Febbraio 8th, 2012 Riccardo Fucile
L’INIZIATIVA DI UN GRUPPO DI GENITORI PER PROTESTARE CONTRO I TAGLI ASSISTENZIALI E L’IPOTESI DI NUOVI TICKET
Sta succedendo. Giorno dopo giorno.
Crescono l’ansia, la rabbia, la preoccupazione, l’incertezza.
La disabilità non è solo una situazione umana che tocca chi la vive sulla propria pelle. Molto spesso la disabilità si trasferisce su altre persone. Per primi i genitori. La mamma. il papà . E poi i fratelli, le sorelle. E’ inevitabile.
E’ così che succede da sempre, soprattutto quando la persona con disabilità non è in grado di rappresentarsi da sola, di parlare, di comunicare nel modo ordinario che noi tutti attribuiamo a questo termine.
E allora succede che l’handicap si trasferisce sui familiari. Avviene da un punto di vista legale, il che è assolutamente logico.
Ma accade anche dal punto di vista della comunicazione emotiva. Specialmente in tempi difficili come questi.
Quando cioè, per effetto della crisi del welfare, cadono le certezze, aumentano le insicurezze rispetto ai diritti conquistati in anni di leggi e di leggine, di certificati e di diagnosi, di percentuali e di servizi messi in fila uno dopo l’altro per ridare un senso dignitoso alla vita.
Leggo in questi giorni di una iniziativa molto forte e dolorosa, messa in atto da un gruppo di genitori su iniziativa di una mamma torinese, molto determinata e tenace, Marina Cometto (fondatrice dell’associazione Claudia Bottigelli, il nome della figlia, colpita da sindrome di Rett).
Hanno deciso di restituire la tessera elettorale al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, accompagnando il gesto con una lettera dai toni forti e amari, diffusa in questi giorni grazie al tam tam dei social network, in particolare facebook.
Eccone un passaggio: “La goccia che però ha fatto traboccare il vaso è stata l’ultima notizia che ho letto riguardo ai ticket che si vogliono imporre anche sulle forniture di pannoloni, ossigeno, alimenti per celiaci, ausili per diabetici , lancette, strisce e macchinette perla rilevazione quotidiana della glicemia , molti di questi sono salvavita e la vita non si può salvaguardare a seconda del reddito , non in un Paese civile”.
Notizie non confermate da provvedimenti, solo ipotesi di lavoro, ma tanto basta a mettere in uno stato crescente di ansia un popolo di genitori che soprattutto negli ultimi anni sono stati costretti a ridiscutere, a causa dei controlli a tappeto sulle pensioni di invalidità , originati dalla campagna sui cosiddetti “falsi invalidi”, anche certificazioni relative a situazioni di assoluta gravità , non migliorabili a meno di un miracolo.
E poi i tagli ai trasferimenti agli enti locali, la contrazione dei servizi socioassistenziali, la mancanza di punti di riferimento certi.
Tutto sta portando le famiglie verso una esasperazione che è comprensibile, anche se in verità il recente incontro del ministro Fornero con le rappresentanze di Fish e Fand, i coordinamenti delle più importanti associazioni italiane, è stato tutt’altro che negativo.
Il rischio dell’antipolitica contagia dunque anche il mondo normalmente molto pacato e dignitoso dei familiari di persone disabili in situazione di gravità .
La coesione sociale, di cui tanto si parla, è ai limiti di rottura. E qui non c’è nessuna monotonia da superare, visto che la disabilità , in questo caso, è davvero a tempo indeterminato.
Franco Bomprezzi –
da “Il Corriere della Sera“)
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Febbraio 7th, 2012 Riccardo Fucile
ITALIA FANALINO DI CODA IN EUROPA PER L’UTILIZZO DEI FONDI STRUTTURALI…ALLA FINE DEL 2011 BEN IL 53% DEI CIRCA 28 MILIARDI UE NON ERA STATO ANCORA IMPEGNATO….8 MILIARDI DOVRANNO ESSERLO ENTRO IL 2013…UN RITARDO CHE PAGA IL SUD CON MENO RISORSE E LAVORO
«Molti sforzi sono stati messi in campo per evitare il disimpegno di questi fondi», concede Luca
Bianchi, vicedirettore dello Svimez, ricordando la corsa a certificare le spese di 57 programmi italiani su 58 nello scorso mese di dicembre.
«Ora abbiamo bisogno di progetti nuovi perchè la parte ancora da spendere è ben più ampia degli 8 miliardi segnalati dalla Commissione», prosegue Bianchi.
«Il tesoretto residuo, tra fondi Ue e cofinanziamento nazionale, è di circa 40 miliardi e di questi 30 sono per il Sud.
Andranno impegnati entro il 2013 e poi spesi entro il 2015. Un grande aiuto per creare occupazione».
Gli ispettori comunitari a Roma insegnano a “creare occupazione”
In realtà la Commissione europea si era già espressa con chiarezza, al termine del Consiglio del 30 gennaio scorso a Bruxelles, sull`utilizzo di quei fondi strutturali che i Paesi non hanno ancora speso.
Si tratta di 82 miliardi di euro (8 quelli italiani) che il presidente Barroso ha deciso di dirottare alla lotta contro la disoccupazione, visto che in Europa oltre 23 milioni di persone sono senza lavoro.
Una vera e propria emergenza, soprattutto nelle Nazioni con alti tassi di disoccupazione giovanile, come l`Italia, dove un giovane su tre tra i 15 e i 24 anni non ha un`occupazione (31%).
Già in questo mese di febbraio, un “gruppo d`azione”, ovvero un team ad hoc di funzionari europei e dei singoli Stati, visiterà gli otto Paesi con il tasso sopra la media (tra cui l`Italia, Barroso ha scritto una lettera a Monti Io scorso 31 gennaio) per concordare le linee d`azione in vista del. Programma nazionale di riforme da presentare entro metà aprile.
Gli 8 miliardi da spendere entro il 2013 sono dunque gli stessi che il presidente Barroso raccomanda di destinare ai giovani e alle piccole e medie imprese per rilanciare crescita e occupazione: fondi europei per ora “sprecati” dall`Italia, ovvero ancora non impiegati.
Qualcosa in tal senso si è già mosso.
Il ministro per la Coesione territoriale, Fabrizio Barca, ha riprogrammato 3,7 miliardi di questi fondi in base a un nuovo “Piano di azione e coesione” intitolato “Il Mezzogiorno per l`Europa” inviato alla Commissione Ue il 15 dicembre e frutto della “cabina di regia” tra ministero, i presidenti delle otto Regioni del Sud e i sindaci dei capoluoghi del Mezzogiorno (l`ultima riunione risale allo scorso venerdì) Al Piano accelera la spesa a livello regionale e locale, riduce il cofinanziamento nazionale rimettendo così in circolo circa 8 miliardi di risorse, riprogramma i fondi non spesi su poche priorità individuate d`intesa con gli enti locali.
Il nostro Paese non utilizza il 53% delle risorse comunitarie, peggio fa soltanto l`Ungheria
La Commissione europea bacchetta l`Italia e torna a ricordare che entro il 2013 deve spendere, se non vuole perderli, 8 miliardi di euro di fondi strutturali non ancora impegnati: 3,7 miliardi del Fondo sociale europeo e 4,3 miliardi del Fondo regionale.
I dati di Bruxelles segnalano poi che in cima alla classifica delle Regioni sprecone si colloca l`Abruzzo che ha ancora 1`80% dei fondi da impiegare, seguito da Campania (75%), Sicilia (72%), Puglia (66%) e Calabria (60%).
La più virtuosa è la provincia di Trento (solo il 10%). A distanza, Emilia Romagna (32%), la provincia di Bolzano (33%), Lombardia e Piemonte (attorno al 40%).
Secondo i calcoli dello Svimez, basati sulla relazione del ministro per la Coesione territoriale Fabrizio Barca, di inizio dicembre alle Commissioni bilancio di Camera e Senato, dei 52 miliardi totali (tra fondi Ue e cofinanziamento nazionale) stanziati per il 2007-2013, l`Italia ne ha usati alla fine del 2011 appena 12,3.
E dei 40 restanti, 30 spetterebbero proprio al Sud.
Banda larga a tutti gli italiani: l`obiettivo è fissato al 2013
Il “Piano di azione” per il Sud, messo in campo dal ministro Barca, concentra gli interventi su quattro temi: istruzione (974 milioni), credito di imposta per l`occupazione (142 milioni), Agenda digitale (410 milioni) e ferrovie (1,4 miliardi).
In primavera – si legge – potranno aggiungersi altre “riprogrammazioni” di fondi a beneficio dei servizi di cura per i bambini e dell`assistenza agli anziani non autosufficienti.
Tra i progetti in cantiere: corsi di inglese per 4 mila scuole (1,5 milioni di studenti), contrasto alla dispersione scolastica, raccordo scuola-lavoro per 3.200 istituti (95 mila studenti), riqualificazioni di 1.472 edifici scolastici, bonus fiscale per l`assunzione di 11 mila lavoratori svantaggiati, banda larga per tutti i cittadini entro il 2013 (e ultralarga per il 50% della popolazione), ampliamento e modernizzazione della rete ferroviaria (le risorse, tra fondi Ue e fondi Fas, raggiungeranno i 6,5 miliardi totali).
Valentina Conte
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 7th, 2012 Riccardo Fucile
I PAESI SCANDINAVI, DOVE L’ESISTENZA SCORRE GARANTITA, HANNO IL MAGGIORE TASSO DI SUICIDI…INVENTARSI UN LAVORO AGUZZA L’INGEGNO, CAMBIARE E’ VITALE, MA OCCORRONO ANCHE DELLE CHANCE PER FARLO
I giovani devono abituarsi a non avere un posto fisso nella vita. E poi diciamo anche: che
monotonia averlo per tutta la vita. È bello cambiare”.
Questa frase di Mario Monti ha suscitato polemiche e ironie (“è un discorso snob”).
È chiaro che il premier tira l’acqua al suo mulino perchè il governo deve varare una riforma del lavoro dove il posto fisso e garantito a vita non ci sarà più, però la sua notazione è assolutamente valida dal punto di vista esistenziale e psicologico.
Scrive Nietzsche: “Amleto chi lo capisce? Non è il dubbio, ma la certezza che uccide”.
I Paesi scandinavi, dove l’esistenza scorre garantita, lineare, prevedibile ‘dalla culla alla tomba’, hanno il più alto tasso di suicidi in Europa, cinque o sei volte superiore al nostro Sud dove sono in parecchi a doversi inventare ogni giorno la vita per far quadrare il pranzo con la cena.
La necessità aguzza l’ingegno, la sicurezza lo ottunde.
Quando ero in Pirelli, alla fine degli anni Sessanta, ho assistito alla cerimonia che ogni anno l’azienda organizzava per gli “anziani Pirelli”, impiegati e operai che dopo quarant’anni di servizio andavano in pensione lasciandosi docilmente seppellire anzitempo.
Era una cerimonia, nonostante tutti gli sforzi della Pirelli per renderla potabile, o anzi forse anche a causa di questo, di una tristezza senza pari, da film del primo Olmi, quello de “Il posto” (appunto).
Si leggeva su quei volti l’asfissia.
Per 40 anni erano stati garantiti, ma per 40 anni avevano vissuto nelle stesse stanze, negli stessi luoghi, visto le stesse facce, fatto gli stessi discorsi.
“Una cosa da fare rincretinire un uomo per quanto può rincretinire” dice cinicamente lo stesso Adam Smith che pur è un primigenio fautore del lavoro parcellizzato e della catena di montaggio.
Cambiare quindi è vitale.
Ma bisogna avere delle chance di poterlo fare, pur assumendosi qualche rischio.
E la società di oggi è molto meno “aperta” di quella di ieri e non solo nel campo del lavoro.
Oggi quelle che una volta erano strade e anche autostrade si sono ridotte a stretti viottoli. A mio parere la situazione non è particolarmente drammatica, come si strombazza per i giovani che non trovano il primo lavoro (intanto son giovani, beati loro, mi cambierei all’istante con un ventenne disoccupato), ma per gli uomini di mezz’età che lo perdono. Soprattutto per quelli che appartengono al ceto medio, borghese, intellettuale. “Giorni e nuvole”, il bel film di Soldini, racconta la storia di un manager cinquantenne di un’azienda di Genova, troppo morbido, troppo umano.
L’azienda va così così e vi entra un socio con meno scrupoli che licenzia il manager e un bel mucchietto di operai.
Costoro — siamo a Genova, una città che conserva una tradizione operaia — riusciranno in qualche modo a cavarsela attraverso la rete di solidarietà proletaria.
Il manager (Albanese nel film) no.
Manda curriculum su curriculum, inutilmente. Nessuno oggi assume un uomo di 50 anni. Perchè nella società attuale, con i rapidissimi cambiamenti tecnologici, diventiamo tutti presto obsoleti.
Albanese, per sopravvivere, rinuncia allora a qualsiasi ambizione e si mette a far lavoretti d’occasione, si improvvisa tappezziere.
Ma non ha il know how, gli manca la manualità necessaria. Per questo trovo assai interessante l’iniziativa di Edibrico, una casa editrice di giornali di bricolage, che ha sponsorizzato gratuitamente l’insegnamento ai bambini, in varie sedi, di quella manualità che abbiamo quasi tutti perduto.
Altro che farli chattare, già a due o tre anni, compulsivamente sull’iPhone.
Della manualità , e non solo per sport, avremo presto tutti estremo bisogno.
Quella manualità che consentiva all’uomo di Neanderthal di costruirsi empiricamente una stranissima, complicata ma efficacissima lancia (gli serviva per uccidere i mammuth) che oggi nessuna tecnologia sarebbe in grado di riprodurre.
L’uomo Sapiens-Sapiens deve fare qualche passo indietro.
Massimo Fini
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 4th, 2012 Riccardo Fucile
FLI PRESENTA DUE EMENDAMENTI PER NON FAR CHIUDERE L’ALLEVAMENTO DI GREEN HILL (N. 16.58) E PER NON RENDERE OBBLIGATORIO L’USO DI ANESTESIA (N. 16.59)… I TABULATI DELLE VOTAZIONI E L’INTERVENTO DI RAISI DIMOSTRANO UNA SCELTA DI CAMPO AUTOLESIONISTA, A FAVORE DELLA LOBBIE DELLE CASE FARMACEUTICHE
L’Aula della Camera dei Deputati ha approvato l’articolo 16 del Disegno di Legge Comunitaria
2011 che prevede i criteri vincolanti per l’obbligatorio recepimento della direttiva europea sulla vivisezione.
Pur non nell’ottica dell’abolizione della sperimentazione sugli animali, l’articolo prevede, fra l’altro, la chiusura degli allevamenti di cani, gatti e primati non umani, come “Green Hill”, obbliga all’uso di anestesia e analgesia, incentiva i metodi alternativi.
Diciamo un passo avanti rispetto all’asservimento che la politica ha dimostrato per decenni nei confronti delle grandi lobbie economiche rappresentate dalle case farmaceutiche.
Il dibattito in aula ha fatto emergere alcuni deputati pro vivisezione: dalla Binetti (Udc) a Farina Coscioni (Radicali), da Ileana Argentin (Pd), che ha poi votato in maniera opposta a quanto annunciato, a Polledri (Lega Nord): tutti a sostegno della validità ed inevitabilità della sperimentazione su animali, esprimendo posizioni basate su nozioni superficiali e totale assenza di preparazione scientifica.
Sono stati bocciati i pericolosissimi emendamenti Patarino-Raisi (Fli), presentati per non far chiudere gli allevamenti come Green Hill (emendamento n. 16.58) e per non far rendere obbligatorio l’uso anestesia e analgesia negli esperimenti sugli animali (emendamento n.16.59).
Questi ultimi due hanno raccolto rispettivamente solo 46 e 39 sì, meno di 30 astenuti (diversi dell’Idv), quasi 400 no.
Oggi è importante far conoscere chi fra gli oltre 470 deputati presenti in Aula ha votato a favore degli emendamenti per non far chiudere Green Hill (votazione n.27 della giornata) e per non rendere obbligatoria anestesia e analgesia nei test (votazione n.30 della giornata).
Questi i loro nomi come risulta dagli atti parlamentari che abbiamo verificato:
ABRIGNANI Pdl (“solo” a favore emendamento 30)
BARBARO Fli
BARBIERI Pdl
BERNARDINI Radicali (“solo” a favore emendamento 27)
BINETTI Udc (solo 27)
BONCIANI Udc (“solo” a favore emendamento 30)
BRAGANTINI Lega Nord (solo 30)
BRIGUGLIO Fli
BUONANNO Lega Nord (solo 27)
CARLUCCI Udc (“solo” a favore emendamento 27)
CASTIELLO Pdl (“solo” a favore emendamento 27)
CIMADORO Italia dei Valori (“solo” a favore emendamento 27)
COMAROLI Lega Nord (“solo” a favore emendamento 27)
CONSOLO Fli
CONTE GIORGIO Fli
CROSIO Lega Nord (“solo” a favore emendamento 30)
DAL LAGO Lega Nord
DELLA VEDOVA Fli
DI BIAGIO Fli
FARINA COSCIONI Radicali
FUGATTI Lega Nord
GALLI Pdl
GIRO Pdl (“solo” a favore emendamento 30)
GRANATA Fli
LO PRESTI Fli
MARROCU Pd (“solo” a favore emendamento 27)
MENIA Fli
MORONI Fli
MURO Fli
NAPOLI ANGELA Fli
NEGRO Lega Nord
NOLA Pdl (“solo” a favore emendamento 30)
ORSINI Popolo e Territorio
PAGLIA Fli
PATARINO Fli
PINI Lega Nord (“solo” a favore emendamento 27)
POLLEDRI Lega Nord
PORTAS Pd (“solo” a favore emendamento 30)
PROIETTI COSIMI Fli
RAISI Fli
ROSSI LUCIANO Pdl (“solo” a favore emendamento 27)
RUBEN Fli
RUVOLO Popolo e territorio (“solo” a favore emendamento 27)
SCANDEREBECH Fli
SIMEONI Pdl (“solo” a favore emendamento 30)
TEMPESTINI Pd (“solo” a favore emendamento 30)
TESTA NUNZIO F. Udc (“solo” a favore emendamento 27)
TOTO Fli
TURCO MAURIZIO Radicali
VALENTINI Pdl (“solo” a favore emendamento 27).
Complessivamente l’articolo 16 ha avuto, nella votazione finale, 380 sì, 20 no, 54 astenuti.
Commento del nostro direttore
Se vi sono momenti in cui è importante una scelta di campo per “segnare il cambiamento” e schierarsi dalla parte dei diritti civili, abbandonando la “becerodestra” di pidiellina e padagna memoria, possiamo affermare che Futuro e Libertà ha non solo perso una grande occasione, ma ha fatto un clamoroso autogol in termini elettorali.
La direttiva europea rappresenta una soluzione di compromesso, ma è un passo avanti rispetto a un passato dove tutto era consentito nei confronti di animali indifesi.
Dato che ci piace parlare documenti alla mano ecco il testo proposto alla Camera:
Art. 16.
(Princìpi e criteri direttivi per l’attuazione della direttiva 2010/63/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 settembre 2010, sulla protezione degli animali utilizzati a fini scientifici).
1. Ai fini dell’attuazione della direttiva 2010/63/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 settembre 2010, sulla protezione degli animali utilizzati a fini scientifici, il Governo è tenuto a seguire, oltre ai princìpi e criteri direttivi di cui all’articolo 2 della presente legge, in quanto compatibili, anche i seguenti princìpi e criteri direttivi:
a) garantire l’implementazione di metodi alternativi all’uso di animali a fini scientifici, destinando all’uopo congrui finanziamenti; formare personale esperto nella sostituzione degli animali con metodi in vitro e nel miglioramento delle condizioni sperimentali (principio delle 3R), anche tramite corsi di approfondimento all’interno di centri di ricerca e università , integrandone il piano di studi, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica; assicurare l’osservanza e l’applicazione del principio delle 3R grazie alla presenza di un esperto in metodi alternativi e di un biostatistico all’interno di ogni organismo preposto al benessere degli animali e nel Comitato nazionale per la protezione degli animali usati a fini scientifici;
b) vietare l’utilizzo di scimmie antropomorfe, cani, gatti ed esemplari di specie in via d’estinzione a meno che non risulti obbligatorio in base a legislazioni o farmacopee nazionali o internazionali o non si tratti di ricerche finalizzate alla salute dell’uomo o delle specie coinvolte, condotte in conformità ai princìpi della direttiva 2010/63/UE, previa autorizzazione del Ministero della salute, sentito il Consiglio superiore di sanità ;
c) vietare l’allevamento di primati, cani e gatti destinati alla sperimentazione di cui alla lettera b) su tutto il territorio nazionale;
d) assicurare una misura normativa sufficientemente cautelare nei confronti degli animali geneticamente modificati, tenendo conto della valutazione del rapporto tra danno e beneficio, dell’effettiva necessità della manipolazione, dell’impatto che questa potrebbe avere sul benessere degli animali e valutando i potenziali rischi per la salute umana e animale e per l’ambiente;
e) vietare l’utilizzo di animali negli ambiti sperimentali di esercitazioni didattiche, ad eccezione dell’alta formazione dei medici e dei veterinari, e di esperimenti bellici;
f) vietare gli esperimenti che non prevedono anestesia o analgesia, qualora provochino dolore all’animale;
I punti importanti sono quelli c ed f ed è su questi che ha puntato la lobbie delle case farmaceutiche.
Tutto ci aspettavamo, salvo che proprio Fli al gran completo ne rappresentasse gli interessi, presentando due emendamenti tragici a firma Raisi-Patarino e votati pedissequamenti da una ventina di suoi deputati.
Primo emendamento 16. 58. Patarino, Raisi; al comma 1, sopprimere la lettera c) ovvero eliminare quanto segue: “vietare l’allevamento di primati, cani e gatti destinati alla sperimentazione di cui alla lettera b) su tutto il territorio nazionale”.
In pratica se fosse passato, l’emendamento avrebbe permesso che luoghi come Green Hill non solo potessero rimanere aperti, ma che si moltiplicassero. Tutto l’opposto della direttiva europea che sarebbe stata smentita.
Secondo emendamento 16. 59. Patarino, Raisi: al comma 1, lettera f), aggiungere, in fine, le parole:, “a meno che non risultino obbligatori sulla base di legislazioni o di farmacopee nazionali o internazionali”.
Mentre il testo originale era “f) vietare gli esperimenti che non prevedono anestesia o analgesia, qualora provochino dolore all’animale”, una formula secca che non ammetteva deroghe.
Si tratta di una scelta di campo, quella di Fli, che non condividiamo nel merito, ma ancor peggio nella forma che ne è seguita.
Di fronte allo sputtanamento di Fli di fronte all’opinione pubblica orchestrato dalla Brambilla, c’è chi ha voluto negare che gli emendamenti andassero interpretati come logica dice e chi ha negato di aver persino votato a favore.
La Brambilla fa il suo gioco, di che ci lamentiamo?
Avesse fatto lei una cazzata cosmica di questo genere, avremmo fatto altrettanto (e noi lo abbiamo denunciato quando piazzava amici e fidanzati nei vari Enti e Aci).
Troppo facile, caro Raisi, gridare al complotto delle autoreggenti.
Vuoi che ti ricordiamo cosa hai detto nel tuo intervento alla Camera, così si comprende meglio da che parte hai fatto schierare Fli?
Eccoti accontentato:
Signor Presidente, credo che l’onorevole Binetti abbia in parte anticipato anche le mie considerazioni. Credo che, purtroppo, sia molto di moda negli ultimi tempi l’uso e lo sfruttamento della sensibilità che si ha nei confronti degli animali, soprattutto degli animali domestici o affettivi, come li chiama qualcuno.
Si usa questa sensibilità , che la gente comune ha, a cominciare da chi vi sta parlando – io ho quattro cani – per lanciare però una battaglia – passatemi il termine – oscurantista nei confronti della ricerca scientifica anche con la sperimentazione su animali.
Credo che, da questo punto di vista, prevalgano innanzitutto due temi molto importanti.
Il primo è l’interesse che abbiamo alla ricerca e al progresso a favore della sanità degli umani; il secondo aspetto riguarda l’industria farmacologica e, consentitemi, anche l’occupazione di questo settore. Qui tutti dimentichiamo che questo settore ha anche un’importante valenza occupazionale, che spesso in certe battaglie viene dimenticata.
Credo che su questo argomento ci si dovrebbe muovere con un po’ più di attenzione, cercando di fare meno crociate.
Le crociate su questi argomenti non servono.
Si deve discutere e si deve affrontare l’argomento senza pregiudizi, sempre tenendo presente chiaramente che prima di tutto viene l’uomo, la ricerca per il progresso dell’uomo e per il suo benessere.
Questo credo che sia il punto fondamentale che ci deve guidare nel momento in cui andiamo a legiferare su questa materia.
Fli è così riuscito sia a farsi bocciare i due tragici emendamenti che a far incazzare decine di migliaia di animalisti nel Paese, compresi i propri elettori.
A questo punto non sarebbe più futurista una bel comunicato stampa sintetico: “abbiamo fatto una cazzata, ce ne scusiamo”, piuttosto che raccontare palle o arrampicarsi sugli specchi ?
Semmai potevate votare contro perchè la norma consente l’utilizzo in base a “farmacopee nazionali”, tipico tarocco da segrete stanze per permettere ogni nefandezza ai presunti ricercatori, altro che auspicarne il rispetto.
Il compito dei futuristi è anticipare il futuro, non genuflettersi ai potentati di oggi.
Tabulati voto deputati Camera
le votazioni n. 27 e 30 sono quelle “incriminate”: F vuol dire a favore C contro gli emendamenti Raisi-Patarino
http://www.camera.it/_dati/leg16/lavori/stenografici/sed580/v003.pdf
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Febbraio 4th, 2012 Riccardo Fucile
LE LONTANE RADICI E IL PRIMO SCANDALO: 508 IMMOBILI DELLA DC FINITI IN SOCIETA’ FANTASMA…INCASSANO ANCHE PARTITI DEFUNTI, MA LA CERTIFICAZIONE AD OPERA DI SOCIETA’ ESTERNE E’ PREVISTA SOLO DALLO STATUTO DI FLI E DEL PD
E si offriva pure, Luigi Lusi, di fare l’elemosina ai cittadini: una rinuncia a 200 euro sull’indennità
parlamentare, crepi l’avarizia, mentre stava per fare sparire 13 milioni. Ridurre il caso del tesoriere della Margherita alla mascalzonata di un singolo, però, sarebbe sbagliato: se è successo è perchè nel mondo opaco dei finanziamenti ai partiti poteva succedere.
E questo è il problema
L’allarme sulla gestione dei soldi statali da parte delle forze politiche ha radici lontane. Nel 1982 Marcello Crivellini la bollava come «paragonabile ad un misto di cosche mafiose e servizi segreti».
E annunciava: «Quest’anno i revisori dei conti del Partito Radicale non sono scelti in base a criteri di partito, ma sono esterni di provata e indiscutibile capacità professionale».
Tutti dovevano poter conoscere il bilancio dei Radicali, continuava Crivellini: «Tutti debbono poter essere nostri revisori dei conti.
Anche Craxi, Andreotti o Gelli se lo vogliono, così come un qualsiasi cittadino che sia iscritto o no al Partito»
Sono passati tre decenni, da allora.
Tre decenni e un referendum che abolì il finanziamento pubblico e fu svuotato dal rattoppo dei «rimborsi elettorali».
Rimborsi schizzati come è noto, tra il 1998 e il 2008 (anni in cui il Pil rimaneva sostanzialmente al palo), del 1.110%.
Eppure proprio il caso dei soldi spariti dalle casse della Margherita dimostra come l’obiettivo di una vera trasparenza, invocata ieri da Bersani e Casini (che dicono di volere nuove regole «in una settimana») sia ancora lontano
Eppure era già successo.
Basti ricordare, tra gli altri, lo scandalo dell’immenso patrimonio della Dc.
Era un impero immobiliare, con dentro gioielli come palazzo Sturzo all’Eur o la villa della Camilluccia per un totale di 508 immobili.
E dopo una serie di oscuri passaggi societari e una catena di svendite a prezzi stracciati senza manco una perizia, finirono in gran parte in società fantasma che avevano sede in una catapecchia diroccata nelle campagne di Babici, in Istria, ed erano intestate a un italo-croato che campava scaricando cassette al mercato di Trieste
Era già successo e, con le regole attuali, non poteva non succedere di nuovo.
Lo scriveva ieri mattina, su «Europa», il giornale che fu della Margherita, il direttore Stefano Menichini: al di là delle responsabilità di Lusi «ci vuole l’umiltà di riconoscere l’errore collettivo di una platea più vasta – ci siamo dentro anche noi – di tutto il mondo che vive di politica e non aveva voluto vedere quanto fosse insostenibile il metodo di finanziamento dei partiti coi cosiddetti rimborsi elettorali, per di più a partiti estinti». Partiti defunti che incassano la metà dei rimborsi.
Il responsabile delle casse del Pd Mauro Agostini, in un libro autobiografico intitolato appunto «Il tesoriere», l’aveva scritto due anni fa con parole dure: «Il tesoriere ha in mano i cordoni della borsa di un partito. Figura tradizionalmente oscura, un po’ sinistra, al punto da passare per colui che manovra non solo i denari ma anche i segreti più turpi della politica».
Cupa o no che fosse la sua fotografia, spicca un dato: solo il Pd risulta aver fatto certificare il bilancio dal 2008, nella scia di quell’antica scelta radicale, dalla Price Waterhouse Coopers.
E se agli ex Ds eredi dei debiti ma anche del patrimonio immobiliare del Pci va riconosciuto di avere messo online il loro bilancio (con l’impegno a metterci anche quelli di tutte le fondazioni-casseforti nelle quali sono state «messe al sicuro» case, negozi, palazzi) gli altri si regolano in maniera diversa.
Sono online quelli dell’Idv o di Sel, non quelli della Lega (o se c’è è praticamente introvabile) e del maggiore partito italiano, il Pdl.
La cui tesoreria è sì disponibile a fornire via fax quattro fogli di rendiconto, ma da qui a metter tutto a disposizione dei cibernauti ce ne corre…
La deflagrazione del «caso Lusi e del bilancio dei Dl», il cui acronimo ha fornito ieri a «Libero» lo spunto per il titolo «Diversamente Ladri», spingerà finalmente a una sterzata? Vedremo.
Agostini sta preparando una proposta di legge per rendere obbligatoria la certificazione dei bilanci dei partiti da parte di società di revisione indipendenti, già adottata nello statuto di Fli.
Con l’introduzione di forme di controllo radicalmente diverse: oggi il tesoriere è affiancato da un comitato di uomini per lo più fedeli alla segreteria.
La proposta è che le verifiche siano affidate a soggetti indipendenti, esterni, senza legami col partito.
La vera svolta, però, sarebbe l’obbligo di sottoporre il bilancio al controllo della Corte dei conti. Mettendo così finalmente in crisi il pilastro su cui si basa il meccanismo opaco attuale.
Com’è possibile che i partiti, finanziati con pubblici denari, siano considerati oggi alla stregua di associazioni private nelle quali il «pubblico» non può mettere bocca?
I rivoli dei finanziamenti sono tali che non si sa nemmeno quanti soldi arrivano nelle casse.
I rimborsi elettorali: 200 milioni l’anno sia pure in fase di riduzione entro qualche anno a 145.
Poi i finanziamenti ai «gruppi» del Parlamento e a quelli dei Consigli regionali: almeno altri 150, stando alle stime.
Poi gli stanziamenti per i giornali di partito o assimilabili: circa 40 milioni nel 2009.
Poi i contributi che i parlamentari versano al partito, utilizzando spesso il fondo del portaborse: col risultato di far gravare sulle pubbliche casse anche il 19% di sgravio fiscale che spetta a chi finanzia la politica. Poi i soldi donati dai singoli elettori e dalle aziende…
Prendiamo quest’ultima voce.
Fino a 50 mila euro, dice la legge, un partito ha diritto di incassare i «regali» di un cittadino o una società senza dover registrare il generoso donatore.
Al di là della opacità sull’eventuale «merce di scambio» (una leggina, un comma, una deroga…) come fai a sapere se quei soldi finiscono a bilancio?
Una cosa è fuori discussione.
Con regole diverse, il «caso Lusi» non sarebbe potuto succedere.
Così come, agli elettori del Pd, resterà l’amarezza di ciò che sarebbe potuto essere e non è stato.
L’ha scritto la stessa «Europa»: il peccato originale del Partito Democratico è stato «il permanere di due strutture parallele al neonato partito», che «ha da subito ingenerato retropensieri di ogni genere e insinuato il sospetto di una cattiva coscienza in chi, imbarcandosi nel nuovo soggetto, teneva in acqua due grosse scialuppe di salvataggio in caso di naufragio.
Un errore psicologico che ha pesato e pesa ancora nella vita quotidiana del partito».
Era tutto scritto in un bisticcio avvenuto alla Festa della Margherita a Vietri sul Mare, il 7 settembre 2007, tra i due tesorieri dei Ds e della Margherita.
Lusi, che aveva molti soldi liquidi, voleva mettere tutto il patrimonio insieme dentro al Pd. Sposetti, che coi debiti aveva ereditato dal Pci e dal Pds anche 2.399 immobili blindati in 55 fondazioni, spiegò che non ci pensava proprio: «Luigino e Ughetta, che sono io, vanno all’altare poveri in canna, ma se Ughetta ha un po’ di patrimonio e Luigino ha un po’ di soldi, quel che devono dire al sindaco è: facciamo la separazione dei beni»
Il risultato lo racconta Angelo Rovati, il braccio destro di Romano Prodi, nella campagna elettorale del 2006: «Se è vero quello che leggo, cioè che la Margherita ha speso quattro milioni in propaganda quando il partito era già chiuso, è singolare che per la campagna elettorale del 2006 abbiano fatto un sacco di storie per dare qualche spicciolo per la campagna di Prodi: un paio di milioni in tutto, fra Margherita e Ds».
Tenere ciascuno la sua scialuppa, evidentemente, era più importante che vincere la regata…
Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella
(da “Il Corriere della Sera”)
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Febbraio 3rd, 2012 Riccardo Fucile
SECONDO VIA NAZIONALE “E’ STATO FATTO UN PASSO AVANTI, MA NON BASTA: IL PAESE E’ FERMO DA 15 ANNI”…”MISURE INCISIVE MA PARZIALI, IN ALCUNE SI RINVIA, IN ALTRE SI FA MARCIA INDIETRO”
La prima autorevole pagella – con tanto di “promosso”, “bocciato” e “rimandato” – al decreto
Cresci-Italia, arriva dalla Banca d’Italia.
«E’ indubbio che si fanno passi avanti concreti e rilevanti nella modernizzazione del Paese», ha riferito ieri il neo vicedirettore generale Salvatore Rossi, in audizione al Senato.
Ma «occorre proseguire in questa direzione» perchè «i frutti potranno non vedersi subito, ma è una strada obbligata» per traghettare l’Italia fuori dalla «condizione quasi stagnante» degli ultimi 15 anni.
Nel settore delle assicurazioni, ricorda Bankitalia, il decreto interviene nel comparto “Rc auto”.
Ovvero il tagliando elettronico, la scatola nera sul veicolo, l’obbligo per l’agente (che rimane monomandatario) di mostrare al cliente altri tre preventivi di polizza di compagnie diverse.
Tuttavia si avrà «una diminuzione dei premi» solo «se i comportamenti concorrenziali sul mercato saranno attentamente controllati». Meno cartelli, prezzi più bassi.
Giudizio rinviato sui trasporti a quando sarà effettivamente operativa la nuova Authority, «già prevista nella manovra di dicembre», fa notare sottilmente Bankitalia, le cui funzioni, «ora estese», vanno tutte «nella direzione di assicurare una corretta regolamentazione».
Ma l’efficacia su tariffe, qualità del servizio, operatività territoriale, «dipenderà dalle azioni concrete» che l’Authority riuscirà a mettere in campo, influenzate «dalle quantità e qualità delle risorse assegnate e dal grado di indipendenza che le verrà assicurato».
Si può fare di più. Una prima bacchettata è riservata alle (poche) misure a carico degli istituti di credito.
Per ridurre il costo di utilizzo delle carte e degli altri strumenti di pagamento elettronici – è il monito di Bankitalia – «sarebbero utili ulteriori interventi normativi che accrescano la trasparenza e il valore segnaletico dei prezzi applicati dalle banche», così che le scelte dei consumatori siano davvero consapevoli.
Non basta dunque quanto dispone il decreto, ovvero la riduzione delle commissioni con regole da definire entro il 1° giugno.
L’ampiamento «significativo» della pianta organica delle farmacie (di oltre il 25%), con l’apertura di 5 mila punti, la possibilità di fare sconti su farmaci e prodotti che ora sono pagati direttamente dai clienti, così come la possibilità di tenere aperto oltre i turni e gli orari previsti dalle leggi regionali, sono giudicati con favore da Bankitalia. Tuttavia in questo settore, come trai notai, la concorrenza aumenterà «soltanto all’interno del settore», conservandoi paletti all’accesso.
Auspicabile un approccio per rendere più «contendibile» questo mercato.
Capitolo professioni bocciato. Il venir meno dell’obbligo del preventivo scritto (scatta solo se richiesto dal cliente) è «un passo indietro», certifica Bankitalia.
In ambito forense, si sottolinea, avrebbe scoraggiato la presentazione di cause di rilievo modesto.
Per quanto riguarda i notai, l’incremento del numero delle sedi (500, meno del 10%) è «limitato» e in ogni caso «si sono preservati gli attuali stretti limiti all’accesso».
Troppe «incertezze», infine, nella formulazione dell’abrogazione delle tariffe, rimaste come parametri solo nelle aule giudiziarie.
Promossa a pieni voti la futura separazione tra Eni e Snam.
«Misura di grande rilievo» per Bankitalia, garantirà «un più equo accesso alle infrastrutture» e stimolerà gli investimenti.
Apprezzati anche gli interventi per ridurre la bolletta del gas a imprese e consumatori. Meno bene la liberalizzazione della distribuzione dei carburanti, solo «parziale», con dubbi benefici alla pompa.
«Apprezzabili» infine gli incentivi ad affidare i servizi pubblici locali mediante gara. Mentre sulla Srl per gli under 35 a un euro di capitale si suggerisce di rimuovere il vincolo d’età .
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 1st, 2012 Riccardo Fucile
LA STORIA RIVELATA DAL TG DI LA7: IL 31 GENNAIO L’ON. RICCARDO CONTI COMPRA UN IMMOBILE DAL FONDO IMMOBILIARE OMEGA ALLA CIFRA DI 26 MILIONI E LO RIVENDE LO STESSO GIORNO A UN ENTE DI PREVIDENZA A 44 MILIONI
Nel giorno in cui la politica si infiamma intorno al caso del senatore del Partito democratico Luigi Lusi, ex tesoriere della Margherita, che ha girato sul suo conto i fondi destinati ai rimborsi elettorali (leggi), il tg diretto da Enrico Mentana scoperchia l’ennesimo pentolone.
Si tratta dell’acquisto, il 31 gennaio 2011, della nuova sede dell’Enpap, l’Ente nazionale di Previdenza e assistenza per psicologi, da parte del senatore del Popolo della Libertà Riccardo Conti che nello stesso giorno riesce a rivenderlo guadagnando in una botta sola ben 18 milioni di euro.
Già , perchè l’intero palazzo nel cuore di Roma, in via della Stamperia 64, che consta di oltre 3mila metri quadrati distribuiti su 5 piani più seminterrato a due passi dalla Fontana di Trevi, ha per così dire un “prezzo variabile”.
Infatti, spiega la giornalista Flavia Filippi nel servizio, esattamente un anno fa il costo del palazzo è cresciuto di 18 milioni di euro in un solo giorno.
“E’ il 31 gennaio 2011 quando l’immobiliare “Estate due srl” di Brescia con amministratore unico il senatore Pdl Riccardo Conti compra l’edificio dal fondo Omega, fondo immobiliare gestito dalla Fimit di Massimo Caputi per conto di Intesa San Paolo alla cifra di 26 milioni e mezzo di euro e lo rivende all’istante, nello stesso giorno, all’ente di previdenza degli psicologi presieduto da un paio d’anni dallo psicologo Angelo Arcicasa a 44 milioni e mezzo di euro”, viene documentato nel servizio.
Si tratta di 14mila euro al metro quadrato, troppo se si considera che, per quanto la zona sia di alto pregio, si tratta di un acquisto in blocco.
Una cifra che, con l’iva al 20 per cento arriva per l’Enpap a 54 milioni di euro.
Il fondo Omega di Intesa San Paolo è stato costituito nel 2008 proprio allo scopo di “gestire e valorizzare nell’arco di un triennio le quasi 300 proprietà immobiliari del gruppo provenienti in parte dalle dismissioni delle filiali bancarie”.
E se il fondo Omega è nato per valorizzare, perchè — si chiede la giornalista — ha venduto il palazzo di via della Stamperia alla società immobiliare del senatore Conti a 26 milioni e mezzo di euro?
E ancora: “Forse il fondo Omega ignorava che il giorno stesso il senatore Conti con la sua società immobiliare con il capitale sociale di 73mila euro e nessuna struttura organizzativa, avrebbe fatto il colpo della vita guadagnando 18 milioni dalla vendita del palazzo all’ente degli psicologi?”
Un affare, conclude il servizio, ancora più vantaggioso se consideriamo che Conti lo conclude senza tirare fuori un euro di tasca sua e senza garanzie di alcun tipo per il venditore.
Grazie alla benevolenza di Fimit infatti, la proprietà gli viene trasferita sulla parola. Conti verserà i primi 5 milioni di euro al venditore solo il 3 febbraio 2011, due giorni dopo averne incassati 7 dall’Enpap.
Stessa formula per le altre tranche di pagamento.
Quanto ai vertici dell’Enpap non potevano non sapere che il venditore, per l’appunto il senatore Pdl Conti, aveva comprato il palazzo da Fimit lo stesso giorno.
E a un prezzo incredibilmente più basso.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 1st, 2012 Riccardo Fucile
CHI CAUSA DANNI ALLO STATO È CONDANNATO A RISARCIRE SOMME ENORMI, MA FARLO PAGARE È QUASI IMPOSSIBILE
La memoria è il tesoro dell’anima”. E non solo dell’anima. 
Forse i proverbi potrebbero aiutare a scrivere una manovra finanziaria.
Perchè mentre si annunciano tagli di 3,8 miliardi alle pensioni, si aumentano gasolio e benzina per mettere in cassa 4,8 miliardi, ci dimentichiamo di 490 milioni.
Un tesoro, appunto.
Parliamo delle condanne della Corte dei Conti rimaste sulla carta.
Centinaia di milioni di sanzioni inflitte a chi ha provocato un danno allo Stato: cittadini, dipendenti pubblici, imprese.
Le casse pubbliche ne hanno diritto e però restano a bocca asciutta.
Il Procuratore Lodovico Principato le sta calcolando.
Anche il presidente della Corte, Luigi Giampaolino, si sta occupando della questione.
Ma fonti giudiziarie già sono in grado di dare una stima: “Siamo vicini al mezzo miliardo”.
Il 6 febbraio, all’inaugurazione dell’anno giudiziario della procura contabile, se ne parlerà . Già Mario Ristuccia, l’ultimo Procuratore generale, aveva segnalato il buco. Davanti a lui le autorità schierate avevano ascoltato attentamente, ma oggi siamo da capo: “In relazione alla massa dei residui attivi formatisi… si segnala che nel 2008 la consistenza complessiva dei crediti non riscossi era vicina ai 490 milioni. La quota più consistente era allocata nei capitoli gestiti dai dipartimenti del ministero dell’Economia oltre a quelli, pure cospicui, del Ministero della Difesa, della Giustizia e dell’Interno”.
I ministeri hanno in mano un tesoro, ma non riescono a incassarlo.
Erano 490 milioni quattro anni fa e oggi siamo sempre intorno al mezzo miliardo.
Ma com’è possibile?
Era lo stesso Ristuccia a spiegarlo: “L’entità dei residui dimostra in concreto la persistente propensione a sottrarsi alle conseguenze del giudicato”.
In parole semplici: i condannati cercano di non pagare. E spesso ci riescono.
Ma com’è possibile?
A spiegarlo è uno dei tanti sostituti procuratori della Corte, uno di quei magistrati che ogni giorno vedono le proprie sentenze restare ineseguite: servirebbe un “potenziamento degli strumenti”, ci sarebbe bisogno insomma di nuove leggi: “Adesso è previsto un termine di dieci anni per recuperare il denaro.
Troppi, una parte dei crediti passa in cavalleria”.
Rimedi? “L’esecuzione invece di essere affidata alle amministrazioni danneggiate potrebbe essere lasciata alle Procure della Corte dei Conti”.
In passato andava peggio: negli anni ’90 lo Stato incassava circa l’1 per cento del denaro cui aveva diritto. Una mancia.
La Procura della Corte dei Conti ha tracciato un bilancio dell’attività tra il 2005 e il 2010: si è arrivati a recuperare il 19,8% delle somme stabilite dai giudici. Meno di un quinto del totale. Ma la colpa non è della Corte. Anzi.
Basta ripercorrere l’iter necessario per eseguire le sentenze per capire le radici del problema: c’è la sentenza di primo grado, poi quella di secondo, quindi la parola passa alle amministrazioni danneggiate che devono farsi restituire il denaro.
Tra corsi e ricorsi ci vogliono anni. Senza contare chi le prova tutte per sottrarsi al pagamento.
Certo, una parte di questo tesoro è destinato a restare sulla carta. Spiega Ermete Bogetti, procuratore della Corte dei Conti della Liguria: “Ci sono amministratori infedeli, magari condannati per peculato, che vengono condannati a pagare dieci, venti milioni, perchè quello è il danno provocato allo Stato.
La sanzione non può essere stabilita in base alle disponibilità dei condannati . Ma incassare una somma simile da un dipendente pubblico è impossibile”.
Ma togliamo pure questa fetta, restano centinaia di milioni.
Lo Stato non è un creditore molto aggressivo.
Ci sono i pignoramenti, ma anche gli eventuali sequestri rischiano di arrivare quando ormai i beni sono stati “inguattati”.
Ricorda Bogetti: “Al massimo si può pignorare un quinto dello stipendio”.
Qui lo Stato si dimostra di nuovo benevolo: prendiamo il caso di un funzionario colpevole di peculato e per questo licenziato.
Le Corti dei Conti più di una volta hanno puntato sulla liquidazione. Niente da fare: anche il dipendente pubblico che ha truffato lo Stato ha diritto al trattamento di fine rapporto. Al massimo decurtato di un quinto.
Tante garanzie per i debitori, poche per il creditore, lo Stato e i cittadini.
Quelli che se i soldi finissero nelle casse pubbliche potrebbero sperare di spendere qualche euro in meno di benzina e di Imu.
Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 30th, 2012 Riccardo Fucile
CHIUDONO ANCHE 5.000 EDICOLE, MERCATO IN AGONIA… OGNI ANNO SI PERDONO 100 MILIONI DI EURO… SI VENDONO 4,7 MILIONI DI COPIE, COME NEL 1939
Le previsioni sono brutte per chiunque, anche per chi le racconta.
Crolla il prodotto interno lordo, crolla il mercato dei quotidiani e dei periodici: si polverizza, lentamente.
Otto anni fa, le vendite in edicola generavano introiti per 4,8 miliardi di euro, quest’anno riuscire a galleggiare sui 3 miliardi sarebbe un successo.
La tendenza preoccupa quelli che seguono le curve sui grafici che tratteggiano uno scenario drammatico: ogni dodici mesi si perdono circa cento milioni di euro, un ritmo che si ripete dal 2004 e sarà costante (almeno) nei prossimi tre anni.
Un recente studio fotografa la recessione di un intero settore: che comincia nelle redazioni, prosegue nelle tipografie e finisce nelle edicole.
Un effetto domino che rispedisce i giornali al passato di lastre piombate e telegrafi di periferia: si vendono 4,7 milioni di copie al giorno come nel ’39. Vanno male persino i collaterali (libri, dischetti, francobolli, modellini), ostinata moda e fonte di salvezza negli anni 80: quest’anno avranno un giro d’affari di 350 milioni di euro, sette anni fa superavano il miliardo.
La filiera perde pezzi e posti di lavoro: i distributori locali erano 168 nel 2004, scesi a 109 nel 2011; le edicole erano 35.500 nel 2004 e adesso ne mancano 5.000 all’appello.
Non c’è un segno positivo che possa risollevare il morale e, soprattutto, i bilanci aziendali.
La pubblicità si trasferisce in massa verso le tv, e ignora la carta: le maggiori 200 aziende italiane e straniere, che investono quasi 4 miliardi l’anno, spendono l’8,5 per cento per i quotidiani, il 10 per cento per i periodici, lo 0,67 per la free press, ma il 60 per cento è riservato alle televisioni.
Prima di lasciare la scrivania per una vacanza pagata a sua insaputa, l’avvocato Carlo Malinconico, sottosegretario per l’Editor ia, pensava di creare un cervellone elettronico per le 30.500 edicole superstiti: un sistema digitale per scoprire, in tempo reale, dove scarseggiano copie e dove abbondano.
La riforma poteva ridurre sprechi di carta e di trasporto e aiutare le aziende a migliorare il prodotto offerto e la presenza sul mercato.
Il governo suggeriva ai quotidiani che ricevono il contributo pubblico di abbandonare la carta stampata per traslocare su internet.
Il problema è il solito, però: anche in rete la pubblicità scarseggia, decine di siti d’informazione si dividono il 4,8 per cento di un mercato dominato dal televisore, cioè un paio di centinaia di milioni di euro l’anno.
Le società che editano quotidiani e periodici possono guadagnare in due modi: pubblicità o vendite.
La giostra pubblicitaria gira sempre nella stessa e identica direzione, e dunque favorisce le concessionarie di Mediaset (in particolare), Rai (in diminuzione), La7 (in crescita).
Il circuito di vendite è come un esercito a ranghi ridotti: meno distributori, meno edicole.
Un esercito debole farà fatica a vincere la battaglia per la sopravvivenza.
Carlo Tecce
(da “il Fatto Quotidiano“)
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