Febbraio 15th, 2012 Riccardo Fucile
DIETRO I 1.570 EMENDAMENTI PRESENTATI AL SENATO CI SONO GLI INTERESSI TUTELATI DAI VARI PARTITI
Si fa presto a dire governo tecnico: quando i provvedimenti bisogna votarli, sempre per il Parlamento bisogna passare ed, ovviamente, per il bene della democrazia è giusto che sia così.
Tuttavia nella partita che si gioca sul decreto liberalizzazioni, pressioni di lobby, mania di protagonismo e sinceri afflati ideologici stanno facendo emergere un panorama sconcertante: sono stati presentati ben 2299 emendamenti!
Mentre in molti casi abrogazioni ed integrazioni sarebbero pertinenti al tema liberalizzazioni, in altri si è scambiato il decreto liberalizzazioni per una legge omnibus e ci si vuol infilare dentro un po’ di tutto, come nelle buone vecchie finanziarie.
Per mettere un po’ d’ordine tratteremo solo degli emendamenti legati al tema delle liberalizzazioni, dividendoli a seconda della provenienza politica.
IL PDL
Il Popolo della Libertà fa fatica a declinare Libertà in liberalizzazione. Ad esempio, viene richiesto di modificare o addirittura abrogare del tutto l’articolo 9 che prevede l’abolizione delle tariffe professionali.
Tale accanimento è stupefacente anche in considerazione del fatto che il decreto ferragostiano del governo Berlusconi, già prevedeva la derogabilità delle tariffe e la piena informativa al cliente.
Molti spazi di libertà previsti nel decreto sono sotto attacco: per le società di professionisti si prevede un limite del 25% del capitale sociale con diritto di voto ai soci di mero capitale. Naturalmente pensare che questo tetto salvaguardi “l’indipendenza” del professionista è illusorio: un volta dentro, il socio di capitale vorrà far sentire (giustamente) la propria voce sulla conduzione economica della società e se i suoi soci professionisti vorranno ottenere altro capitale non potranno fare di testa loro.
E se i professionisti non avessero avuto bisogno di denaro fresco, beh, non avrebbero cercato l’ingresso di un azionista esterno.
Sulle farmacie ci si propone di innalzare da 3.000 a 3.500 il numero minimo di abitanti per farmacia: un codicillo tanto per farne aprire qualcuna in meno senza che venga messo in discussione l’impianto dirigistico del decreto che allarga sì gli spazi di concorrenza, ma non basandosi sul gioco della domanda e dell’offerta, bensì su una stima governativa di quante farmacie abbiano bisogno un tot numero di italiani.
Anche il ripristino richiesto dal PdL (e pure dal PD) del massimo dell’1,5% di commissioni bancarie sul pagamento con carta elettronica è illusorio.
Se si fissano dei tetti ai prezzi di qualsiasi servizio, chi lo fornisce si rifarà in qualche altro modo, ad esempio aumentando il canone annuale della carta di credito, provocando così un’allocazione inefficiente delle risorse: invece che pagare il consumo del servizio, si pagherà il possesso della carta.
La richiesta che l’Authority dei Trasporti debba decidere il numero delle licenze dei taxi “d’intesa” , invece che semplicemente “sentiti” i sindaci, potrebbe sembrare una ragionevole estensione del principio di sussidiarietà : chi è vicino al territorio sa i suoi bisogni.
In realtà , i sindaci sono più vulnerabili di un’authority nazionale al potere di interdizione dei tassisti e quindi, così com’è successo finora, concederebbero nuove licenze col contagocce.
Va bene invece la possibile riduzione del limite di partecipazione azionaria di Eni in Snam Rete Gas al 5%. Una volta che si decide la separazione essa deve essere reale e non fittizia.
IL TERZO POLO
Gli emendamenti più significativi Terzopolisti vanno viceversa in direzione più liberale.
Per le farmacie si vuole abolire la prelazione dei comuni per l’apertura di nuove farmacie in certi siti, allargare il numero dei farmaci vendibili in esercizi commerciali, concedere pari opportunità ai parafarmacisti nell’apertura di farmacie e abbassare la soglia di numero di abitanti dei comuni ove valgono le norme liberalizzatrici da 12.500 a 5.000.
Sull’affidamento dei servizi pubblici in-house da parte dei comuni si prevede un parere non solo “obbligatorio” ma anche vincolante da parte dell’Antitrust, che presumibilmente sarà più severa degli enti locali nel giudicare le eccezioni alla regola dell’affidamento dei servizi in gara.
Inoltre, si vorrebbe togliere il limite degli sconti sui libri introdotti dalla legge Levi alle vendite online. Essendo la legge Levi un’assurdità , qualsiasi cosa ne diminuisca la portata è benemerita. Infine si ripristina l’immediata separazione societaria di Rete Ferroviaria Italia da Trenitalia.
Sono ottimi emendamenti, peccato che il Terzo Polo abbia già detto che è disposto a rinunciarci pur di far passare intonso il resto del decreto.
PARTITO DEMOCRATICO
Dal mio punto di vista è il caso più intrigante, perchè gli emendamenti del PD ne confermano la natura di Dr. Jekyll e Mr. Hyde in materia economica.
Ora, nessuno pretende che i Democratici diventino dei liberisti (o degli ultraliberisti, come viene definito con sgomento chi è a favore dell’economia di mercato), non è nella loro natura di partito (quasi) socialdemocratico.
Però se vogliono, come dicono, dare una mano alla spinta liberalizzatrice, dovrebbero distinguere tra cosa è tale e cos’è dirigismo a favore dei consumatori, favore che poi nemmeno si realizza.
Ad esempio, la portabilità gratuita del conto corrente da loro proposta, sembra una bella cosa, non fosse che se la banca ha dei costi per le operazioni di chiusura, li caricherà – in modo opaco- in altro modo ai correntisti.
Se si costringono le assicurazioni a concedere uno sconto al cliente che non ha incidenti (e non ad offrirlo liberamente come strumento di marketing), beh esse aumenteranno il prezzo della polizza in generale.
Inoltre cosa vuol dire che le banche non possono condizionare l’erogazione di un mutuo all’apertura di un conto corrente presso i propri sportelli?
Che hanno l’obbligo di contrarre? Tale obbligo vale per i monopolisti, non per le imprese in concorrenza.
L’equo compenso per i tirocinanti nelle professioni, poi, sarà sicuro elemento di contenzioso per intasare i nostri già stracolmi tribunali e porterà … all’assunzione di meno tirocinanti da parte di quei professionisti non benestanti che però offrivano al praticante almeno l’opportunità di imparare il mestiere portandosi a casa pochi soldi. Stessi rilievi critici possono esser fatti sui limiti alla partecipazione di soci di mero capitale alle società di professionisti.
Buoni sono altri emendamenti, invece.
Ad esempio sulla possibilità di aprire self-service di carburante anche in città , sull’accelerazione dei tempi della separazione tra rete e compagnia di trasporto delle FS o dell’istituzione dell’Autorità dei trasporti o della separazione tra Eni e Snam. Commendevole anche l’abolizione dei vincoli alla vendita dei farmaci di classe C e la semplificazione delle procedure per i concorsi per le nuove sedi di farmacie.
IDV E LEGA
In genere i due partiti ripropongono gli emendamenti restrittivi, magari con qualche chiusura in più.
Da notare la proposta della Lega di immediata privatizzazione della Rai, che sarebbe un buon viatico per la liberalizzazione del settore televisivo e la separazione tra Poste e Banco Posta avanzata dall’IdV che ne permetterebbe una più spedita privatizzazione.
Ecco, questa e la “pancia” dei partiti politici in Italia.
E non è una gran consolazione constatare che, se non verrà posta la fiducia, la stragrande maggioranza del Parlamento potrebbe ritrovarsi su alcuni emendamenti che restringono la libertà economica, ma quasi mai su quelli che lasciano più spazio alle forze di mercato.
Così la pensano i politici: la speranza è che la maggioranza dell’elettorato abbia idee diverse.
Chissà .
Alessandro De Nicola
(da “la Repubblica”)
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Febbraio 15th, 2012 Riccardo Fucile
UN QUARTO DELLE 2.300 RICHIESTE DI MODIFICA SONO STATE RESPINTE IN COMMISSIONE PERCHE’ TUTTE UGUALI… DAL PDL RAFFICA DI PROPOSTE SULLA NORMA CHE ABOLISCE LE TARIFFE DEI PROFESSIONISTI
Alla commissione Industria del Senato spetta il compito di leggere, analizzare e valutare gli
emendamenti presentati dalle forze politiche al Dl sulle liberalizzazioni, le misure varate dal governo per favorire la concorrenza, volano di primaria importanza per rilanciare l’economia favorendo la qualità dei servizi, il merito, l’offerta.
Sul pacchetto, però, si è abbattuta una valanga di richieste di correzione: circa 2.300, ben 530 delle quali si sono rivelate praticamente identiche ad altre e sono state “scremate” dalla commissione che le ha ridotte prima a 1.770 e, dopo un ulteriore esame, a 1.570.
Un numero comunque esorbitante (specialmente rispetto agli auspici del premier Mario Monti che sperava in poche modifiche), tanto da indurre il presidente del Senato, Renato Schifani, a scrivere al presidente della commissione, Cesare Cursi, invitandolo “a esercitare una scrupolosa e rigorosissima valutazione dell’ammissibilità degli emendamenti sotto il profilo dell’attinenza al testo e alle finalità del provvedimento”.
Schifani spiega che intende limitare il dibattito alle “disposizioni oggetto del decreto, già in origine molto estese, ed evitare qualsiasi sconfinamento verso temi aggiuntivi ed estranei”.
Cursi, esponente del Pdl, si è impegnato affinchè nella discussione sul provvedimento non entrassero “di soppiatto” argomenti alieni ai temi delle liberalizzazioni.
In seguito all’ulteriore esame, così, altri 200 emendamenti sono stati eslcusi perchè, come ha spiegato Cursi, “estranei per materia”.
Quindi si scende ulteriormente a 1.570. Il presidente della commissione ha aggiunto che “il lavoro di ‘pulitura’ proseguirà sino a domani e che spunteranno certamente altre proposte inammissibili”.
Altri possibili tagli potrebbero arrivare dalla commissione Bilancio dall’esame sulla copertura finanziaria dele proposte.
Il grosso degli emendamenti è concentrato sulle misure che riguardano le categorie professionali a testimonianza della frenetica attività delle lobby in Parlamento.
Ben 180 proposte di modifica, ad esempio, riguardano l’articolo 9 del decreto che prevede tra l’altro l’abrogazione delle tariffe dei professionisti, il preventivo obbligatorio ed altre informazioni preliminari all’incarico, tutte misure contestatissime soprattutto dagli avvocati.
Molti degli emendamenti depositati sono abrogativi di alcuni commi dell’articolo, altri dell’articolo intero.
A presentarli sono stati soprattutto parlamentari del Pdl, ma non mancano richieste di modifica presentate da altri gruppi parlamentari: Lega Nord, Terzo Polo, Pd e gruppo misto.
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 13th, 2012 Riccardo Fucile
IN COMMISSIONE INDUSTRIA SONO BEN 2.299 GLI EMENDAMENTI PRESENTATI DA PD E PDL… FUOCO DI SBARRAMENETO CONTRO L’ABOLIZIONE DELLE TARIFFE DEGLI ORDINI E L’OBBLIGO DI PREVENTIVO
Sono 2.299 gli emendamenti al decreto liberalizzazioni presentati in Commissione Industria del Senato, prima tappa della discussione sul disegno di legge voluto dal governo Monti per favorire lo sviluppo economico.
Molti sono diretti a cancellare o comunque disinnescare la riforma delle professioni, ma le richieste di modifica sono a tutto campo.
Il Pd rimette sul tavolo l’asta delle frequenze tv. I testi sono raccolti in sette volumi, ma parecchie proposte di modifica dovrebbero essere accorpate, in particolare i cosiddetti “emendamenti-fotocopia” dal contenuto identico, a volte presentati addirittura dal medesimo senatore.
Nei giorni scorsi il governo ha fatto capire di essere pronto a porre la fiducia se i provvedimenti di liberalizzazione delle professioni e dei servizi fossero stati stravolti dalla discussione in aula. Gli emendamenti presentati in Commissione arrivano in gran parte dalle forze che sostengono il governo.
L’opposizione ne avrebbe depositati meno di 300: circa 150 la Lega e 140 l’Idv. Dal Pdl ne arrivano 700, dal Pd 650, il resto da altri gruppi che sostengono l’esecutivo.
Una pioggia di emendamenti colpisce in particolare l’articolo 9 del disegno di legge, quello che riguarda le professioni regolamentate dagli albi.
Le proposte di modifica sono circa 200. Tra queste se ne segnalano sei tra Pdl, Lega e Coesione nazionale, che chiedono l’abrogazione totale dell’articolo.
Una decina di emendamenti dicono no all’abolizione delle tariffe.
Molte le proposte, soprattutto del Pdl, contrarie all’obbligo di preventivo.
Com’è sempre accaduto in occasione di tentativi di riforma, la lobby dei professionisti si fa sentire in Parlamento.
Oltre alla questione delle tariffe, emerge anche una richiesta di intervenire sulle norme relative ai tirocini con uno più stringente coinvolgimento dei Consigli nazionali degli ordini.
Torna alla ribalta la questione dell’asta frequenze tv: tra gli emendamenti figurano due proposte di correzione del Pd (firmate da Perduca, Poretti e Vita) che chiedono “una procedura di assegnazione su base onerosa” di una parte delle frequenze per le quali è invece previsto il meccanismo del ‘beauty contest’.
Negli emendamenti in questione si chiede anche di assegnare una quota delle frequenze “a condizioni agevolate” a imprese a gestione prevalentemente femminile o gestite da soggetti con meno di 35 anni di età .
Decisamente trasversale la richiesta di un limite alle commissioni bancarie, non superiore all’1,5 per cento, a carico degli esercenti nel caso di utilizzo di pagamenti elettronici, contenuta in emendamenti presentati dai senatori del Pd, del Pdl e del terzo Polo.
Ma le richieste di modifica abbracciano ogni settore: la proposta per favorire la diffusione dei mercatini dell’usato (Pdl), i cartelloni davanti ai supermercati con i prezzi medi dei prodotti ortofrutticoli, della carne e del pesce “da aggiornarsi settimanalmente” (Lega).
Sempre in materia di supermercati, tra le proposte di correzione depositate alla Commissione Industria del Senato, ci sono un paio di emendamenti (Pdl) che si occupano dei punti che vengono dati ai clienti con la spesa.
(da “la Repubblica“)
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Febbraio 13th, 2012 Riccardo Fucile
IMPRESE INSOLVENTI IN CRESCITA DEL 36%, NEGLI ULTIMI TRE MESI I PRESTITI DELLE BANCHE ALLE IMPRESE SONO CALATI DELL’1,5%… PER IL SISTEMA PRODUTTIVO UN COSTO AGGIUNTIVO DI 3,7 MILIARDI
Negli ultimi 3 mesi del 2011 i prestiti erogati dal sistema bancario alle imprese sono diminuiti del -1,5%
e a dicembre del 2,2%.
Lo evidenzia la Cgia di Mestre, affermando che “ci troviamo di fronte ad una vera e propria stretta creditizia”.
Le insolvenze in capo alle aziende nel 2011 hanno superato gli 80 miliardi (+36% rispetto al 2010).
Secondo la Cgia questi dati confermano che “le banche hanno chiuso i rubinetti del credito ed in una fase recessiva, come quella che stiamo vivendo in questo momento, corriamo il rischio che il nostro sistema produttivo, costituito prevalentemente da piccole e piccolissime imprese, collassi”.
Nel 2011 l’ammontare complessivo dei prestiti erogati alle imprese ha superato i 995 miliardi di euro, con una crescita del 4%, che però – nota la Cgia – resta inferiore alla progressione dell’inflazione, aumentata del 3,3%.
“Oltre alla stretta creditizia – rileva il segretario Cgia, Giuseppe Bortolussi – nel 2011 le imprese hanno dovuto subire anche un forte aumento dei tassi di interesse che si è tramutato in un costo aggiuntivo per l’intero sistema produttivo pari a 3,7 miliardi di euro”.
Tuttavia, prosegue la Cgia, va ricordato che le ragioni di questa contrazione dei finanziamenti sono in parte riconducibili anche all’aumento delle sofferenze bancarie registrato dalle aziende. “Nel 2011 – conclude Bortolussi – le insolvenze in capo alle imprese italiane hanno toccato gli 80,6 miliardi di euro, con un incremento rispetto l’anno precedente del +36%. Questa situazione ha sicuramente indotto molti istituti di credito a ridurre i prestiti soprattutto a quelle realtà produttive che non erano più in grado di dimostrare una certa affidabilità “.
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Febbraio 13th, 2012 Riccardo Fucile
FAMIGLIE GRECHE RIDOTTE ALLO STREMO, IN BILICO LE MISURE SULLE PENSIONI… DISMISSIONI DEL PATRIMONIO STATALE PER 4,5 MILIARDI
Privatizzare, tagliare pensioni e salari, licenziare i dipendenti pubblici, rifinanziare le banche, chiudere i rubinetti della sanità , della difesa, degli enti locali e della politica per salvare la Grecia dal fallimento.
Quello che il governo ha approvato è un piano di tagli alla spesa pubblica e di future dismissioni del patrimonio statale da 4,5 miliardi, che comporta gravi sacrifici per tutta la popolazione. Tuttavia, questa drastica manovra consentirà al Paese di andare avanti e di ricevere la liquidità con cui rimborsare a marzo quei 14,5 miliardi di obbligazioni governative che sono in scadenza. Senza il pacchetto di aiuti da 130 miliardi, patteggiato in cambio del piano di austerity, la Grecia sarebbe infatti andata in default e di conseguenza sarebbe uscita dall’euro.
Se, quindi, ancora per il 2012, i conti della Grecia saranno in rosso, dopo questa drastica cura fatta di tagli e privatizzazioni, il governo di Atene dovrebbe registrare un surplus di 3,6 miliardi già a partire dal prossimo anno.
Salario minimo.
Una radicale riforma del mercato del lavoro, con una profonda deregulation e una diminuzione di oltre il 20% del salario minimo garantito.
Questo in sintesi l’impegno che è stato preso per riuscire a spuntare un piano di aiuti dall’Europa che permetta alla Grecia di evitare il default e di non uscire dall’euro.
Si tratta della misura che più ha irritato i greci, anche perchè con la nuova legge sarà molto più facile portare avanti maxi piani di licenziamento. Tra tagli ai salari e ai posti di lavoro, Atene conta di risparmiare circa 3,3 miliardi di euro solo quest’anno. Poi il governo dovrà anche intervenire sulle pensioni, con delle misure ad hoc.
Tagli e riforme.
Tra le molte voci di spesa che sono state ridotte, è previsto un risparmio da 1,1 miliardi del ticket relativo ai prodotti farmaceutici, minori spese per la sanità , l’abolizione delle regole restrittive sulle guide turistiche, l’apertura del mercato energetico agli investimenti stranieri.
Non solo: tagli alla difesa per 300 milioni di euro, diminuzione delle spese elettorali di 270 milioni, riduzione degli investimenti pubblici per 400 milioni.
Alla fine di tutto questo, il governo si è inoltre impegnato a racimolare 300 milioni supplementari di tagli, che devono ancora essere identificati e concordati insieme con la Ue, la Bce e l’Fmi.
Privatizzazioni.
Verranno messi in vendita i gioielli appartenenti allo Stato, come le quote pubbliche delle società petrolifere e del gas, quelle dell’acqua e delle lotterie.
Entro la fine dell’anno Atene dovrebbe raccogliere 4,5 miliardi da operazioni di cessione, vale a dire 3 miliardi in più rispetto agli 1,5 miliardi che è riuscita a racimolare fino ora.
Entro la fine del 2015, l’obiettivo è ancora più ambizioso e punta di incassare grazie alle privatizzazioni ben 15 miliardi di euro. Secondo la bozza del documento iniziale, l’obiettivo di medio-lungo termine era invece raccogliere dalle privatizzazioni 50 miliardi di euro.
Statali.
Dopo aver chiesto ai privati cittadini pesanti sacrifici, anche i dipendenti pubblici dovranno pagare il loro dazio.
Sono previsti infatti 15mila licenziamenti nel settore pubblico, ovvero il 10% dei tagli al personale della pubblica amministrazione da realizzare entro il 2015, e che rientrano nei piani di risparmi nella sanità , negli enti locali, nella difesa e nei costi della politica in generale.
Per il 2012 il governo stima di risparmiare 3,3 miliardi di euro solo grazie ai nuovi licenziamenti e al taglio dei salari.
L’effetto combinato di questi fattori, insieme alla riforma del mercato del lavoro e al piano di austerity, riporterà i conti dello stato in surplus già nel 2013 .
Banche.
Grazie agli aiuti pubblici, le banche greche e i risparmi dei loro clienti sono salve.
Gli istituti ellenici che devono far fronte a 17 miliardi di euro di perdite, legate alla svalutazione del debito sovrano, dovranno raggiungere un indice del patrimonio di base (core Tier 1) del 9% entro settembre.
Ma l’obiettivo degli istituiti ellenici di medio termine è quello di arrivare a un Core Tier 1 del 10% entro la fine di giugno del prossimo anno. Inoltre le banche che si trovassero ad avere ancora bisogno di capitale potranno chiedere un aiuto allo Stato per ottenere nuovi finanziamenti, in cambio dovranno emettere titoli pubblici greci o bond convertibili.
Prestiti.
In cambio di questa nuova ondata di privatizzazioni, tagli alla spesa pubblica, la Grecia potrà prendere in prestito fino ad un massimo di 35 miliardi dal fondo temporaneo salva Stati (Efsf). Con questa liquidità il governo di Atene potrebbe finanziare il riacquisto dei bond sovrani offerti nell’Eurozona, con obbligazioni emesse dall’Efsf. I prestiti greci sono infatti spazzatura, e senza gli aiuti Ue non avrebbero più valore.
Solo a marzo andranno a scadenza 14,5 miliardi bond greci, che dovranno essere rimborsati.
A fronte delle manovre concordate con l’Ue, la Bce e l’Fmi, la Grecia riceverà un piano di aiuti complessivo da ben 130 miliardi di euro.
Sara Bennewitz
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 11th, 2012 Riccardo Fucile
LA MACCHINA PUBBLICA, LA FINANZA E GLI ACCCERTAMENTI: IL SETTORE SANITARIO RIMANE IN TESTA ALLA CLASSIFICA DI SPRECHI E RUBERIE
In tre anni hanno provocato un «buco» nel bilancio dello Stato pari a 6 miliardi e 250 milioni di euro, quasi un terzo della manovra da 20 miliardi già varata dal governo di Mario Monti per il 2012.
Sono i dipendenti pubblici accusati di danno erariale, dopo essere finiti sotto inchiesta per reati che vanno dalla corruzione alla truffa, dall’omissione in atti d’ufficio all’abuso.
Ma anche per semplici «negligenze» nello svolgimento delle proprie mansioni. Funzionari e impiegati che sfruttano il lavoro dei propri colleghi e nella maggior parte dei casi riescono ad arricchirsi.
Complessivamente, 14.327 persone che tra il 2009 e il 2011 sono state «segnalate» dalla Guardia di Finanza alla Corte dei Conti e per molte di loro è scattata anche la denuncia penale.
Si tratta di una minoranza, ma capace di mandare in crisi il bilancio.
Soltanto nell’ultimo anno sono state 883 le «ispezioni» effettuate dai finanzieri, 4.148 le «segnalazioni» per una «perdita» quantificata in un miliardo e 841 milioni di euro.
Il settore della spesa sanitaria rimane in cima alla lista degli sprechi e delle ruberie, ma molti altri sono i campi dove la «cattiva gestione» si mescola all’illecito.
Uno è certamente quello delle case popolari, amministrate spesso con l’obiettivo di favorire parenti, amici e potenti.
E poi c’è il mercato delle consulenze, con amministrazioni locali che addirittura sostituiscono i dipendenti con «esperti» ingaggiati all’esterno e pagati con parcelle da capogiro.
E proprio sull’attività di controllo nel settore della spesa pubblica che – al pari dell’evasione fiscale – si concentrerà l’attenzione investigativa della Finanza anche nel 2012 come ha ribadito nella sua direttiva il comandante generale Nino Di Paolo, proprio alla luce dei risultati ottenuti.
A Catania il direttore dell’Ente Case Popolari aveva assegnato un negozio a suo figlio – che non ne aveva diritto – e non si è preoccupato di allegare neanche la richiesta, tantomeno di riscuotere il canone.
Del resto sono moltissimi gli alloggi che aveva concesso a parenti e amici e alla fine ha provocato un danno di 42 milioni di euro.
Grave è anche il «buco» causato da 21 tra amministratori comunali e responsabili di un altro Istituto case popolari che hanno consentito a numerosi inquilini di prendere possesso degli immobili, ma non hanno mai stipulato con loro un contratto di locazione e alla fine non hanno potuto pretendere neanche un euro.
C’è anche il caso di un ente con 83 milioni di affitti non riscossi e lì per cercare, inutilmente, di recuperarli è stata autorizzata una consulenza legale che ha provocato un ulteriore esborso di tre milioni di euro.
Altri problemi sono stati riscontrati dai finanzieri al momento di censire gli appartamenti lasciati vuoti. In un caso si è scoperto che c’erano 50 alloggi popolari pronti da anni e mai utilizzati: il mancato introito verificato è stato di due milioni di euro, da sommare alle spese di ristrutturazione per renderli nuovamente abitabili dopo anni di abbandono.
Numerose indagini sono state avviate pure sulla «cartolarizzazione» degli stabili perchè al momento della cessione è stato determinato un prezzo molto inferiore al valore di mercato. Fatti i conti, l’ammanco complessivo per il 2010 e il 2011 è stato di 170 milioni di euro con 70 persone denunciate alla Corte dei Conti e 34 alla magistratura ordinaria.
I casi più frequenti di «danno» sono quelli dei medici che lavorano per il Servizio sanitario nazionale e senza autorizzazione svolgono anche attività privata.
Negli ultimi due anni, denunciano i finanzieri, «le verifiche per le prestazioni mediche “intramoenia” hanno consentito di scoprire un danno pari a 172 milioni di euro e di deferire ai giudici contabili 190 dipendenti, mentre nei confronti di 71 è scattata anche la denuncia penale». Il record di quest’anno spetta a un primario che ha svolto oltre 3.500 visite presso il proprio studio privato senza naturalmente dichiarare i relativi ricavi.
Alcuni suoi colleghi di una Asl che percepivano le indennità di esclusiva, uscivano per andare a visitare i pazienti, ma per giustificare le assenze presentavano falsi contratti per attestare che andavano a insegnare.
Il «sistema» è stato sfruttato in maniera costante in Calabria: i finanzieri hanno denunciato alla Corte dei Conti 115 medici e 25 impiegati della Asp di Catanzaro contestando loro un danno complessivo di 12 milioni di euro. Il meccanismo di illecito riguarda la «Alpi», vale a dire l’attività libero professionale intramuraria.
Chi l’accetta può svolgere lavori esterni soltanto in casi particolari e con il «visto» del dirigente. E invece si è scoperto che nessuno effettuava i controlli e questo ha consentito al personale ora finito sotto inchiesta di lavorare fuori e di svolgere l’attività privata addirittura all’interno di una clinica che non aveva le autorizzazioni per alcune prestazioni che invece venivano effettuate. Altrettanto grave è il caso di tre medici che dichiaravano sul foglio presenza di essere al lavoro, mentre facevano visite nei propri studi privati dall’altra parte della città o addirittura in un’altra provincia.
La «segnalazione» delle Fiamme Gialle ai giudici contabili riguarda incassi «in nero» per 200 mila euro, ma è stata presentata anche una denuncia penale per truffa.
Stesso reato è stato contestato ad alcuni specialisti che utilizzavano Tac e risonanze magnetiche delle strutture pubbliche per i propri pazienti privati.
Truffa, falso e concussione sono gli illeciti addebitati ad alcuni dottori che lavoravano in una struttura ispettiva sull’igiene e la sicurezza negli ambienti di lavoro e avevano accettato consulenze da quelle stesse aziende che dovevano tenere sotto controllo.
Onorario concordato: mezzo milione di euro, oltre a docenze e corsi di formazioni pagati a parte.
Al momento appare inspiegabile il comportamento del direttore sanitario di un ospedale che, come viene sottolineato nella relazione della Guardia di Finanza «ha autorizzato personale sanitario dipendente all’esercizio dell’attività libero professionale intramuraria ambulatoriale presso strutture private non accreditate, pur avendo a disposizione spazi realizzati ad hoc utilizzando un finanziamento pubblico di quasi 700 mila euro».
Il caso più eclatante è certamente quello di un Comune che – nonostante potesse contare su un ufficio legale interno – aveva affidato incarichi esterni per un’attività che, come hanno riscontrato le Fiamme Gialle, era «seriale, superflua e svolta soltanto formalmente».
Questo non ha comunque impedito un esborso di ben 21 milioni di euro.
Nel dossier si evidenzia come quello dei lavori affidati a personale non dipendente sia ormai un vero e proprio «sistema» che consente agli alti funzionari di gratificare amici e parenti con un danno per il bilancio da centinaia di milioni di euro e soprattutto a discapito di quegli «esperti» interni che potrebbero svolgere perfettamente le stesse mansioni.
Fiorenza Sarzanini –
(da “Il Corriere della Sera”)
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Febbraio 10th, 2012 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE USA CHIEDE A PALAZZO CHIGI DI AIUTARLO A DECIFRARE LE MOSSE DELLA MERKEL….”IL LAVORO CHE STATE FACENDO AIUTERA’ ANCHE LA RIPRESA AMERICANA”
“Mario, il lavoro che stai facendo in Italia è eccezionale. Mi è piaciuta la tua partenza a razzo. Hai tutto il mio sostegno”, dice il presidente degli Stati Uniti a Barack Obama.
“Dalla partita che si gioca a Roma dipende il destino di tutta l’eurozona, e quindi anche la ripresa americana. Per due volte la crescita è ripartita qui negli Stati Uniti, all’inizio del 2010 e all’inizio del 2011, per poi frenare sotto gli shock della crisi europea. Stavolta ho più fiducia”.
Barack Obama incontra per la prima volta Mario Monti, lo riceve nella cornice più solenne della Casa Bianca in una giornata difficile, con il caso greco che torna a fare paura.
Il presidente americano mette subito il premier italiano a suo agio, lo elogia per “l’alto livello di fiducia del tuo governo”, sia nell’opinione pubblica che nelle cancellerie internazionali e sui mercati. Obama vuole “scoprire” a fondo un partner che gli è indispensabile, lo interroga sul “contratto per la crescita” che Monti propone per l’Europa.
“Com’è possibile – gli chiede il presidente americano – generare crescita sotto la pressione di politiche di bilancio così restrittive?”.
È contento, e lo dice, che si sia ricostituito dopo una pausa lunghissima un triangolo tra Berlino Parigi e Roma.
Sollecita Monti a “dare un contributo forte al prossimo G8, che ospiterò a maggio nella mia Chicago”. Gli confida che ha bisogno del suo aiuto per convincere la Germania a fare di più, a sostegno della ripresa.
C’è solo un accenno alle “circostanze eccezionali” in cui Monti è arrivato a Palazzo Chigi; è nello stile di Obama, un’allusione delicata all’uscita di scena di Silvio Berlusconi con cui l’Amministrazione democratica ebbe un rapporto a dir poco diffidente.
Con Monti il cambiamento di tono è immediato. Finalmente il dialogo è tra simili.
Molto simili davvero: dopo pochi minuti Obama sente di aver di fronte un uomo che ha il suo stesso approccio, la cortesia e la sobrietà dei modi insieme con la passione per l’analisi, l’approfondimento.
Due professori: proprio così.
Quante volte in America – soprattutto dalla destra populista – questo presidente cresciuto a Harvard è stato accusato di essere “èlitario, professorale, troppo intellettuale, didattico”.
Ora si trova di fronte un professore di mestiere, specializzatosi nell’altra super-università americana, Yale.
Uno è giurista per formazione, l’altro economista. Ma Obama subisce una vera attrazione anche per l’analisi economica, affinata dopo anni di discussioni con personaggi della statura di Warren Buffett, Paul Volcker, Larry Summers.
Perciò si sente a suo agio davanti a colui che la stampa americana battezzò “SuperMario” (ai tempi in cui era commissario europeo) e che ora entra alla Casa Bianca col biglietto da visita della copertina di Time: “L’uomo che può salvare l’Europa?”.
Obama ha capito anche un’altra cosa, preparando questo summit con il segretario al Tesoro Tim Geithner e il banchiere centrale Ben Bernanke: questo SuperMario che ha davanti a Washington legittima l’azione di un altro SuperMario, il presidente della Bce Draghi, la cui azione di “pompaggio di liquidità ” ha tamponato la sfiducia dei mercati.
Monti diventa decisivo nella strategia europea di Obama.
Il leader americano si strappa da altri impegni più importanti sulla scena domestica, in una giornata densissima: ha appena annunciato una storico “patteggiamento” delle banche colpevoli per i mutui subprime, 26 miliardi di indennizzi che andranno alle famiglie indebitate.
Una notizia tale da sconvolgere l’agenda della giornata, ma Obama non rinuncia a un solo minuto del suo colloquio con Monti. Comincia a chiamarlo Mario: in inglese dove non esiste differenza fra il tu e il lei, è il segnale di passaggio a un tono diretto, confidenziale.
Obama sottopone Monti a un interrogatorio serrato, vuole conoscere nel dettaglio “le misure che stai varando per ricostruire la fiducia dei mercati e rilanciare la crescita attraverso riforme strutturali”.
Gli preme tanto più di fronte alla nuova emergenza in Grecia, che Monti continui a sostenere “il rafforzamento del fondo salva-Stati, la muraglia di fuoco a difesa dell’euro”.
Il presidente Usa vuole essere rassicurato che l’Italia si salverà da sola e quindi non sarà necessario un intervento del Fondo monetario internazionale in aiuto a Roma: questione scabrosa, perchè la destra repubblicana denuncerebbe qualsiasi salvataggio che costi un solo dollaro al contribuente americano (gli Usa sono il primo azionista del Fmi).
Soprattutto sta a cuore a Obama “sviluppare tra noi delle sinergie per promuovere la crescita”. È questa la parte più impegnativa del colloquio: “Le tue riforme strutturali – chiede Obama – possono generare una ripresa? Andrà in questa direzione l’intera eurozona?”.
Al premier italiano, lui ricorda che “anche il Fmi, ormai perfino le agenzie di rating, dicono che senza crescita diventa impossibile ridurre durevolmente il deficit e il debito degli Stati”.
Obama si aspetta che Monti lo aiuti a “decifrare” quell’enigma che per lui resta Angela Merkel. Ascolta con attenzione – e inquietudine – quando il premier italiano fuga ogni illusione sulla possibilità di “convertire la Germania a politiche keynesiane di rilancio basate su iniezioni di spesa pubblica”.
Il presidente americano forse si lascia convincere solo a metà , dall’argomentazione di Monti secondo cui “bisogna convincere la Merkel a essere più coerente con il modello tedesco, cioè a sviluppare fino in fondo l’economia sociale di mercato, aprendo di più alle liberalizzazioni”.
Era ben diversa, in partenza, la “dottrina Obama” lanciata al G20 di Pittsburgh nel settembre 2009: i paesi con forti surplus commerciali e risparmio abbondante come Germania e Cina dovevano rilanciare la spesa di consumo e diventare locomotive.
Ma Obama capisce che il “germanico Monti” può aiutarlo a individuare qualche apertura nella corazza tedesca, proprio quello che non è mai riuscito a fare Nicolas Sarkozy.
Da questo momento il ghiaccio è rotto davvero. Ci si può parlare al telefono tra Washington e Roma.
Succederà spesso d’ora in avanti. Monti è stato cooptato in un nuovo incarico informale, sarà un partner sempre più ascoltato, una sorta di “consigliere esterno del presidente” per impostare il G8 di Chicago a maggio, il vertice più importante per l’economia globale prima dell’elezione presidenziale di novembre.
Federico Rampini
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 8th, 2012 Riccardo Fucile
IL QUADRO DEGLI STOCCAGGI VEDE UN UTILIZZO ARRIVATO AL 60% DEL TOTALE, CON UNA RIMANENZA DI 4 MILIARDI MI MC, CUI SI AGGIUNGONO 5 MILIARDI DI MC DI STRATEGICO
L’Europa è nella morsa del gelo e la Russia non riesce a far fronte alla domanda crescente di gas per il riscaldamento.
Per questo l’Italia stacca la spina alle aziende che hanno contratti di gas di tipo interrompibile.
Loro pagano una bolletta ridotta, ma sono consapevoli che possa accadere di ricevere meno gas del necessario. Nessuna riduzione per i condomini, assicura Corrado Passera.
Torniamo per un attimo in Russia, sabato 4 febbraio.
In tutto il Paese, malgrado il gelo si svolgono manifestazioni di piazza. A Mosca, con meno 20°C, ci sono 40mila contro e 140 mila pro-Putin.
“Non abbiamo paura del freddo”, scandiscono i manifestanti. Sono sicuri che quando torneranno nelle loro case dentro ci saranno 23 gradi.
Ovviamente sopra lo zero.
La Tv fa vedere tutte e due le manifestazioni. E anche la riunione del premier Vladimir Putin con il suo vice per l’energia — il potente Igor Sechin — e i vertici di Gazprom. Manca il capo, Alexey Miller (probabilmente ammalato), ma sono presenti i suoi due vice, Alexander Medvedev e Andrey Kruglov.
Sul tavolo, emergenza freddo e forniture di gas a russi e clienti esteri.
“Per il momento Gazprom non può fornire i volumi supplementari che i nostri partner dell’Europa occidentale ci chiedono”, ha dichiarato Kruglov. “Nei giorni scorsi si è verificato un calo del 10% delle forniture, ma i volumi forniti sono ora ritornati ai livelli normali”.
A Gazprom lo stesso primo ministro Vladimir Putin ha chiesto di “fare tutti gli sforzi per soddisfare le necessità dei nostri partner stranieri”, pur ricordando che “l’obiettivo principale della compagnia deve essere di rispondere ai bisogni interni della Russia”.
Una mossa naturale, e non solo pre-elettorale, visto che ci sono zone della Russia dove le temperature sono scese a -50.
Alla domanda di Putin — perchè l’Europa non compra il gas mancante sul mercato spot — Alexander Medvedev ha ribadito che il “mercato spot è piuttosto virtuale, esiste solo quando non serve tanto gas, e quando serve non riesce a soddisfare le esigenze”.
Ciò permette a Putin di attaccare l’Europa (“sarebbe da ricordare adesso chi rallentava la costruzione di Nord Stream”), e confermare la necessità di nuovi gasdotti, come la seconda linea di Nord Stream e di South Stream.
Nonostante le rassicurazioni di Putin, le agenzie di stampa di mezza Europa sono andate in tilt. I Tg europei e italiani aprono con i titoli “Putin riduce le forniture gas all’Europa”. E a rincarare la dose ci si è messo anche Paolo Scaroni. “Siamo in emergenza e abbiamo reagito all’emergenza aumentando le importazioni di gas dall’Algeria e dal nord Europa attraverso la Svizzera. Quindi non abbiamo problemi fino a mercoledì”, ha dichiarato l’amministratore delegato di Eni. “Ma da giovedì ci attendiamo un’altra ondata di freddo, e non sappiamo come si comporterà Gazprom”.
Ma siamo veramente in emergenza? Dai numeri, non sembrerebbe.
Al momento il quadro degli stoccaggi vede un utilizzo arrivato al 60% circa del totale del working gas, con una rimanenza di circa 4 miliardi di metri cubi cui si aggiungono i 5 miliardi di metri cubi di strategico.
Nei tempi peggiori della guerra del gas russo-ucraina, siamo arrivati a prosciugare gli stoccaggi (non strategici).
Se facciamo il calcolo della mancanza di rifornimenti, glissata anche dalla commissione europea, arriviamo a piena primavera.
Anche Antonio Urbano, amministratore delegato di Puraction, concorda: “Capita periodicamente che quando fa freddo ci siano problemi temporanei di rifornimento di gas. Questo si supera normalmente sfruttando le flessibilità dei tubi dall’Algeria e dalla Libia e ricorrendo a gas in stoccaggio (in questo periodo più disponibile del solito grazie all’inverno fin qui caldo).
Quando serve si sfruttano i contratti interrompibili di consumatori industriali, che già ricevono un compenso per aver fornito questa loro disponibilità a fare da cuscinetto.
Pur tuttavia ogni volta che ci sono questi problemi si mettono le mani avanti per richiamare l’interesse politico e dell’opinione pubblica sulla necessità di nuove infrastrutture di trasporto o sulla importanza e strategicità delle strutture esistenti.”
Ma sembra che con il freddo anche i rigassificatori non funzionino bene.
Ad esempio, quello di Rovigo va solo al 20%.
L’unica soluzione reale è avere più stoccaggi, e pomparli con il gas a buon prezzo d’estate, per usarle nelle emergenze invernali.
Facile dire che il freddo conviene a Putin.
In questo modo Gazprom vende più gas all’Europa e si arricchisce di più. Non esattamente.
Gazprom vorrebbe vendere più gas all’Europa, sarebbe il suo sogno prima di portare il gas in Cina, ma con contratti stabili, definiti, senza emergenza, quello che fa di solito.
E Paolo Scaroni immagina come si comporterà Gazprom giovedì.
Solo che ci sono in corso negoziazioni di contratti con il monopolista russo (e non solo di Eni, ma anche di altri operatori europei), e un po’ di rumore intorno non guasta.
Da ricordare, nella prima guerra di gas, nel 2006, quando i rubinetti del gasdotto russo-ucraino sono stati semplicemente chiusi, che anche alcune aziende italiane avevano guadagnato vendendo l’elettricità prodotta dal gas (mancante) e rivendendola a prezzi alti ai paesi vicini.
Mauro Meggiolaro ed Evgeny Utkin
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 8th, 2012 Riccardo Fucile
L’ITALIA E LA DIPENDENZA STORICA: VIENE IMPORTATA IL 90% DELL’ENERGIA…. PETROLIO E GAS COPRONO QUASI L’80% DEL FABBISOGNO NAZIONALE
Il gas mancherà o non mancherà ? 
L’inverno del 2012 passerà alla storia come un anno critico per le sorti energetiche del Paese.
Ma per avere una ragionevole certezza del «lieto fine» bisognerà che una regola non scritta sia rispettata: quella secondo la quale è altamente auspicabile che non vada fuori uso più di una linea di rifornimento alla volta.
Gli esperti, nel loro gergo, parlano di «enne meno uno», e con il gasdotto della Russia che perde colpi e il rigassificatore dell’Alto Adriatico bloccato dal maltempo (onde fino a 5 metri che impediscono l’attracco delle navi metaniere) ci siamo sostanzialmente arrivati.
Per un Paese come l’Italia, che per la sua energia dipende al 90% dall’estero e che copre il 40% dei suoi bisogni civili e industriali con il gas naturale (un altro 40% è petrolio, cosa che di certo non rassicura), una prescrizione come questa diventa fondamentale.
Un’occhiata alla mappa dei gasdotti e alle rotte marittime interessate permette di comprendere la situazione più di mille parole.
Le arterie principali che nutrono la fame di energia dell’ottava economia del mondo arrivano da Algeria e Russia.
L’interruzione totale di una sola delle due metterebbe in ginocchio il sistema di approvvigionamento.
Su base giornaliera, se ci riferiamo allo scorso 2 febbraio, verrebbero a mancare 80-90 milioni di metri cubi su 420. Finora non ci si è mai arrivati, ma negli anni scorsi ci si è andati vicini.
Ad esempio nell’inverno 2005-06 e nel 2008 con le «guerre del gas» Russia-Ucraina. Mentre pochi ricordano che nel dicembre 2008 l’ancora di una nave strappò una delle 5 condotte del tubo dall’Algeria nello stretto di Messina, bloccando per settimane il flusso di gas.
Ma andiamo avanti: subito dopo i due gasdotti principali arrivano quello dal Nord Europa e il libico Greenstream, pari rispettivamente a 35-40 e 16-18 milioni di metri cubi al giorno.
Quello libico, è storia recente, ha ricominciato a trasportare metano solo da pochi mesi, e a prezzo di enormi sforzi degli uomini dell’Eni.
Ma è rimasto fermo per mesi dopo la rivoluzione anti-Gheddafi della primavera 2011. E l’inverno precedente, tanto per rimettere in fila tutti gli eventi «sfortunati», una frana nel Canton Berna aveva bloccato per mesi il tubo proveniente dal Nord Europa.
Tutti fatti imprevedibili, è vero.
Per di più – in un momento di bassi consumi generalizzati come negli ultimi anni – accolti persino con favore da clienti che hanno potuto invocare una «causa di forza maggiore» per non pagare forniture altrimenti inutilizzabili.
Ma la casistica delle disavventure, mai avvenute in contemporanea tanto da indurre a qualche scongiuro, serve a mettere in evidenza la fragilità di un sistema che probabilmente non si è mai diversificato abbastanza.
E che con questa sua rigidità di fondo ha anche mancato di cogliere delle «occasioni» favorevoli: con qualche rigassificatore in più (un investimento che forse i consumatori accetterebbero di sostenere in bolletta) si sarebbe potuto pagare il gas ai prezzi più favorevoli del mercato «spot», risparmiando fino al 20%.
Ora invece, oltre che sulla buona sorte, bisognerà fare conto soprattutto sulle riserve immagazzinate negli «stoccaggi» (i vecchi giacimenti esauriti da tempo che si trovano soprattutto nella Pianura Padana) e nelle contromisure d’emergenza prese dal Comitato per la Sicurezza.
Gli stoccaggi, però, funzionano con il «principio del palloncino».
Quando sono pieni e in pressione, all’inizio dell’inverno, possono arrivare a fornire fino a 260-270 milioni di metri cubi al giorno, ma alla fine della stagione, quando sono un po’ più «spompati», si scende a 150 milioni.
Nel 2006, l’anno difficile della crisi ucraina, erano pari a 12,9 miliardi di metri cubi. Ora, dopo 6 anni, siamo saliti a 14,7 miliardi, compresi 5,1 miliardi di «riserve strategiche», quelle che la leader di Confindustria Emma Marcegaglia vorrebbe utilizzare subito.
Un incremento non proprio spettacolare, verrebbe da dire, nella speranza che non ci sia da pentirsene.
Sempre nel 2006 si applicarono le medesime contromosse decise ieri, e il distacco degli «interrompibili» durò quasi un mese, dal 23 gennaio al 22 febbraio.
Fu autorizzata l’entrata in funzione delle più inquinanti centrali a olio combustibile per risparmiare il prezioso gas. Un terzo delle riserve strategiche fu intaccato.
Nulla, tuttavia, è a costo zero.
Allora, per le tasche degli italiani, l’emergenza si tradusse in una ulteriore tassa di 400 milioni di euro.
L’Autorità presieduta da Alessandro Ortis dovette riconoscere 66 milioni di euro all’Enel come reintegrazione per i maggiori oneri sostenuti con l’uso delle centrali a olio. Ci fu il tempo persino per qualche battuta salace in vista delle elezioni: «Il gas non è mancato grazie alla mia amicizia con Putin», disse Berlusconi.
«Mi chiedo di quale gas Berlusconi abbia parlato con Putin», rispose il Ds Massimo D’Alema.
Stefano Agnoli
(da “Il Corriere della Sera”)
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