Maggio 10th, 2014 Riccardo Fucile
“PER EDUCARE UN FIGLIO CI VUOLE UN VILLAGGIO”
A due settimane di distanza dalla canonizzazione dei Papi Giovanni Paolo II e Giovanni XXIII, piazza San Pietro questo pomeriggio è stata di nuovo invasa da migliaia di persone per ascolatre il discorso di Bergoglio: “Amo la scuola perchè è sinonimo di apertura alla realt�
L’hanno accolto attenti, con le facce rivolte verso i grandi schermi e verso Papa Francesco.
Tra studenti, insegnanti e genitori sono arrivati in 300 mila a Piazza San Pietro, Via della Conciliazione e nelle zone limitrofe per l’incontro della scuola italiana con Papa Francesco, questo pomeriggio.
Non c’erano solo gli istituti cattolici, ma tutte le scuole del Paese. E il Papa è arrivato in jeep salutando e benedicendo la folla che ha invaso completamente Roma.
Il suo discorso è stato un appello. Per dire: “Per favore, non lasciamoci rubare l’amore per la scuola”.
‘Per educare un figlio ci vuole un villaggio’. La scuola serve a unire e a formare. E’ un punto d’incontro. Un sinonimo di apertura alla realtà . Papa Francesco l’ha amata, la ama ancora. Il suo messaggio è un invito a non darla per scontata ma a curarla, a salvarla.
“La famiglia – ha detto il Papa – è il primo nucleo di relazioni: la relazione con il padre e la madre e i fratelli è la base, e ci accompagna sempre nella vita. Ma a scuola noi ‘socializziamo’: incontriamo persone diverse da noi, diverse per età , per cultura, per origine… La scuola è la prima società che
integra la famiglia. La famiglia e la scuola non vanno mai contrapposte! Sono complementari, e dunque è importante che collaborino, nel rispetto reciproco. E le famiglie dei ragazzi di una classe possono fare tanto collaborando insieme tra di loro e con gli insegnanti. Questo fa pensare a un proverbio africano tanto bello: ‘Per educare un figlio ci vuole un villaggio’. Per educare un ragazzo ci vuole tanta gente, famiglia, scuola, insegnanti, personale assistente, professori, tutti. Vi piace questo proverbio africano? Diciamolo insieme: per educare un figlio ci vuole un villaggio”.
La prima maestra di Bergoglio.
L’espressione di chi ricorda, e il suo discorso il Papa lo ha iniziato con l’omaggio alla sua maestra: “La mia prima insegnante è stata una maestra che mi ha preso a 6 anni, al primo livello della scuola. Mai ho potuto dimenticarla. Sono andato a trovarla tutta la vita fino a quando è mancata a 98 anni. Amo la scuola perchè quella donna mi ha insegnato ad amarla”, ha confidato Bergoglio all’incontro promosso dalla Cei e intitolato “We Care”.
argomento: Chiesa | Commenta »
Maggio 2nd, 2014 Riccardo Fucile
L’ATTACCO IMMOTIVATO A PAPA FRANCESCO SUSCITA DISAPPROVAZIONE UNANIME TRA I CARDINALI
“È stato messo a confronto lo spazio del ‘mio’ appartamento con la presunta ristrettezza della residenza del Papa”. Il cardinale Tarcisio Bertone non riesce a restare in silenzio davanti agli attacchi subiti per il “modesto” attico, a due passi dalla residenza papale di Casa Santa Marta, dove si appresta a traslocare per trascorrere la sua pensione.
L’ex Segretario di Stato ha preso carta e penna e ha inviato una lettera ai settimanali delle diocesi che ha guidato, Vercelli e Genova, prima di essere chiamato, nel 2006, a Roma da Benedetto XVI come suo “premier”.
Nella replica di Bertone, però, più di qualcuno in Vaticano ha letto un attacco a Papa Francesco.
Cosa intende il porporato salesiano quando scrive della “presunta ristrettezza della residenza di Bergoglio”? È la domanda che quasi in modo frenetico viene sussurrata in questi giorni nei sacri palazzi.
Lo stile pauperistico di Francesco, a Buenos Aires prima e a Roma poi, dopo l’elezione al pontificato del 13 marzo 2013 è sotto gli occhi del mondo ed è incontestabile.
E la “santa spending review” messa in atto dal Pontefice argentino insieme al suo “G8” di cardinali è abbastanza evidente.
In Vaticano la disapprovazione per le affermazioni di Bertone è pressochè unanime. “In questo modo — confida un alto prelato — si danneggia il clima nel quale, non senza difficoltà , sta lavorando il Papa per riformare la Curia romana”.
C’è anche chi mette a confronto il comportamento dei due emeriti del precedente pontificato: Benedetto XVI e Bertone. Entrambi, al termine dei loro incarichi di governo, sono rimasti a vivere nel “recinto di San Pietro”, come disse Ratzinger dopo le dimissioni, annunciando che non sarebbe ritornato “a una vita di viaggi, incontri, ricevimenti, conferenze eccetera”.
Bertone, invece, subito dopo l’inizio della pensione, si è concesso a tutte le interviste dei media, spesso anche da lui sollecitate, intervenendo a numerosi convegni e presentazioni e annunciando l’intenzione di scrivere e pubblicare un libro sulla fede e lo sport (è nota la sua passione calcistica per la Juventus) e un volume di memorie. Quest’ultimo annuncio ha fatto storcere più di un naso all’interno dei sacri palazzi, come se il porporato salesiano volesse riscrivere la storia della vicenda Vatileaks, rispondendo punto su punto alle critiche che gli sono state mosse, dentro e fuori la Chiesa, anche da cardinali molto influenti e vicini a Benedetto XVI, Camillo Ruini in primis, che più volte hanno chiesto invano a Ratzinger di rimuovere Bertone dal vertice della Segreteria di Stato.
Qualche altro osservatore fa notare che la presenza di Bertone viene “tollerata” soltanto alle mega celebrazioni di piazza San Pietro o nella Basilica Vaticana presiedute da Francesco.
Quando, infatti, il 23 dicembre scorso, Bergoglio visitò l’ospedale pediatrico “Bambino Gesù” di Roma, di proprietà della Santa Sede, dallo staff papale non fu apprezzata la presenza di Bertone che si fece trovare ad accogliere Francesco accanto al suo successore, all’epoca non ancora cardinale, Pietro Parolin.
Il porporato salesiano comprese subito che la sua presenza non era gradita e lasciò l’ospedale quasi in punta di piedi a metà della lunga visita del Papa che durò quasi tre ore.
L’attenzione di Bertone al mondo sanitario è, infatti, abbastanza nota.
Sua fu la regia del tentativo, poi andato in fumo, di salvare l’ospedale “San Raffaele” di don Luigi Verzè.
All’ex Segretario di Stato era andato meglio con l’ospedale di padre Pio a San Giovanni Rotondo, “Casa Sollievo della Sofferenza”, dove è riuscito a sistemare un uomo a lui vicino, Domenico Francesco Crupi, alla direzione generale
Francesco Antonio Grana
(da “il Fatto Quotidiano“)
argomento: Chiesa | Commenta »
Aprile 28th, 2014 Riccardo Fucile
I DUE SANTI
Dinanzi ad una folla sterminata, composta e commossa, papa Francesco eleva alla gloria degli
altari Angelo Roncalli e Karol Wojtyla.
“Uomini coraggiosi”, li chiama. Sottolineando l’autenticità del loro parlare e credere, riconducendo le loro diversità nel solco della testimonianza appassionata che ognuno è riuscito a dare.
È la giornata dei quattro papi, evento straordinario per la Chiesa. Lo spirito dei romani, impassibile dinanzi a qualsiasi inedito della storia, twitta ironicamente: “Oggi a Roma più papi che linee della metropolitana”.
Quattro papi all’attenzione dell’opinione pubblica mondiale, ma la giornata non diventa l’esaltazione del papato.
Una regia precisa, voluta da Francesco, imprime al rito di massa il sigillo della sobrietà , della non-retorica.
Non si sentono urla entusiaste, non si sentono slogan ritmati. La passione per Giovanni Paolo II che anima larga parte della platea, stretta fra il colonnato del Bernini e che si prolunga fino a Castel Sant’Angelo in una fiumana di fedeli di ogni nazione, non esplode in manifestazioni di tifo.
Francesco ha voluto una celebrazione che sia una messa, non una parata trionfale, e il filo del suo discorso è lontano da ogni apologia del ruolo papale.
Centro e capo della Chiesa — fa intendere nella sua predica — è il Cristo con le sue “piaghe”.
Gli uomini, anche i papi, valgono in quanto sono capaci di confrontarsi con le ferite del Cristo e di “vedere in ogni persona sofferente Gesù”. È uno spostamento di accento, che demitizza le figure papali ed era già presente nel discorso di addio di Benedetto XVI, quando accennò che chi guida la Chiesa non è il pontefice, ma Cristo. Impressionante, ancora una volta, è la lunga preghiera silenziosa praticata in piazza San Pietro da centinaia di migliaia di persone seguendo Francesco.
È una giornata particolare questo 27 aprile 2014. Punto di arrivo e di partenza per la Chiesa cattolica. Giovanni XXIII, così spesso sabotato in vita, riceve il massimo riconoscimento che le forze ecclesiastiche conservatrici vollero negargli, impedendo che fosse acclamato santo al termine del Concilio.
E vengono finalmente soddisfatti tutti coloro — polacchi in testa — che reclamarono la santificazione di Giovanni Paolo II già durante il suo funerale.
I polacchi rappresentano la massa d’urto dei pellegrini stranieri giunti a Roma. Per loro Wojtyla è un eroe nazionale. Un grande sovrano, simbolo di religione e di patria. Bandiere e striscioni polacchi straripano in piazza rispetto ai vessilli di altri paesi.
Ma non sfugge che la folla in questa occasione è calata a confronto con giornate passate. Il primo maggio 2011, quando fu beatificato Wojtyla, i pellegrini erano un milione. Tra il 4 e il 7 aprile 2005, quando una massa infinita di fedeli e uomini e donne di ogni religione e visione del mondo si mise in file per via della Conciliazione per entrare in basilica e dare un ultimo saluto a Karol, i partecipanti erano tre milioni. Questa volta sono mezzo milione intorno a San Pietro e altri trecentomila sparsi nelle piazza romane davanti ai teleschermi.
Per tutti, però, è un’esperienza indimenticabile, a cui — ripetono — “dovevano prendere parte” . Molti arrivano in piazza san Pietro già con le valige, pronti per partire dopo la cerimonia. Molti hanno bivaccato la notte alla bell’e meglio per poter conquistare i posti più vicini al sagrato. Molti hanno pregato nella veglia notturna organizzata nelle chiese romane.
È una giornata particolare, perchè di fronte a due miliardi di telespettatori (tanti ne calcola il Vaticano sul pianeta) Francesco ha invitato Benedetto XVI a prendere parte al rito e va ad abbracciarlo due volte, all’inizio e alla fine.
Ratzinger, il viso più disteso e rasserenato rispetto ai mesi scorsi, è arrivato per primo sul sagrato. Tutto bianco nei paramenti e con una grande mitria vescovile bianca in testa. Resta il simbolo di una dedizione assoluta alla Chiesa.
E Francesco, portandolo sotto la luce dei riflettori mondiali, lancia il messaggio che la cattolicità dovrà abituarsi a vedere pontefici in pensione. Forse tra dieci anni sà rà lui — Bergoglio — al medesimo posto, seduto in prima fila accanto all’altare.
L’omelia di Francesco concede poco agli elogi e all’illustrazione delle biografie, è misurata, non c’è spazio per improvvisazioni.
Il papa argentino legge il testo con il volto grave. Se accenna a Roncalli e Wojtyla è per illustrare l’immagine di Chiesa, che sta proponendo da un anno: “testimonianza della bontà di Dio e della sua misericordia”. Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, dice, hanno conosciuto le tragedie del Novecento, ma non ne sono stati sopraffatti. Più forte in loro era Dio, era la fede in Cristo Redentore, “più forte in loro era la misericordia di Dio”.
L’essenziale del Vangelo, insiste Francesco, senza paura di ripetersi, è l’amore, la misericordia, in semplicità e fraternità . E qui si è avvertito che il papa argentino si stava rivolgendo con insistenza alla Chiesa, alla Curia, agli episcopati, al clero, ai credenti di oggi. Il Concilio, ha spiegato, è servito per riportare la Chiesa alla sua “fisionomia originaria”.
Diseguale, nella sua breve omelia, è stata la descrizione dei due pontefici.
Francesco è parso più vicino a Giovanni XXIII, definito “docile allo Spirito Santo”, guida-guidata dallo Spirito. Wojtyla è stato definito il “Papa della famiglia”. Appellativo giusto, vista l’insistenza con cui ha trattato i temi familiari, ma limitato se si guarda all’ampiezza del suo pontificato.
Marco Politi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: Chiesa | Commenta »
Aprile 28th, 2014 Riccardo Fucile
LA VEGLIA SUI SAMPIETRINI
Un sacerdote con il breviario, capelli corti, tonaca nera, attraversa una viuzza con i sampietrini malfatti, che ancora non sono le cinque, o forse le quattro. Ha il passo agitato. Ha la fretta di chi s’è segnato un appuntamento da anni e adesso rischia di fare tardi e lo spaventa — l’incedere lo testimonia — la figuraccia che non contempla perdono.
Questa sagoma con il colletto bianco sparisce appena supera le prime statue di ponte Sant’Angelo, per una notte sorvegliate da migliaia di pellegrini, migliaia di coperte, sacchi a pelo, indumenti caldi, che soltanto qualche ora prima, che ancora la notte era fresca, cantavano e ballavano per ingannare la fatica e l’attesa.
Anche senza il sostegno coreografico di una ventina di pastori peruviani che saltavano, battevano le mani e incitavano la folla, e pure quelli che sfidavano il Tevere e bivaccavano ai suoi margini, ignari dei ratti famelici pronti a depredare le provviste.
Una suora col giornale, sdegnata per il vano contributo di tre consorelle, alza la mano con una bottiglietta d’acqua: “Me la apri, per favore? Grazie, questo è un gesto di carità ”.
La suora sfoglia le pagine con timidezza per non fare rumore, per non svegliare una distesa di uomini e donne, tanti ragazzi, che non mollano il posto davanti a un maxischermo ancora spento, ora che sono le cinque esatte, e che presto farà vedere immagini di repertorio.
Un gruppo di amici libanesi, ventenni, punta un varco accessibile fra le mura di Castel Sant’Angelo e il tratto pedonale di lungotevere, che agenti presidiano percorrendo cento metri avanti e indietro senza sosta.
In quel momento, che le cinque sono passate da un po’, un conforto di aurora lo suggerisce, la polizia sta per smantellare le barricate intorno a piazza San Pietro per far entrare i fedeli e sottoporre le carovane ai controlli.
Il gruppo di amici libanesi ha ciccato quel momento, e così avanza a rilento fra i pellegrini che sbadigliano. Uno di loro imbraccia una bandiera libanese, più che altro uno striscione con i colori bianco e rossi e il cedro verde nè chiaro nè scuro, e comincia a intonare una Ave Maria, piano, lento, poi forte, ancora più possente.
Un signore africano rinuncia, non ha voce per cantare e non ha la tempra per seguire i libanesi e allora, cordiale, s’avvicina a un signore italiano che picchetta un quadrato di sampietrini dove c’è spazio per una sediolina pieghevole e, magari, per allungare le gambe.
Il signore africano chiede ospitalità al signore italiano che rivendica il possesso di un amico, che non s’intravede (eppure sono quasi le sei), di quel pezzetto di territorio conquistato con estrema accortezza: “à‰ occupato”.
I volontari non fanno neanche in tempo a dividere via della Conciliazione in due settori, per motivi di sicurezza, che i drappelli polacchi e i ritratti di Wojtyla già troneggiano ovunque e spediscono in minoranza i francesi, gli spagnoli, gli argentini, gli africani, gli asiatici ben rappresentati dai filippini, che con apprezzabile educazione non spingono mai chi li precede e camminano con un’attenzione che sfiora l’apprensione.
Non sono neanche le sei e venti — gli ambulanti già vendono il drappo vaticano a un euro, roba di plastica — che Piazza San Pietro sta per essere circondata: comitive munite di ombrelli e cartelli affluiscono da qualsiasi angolo, non possono indugiare, non c’è spazio per tutti.
E i varchi nascosti dal colonnato (con poliziotti ben visibili) sono l’ultimo ostacolo. La gente protesta con sempre maggiore fastidio, urla “vergogna, vergogna” e in tanti si sentono male perchè la calca è insopportabile e molti, per evitare il peggio, sono costretti a scavalcare le (basse) recinzioni di ferro.
La scalinata di San Pietro è un giardino di fiori, piante e decori. Il tempo sta per scadere, che le otto sono ormai dimenticate.
Ma una compagnia di adolescenti spagnoli s’è arresa a una spietata evidenza, e le fermate di metropolitana chiuse lo certificano: queste piazze (e pure questo articolo) non possono contenere 800.000 pellegrini che vogliono assistere a una domenica con quattro papi, e neanche il coraggio dei polacchi che hanno guadato la Mitteleuropa con macchine scassate.
Gli spagnoli anticipano Francesco e recitano la messa assieme a un sacerdote con un microfono, c’è anche un uomo tanto paziente che regge un altoparlante, ma i ragazzi preferiscono la cuffia.
La celebrazione comincia prima che siano le dieci come previsto. Comincia prima che Francesco proclami santi Roncalli e Wojtyla.
In questi giorni, forse, gli orologi non servivano.
Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: Chiesa | Commenta »
Aprile 27th, 2014 Riccardo Fucile
UN MILIONE DI PELLEGRINI A ROMA PER LA CANONIZZAZIONE , ANCHE RATZINGER TRA I CONCELEBRANTI IN PIAZZA SAN PIETRO
Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II sono santi. 
Alle 10:15 la canonizzazione è arrivata con la formula di rito proclamata da Papa Francesco di fronte a centinaia di migliaia di fedeli che hanno riempito Piazza San Pietro e Via della Conciliazione.
Angelo Giuseppe Roncalli, il papa del Concilio , e Karol Wojtyla, il grande «condottiero» della fede – ha detto Papa Francesco nell’omelia – sono stati «uomini coraggiosi», non hanno avuto «paura» di chinarsi sulla «sofferenza» e sulle «piaghe» dell’uomo, e in questo modo «hanno dato testimonianza alla Chiesa e al mondo della bontà di Dio, della sua misericordia».
«Sono stati sacerdoti, vescovi e papi del XX secolo – ha detto Francesco -. Ne hanno conosciuto le tragedie, ma non ne sono stati sopraffatti. Più forte, in loro, era Dio; più forte era la fede in Gesù Cristo Redentore dell’uomo e signore della storia; più forte in loro era la misericordia di Dio».
Per Papa Francesco «nella convocazione del Concilio Giovanni XXIII ha dimostrato una delicata docilità allo Spirito Santo, si è lasciato condurre ed è stato per la Chiesa un pastore, una guida-guidata. Questo è stato il suo grande servizio alla Chiesa; per questo a me piace pensarlo come il Papa della docilità allo Spirito».
«Giovanni Paolo II – ha aggiunto Bergoglio – è stato il Papa della famiglia. Così lui stesso, una volta, disse che avrebbe voluto essere ricordato, come il Papa della famiglia».
Roma è stata invasa da un popolo in festa per una giornata già definita storica.
Sono un milione i pellegrini che hanno assistito alla cerimonia tra l’area di Piazza San Pietro-Via della Conciliazione (500 mila) e quelle in cui sono stati allestiti i maxi-schermi (500 mila), come ha riferito la sala stampa vaticana in base a dati delle autorità .
Molti i pellegrini che hanno dormito nei sacchi a pelo vicino ai varchi, aperti prima dell’alba.
Più lento l’afflusso in Piazza San Pietro per i controlli. Numerosissimi anche i fedeli che hanno partecipato alle veglie di preghiera nelle chiese di Roma, la «notte bianca» della capitale, tra canti, preghiere, adorazione eucaristica e confessioni.
I gruppi più numerosi, quelli dei polacchi giunti per la canonizzazione di papa Wojtyla e i bergamaschi per quella di Roncalli.
Ma le bandiere che sventolano hanno i colori di tutte le nazioni, i pellegrini parlano tutte le lingue.
La messa presieduta da Papa Francesco sul sagrato vaticano è cominciata alle 10.00.
Il Papa emerito Benedetto XVI è tornato in piazza per la prima volta dalla fine del suo pontificato e ha concelebrato il rito con il suo successore Bergoglio, insieme a 150 cardinali e 700 vescovi.
Papa Francesco, al suo ingresso sul sagrato, è andato subito ad abbracciare il predecessore. Ratzinger ha ricevuto il saluto anche del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Oltre cento le delegazioni provenienti da tutto il mondo per partecipare alla messa, con 24 tra capi di Stato e sovrani, dieci capi di governo, che hanno preso posto nell’area loro riservata sul lato destro del sagrato vaticano.
Insieme al presidente Napolitano con la signora Clio, hanno partecipato alla cerimonia anche il premier Matteo Renzi con la moglie Agnese.
Dispiegati per gli aspetti logistici e della sicurezza 26 mila volontari e diecimila uomini delle forze dell’ordine, 16 i presidi medici, 77 le ambulanze.
La metro a Roma è rimasta aperta tutta la notte.
L’afflusso dei fedeli è stato rigidamente regolamentato, e quindi, pur massiccio, è avvenuto ordinatamente. Il dispositivo di sicurezza finora ha funzionato alla perfezione.
Centinaia di pellegrini e fedeli hanno assistito lungo via dei Fori imperiali alla canonizzazione dei due Papi trasmessa in diretta su tre maxischermi.
«Non siamo riusciti ad arrivare a San Pietro – si lamenta una signora -, c’è troppa gente. Ci hanno consigliato di spostarci qui perchè c’è posto. Che peccato! Ma siamo contenti lo stesso perchè qui lo scenario è davvero meraviglioso».
C’è chi invece ha deciso sin dall’inizio di seguire l’evento all’ombra del Colosseo: «Ci aspettavamo una folla così – commenta un gruppo di ragazzi seduti su sedie pieghevoli – e per questo ci siamo organizzati per stare direttamente qui sui Fori».
Su Via dei Fori Imperiali, all’altezza della salita che porta al Campidoglio, alcuni pellegrini hanno divelto le recinzioni delle aiuole per far posto a sacchi a pelo e sedie. Sono intervenuti i vigili del Gruppo Sicurezza Pubblica che li hanno allontanati.
In distribuzione ai pellegrini migliaia di bottigliette d’acqua.
La lunga notte di attesa ha provocato comunque alcuni malori: il presidio della Croce Rossa alla destra del colonnato ha accolto oltre trenta persone, con qualche paziente trasferito anche al vicino ospedale Santo Spirito.
(da “La Stampa”)
argomento: Chiesa | Commenta »
Aprile 25th, 2014 Riccardo Fucile
UN ESERCITO DI VOLONTARI E MAXISCHERMI PER L’EVENTO DA RECORD, CHIESE APERTE NELLA NOTTE E SOCCORSO MEDICO IN METRO’
È tutto pronto. “Al momento pensiamo che gli arrivi varieranno tra gli 800mila e un milione di
persone. Quindi un numero considerevole”.
Nonostante le cifre da record, il sindaco di Roma, Ignazio Marino, non sembra preoccupato, così come non si era spaventato davanti alle parole di Papa Francesco che, alla fine della scorsa estate, aveva annunciato al primo cittadino: “Lei ballerà “. Un presagio che, con l’avvicinarsi della data delle canonizzazioni di Papa Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, il 27 aprile, si è trasformato in certezza.
Ma Marino, alla vigilia del grande evento, è convinto che la città abbia tutte le carte in regola per fare bella figura: “Sarà un test importante per Roma e per tutti coloro che si stanno spendendo affinchè sia un giorno di grande gioia e di partecipazione, ma anche di orgoglio romano e italiano”.
Delegazioni da tutto il mondo.
Le delegazioni internazionali presenti alla messa di canonizzazione sono arrivate a un totale di 93.
Molte le personalità di spicco presenti sul sagrato di Piazza San Pietro. L’Unione europea è rappresentata ai massimi livelli dal presidente del Consiglio, Hernan Van Rompuy e dal presidente della Commissione, Manuel Barroso.
La folta delegazione dello Stato italiano sarà , invece, giudata dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano mentre saranno presenti anche i reali del Belgio e della Spagna. Ovviamente anche le autorità polacche saranno presenti in massa e guidate dal presidente della Repubblica, Bronislaw Komorowski.
Maxi-schermi nei punti strategici.
Per un evento come quello delle due canonizzazioni, gli spazi intorno a San Pietro non possono bastare. Per questo il Comune ha predisposto la collocazione di 18 maxischermi: tra questi tre su via dei Fori imperiali, totalmente pedonalizzati dal 18 aprile, uno in piazza Navona, uno in Piazza del Popolo, uno a Castel Sant’Angelo, uno a piazza Santa Maria Maggiore e due al Colosseo.
“Vogliamo evitare che, nel caso si riempisse piazza San Pietro, le persone si ammassino una zona dove non possono partecipare all’evento”, ha detto Marino.
Chiese aperte.
La notte tra il 26 e il 27 aprile le chiese di Roma resteranno aperte per accogliere i pellegrini. In alcune di esse è possibile pregare in diverse lingue e confessarsi.
Si comincia alle 19 nella chiesa di Santa Maria in Montesanto (Chiesa degli Artisti) a piazza del Popolo, con animazione liturgica in lingua italiana.
Dalle 21 gli altri luoghi di culto interessati sono Sant’Agnese in Agone a piazza Navona, con animazione in lingua polacca, San Marco al Campidoglio (piazza omonima), con animazione in italiano e inglese, Sant’Anastasia (piazza omonima), con animazione in lingua portoghese, Santissimo Nome di Gesù all’Argentina, con animazione in italiano e spagnolo, Santa Maria in Vallicella (via del Governo Vecchio, 134) e San Giovanni Battista dei Fiorentini (via Acciaioli, 2), con animazione in lingua italiana, Sant’Andrea della Valle (piazza Vidoni, 6), con animazione in lingua francese, San Bartolomeo all’Isola Tiberina, con animazione in italiano e arabo, Sant’Ignazio di Loyola in Campo Marzio (via del Caravita, 8/a), Chiesa delle Sante Stimmate (largo omonimo), Santi XII Apostoli (piazza omonima), Sacro Cuore di Gesù a via Marsala, Santa Maria in Montesanto (piazza del Popolo), con animazione in lingua italiana. In queste chiese la preghiera è organizzata secondo uno dei tre schemi elaborati per l’occasione dall’Ufficio liturgico del Vicariato.
L’esercito dei volontari.
Per assistere la folla dei pellegrini, la Protezione civile ha messo in campo 26mila volontari, un esercito pronto a distribuire quattro milioni di bottigliette d’acqua. Potenziato anche il servizio sanitario della Croce Rossa: seicento volontari provenienti da tutta Italia, 6 strutture di Posto Medico Avanzato, 23 ambulanze per soccorso avanzato (MSA), 33 ambulanze di soccorso di base (MSB), un punto mobile di rianimazione, 2 automediche, 43 squadre sanitarie a piedi, una tenda per codici bianchi, 4 Punti Mamma e account dedicati sui social network a disposizione dei pellegrini.
Quasi mille bagni chimici.
Sono 990 i bagni chimici che l’azienda dei rifuti di Roma, Ama, posiziona nei punti più affollati per l’evento. 149 sono per disabili, con presidi e interventi di igienizzazione.
Trasporto h24.
Bus e metro attivi per 24 ore. Atac e Polizia Locale di Roma Capitale hanno da tempo iniziato l’attività di informazione attraverso i canali a loro disposizione. Nelle giornate di sabato 26 e domenica 27 aprile, l’attività informativa verrà ulteriormente potenziata con aggiornamenti in tempo reale sull’intera piattaforma e in stretto collegamento con il Centro Operativo Comunale di Porta Metronia. Per i pellegrini inoltre verranno distribuite 200 mila cartine della città .
Potenziato anche il trasporto ferroviario: oltre 1.000 ferrovieri impegnati, 43 collegamenti regionali straordinari, 6 treni charter in arrivo dalla Polonia, servizi informativi e di assistenza nelle stazioni potenziati e centri operativi di Trenitalia e di Rfi, sia nazionali sia territoriali, attivi già dalla mattina di sabato 26 aprile. Così il gruppo Fs Italiane si prepara al forte afflusso di pellegrini.
Voli charter. Oltre a navi e treni, sono circa 60, secondo la Questura di Roma, i voli charter esclusivi per pellegrini attesi negli aeroporti di Fiumicino e Ciampino.
Spese alle stelle.
Era stata di cinque milioni la spesa preventivata per organizzare l’evento, ma il costo finale è stato di tutt’altro genere, tanto che il sindaco di Roma ha scritto al ministro Padoan per segnalare gli extracosti.
“Ho parlato con il sottosegretario Del Rio e con il ministro Alfano. E la scorsa settimana ho scritto una lettera anche al ministro dell’Economia Padoan non perchè Roma vuole chiedere altri soldi, ma mi sembra abbastanza evidente che la canonizzazione non è un evento che riguarda solo Roma e i romani. È un evento planetario che riguarda la nostra nazione e non deve ricadere come costi solo sulle tasse dei cittadini che abitano a Roma”, ha spiegato Marino, che ha ricordato che le spese ulteriori che dovrà sostenere la Capitale ammontano a oltre 7 milioni di euro. D’altronde, ha sottolineato, solo per le forze dell’ordine “ci saranno 12mila ore di straordinario”.
Ancora stanze libere negli alberghi.
Nonostante Roma sia invasa di turisti italiani e stranieri, negli alberghi, soprattutto di fascia media e alta, per questo fine settimana ci sono ancora camere disponibili messe in vendita a prezzi ragionevoli, ovvero tra 100 e 200 euro. Ad assicurarlo è il presidente di Federalberghi Roma, Giuseppe Roscioli, che spiega: “Per questo particolare fine settimana, che prevede la canonizzazione dei due Pontefici, ci sono ancora, negli alberghi, diverse camere disponibili, basta dare un’occhiata su Internet, anche perchè ci sono state numerose cancellazioni. Spesso infatti quando c’è un grande evento, il cliente tradizionale tende a non visitare quel luogo, quella città , per andarci in un momento più tranquillo. C’è quindi una sorta di sostituzione di clientela”.
Roma è comunque, dal primo aprile in un periodo considerato di “alta stagione” per il turismo, e dunque la clientela non manca. Non c’è, quindi, il tutto esaurito che si prevedeva e, soprattutto, alcune strutture non hanno alzato i prezzi oltre misura.
Francobolli speciali e ‘Papa bit’.
Due francobolli autoadesivi da 70 centesimi, uno dedicato a Papa Roncalli e l’altro a Papa Wojtyla: è l’iniziativa di Poste Italiane, che ha reso note le vignette dei due valori postali: sulla destra, rispettivamente Papa Giovanni XXIII e Papa Giovanni Paolo II, nell’atto di benedire; sulla sinistra sono riportati i titoli delle encicliche da loro promulgate che danno forma, graficamente, a una croce. L’emissione per Papa Roncalli è “congiunta” con le Poste Vaticane: nella corposa emissione che le poste papali hanno realizzato per l’evento (che comprende vari francobolli e foglietti) c’è infatti anche un francobollo analogo a quello italiano. Anche Atac ha voluto dedicare all’evento biglietti speciali: si chiamano ‘Special editino Papa bit’ quattro biglietti integrati per il trasporto pubblico, con quattro soggetti diversi legati alle figure di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II.
In bici per i due Papi.
Si chiama “Sappada-Roma. Pedalando con i papi Santi” l’iniziativa promossa dall’assessorato allo sport e al sociale di Sappada, comune bellunese lungo i cui sentieri hanno camminato sia Papa Roncalli che Papa Wojtyla, alla quale parteciperanno anche gli ex campioni di ciclismo Francesco Moser e di sci di fondo Silvio Fauner. Partendo il 23 aprile da Sappada, 25 pellegrini-ciclisti arriveranno il 30 a Roma in bicicletta e incontreranno Papa Francesco. Del gruppo faranno parte ciclisti amatoriali di Veneto, Friuli Venezia Giulia ed Emilia Romagna.
Piera Matteucci
argomento: Chiesa, Roma | Commenta »
Aprile 24th, 2014 Riccardo Fucile
DOPO LA SCOMUNICA DI BERGOGLIO ALLA MESSA, I PARLAMENTARI SGOMITANO PER UN POSTO ALLA CANONIZZAZIONE
Ci saranno decine di telecamere spianate, antenne di mezzo mondo, oltre cento delegazioni. 
I colonnati di San Pietro ornati a festa, i picchetti d’onore, la distesa di porpore.
Un raduno straordinario di pellegrini per una celebrazione straordinaria: papa Francesco che proclama santi Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II con l’esposizione in pubblico di un (riservato) pontefice emerito, Benedetto XVI.
E ci sarà l’effetto dove-mi-si-nota-meglio?
La politica che s’intrufola, che vuole presenziare, che vuole espiare: “Quando in futuro vedranno le immagini, non conterà la carica che ricoprivi, ma quanto eri vicino al potere”, dice Frank Underwood (Kevin Spacey) in House of Cards.
E ancora viene interpretato il plateale gesto di stima in piazza San Pietro che Karol Wojtyla riservò a Giulio Andreotti, in quegli anni processato per i rapporti con i mafiosi, proprio mentre i fedeli esultavano per la beatificazione di Padre Pio da Pietrelcina (era il ’99).
Ancora immersi in estenuanti penitenze o forse travolti da una profana delusione per la scarsa considerazione — ricordate l’anatema di Francesco durante la messa mattutina dei parlamentari, “i peccatori saranno perdonati, i corrotti no”? — deputati e senatori cominciano a sgomitare, a comporre nervosamente numeri, a bloccare compulsivamente seggiole per assistere alla canonizzazione di domenica in buona (e fotogenica) posizione.
Il Vaticano ha rinunciato a una proverbiale fiducia istituzionale e vuole spuntare gli elenchi che verranno trasmessi dai cerimoniali di Palazzo Chigi, Madama e Montecitorio, che sopportano le pressioni dei politici per uno strapuntino ben in evidenza e persino le richieste eccessive. Alessandro Pagano (Ncd) e Rocco Buttiglione (Udc) chiedono sei tagliandi ciascuno; tanti spaventati parlamentari pretendono informazioni meteorologiche perchè sostare immobili sotto la pioggia per quattro ore presuppone uno sforzo di fede.
Matteo Renzi non dovrà correre a formulare prenotazioni, al primo ministro spetta il sagrato, lato sinistro di papa Francesco, assieme a Giorgio Napolitano e consorte, ai presidente Pietro Grasso (Senato), Laura Boldrini (Camera), Gaetano Silvestri (Consulta).
Ma il cattolico praticante Renzi, che di solito di domenica va in chiesa a Pontassieve, vuole condividere l’esperienza con la moglie Agnese e i tre bambini.
Questa è la compagine di rappresentanza tricolore, che sarà la più prossima a Francesco con i polacchi e gli spagnoli.
Il settore più affollato sarà il centrodestra, un recinto per duemila preziosi sediolini per le autorità italiane e straniere.
Anche la truppa di Ignazio Marino ha intasato la distribuzione dei biglietti: dal Campidoglio saranno in 36.
Ma i parlamentari preoccupano gli organizzatori vaticani perchè, dopo una rapida presa di coscienza nei corridoi dei palazzi (“Tu ci vai? Allora anch’io”), le prenotazioni sono lievitate, miracolosamente moltiplicate: ieri mattina erano ducento fra Camera e Senato compresi gli accompagnatori — figli, mogli e parenti di ogni grado — e in serata sono diventati trecento.
E i pellegrini dovranno accamparsi di notte per occupare (in piedi) un po’ di sampietrini.
A differenza dei colleghi, Pier Ferdinando Casini non ha mai indugiato, neanche Paola Binetti e Rosy Bindi.
E come non prevedere Roberto Formigoni: “Certo che ci vado! Non potrei mai mancare”.
E non mancheranno, in ordine alfabetico , Daniela Cardinale, Elena Carnevali, Lorenzo Cesa, Cesare Damiano, Antonio Misiani. I ministri Maria Elena Boschi, Federica Mogherini, Angelino Alfano, Maurizio Martina, Maurizio Lupi; i sottosegretari Mario Giro, Andrea Olivero, Pier Paolo Baretta, assiepati nel girone infernale con i parlamentari italiani.
Sarà assente il senatore Antonio Razzi, che uscì frastornato da San Pietro dopo la predica di Jorge Bergoglio: “Mi spiace. Devo riprendere mia moglie in Svizzera e poi farò tappa per la partita Teramo-Messina per festeggiare la promozione in Prima Divisione. Il presidente ha invitato anche il mio amico Mimmo Scilipoti: io tifo Teramo, lui Messina. Sarà bello staccare la testa da Roma, da queste liturgie e divertirci un po’ con gli ultrà ”.
Finale di pezzo scontato: amen.
Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: Chiesa | Commenta »
Aprile 22nd, 2014 Riccardo Fucile
MENTRE IL PAPA SCEGLIE UN BILOCALE, BERTONE HA UN ATTICO DA 600 MQ CON 100 DI TERRAZZO E I CARDINALI SI CONCEDONO DAI 200 AI 250 MQ… LA CHIESA HA IMMOBILI PER 2 MILA MILIARDI
Papa Francesco non ha saputo solo due giorni fa che l’ex Segretario di Stato, Tarcisio Bertone, aveva deciso di vivere in un mega attico con tanto di terrazzo.
Il Papa sa che Bertone non si è accontentato dell’appartamento ordinario dal 20 dicembre scorso, quando il Fatto (a firma Marco Lillo) ha pubblicato la notizia.
Ora Repubblica racconta la reazione di Bergoglio, arrabbiato per la scelta dell’ex sottosegretario di Stato di unire due appartamenti in uno: quello a lui assegnato, dove prima viveva l’ex capo della gendarmeria vaticana, Camillo Cibin, morto nel 2009; e quello di monsignor Bruno Bertaglia, vicepresidente del Pontificio consiglio per i testi legislativi, deceduto nel 2013.
Totale del super attico: circa 600 metri quadri (riporta Repubblica) con 100 metri quadri di terrazzo.
L’appartamento dove Bertone trascorrerà la sua pensione si trova nel Palazzo San Carlo, a pochi passi dalla Domus Sanctae Marthae, dove invece risiede Papa Francesco, che ha scelto un bilocale, di 70 metri quadri.
Qui vive anche il Segretario di stato, Pietro Parolin, che si è accontentato di un semplice monolocale.
E nello stesso edificio vivono (sempre in due monocamere) anche i due segretari di Bergoglio, monsignor Alfred Xuereb e monsignor Fabian Pedacchio Leaniz.
Ma non tutti, tra cardinali e alti prelati, hanno fatto la stessa scelta del Papa e dei suoi fidatissimi. Molti vivono in appartamenti molto più grandi di quello di Bergoglio.
Tra gli immobili in ristrutturazione, ad esempio, c’è quello del capo della Gendarmeria, Domenico Giani, intercettato dalla Procura di Roma mentre scriveva su carta intestata agli organi italiani di Polizia per aiutare monsignor Nunzio Scarano (ora sotto processo per aver fatto rientrare illegalmente in Italia 20 milioni di euro) a recuperare 400 mila euro dati all’agente dei servizi segreti Giovanni Zito.
Giani in un primo momento era andato ad abitare in una casa sull’Aurelia, in territorio italiano. Sistemazione temporanea. Infatti stavano ultimando i lavori di ristrutturazione del suo appartamento con affaccio su via di Porta Angelica.
Sopra il terzo piano è comparso all’improvviso un piano nuovo con tre finestre e due ampie vetrate, a cui si aggiungono due bagni con una vasca idromassaggio e una terrazza.
Ma passeggiando all’interno delle mura vaticane , ci sono tanti sontuosi palazzi, con all’interno appartamenti che vanno dai 200 ai 250 metri quadri.
Molti di questi, sono abitati da cardinali, che non li usano del tutto, lasciando molte stanze completamente chiuse.
A Palazzo Sant’Uffizio, accanto a piazza San Pietro, ad esempio, alloggia insieme a due suore, il cardinale Velasio De Paolis, presidente della Prefettura degli Affari economici della Santa Sede. Il cardinale Giuseppe Bertello, presidente del governatorato dello Stato della Città del Vaticano, vive all’ultimo piano del palazzo del Governatorato.
Anche in questo caso viene utilizzata solo una parte della casa.
Il cardinal Angelo Sodano, invece, vive in un piano della palazzina che ospita il Collegio Etiopico, dietro San Pietro, dopo aver dovuto abbandonare il più sontuoso appartamento nella Prima Loggia del Palazzo Apostolico.
E questi sono solo alcuni esempi. Appena fuori le mura vaticane — sempre in grandi appartamenti di proprietà della Santa Sede — vivono altri alti prelati.
Nello stesso palazzo, nella piazza della città leonina, ci vivono ad esempio il cardinale Walter Kasper, teologo tedesco e il vescovo bavarese Gerhard Ludwig Mà¼ller, che ha avuto il privilegio di abitare nello stesso appartamento che prima era di Ratzinger, e dove si trova ancora parte della sua biblioteca.
Questi citati sono solo alcuni degli immobili di proprietà del Vaticano.
Non esiste una stima pubblica del valore immobiliare di tutti questi palazzi.
Negli anni scorsi, secondo alcune notizie di stampa, il patrimonio immobiliare disseminato nel mondo di proprietà del Vaticano ammontava a circa 2 mila miliardi di euro.
Circa la metà si trova in Italia e si tratta del 20% del patrimonio nazionale.
Con un patrimonio di questa entità , da anni si discute della possibilità di far pagare l’Imu anche alla Chiesa.
Mario Monti, per evitare la multa europea, nel 2012 stabilì che gli enti ecclesiastici dovevano pagare per la parte commerciale dei loro immobili.
Il regolamento normativo però non è stato emanato prima dei termini delle dichiarazioni. La partita quindi si gioca quest’anno.
Valeria Pacelli
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: Chiesa | Commenta »
Aprile 20th, 2014 Riccardo Fucile
BERGOGLIO PREGA PER BAMBINI, DONNE E MIGRANTI… CON LO SGUARDO RIVOLTO AL VIAGGIO IN TERRA SANTA
Dopo una veglia temporalesca, il cielo di Roma si è affacciato su San Pietro terso e tirato a lucido, ma per il Papa sembrava già sera.
L’ora della Pasqua di Francesco, Pontefice refrattario alla folla e sensibile ai volti: “Io riesco a guardare le singole persone, una alla volta, a entrare in contatto in maniera personale con chi ho davanti. Non sono abituato alle masse”, confidò al confratello padre Spadaro.
Così, al momento della benedizione, l’Urbe e l’Orbe hanno lasciato il posto ai due discepoli di Emmaus, protagonisti dell’epilogo pomeridiano, descritto da Luca nel suo Vangelo.
Il mondo si è fermato in un villaggio a sette miglia da Gerusalemme. Assumendo i contorni geografici e il tratto somatico di nazioni straziate: l’Africa con i suoi demoni, anzitutto, il virus dell’ebola e quello della violenza, tribale e terroristica, efferata e incontrollabile.
A seguire, il vicolo cieco della Siria e dell’Iraq, unitamente all’ennesimo, flebile bagliore in fondo al tunnel israelo-palestinese. Infine i due crateri che rischiano di esplodere nel cuore delle Europe e delle Americhe, l’Ucraina e il Venezuela.
Come il Cristo nella locanda, il suo vicario sa tuttavia che per farsi riconoscere, alla tavola esigente dell’umanità globalizzata, non bastano gli appelli e le breaking news. Insieme alla parola di salvezza occorre spezzare il pane della concretezza: “…la buona notizia”, Bergoglio l’ha ribadito nel messaggio, “non è soltanto una parola, ma è una testimonianza di amore gratuito e fedele: è uscire da sè per andare incontro all’altro, è stare vicino a chi è ferito dalla vita, è condividere con chi manca del necessario, è rimanere accanto a chi è malato o vecchio o escluso…Venite e vedete!”
Perciò Venerdì notte, mentre il Papa ricordava “le persone abbandonate sotto il peso della croce”, il suo elemosiniere si chinava uno per uno, in tempo reale, sui clochard delle stazioni ferroviarie.
Non si capisce la Pasqua di Francesco, la più sociale e impegnata degli ultimi anni, senza questo bisogno fisico, da risurrezione dei corpi, che la tormenta, e senza lo slancio visionario, da risurrezione del mondo, che la proietta verso il prossimo appuntamento con la storia: Gerusalemme.
Sulla spinta di un sogno che si avvera, il Pontefice in effetti è partito per la Terra Santa con un mese di anticipo.
Il triduo pasquale ha offerto la pista di decollo all’immaginazione del Papa stanziale, che detesta gli aeroporti ma prende quota sulle ali della liturgia. In questi tre giorni, la chimica dei simboli ha prodotto una reazione spaziotemporale, trasfigurando momenti e luoghi e trasportandolo a Gerusalemme, “nell’oggi del Giovedì Santo”, come ha detto nella Messa Crismale, buttando lì una frase inosservata e rivelatrice.
Di conseguenza, le alture del suburbio di Casal del Marmo sono diventate per la seconda volta il Monte Sion, con i loro cenacoli fuori porta, dove la via del calvario si dirama nelle strade di periferia: dodici mesi fa il carcere minorile, quest’anno una comunità di disabili. Sentieri che si sono moltiplicati nelle meditazioni del Venerdì di Passione, in una caput mundi del dolore divino e umano, tra storia sacra e cronache contemporanee: boat people e schiave del sesso, maddalene e cirenei, bambini soldato e centurioni pentiti, stipendi d’oro e tuniche tirate a sorte.
Agli occhi di Bergoglio, nel paesaggio della memoria e nelle suggestioni antico-romane, l’Anfiteatro Flavio ha fatto tutt’uno con le mura della Città Santa, distrutte dallo stesso imperatore che, dieci anni dopo, avrebbe messo mano e dato nome al Colosseo.
Davanti a Gerusalemme, di nuovo riedificata, il Papa si trova idealmente e non smette di sostare, con il pensiero e il desiderio, dal primo giorno del pontificato. Esitando però ad entrarvi. L’epicentro della sua Pasqua infatti non si colloca in città , presso il sepolcro, e nemmeno al mattino della domenica, nell’ora e nei luoghi canonici. Francesco va oltre, trasgressivo e creativo.
Dal suo avvento sul soglio di Pietro, il Pontefice argentino ha traversato veloce la notte e l’alba, la crisi e la rinascita della Chiesa.
Ha rovesciato la pietra che la schiacciava, resuscitandola dall’ombra della morte mediatica. L’ha caricata, e gravata, dei problemi del mondo, schierandola “irrevocabilmente dalla parte delle vittime”.
L’ha sollevata, e reintegrata, sul podio della leadership, nel ruolo profetico di “Città sopra il Monte”, attore planetario e catalizzatore di speranza.
Poi però, dopo avere occupato il proscenio, è sceso al crepuscolo verso l’ostello di Emmaus, oscuro e trascurato nei percorsi dei pellegrini.
L’orizzonte del suo pontificato, pertanto, nella cornice autentica, non si coglie dalla loggia delle benedizioni, dove conquista copertine di tendenza e folle festose, ma lungo le vie secondarie, dove accosta le anime in fuga e le storie tese, inseguite dal sinedrio delle proprie paure.
La sua Pasqua non si compie a mezzogiorno, nello zenit della mondovisione, ma la sera della domenica, quando cala il sole.
Fu allora e fu lì, racconta Luca, che il Risorto avvicinò senza rivelarsi due discepoli usciti sul tardi, per non dare nell’occhio, assecondandone i passi decisi e i discorsi incerti, la frenesia del procedere e la fatica dell’argomentare.
Una icona, quella di Emmaus, che Francesco ha evocato a luglio a Rio de Janeiro, nel suo discorso più intenso e programmatico, assurto a “chiave di lettura del presente e del futuro”, nell’intento di spiegare il mistero più difficile: “il mistero della gente che lascia la Chiesa, di persone che dopo essersi lasciate illudere da altre proposte ritengono che ormai la Chiesa, la loro Gerusalemme, non possa offrire più qualcosa di significativo e importante. E allora vanno per la strada da soli, con la loro delusione. Forse la Chiesa è apparsa troppo debole, forse troppo lontana dai loro bisogni…forse prigioniera dei propri rigidi linguaggi…”
Non è la prima volta, sulla scia di una scuola millenaria, che un Papa esce dalle mura e assume il linguaggio dei lontani, barbari o intellettuali che siano, nella gradualità del dialogo e del cammino, per farsi capire da loro.
Rischiando però, di rimando, di non essere compreso dai suoi e risultare “comunista”, “relativista”, “esistenzialista”, nelle diverse e controverse stagioni storiche.
Succede agli incroci epocali e nei tramonti delle civiltà , quando il Vangelo si mischia, si unisce con il mondo e dà origine a nuove sintesi.
Ed è comunque una partita aperta, dove il mondo, dal canto suo, cerca di arruolare i pontefici nei propri panteon e promuoverli nuovi idoli: un rischio “omeopatico” che Francesco è consapevole di correre.
Ma è altrettanto cosciente che si tratta dell’unico metodo, dell’unica cura per non rimanere chiusi nel sepolcro e saltare il turno, violando il copione e rinviando la risurrezione.
“Oggi, serve una Chiesa in grado di far compagnia, di andare al di là del semplice ascolto; una Chiesa che accompagna il cammino mettendosi in cammino con la gente; una Chiesa capace di decifrare la notte contenuta nella fuga di tanti fratelli e sorelle da Gerusalemme…”
Nello sguardo immaginifico e intraprendente del Papa, dunque, le piazze dell’Urbe e dell’Orbe si spezzano e scompongono in milioni di storie individuali. Gerusalemme si svuota e fluisce in una miriade di singoli cammini. E il triduo pasquale allunga il proprio nastro fino alla sera della domenica, per poi riavvolgersi rapidamente in flashback, nell’“oggi del Giovedì Santo”: dove la Città sopra il Monte attende, paziente, l’arrivo del successore dell’apostolo Pietro, fermo all’imbrunire nel cenacolo di Emmaus, emblema della sua scommessa e frontiera del suo pontificato.
(da “Huffingtonpost“)
argomento: Chiesa | Commenta »