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I COMUNI PREPARANO UNA NUOVA STANGATA: AUMENTO DEL 15%

Luglio 8th, 2012 Riccardo Fucile

LE AMMINISTRAZIONI CHE HANNO GIA’ DECISO L’ADDIZIONALE, IN UN CASO SU DUE, FARANNO PAGARE AI CITTADINI PIU’ TASSE…A ROMA SI VERSERA’ IL 9 PER MILLE, A MILANO TRA L’UNO E IL SETTE PER MILLE… TRA IMU E IRPEF FINO A 2.500 EURO IN PIU’ A CONTRIBUENTE

I Comuni battono cassa. Di nuovo. Archiviata la prima rata Imu con un incasso di 9,5 miliardi e scongiurato — per ora — il ritocchino di dicembre, ecco che arrivano i ritocchi alle addizionali Irpef.
Anche in questo caso per avere un quadro completo e definitivo bisognerà  attendere il 30 settembre, ultimissimo termine per le modifiche ad addizionali e aliquote dei bilanci comunali che devono comunque essere approvati in via preventiva entro fine agosto.
Tuttavia sono quasi duemila i Comuni che hanno già  chiuso la pratica e depositato le relative delibere presso il ministero dell’ Economia.
Tra questi molti capoluoghi e diciamo subito che per i cittadini non ci sono buone notizie visto che le tasse o rimangono ferme o salgono (in un caso su due) e spesso l’aliquota si colloca sul livello massimo dell’8 per mille.
L’aumento rispetto dal 2011 è del 15% con un’aliquota media che sale dal 4,5 al 5,2 per mille. Per chi ha un reddito di 20 mila euro l’anno significa versare 14 euro di tasse aggiuntive (da 90 a 104 euro), chi guadagna 50 mila pagherà  invece 35 euro in più (da 225 a 260 euro) , 70 euro infine l’aggravio per chi ha un reddito di 100 mila euro (da 450 a 520 euro).
Come si vede in valori assoluti non si tratta di grandi cifre ma se si sommano al ben più consistente prelievo dell’Imu si scopre che quest’anno arriveremo a versare ai Comuni circa il doppio, e in alcuni casi anche di più, rispetto a quanto sborsato nel 2011.
Secondo la Uil il mix tra nuove imposte e ritocchi alle addizionali costerà  ai contribuenti 1.472 euro in più con picchi di oltre 2.500 euro a Roma o Milano e Bologna.
La stangata c’è dappertutto ma le differenze da città  a città  non sono di poco conto. In valori assoluti i prelievi più pesanti sono quelli di Roma, sia perchè le case valgono molto sia perchè tutte le aliquote sono su livelli alti.
L’addizionale Irpef è addirittura al 9 per mille, ossia oltre la soglia massima dell’8 per mille in virtù di un provvedimento ad hoc per la capitale.
Più articolata la situazione di Milano dove la giunta di Pisapia ha optato per una forte progressività  del prelievo, salvaguardando i ceti più deboli a scapito di chi guadagna di più. Una strada seguita sia per l’Imu che per l’Irpef in quest’ultimo caso con la conferma dell’esenzione totale per redditi fino a 33.500 euro e con una graduazione delle aliquote dall’1 al 7 per mille.
Non può invece andare troppo per il sottile Torino, comune alle prese con debiti per oltre tre miliardi, che ha alzato il prelievo Irpef dal 5 all’8 per mille con l’asticella dell’ esenzione fissata a 11 mila euro.
Aliquota spinta al massimo anche a Genova dove passa dal 7 all’8 per mille, salvi solo i redditi fino a 10 mila euro.
A Napoli nessuna soglia di esenzione ma prelievo che rimane fermo al 5 per mille.
Raddoppia il conto invece il comune di Palermo che porta il prelievo Irpef dl 4 all’8 per mille e lo applica a tutti. In controtendenza invece Firenze con l’aliquota che scende dal 3 al 2 per mille, uno dei rarissimi casi insieme a Empoli e Novara dove i cittadini pagheranno meno dell’anno scorso.
Sarebbe comunque sbagliato prendersela troppo con sindaci e giunte di tutta Italia chiamati effettivamente a fronteggiare drastiche riduzioni dei trasferimenti.
Il professor Massimo Bordignon dell’Università  Cattolica di Milano ricorda come negli ultimi 3 anni su una spesa che tra regioni, province e comuni vale complessivamente circa 215 miliardi di euro siano stati fatti interventi per circa 20 miliardi, con una riduzione intorno 10%. Le sforbiciate sono arrivate soprattutto con le varie finanziarie di Tremonti e, in misura minore, con i provvedimenti del governo Monti.
In cambio, spiega Bordignon, è stata data la possibilità  ai comuni di rifarsi manovrando le addizionali, esattamente come sta accadendo ora. “Il governo sta riducendo la spesa a livello centrale ma sta letteralmente ‘strizzando’ gli enti locali. Questa situazione — spiega Bordignon — si giustifica solo con il fatto che ci troviamo in una condizione di oggettiva emergenza, quasi da ‘war economy’ ma nel lungo periodo non è sostenibile. Prima o poi l’emergenza deve finire e nel sistema deve essere introdotta quella razionalità  che ora manca. A cominciare dal prelievo Imu che strutturato come è oggi, con il gettito diviso tra Comuni e Stato centrale, non ha molto senso”.

Mauro Del Corno
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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TRA BUCHE E VORAGINI: LA RETE STRADALE ITALIANA IN GINOCCHIO A CAUSA DELLA CRISI

Giugno 19th, 2012 Riccardo Fucile

L’ALLARME IN UN RAPPORTO: “MANUTENZIONE AI MINIMI STORICI, GRAVE RISCHIO PER LA SICUREZZA SE GLI ENTI LOCALI NON INVESTONO PIU'”

Strade ridotte a colabrodi, puntellate di crepe e voragini che mettono in pericolo la sicurezza degli automobilisti, ma soprattutto di chi viaggia su due ruote.
Gli effetti della crisi si riflettono sull’asfalto, dove le «toppe» non bastano più a nascondere i pochi investimenti in manutenzione.
Il quadro della situazione italiana emerge in un rapporto del Siteb, l’associazione italiana dei produttori di bitume e asfalto, che certo può essere un po’ di parte, ma quantomeno fornisce numeri e statistiche.
«La prolungata assenza di investimenti da parte di amministrazioni locali e centrali rischia di compromettere un patrimonio tra i più significativi del nostro Paese», è la conclusione.
Quello stradale, s’intende, che ci portiamo dietro dai tempi dei romani.
Quanto vale? Secondo il calcolo dell’associazione 5.000 mila miliardi di euro per un’estensione totale di 850 mila chilometri.
Ma sono altri numeri a destare preoccupazione: «i lavori di costruzione e manutenzione hanno raggiunto il minimo storico negli ultimi 20 anni», sottolinea il rapporto.
Vuole dire che la produzione di asfalto si è praticamente dimezzata in meno di cinque anni, passando dai 45 milioni di euro ai 29 del 2011.
Per un paese che spera nelle grandi opere per ripartire non è un buon segnale.
«L’italia – prosegue la nota-, è stata fra i primi paesi in Europa a dotarsi di un sistema di moderne autostrade e delle necessarie competenze, degli impianti e delle macchine per costruirle. Negli ultimi anni il Paese si è però fermato e, anzi, ha cominciato ad arretrare fino ad arrivare alla situazione attuale».
Quanto a crescita siamo al palo: «le arterie autostradali sono aumentate di soli 187 km in 14 anni».
C’è da dire anche che non è facile mantenere in salute una sterminata ragnatela di vie secondarie: le comunali extraurbane e urbane secondo il Siteb costituiscono la fetta più grossa della rete e sono le prime ad accusare i tagli ai bilanci delle municipalità . «Dopo gli annunci del ministro Passera sull’avvio di un piano nazionale per le infrastrutture, siamo in attesa di misure concrete», afferma Carlo Giavarini presidente del Siteb, «per mettere in sicurezza le nostre strade che sono state tenute sotto la soglia minima di garanzia».
Con il serio rischio di dover pagare un conto salatissimo.
Fra ritardi e e incidenti la stima della Banca d’Italia è di 40 miliardi di euro, ma restano fuori le innumerevoli richieste di danni da parte di chi cade con lo scooter a causa di voragini e crepe.
Perchè l’asfalto non è eterno: «Dopo 8-10 anni la pavimentazione diventa pericolosa e scomoda, fino a dover essere completamente rifatta dopo 12-15 anni», conclude Giavarini.

Daniele Sparisci
(da “Il Corriere della Sera”)

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A CIVITAVECCHIA “UOMINI DELLL’EX SINDACO HANNO RUBATO DOCUMENTI IN COMUNE”, INDAGA LA PROCURA

Maggio 23rd, 2012 Riccardo Fucile

LA VICE-PRESIDENTE DELL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO HA RACCONTATO CHE DURANTE LA FESTA PER L’ELEZIONE DEL NUOVO SINDACO, QUALCUNO E’ ENTRATO A PALAZZO E HA TENTATO DI PORTARE VIA FASCICOLI

A Civitavecchia la campagna elettorale è stata infuocata fino all’ultimo minuto.
Pietro Tidei — già  due volte sindaco in passato — con il 52,74 per cento dei voti ha battuto il suo avversario, Gianni Moscherini, uomo del Pdl che invece si è fermato al 47,25 per cento.
Uno scontro che, tra i due, si consuma da oltre un ventennio.
La tensione, però, ha raggiunto il suo apice lunedì sera in tarda serata. A poche ore dalla proclamazione di Tidei, infatti, intorno alle 21.30, a festeggiamenti in corso, l’automobile del neo primo cittadino, una Mercedes parcheggiata sotto la sede del suo comitato elettorale, è stata data alle fiamme.
Nelle stesse ore, secondo quanto raccontato da Simona Ricotti — vice presidente dell’Associazione Caponnetto — “un folto gruppo di persone, circa un centinaio, i cosiddetti moscheriniani, è entrata nella sede del Comune di Civitavecchia e ha prelevato alcuni faldoni di documenti”.
Carte pronte per essere caricate su due furgoni della municipalizzata dei rifiuti, Città  pulita, nel frattempo parcheggiati sotto la finestra del municipio. “Ho visto piovere carte dalla stanza di Moscherini“, ha detto sbalordita Simona Ricotti.
La notizia ha fatto il giro della città  e in pochi minuti un altro gruppo di persone — questa volta sostenitori di Tidei — ha raggiunto il Palazzo del Pincio.
Dalla festa, un centinaio di tideiani si sono precipitati sul posto. Da questo momento in poi la situazione è andata fuori controllo.
Quando Chiara Ceccarelli, membro del comitato elettorale di sostegno al neo sindaco di Civitavecchia, ha chiesto spiegazioni sul perchè della spedizione notturna a un esponente di centrodestra che stava accanto ad uno dei due furgoni, è stata allontanata e insultata: “Ti devi vergognare” è stata la risposta.
Chiara non è riuscita a fermare la fuga di uno dei camion della spazzatura: “Sono salita sul furgone di Città  pulita per impedire che partisse. Ma senza curarsi di me a bordo, hanno acceso comunque il motore e sono partiti: per poco ho rischiato di essere investita”.
In piena concitazione, nella folla si è sentita una voce gridare: “Mettili sotto ma fuggi” riferita all’uomo alla guida del furgone, dipendente di Città  pulita, il quale nella fretta ha travolto tutto ciò che incontrava.
I carabinieri, avvisati e arrivati sul posto a guerriglia inoltrata, hanno fermato uno dei due furgoni in corsa, scaricando e sequestrando i faldoni.
L’altro invece è stato rintracciato e fermato dopo mezz’ora. Ma era stato già  svuotato.
La Procura di Civitavecchia sull’accaduto ha aperto un’inchiesta.
Questa vicenda, insieme a quella di Adriano Sinopoli (collaboratore di Moscherini che — secondo la denuncia presentata alla questura da quattro ragazzi — avrebbe venduto posti di lavoro al Senato in cambio di 44mila euro), è soltanto una delle storie che hanno fatto da sfondo a queste elezioni amministrative.
Sarà  la Procura di Roma e non quella di Civitavechia a indagare su Sinopoli e Ivo Paliani, l’ex usciere di Palazzo Madama, in carcere da marzo scorso con l’accusa di aver ucciso la moglie sparandole un colpo di pistola alla testa mentre dormiva.
Secondo gli inquirenti il passaggio di denaro dai giovani al candidato consigliere Pdl, sarebbe avvenuto nella capitale, proprio davanti al Senato.

Loredana Di Cesare
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LE ALIQUOTE IMU AUMENTERANNO E LA SECONDA RATA SARA’ PIU’ CARA

Maggio 19th, 2012 Riccardo Fucile

LA DENUNCIA DEI SINDACI: MANCHERANNO 2,5 MILIARDI DI GETTITO RISPETTO ALLA VECCHIA ICI

Nessuna tassa è bella. Ma se ce n’è una che nasce male, con proprio tutte le caratteristiche per farsi odiare, è la nuova Imu.
I sindaci, che sono pronti a manifestare in piazza a Venezia il 24 maggio, non hanno dubbi.
L’Imu, dicono, è una tassa che non ha niente a che vedere con la finanza locale, visto che serve solo per ridurre il deficit, mentre ai Comuni rischiano di arrivare addirittura 2,5 miliardi in meno rispetto a quanto incassavano con la vecchia Ici.
Oltre che poco trasparente, insistono i sindaci, l’Imu è pure una tassa ingiusta, perchè colpirà  più duramente i Comuni che fin qui hanno fatto i salti mortali per tenere bassa l’Ici o quelli che applicavano delle agevolazioni, che ora dovrebbero essere finanziate una seconda volta.
E, soprattutto, sarà  una tassa salatissima per i cittadini.
Secondo i calcoli che saranno presentati oggi a Frascati dall’Ifel, l’istituto di ricerca dell’Anci, l’Associazione dei Comuni italiani, le stime di gettito del governo sono esagerate: mancherebbero all’appello almeno 2,2 miliardi di euro.
Così, per centrare l’obiettivo di bilancio e rimanere sul sentiero che porterà  all’agognato pareggio nel 2013, nel corso dell’estate potrebbe esserci la necessità  di alzare le aliquote. Un altro uno per mille in più sia sulla prima casa che sugli altri immobili.
A meno di non produrre un buco nel bilancio pubblico di 8-900 milioni di euro, ed un nuovo taglio alle risorse dei sindaci, sul 2012, di 1,3 miliardi.
Che si aggiungerebbe a quello di 2,5 stabilito dal salva Italia e a quello di 1,4 miliardi deciso ad agosto del 2011 dal governo Berlusconi.
Senza contare i 7,9 miliardi di risparmi imposti dalle manovre degli anni scorsi.
Una situazione che i sindaci ritengono insostenibile.
I meccanismi «perversi» dell’Imu, insieme al cordone sempre più stretto del Patto di Stabilità , stanno strangolando la finanza locale.
Se ancora si può parlare di finanza “locale”: i Comuni con l’Imu avranno 2,4 miliardi in più rispetto all’Ici 2010, ma subiranno un taglio dei trasferimenti e del fondo di riequilibrio di 5 miliardi di euro.
Così, sottolinea lo studio dell’Ifel, lo Stato incassa 13 miliardi in più, e i sindaci perdono quasi il 30% del gettito garantito dalla vecchia Ici.
Per cui, se vorranno avere le stesse risorse di prima, dovranno alzare le aliquote dell’Imu. I cittadini, insomma, dovranno pagare più tasse per ottenere gli stessi servizi.
Tasse che saranno, per giunta, tanto più alte rispetto al passato, quanto in passato erano più basse rispetto alla media.
In un Comune che aveva l’aliquota Ici al 4 per mille i cittadini pagheranno tre volte tanto, mentre in un municipio che l’aveva al 7 per mille l’aumento sarà  molto più contenuto (e in entrambi i casi le risorse a disposizione del Comune restano identiche).
E siccome la perequazione «perversa» garantisce ai Comuni il gettito attuale, a prescindere dal regime preesistente dell’Ici, saranno ancor più penalizzati i sindaci che adottavano regimi di agevolazione per gli affitti, o le fasce deboli.
Per reinserirli, ora, il Comune dovrà  trovare una nuova copertura. In pratica, se li finanzierà  due volte.
Finita qui? Magari.
C’è sempre il problema del gettito, che secondo l’Ifel non sarebbe sufficiente a garantire i risultati attesi sul fronte della finanza pubblica.
Le stime dell’Economia sono fondate sui dati catastali, quelle dell’Ifel sono proiezioni sulle basi imponibili Ici (le stesse dell’Imu) fatte dopo 1.200 sondaggi presso i municipi. E divergono un bel po’.
Quelle del governo sono in media del 15% più alte di quelle dei Comuni.
In regioni come Toscana, Emilia Romagna, Marche e Liguria le stime del Mef superano quelle dei Comuni del 20%, ma ci sono regioni come la Basilicata, la Sardegna e il Molise, dove addirittura succede il contrario.
Consapevole del rischio, il governo ha già  messo in cantiere una verifica del gettito sulla base dell’acconto Imu di giugno.
Secondo l’Ifel si rischia di avere un minor gettito dall’imposta tra 1,9 e 2,5 miliardi di euro.
Fossero 2,2 miliardi, peserebbero per 400 milioni sui Comuni e 800 sullo Stato, e per recuperare il buco, servirebbe un aumento delle aliquote Imu piuttosto forte.
L’un per mille in più sulle aliquote base, che passerebbero dallo 0,4 allo 0,5% per l’abitazione principale e dallo 0,76 allo 0,86% per tutti gli altri immobili.

Mario Sensini
(da “Il Corriere della Sera“)

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CAMPIDOGLIO, LA RIVOLTA DEI CONSIGLIERI COMUNALI CONTRO I VIAGGI IN ECONOMIA

Maggio 18th, 2012 Riccardo Fucile

IL SEGRETARIO COMUNALE INVITA ALL’AUSTERITA’ NELLE SPESE, I POLITICI RIBATTONO: E’ UMILIANTE, NOI LAVORIAMO 18 ORE AL GIORNO

Non è solo il contenimento della spesa: per i consiglieri comunali «si fa presente che il segretario generale (Liborio Iudicello, ndr) ha evidenziato la necessità  di prestare massima attenzione non solo ai profili finalizzati al contenimento della spesa ma anche e soprattutto ai profili di legittimità  della missione, a prescindere dal fatto che comportino o meno un costo per l’amministrazione».
Con i consiglieri municipali, Iudicello è parecchio più esplicito: scrive a tutti i diciannove parlamentini e mette nero su bianco che a proposito dei rimborsi chilometrici, le spese di viaggio, gli «indebiti aggravi nonchè i connessi profili di responsabilità , che, peraltro, nelle circostanze ricostruite (in questa sede citate solo a titolo esemplificativo) hanno assunto un autonomo rilievo penale…».
Agli uffici, invia un messaggio chiarissimo: «Ove da tali verifiche dovessero risultare anomalie non giustificabili non si procederà  ad alcun rimborso (…) e nel caso emergessero profili di responsabilità , anche solo omissivi» gli uffici «provvederanno senza indugio a produrre apposita denuncia ai competenti organi dell’autorità  giudiziaria».
Il motivo è semplice: molti consiglieri hanno la residenza in altre regioni, e ottengono dal Campidoglio il rimborso del carburante.
Parecchio caro, a guardare alcune determinazioni: solo per fare un esempio, in IV Municipio un consigliere ha chiesto 23 mila euro di rimborsi.
In III Municipio invece, dopo il tetto fissato ai rimborsi per i datori di lavoro, c’è chi cambia residenza e adesso chiede quello chilometrico.
In aula Giulio Cesare, alle undici e trenta del mattino, quella lettera del segretario generale non la prendono bene: Federico Mollicone, Pdl, getta la giacca sullo scranno e urla che «è umiliante, noi lavoriamo diciotto ore al giorno, non può umiliarci così», Dario Nanni del Pd annuncia un’interrogazione per «sapere chi abbia sforato, visto che io con i soldi del Comune non sono mai andato neanche a Tor Bella Monaca».
Il segretario generale taglia «missioni», «spese di rappresentanza» e invita i consiglieri a «viaggiare in economy in aereo, in seconda in treno, e in alberghi a tre stelle».
E viaggiare sarà  possibile «solo nel caso in cui da ciò derivi un rilevante ritorno concreto in termini economici per Roma».
Mollicone critica l’operato del segretario generale: «Lui è un tecnico e noi eletti dal popolo, non può trattarci come suoi impiegati, e questo non ha niente a che vedere con la casta. Anzi, gli uffici ci dicono che al suo stipendio di 250 mila euro, si aggiunge l’attività  di notaio del Campidoglio…».
Marco Siclari, Pdl, scuote la testa: «Faccio tutto con i miei soldi, niente telefono nè auto, e non arrivo a 1.400 euro al mese».
Fabrizio Panecaldo, del Pd, non si scompone: «Per noi abituati alle precedenti Giunte questa attenzione alla spesa è normale. Poi: come può chi ha la delega al turismo viaggiare con la certezza di firmare un contratto e garantire un incasso a Roma?». «Unica eccezione» prevista nella lettera per le missioni dei consiglieri «quelle collegate in maniera esclusiva e inderogabile alle esigenze del sindaco».

Alessandro Capponi
(da “Il Corriere della Sera“)

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DOPO ELEZIONI A CATANZARO: TRE BUSTE CON PROIETTILI AL PREFETTO E A DUE GIORNALI

Maggio 15th, 2012 Riccardo Fucile

CRESCE LA PREOCCUPAZIONE DOPO LE DUE INCHIESTE APERTE DALLA PROCURA PER ACCERTARE BROGLI ELETTORALI

La tensione sale a Catanzaro. I veleni del post elezioni non si fermano.
Alle polemiche politiche da ieri si sono aggiunti episodi inquietanti: tre buste, contenenti proiettili e santini di alcuni candidati al consiglio comunale, sono state bloccate al Centro meccanografico delle Poste di Lamezia Terme.
Destinatari dei plichi sono il prefetto di Catanzaro, Antonio Reppucci, e due giornali locali, la Gazzetta del Sud e il Quotidiano della Calabria.
“Nel messaggio — ha dichiarato il rappresentante provinciale del governo — mi viene contestato un mancato intervento in merito alle polemiche sul voto ignorando che io in questa materia non ho alcun potere. Per quanto mi riguarda, dunque, sono tranquillissimo”.
Proiettili e santini sono stati sequestrati dai carabinieri nella speranza che gli accertamenti tecnici possano fornire elementi utili per risalire ai mittenti.
Dal messaggio intimidatorio appare chiaro il riferimento a quanto sta accadendo in questi giorni nel capoluogo della Calabria.
Due inchieste della Procura stanno accertando la regolarità  delle elezioni del 6 e 7 maggio scorsi.
Il candidato del centrodestra, Sergio Abramo, è stato proclamato sindaco con appena 130 voti che gli hanno consentito di superare la soglia del 50%.
Una soglia che, secondo il centrosinistra, non sarebbe stata raggiunta dal candidato se non si fossero verificati brogli elettorali ai seggi.
Nella sezione 85, infatti, controllata direttamente dalla commissione centrale sono state riscontrate diverse anomalie.
Il numero delle schede non coincide con quello degli elettori votanti.
La Procura della Repubblica ha aperto un fascicolo, inoltre, su una presunta compravendita di voti e sabato pomeriggio ha posto sotto sequestro tutte le 60mila schede elettorali.
Oltre all’ingente somma di denaro e al materiale elettorale trovato addosso a un candidato consigliere di centrodestra, tra il materiale rinvenuto dalla Digos anche un normografo che potrebbe essere stato utilizzato per compilare la scheda vergine da consegnare all’elettore. Il candidato del centrosinistra, Salvatore Scalzo, infine, ha presentato un esposto che nelle prossime ore sarà  integrato con un dossier contenente decine di testimonianze di elettori ai quali non è risultato il voto espresso o che si sono presentati al seggio per accorgersi di “aver già  votato”.
Il pericolo di brogli era stato paventato dallo stesso prefetto Reppucci che, qualche giorno prima delle elezioni, aveva lanciato l’allarme: “Raccolgo da parte di forze politiche e privati cittadini — era scritto nella sua nota — voci sempre più insistenti di possibile uso di duplicati del certificato che dà  diritto al voto, da parte di rappresentanti di lista nel seggio ove svolgono la funzione, mentre con l’originale eserciterebbero il diritto di voto nel seggio di iscrizione.
Nel rammentare che il nostro ordinamento non consente l’espressione di voto in più sezioni e che i rappresentanti di lista, nell’esercizio delle funzioni, sono considerati pubblici ufficiali, invito pubblicamente le forze politiche e i soggetti interessati, alla massima vigilanza democratica per garantire uno svolgimento delle operazioni di voto libero e pienamente rispondente al dettato di legge”.
Ciò evidentemente non è avvenuto.
Il prefetto si è dimostrato un “veggente” o c’erano tutte le avvisaglie di quello che si stava consumando nella città  calabrese?

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LO SCANDALO DEL COMUNE DI GENOVA: FINE MESE, I GETTONI SONO ESAURITI E LA COMMISSIONE E’ SEMI-DESERTA

Marzo 31st, 2012 Riccardo Fucile

RAGGIUNTO IL TETTO MASSIMO DI COMPENSI, I CONSIGLIERI SPARISCONO: RESTANO 15 SU 42, ALTRI 10.000 EURO DEI CITTADINI BUTTATI

Ieri, per l’ultima seduta del mese e della legislatura, i consiglieri comunali presenti all’inizio erano quindici (su quarantadue).
Alla fine erano rimasti in sette.
Il giorno precedente avevano cominciato in ventuno (sempre su quarantadue) ed hanno finito in nove.
E come mai, visto che erano in ballo gli ultimi due gettoni della legislatura, le presenze erano così basse?
Semplicemente perchè la stragrande maggioranza dei cinquanta consiglieri comunali “ha già  raggiunto il tetto”, come si dice, in gergo, a Palazzo Tursi. La contabilità  è nota: il livello massimo di entrate, per un consigliere comunale, è pari ad un terzo dello stipendio del sindaco.
Dato che la Vincenzi ha scelto di pagarsi lo stipendio più basso possibile per un sindaco di città  metropolitana, anche i consiglieri si devono adeguare: milleottocento euro in tutto (pari ai gettoni dei quattro consigli comunali più la partecipazione a quattordici commissioni).
A fine mese, in genere, il carnet risulta pieno e questo spiega le quindici presenze su quarantadue.
Finisce proprio male, per i consiglieri comunali, questa legislatura.
L’inchiesta sui furbetti del gettone (che ha portato alla ribalta nazionale personaggi come Aldo Praticò, Vincenzo Vacalebre e tutti gli altri fatti fuori dai rispettivi partiti) si è man mano trasformata in “furbetti della commissione”: riunioni assolutamente inutili, che durano un quarto d’ora, alle quali partecipano in trenta e tutti ricevono il loro bel gettone.
Che siano riunioni inutili non lo diciamo noi, ma gli stessi verbali della commissione: le convocazioni, spesso, riguardano temi sui quali i consiglieri comunali non hanno (per legge) alcuna possibilità  di intervento.
Ma quel che importa non è il contenuto, è il gettone: come perdere la faccia (lo fanno tutti i consiglieri della Commissione 1, indipendentemente dal partito cui appartengono) per incassare 97 euro lordi per un quarto d’ora di “lavoro”.
Repubblica è entrata in possesso di altri quattro verbali ufficiali. che si aggiungono a tutti quelli pubblicati nei giorni scorsi: sedute che iniziano alle nove e trenta e finiscono alle dieci in punto (appello compreso), sedute che iniziano alle 14,30 e finiscono alle 15, sedute che durano meno di un’ora. Tutte riunioni – lo ripetiamo anche oggi – scandalose: in ballo ci sono nomine di competenza del sindaco, sulle quali i consiglieri non hanno la minima possibilità  di incidere, perchè così vuole la legge.
Ma il solo fatto di parlarne permette ai consiglieri di incassare cento euro a testa.
E chi ha deciso che i consiglieri possano discutere (e incassare il gettone) anche su argomenti sui quali non hanno la minima possibilità  di incidere?
Gli stessi consiglieri comunali: la delibera – votata all’unanimità  dai 43 consiglieri comunali presenti il dieci dicembre del 2009 (cioè già  in questa legislatura, iniziata nel 2007) – prevede che i consiglieri comunali esaminino anche le candidature di pertinenza esclusiva del sindaco.
Anche questa delibera – come il resto del materiale di cui parliamo da settimane – è a disposizione dei consiglieri che, in questo periodo, urlano indignati al qualunquismo.
Non rendendosi conto che l’ondata di antipolitica nasce dalla scelta di pagarsi un gettone anche per presenze di pochi secondi o per riunioni che durano venti minuti su argomenti inventati.
Ecco quattro esempi.
16 giugno 2011 – La commissione ha all’ordine del giorno la nomina di tre sindaci effettivi e due supplenti dell’Amiu di competenza esclusiva del sindaco (lo dice il verbale). Ma loro si riuniscono lo stesso: inizio 9,30 e fine ore 10, recita il verbale.Ventiquattro gettoni pagati, pari a duemilaquattrocento euro.
30 novembre 2011 – Inizio 14,30 e fine alle 15. Tema: nomina di un membro del consiglio di amministrazione della Fondazione Abele Ruggeri, di competenza esclusiva del sindaco. Ventitrè consiglieri presenti (ma tre riescono ad arrivare in ritardo), duemilatrecento euro spesi solo in gettoni.
10 febbraio 2011 – Si comincia alle 9,30 e alle 10 è già  tutto finito. Questa volta sono in ballo le nomine di un consigliere di amministrazione della Fondazione Ansaldo e di ben due all’asilo infantile Umberto e Margherita. Anche qui “nomine di competenza del sindaco”. Prenderanno il gettone in ventinove (quattro arrivano in ritardo, ma vengono segnati ugualmente come presenti, per ottenere il gettone).
6 ottobre 2011 – In questa occasione i ventotto consiglieri si attardano un po’ di più: iniziano alle 9,30 e finiscono alle 10,30.
Questa volta si tratta di sostituire un consigliere di amministrazione dell’Aster “di esclusiva competenza del sindaco”. Costo per la collettività , solo per i gettoni: duemilaottocento euro.
La città , sentitamente, ringrazia.

Raffaele Niri
(da “La Repubblica”)

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TORINO: ALBERTO MUSY, CAPOGRUPPO DEL TERZO POLO IN COMUNE FERITO A COLPI DI PISTOLA IN UN AGGUATO SOTTO CASA, E’ GRAVE

Marzo 21st, 2012 Riccardo Fucile

E’ SUCCESSO POCHE ORE FA NEL CENTRO DI TORINO…L’UOMO DELLA SOCIETA’ CIVILE CHE STAVA PER ENTRARE NELLA GIUNTA FASSINO

Alberto Musy, 44 anni, avvocato e docente, capogruppo del Terzo Polo in consiglio comunale, è stato ferito stamattina in un agguato sotto casa.
Il consigliere, che abita in centro, in via Barbaroux 35, è sceso per la consegna di un pacco e quando ha aperto la porta un uomo gli ha fatto fuoco.
Soccorso dai familiari e dai vicini di casa, è ora ricoverato alle Molinette, in rianimazione.
Le condizioni di Musy – si apprende da fonti ospedaliere – sono gravi.
Il consigliere comunale è stato sedato e intubato nel reparto di Rianimazione.
Secondo una prima ricostruzione della Polizia, contro Musy, che esercita la professione di avvocato, è stato sparato più di un colpo di pistola da una persona che poi è fuggita.
L’aggressione è avvenuta all’interno del cortile del palazzo dove Musy abita, in via Barbaroux, nel centro del capoluogo piemontese.
Il sindaco di Torino, Piero Fassino, non appena appresa la notizia dell’aggressione a Musy, si è recato alle Molinette.
Alberto Musy è capogruppo Udc- Alleanza per la città  in Consiglio comunale.
Negli ultimi tempi si rincorrevano le voci di un suo ingresso nella maggioranza, forse addirittura nella giunta di Fassino con un ruolo di primo piano.
S’è parlato di una delega di peso: una via, quella dell’alleanza con il suo gruppo, attraverso la quale il sindaco Fassino si proporrebbe di uscire dall’empasse degli attriti col gruppo di Sinistra e Libertà .
In questi mesi, ha presentato uno studio per introdurre il road pricing a Torino ed è tra gli autori del nuovo regolamento comunale sulle nomine.
Alle elezioni, Musy ha sfidato Piero Fassino alla poltrona di sindaco sostenuto da Fli Udc e Api.
Avvocato, ha 44 anni, è docente di diritto privato comparato. Con la sua designazione, tenuta a bettesimo sotto la Mole da Gianfranco Fini, Pier Ferdinando Casini e Francesco Rutelli, si era formalizzata una candidatura della   cosiddetta “società  civile”, essendo il suo primo impegno diretto in politica dopo una militanza giovanile nel Partito liberale.
Professore di Diritto comparato all’Università  del Piemonte orientale, ha esperienze di lavoro e d’insegnamento all’estero (Montreal, New York, Tel Aviv).
E’ l’erede di una dinastia nota a Torino, grazie alla ditta che produce gioielli dal 1706, anche per Casa Savoia.
Il suo slogan elettorale era «L’alternativa, finalmente». Tra i suoi obiettivi: eliminare la Ztl .

argomento: Comune, criminalità, Politica, Udc | Commenta »

INTERVISTA A FLAVIO TOSI: “ERAVAMO UNITI, ORA SIAMO SPECIALISTI NEL FARCI MALE DA SOLI”

Marzo 12th, 2012 Riccardo Fucile

IL SINDACO DI VERONA   CONTRO BOSSI: “FACCIO L’AMMINISTRATORE, NON L’IDEOLOGO, HO BISOGNO DI UNA LISTA CON IL MIO NOME”

I primi tempi di Flavio Tosi sindaco non erano stati facili.
Lo accusavano di aver portato una ventata di destra in città , e perfino una rissa fra ubriachi – nella quale ci scappò il morto – gli fu messa in conto: a sinistra qualcuno provò a sostenere che gli ubriachi erano fascisti che si sentivano legittimati, nelle loro aggressioni, dall’avere un sindaco come Tosi.
La storia però è strana e ora siamo arrivati a questo punto: che il leghista Tosi gode di un consenso tanto trasversale che secondo tutti i sondaggi prenderà  molti voti anche dagli elettori di sinistra.
E siccome la politica è ancora più strana della storia, adesso Tosi i problemi ce li ha con la propria parte politica.
Nel senso che per intercettare appunto i voti di sinistra vuole presentarsi alle elezioni con una lista sua, e la Lega non vuole.
Ma andiamo con ordine.
Tosi lo incontriamo in un bar di periferia, perchè è lì che riceve quando il Comune è chiuso. Infatti riceve, come si usa dire, «accaventiquattro» e in questo stacanovismo – sostiene lui sta la chiave del suo successo.
Sindaco, ma perchè uno di sinistra dovrebbe votare per lei?
«Semplicemente perchè il lavoro paga. Gli elettori sanno quanto ti impegni. E poi io sono in mezzo alla gente comune, ricevo qui al bar. I cittadini mi chiamano per nome, mi percepiscono come uno di loro».
Cos’è questa leggenda del sindaco che si occupa ogni giorno anche delle buche, dei semafori guasti, degli schiamazzi, insomma delle piccole cose?
«Non è una leggenda. Tutti i giorni leggo le mail e i fax che arrivano in Comune e mi faccio riferire dalla segretaria ogni telefonata dei cittadini. Prendo atto di tutte le lamentele e di tutte le segnalazioni. Poi faccio una nota agli uffici affinchè intervengano. E dopo qualche giorno controllo se sono intervenuti».
E questo non è nè di destra nè di sinistra…
«Io faccio l’amministratore, non l’ideologo. Guardo ai problemi concreti della città  e ho sempre cercato di essere il sindaco di tutti. Mi creda: la cosa che fa più piacere a un politico è quando uno che non la pensa come te dice che ti apprezza».
E qui veniamo al dunque. Lei per vincere ha bisogno anche dei voti della sinistra, per prenderli deve fare una «Lista Tosi» e il suo partito, la Lega, non vuole. È così?
«Mi permetta un po’ di storia. Nel 2007 un sondaggio fece capire che se avessi corso da solo avrei preso il 28 per cento, mentre la Lega avrebbe preso il 12. Insomma si capì che c’era una larga fetta dell’elettorato non leghista che avrebbe votato per me».
Come andò a finire?
«Che mi candidai appoggiato da una Lista Tosi, dalla Lega, da Forza Italia, da An e dall’Udc. Vinsi, e la mia lista fu la più votata della coalizione con quasi il 17 per cento».
E oggi i sondaggi che cosa dicono?
«Lista Tosi al 30 per cento, Lega al 20 per cento. Mi spiego più in dettaglio: senza una Lista Tosi, cioè presentandomi con la Lega, potrei anche vincere al primo turno ma non avrei la maggioranza in consiglio comunale e non potrei governare. Con la Lista Tosi, non avrei questi problemi».
Però Bossi non vuole la Lista Tosi, vero?
«Non è tanto Bossi. Non la vuole qualcun altro che tende a confondere due piani che dovrebbero essere distinti: le elezioni di Verona e il congresso regionale della Lega veneta che si terrà  in giugno».
Lei sta facendo l’identikit di Giampaolo Gobbo, segretario della Lega veneta. È il suo grande rivale. Gobbo teme che al congresso del partito la corrente di Tosi lo metta in minoranza. E quindi un successo troppo «personale» di Tosi a Verona…
«Io dico solo che se non ci fosse il congresso del partito il problema della mia lista non esisterebbe».
Tosi, si rende conto che lei sta rischiando di spaccare la Lega?
«Non sono io a spaccare il movimento. Provate ad andare a spiegare ai veronesi che non si può fare una Lista Tosi perchè ci sono delle beghe interne alla Lega».
Lei tiene di più a vincere le elezioni di Verona o il congresso del partito?
«Io sono veronese e tengo moltissimo alla mia città . E poi voglio finire il lavoro che abbiamo cominciato cinque anni fa. Quanto alla Lega, spero che prevalgano gli interessi politici, non quelli personali».
È vero che Gobbo sta cercando di far saltare il congresso di giugno? Sui giornali si è parlato di una strategia della tensione interna che costringerebbe Bossi a commissariare la Lega in Veneto. Con un commissario, niente congresso e niente conta tra Tosi e Gobbo…
«C’è una delibera del consiglio federale, cioè di via Bellerio, del 23 gennaio scorso. Dice che entro il 20 giugno i congressi vanno fatti. Senta: se c’è una cosa che tutti riconoscevano alla Lega era quella di essere un monolite. C’era unità , e questo ci rendeva credibili. Se il partito diceva una cosa, era quella e basta. Adesso ci stiamo facendo del male da soli con troppe tensioni interne. E il modo per superare questa fase è uno solo: celebrare i congressi».
Gobbo ha detto chiaramente che la Lista Tosi non si farà . Lei come si comporterà ?
«Entro la scadenza, che è il 3 aprile, presenterò una lista civica di riferimento del sindaco. Ora mi confronterò con il movimento sul nome da darle».
Eh va bè, ma come potrebbe non chiamarsi «Lista Tosi»?
«Vedo che ha capito. Sarebbe paradossale. La lista nasce per me sindaco. Come potrebbe non esserci il mio nome?».

Michele Brambilla
(da “La Stampa”)

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