Ottobre 6th, 2012 Riccardo Fucile
I FONDI PER AIUTARLE NON CI SONO PIU’… OGNI GIORNO 5 NUCLEI FAMILIARI FINISCONO SULLA STRADA… IL REDDITO MASSIMO PER AVERE UN SOSTEGNO E’ DI 4.000 EURO L’ANNO
Senza lavoro, senza stipendio, senza soldi per pagare l’affitto.
In rapida successione e in un rapporto di causa-effetto a cui manca solo l’epilogo: lo sfratto.
È la sorte che pende sul capo di oltre diecimila famiglie di Milano e provincia (la cifra esatta è 10.372), il 90 per cento di quelle che hanno un procedimento di sfratto convalidato, i due terzi di coloro per i quali il procedimento è esecutivo, con la concessione della forza pubblica per eseguire lo sgombero coatto dell’alloggio.
Solo quindici anni fa, a fine anni Novanta, gli sfratti per morosità erano appena uno su 10.
Ma la crisi economica ha costretto a diventare inadempienti anche le famiglie che hanno sempre pagato l’affitto con regolarità , portandole sull’orlo del baratro rappresentato dalla perdita del tetto.
L’allarme arriva da Sunia, Sicet e Uniat, i sindacati inquilini di Cgil, Cisl e Uil, che hanno diffuso le ultime statistiche relative ai 16.783 sfratti esecutivi pendenti.
«È una situazione che si aggrava ogni anno di più e che fa a pugni con il dato degli 80mila alloggi sfitti in città , di cui 45mila di proprietà pubblica – spiega Stefano Chiappelli del Sunia Cgil – Chiediamo un incontro col prefetto per arrivare al blocco degli sfratti, considerando che a luglio ne erano già stati eseguiti 2.118 e si va avanti spediti al ritmo di 4-5 al giorno. Le famiglie, oltre a non avere lavoro, si trovano in strada da un giorno all’altro».
Un quadro drammatico che stride con il taglio dei fondi per il sostegno all’affitto, risorse delle quali nel 2011 avevano beneficiato 7.537 famiglie milanesi.
«Quest’anno – denuncia Leo Spinelli, segretario regionale del Sicet – lo Stato ha eliminato il 93 per cento delle risorse, la Regione il 41. Il risultato è che si crolla dai 40,8 milioni disponibili l’anno scorso per la Lombardia ai 12 odierni».
Per legge ogni Comune deve integrare il fondo regionale con una quota proporzionale: dai complessivi 6,4 milioni del 2011 si passa a 4,8.
I sindacati aggiungono che al taglio delle risorse è seguita anche la decisione di abbassare la soglia di accesso al contributo una tantum di 1200 euro: potranno presentare domanda con qualche speranza di essere accettati solo i nuclei con reddito Isee (reddito complessivo, al netto dell’Irpef e delle spese mediche, diviso per il numero dei componenti della famiglia e rapportato alle aggravanti del disagio familiare o personale) non superiore a 4mila euro annui.
«A Milano in questo modo – continua Spinelli – resteranno escluse 6.400 famiglie che per mancanza di requisiti non potranno più presentare domanda: soprattutto pensionati soli con la minima, genitori separati con figli a carico e i single in difficoltà che sono in forte aumento».
I sindacati sono già passati al contrattacco e dal Comune di Milano hanno ottenuto la promessa che oltre un milione e 100mila euro verrà destinato a finanziare, in tempi brevissimi, un nuovo bando per il sostegno all’affitto con requisiti meno draconiani.
A giorni si riaprirà anche il bando per le case popolari: oggi in graduatoria ci sono 23mila nominativi (34mila domande presentate) ma le assegnazioni non sono più di 800 all’anno.
Metà delle quali vanno a famiglie finite in strada dopo lo sfratto.
Zita Dazzi
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Settembre 29th, 2012 Riccardo Fucile
“L’80% LO SPENDO PER IL PERSONALE”… “C’E’ UNA IPERTROFIA MA STIAMO CAMBIANDO”
Accipicchia, 335mila euro di contributi al gruppo consiliare di
Autonomia e Diritti, che ha un solo componente: lei, Agazio Loiero.
“Ma la somma si riferisce a un gruppo di cui non faccio parte”.
Mi gira già la testa.
“Bravo! Infatti è un paradosso. Se ha la pazienza di seguirmi le spiego tutto”
La voce di Agazio Loiero, 72 anni, ex presidente della Regione Calabria, ex ministro, ora consigliere della Calabria del gruppo “Autonomia e Diritti”, giunge dolente, affranta, dopo che Repubblica. ha pubblicato i rimborsi forniti ai gruppi consiliari, tra cui il suo, un monogruppo.
Come fa a dire che non ne fa parte?
“Allora, era la lista con cui mi presentai alle elezioni del 2010: prendemmo 4 consiglieri, ma io poi m’iscrissi al gruppo del Pd e inizialmente non feci parte di Autonomia e Diritti”.
Una contorsione.
“Nel maggio del 2011 ho lasciato il Pd e mi sono iscritto ad Autonomia e Diritti, che però si è rapidamente assottigliato. Prima è sceso a tre, poi a due, e poi dal settembre del 2011 sono rimasto solo, e quindi di questi 335mila euro la parte di mia competenza è di 77 mila euro. Capisce ora che mi sento investito da una bomba! (Trionfante, squillante)”.
E come li ha spesi questi 77mila euro?
“Come prevede la legge: molta struttura e personale. Diciamo 80 per cento personale, e il venti per cento convegni, alberghi, sa il mio gruppo è presente in cinque province”.
In totale Autonomia e diritti ha speso 212mila per euro per i collaboratori. Ma quanti ne avete?
“Non glielo so dire”.
Non sa quanti collaboratori ha?
“Aspetti… sette o otto persone almeno”.
Che adesso lavorano solo per lei?
“Sì, per me, ma lei saprà benissimo che la disoccupazione in Calabria è una tragedia immane”.
Glielo garbatamente: non sono troppi?
“Garbatissima domanda, però non so dirle se sono tanti o pochi…”
Tanti o pochi?
“C’è un’ipertrofia, il problema esiste, ma le ricordo che il gruppo inizialmente era di quattro consiglieri”.
Già la Regione della Calabria non gode di grande fama.
“Ma stiamo cambiando: a inizio legislatura abbiamo ridotto del 10 per cento i fondi ai gruppi, su mia richiesta la conferenza dei capigruppo ha poi deciso di dimezzarli. Io spingevo per la decorrenza immediata, ma c’erano delle resistenze, e così si è tagliato subito un altro 10 per cento, e il resto entro il 2015”.
Al momento restano quattro milioni e 462mila euro. Un’enormità .
“Sì, sono troppi soldi, ma noi li stiamo riducendo, mentre altri se li sono aumentati, passando da 1 a 14 milioni. Tenga conto che da noi la situazione è unica, perchè il Consiglio è diviso dalla giunta, sono amministrazioni diverse, con bilanci diversi, questo per effetto dei fatti di Reggio Calabria. E noi del Consiglio abbiamo abolito i vitalizi, ridotto le commissioni da dieci a sei, e io sono stato decisivo nel far certificare i bilanci a una società esterna”.
Concetto Vecchio
(da “La Repubblica”)
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Settembre 26th, 2012 Riccardo Fucile
CALO DELLE COMPRAVENDITE: PESANO LA CRISI E LE DIFFICOLTA’ DI ACCESSO AL CREDITO… TORNA IN AUGE LA LOCAZIONE
La necessità di cambiare casa resta, ma ottenere finanziamenti per comprarne una è un’impresa. Di conseguenza il numero di contratti d’acquisto diminuisce, mentre torna a crescere quello dei contratti d’affitto.
Questo è il trend attuale del mercato immobiliare in Italia secondo quanto confernato anche dall’Istat, che oggi ha pubblicato i dati sulle compravendite nel primo trimestre del 2012.
Nei primi tre mesi dell’anno, le vendite di case (154.813 in totale) sono diminuite del 16,9 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Il 92,9 per cento dei contratti ha riguardato abitazioni (con un calo del 17,2 per cento rispetto allo scorso anno), il 6,3 per cento immobili ad uso economico (meno 11,8 per cento rispetto al 2011).
Il crollo del mercato è strettamente connesso non solo direttamente alla crisi, ma anche alla sempre maggiore difficoltà di accesso al credito.
Lo dice il dato sui mutui, diminuiti del 49,6 per cento rispetto al primo trimestre 2011 (92.415 in totale).
In particolare, i prestiti garantiti da ipoteca immobiliare (64.116) hanno registrato una flessione tendenziale del 39,2 per cento, mentre quelli non garantiti (28.299) sono diminuiti del 63,6 per cento.
A livello territoriale, il crollo più marcato di compravendite e di mutui (meno 74,5 per cento) si registra al centro, un po’ meno marcato al sud, mentre per gli immobili ad uso economico è il nord-ovest a registrare la flessione tendenziale più contenuta (meno 1,9 per cento).
I dati Istat dimostrano dunque che la recessione ha costretto gli italiani in cerca di casa ad accantonare il sogno dell’acquisto e virare sull’affitto.
Secondo uno studio di Immobiliare.it, elaborato sulla base delle rilevazioni effettuate sugli oltre 700.000 annunci presenti quotidianamente sul sito, nel primo semestre 2012 la domanda di immobili in locazione è cresciuta a un ritmo due volte superiore rispetto a quella degli immobili in vendita e il trend si conferma anche sul fronte dell’offerta.
Da gennaio a giugno, il prezzo medio di vendita delle abitazioni nei capoluoghi italiani è sceso del 2,7 per cento. “La difficoltà di ottenere un mutuo ha reso l’iter per l’acquisto di una casa sempre più complesso – dice Guido Lodigiani, direttore Ufficio studi di Immobiliare.it – ed è naturale che gli italiani abbiano dirottato il loro interesse verso soluzioni in affitto, pur perdendo i vantaggi del risparmio forzoso che garantisce l’acquisto di una casa; il calo dei prezzi di vendita degli immobili è diretta conseguenza di questo fenomeno”.
La tendenza alla corsa agli affitti è stata confermata anche nel corso di un convegno delle associazioni degli agenti immobiliari tenutosi di recente a Varese.
“Il numero delle locazioni è aumentato proprio a causa della diminuzione delle compravendite – spiega Dino Vanetti, vicepresidente di Fimaa (Federazione mediatori immobiliari) Varese – chi non può acquistare perchè è sempre più difficile ottenere un mutuo, ma ha bisogno di cambiare casa, si rivolge necessariamente all’affitto. Un problema che vale per gli italiani, ma ancora di più per gli immigrati: la compravendita da parte loro è diminuita vertiginosamente, sempre per problemi di accesso al credito. Fortunatamente è cresciuta però la fiducia nell’affittare a cittadini stranieri, così il mercato, e le esigenze di chi cerca casa, vengono compensate”
Monica Rubino
(da “La Repubblica“)
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Agosto 8th, 2012 Riccardo Fucile
LE IMPRESE FALLISCONO E GLI ACQUIRENTI RESTANO SENZA GLI ACCONTI VERSATI… LA NORMA IMPORREBBE LA GARANZIA FIDEIUSSORIA DA PARTE DEL COSTRUTTORE E UNA POLIZZA DECENNALE
Secondo i suoi detrattori è l’ennesima dimostrazione di un refrain antico, iscritto — a
ben vedere — nel corredo cromosomico del Paese.
Identità collettiva o semplice sottobosco di elusione e malcostume, la traduzione che ne deriva sarebbe la seguente: «Fatta la legge, trovato l’inganno».
L’impianto normativo materia del contendere è la legge 210/04, cui ha fatto seguito un decreto legislativo che disciplina i diritti patrimoniali degli immobili in costruzione. Un fiore all’occhiello — si presume da allora — per tutelare gli acquirenti di immobili (famiglie) che, anticipando al costruttore quote consistenti del prezzo della casa, si fossero trovati senza garanzie in caso di fallimento dell’impresa edile.
LO SCHEMA LEGISLATIVO
Quella legge — animata da intento bipartisan — sembrava aver colmato un preoccupante vuoto normativo.
E tutelava ex-post oltre 12mila famiglie (quante le segnalazioni arrivate alla Consap, concessionaria servizi assicurativi pubblici) frodate per una cifra-monstre di circa 778 milioni di euro tra il 1993 e il 2005 (dati Scenari Immobiliari).
Il testo licenziato dal Parlamento e tuttora in vigore prevede: 1- l’obbligo per l’impresa di costruzione di una fideiussione pari agli importi incassati a titolo di anticipo per l’acquisto di un’abitazione; 2- L’obbligo di assicurare gli immobili contro vizi e difetti di costruzione per i dieci anni successivi (la polizza postuma decennale).
IL PIANO PRATICO
Ebbene, denuncia Assocondomini, si tratterebbe di una legge applicata soltanto nel 30% dei casi.
Di più: il numero delle famiglie coinvolte nelle oltre 7mila procedure fallimentari di imprese (dati Cerved) negli ultimi cinque anni (retaggio della Grande Crisi dell’edilizia) sarebbe non inferiore a 30mila.
Famiglie per le quali non è stata applicata la legge di tutela e che si trovano pertanto ad aver dilapidato i risparmi di una vita e ora sono coinvolti in complicate controversie legali per vedersi restituito il maltolto.
LE SACCHE DELL’ILLEGALITA’
Pur con una normativa formalmente stringente sussisterebbero ampi margini di manovra per gli imprenditori edili border line, magari al timone di piccole imprese alle quali le banche guardano con diffidenza perchè non ritenute solide in termini patrimoniali.
I comportamenti non corretti spaziano —scrive Scenari Immobiliari in un report di giugno 2011 (l’ultimo sul tema) — dall’evasione fiscale al rifiuto di adempiere all’obbligo fideiussorio.
Rifiuto che può manifestarsi attraverso un tacito accordo con l’acquirente chiedendogli di rinunciare alla fideiussione in cambio di finiture aggiuntive e migliorie, oppure presentandogli diverse opzioni di acquisto con prezzi più elevati in caso di fideiussione.
L’INTRIGO DELLA POLIZZA
Altro elemento in cui l’elusione sembra farla da padrona è la polizza postuma decennale, che impone al costruttore di contrarre una polizza assicurativa a copertura dei danni materiali e diretti all’immobile.
Qui — complice l’assenza di uno schema a cui fare riferimento — sembra aver prevalso una garanzia-base che copre solo i gravi difetti strutturali, perchè i costi delle polizze sarebbero piuttosto elevati (non alla portata delle imprese più deboli) variando enormemente a seconda di ciò che si vuole “coprire”.
Così — in caso di mancato rilascio — neanche il mondo delle professioni, come quella dei notai, può intervenire rifiutandosi di rogitare in assenza della polizza.
E la soluzione più ovvia è quella di un accordo economico tra costruttore e acquirente in cui si stabilisce il riconoscimento dell’eventuale danno, ma tutto è lasciato alla discrezionalità e alle capacità di trattativa dei singoli.
LA PROPOSTA DI LEGGE
Ecco perchè alcuni parlamentari (Brugger, Lussana) hanno firmato un emendamento alla legge 210/04, bocciato di recente dalle commissioni riunite VI e X della Camera con la giustificazione di dover rimandare il tutto ad una legge delega senza avvitare ulteriormente il rapporto banca-impresa (si legga restrizione del credito).
Nella proposta s’inaspriva il sistema sanzionatorio per le imprese edili che non presentavano la garanzia fideiussoria e la polizza decennale, demandando ai notai di segnalare l’elusione ai comuni i quali comminavano la sanzione e intascavano una quota della stessa.
«Sarebbe stata una conquista civile e una tutela per tutte le famiglie acquirenti», dice a Corriere.it Franco Casarano, presidente Assocondomini.
«Sarebbe stato un colpo di mano, in un momento di fortissima crisi dell’edilizia e di un credito erogato col contagocce», replica Paolo Buzzetti, presidente Ance, associazione nazionale costruttori edili.
Nel mezzo la naturale tripartizione banche-imprese-famiglie.
Chi è l’anello più debole?
Fabio Savelli
(da “Il Corriere della Sera”)
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Luglio 30th, 2012 Riccardo Fucile
L’ACCONTO MEDIO E’ DI 84 EURO, MOLTO PIU’ ALTO NELLE GRANDI CITTA’, AD ESCLUSIONE DI PALERMO
Lavoratori e pensionati hanno versato in media per la prima casa un acconto Imu di 84 euro, ma se si considerano le sole città di Milano, Bologna, Genova, Roma, Napoli e Palermo, rispetto a quella media l’importo pagato è stato più alto del 54% (129 euro), con punte del 102% a Roma.
Sono i dati ricavati dai Caf Cisl sui versamenti d’acconto di 1,2 mln di dipendenti e pensionati.
Per gli immobili diversi dalla prima casa, lavoratori dipendenti e pensionati hanno versato acconti per un importo medio di 161 euro.
Inoltre, solo l’1,8% si è avvalso della facoltà di pagare l’Imu in tre rate: a determinare la scelta è stato spesso l’ammontare dell’imposta dovuta, 81 euro da chi ha pagato in due rate, 229 euro da chi ha optato per i tre versamenti.
La stangata nelle città viene avvalorata dal dato diffuso dal ministero dell’Economia e delle Finanze sulla prima rata Imu: un terzo del gettito arriva dall’1,2% dei Comuni, ovviamente i grandi centri urbani, che da soli garantiscono oltre 3,2 miliardi di euro, appunto il 33,8% del totale. Inoltre, dai primi dieci Comuni in classifica arrivano oltre due miliardi di euro, pari a un quinto dell’incasso totale.
Nella lista del ministero, i Comuni che hanno superato i dieci milioni di entrate sono, in tutto, 95, su un totale di 8.095; quelli che vanno oltre i 20 milioni sono 39; solo 20 superano i 30 milioni e 15 arrivano oltre la soglia dei 40 milioni.
Oltre i 50 milioni ci sono solo 12 città , quasi tutte capoluogo di regione: medaglia d’oro per Roma, con 776,3 milioni di euro, seconda Milano (409,9 mln), terza Torino (202,7 mln). A seguire Genova (129,1 mln), Napoli (123,2 mln), Bologna (103,5 mln), Firenze (93,5 mln), Bari (65,3 mln).
Singolare il caso di Padova, prima città non capoluogo di regione, che incassa 61 mln e si lascia alle spalle Verona (59 mln), Venezia (58,3 mln) e Palermo (54,6 mln).
Le città .
Dopo Roma (102%) tra le sei città esaminate nel dettaglio dai Caf Cisl, l’impatto maggiore rispetto alla media nazionale si registra a Bologna (+140 euro per la prima casa, +67%) quindi a Genova (+27%) e a Napoli (+25%).
I contribuenti di Milano hanno invece pagato in media 99 euro per la prima casa (+18% rispetto alla media nazionale) e 224 per la seconda (+39%).
In controtendenza Palermo: l’acconto medio pagato sulla prima casa è stato di 54 euro, al di sotto della media generale del 36% e quello sulla seconda casa di 168 euro, solo il 4% in più della media nazionale.
Seconda casa.
Anche l’imposta media sulla seconda casa segna nei capoluoghi un +65% oltre la media nazionale (265 euro contro 161).
Anche per la seconda casa al primo posto è Roma con 325 euro, seguita da Bologna con 319.
E in questo caso anche Palermo, pur rimanendo il capoluogo con l’imposta media più bassa, con i suoi 168 euro è – a differenza che per la prima casa – sopra la media nazionale, sebbene di poco.
Detrazioni e figli.
Altro dato interessante è quello sulle detrazioni per i figli conviventi: il 67% dei contribuenti del campione dichiara di non averne, ma sul dato incide di certo il fatto che tra i contribuenti che si rivolgono al Caf i pensionati sono sicuramente i più rappresentati.
Ci sono poi il 12% di famiglie con un solo figlio, il 17% con due e il 3% con tre o più figli conviventi.
Il Caf Cisl ha elaborato anche la differenza in questi casi: i contribuenti senza figli hanno pagato circa 91 euro, quelli con un figlio 70 euro, quelli con due 68 euro e quelli con tre o più figli 70 euro.
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Luglio 28th, 2012 Riccardo Fucile
UN CARTELLO CON UNA SCRITTA IN UN CANTIERE ILLEGALE, SPARISCE IL PUDORE DEI PALAZZINARI…IL SALTO DI QUALITA’ DEI FUORILEGGE DI EBOLI
«Vendesi appartamenti abusivi». Lo striscione, dalla vistosa scritta bianca su fondo rosso, campeggia in un cantiere di Eboli.
E rappresenta, oscenamente, un salto di qualità .
La certificazione che ormai in questo campo è stato superata ogni soglia del pudore.
Totò imbastì uno sketch formidabile, sul tema.
Tuonava: «Abusivi di tutto il mondo unitevi! Ci vogliono abolire! È un abuso! Abusivi: diciamo no all’abuso!».
Eccitava la rivolta, è vero, dei posteggiatori abusivi e non dei costruttori fuorilegge.
Il tema, però, è quello.
Rivendicato due anni fa addirittura in uno stupefacente manifesto affisso sui muri di Ischia, dove nonostante la terribile lezione del terremoto del 1883 che annientò Casamicciola, sono stati denunciati in questi anni 28 mila abusi edilizi su una popolazione di 62 mila abitanti: «La politica dominante è morta! Dopo sessant’anni di coma vegetativo, ne danno il triste annuncio i cittadini “abusivi” tutti. Le esequie si terranno in forma privata presso i seggi elettorali nei giorni 28 e 29 marzo 2010. Sulla scheda elettorale scrivi: “voto abusivo!”».
Insomma, la giustificazione dell’abusivismo è così diffusa, in questo Paese, che già avevamo assistito a episodi clamorosi.
Uno per tutti, la costruzione pochi anni fa a Casalnuovo, in provincia di Napoli, a ridosso della zona rossa di estremo pericolo in caso di eruzione del Vesuvio, di 73 palazzi totalmente abusivi e senza fondamenta per un totale di 450 abitazioni, costruiti da un certo Domenico Pelliccia.
Tutte abitazioni vendute dal notaio grazie a un’autocertificazione falsa in base alla quale sarebbe stato possibile godere del condono del 2003.
Quel caso da manuale, che vide banche pronte a concedere mutui senza troppe puzze sotto il naso e rappresentanti di Telecom e dell’Enel e dell’acquedotto disponibili a fare gli allacciamenti senza badare alla illegalità totale del nuovo rione, fu solo una delle conferme di una cosa che in certe zone sanno tutti.
Cioè che ormai l’andazzo dell’abusivismo è tale che molta gente non si fa problemi a vendere abitazioni abusive e altri non si fanno problemi a comprare.
«Conosco anch’io gente di Montecorvino, in provincia di Salerno, che ha accettato di comperare case abusive pur sapendo che non erano in regola – racconta Michele Buonomo, presidente di Legambiente in Campania -. Spesso si tratta di persone che non sono in grado di acquistare una casa regolare e si accontentano di qualcosa che sulla carta non potrà diventare mai loro perchè queste abitazioni costano molto ma molto meno, perchè sanno che la probabilità che siano abbattute dalle ruspe è bassissima, perchè scommettono sull’arrivo, un giorno o l’altro, di un nuovo condono».
Una scommessa scellerata.
Sulla quale giocano politici scellerati. Che arrivano a fare addirittura le campagne elettorali promettendo miracolose sanatorie o come minimo l’impegno a non mandare le ruspe.
Spiega il libro Breve storia dell’abuso edilizio in Italia dell’urbanista Paolo Berdini, che trabocca di dati, citazioni e numeri, che le case illegali nella penisola, in larga parte concentrate nel Mezzogiorno, sarebbero 4.400.000.
Vale a dire che, fatti i conti su una famiglia media, almeno 10 milioni di italiani vivono o vanno in vacanza in una casa abusiva.
E lì entra in ballo il calcolo della peggiore politica: un abusivo è solo un abusivo, 100 abusivi con parenti e annessi possono eleggere un consigliere comunale, 1.000 possono determinare l’elezione di un sindaco o un deputato, un milione consentono di conquistare o perdere Palazzo Chigi.
Fatevi un giro, se vi capita, dalle parti di Triscina e Trecase, nella zona archeologica di Selinunte.
Ci sono migliaia di case così abusive ma così abusive che non hanno potuto usare il condono craxiano del 1985 nè quelli berlusconiani del 1994 e del 2003 e neppure la sanatoria delle sanatorie della Regione Sicilia ai tempi di Totò Cuffaro.
Sono invendibili, eppure ogni tanto, con un contratto privato, qualcuna passa di mano. In alternativa percorrete il lungomare di Torre Mileto, tra Termoli e Rodi Garganico, dove nei decenni si sono ammassate centinaia e centinaia di villette sgangherate escluse da ogni sanatoria. Pare impossibile, ma capita di vedere dei cartelli: «Vendesi».
Mai però, neppure in una Regione come la Campania che secondo il Cresme (Centro ricerche economiche sociali di mercato per l’edilizia e il territorio) detiene il record italiano (e occidentale, presumibilmente) delle abitazioni abusive che qui sono il 19,8%, si era visto uno striscione come quello che Enzo Armenante, un anziano e combattivo esponente del Wwf campano, ha fotografato in un cantiere in via Cristoforo Colombo a Eboli e inviato a Fulco Pratesi, che del Wwf italiano è il fondatore e il presidente onorario. La sfida è sfrontata. Totale: «Vendesi appartamenti abusivi».
E più sotto: «Info in sede».
Vale la pena di aggiungere una sola parola di commento?
Gian Antonio Stella
(da “Il Corriere della Sera”)
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Giugno 28th, 2012 Riccardo Fucile
A GENOVA SI PASSA DAL 4 AL 5 PER MILLE PER LA PRIMA CASA, A TORINO PER LE SECONDE ABITAZIONI IMPOSTA DEL 10,6….A FIRENZE MANTENUTA L’ALIQUOTA AL 4 PER MILLE, RITOCCHI A NAPOLI… ROMA NON HA ANCORA DECISO, BOLOGNA ORIENTATA A UN PRELIEVO DEL 5,5 PER MILLE
Palazzo Marino prova a rendere più digeribile l’amaro boccone dell’Imu rimodulando le aliquote a favore di ceti deboli e negozianti e rinunciando così a quasi 30 milioni di gettito.
La scorsa notte dopo una maratona durata dodici ore il Consiglio comunale di Milano ha varato la delibera sulla tassazione degli immobili.
Per le prime case di categoria A4, A5 ( abitazioni popolari e ultra popolari) l’aliquota viene ridotta al 3,6 per mille.
Per le case A2, A3, A6, A7 l’aliquota rimane invece ferma al valore base del 4 per mille. Stangata in arrivo viceversa per gli immobili di lusso (categorie A1, A8 E A9) con il prelievo che sale al 6 per mille.
Sulle seconde case l’aliquota è fissata al 10,6 per mille (il 3 per mille in più rispetto all’aliquota base, ndr), ma se l’abitazione è affittata con regolare contratto il prelievo si ferma al 9,6.
Buone notizie per artigiani e commercianti, l’aliquota del 10,6 per mille inizialmente prevista per laboratori e negozi si riduce infatti all’8,7.
Sono in generale giornate convulse per la gran parte delle amministrazioni comunali chiamate ad approvare i bilanci previsionali con le aliquote di loro pertinenza entro fine giugno.
Al penultimo secondo il governo ha concesso una proroga fino al 31 agosto accogliendo le richieste dei Comuni.
Alcuni meccanismi di premialità rendono comunque vantaggiosa l’approvazione entro la scadenza iniziale.
Nelle scorse ore ha così chiuso la pratica, non senza fibrillazioni e defezioni nella maggioranza, anche il Comune di Genova guidato dal neo sindaco Marco Doria.
Sotto la Lanterna non si fanno sconti, l’Imu sulla prima casa viene infatti alzata dal 4 al 5 per mille, quella sulle seconde abitazioni sale al 10,6.
Maratona notturna anche a Torino, comune che deve maneggiare un bilancio particolarmente delicato visto gli oltre 3 miliardi di debiti contratti negli anni scorsi.
Nel capoluogo piemontese l’aliquota sulla prima casa è fissata al 5, 75 per mille, mentre per le seconde case è pari al 10,6.
Previsti sconti per alloggi Atc e locazioni convenzionate. In generale sono tempi difficili per i contribuenti della Mole che quest’anno pagheranno 886 milioni di tasse contro i 746 milioni del 2011.
Tra le altre grandi città Bologna dovrebbe fissare il prelievo al 5,5 per mille sulla prima casa e al 9,6 sulla seconda.
Risparmia le prime case la giunta fiorentina di Matteo Renzi che mantiene l’aliquota 4 per mille alzando invece quella sulle seconde al 10,6.
Tutto rimandato a Roma dove il Consiglio convocato pochi giorni fa per deliberare in merito è stato rimandato a data da definirsi.
La giunta Alemanno sembra comunque orientata verso un prelievo del 5 per mille sulle prime case e del 10,6 sulle seconde.
Ha invece approvato i ritocchi il Comune di Napoli del sindaco Luigi De Magistris. L’aliquota sulla prima casa è fissata al 5 per mille, quella sulle seconde al 10,6.
Coda polemica per la decisione della Giunta di far pagare l’aliquota massima del 10,6 per mille all’Iciap, l’istituto partenopeo che gestisce le case popolari, equiparato così alle altre società immobiliari.
In generale i Comuni, che devono fronteggiare un taglio dei trasferimenti da 2,5 miliardi di euro, si sono orientati verso un tentativo di salvare le prime case, rifacendosi sulle seconde. In una tassa complicata per quanto riguarda modalità e tempistiche del pagamento vale la pena ricapitolare alcune scadenze.
Archiviata la rata dello scorso 18 giugno che ha portato nelle casse di Stato e Comuni 10 miliardi di euro e calcolata con aliquote base uguali per tutti, il gioco (si fa per dire) adesso si complica.
I Comuni hanno tempo fino a fine agosto per fissare le aliquote di loro pertinenza ma nel mese successivo possono ancora apportare correzioni alle delibere in base all’andamento del gettito (in teoria anche abbassando le aliquote).
A sua volta il governo può ritoccare le aliquote fino al 10 dicembre calibrandole sul flusso, sotto o sopra le previsioni, degli incassi.
Solo allora sapremo finalmente e definitivamente pagare con la seconda rata che andrà versata entro lunedì 17 dicembre.
Mauro Del Corno
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 26th, 2012 Riccardo Fucile
I DATI DEL MINISTERO: AUMENTANO GLI INQUILINI CHE NON RIESCONO A PAGARE L’AFFITTO, ROMA E TORINO CITTA’ CAPOFILA… LA DIFFICOLTA’ AD ONORARE IL CANONE RIGUARDA L’87% DEI CASI: “RIPRISTINARE UN FONDO SOCIALE PER LE FAMIGLIE IN DIFFICOLTA’”
Tra gli effetti della crisi economica che affligge il nostro Paese c’è anche un forte aumento degli sfratti. Un fenomeno che nel 2011 ha interessato quasi 56.000 famiglie.
Il dato, ancora provvisorio, fornito dal ministero dell’Interno, rileva che nel quinquennio 2006-2011 i provvedimenti giudiziari sono aumentati del 64%.
Solo l’anno scorso gli sfratti sono stati 63.846, quasi il doppio rispetto al 2006, quando furono 33.893.
Secondo una ricerca pubblicata dall’Unione degli inquilini, delle quasi 64.000 nuove sentenze di sfratto 56.000 erano motivate da morosità e 124.000 riguardavano richieste di esecuzione forzata.
Solo 832 i provvedimenti emessi per necessità del locatore e 7.471 quelli per finita locazione . Gli sfratti eseguiti sono stati 28.641.
Secondo lo studio, nel 2011 i procedimenti per morosità hanno rappresentato l’87% del totale, contro l’85% dell’anno precedente.
Roma prima in classifica.
È la capitale a contare il maggior numero di sfratti. Secondo i dati del ministero dell’Interno, l’anno scorso sono state emesse 4.678 nuove sentenze. I
procedimenti eseguiti con l’intervento dell’ufficiale giudiziario sono stati 2.343. Seguono Torino (2.523 sfratti), Napoli (1.557 in città e 1.255 nel resto della provincia) e infine Milano (1.115 nel capoluogo ma ben 3.244 nell’hinterland e provincia).
“Il dato degli sfratti – commenta l’Unione inquilini – è ancora in aumento su tutto il territorio nazionale e crescono di oltre l’11% le richieste di esecuzione forzosa con l’ufficiale giudiziario”.
Una situazione che potrebbe peggiorare: senza iniziative adeguate di contrasto, l’associazione calcola 250.000 nuovi sfratti nei prossimi tre anni, di cui 225.000 per “morosità incolpevole”, cioè per l’impossibilità a pagare il canone d’affitto.
“Serve – chiede l’Unione inquilini – una sospensione immediata dell’esecuzione di tutti gli sfratti, compresa la morosità incolpevole, e uno stanziamento straordinario per ripristinare un fondo sociale per gli affitti adeguato alle esigenze delle famiglie in difficoltà . Senza tralasciare la necessità di un piano straordinario per gli alloggi popolari, utilizzando con priorità il patrimonio pubblico e le aree pubbliche”.
(da “La Repubblica”)
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Giugno 19th, 2012 Riccardo Fucile
DATO SENZA PRECEDENTI NEL PRIMO TRIMESTRE 2012… LE CITTA’ PIU’ COLPITE SONO PALERMO E GENOVA, MENO 10% DI ACQUISTI A MILANO E NAPOLI
Crolla il mercato immobiliare italiano nel primo trimestre 2012: meno 19,6% di compravendite nel
settore residenziale rispetto allo stesso periodo del 2011.
Nel complesso il calo del mercato è del 17,8%.
Lo comunica l’Agenzia del Territorio, spiegando che per le case è la più grave caduta dall’inizio delle rilevazioni trimestrali, che data al 2004.
Il mercato immobiliare “potrebbe registrare un’ulteriore contrazione anche nel secondo e terzo trimestre” del 2012 a causa della crisi economica.
Lo afferma il direttore centrale dell’Osservatorio del mercato immobiliare e dei servizi estimativi dell’Agenzia del Territorio Gianni Guerrieri, presentando la nota sull’andamento del mercato nel primo trimestre 2012.
Tra le città più colpite dal crollo si trovano Palermo (-26,5%) e Genova (-21,8%).
A Roma e Firenze le transazioni sono diminuite rispettivamente del 20,6 e del 21,1 per cento. Molto elevati i cali anche a Bologna (-18,4%) e Torino (-18,1%).
Più contenuta la flessione delle compravendite a Milano (-10,7%) e a Napoli (-9,8%).
Il crollo delle compravendite “trova ampia spiegazione considerando i principali indicatori macroeconomici riferiti” agli ultimi mesi del 2011, periodo nel quale sono stati decisi gli acquisti i cui rogiti sono stati registrati nel primo trimestre di quest’anno, ha spiegato Guerrieri.
Dal Pil in calo all’aumento del tasso di disoccupazione, per l’Agenzia è la congiuntura a incidere sulle decisioni delle famiglie italiane.
“Non è ravvisabile, invece, una correlazione tra i dati di riduzione del mercato immobiliare del primo trimestre 2012 e l’aumento della tassazione degli immobili”, decisa con il decreto Salva-Italia praticamente alla fine dell’ultimo trimestre 2011.
Anche per il calo previsto nei prossimi mesi, secondo l’Agenzia, l’aumento dell’Imu è un fattore molto meno importante rispetto alle condizioni economiche generali del Paese.
Entrando nel dettaglio dei dati, il settore residenziale con 110.021 transazioni registrate nei primi tre mesi dell’anno rappresenta il 45% circa dell’intero mercato immobiliare per numero di compravendite e il calo del 19,6% subito interrompe il trend di crescita rilevato negli ultimi due trimestri del 2011.
Altrettanto significativa è la flessione registrata nel settore delle pertinenze (box e cantine), pari a -17,4%: le compravendite passano da 107.593 a 88.894.
Continua la contrazione degli scambi anche nei settori non residenziali con il terziario che perde il 19,6% delle transazioni (da 3.259 a 2.618), seguito dal commerciale (-17,6%; da 7.916 a 6.521).
Diminuzioni più contenute si rilevano nel settore produttivo (-7,9%) con le compravendite che passano da 2.474 a 2.279.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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