Destra di Popolo.net

MUTUI, PRESTITI E FINANZIAMENTI NEGATI: ALLO SPORTELLO UN ESERCITO DI RESPINTI

Febbraio 21st, 2012 Riccardo Fucile

ORMAI   PER ACCEDERE AL CREDITO NON BASTA NEMMENO AVERE IL POSTO FISSO O ESSERE IN REGOLA CON I PAGAMENTI… CENTO STORIE DI “CREDITO RIFIUTATO”

Coppie alla ricerca del mutuo per la prima casa, posto fisso.
Piccole ditte ben avviate con il sogno di espandersi, sempre in regola.
Medie aziende specializzate, sane, ma a corto di liquidità  perchè lo Stato paga male e tardi.
Anziani a un passo dalla pensione, poi negata per pochi spiccioli da ripianare.
Le storie dei lettori, rimbalzate su Repubblica.it, dopo gli approfondimenti sulla nuova stretta del credito che incombe su imprese e famiglie, ci raccontano di un’Italia che fatica, che ha bisogno di soldi per ripartire, che bussa alle banche.
E che ottiene quasi sempre un “no” come risposta.
Nonostante garanti e garanzie, specchiata affidabilità  finanziaria, bassi insoluti, solide storie di imprenditorialità .
Il credit crunch, la contrazione del credito, l’intoppo nel flusso del denaro nei canali dell’economia reale, è tutto qui.
In quei 20 miliardi negati agli sportelli a dicembre, un calo record rispetto all’anno precedente.
In quei prestiti sempre più cari e misurati con il contagocce.
In quel grido d’allarme di imprese e famiglie in apnea. «È cruciale che l’economia non entri in asfissia creditizia, deperendo e trascinando con sè anche le prospettive del sistema bancario», ha auspicato due giorni fa il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, dopo aver certificato che il 2012 sarà , ancora, un anno di recessione.

Il geometra a riposo

“Non avrebbero rischiato nulla così ho perso un pezzo di pensione”
La Cassa di previdenza dei geometri mi ha comunicato che dal 2 febbraio 2011 potevo andare in pensione (14mila euro lordi annui), ma dovevo prima sanare dei contributi non pagati che, grazie ad Equitalia, sono saliti a circa 38mila euro.
Mi sono rivolto a diverse banche, ma non ho ottenuto il prestito. Eppure non avrebbero corso alcun rischio: la Cassa avrebbe versato nel conto corrente le mensilità , la banca avrebbe prelevato la rata. Ora la Cassa mi ha notificato il respingimento della pensione. Sono disperato e non so come vivere.
Paolo Brufani

Il dirigente
“La banca non ci sconta più le fatture è una stretta che farà  male all’azienda”
Sono un professionista amministratore di una piccola azienda operante nel settore della verniciatura. Nel giro di qualche mese mi sono visto ridurre in maniera significativa da due banche gli affidamenti autoliquidanti (quelli di cui la banca rientra direttamente con l’incasso delle fatture anticipate). E questo nonostante la percentuale degli insoluti nel corso degli ultimi 5 anni fosse molto al di sotto della media di sistema. La stretta del credito avrà  ripercussioni sulla vita dell’azienda e di una dozzina di persone che lì dentro ci lavorano.
Domenico Ansalone

Il commerciante
“Negati i soldi per un frigo i capitali servono per Bot e Btp”
Ho aperto nel 2006 una piccola enoteca con vendita di vini e prodotti tipici della Maremma. Con fasi alterne riesco a sopravvivere. Nel mese di novembre ho avuto la necessità  di chiedere un piccolo prestito di 10mila euro (devo cambiare il banco frigo e alcune parti di mobilio per allargare l’attività ). Ma la banca me lo ha rifiutato, nonostante io sia proprietario sia del fondo dove svolgo l’attività , sia di una casa dove abito. Il direttore di mi ha detto: «Mi dispiace, ma le banche oggi preferiscono acquistare Bot che dare i prestiti alle piccole aziende».
Leonardo

L’artigiano

“Per comprare i locali della ditta ho chiesto i soldi a un garante privato”
Sono il titolare di una piccola ditta. Da 10 anni in affitto, pagavo regolarmente 700 euro al mese. Ho deciso di fare il grande passo e comprare i locali dove svolgo la mia attività . Mi sono rivolto alla mia banca che mi calcola una rata da 450 euro, ben più bassa dell’affitto. La banca ha fatto di tutto per non darmi il mutuo, nonostante avessi portato un garante con una liquidità  sul suo conto corrente di 4 volte il costo dei locali. Alla fine ho dovuto ricorrere al prestito del mio garante. Non si può far ripartire l’economia in questo modo.
Danilo

L’industriale
“Il progetto d’investimento piaceva ma nessun istituto aveva i fondi”
Ho 64 anni e una lunga esperienza di aziende, quelle che ho fatto io e quelle di altri imprenditori. Avevo deciso, con la mia compagna, di crearne una nuova. Il piano prevedeva il nostro lavoro e quello di altre quattro persone, con un investimento di 380mila euro. Avevamo capitale proprio e di terzi per 250mila euro. Il resto l’ho chiesto a banche locali, cooperative e grandi banche, offrendo garanzie ben più alte; risposta: «Bello, ma non abbiamo soldi, non possiamo darti nulla». Dunque, sei persone in meno a lavorare.
Fausto Santiccioli

La piccola impresa
“Sani e senza fidi, se mi gira chiudo e mi metto in nero su web e mercatini”
Piccola azienda con otto dipendenti, dopo la crisi ridotti a quattro, ben funzionante ma senza fido, senza carta di credito, con un libretto di assegni alla volta. Però le banche continuano a pretendere il saldo immediato del pregresso, rifiutandosi di rateizzarlo in tempi sopportabili. Se lo stress non mi uccide, continuerò ancora un po’, se un giorno mi alzo dalla parte sbagliata del letto chiudo tutto e mi metto a lavorare in nero sul web e nei mercatini. Così ci saranno altri quattro disoccupati e un’azienda che paga tante tasse in meno.
Tuttoplease

L’imprenditore
“Anno nero: lo Stato paga tardi e nessuno anticipa il dovuto”
Sono titolare di una piccola impresa specializzata nel settore impiantistico con 10 dipendenti. Da ormai due anni siamo in gravissima difficoltà  finanziaria per i ritardi di pagamento della società  pubblica per la quale lavoriamo da oltre un decennio. Il ritardo nei pagamenti ha raggiunto ormai i 18 mesi e non riusciamo più a trovare banche disposte a farci delle anticipazioni. Nonostante un bilancio in utile dal nostro primo anno di attività  (1986), vedo un 2012 nerissimo col rischio di chiusura dell’attività  per assoluta mancanza di liquidità .
Eddy

Il dipendente anziano
“Lavoro fisso e niente mutuo per noi ma la Bce presta miliardi alle banche”
Io e mia moglie siamo due impiegati paracomunali a tempo indeterminato di 30 e 35 anni, senza prestiti attivi o pendenze.
Da circa un anno cerchiamo di ottenere un mutuo per la costruzione della nostra prima casa di circa 240mila euro e non riusciamo ad averlo, nonostante garanti e case in garanzia. È veramente uno scandalo che la Bce abbia prestato miliardi di euro alle banche a tassi bassissimi senza accertarsi che queste poi reinvestano i soldi facendo girare l’economia, prestandoli alle aziende in difficoltà  o finanziando i cittadini.
Andrea Scorza

Valentina Conte
(da “la Repubblica”)

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TAGLIO TASSE, MONTI VUOLE RIDURRE L’ALIQUOTA IRPEF MINIMA DAL 23% AL 20%

Febbraio 20th, 2012 Riccardo Fucile

PER FINANZIARE LA RIDUZIONE SI USERANNO 5,5 MILIARDI RECUPERATI DALL’EVASIONE FISCALE… SPUNTA L’IPOTESI DI UN DECRETO

Il governo Monti dà  una secca accelerata sulla riforma fiscale.
Il nuovo testo sulle misure da introdurre sarà  discusso in pre-Consiglio dei ministri già  domani, mentre il varo definitivo è previsto per venerdì.
Per gli interventi da mettere in campo dovrebbe essere previsto un doppio binario: da una parte un decreto legge contenente le decisioni urgenti da emanare entro la settima, dall’altra un disegno di legge per i provvedimenti a più largo respiro.
Sarebbe così superato il percorso tracciato dalla legge delega avviata dall’ex-ministro Tremonti (“La useremo, ma intendiamo andare oltre” aveva d’altra parte annunciato il premier Monti).
Gli obiettivi che il governo intende raggiungere attraverso i due canali sono ambiziosi, a partire da un riduzione di tre punti della prima aliquota Irpef (dal 23 al 20 per cento) da finanziare attraverso i proventi della lotta all’evasione fiscale (stimati in 11 miliardi di maggiori entrate, metà  dei quali utilizzata per coprire il taglio delle tasse).
Ma nella riforma fiscale dovranno trovare posto anche gli interventi destinati a scongiurare il nuovo aumento dell’Iva e il taglio indiscriminato alle 720 agevolazioni fiscali previste per famiglie e imprese.
Il governo è al lavoro per dividere quelle “intoccabili”, destinate a famiglie e pensionati, da quelle sulle quali si può intervenire.
Nuove entrate sono attese da una revisione degli estimi catastali (in particolare nelle grandi città ) e dai tagli alla spesa pubblica sui quali sta lavorando il ministro Piero Giarda.
Il decreto potrebbe contenere anche l’applicazione dell’Ici sui beni della Chiesa (saranno esentati solo quelli in cui si svolge in modo esclusivo un’attività  non commerciale) e l’abolizione dell’Agenzia per il Terzo settore.
L’imposta sul reddito
Un taglio alle tasse grazie ai proventi della lotta all’evasione.
Il testo sulla riforma fiscale che il governo si prepara a varare metterà  nero su bianco questo principio già  annunciato più volte dall’esecutivo.
Ora ci sono anche le cifre: dalla lotta all’evasione, Palazzo Chigi stima di recuperare circa 11 miliardi , metà  dei quali destinati appunto ad alleviare il carico fiscale delle famiglie. Si parla quindi di una copertura di 5 miliardi e mezzo che, nelle intenzioni del governo, dovrebbero permettere di abbassare di tre punti la prima aliquota (che passerebbe dal 23 al 20 per cento), quella applicata ai redditi compresi fra i 7 e i 15 mila euro.
Oltre al taglio delle aliquote un’altra ipotesi di intervento prevede una possibile modifica delle detrazioni.
In questo caso i proventi ottenuti grazie alla lotta all’evasione sarebbero in un primo tempo destinati ad un Fondo cui attingere successivamente per finanziare le maggiori detrazioni applicate.
Il taglio delle tasse finanziato attraverso una lotta all’evasione ed elusione fiscale è, d’altra parte, un cavallo di battaglia dell’esecutivo in carica e una delle misure a più alto tasso di popolarità .
Ciò spiega la risonanza data ai blitz contro gli evasori messi in atto in questi giorni dall’Agenzia delle Entrate e dalla Guardia di Finanza.
Le nuove norme di controllo introdotte, dalla tracciabilità  dei pagamenti al monitoraggio dei movimenti bancari hanno già  prodotto un effetto deterrenza, anche se – per avere un primo bilancio dell’andamento del gettito – bisognerà  aspettare i risultati dell’autotassazione di maggio e giugno.
Il nodo Iva
Disinnescare la mina di un possibile aumento dell’Iva.
Alla fine dello scorso anno, sotto l’emergenza di un bilancio da risanare, il governo ha messo in campo la possibilità  di varare un secondo aumento dell’Iva dopo quello già  applicato con la precedente manovra estiva.
Si tratterebbe di un aumento di due punti percentuali che scatterebbe a partire dal prossimo mese di ottobre e che porterebbe l’aliquota intermedia dal 10 al 12 per cento e quella più alta dal 21 al 23%.
Un aumento che dovrebbe restare immutato per tutto il 2013 e registrare un ulteriore ritocco di mezzo punto nell’anno successivo.
L’operazione fu annunciata dal governo in carica per evitare che scattassero i pericolosi tagli lineari del cinque per cento su tutte le agevolazioni fiscali previste dall’ex ministro Tremonti in caso di emergenza-bilancio.
Ma l’ipotesi di un intervento sull’Iva , considerato il clima di recessione, è visto come fumo negli occhi sia dai commercianti che dai consumatori che temono l’effetto inflattivo della misura sui bilanci delle famiglie.
Lo stesso premier Monti, d’altra parte, sembra perplesso sulla possibilità  di utilizzare questa leva e ha più volte detto di voler valutare una revisione della norma.
Per poterlo fare però il governo – tramite la riforma fiscale e gli interventi di taglio alla spesa – deve recuperare 4 miliardi per quest’anno e 16 per il prossimo.
La strada per recuperare i fondi necessari dovrebbe passare attraverso il taglio agli sgravi tributari e all’operazione di “spending review” affidata al ministro Giarda che dovrebbe essere pronta nel giro di tre mesi.
Le agevolazioni
La marea di agevolazioni fiscali di cui famiglie e imprese possono oggi usufruire va ridotta.
Sul fatto che siano troppe e non tutte giustificabili sono ormai tutti d’accordo: si tratta di 720 diverse tipologie di sgravi per un valore totale di 161 miliardi.
Non possiamo più permettercele. Il lavoro sui tagli da applicare era in realtà  già  stato avviato da Tremonti, ma il precedente governo, aveva definito – in caso di fallimento della manovra di riduzione – una cura da cavallo destinata a stroncare i redditi delle famiglie (quelle dei lavoratori dipendenti in particolare): si parlava infatti di un taglio orizzontale per tutte le agevolazioni del 5 per cento nel 2013 e del 20 per cento nel 2014. Niente sconti per nessuno: lo stesso trattamento sarebbe stato riservato alle agevolazioni per carico familiare come a quelle riservate per il mantenimento dei palazzi storici.
Il governo Monti ha stoppato questa possibilità  di taglio incondizionato riservandosi l’eventualità  di un pur pesante intervento sull’Iva (che vista la recessione cerca di scongiurare).
Il necessario taglio agli sgravi ci sarà , ma non incondizionato.
Una Commissione ad hoc sta elaborando l’elenco di quelli sui quali si potrà  intervenire prevedendo però una riserva “intoccabile”.
Ci sarà  una rosa di detrazioni destinata a famiglie e pensionati che non subiranno tagli. Fatte salve le agevolazioni “basic”, comunque, il bacino d’intervento resta ampio. La riforma del fisco dovrà  provvedere allo sfoltimento: si guarda anche al riordino dei 10 miliardi di agevolazioni oggi destinate alle imprese.
Le Onlus
E’ diventata operativa dieci anni fa, un anno fa ha cambiato nome, ora sembra destinata a sparire per sempre.
La riforma fiscale targata Monti dovrebbe abolire l’Agenzia per il Terzo settore (ex Agenzia per le Onlus), ente di emanazione governativa – con sede a Milano – che ha poteri di indirizzo, promozione, vigilanza sulle organizzazioni non lucrative di utilità  sociale, i soggetti del terzo settore e gli enti non commerciali.
L’Agenzia opera a sua volta sotto la vigilanza della Presidenza del Consiglio dei ministri e del ministero dell’Economia, quindi è attualmente sottoposta alle dirette competenze del premier Monti.
Fra i compiti ad essa attribuiti quella di promuove campagne per la conoscenza delle organizzazioni, la raccolta dati sugli organismi esistenti e – nei casi di scioglimento di un ente – l’obbligo a dare parere vincolante sulla devoluzione del patrimonio.
L’Agenzia vigila anche sulle attività  di sostegno a distanza e individua le categorie delle organizzazioni cui destinare i contributi pubblici: è quindi l’ente che ha delineato l’elenco di organizzazioni ammesse a beneficiare della destinazione del 5 per mille.
Le amministrazioni pubbliche sono chiamate a chiedere il parere dell’Agenzia per l’organizzazione dell’anagrafe unica delle Onlus e nel caso prevedano di far decadere in modo totale o parziale le agevolazioni loro destinate.
L’organismo è costituitodal Presidente e da dieci consiglieri nominati dalla Presidenza del consiglio. L’incarico dell’attuale direttore generale scade a fine mese.
Gli estimi catastali
Una riforma del catasto vera e propria richiede tempi molto lunghi per essere definitivamente attuata (più o meno cinque anni) e – per quanto incisivo – l’intervento già  varato dal governo sul settore immobiliare attraverso l’aumento dell’Imu (la vecchia Ici) reintrodotta sulla prima casa, non è bastato a creare un equilibrio fra il valore fiscale e quello reale delle abitazioni.
L’intervento sull’Imu ha infatti rincarato le rendite catastali del 60 per cento e porterà  nelle casse dello Stato circa dieci miliardi, ma soprattutto nelle grandi città  la divergenza fra valori di mercato e valore catastale delle zone periferiche da quelle centrali resta elevato. La rivalutazione delle rendite catastali esistenti ha elevato la base imponibile a 4 mila miliardi, ma il valore di mercato stimato è valutato in 8.200 miliardi.
Più del doppio. Ecco perchè nel disegno di legge sul fisco potrebbe trovare spazio una riforma del catasto a livello locale.
L’obiettivo è quello di avviare una revisione degli estimi urbani medi agendo comune per comune o su zone omogenee o per quartieri all’interno dello stesso centro abitato. Le prime a chiedere un intervento di questo genere sono state proprio le amministrazioni dei Comuni più grandi, interessate ad aumentare le entrate.
Non a caso i Comuni si stanno mettendo in rete per individuare strategie comuni per combattere l’evasione fiscale e immobiliare
Nel decreto dovrebbe invece trovare spazio la definizione delle aliquote Imu da applicare con il primo acconto di giugno. L’ipotesi più accreditata prevede che si parta con le aliquote più basse, 4 per mille per la prima casa e 7,6 per mille per gli altri immobili.
I beni ecclesiastici
Sempre nel testo che entra in pre-Consiglio domani dovrebbe trovare spazio l’introduzione dell’Ici – annunciata nei giorni scorsi dallo stesso premier Monti – per gli immobili della Chiesa oggi esentati dall’imposta.
Secondo quanto previsto dal governo le nuove norme consentiranno l’esenzione solo per le proprietà  nelle quali si svolge in modo esclusivo una attività  non commerciale. Palazzo Chigi ha comunque annunciato un emendamento che definirà  in modo preciso la tipologia degli immobili interessati al versamento dell’imposta.
L’introduzione dell’Ici sui beni ecclesiastici potrebbe entrare nella parte di riforma veicolata attraverso il decreto.
Quanto vale l’Ici sulla Chiesa? Su quello che dovrebbe essere l’incasso garantito sono circolate nei giorni scorsi le più svariate cifre.
L’Anci, associazione dei comuni, ha parlato di versamenti per 600 milioni l’anno, uno studio dell’Ifel stima invece che il risultato finale potrebbe raggiungere il miliardo di introiti.
Un balletto di valutazioni dovuto al fatto che un censimento vero e proprio degli immobili non è ancora disponibile.
Sull’introduzione dell’Ici per i beni ecclesiastici si è sviluppato un acceso dibattito, tuttora in corso. Ieri infatti il senatore del Pdl Mantovano si è detto certo che “nonostante le note difficoltà  economiche nelle quali versano i comuni, nessun sindaco del Popolo delle Libertà  applicherà  mai l’Ici di Monti agli asili parrocchiali e a quei beni della Chiesa ove si svolgano attività  sociali, formative e religiose così utili per le nostre comunità “.

Luisa Grion
(da “La Repubblica”)

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SLOT: POCHI, MALEDETTI E SUBITO

Febbraio 19th, 2012 Riccardo Fucile

SCANDALO SLOT MACHINES: CON LA MULTA DA 2,5 MILIARDI, LE CONCESSIONARIE FINO AL 2017 NON INCASSERANNO NULLA

Chi interverrà  questa volta per salvare le dieci sorelle delle slot machine dai giudici cattivi? Certo, la condanna di ieri non è la batosta da 98 miliardi di euro sollecitata dalla procura della Corte dei conti, quella cifra monstre pari a tre finanziarie che avrebbe rappresentato la più grande sanzione mai inflitta in Italia.
Però le società  concessionarie si leccano le ferite, colpite da una sentenza che speravano di aver neutralizzato con mille manovre preventive, e fanno già  i conti.
La maxi-multa manda in fumo tutto quello che hanno incassato dagli apparecchi in questi primi otto anni di attività .
Visto che la febbre da slot è in crescita esponenziale, soprattutto dopo il via libera all’invasione dei mini-casinò di quartiere, il calcolo può esser preso per un altro verso: quella cifra corrisponde agli incassi previsti per i prossimi cinque anni.
Conclusione: se la multa sarà  confermata, fino al 2017 le dieci società  faranno mulinare miliardi solo per pagare.
Per scampare a quest’eventualità  le condannate di oggi hanno messo in campo ogni genere di arma.
Dagli stuoli di avvocati di grido alla pressione delle lobby alle “amicizie” politiche, spesso bipartisan, come ha illustrato la lunga inchiesta giornalistica condotta dal Secolo XIX sin dal giugno 2007.
Nel frattempo le figurine sui rulli hanno continuato a vorticare, le gettoniere a sputare milioni di monete, i proventi delle macchinette (oggi pudicamente non più chiamate videopoker) a tenere in piedi il bilancio dello Stato.
Un super business osservato con sufficienza da chi teneva il timone dell’economia (l’ex ministro Tremonti ne ha sempre parlato con distacco e sufficienza) come qualcosa che non gli appartenesse.
Nel frattempo la gestione del grande affare è proseguita, un po’ gestita dagli uomini di An, sconfinando in territori oscuri, come la vicenda di Atlantis, saldatasi poi con altri scandali che hanno caratterizzato la vita politica italiana degli ultimi anni veleggiando sui mari delle Antille olandesi.
Pubbliche concessioni rilasciate a società  con la sede nei paradisi fiscali e dietro alle quali si nascondevano personaggi oscuri e chiacchierati.
Però gli affari sono affari.
Proviamo a fare i conti: nel corso dell’anno passato una rete ormai arrivata alla cifra di 360 mila slot e più di 39 mila Videolotteries (gli apparecchi di nuova generazione che prometto vincite che possono arrivare anche a 500 mila euro) incassi per circa 45 miliardi.
È la fetta più grossa degli ottanta complessivi dell’intero mondo dei giochi.
Le entrate erariali, garantite da un’imposta chiamata Preu, si attestano a quattro miliardi. Anche per lo Stato, insomma, è un affarone.
Mettere alle corde un meccanismo così oliato potrebbe non convenire.
Arriveranno mai questi 2 miliardi e mezzo, pochi, maledetti e subito?
Se si pensa allo stato della giustizia italiana, sul subito chiunque dubiterebbe.
Sul pochi e maledetti, la battaglia è ancora aperta.
Pensare che qualcuno non voglia tentare, ancora una volta, un colpo di spugna, è solo un’illusione.

Marco Menduni
(da “Il Secolo XIX”)

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SLOT MACHINES, FINE DEI GIOCHI, MAXI MULTA DA 2,5 MILIARDI, UNA STORIA INCREDIBILE

Febbraio 19th, 2012 Riccardo Fucile

 LA CORTE DEI CORTI CONDANNA I DIECI CONCESSIONARI: 845 MILIONI LA CIFRA A CARICO DELLA EX ATLANTIS WORLD GESTITA DA CORALLO E RAPPRESENTATA DALL’EX AN E ATTUALE DEPUTATO BERLUSCONIANO LABOCCETTA… LE PRESSIONI SUGLI ORGANI DI CONTROLLO

Alla fine la legge vale per tutti anche per i re delle Slot machines e i loro distratti controllori. Dopo una battaglia legale durata quasi 5 anni, ieri a sorpresa la Corte dei Conti ha condannato i dieci concessionari del gioco a pagare penali per 2,5 miliardi per i loro disservizi del periodo 2004-2006.
Sono stati condannati anche i manager pubblici che avrebbero dovuto
controllare: il direttore dell’Aams l’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato dell’epoca, Giorgio Tino, ora vicepresidente di Equitalia Gerit, e il direttore del settore giochi Antonio Tagliaferri, che è rimasto al suo posto a fianco del direttore dell’AAMS attuale Raffaele Ferrara, appena confermato da Mario Monti.
La penale più alta, pari a 845 milioni, è quella che dovrà  pagare Bplus, la ex Atlantis World Group of Companies, società  originaria delle Antille olandesi gestita dal catanese Francesco Corallo, vicino all’ex area An.
Titolare di tre casino a Saint Maarten, sin dal momento del suo sbarco in Italia nel 2004 la Atlantis – Bplus sovrasta gli altri operatori con una quota del mercato che sfiora il 30 per cento e primeggia anche nella “multa” richiesta.
Anche i concorrenti non possono certo festeggiare: la Corte ha chiesto 120 milioni agli spagnoli di Cirsa Italia, 245 milioni per la società  Sisal Slot, 100 milioni per Lottomatica, 150 milioni per Gmatica, 115 milioni per il gruppo Codere, 200 milioni per HBG, 235 milioni per Gamenet, 255 milioni per Cogetech, 210 milioni per Snai.
Tra i dirigenti Aams sanzionati spicca con i suoi 4,8 milioni di euro l’ex direttore Giorgio Tino ma la multa più delicata è quella di 2,6 milioni per Antonio Tagliaferri, il Direttore dei Giochi di Aams che si occupa della gara in corso che dovrebbe assegnare per altri 9 anni le concessioni agli stessi operatori sanzionati, con lui.
La sentenza sarà  certamente impugnata e i 2,5 miliardi di euro saranno versati solo all’esito dell’eventuale rigetto dell’apppello ma si tratta di una grande soddisfazione per il procuratore Marco Smiroldo e per il Gat della Guardia di Finanza che in totale isolamento hanno portato avanti l’indagine.
Tutto inizia nel 2004 quando il Governo Berlusconi decide di legalizzare il settore dei vecchi videopoker.
Le slot machines da bar dovrebbero essere messe in rete con il cervellone della società  informatica pubblica Sogei in modo da controllare minuto per minuto quello che accade.
Il controllo della rete viene assegnato ai dieci concessionari privati selezionati dai Monopoli, gli stessi sanzionati ieri dalla Corte.
La convenzione stabiliva che per ogni ora di mancato collegamento di ogni slot il concessionario dovesse pagare una penale di 50 euro.
Per mesi, talvolta per anni, però i concessionari non hanno collegato le slot.
L’Aams scrive lettere nelle quali minaccia per esempio Atlantis di sanzioni dure, fino alla revoca della concessione, ma poi non attua le sue minacce.
Le intercettazioni telefoniche disposte in un’altra indagine dal pm Henry John Woodcock nel 2005 svelano le pressioni esercitate sull’Aams da Francesco Cosimi Proietti, deputato di An, su richiesta di Amedeo Laboccetta, allora in An e ora deputato del Pdl ma in quel momento procuratore di Atlantis in Italia.
Atlantis finanzia con 50mila euro la sua campagna elettorale del 2008 e paga negli anni alcune centinaia di migliaia di euro alla società  di comunicazione della famiglia del deputato An, Francesco Cosimi Proietti.
Alla fine Aams non revoca nulla nè ad Atlantis nè alle altre società  inadempienti.
I concessionari dal 2004 a 2006 non versano le tasse dovute sull’incasso reale delle slot ma su base forfetaria, come prevede la legge quando le slot sono scollegate per causa di forza maggiore.
Il sostituto procuratore della Corte dei Conti Marco Smiroldo, affida nel 2007 al Gat della Guardia di Finanza coordinato dal colonnello Umberto Rapetto il compito di verificare per quanto tempo erano state scollegate le macchinette.
I risultati sono sconvolgenti.
Sommando le ore di mancato collegamento e moltiplicandole per la multa oraria, i finanzieri arrivano a contestare più di 90 miliardi di euro.
Per anni la politica fa finta di nulla.
Il direttore Tagliaferri resta al suo posto. Le concessioni sono prorogate nonostante gli inadempimenti e Aams assegna agli stessi operatori (più altri tre) il compito di impiantare le nuove slot più redditizie, le Vlt.
Ieri la Corte non ha accolto la richiesta principale del Pm Marco Smiroldo (oltre 90 miliardi di euro), ma la subordinata, con una condanna a 2,5 miliardi per i dieci concessionari, pari all’80 per cento dell’aggio percepito dai concessionari nel periodo da settembre 2004 a gennaio 2007.
Sembra un pareggio, nella realtà  è una sconfitta pesantissima.
Per le società  ma soprattutto per l’Aams e anche per Mario Monti che ha appena confermato i suoi vertici.

Marco Lillo e Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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MANAGER: GRANDI STIPENDI E PESSIMI RISULTATI, ITALIA SECONDA NELLA CLASSIFICA DEI PAPERONI

Febbraio 19th, 2012 Riccardo Fucile

NEL PIENO DEL CROLLO ECONOMICO-FINANZIARIO, GLI STIPENDI DELLE GRANDI AZIENDE EUROPEE HANNO SUBITO RIALZI DEL 20% IN SVIZZERA, DEL 22% IN GERMANIA, DEL 34% IN FRANCIA… MA I SALARI IN ITALIA SONO FERMI AL 22° POSTO, APPENA DAVANTI ALLA GRECIA

Per i patron delle grandi aziende europee, e per i loro stipendi, la crisi nel 2010 era già  finita, con buona pace dello spettro della recessione che aleggiava sull’Europa e dell’allarme di Ocse e Fmi sulla disoccupazione.
Mentre in Italia Napolitano già  evocava i “sacrifici necessari” e Confindustria battagliava con i sindacati sul “rigore necessario alla crescita” che diventerà  un anno dopo il mantra del presidente Monti, gli amministratori delegati delle 367 principali società  quotate in Borsa del Vecchio continente hanno guadagnato, in media, 3,928 milioni di euro ciascuno.
Tutto compreso: salario fisso, bonus e premi di risultato, compensi in azioni e stock options, e benefici di varia natura.
Senza calcolare gli accordi previdenziali complementari, impossibili da quantificare con precisione a causa della scarsa trasparenza dei resoconti societari sull’argomento.
Basta, dunque, con le rinunce ai bonus e gli stipendi simbolicamente ridotti all’osso: ad appena due anni dall’inizio della crisi, i grandi capi delle aziende europee sono tornati a guadagnare quanto prima, se non di più, nonostante l’economia fosse sull’orlo di un nuovo baratro.
Nel 2010, mentre il Pil dell’area Ocse (i 34 Paesi occidentali ad economia più sviluppata) cresceva del 2,8%, e quello dell’eurozona appena dell’1,7%, i loro compensi si involavano del 20% in Svizzera, del 22% in Germania e addirittura del 34% in Francia.
Dove, nello stesso anno, i lavoratori a salario minimo garantito si sono dovuti accontentare di un aumento per adeguamento all’inflazione dell’1,7%.
La palma dei più pagati se la sono però assicurata i chief executive officer britannici, che secondo i calcoli del network Ecgs (che raggruppa una serie di società  di consulenza e ricerca indipendenti, tra cui l’italiana Frontis governance) hanno totalizzato una retribuzione media pro-capite di 6,08 milioni di euro, beneficiando di un cambio favorevole alla sterlina ma soprattutto di un’impennata di bonus e stock options, le cosiddette componenti variabili.
Congelate durante la crisi per placare le ire di azionisti e risparmiatori, nonchè dei governi costretti a ricapitalizzare banche e assicurazioni sull’orlo del fallimento, nel 2010 sono tornate a fare la parte del leone negli stipendi dei top manager d’Oltremanica, fruttando a ciascuno oltre 5 milioni di euro.
Appena sotto gli inglesi, sul secondo gradino del podio, si sono accomodati gli amministratori delegati nostrani, con un compenso medio da 5,48 milioni.
Composto da 2,11 milioni di euro di retribuzione variabile tra denaro e azioni e 1,8 milioni di benefit vari (vantaggi in natura, gettoni di presenza e altre forme di compenso legate a elementi straordinari, come il completamento di operazioni finanziarie), da aggiungere a un principesco stipendio fisso: quasi 1 milione e 700 mila euro l’anno, il più elevato d’Europa.
Eppure, nelle classifiche Ocse del 2010 sul livello dei salari l’Italia era ben più in giù del primo posto: ventiduesima su 31, appena davanti alla Grecia, con una retribuzione media netta per un single senza figli a carico di 25.155 dollari, quasi 5.000 in meno della media della zona euro.
L’exploit dei patron italici è però ancora più stupefacente se si esamina un’altra classifica, quella delle retribuzioni individuali del 2010.
Qui due nostri concittadini, nomi più che noti dell’alta finanza tricolore, hanno infatti conquistato prima e seconda piazza, infliggendo agli inseguitori un distacco di tutto rispetto.
Medaglia d’oro per Alessandro Profumo, che grazie alla buonuscita da 38 milioni versatagli da Unicredit ha visto la sua retribuzione sfondare il tetto dei 40 milioni di euro.
Eppure, per l’istituto di piazza Cordusio il 2010 non era stato un buon anno: i ricavi erano calati, soprattutto nel trading, gli utili avevano fatto uno scivolone verso il basso di oltre il 22% e la filiale di risparmio gestito Pioneer, esperta in derivati, era stata messa in vendita.
Gli azionisti si erano quindi dovuti accontentare di un dividendo da 3 centesimi, con la promessa, formulata dal successore di Profumo, Federico Ghizzoni, di un 2011 più fruttuoso. Promessa non mantenuta, dato che l’anno scorso il gruppo è stato travolto dalla crisi del debito nella zona euro, ha azzerato i dividendi e annunciato il taglio di oltre 5.000 dipendenti.
Il secondo posto se l’è aggiudicato invece Sergio Marchionne, numero uno del gruppo Fiat, con 22,97 milioni di euro di retribuzione annuale 2010.
Stavolta, a pesare non sono bonus o buonuscita, ma il salario fisso, più che generoso: 3,473 milioni di euro, oltre 98 volte lo stipendio annuale medio di uno degli oltre 135mila dipendenti del gruppo torinese.
Incassato senza battere ciglio, mentre a Mirafiori si susseguivano i periodi di cassa integrazione: 420 operai della costruzione stampi e 900 delle presse tra marzo e aprile, 2.500 addetti delle linee di Idea, Musa e Punto tra maggio e giugno, di nuovo 800 delle presse a ottobre, e così via.
La top ten torna poi a parlare italiano qualche passo più in giù, al 5° posto, dove siede il bresciano Vittorio Colao, Ceo della britannica Vodafone, con un compenso da 18,126 milioni di euro.
All’ottavo posto, invece, un altro banchiere, stavolta spagnolo: Alfredo Saenz Abad, del Banco Santander, che nell’esercizio 2010 ha intascato 12,61 milioni di euro, con un salario fisso che batte tutti gli altri con oltre 3,7 milioni.
Cifra considerevole, che lo avrà  certo aiutato a consolarsi per i guai con la giustizia che lo hanno travolto a inizio 2011: accusato di aver consentito la presentazione di una denuncia fasulla contro dei clienti, ai tempi in cui era il numero uno di Banesto, è stato condannato dal tribunale supremo di Madrid a tre mesi con la condizionale, più un’ammenda e l’interdizione dalla professione.
Pena successivamente ‘indultata’ e convertita in sanzione pecuniaria dal governo Zapatero, tra l’indignazione generale di stampa e opinione pubblica iberica.
Ma come arrivano i top manager a mettere insieme compensi tanto elevati anche in periodo di crisi?
Tutta colpa, spiegano gli esperti di Ecgs, dalla mancanza di controllo degli azionisti sui criteri con cui vengono calcolate le retribuzioni.
Nella maggior parte dei Paesi europei, infatti, le aziende quotate non sono obbligate a farli ratificare dall’assemblea generale, ma sono solo tenuti a renderli pubblici nel proprio rapporto annuale.
Se così non fosse, la situazione sarebbe forse diversa: quando è stato permesso loro di votare, infatti, gli azionisti si sono generalmente espressi contro i sistemi di calcolo dei compensi proposti dai cda, soprattutto quando si trattava di buonuscite per consiglieri a fine mandato e piani di attribuzione gratuita di azioni ai primi dirigenti.

Elena Fiorentino

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LAVORO E WELFARE: SE IL POSTO NON E’ FISSO, IL SALARIO VA ALZATO

Febbraio 17th, 2012 Riccardo Fucile

IN UN MONDO INCENTRATO SULL’OCCUPAZIONE STABILE, IL WELFARE LO FA LA FAMIGLIA

I benefici del posto fisso (per chi lo ha) sono ovvi.
La domanda rilevante è: quanto costa la garanzia del posto fisso al singolo e alla collettività ?
Un fatto spesso ignorato è che questo costo non è nullo anche per chi il posto fisso già  ce l’ha.
A parità  di altre condizioni, per godere della protezione offerta dall’articolo 18 il lavoratore riceve una retribuzione inferiore a quella che otterrebbe se rinunciasse alla tutela contro il licenziamento.
L’imprenditore, infatti, privato della possibilità  di licenziare qualora il posto diventasse in futuro improduttivo, sopporta un costo potenziale aggiuntivo, oltre alla retribuzione.
Se è disposto a pagare il lavoratore 100 mantenendo il diritto di licenziarlo, vorrà  pagare solo, diciamo, 90 per assumerlo senza possibilità  di licenziamento.
La differenza è una sorta di premio di assicurazione che il lavoratore paga al datore di lavoro per correre meno rischi.
Un contratto di lavoro con salario fisso e sicurezza del posto è in qualche misura anche un contratto assicurativo.
Ovviamente più i rischi economici per l’impresa salgono, più l’impresa vorrà  far pagare ad alto prezzo questa assicurazione e più basso sarà  il salario di un lavoratore con il posto fisso.
In periodi turbolenti come questo, quindi, il posto fisso costa molto al lavoratore, perchè offrire assicurazione costa di più alle imprese.
Ma allora perchè in Italia sembra che i lavoratori precari abbiano non solo un posto insicuro ma anche una retribuzione inferiore?
Perchè i lavoratori protetti, ossia i dipendenti pubblici e quelli nelle aziende sopra i 15 dipendenti, sono difesi dai sindacati mentre i giovani precari no.
A loro sono lasciate le briciole in una specie di sala d’attesa in cui il giovane invecchia aspettando che qualche lavoratore protetto vada in pensione e liberi il posto sicuro. Per farsi un’idea dell’entità  del premio assicurativo che grava sul lavoratore con posto fisso basta pensare al diverso costo orario, al netto di tasse e ammortamento attrezzi, del lavoro di un idraulico dipendente a tempo indeterminato e del lavoro dello stesso idraulico quando lo consultiamo in veste di artigiano.
Più in generale, per un lavoratore metalmeccanico, la stima di Piero Cipollone e Anita Guelfi (Banca d’Italia, Temi di discussione 583/2006) è compresa tra il 5 e l’11 per cento.
Tuttavia, se il costo fosse solo questo non ci sarebbero problemi: ognuno deve essere libero di stipulare il contratto che vuole, sopportandone le conseguenze.
E infatti un’indagine recente di Renato Mannheimer dimostra che l’84% dei giovani italiani sarebbero disposti a guadagnare di meno pur di avere un posto fisso. Nell’attuale situazione di apartheid invalicabile che divide i lavoratori super protetti dai “paria” privi di qualsiasi tutela o welfare statale, chi potrebbe dare loro torto?
La soluzione che propone il sindacato è semplice: diamo a tutti il posto fisso.
Ma è un’utopia pensare che si possa mantenere costantemente un’occupazione sicura ed elevata per l’intera forza lavoro in questo modo.
Il tentativo (vano) di garantire il posto fisso a tutti ha invece dei costi considerevoli per la collettività  (oltre a quelli individuali) di cui pochi nel dibattito italiano sembrano voler tener conto.
Un mondo incentrato sul posto fisso è un mondo in cui il welfare lo fa la famiglia, con le risorse guadagnate dal padre (tipicamente unico a godere della sicurezza) e distribuite ai familiari dalla madre che spesso lavora in casa, con nonni e figli adulti che vivono insieme e si assistono gli uni con gli altri.
Un mondo in cui lo Stato non offre assicurazione sociale se non con le pensioni e con la certezza, appunto, del posto fisso per un membro della famiglia. Il tutto richiede una legislazione del lavoro che ingessa il mercato, impedisce l’allocazione ottimale dei lavoratori nelle imprese e mantiene un esercito di giovani precari.
È un mondo che attrae trasversalmente molti italiani e che ha una sua coerenza, fondata sull’avversione al rischio, e il rifiuto del cambiamento anche quando tutto cambia intorno a noi.
Gli italiani vogliono sicurezza e votano chi promette sicurezza (tipicamente senza evidenziarne i costi).
Sia ben chiaro: la famiglia italiana ha dei benefici enormi di cui dobbiamo andare orgogliosi.
Ma se deve sostituire un welfare pubblico che non funziona, le conseguenze non sono tutte desiderabili.
Un sistema di welfare basato sulla famiglia riduce la mobilità  geografica e sociale e ostacola la meritocrazia e la concorrenza fra persone e imprese.
Per poter godere del welfare familiare, che aiuta anche a trovare un impiego grazie ai contatti dei genitori più che alle reali capacità , i giovani promettenti frequentano università  mediocri sotto casa o non si allontanano per trovare un posto di lavoro migliore e più adatto alle loro caratteristiche.
La conseguenza è una minore produttività  che si traduce in salari e profitti più bassi anche perchè le imprese possono imporre condizioni retributive peggiori non dovendo temere che i lavoratori si spostino altrove se trattati male.
Il vecchio governo ci aveva promesso che questa struttura sociale ci avrebbe fatto superare la crisi meglio di altri Paesi. Non è stato così.
Ma il problema vero è che sono gli italiani a volere questa struttura sociale perchè non ne hanno ancora compreso i costi. Il differenziale di gravità  della crisi italiana, rispetto a quella di altri Paesi, non è colpa della finanza pericolosa che ha colpito tutti i Paesi. Dei costi aggiuntivi siamo responsabili noi.
La discussione sul posto fisso e su un sistema di welfare impostato sulla famiglia, quindi, va ben al di là  di una riforma del diritto del lavoro.
Tocca al cuore la mentalità  e l’organizzazione sociale degli italiani. La soluzione più facile è continuare a non affrontare il problema.
Oggi, perlomeno, ci si sta provando.

Alberto Alesina e Andrea Ichino

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ARRIVA LA RIFORMA DEL FISCO: MENO IRPEF COI SOLDI RECUPERATI DALLA LOTTA ALL’EVASIONE

Febbraio 16th, 2012 Riccardo Fucile

NUOVO CATASTO, 720 AGEVOLAZIONI NEL MIRINO, TAGLI A SGRAVI E SPRECHI, SFOLTIMENTO DEI 10 MILIARDI DI SCONTI CONCESSI DAL FISCO ALLE IMPRESE, NIENTE AUMENTO IVA

Il cantiere del fisco è di nuovo aperto. Con l’obiettivo di abbassare i carichi per i contribuenti più deboli e di bloccare l’aumento dell’Iva già  pronto per il prossimo anno.
Il contenitore dei nuovi strumenti che il governo si propone di mettere in campo è la nuova delega fiscale: aumento Iva evitabile, meno Irpef con i proventi della lotta all’evasione, tagli delle agevolazioni fiscali.
Accantonata la delega scritta da Tremonti lo scorso anno, che prevedeva pesanti e indiscriminati tagli lineari che avrebbero colpito anche famiglia, lavoro dipendente e pensionati, si apre la strada ad uno sfoltimento delle oltre 720 agevolazioni fiscali del nostro sistema che costano circa 161 miliardi.
Sconti che spesso si sovrappongono all’assistenza o che riguardano settori residuali, poco efficaci o frutto del sedimentato lavoro delle lobby.
L’operazione libererebbe molte risorse alle quali potrebbero aggiungersi la lotta all’evasione fiscale (di cui già  a maggio in sede di autotassazione si potranno valutare i primi frutti) e la spending review affidata a Piero Giarda pronta nel giro di tre mesi. Una carta che Monti sembra intenzionato a giocare.
L’operazione Irpef: giù la prima aliquota coi soldi tolti agli evasori
“Usare i proventi della lotta all’evasione per dare qualche sollievo ai contribuenti onesti”, ha detto Monti. Per ora il governo, per prudenza, non ha voluto cifrare il gettito della lotta all’evasione per quest’anno. Di certo tuttavia si sa che nel 2011 il gettito di cassa del contrasto agli evasori è stato di 11 miliardi.
Quest’anno la battaglia contro chi non paga le tasse è diventata una vera e propria emergenza dell’esecutivo e con tutta probabilità  riserverà  qualche sorpresa positiva.
Le nuove norme, dalla tracciabilità  al monitoraggio dei movimenti bancari, hanno provocato un effetto deterrenza al quale vanno aggiunti i ripetuti blitz della GdF e dell’Agenzia.
Un primo bilancio dell’andamento del gettito, che terrà  conto anche di questi fattori, si potrà  vedere tra maggio e giugno in sede di autotassazione.
I tecnici del governo stanno studiando dove intervenire: sostanzialmente sull’Irpef con un taglio dell’aliquota più bassa oggi al 23 per cento.
Di quanto dipenderà  dalle risorse tenendo conto che un punto di Irpef costa circa 5 miliardi e si riflette su tutti gli scaglioni. In alternativa: un intervento sui carichi familiari.
Il dilemma dell’Iva: aumento 2012 evitabile se si trovano 4 miliardi
L’obiettivo è quello di disinnescare la mina Iva. Sotto l’emergenza della manovra alla fine dello scorso anno si decise un secondo aumento dell’Iva: 2 punti che scatteranno, se non ci saranno modifiche, dal primo ottobre di quest’anno portando l’aliquota intermedia del 10 per cento al 12 per cento e quella più alta dall’attuale 21 al 23 per cento.
Un aumento che dovrebbe rimanere immutato per tutto il 2013 e registrare un ulteriore incremento di mezzo punto nel 2014.
L’operazione fu fatta per evitare che scattassero i pericolosissimi tagli lineari del 5 per cento su tutte le agevolazioni fiscali, dai carichi familiari a quelli sul lavoro dipendente, per 4 miliardi quest’anno e 16 per il prossimo.
Tuttavia l’Iva, in fase recessiva, desterebbe qualche perplessità  e lo stesso presidente del Consiglio Monti valuta una revisione della norma.
L’obiettivo numero uno sarebbe quello di eliminare del tutto il rincaro, in seconda battuta si tenterebbe di dimezzarlo.
L’Iva avrebbe infatti un immediato impatto sui prezzi e inoltre colpirebbe i lavoratori dipendenti con reddito medio basso e favorirebbe gli autonomi con reddito medio alto.
Gli sconti: la sforbiciata risparmia le famiglie e i pensionati
Una massa enorme, sedimentata nel tempo, che riguarda tutti gli aspetti e le pieghe della società . In tutto 161 miliardi e 720 agevolazioni che possono trovare spazio nella denuncia dei redditi di contribuenti e imprese.
Il lavoro era stato avviato da Tremonti, ma la cura era violenta: taglio lineare di tutte le agevolazioni del 5 per cento e del 20 per cento.
Stesso peso per i carichi familiari e per gli sconti sui palazzi storici. Nessuna differenza tra le medicine per gli animali e le palestre per i ragazzi. Un calderone.
Così è arrivato lo stop del governo Monti (coprendo i mancati risparmi con l’aumento dell’Iva) e rivisitando, ad opera della Commissione guidata dall’attuale sottosegretario all’Economia, Vieri Ceriani, le agevolazioni tagliabili.
Il frutto dell’impresa è che ad ogni agevolazione è stato dato un codice di importanza e molte, relative a famiglia, lavoro e pensioni, sono state dichiarata intoccabili. Tuttavia il bacino d’intervento resta ampio. Si guarda anche al riordino dei 10 miliardi di agevolazioni che vanno alle imprese.
Gli estimi catastali: rivalutazione a tappe, grandi Comuni apripista
L’intervento è stato pesante, circa 10 miliardi sono giunti dall’aumento dell’Imi (la vecchia Ici) introdotta sulla prima casa e soggetta ad un rincaro delle rendite catastali del 60 per cento rispetto al vecchio schema.
Tuttavia la rivalutazione delle rendite catastali esistenti ha elevato la base imponibile dell’imposta a circa 4.000 miliardi, mentre il valore di mercato stimato è valutato in 8.200 miliardi, circa la metà  del patrimonio esistente rimane escluso dall’imposta.
Tuttavia i valori di mercato differiscono da quelli catastali in modo non uniforme: lo scostamento è maggiore nelle grandi città  rispetto ai grandi centri e nelle periferie rispetto ai centri storici. Così si studia, in attesa di una riforma totale del catasto che potrebbe richiedere fino a cinque anni di tempo, una revisione degli estimi urbani medi agendo Comune per Comune, o su zone omogenee e quartieri all’interno dello stesso centro abitato. In questo modo si potrebbero avere una distribuzione meno sperequata dei carichi e spazi per evitare ulteriori aumenti delle rendite.
La spending review: avviata in tre ministeri la radiografia delle spese
“Riformare la spesa pubblica non è una missione impossibile”. Parola di Piero Giarda, ministro per i Rapporti con il Parlamento, uno dei massimi esperti di spesa pubblica cui è stata affidata la regia della spending review, per rendere più efficiente la spesa pubblica eliminando gli sprechi.
L’operazione è scattata da meno di un mese e dovrebbe essere portata a termine entro fine maggio.
Le revisione della contabilità  e delle spese, fin nei minimi dettagli e in tutte le pieghe del bilancio, è già  stata avviata in tre ministeri: Interni, Pubblica Istruzione e Affari Regionali. Sembra che al ministero degli Interni sia in fase più avanzata di realizzazione.
Un meccanismo importante che potrebbe evitare, come ha accennato lo stesso presidente del Consiglio Mario Monti, il “pericoloso” rincaro dell’Iva previsto per l’autunno.
Come si sta agendo? L’obiettivo è quello di standardizzare i costi di produzione delle singole unità  produttive, dalle scuole alla magistratura ai vari servizi, e poi verificare se tutti i centri di spesa sono al di sopra o al di sotto della media fissata dalla spending review. In tutto si potrebbero incassare 5-10 miliardi fin da quest’anno.
L’abuso di diritto: trucchi, fusioni, scorpori: ora è caccia alle elusioni
Abuso di diritto, ovvero elusione fiscale. Nel mirino ci sono i miliardi che sfuggono al fisco in apparenza legittimamente, in realtà  grazie ad un ingegnoso e sofisticato slalom tra le norme, formalmente rispettate ma piegate ai propri interessi da holding e grandi gruppi finanziari. Il tema è già  sotto gli occhi del governo.
Obiettivo: verificare ogni volta, come del resto ha fatto spesso la Corte di Cassazione, se l’operazione che viene messa in atto da una società  ha un fine puramente economico o serve solo per risparmiare sulle imposte. Del resto la proposta al vaglio parla chiaro: sono vietati tutti gli atti privi di valide ragioni economiche diretti, pur senza violare alcuna specifica disposizione di legge, ad ottenere riduzioni d’imposta, rimborsi o risparmi.
Chi sarà  colpito?
Soprattutto le grandi operazioni dei grandi gruppi in grado di muoversi a livello internazionale. Nel mirino alcuni dei più sofisticati meccanismi che attengono soprattutto alla prassi internazionale.
In prima linea ci sono fusioni, scorpori e utilizzo delle norme sulla doppia imposizione internazionale.

Roberto Petrini
(da “La Repubblica”)

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LA SVOLTA DELL’ICI SULLA CHIESA: ESENTASSE SOLO I LUOGHI DI CULTO

Febbraio 16th, 2012 Riccardo Fucile

L’ANNUNCIO DEL GOVERNO ALLA UE, ATTENZIONE SOLO ALL’AREA NO PROFIT… UNA DECISIONE CHE POTREBBE VALERE 2 MILIARDI DI EURO DI ENTRATE PER LO STATO…COLPITI ANCHE PARTITI, SINDACATI E CIRCOLI

Niente più esenzioni Ici (Imu) per le attività  «non esclusivamente commerciali» della Chiesa (cliniche, pensioni, scuole).
Per l’esenzione non basterà  più avere all’interno dell’immobile una struttura religiosa (che rimarrà  esente), il fisco guarderà  alla destinazione prevalente, individuando un rapporto percentuale tra le due attività , e su tutto il resto si pagherà  il dovuto.
La nuova disciplina riguarderà  anche tutti gli altri soggetti (partiti, sindacati, associazioni, circoli) che oggi non pagano l’imposta comunale sugli immobili.
Il presidente del Consiglio, Mario Monti, ha comunicato ieri ufficialmente al vicepresidente della Commissione europea, Joaquin Almunia, la sua intenzione di presentare al Parlamento «un emendamento che chiarisca ulteriormente e in modo definitivo la questione», che ha generato molte polemiche e sulla quale la Commissione europea ha aperto, dopo un esposto del Partito radicale, nell’ottobre 2010, una procedura di infrazione per violazione della concorrenza ed illegittimo aiuto di Stato.
E’ stata resa nota alla vigilia del tradizionale ricevimento all’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede per l’anniversario dei Patti Lateranensi, cui parteciperanno il vertici vaticani, il vertice della Cei, e praticamente tutto il governo Monti.
A conferma che, non essendo la questione dell’Ici di natura pattizia (cioè bilaterale), essa è stata presa di iniziativa del governo italiano.
Essa del resto era già  stata comunicata, esattamente un mese fa, da Monti a Bertone nel corso del colloquio che è seguito alla visita ufficiale del premier in Vaticano del 14 gennaio. In quell’occasione la Santa Sede aveva concordato con l’esigenza che, per l’Imu, non ci possano essere deroghe alle normative europee.
Sul reale valore dell’Ici della Chiesa da anni va avanti un vero e proprio balletto di cifre. L’esenzione dell’Ici alla Chiesa non vale «miliardi» di euro, ma forse anche meno di 100 milioni: è questa la posizione espressa a inizio 2012 dal giornale della Cei Avvenire , visto che il rapporto finale del Gruppo di lavoro Ceriani sull’erosione fiscale ha individuato quella cifra per quanto riguarda gli immobili di tutti gli enti non profit, non solo quelli ecclesiali.
La complessità  della definizione del valore di un eventuale gettito aggiuntivo dipende inoltre dal fatto che le proprietà  fanno capo a una galassia di soggetti giuridici diversi tra loro, che vanno dalle diocesi alle congregazioni, dagli ordini religiosi alle proprietà  italiane del Vaticano vero e proprio.
In tempi recenti si è parlato di cifre che vanno dai 500-700 milioni stimati dall’Anci ai 2,2 miliardi stimati dall’Ares, l’Associazione ricerca e sviluppo sociale.
Mentre il presidente dell’Anci, Graziano Del Rio, ha proposto innanzitutto un censimento degli immobili, visto che molti non sarebbero neppure denunciati al catasto, in particolare per individuare quelli adibiti a uso commerciale.
Secondo stime realizzate sul web si parla di un totale di 100 mila immobili, di cui 9 mila sono scuole, 26 mila strutture ecclesiastiche e quasi 5 mila strutture sanitarie.
Secondo stime non ufficiali dell’Agenzia delle entrate, si tratterebbe di un potenziale introito di due miliardi di euro all’anno.
La disponibilità  del Vaticano ha agevolato il lavoro del governo in vista di un’interpretazione autentica della norma.
Nel dossier che è stato preparato dai tecnici del Tesoro per il «ministro» dell’Economia Monti, si parlava di una posizione «dura» della Commissione europea (la sentenza è attesa entro maggio), che lascia prevedere una bocciatura del regime agevolativo.
Con una conseguenza di non poco conto: l’obbligo di recuperare l’imposta non pagata dalla Chiesa a partire dal 2005, da parte dei Comuni (che ieri hanno protestato per non essere stati consultati dal governo).
Se invece la norma verrà  riscritta prima, come ha annunciato ieri Palazzo Chigi, la procedura di infrazione dovrebbe fermarsi (ed è questo che il Presidente Monti auspica nella comunicazione ad Almunia) e gli arretrati non saranno più dovuti. Se si fa un’ipotesi prudenziale di circa 200 milioni l’anno, ciò vuol dire un risparmio (in sei anni) di circa un miliardo e duecento milioni.
Il comunicato di palazzo Chigi esplicita i criteri che verranno seguiti nell’emendamento alla legge attuale.
Innanzitutto l’esenzione farà  riferimento solo ed esclusivamente agli immobili nei quali si svolge in modo esclusivo un’attività  non commerciale (come ad esempio gli edifici di culto, gli oratori, eccetera…).
Verranno invece abrogate le norme che prevedono l’esenzione per immobili dove l’attività  non commerciale non sia esclusiva, ma solo prevalente.
Inoltre l’esenzione sarà  limitata alla sola frazione di unità  immobiliare nella quale si svolga l’attività  di natura non commerciale.
Sarà  infine introdotto un meccanismo di dichiarazione vincolata a direttive rigorose stabilite dal ministro dell’Economia circa l’individuazione del rapporto proporzionale tra attività  commerciali e non commerciali esercitate all’interno di uno stesso immobile.
Appresa la decisione di Monti, non si è fatta attendere la reazione della Conferenza episcopale italiana che attraverso il suo portavoce, monsignor Domenico Pompili, ha commentato: «Attendiamo di conoscere l’esatta formulazione del testo così da poter esprimere un giudizio circostanziato».
Aggiungendo che come dichiarato più volte, anche di recente, dal cardinale Bagnasco, «ogni intervento volto a introdurre chiarimenti alle formule vigenti sarà  accolto con la massima attenzione e senso di responsabilità ».
Ma la Cei mette anche in guardia dalla necessità  di tutelare il no profit e si augura «che sia riconosciuto e tenuto nel debito conto» il suo valore sociale.

M.Antonietta Calabrò
(da “Il Corriere della Sera”)

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ROMA 2020, MONTI DICE NO ALLE OLIMPIADI E ALEMANNO FA FINTA DI DIMETTERSI

Febbraio 15th, 2012 Riccardo Fucile

SFUMA IL SOGNO OLIMPICO: “RINUNCIA DOLOROSA MA TROPPE INCOGNITE E COSTI NON CHIARI”…IL SINDACO DI ROMA HA SMENTITO LA VOCE CHE SI SAREBBE DIMESSO PER PROTESTA

L’Olimpiade del 2020 non si farà  a Roma.
Dopo un’attenta valutazione dei costi e dei benefici legati all’operazione nel suo complesso, il premier Mario Monti ha deciso che non esistono le condizioni perchè il governo offra le garanzie dello Stato alla candidatura per i Giochi.
Non arriva, dunque, la firma sulla lettera con le garanzie richieste dal Cio da presentare entro oggi.
Il presidente del Consiglio ha incontrato il presidente del Comitato organizzatore, Mario Pescante, il presidente del Coni, Petrucci e il sindaco di Roma, Alemanno, ufficializzando una decisione che era già  nell’aria da tempo.
La lettera con le garanzie richieste dal Cio doveva essere presentata entro mercoledì 15 febbraio.
Sconsolato il sindaco Alemanno all’uscita dall’incontro a Palazzo Chigi.
Sconsolato e anche deciso a dare un segno politico alla bocciatura delle chances olimpiche della capitale. Voci di dimissioni si fanno insistenti mentre il verdetto» diventa ufficiale e le agenzie lo diffondono.
Ha prevalso la considerazione che l’Italia non può permettersi un’avventura con troppe incognite e con costi non chiari.
Pur sottolineando la sua ammirazione per un progetto che merita elogi (elogi rivolti in particolare ai vertici del comitato promotore: «A Gianni Letta, Mario Pescante, Gianni Alemanno e Gianni Petrucci») il presidente del Consiglio ha spiegato: «Il Comitato olimpico internazionale richiede al governo del Paese ospitante i Giochi una lettera di garanzia finanziaria… tra le altre cose il governo del paese ospite deve farsi carsi di ogni eventuale deficit della manifestazione».
E ha sottolineato: «Non possiamo correre rischi».
Tutti i ministri, ha poi spiegato Monti, hanno partecipato alla discussione sul tema e «siamo arrivati alla conclusione unanime che il governo non si sente – nelle attuali condizioni dell’Italia – di assumere questi impegni di garanzia.
Monti ha parlato poi delle Olimpiadi a Roma come di una «operazione che potrebbe mettere a rischio i denari dei contribuenti, proprio mentre siamo sottoposti nei prossimi vent’anni ad un’operazione di rientro dal debito, operazione condivisa e accettata in sede europea dal precedente governo».
La crisi economica, il caso di Atene 2004 e i costi raddoppiati per l’Olimpiade che si svolgerà  a Londra (27 luglio-12 agosto 2012) sono stati decisivi nel convincere il premier ad un no comunque doloroso, perchè Monti è il primo a sapere che l’organizzazione di un’Olimpiade può rappresentare una grande occasione di sviluppo.
Ma non in questo momento e non a queste condizioni.
La mancata firma della lettera di impegno economico da consegnare al Cio fa decadere la candidatura. )
Restano in corsa Madrid, Tokyo, Istanbul, Doha e Baku.
La scelta verrà  fatta a Buenos Aires il 7 settembre 2013.
Questo 14 febbraio Gianni Alemanno non se lo scorderà .
Mentre il sindaco di Roma è a colloquio con il premier Mario Monti e il Comitato promotore per Roma 2020, rappresentato dal presidente Mario Pescante, colloquio dove il governo ha formalizzato il suo no ai giochi («Non possiamo correrere rischi» ha spiegato Monti) fuori è in corso un’altra olimpiade.
Quella dei tanti pronti a scommettere che sindaco sarebbe pronto a comunicare le sue dimissioni da primo cittadino della capitale.
Lo sport è molto praticato nella piazza di Twitter, dove la dèbà¢cle organizzativa della capitale in occasione della nevicata dei primi del 3 febbraio è stata registrata minuto per minuto. In Campidoglio, in effetti, si registra una grande confusione.
«L’esito è stato negativo», è stato il commento stringato del sindaco di Roma, lasciando Palazzo Chigi.
E prima di recarsi in Campidoglio replica ai rumors. Dimissioni? «Assolutamente no. Mi dispiace deludere gli oppositori».
Non ne dubitavamo.

(vignetta diksa53a)

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