo familiare non superiore a 30.000 euro e ammette una moratoria fino a 18 mesi. Inoltre, al contrario del Piano famiglie, paga la quota di interessi delle rate relativa al tasso di riferimento (Euribor o Irs).
Infine, il Fondo è stato rifinanziato con la legge 214 del 2011, 10 milioni di euro l’anno per il 2012 e il 2013, e difficilmente sarà operativo entro il 31 gennaio.
Nel frattempo una mini-proroga del Piano famiglie, come quella trimestrale già concessa alle Pmi, potrebbe permettere al nuovo Parlamento di varare il secondo pilastro del pacchetto proposto da Abi e associazioni dei consumatori.
Si tratta di misure per rendere sostenibile il credito «negli eventuali periodi di difficoltà incontrati nell’adempimento delle proprie obbligazioni» e per ampliare e rendere compatibili le regole del Piano famiglie e del Fondo di solidarietà .
Un nuovo incontro fra Abi e associazioni dei consumatori è in programma per domani.
Rosa Serrano
(da “La Repubblica“)
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Dicembre 20th, 2012 Riccardo Fucile
DAL’IMU ALLA TARSU, QUANDO E COME RESTA CONVENIENTE INVESTIRE SUGLI IMMOBILI
Come per tutte le medie vale la famosa avvertenza di Trilussa ma in generale l’Imu è, di
fatto, un prelievo patrimoniale che incide tra lo zero (per le case di scarso pregio catastale) e lo 0,2% quando si tratta dell’abitazione principale del contribuente e tra lo 0,4 e lo 0,6% per gli alloggi per cui non si possa godere dell’aliquota agevolata.
Meno commisurabile è l’impatto psicologico che sul mercato ha avuto l’introduzione dell’imposta, ma certo sta contribuendo non poco a deprimere un mercato delle compravendite che, se ci basiamo sui dati ufficiali relativi ai primi nove mesi dell’anno, chiuderà il 2012 con un calo superiore al 20%.
Ma non c’è solo l’Imu a lasciare dubbi sull’opportunità , in questa fase, di effettuare un investimento nel mattone; ci sono almeno due altri fattori a consigliare prudenza.
Il primo è che le prospettive a breve del mercato immobiliare sono tutt’altro che buone. Nelle previsioni degli operatori del settore non c’è infatti nemmeno una indicazione di stabilità o men che meno di ripresa dei prezzi.
Il secondo fattore è la concorrenza dei titoli di Stato, che garantiscono nel medio periodo rendimenti appetibili e una facilità di disinvestimento incomparabilmente maggiore rispetto all’immobile.
Nella tabella di questa pagina abbiamo ipotizzato quattro diverse situazioni di acquisto del medesimo immobile e ne abbiamo valutato la convenienza rispetto all’affitto e all’investimento obbligazionario.
La casa che abbiamo considerato è in una buona zona residenziale di Milano o di Roma, costa 280 mila euro o potrebbe venire affittata a 800 euro al mese.
Con l’avvertenza che, come sempre quando si fanno confronti di questo genere, stiamo esaminando casi di scuola.
Vediamo che cosa ne emerge.
Tutti i confronti sono effettuati sull’arco di otto anni, la durata prevista dalla legge per le locazioni residenziali a canone libero
In contanti
Per una casa da 280 mila euro vanno messe in conto ulteriori spese per 5 mila euro (imposte agevolate più notaio). Il valore dell’investimento va quindi computato in 285 mila euro.
Il costo reale dell’acquirente è dato dagli interessi sulla somma che vengono persi negli otto anni (per tutti e quattro i casi li abbiamo considerati pari al 25% complessivo della spesa), più le spese di manutenzione straordinaria dell’immobile, che invece l’investitore non pagherebbe se andasse in affitto.
Le spese condominiali ordinarie e la tassa sui rifiuti non sono rilevanti perchè si pagherebbero anche da inquilini.
In questo caso dopo otto anni l’acquirente otterrebbe un vantaggio se riuscisse a rivendere la casa ad almeno 284 mila euro. In pratica gli basterebbe non perdere sul valore iniziale dell’immobile.
Con il mutuo
Nella seconda ipotesi il potenziale acquirente deve ricorrere al mutuo; abbiamo ipotizzato che la somma finanziata sia pari alla metà del prezzo e che il prestito sia effettuato a tasso variabile, con un tasso medio di periodo al 4%.
La somma pagata in contanti è di 147 mila euro (7 mila le spese per tasso e notaio, considerando gli oneri per il finanziamento ipotecario) e ovviamente su questa cifra va calcolato il mancato introito da interessi dei Btp.
Considerando che dopo 8 anni il proprietario sarà ancora indebitato per quasi 97 mila euro, la rivendita per risultare remunerativa dovrà avvenire ad almeno 317 mila euro.
In pratica la casa dovrà rivalutarsi del 15% in otto anni, e già così la redditività dell’affare è assai meno sicura.
Va però detto che il mutuo può essere parzialmente dedotto dalle imposte sui redditi; non abbiamo inserito il dato nel calcolo (ai valori attuali il vantaggio fiscale sarebbe di circa 6 mila euro) nell’incertezza su che cosa sarà l’anno prossimo sulle deduzioni fiscali.
Per investimento
Il discorso dal punto di vista finanziario non cambia molto se si considera l’ipotesi di acquistare in contanti e poi affittare l’immobile.
Le spese iniziali sono più elevate (se non si pagano le imposte di trasferimento agevolate per imposte e notaio bisogna mettere in conto almeno 15 mila euro) e sui canoni incassati bisogna calcolare l’incidenza dell’Imu e la cosiddetta «cedolare secca» che si porta via il 21% dei proventi. In teoria basterebbe che la casa si rivalutasse del 2% all’anno per andare in pari.
Nella pratica bisognerebbe trovare un inquilino affidabile che paghi per tutti gli otto anno e che poi lasci libero l’appartamento senza problemi.
Le cronache dicono che le cose non sempre funzionano così.
Non abbiamo considerato l’ipotesi che chi compra accenda anche un mutuo perchè succede di rado sul mercato, il trattamento fiscale del prestito è molto più oneroso e le possibilità di ottenere il finanziamento minori.
L’acquisto fine a se stesso
Infine un’ipotesi che oggi è davvero da considerare teorica: comprare una casa da tenere semplicemente a disposizione sperando nel capital gain di medio periodo.
In questo caso pagando quindi tutte le spese anche ordinarie di gestione e l’Imu al massimo delle aliquote, e inoltre bisogna mettere in conto il mancato introito delle cedole semestrali dei Btp.
Si tratta di un’operazione che oggi si può considerare ad alto rischio, perchè la casa in questione dovrebbe rivalutarsi nel giro di otto anni di almeno il 42%.
È una performance che nelle fasi di crescita del mercato si è registrata ma che oggi ha più che altro ha il sapore di una scommessa.
Gino Pagliuca
(da “il Corriere della Sera”)
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Dicembre 7th, 2012 Riccardo Fucile
CLINI: PER LA PREVENZIONE 40 MILIARDI IN 15 ANNI, MA E’ SUBITO POLEMICA
Il clima mutante detta le nuove regole della sicurezza. 
In un paese divorato dalle frane e dagli smottamenti c’è un 10 per cento di territorio in condizioni di alto rischio idrogeologico.
All’interno di questa zona sono state individuate aree in cui abitare è diventato troppo pericoloso e quindi non si costruirà più.
Chi ha già una casa dovrà assicurarla perchè le probabilità di andare incontro a un disastro hanno raggiunto il livello d’allarme.
Sono le due principali novità contenute nella delibera Cipe annunciata ieri, a Doha, dal ministro dell’Ambiente Corrado Clini.
Dopo un anno segnato da tempeste che si trasformano in bombe d’acqua e dalle flash flood, le alluvioni lampo, il provvedimento era nell’aria.
Ora, alla conferenza Onu sul clima in Qatar, sono arrivate le conferme scientifiche di un trend in forte accelerazione: l’aumento delle emissioni serra prodotte per l’85 per cento bruciando combustibili fossili sta provocando un aumento drammatico dei fenomeni meteo estremi.
«Dobbiamo ridurre le emissioni di anidride carbonica, ma ci vorrà tempo e intanto bisogna prepararsi ad affrontare le conseguenze dei mutamenti climatici già prodotti», spiega Clini. «Le piogge sono più intense e concentrate e in molte zone tendono a trasformarsi in alluvioni, dobbiamo attrezzarci per fronteggiare il nuovo rischio».
Il piano prevede un pacchetto di interventi in un’area grande 29.500 chilometri quadrati in cui vivono 6 milioni di persone sparse in 6.631 comuni (con 1.260.000 edifici tra cui 6 mila scuole e 531 ospedali). In questo 10 per cento d’Italia scatterà il piano sicurezza.
La manutenzione dei corsi d’acqua e le opere di difesa idraulica dei centri abitati diventeranno obbligatorie.
Si dovranno recuperare i terrazzamenti che proteggono i pendii dalle frane.
La cementificazione dovrà essere contenuta al massimo.
I boschi trattati con cura rafforzandoli con le piante autoctone (basta con i rimboschimenti fatti con pini e abeti d’importazione) e usando la biomassa disponibile a fini energetici.
Coste e lagune esposte all’innalzamento del mare dovranno essere protette.
Ogni quattro anni l’agenda della messa in sicurezza sarà revisionata in base a un rapporto scientifico di aggiornamento del rischio prodotto dal cambiamento climatico.
Il pacchetto di interventi costerà 40 miliardi in 15 anni (ora ne spendiamo 3,5 l’anno per i danni da eventi climatici estremi) e sarà finanziato in parte con il 40% dei proventi delle aste per i permessi di emissione di anidride carbonica e in parte con la tassazione sui carburanti che dovrà essere rimodulata a parità di prelievo fiscale.
Soddisfatto dalla delibera il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi («Bloccare le costruzioni in tutte le aree ad elevato rischio idrogeologico è una forma di prevenzione efficace e a costo zero, noi lo abbiamo già fatto»), mentre l’assicurazione obbligatoria, legata a un disegno che il governo presenterà entro marzo, divide. Coldiretti e Confedilizia si sono dichiarate contrarie.
Antonio Cianciullo
(da “la Repubblica”)
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Novembre 20th, 2012 Riccardo Fucile
IL GOVERNO PENSA COSI’ DI ELIMINARE LO STOCK DI CASE INVENDUTE, CIRCA 700.000, EREDITA’ DELLA BOLLA IMMOBILIARE…. IL VALORE DELLE CASE DEV’ESSERE DI ALMENO 160.000 EURO
Può avere un prezzo un permesso di residenza? Per il governo spagnolo, sà. L’esecutivo di Madrid sta infatti studiando come cambiare la legge per concedere il permesso di residenza agli stranieri che acquistino una casa in Spagna per un valore di almeno 160.000 euro.
È quanto ha dichiarato il segretario di Stato per il Commercio, Jaime Garcàa-Legaz, questa mattina in un incontro pubblico a Madrid.
Il rappresentante del governo ha spiegato che domani ci sarà una riunione per affrontare le modifiche normative necessarie. Garcàa-Legaz ha poi specificato che la cifra orientativa che si studia è “un livello adeguado” che “non causerebbe una domanda eccessiva di permessi di residenza” e che le modifiche guardano soprattutto ai cittadini cinesi e russi.
L’obiettivo dichiarato dallo stesso segretario di Stato è cambiare in tempi rapidi la legge sull’immigrazione per cercare un nuovo mercato che aiuti a vendere l’immenso stock di case nuove e invedute che sono la pesante eredità della bolla immobiliare che ha alimentato per dieci anni la crescita della Spagna.
Secondo alcune stime solo questo stock —senza includere il mercato delle case di seconda mano- è di 700.000 unità .
Poco dopo le dichiarazioni di Garcàa-Legaz, il presidente del Governo spagnolo, Mariano Rajoy, in una conferenza stampa a una domanda diretta sulla modifica alla legge annunciata dal segretario di Stato, ha risposto che “non è stata ancora presa nessuna decisione” ma riferendosi allo stock immobiliare ha aggiunto: “Abbiamo la necessità di vendere quelle case”.
L’annuncio di un cambio della normativa arriva mentre si continua a discutere su come alliviare la situazione delle migliaia di famiglie sotto sfratto, l’altra faccia del boom immobiliare.
La scorsa settimana il governo ha approvato un decreto che stabilisce una moratoria di due anni per le esecuzioni giudiziarie in casi di estrema necessità : famiglie con redditi non superiori ai 19.000 euro e con tre figli o famiglie monoparentali con due figli (di cui uno al di sotto dei tre anni), e con persone con disabilità di almeno il 33%.
Una misura che è stata criticata da più parti.
Non solo i movimenti cittadini che lottano contro la casa la considerano “cosmetica” ma anche i giudici, che vedono accumularsi nei tribunali le ingiunzioni di sfratto, la ritengono insufficiente.
Negli ultimi cinque anni le esecuzioni giudiziarie si sono moltiplicate in Spagna e dal 2008 sono già oltre 350.000.
Molti dei casi di sfratto riguardano famiglie di immigrati e nazionalizzati che negli anni del boom comprarono case il cui valore attuale è di media il 30% in meno di quello che era nel 2007.
(da “Redattore Sociale“)
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Novembre 9th, 2012 Riccardo Fucile
OSSERVATORIO UIL: SULLE PRIME CASE L’IMU E’ AUMENTATA IN UNA CITTA’ SU TRE… SU CHI HA PIU’ IMMOBILI AUMENTI ANCHE DEL 78%
La corsa dell’Imu, la tassa che ha consentito al governo Monti di incassare 23,2 miliardi, è
arrivata ad un passo dal traguardo.
Il termine ultimo per i Comuni per decidere le maggiorazioni sulle aliquote base per la prima casa (4 per mille che può salire o scendere del 2 per mille) e la seconda casa (aliquota base del 7,6 per mille che può salire o scendere del 3 per mille) è scaduto il 31 ottobre. Il 17 dicembre si pagherà il saldo.
In base ad una prima stima, realizzata dall’Osservatorio della Uil servizio politiche territoriali e aggiornata a ieri, sono stati 4.146 i Comuni che hanno già approvato e comunicato al ministero delle Economia le delibere-Imu.
Di questi Comuni, che rappresentano la metà del totale e consento una attendibile stima del trend, la maggior parte ha usato la mano pesante soprattutto sulla seconda casa: ben 3.230 Municipi, pari al 77,9 per cento, hanno deciso di aumentare l’aliquota base; circa 833 sindaci hanno deciso salomonicamente di lasciare le cose come stanno (il 20,1 per cento) e in 83 comuni (circa il 2 per cento) si è optato per una diminuzione.
Con la prima casa la manovra è stata meno pesante anche se non meno dolorosa.
Sui 4.146 Comuni che hanno notificato al ministero dell’Economia la propria decisione il 36,8 per cento (pari a 1.526 centri) ha optato per il rincaro; in molti – pari a ben il 55,8 per cento ovvero 2.313 Comuni – hanno confermato l’aliquota; infine 307 “eroici” Municipi hanno deciso di ridurre sotto l’aliquota base l’Imu sulla prima casa (il 7,4 per cento).
A quanto ammonta il conto per i cittadini?
Il primo bilancio effettuato dai tecnici dell’Osservatorio Uil servizio politiche territoriali, rivela che il combinato disposto delle decisioni prese dalla platea dei Comuni, porta ad una aliquota media dell’Imu pari al 4,36 per mille, circa il 9 per cento in più rispetto all’aliquota base decisa da Monti.
Per le seconde case, come abbiamo visto, la mano dei sindaci è stata più dura: l’aliquota media applicata a questa tipologia di immobili è stata del 9,1 per mille in aumento del 19,7 per cento rispetto all’aliquota base.
Cosa è successo nei grandi centri?
Nei 92 Comuni capoluogo di provincia, per quanto riguarda la prima casa 45 di essi (il 48,9 per cento del totale), hanno mantenuto l’aliquota di base del 4 per mille; 39 città l’hanno aumentata (Roma, Catania, Cagliari, Napoli, Palermo, Ancona, Genova, Torino, Perugia), di queste 9 hanno deciso l’aliquota massima del 6 per mille (Agrigento, Alessandria, Caserta, Catania, Catanzaro, Messina, Parma, Rieti, Rovigo).
Sorprendentemente 8 città (tra cui Vercelli, Trieste, Siracusa, Nuoro, Novara, Biella, Lecce e Mantova) hanno deciso di abbassare l’aliquota sulla prima casa.
Per quanto riguarda, invece, le aliquote per le seconde case, 86 grandi centri (il 93,5 per cento del totale) hanno aumentato l’aliquota per le seconde case: 36 di queste applicano l’aliquota massima del 10,6 per mille (Napoli, Roma, Firenze, Bologna, Ancona, Milano, Venezia). Soltanto 6 grandi centri sono rimasti all’aliquota di base.
La top ten dei rincari è guidata da Roma, ormai una delle città più tassate d’Italia: il costo medio dell’intera imposta Imu sulla prima casa è di 639 euro, seguono Milano con 427 e Rimini con 414. Per la seconda casa in testa sempre Roma (media 1.885), segue Milano (1.793), Bologna (1.747) e Firenze (1.526).
Roberto Petrini
(da “La Repubblica“)
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Ottobre 29th, 2012 Riccardo Fucile
SONO 175.000 UNITA’… CLINI: “NON SE NE PARLA”
La legge porta la firma di Francesco Nitto Palma, senatore Pdl, ex-Guardasigilli.
E’ già calendarizzata: martedì prossimo in commissione, mercoledì in aula a Palazzo Madama. Cosa dice questa legge?
Vuole riaprire il condono edilizio del 2003.
«Soltanto per le case abusive della Campania», precisa l’autore del ddl, spiegando che proprio quell’anno il condono edilizio fu negato ai campani da una legge regionale, poi bocciata dalla Corte Costituzionale.
Ma il Governo mette un veto, irrevocabile.
Il perchè lo spiega Corrado Clini, ministro dell’Ambiente: «Non si può riaprire il condono edilizio in Campania con una legge nazionale. L’ho già detto a Nitto Palma: una legge fatta così riapre i termini per tutti». E in Senato esplode la polemica.
In prima linea i senatori del Pd, gli Ecodem Francesco Ferrante e Roberto Della Seta: «Usano il pretesto di voler impedire l’abbattimento di migliaia di abitazioni abusive disposte dalla magistratura in Campania per aprire un nuovo, generalizzato condono». Protestano anche il Wwf ed il Fai (Fondo Ambiente Italiano).
Non è la prima volta che il Pdl cerca una strada legislativa per riaprire il condono edilizio in Campania.
L’ultima volta diciannove senatori avevano tentato un blitz, in agosto, cercando di infilare questo provvedimento all’interno del decreto per il terremoto dell’Emilia.
Dice Nitto Palma: «La nostra è soltanto una ricerca di giustizia per i cittadini della Campania che sono stati discriminati, all’epoca. La mia legge dice di condonare, ove possibile, i manufatti che non era stato possibile condonare nel 2003». Ma la linea del Governo non ammette repliche.
«Una legge nazionale mai», ribadisce il ministro Clini. E aggiunge: «La sentenza della Corte Costituzionale può essere rispettata con altro tipo di provvedimento. Anche amministrativi. L’ho detto a Nitto Palma, ma lui non ha mai voluto sentirmi».
Proprio secondo le cifre date dal senatore Nitto Palma in Campania ci sarebbero circa 175 mila abitazioni abusive. Ma, proprio in Campania, le richieste per il condono edilizio del 2003 furono appena 2 mila. Come si fa a ritrovare quelle 2 mila case in mezzo al mucchio? E come si va ad evitare che, soltanto in Campania senza andare in tutto il territorio nazionale, la sanatoria del 2003 diventi la sanatoria per una seconda «città fantasma»?
Il senatore Francesco Nitto Palma è deciso: «Ci sono i rilievi fotografici per stabilirlo. E lì dove non si riesce ad accertare con esattezza la veridicità dell’abuso, il condono non si concede». Ma la replica immediata del senatore Ferrante (Pd) «Questa legge è semplicemente una vera follia. Consentirebbe una nuova immensa colata di cemento, illegale».
In Campania oggi in base alle sentenze definitive della magistratura ci sono circa 60-70 mila abitazioni che devono essere abbattute. In Senato la battaglia su questo ddl Nitto palma si annuncia aspra.
La Lega avrebbe già annunciato di voler votare insieme con il Pd e l’Idv, ovvero contro. Ma a Palazzo Madama i margini per le operazioni matematiche sono sempre risicati e il bacino del centro non si è ancora espresso con chiarezza sul punto.
Alessandra Arachi
(da “il Corriere della Sera“)
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Ottobre 22nd, 2012 Riccardo Fucile
NEL 2011 IN ITALIA SONO STATI ORDINATI 63.000 SFRATTI, DI CUI BEN 56.000 PER MOROSITA’…. 28.000 SONO STATI ESEGUITI DALLE FORZE DELL’ORDINE
Tecnicamente si chiama “morosità incolpevole” ed è alla base della stragrande maggioranza degli sfratti.
Il rischio che diventi una vera bomba sociale.
Anche perchè sta crollando l’acquisto di immobili e crescendo sempre più la richiesta di affitti
Nel 2011 in Italia sono stati ordinati 63mila sfratti di cui ben 56mila per morosità .
Un dato impressionante se si pensa che oltre 28 mila di questi sono stati eseguiti dalle forze dell’ordine.
Una “bomba sociale”, come l’hanno definita i sindacati, che rischia di esplodere in un Paese già percorso da molte tensioni. E quelle relative alla casa possono diventare molto pericolose.
Il maggior numero di richieste di sfratto si verifica in Lombardia (12.922), il 20,2% del dato nazionale (dati del Ministero degli Interni).
Seguono Lazio (7.625), Emilia Romagna (6.532) e Piemonte (6.208).
Lazio a parte, ai primi posti tutte Regioni del Nord, quindi.
E il dato preoccupa sempre di più perchè dal 2010 al 2011 l’intervento delle forze dell’ordine è cresciuto dell’11%.
Se pensiamo che il 90% degli sfratti avvengono per “morosità incolpevole”, determinati cioè dal reddito insufficiente, significa che a fronteggiarsi nelle strade saranno sempre di più persone disperate contro polizia e carabinieri che eseguono ordini dati da istituzioni che non sanno come affrontare il problema.
“È in questo momento che il Governo deve urgentemente intervenire, – dice Guido Piran, Segretario Generale del Sicet, Sindacato Inquilini Casa e Territorio -. E deve farlo prima della fine della legislatura, perchè questa è una situazione che con la crisi economica e occupazionale si fa sempre più grave”.
Le proposte da parte dei sindacati di settore, uniti nella stessa richiesta, sono precise: “Serve una sospensione degli sfratti dopo il 31 dicembre -, continua Piran -. Poi è necessario ampliare l’offerta di edilizia residenziale pubblica. La strada è l’immediata disponibilità per gli IACP (edilizia popolare) di 70 milioni di euro giacenti al Ministero delle Infrastrutture”.
Questi fondi sono messi a disposizione per emergenze abitative, in particolare volti al recupero di alloggi inagibili per i quali bastano interventi dal costo inferiore ai 30mila euro ciascuno.
“Utilizzando questi fondi si potrebbero recuperare 3000 alloggi in tutta Italia da assegnare agli sfrattati. A questi immobili si aggiungerebbe la possibilità di poter usufruire delle detrazioni per le ristrutturazioni e l’efficientamento energetico. Questo per il pubblico. Sul versante degli affitti privati è necessario introdurre una fiscalità di vantaggio per i contratti concordati agendo sulla cedolare, abbassando l’aliquota dal 19 al 10% e sull’Imu con percentuali ridotte sulle locazioni”. Anche l’evasione è particolarmente florida negli affitti: “I canoni devono essere pagati con mezzi tracciabili e l’inquilino deve avere delle detrazioni su una quota del canone come per i mutui”.
Milano ha una delle situazioni peggiori per quanto riguarda gli sfratti e nel giro di pochi anni i dati sono peggiorati di molto: 10.372 sfratti emanati su 16.783 sentenze definitive. Il 30% delle esecuzioni presentate all’Ufficiale Giudiziario in tutta Italia arrivano dalla Lombardia e sono 4.731 quelle eseguite con la presenza dell’Ufficiale Giudiziario stesso.
Ogni giorno, sono 25-30 le richieste di intervento delle forze dell’ordine, 4-5 le esecuzioni. “Nel 1983, nel capoluogo lombardo la percentuale dei morosi era il 10%”, spiega Stefano Chiappelli, segretario del Sunia, Sindacato Unitario Nazionale Inquilini e Assegnatari. “Una delle motivazioni di questo aumento di morosità è sicuramente il caro affitti che ha segnato l’emigrazione di numerose famiglie verso città limitrofe, Novara su tutte. A Milano persino nelle periferie non si paga meno di mille euro al mese. Le fasce più deboli della popolazione, soprattutto giovani e studenti, trovano una sistemazione nella periferia della periferia”
Poi ci sono i tagli al Fondo sostegno affitti lombardo (che quest’anno cambia nome in Fondo sostegno disagio acuto).
Per il 2012, la quota disponibile è di 12 milioni di euro. Nel 2011 il fondo contava su 40,8 milioni e addirittura per il 2013 non è previsto nessun contributo.
Solo due domande di sostegno economico su dieci verranno soddisfatte.
Tagli da parte dello Stato, ma anche dalla Regione e dai singoli Comuni. Il risultato: delle 65 mila domande di sostegno che mediamente si raccolgono ogni anno, ne saranno accolte solo 14 mila.
“Il problema non sono le case che mancano ma i prezzi inaccessibili per la cittadinanza”, spiega Leo Spinelli del Sicet. Infatti sono 70mila gli alloggi sfitti a Milano e 4.500 gli occupanti abusivi sparsi in tutta la città .
“È inutile fantasticare su ceti medi che non esistono”, continua Spinelli.
“Se si guardano i redditi delle 23mila famiglie che hanno fatto domanda per una casa popolare, ci si rende conto che per loro è impossibile pagare anche un affitto di 500 euro al mese. Sono circa 16mila, infatti, le persone con un reddito Isee inferiore ai 7.500 euro. Questi non pagheranno mai, hanno bisogno di tutele”.
Otto famiglie su dieci fanno fatica ad arrivare a fine mese ma il costo della vita aumenta e con questo anche l’affitto.
Secondo l’Istat, dal 2002 ad oggi i salari medi annui sono diminuiti di 1500 euro pro capite, al contrario dei prezzi di mercato.
“Vogliamo che siano estese le tutele di chi ha difficoltà a pagare un mutuo anche a chi fatica con l’affitto”, riprende Chiappelli. “A questo si aggiunge la riforma nazionale della legge 431, ritornando all’affitto legato al reddito. La Regione invece dovrebbe aumentare la quota per il sostegno agli affitti, usando ad esempio i 6 milioni di euro destinati all’abbattimento degli interessi sui mutui”.
L’affitto di abitazioni probabilmente modificherà il mercato immobiliare.
La domanda di locazioni in affitto, come dimostrano i dati resi pubblici dal Sicet, cresce sempre di più: le transazioni relative all’acquisto della casa sono diminuite del 25% in pochi anni e i prestiti bancari del 50%, cioè si sono dimezzati.
Nello stesso tempo la richiesta di alloggi in affitto è aumentata del 20%. Un trend che lo Stato non può più ignorare.
(da “La Repubblica“)
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Ottobre 22nd, 2012 Riccardo Fucile
DATI VIMINALE: OGNI ANNO NELLA CAPITALE EMESSE 8.000 RICHIESTE DI ESECUZIONE… UN’EMERGENZA SOCIALE CHE STA PER ESPLODERE
La signora Virginia D’Ippoliti, 80 anni, abitante in via Giovanni Miani, sotto San Saba, ha
cerchiato in rosso un giorno sul suo calendario appeso in cucina: 16 gennaio. Perchè tutti gli anni il 16 gennaio ha un appuntamento.
Con l’ufficiale giudiziario.
“Sono quattro anni che arriva puntuale, racconta la signora, siamo diventati quasi amici. Certo, io confesso che spero sempre di non vederlo più anche perchè se la prossima volta si presenta con la polizia non so proprio cosa potrei fare. Vivo qui da quando avevo 3 anni e ho sempre pagato puntuale oggi mi chiedono 1300 euro e io come faccio? Avevo pensato ad una casa di riposo comunale ma non ho abbastanza soldi per pagarmi la retta e quindi la speranza è che quel signore non si presenti o venga con l’ennesima proroga. I primi anni, ci sono stata male con il batticuore, oggi vivo alla giornata e spero di morire prima di quella data”.
Ogni giorno a Roma dieci famiglie vengono sfrattate.
Secondo i dati diffusi dal Viminale (che riguardano il 2010), ogni anno nella capitale vengono emesse 8 mila richieste di esecuzioni di sfratto, 6710 diventano provvedimenti di cui 4638 per morosità e 1446 per finita locazione.
Un triste primato nazionale che vede nella sola capitale 2500 sfratti eseguiti con l’ufficiale giudiziario e l’intervento della polizia, questo significa che ogni 250 famiglie che abitano sul territorio romano, una ha ricevuto una sentenza di sfratto ed è obbligata a lasciare la casa in cui abita.
Duemilacinquecento famiglie che ogni anno perdono la casa e finiscono non si sa dove.
Che ci sia un disabile, un anziano, una condizione di estrema precarietà non importa per la legge, si deve lasciare la casa e in questo momento, denunciano l’Unione inquilini e i sindacati di base tra cui As.ia (Associazione inquilini e assegnatari) Usb, essendo bloccato il bando per le case popolari, tagliato e quasi azzerato il fondo di contributo per gli affitti, non ci sono possibilità da offrire agli sfrattati.
Quindi le alternative che si presentano a chi viene obbligato a lasciare la casa sono andare da amici, da parenti, in coabitazione, occupare o finire per strada.
Mario Colantonio, 83 anni è disabile al 100% e abita con la moglie a piazza Bologna, ha lo sfratto da 4 anni per finita locazione ed è rassegnato: “aspetto l’ufficiale giudiziario il 31 dicembre e non so che fine faremo se ci cacciano, qualcosa troveremo.
Una bomba sociale ad orologeria quella degli sfratti a Roma che sta per esplodere tanto che si è mobilitato anche il Sindaco Gianni Alemanno che dopo aver richiesto l’intervento del ministro Fornero, che non è arrivato, ha cercato di mobilitare anche il Parlamento.
Grazie al lavoro dei Sindacati Asia Usb, alle manifestazioni promosse in tutta Italia da sigle e realtà diverse legate al diritto alla casa come Action, e alle ripetute richieste di aiuto che arrivano da migliaia di cittadini, martedì in Parlamento saranno presentate tre proposte di legge firmate dai tre partiti di maggioranza per fermare la dismissione degli immobili degli enti previdenziali, chiedere una moratoria degli sfratti e arginare l’aumento esponenziali dei canoni di affitto che negli ultimi anni sono passati anche al 300% in più.
“Se gli enti continuano con questa politica nei prossimi mesi a Roma avremo un disastro sociale – ha detto il Sindaco Alemanno – questo spingerebbe altre 10 mila famiglie fuori di casa e visto l’ostruzionismo in consiglio comunale che non ci ha permesso di andare avanti nella costituzione di 35 mila case dedicate all’housing sociale che avevamo in programma, questo sarebbe un contraccolpo insostenibile per la città .” “La situazione è drammatica – spiega Angelo Fascetti, coordinatore nazionale Asia Unione Sindacale di Base che a giugno ha fatto insieme ad altri sostenitori, dieci giorni di sciopero della fame davanti alla prefettura per sensibilizzare le istituzioni su questo tema – la crisi degli ultimi tre anni ha aggravato molto la situazione, la dismissione degli immobili degli enti previdenziali che si sono privatizzati, come Enasarco, Enpam, Enpaia, Cassa dei ragionieri, tanto per citarne alcuni, (che a Roma hanno il 90% dei loro immobili) sta producendo un massacro, questi stanno triplicando gli affitti che in alcuni casi passano da 600 a 1800 euro e le famiglie non ce la fanno, anche il ceto medio ormai non ce la fa più e allora scatta lo sfratto per morosità e poi si arriva allo sfratto esecutivo con ufficiale giudiziario e forza pubblica. Noi ogni giorno facciamo dei picchetti e cerchiamo di sostenere le famiglie che aspettano lo sgombero e denunciamo anche gli enti quando c’è da farlo. Ormai ci chiamano in tutta Roma e facciamo quindici, venti picchetti al giorno per aiutare le persone che altrimenti finirebbero per la strada.”
Oltretutto gli 80 mila alloggi popolari gestiti dal Comune di Roma sono bloccati perchè da tre anni il bando è sospeso come denuncia Fascetti “le case che si liberano che sono circa 1500 ogni anno non tornano ad essere gestite dal Comune ma finiscono nel mercato nero.”
“Quella italiana non è un’emergenza abitativa ma un problema strutturale della politica – aggiunge Massimo Pasquini dell’Unione Inquilini- abbiamo bisogno di edilizia popolare e invece qui stiamo dismettendo e gli inquilini non hanno gli stessi diritti dei proprietari quando invece in uno stato di diritto così dovrebbe essere. Gli errori macroscopici sono stati la liberalizzazione degli affitti e l’abbandono di politiche pubbliche per recuperare edifici da adibire ad edilizia popolare ed è su questi due temi che si deve intervenire.”
(da “La Repubblica”)
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