Destra di Popolo.net

DAL BRASILE ALLA CINA E ALLA SERBIA: TUTTI GLI AIUTI PUBBLICI RICEVUTI DALLA FIAT

Settembre 25th, 2012 Riccardo Fucile

TASSI AGEVOLATI, BONUS FISCALI, MENO TASSE E SCONTI PER CHI ACQUISTA AUTO

Ci sono Stati che offrono pacchetti di sgravi fiscali impossibili da rifiutare, altri che pagano fino a diecimila euro per ogni posto di lavoro creato.
Altri ancora che concedono finanziamenti a tasso agevolato per coprire fino all’85 per cento dei costi di costruzione delle fabbriche.
Anche nei paesi dove l’economia tira, la scelta dei luoghi in cui realizzare gli stabilimenti è frutto di una sorta di asta in cui vince chi offre le agevolazioni migliori. Alla Fiat (come ai suoi concorrenti) gli aiuti di stato vengono offerti da tutti i governi, dagli Usa alla Cina, dalla Serbia al Brasile.
Ecco una panoramica delle agevolazioni ottenute recentemente dal gruppo di Torino nei diversi Paesi del mondo.
BRASILE
Tassi agevolati e bonus fiscali per diventare leader in Sud America
La costruzione del nuovo stabilimento nello stato di Pernambuco è stata la prima occasione di polemica tra Sergio Marchionne e il ministro Corrado Passera.
Il governo brasiliano finanzierà  con un tasso agevolato fino all’85 la realizzazione della nuova fabbrica che costerà  2,3 miliardi di euro.
Inoltre la casa torinese otterrà  vantaggi fiscali per cinque anni a partire dalla data di avvio della produzione.
Finanziamenti e agevolazioni erano già  stati ottenuti nei decenni scorsi dalla Fiat Brasiliana quando era stato realizzato il primo stabilimento, quello di Belo Horizonte nello stato del Minas Gerais. In Brasile il Lingotto ha realizzato uno degli investimenti più redditizi diventando il primo produttore di automobili nell’America del Sud, il mercato che spesso ha sopperito con le sue performance positive ai cali delle vendite registrati in Europa.
SERBIA
Fondi da Belgrado e dalla Bei ma operai pagati 400 euro al mese
Lo stabilimento serbo di Kragujevac è stato il primo dove sono stati dirottati modelli inizialmente previsti in Italia.
In Serbia finisce infatti, nel luglio del 2010, la produzione del modello L0, quello che oggi si chiama 500 L.
Il governo di Belgrado mette sul piatto 250 milioni mentre la Bei, la Banca europea degli investimenti, contribuisce con un prestito di 400 milioni alla ricostruzione post-bellica dello stabilimento dell’ex Zastava.
La Fiat mette subito 350 milioni e ottiene fino a 10 mila euro per ogni operaio assunto, oltre ai vantaggi di una zona franca fiscale per 10 anni.
Inoltre i dipendenti vengono pagati tra i 300 e i 400 euro al mese.
Un vantaggio competitivo notevole anche se, ha ricordato Marchionne nell’intervista a Repubblica, nonostante tutte queste agevolazioni la 500 L costerà  di più dei modelli prodotti dai concorrenti.
STATI UNITI
Dalla Casa Bianca 7,6 miliardi per il salvataggio di Chrysler
L’operazione Chrysler è uno dei più clamorosi casi di finanziamento pubblico nella patria del liberismo.
Nel 2009 l’amministrazione Obama (insieme al governo canadese) finanzia con un grande prestito il salvataggio di Gm e Chrysler.
Quest’ultima passa attraverso il fallimento pilotato e ottiene dai due governi 7,6 miliardi di dollari che vengono restituiti nel maggio del 2011.
Il prestito viene concesso tra le polemiche dei repubblicani (anche se la pratica era stata avviata dal Presidente Bush negli ultimi giorni della sua presidenza).
Marchionne festeggia a Auburn Hills la restituzione del prestito con una cerimonia alla presenza dei dipendenti. Anche i sindacati aiutano la Fiat rinunciando allo sciopero fino al 2015 e accettando il dimezzamento delle paghe per i neoassunti.
INDIA
Meno tasse per il costruttore e sconti per chi acquista auto
L’area di Pune è il cuore della presenza Fiat in India. Uno stabilimento da 650 milioni di dollari realizzato per produrre le utilitarie del gruppo di Torino.
Come agli altri marchi presenti in zona, l’insediamento nel paese ha fruttato alla Fiat soprattutto vantaggi fiscali e sconti sui finanziamenti per l’acquisto di automobili che favoriscono chi produce nel paese rispetto ai costruttori importatori.
In India la Fiat è alleata con Tata anche se negli ultimi mesi le difficoltà  commerciali della casa di Torino hanno suggerito una parziale divisione delle reti di vendita tra i due gruppi.
A Pune le potenzialità  produttive sono molto alte: 200 mila auto all’anno e 100 mila motori. Attualmente è sfruttata solo una parte di questa capacità  produttiva ma ci sono progetti per una ulteriore espansione.
CINA
“Un’offerta da non rifiutare” e la fabbrica cambia regione
La vicenda dello stabilimento di Guangzhou nella provincia cinese dell’Hunan è una di quelle storia che dimostrano in modo proverbiale come la concorrenza a colpi di incentivi sia scatenata anche all’interno del Paese della grande Muraglia.
La fabbrica che da poche settimane produce la Viaggio, l’auto del gruppo Fiat destinata alla Cina, doveva essere aperta a Canton, la città  dove ha storicamente sede la Gac, il socio cinese del Lingotto.
Ma il governatore di Hunan ha organizzato un vero e proprio blitz, come se operasse nel calcio mercato e ha convito Marchionne e i dirigenti Gac a colpi di incentivi e sgravi fiscali. «Un’offerta che non si poteva rifiutare», hanno commentato a Torino per spiegare la nuova localizzazione dello stabilimento, 630 milioni di euro di investimento e in prospettiva 3.000 dipendenti.

Paolo Griseri
(da “La Repubblica“)

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MAGLIONI, MOCASSINI E PARAFANGHI: L’INTERMINABILE BARUFFA TRA DUE MODELLI DI CAPITALISMO

Settembre 25th, 2012 Riccardo Fucile

DELLA VALLE CONTRO MARCHIONNE, SCONTRO INFINITO TRA EDITORIA E ALTA FINANZA

«Diego, ma chi sei? Charles Bronson, il giustiziere delle notte?».
Raccontano che Luca di Montezemolo, presidente Ferrari controllata dalla Fiat, abbia cercato di convincere l’amico Della Valle anche così.
Per frenare la sua ira contro «i furbetti cosmopoliti», i due italiani con accento straniero, Sergio Marchionne e John Elkann, che guidano la Fiat diventata americana. Lui, il provinciale, residente in quel di Casette d’Ete, terra di ciabattini, diventati imprenditori globali, contro quel che resta del capitalismo aristocratico sabaudo.
Che, persa la erre moscia, è rimasto con la voce roca, di chi dorme poco e fuma tanto, e che, al patron di Tod’s, dice: «Non mi rompere le scatole! ».
Questo non era mai successo.
Diego Della Valle gliel’ha giurata al «ragazzino» (John Elkann detto Jaki, erede degli Agnelli) che poi tanto ragazzino non è più essendo ormai passati 36 anni da quando nacque in quel di New York.
Se n’è andato sbattendo la porta dal patto di sindacato di Rcs, che controlla il Corriere della sera, proprio contro il «ragazzino» il «funzionario » (Renato Pagliaro, presidente di Mediobanca), e da allora ha cominciato a comprare azioni fino all’8,7 per cento di quel che continua ad essere l’incrocio strategico di chi in Italia vuole il potere.
Magari con i soldi degli altri o prendendo ordine da altri.
Della Valle, invece, ci mette i suoi soldi e vuole comandare.
Capitalismo autentico, vecchio stile: idee, progetti, investimenti, rischio.
Pochi debiti. E anche molto paternalismo: con i sindacati non tratta ma per i suoi dipendenti fissa i premi e mette polizze sanitarie e buoni libri nella busta paga.
Anche lui, come Marchionne, continua a pagare un dipendente, reintegrato dal giudice dopo un licenziamento, senza farlo lavorare.
Questo è quel poco che li accomuna.
Capitalismo glocal da quasi un miliardo di ricavi, quello di Della Valle.
«Io sono un privilegiato e posso dire quel che penso e parlo come sono abituato a fare. Non è elegante? Chiedete agli operai di Termini Imerese se è elegante la lettera che hanno ricevuto prima della chiusura della fabbrica. Non si può scaricare sul paese le proprie responsabilità  ».
Lo dice pubblicamente alla Bocconi, lo ripete nelle sue conversazioni private.
Della Valle «arruffapopolo », commenta Lupo Rattazzi, consigliere di Exor (finanziaria della famiglia Agnelli), figlio di Susanna Agnelli, sorella dell’Avvocato. «Perchè – aggiunge Rattazzi – non c’è nulla di più disdicevole di un industriale miliardario che l’arruffapopolo e che alza il livello dei decibel per segnare punti ed avere titoli sui giornali».
Il patron delle Tod’s non assolderebbe mai un manager come Marchionne.
E questo non andrebbe mai a produrre borse e mocassini per quanto con i pallini e per quanto ne sia un utilizzatore.
Quasi ne ha disprezzo.
Dice l’italo-americano con maglione Tommy Hilfiger ma senza etichetta: «Non parliamo di gente che fa borse, io faccio vetture. Quanto lui investe in un anno in ricerca e sviluppo, non ci facciamo nemmeno una parte di un parafango».
Baruffe capitaliste con linguaggio da talk show. Se avesse potuto, Diego Della Valle avrebbe replicato in diretta: «Si vede… », garantiscono i suoi più stretti collaboratori.
Il talk show, dunque. Il botta e risposta, come si fa lungo il Transatlantico di Montecitorio tra politicanti perditempo.
Il format, come avrebbe detto Edmondo Berselli, ha conquistato anche la nostra presunta borghesia industriale.
«Questa è una vera novità », osserva Giuseppe Berta, storico dell’industria e soprattutto della Fiat. Scontro, ma senza un campo di gioco possibile: l’uno ha deciso di andare all’estero per salvare l’azienda (almeno così sostiene); l’altro sta ancorato a un territorio per conquistare quote di mercato all’estero.
Per Marchionne il “made in Italy” è un handicap; per Della Valle è la rampa di lancio, il valore aggiunto.
Ma mentre Della Valle annuncia di aver preso la coppia Elkann-Marchionne «con le mani nella marmellata » dove sono gli altri capitalisti italiani? Con chi stanno? Per chi tifano nel talk show tra industriali?
La Confindustria, un tempo lobby potente con l’ambizione di dettare l’agenda alla politica e il vezzo di dare lezioni a tutta la classe dirigente tranne che a sè, tace. Giorgio Squinzi preferisce l’afasia alle gaffe con cui si era insediato al settimo piano di Viale dell’Astronomia. Silenzio.
Anche perchè Marchionne, che curiosamente parlava all’Unione industriale di Torino, si è liberato dai “lacci e lacciuoli” (certo Guido Carli coniò questa formula pensando a ben altro) della burocrazia confindustriale, dei contratti nazionali e dei sindacati conflittuali. Silenzio che è parte della decadenza confindustriale.
Che ora presta i suoi past president (Montezemolo e Emma Marcegaglia) per coprire i vuoti della politica che verrà .
Anche questo non era mai successo.
Non resta che l’ultima battuta.
Quella che qualcuno ha sentito pronunciare a Della Valle: «È ora che Marchionne si rimetta la giacca. La “prova maglione” non l’ha superata. Il maglione lo lasci a Steve Jobs che si inventò Apple».
Alla prossima puntata.
Il format continua.

Roberto Mania
(da “La Repubblica“)

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IN ITALIA LA BENZINA PIU’ CARA D’EUROPA: COSTA 27 CENTESIMI IN MEDIA IN PIU’

Settembre 21st, 2012 Riccardo Fucile

SIAMO IN CIMA ALLA CLASSIFICA PER IL PREZZO DELLA VERDE E AL TERZO POSTO PER IL DIESEL… SECONDO I DATI UE INCIDE LA MAGGIORE IMPOSIZIONE FISCALE

In Italia la benzina più cara di tutta l’Unione Europa, complice il fisco.
Il prezzo al consumo della verde è al primo posto con uno scarto di 27,4 centesimi rispetto alla media europea.
Per il gasolio siamo al terzo posto, dietro Regno Unito e Svezia, con uno scarto di 30,2 centesimi.
Lo rivela un’indagine del Centro Studi Promotor condotta sui dati ufficiali della Commissione europea aggiornati al primo settembre.
Dai numeri emerge che l’Italia guadagna la maglia nera per il caro-benzina a causa della componente fiscale.
Per quanto riguarda la verde, lo scarto con gli altri paesi è dovuto per 23,5 centesimi alle tasse e per 3,9 centesimi a un prezzo industriale maggiore.
Sul gasolio il peso del fisco è ancora più pesante: per la componente fiscale lo scarto sulla media europea è di 34,9 centesimi, compensato però da un prezzo industriale inferiore alla media di 4,7 centesimi.
Secondo i dati della Commissione Ue, il prezzo medio europeo della verde è di 1,596 euro/litro, mentre in Italia si attesta a 1,870.
Dietro al nostro Paese ci sono Svezia (1,862 euro/litro), Grecia (1,838) e Olanda (1,782).
Il pieno più economico è in Romania, dove la benzina costa 1,335 euro al litro. Per il diesel la media europea è di 1,492 euro/litro.
In questo caso, Il primo posto spetta al Regno Unito (1,794 euro/litro), seguito dalla Svezia (1,789) e dall’Italia (1,759), mentre si risparmia di più in Lussemburgo (1,320).

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RAPPORTO SUL DECLINO ITALIANO: DALLA PRODUTTIVITA’ AI SALARI

Settembre 17th, 2012 Riccardo Fucile

NELLA CLASSIFICA DELLE MAGGIORI ECONOMIE MONDIALI L’ITALIA E’ SCIVOLATA ALL’ULTIMO POSTO

Eravamo i primi, siamo diventati gli ultimi.
Negli anni Settanta l’Italia era al primo posto per crescita della produttività  nell’industria rispetto ai principali Paesi nostri concorrenti nel mondo.
Negli anni Duemila chiudiamo la classifica.
Nel decennio 1970-1979 l’output per ora lavorata (valore aggiunto al costo dei fattori) del settore manifatturiero era cresciuto in Italia in media del 6,5% l’anno.
Meglio del Giappone (5,4%), dell’Olanda (5,2%), della Francia e della Germania (intorno al 4%) e molto meglio dei padroni del mondo, gli Stati Uniti (2,7%), e della culla della rivoluzione industriale, il Regno Unito (2,4%).
Negli anni Ottanta gli inglesi erano però balzati al primo posto (sarà  stata la cura Thatcher?) con una crescita della produttività  del 4,4%, l’anno mentre l’Italia era scivolata in coda, dimezzando il ritmo precedente (dal 6,5% al 3,2%).
Negli anni Novanta la leadership fu conquistata dagli Stati Uniti, grazie soprattutto alle innovazioni tecnologiche e informatiche (4,3% l’anno) e l’Italia rallentò ancora (2,6%).
Ma è nel primo decennio del Duemila, cioè dopo l’introduzione dell’euro, che la produttività  nel nostro Paese precipita a un misero 0,4% in media d’anno, contro l’1,8% della Germania, il 2,5% della Francia, il 2,8% dell’Olanda, il 3% del Regno Unito.
E meglio di noi ha fatto anche la Spagna (1,5%).
Bastano questi dati a illustrare la centralità  del problema della produttività  in Italia.
«La politica reagisca»
La tabella, come molte altre, è contenuta nelle 350 pagine del Rapporto sul mercato del lavoro, curato da Carlo Dell’Aringa, che sarà  presentato al Cnel, il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro presieduto da Antonio Marzano.
Se l’Italia non trova un modo di rilanciare la produttività  e quindi la competitività , dice il testo facendo eco alle tesi del governo Monti che chiede su questo anche uno sforzo a imprese e sindacati, possono aprirsi scenari preoccupanti.
Soprattutto per i lavoratori: «Occorre che la politica sappia reagire» altrimenti si «potrebbero subire pressioni sulle dinamiche salariali», cioè il rischio è che la produttività  venga recuperata tagliando le retribuzioni e si vada incontro a «lunghi periodi di stagnazione dell’attività  economica».
«Tale scenario – ammonisce il Cnel – come l’esperienza greca ha mostrato ha implicazioni di carattere sociale allarmanti». Servono quindi «riforme strutturali sulla crescita» anche se bisogna sapere che queste, prima che abbiano effetto sul prodotto interno lordo, richiedono «dei tempi, sovente molto lunghi».
Sviluppo frenato
La frenata della produttività  dell’industria italiana ha tante cause. Gli anni Duemila hanno visto la globalizzazione dell’economia, l’aumento della competizione internazionale, l’introduzione dell’euro, che per l’Italia ha significato, tra l’altro, l’impossibilità  di svalutare come avveniva prima con la lira.
Tutto ciò ha provocato un «andamento ampiamente divergente fra le economie dell’area euro dei tassi di crescita del costo del lavoro per unità  di prodotto» (Clup), cioè quanto costa produrre un bene o servizio.
Nel primo decennio del Duemila questo costo è salito in media del 2,7% l’anno in Italia. In Germania appena dello 0,2%, in Olanda dello 0,5%, in Francia dello 0,6%. «La perdita di competitività  dell’Italia rispetto alle altre economie dell’area euro è stata significativa, oltre il 2% all’anno.
Un tale divario, cumulato in dieci anni, comporta una perdita complessiva di oltre il 20%, difficilmente sostenibile nel medio termine».
Anche volendo ipotizzare una possibile leggera sovrastima della dinamica del Clup, come sostenuto da alcuni esperti, il differenziale rimarrebbe comunque alto, si sottolinea nel rapporto.
Non si scappa: «Il nodo sta nel divario di crescita della produttività  del settore manifatturiero rispetto alla Germania».
Salari bassi, ma crescono più dei tedeschi
Come recuperare competitività ? Difficile ridurre il gap frenando la dinamica salariale in Italia, visto il basso livello medio delle retribuzioni, anche se va osservato che i salari reali (cioè al netto dell’inflazione) nel nostro Paese sono cresciuti nel primo decennio del Duemila in media dello 0,9% l’anno contro lo 0,5% della Germania, dove la concertazione tra le parti sociali si è tradotta in una «stagnazione dei salari reali durante l’intero scorso decennio».
È vero che nell’ultimo biennio c’è stata una decelerazione dei salari in tutti i Paesi della «periferia europea», ma «risulta pure evidente la difficoltà  a recuperare terreno rispetto alla Germania, che ha presentato anche nella fase più recente una crescita salariale irrisoria».
Eppure, ammonisce il rapporto, «senza una svolta dal versante della produttività , potrebbero prevalere pressioni deflazionistiche sui salari e sui redditi interni, assecondate da politiche fiscali di segno restrittivo», che in fondo è un po’ quello che sta avvenendo.
Con quale esito? «Il rischio paventato negli scenari più pessimisti è che tali pressioni risultino di intensità  tale da mettere in dubbio la stessa persistenza nella moneta unica».
Un circolo vizioso
Alla fine, spiegano gli esperti, ci troviamo in una sorta di circolo vizioso: servirebbero investimenti per rilanciare la crescita ma non ci sono risorse proprio perchè c’è recessione.
«È palese che ancora per diverso tempo i Paesi della periferia tenderanno a perdere terreno, dato che la crisi limita le opportunità  per nuovi investimenti, un passaggio necessario per qualsiasi recupero di efficienza. La caduta degli investimenti caratterizza non solo il settore privato, ma anche il pubblico, visto che le esigenze di bilancio si traducono in minori risorse da destinare al rafforzamento della dotazione infrastrutturale. Si ricade quindi pienamente in una situazione che giustifica un allargamento del gap di produttività  fra i paesi della periferia europea e le economie dell’area tedesca».
Speriamo solo che le Cassandre si sbaglino.
Imprese e occupazione
Tralasciando le previsioni, vediamo invece come la recessione impatta sulle imprese e il lavoro.
Secondo i dati di contabilità  nazionale, ricorda il rapporto, «la crisi degli ultimi anni ha determinato un crollo dei margini delle imprese industriali, che non sono riuscite a trasferire interamente sui prezzi dei prodotti gli incrementi dei costi unitari, derivanti sopratutto dai rincari dei prezzi delle materie prime».
E le imprese non possono aumentare i prezzi, si aggiunge, anche perchè la domanda di consumo è bassa a causa della «vistosa caduta del potere d’acquisto delle famiglie».
In questo quadro «gli investimenti dell’industria italiana stanno cadendo, segnando la formazione di un ritardo nella fase di upgrading tecnologico del nostro apparto produttivo e questo non potrà  che ampliare le distanze rispetto alle economie dell’area tedesca, dove le imprese stanno investendo».
Il mercato del lavoro, secondo i ricercatori coordinati da Dell’Aringa, «non ha ancora risentito, se non in maniera marginale, della nuova recessione».
Per ora le industrie hanno infatti reagito alla crisi con la cassa integrazione, che ha portato a una «caduta delle ore lavorate per occupato» mentre sta aumentando la quota di lavoratori a tempo parziale involontari, «ovvero coloro che lavorano part time perchè non hanno trovato un lavoro a tempo pieno».
Ma «in molti casi gli impianti sono ampiamente sottoutilizzati e questo non può a sua volta che influenzare negativamente l’andamento della produttività ».
E in prospettiva «vi è il rischio che le imprese si riorganizzino adattandosi ai nuovi livelli produttivi permanentemente più bassi, attraverso ristrutturazioni della produzione, o anche vere e proprie chiusure di stabilimenti». Inevitabile pensare alla Fiat.
Giovani senza lavoro
Nonostante tutto ciò, nel 2011, c’è stato un modesto aumento dell’occupazione: 96 mila posti in più rispetto al 2010, risultato di 110 mila donne in più e 14 mila uomini in meno.
Ma gli occupati crescono soprattutto tra gli anziani. Nella fascia tra i 45 e i 64 anni si sono avuti 330 mila posti in più mentre in quella tra i 15 e i 34 anni si sono persi quasi 200 mila lavoratori.
«Se poi si allarga lo sguardo a un periodo più ampio, confrontandosi con i livelli pre crisi del 2008, si osserva come si sia perso oltre un milione di occupati fino ai 34 anni».
Dipende dal fatto che la società  invecchia e quindi le classi d’età  giovani sono meno numerose e dalla riforma delle pensioni che allunga la permanenza al lavoro (in prospettiva fino a 70 anni).
Conclusione: «Se la crescita non ripartirà , a farne le spese saranno soprattutto i giovani, che si dovranno confrontare con un mercato del lavoro con poche opportunità  per i nuovi entranti».

Enrico Marro
(da “il Corriere della Sera”)

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LA PAURA DEI TEDESCHI: “BERLUSCONI NON VA PRESO SUL SERIO, MA SE TORNA LUI ALLORA L’EURO FINIRA'”

Settembre 17th, 2012 Riccardo Fucile

NEGLI AMBIENTI VICINI ALLA CDU DELLA CANCELLIERA MERKEL MALUMORE E PREOCCUPAZIONE EVIDENTE: “BERLUSCONI VORREBBE USARE IL DENARO COME IL VIAGRA”

No comment, dicono interpellati telefonicamente da Repubblica ambienti governativi.
Ma nella Berlino della politica e negli ambienti vicini alla Cdu della cancelliera Angela Merkel malumore e preoccupazione sono evidenti. «Berlusconi forse vorrebbe usare il denaro come il viagra», afferma il professor Michael Stuermer, storico, intellettuale di rango del centrodestra al potere ed ex consigliere di Helmut Kohl negli anni del varo dell’euro.
E Karl Lamers, che in quella stessa epoca storica fu l’uomo chiave del team del cancelliere della riunificazione per i rapporti con i partner europei, aggiunge: «Non lo prendo sul serio, non do valore alle sue parole, e spero non venga preso sul serio. La Banca centrale europea, come tutti sanno, è indipendente, non è controllata dalla signora Merkel».
Le dichiarazioni di Silvio Berlusconi stanno creando qui un effetto molto preciso: la paura che torni l’immagine dell’Italia inattendibile, paese bello da visitare ma di cui non puoi fidarti.
E insieme, l’effetto del risveglio di nuovi timori sul futuro dell’euro, proprio mentre appoggiando il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, contro la linea dura del numero uno della Bundesbank Jens Weidmann (criticato ieri molto duramente dal ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble per aver attaccato Draghi in pubblico) Angela Merkel cerca di far accettare alla sua opinione pubblica il suo appoggio a Draghi e i costi e rischi del salvataggio della moneta unica.
«Berlusconi ha reso un pessimo servizio al suo Paese, ha resuscitato e rafforzato diffidenze verso l’Italia», sottolinea Stuermer.
E continua: «Insisto, lui probabilmente ne sa più di viagra che non di denaro e gestione del denaro pubblico, e forse gli piacerebbe un uso facile o smodato della stampa di denaro. Sarebbe inutile o dannoso, come l’uso facile o smodato del viagra. Se lui tornasse al potere una fine dell’euro, quella che i tedeschi temono, si accelererebbe. Quelle parole, quando l’opinione pubblica tedesca ne sarà  informata, daranno a molti la conferma di vecchie idee sull’Europa mediterranea, che siano pregiudizi oppure no».
«La Germania – insiste Stuermer – ha una certa idea della lotta all’inflazione, e anche un’idea molto precisa dell’indipendenza della Bce da ogni pubblico potere, Berlusconi è stato premier e dovrebbe saperlo. Agli occhi dei tedeschi il vostro dibattito sul dopo-Monti adesso acquista anche un’altra luce”
Non molto diverse, al fondo, le opinioni a caldo di Karl Lamers.
«Le idee della cultura politica tedesca sulla gestione dei pubblici bilanci e sulla politica monetaria sono note, ma il rispetto dell’indipendenza della Bce è assoluto, e colgo quest’occasione per ribadire il nostro pieno rispetto per Mario Draghi.
Invito a sdrammatizzare, a non prendere sul serio quelle parole, e spero che i più nel suo partito non lo seguano».
Non prendiamola sul serio, almeno non ancora, aggiungono confidenzialmente e nell’anonimato altre fonti: lui adesso non è al timone.

Andrea Tarquini
(da “la Repubblica“)

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IL NUOVO REDDITOMETRO: NEL MIRINO COLF, ASILI, PALESTRE E AUTO

Settembre 16th, 2012 Riccardo Fucile

PRONTO A FINE OTTOBRE…. I COMMERCIALISTI: “RISCHIO CHE GLI STUDI DI SETTORE DIVENTINO UNO STRUMENTO DI REPRESSIONE”

Quella contro l’evasione fiscale «è una guerra» e «mi devo convincere che non siamo soli». Il direttore dell’Agenzia delle entrate, Attilio Befera, parla davanti alla commissione Finanze della Camera.
I deputati lo incalzano sulla solita questione, Equitalia, la severità  dei controlli.
E lui, in Parlamento, è costretto quasi a difendersi: «Da quando sono direttore abbiamo recuperato oltre 40 miliardi di euro di evasione. Sentendo i vostri interventi ho la sensazione che questi soldi li abbiamo presi a cittadini onesti, vessati. Credo non sia questa la realtà ».
Una guerra, appunto.
E il nuovo redditometro è una delle battaglie. «Ci stiamo lavorando, spero a breve» di averlo a disposizione, ha detto ieri Befera. «Preferisco ritardare un po’ ma avere uno strumento efficace. Stiamo facendo due forme di redditometro, uno per la selezione preventiva e uno per le attività  di controllo ».
Un meccanismo in due tempi che darà  la possibilità  al contribuente di dimostrare la compatibilità  delle proprie spese con il reddito dichiarato prima di far scattare gli eventuali controlli.
Ma a quasi un anno dalla presentazione siamo ancora alla sperimentazione.
Il redditometro servirà  a scovare gli evasori confrontando il reddito dichiarato dal contribuente con il suo tenore di vita, letto attraverso una serie di voci «spia»: non solo la barca o la macchina di lusso, ma anche le spese per la colf, per il cellulare, per l’asilo o l’università  dei figli, fino all’abbonamento in palestra, alla parcella del veterinario, alle donazioni alle onlus.
In tutto cento indicatori, divisi in sette grandi categorie, che disegnano la capacità  di spesa del contribuente e quindi stimano il suo reddito «presunto».
Se quel reddito presunto dovesse essere troppo al di sopra di quello dichiarato, il Fisco potrà  far scattare i controlli.
Il sistema è stato presentato la prima volta il 25 ottobre scorso.
La sperimentazione doveva durare pochi mesi, per essere pronti a giugno.
Ma restano ancora alcuni nodi da sciogliere, come il peso da assegnare a ciascuna di quelle cento voci spia e la definizione di quanto il tenore di vita debba essere più basso del reddito dichiarato per far scattare i controlli.
Non ci sono soltanto problemi tecnici, però. La questione è anche politica.
E c’è anche chi pensa che questo strumento possa essere considerato troppo invasivo.
Il timore vero, infatti, è che il redditometro si trasformi in uno studio di settore applicato a 22 milioni di famiglie e 50 milioni di contribuenti.
Le spese rilevate nelle categorie- campione avranno un peso nel calcolo del reddito ma a questo verrà  aggiunto anche un coefficiente di moltiplicazione in base all’area geografica e al nucleo familiare.
In poche parole, il reddito di chi acquista un’auto in una regione dal reddito medio- basso sarà  conteggiato con un “peso specifico” superiore rispetto a chi compra la stessa auto in una regione a reddito più alto.
E poi ancora bisognerà  calcolare il numero dei familiari per un totale di 55 gruppi omogenei che genereranno il calcolo finale.
«Si tratta di un meccanismo concettualmente giusto – afferma Claudio Siciliotti, presidente dei commercialisti – ma c’è un rischio concreto: potenzialmente il redditometro può diventare strumento automatico e assumere valore legale comportando l’inversione dell’onere della prova a carico del contribuente. È vero che Befera, meritoriamente, ha più volte ribadito che questo sarà  solo uno strumento che servirà  a segnalare i casi più a rischio per far scattare accertamenti più approfonditi. Ma il timore è che in futuro ci possa essere un inasprimento del suo utilizzo. Si tratta di una preoccupazione prospettica legata soprattutto alla presenza dei coefficienti, gli stessi che tanti problemi hanno creato negli studi di settore. Stavolta però non saremmo più in presenza di 5 milioni di partite Iva ma di 50 milioni di contribuenti».
Il nuovo redditometro consentirà  anche una verifica «fai da te» a posteriori: grazie a un software messo a disposizione dei singoli contribuenti e dei commercialisti, chi vorrà  potrà  inserire i propri dati (e spese) e verificare se quanto ha intenzione di dichiarare rientrerebbe nei parametri stimati o farebbe accendere un campanello d’allarme al fisco.
E magari ritoccare la dichiarazione.

Lorenzo Salvia e Isidoro Trovato
(da “Il Corriere della Sera“)

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DEPUTATO ASSENTEISTA E POLEMISTA SCORTATO: MAGDI ALLAM, IL PALADINO “CONVERTITO”

Settembre 15th, 2012 Riccardo Fucile

L’EX GIORNALISTA RIATTIZZA LA POLEMICA SU MAOMETTO… UNA CARRIERA FULMINANTE, UNA PARABOLA POLITICA ALTALENANTE TUTTA GIOCATA SULLO “SCONTRO DI CIVILTA’”

Non capita a tutti di leggere del proprio battesimo sulla prima pagina del Corriere della Sera, e in grande evidenza.
Fu quella, il 23 marzo 2008, la svolta di Magdi Allam, diventato Cristiano di nome e di fatto: da giornalista dalla fulminante carriera a politico e agitatore dalla parabola altalenante, fra un seggio europeo e una candidatura alle regionali della Basilicata.
Magdi Allam emerge dall’oblio pronto ad attizzare il fuoco ogni volta che il presunto “scontro di civiltà ” fra cristiani e musulmani si riaccende.
Con dichiarazioni che sembrano studiate apposta per esasperare ulteriormente gli animi.
E così il presidente della sedicente formazione politica “Io amo l’Italia” è comparso sul palco di un dibattito leghista a Brescia, distillando su Maometto giudizi molto simili a quelli contenuti nel film che ha contribuito a scatenare le violenze in Libia e in diversi paesi musulmani.
Allam era guardato a vista dalla scorta, come succede da nove anni a questa parte per minacce ricevute — fu lo stesso Allam a raccontarlo nel saggio “Vincere la paura” — da Hamas e da “terroristi islamici a cui si sono rapidamente aggiunte altre minacce di nazionalisti arabi, estremisti di destra e di sinistra in Italia”.
La stella del giornalista Magdi Allam, nato al Cairo nel 1952 ed educato in scuole cattoliche, comincia a brillare dopo gli attentati dell’11 settembre 2001.
Diventa un editorialista di punta di Repubblica in un periodo in cui l’opinione pubblica scossa dalle stragi negli Usa ha fame di approfondimenti sull’Islam e sul mondo arabo.
Tanto che nel 2003 il Corriere della Sera lo strappa all’eterno concorrente garantendogli una qualifica di vicedirettore ad personam e, a quanto si sa, un lautissimo stipendio.
E’ l’epoca in cui il solitamente sobrio quotidiano di via Solferino ospita i violentissimi editoriali anti-islamici di Oriana Fallaci, sulla scia di best seller come “La rabbia e l’orgoglio” che la giornalista ha pubblicato con Rizzoli.
E anche Magdi si “indurisce”. Al giornalista-analista si sostituisce via via il battagliero paladino della cristianità  minacciata dall’invasione musulmana, perpetrata anche attraverso l’immigrazione, altro tema bollente e sempre declinato sul fronte della “sicurezza”.
Al Corriere, Magdi Allam è protagonista di casi giornalistici molto controversi.
Il 16 gennaio 2007 pubblica un’email dell’ex moglie di Hamza Roberto Piccardo, leader dell’organizzazione islamica italiana Ucoi.
L’intento è attaccare la poligamia ammessa dalla religione islamica, ma Allam riporta il messaggio privato senza il consenso della signora, dopo averlo ricevuto da una terza persona.
Il garante della Privacy ordinerà  la rimozione di quell’articolo dal sito del quotidiano.
I suoi libri gli costano diverse condanne per diffamazione: l’ultima ottenuta, a febbraio di quest’anno, da due inviati dello stesso Corriere e del Sole 24 Ore da lui accusati di aver firmato falsi reportage da Bassora durante la guerra in Iraq, senza aver mai messo piede in quella città .
Accusa professionalmente infamante, e soprattutto completamente falsa.
Per non dire di quando lanciò la notizia fragorosa di una complicità  italiana nel sequestro dei quattro contractor italiani in Iraq, nel 2004, che porterà  all’assassinio di uno di loro, Fabrizio Quattrocchi.
Fioccano polemiche e interrogazioni parlamentari per appurare la grave denuncia.
Riscontri, pezze d’appoggio? Nessuno.
La storia finisce in niente.
Crede invece in lui, o quanto meno punta su di lui, la fondazione israeliana Dan David, che nel 2007 lo premia con un milione di dollari per il suo contributo alla “tolleranza”.
Il 23 marzo 2008, la consacrazione, anche mediatica.
Allam decide di abbracciare in toto la religione cristiana e di farsi battezzare da Papa Benedetto XVI durante la veglia pasquale.
Scelta che il giornale di cui è vicedirettore, l’un tempo laico Corriere della Sera, celebra con un titolo in prima pagina: “Conversioni, il papa battezza Magdi Allam”.
Sulla conversione, poi, non tutti sono convinti. Magdi afferma di rinunciare “alla mia precedente fede islamica”, un colpo di teatro a cui l’assidua frequentazione giovanile di scuole cattoliche bagna le polveri.
Ma Magdi Cristiano Allam è ormai un personaggio.
Quasi naturale, dunque, il salto in politica.
Con una formazione — anche questa — ad personam, il partito “Protagonisti per l’Europa Cristiana”. Che non lascia grandi tracce di sè, ed è grazie a un accordo con l’Udc di Pier Ferdinando Casini che l’ex giornalista conquista un seggio europeo alle elezioni del 2009, dove brilla soprattutto per assenteismo.
Dopo aver lasciato il gruppo del Ppe perchè troppo morbido nella difesa della cristianità , siede nello stesso gruppo della Lega nord, “Europa delle libertà  e della democrazia”.
Ma l’agenda cambia, e il vento della crisi economica spazza via gran parte dell’interesse sullo “scontro di civiltà ”.
La stella di Allam si offusca: nel 2010 il paladino dell’Occidente ritiene opportuno continuare la sua battaglia come candidato del Pdl alla presidenza della Regione Basilicata, ma Berlusconi, che pure è di manica larga, preferisce evitare.
L’avventura lucana si ridimensiona: Allam si candida presidente con il suo nuovo partito, “Io amo l’Italia”, che comunque prende l’8 per cento.
Ma i fasti del passato restano lontani.

Mario Portanova
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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FIAT, ADDIO AI 20 MILIARDI PROMESSI: ORA SI TREMA DA CASSINO S POMIGLIANO

Settembre 15th, 2012 Riccardo Fucile

IL 30 OTTOBRE IL NUOVO PIANO DEL LINGOTTO, POSSIBILE IL TAGLIO DELLA PRODUZIONE ITALIANA

Dimenticare Fabbrica Italia.
Quello che appare un clamoroso autogol mediatico del Lingotto – ripetere con enfasi quanto finora si era detto sottovoce, e cioè che non si possono mantenere le promesse – diventa in realtà  il prezzo necessario da pagare al doloroso passo successivo.
Che sarà , inevitabilmente, la riduzione della capacità  produttiva installata in Italia.
Con tagli di personale o addirittura con nuove chiusure di stabilimenti?
Marchionne scioglierà  il dilemma il 30 ottobre.
Ma da ieri nessuno può più fare il paragone con le promesse dell’aprile del 2010: quattro fabbriche (Mirafiori, Cassino, Melfi e Pomigliano) che funzionano a pieno regime e una produzione annua in Italia di 1,4 milioni di auto.
La crisi (e la scelta conseguente di ritardare il lancio di nuovi modelli) consegnano una realtà  assai meno rosea: nel 2012 in Italia la Fiat produrrà  400 mila auto, un milione in meno dell’obiettivo di Fabbrica Italia.
Una capacità  produttiva superiore di un milione di pezzi a quel che chiede il mercato significa avere tre stabilimenti su quattro in bilico.
Non ci sono, naturalmente, automatismi ed è auspicabile che Marchionne trovi una soluzione per evitare nuove chiusure dopo quella di Termini Imerese. Ma questo è l’ordine di grandezza dei problemi da affrontare.
Dicono i rumors che ieri mattina in America (il primo pomeriggio in Italia) l’ad del Lingotto abbia preso la decisione di intervenire dopo aver letto le dichiarazioni di sindacalisti (Camusso, Landini, Airaudo) e politici (Fassina, Vendola).
Tutti a ricordare il piano del 2010, i 20 miliardi di investimenti promessi, i nuovi modelli. Evidentemente con quel paragone, qualsiasi annuncio venga fatto il 30 ottobre è destinato a suscitare delusione e accuse al vetriolo.
Meglio dunque mettere le mani avanti e sottolineare quel che si era già  detto.
Non tanto il 27 ottobre 2011, quanto nella recente assemblea degli azionisti di primavera. Nell’ottobre di un anno fa infatti la scelta di abolire la dizione «Fabbrica Italia», era stata la risposta agli interrogativi della Consob che voleva sapere dove e quando il Lingotto avrebbe speso i famosi 20 miliardi promessi.
La Fiat aveva scelto di non rispondere alla domanda e per uscire dall’impasse aveva deciso di abolire l’espressione «Fabbrica Italia» sostenendo che non di un vero e proprio piano si trattava ma di una semplice ipotesi di lavoro.
Nella primavera scorsa invece era stato lo stesso Marchionne a dire agli azionisti Fiat che «in occasione dell’approvazione dei dati del terzo trimestre 2012» avrebbe presentato un vero e proprio piano alternativo a quello del 2010.
Mancano ora sei settimane al d-day del cda del 30 ottobre. La situazione sta diventando molto difficile.
Marchionne in questi mesi ha tentato diverse vie di uscita. Ha proposto ai giapponesi della Mazda di affittare una parte degli impianti italiani.
Ha chiesto che sia l’Ue a farsi carico del problema della sovracapacità  produttiva dei costruttori europei.
Sta tentando la strada di produrre in Italia anche una parte delle auto da vendere in America. Nessuno può dire oggi quali di questi tentativi andranno a buon fine e con quale risultato sulla situazione italiana.
Certo, il quadro del 30 ottobre sarà  assai meno roseo di quello rappresentato l’altro ieri dal presidente della Fiat, John Elkann, che ha parlato di «conti in miglioramento rispetto al 2011» e di un’azienda in buona salute.
Perchè ultimamente la buona salute degli azionisti non è andata di pari passo con quella dei dipendenti. Anzi.
Sembra proprio che la cassa integrazione dei secondi sia la premessa per gli utili in aumento dei primi.
E, forse non per caso, tocca all’amministratore delegato, che ci mette direttamente la faccia, ricordare a tutti che il cielo sopra Torino è più nuvoloso di quanto dicano i suoi azionisti.

Paolo Griseri
(da “La Repubblica”)

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ECCO LE VERE CONDIZIONI DI BERLINO SU SPESE E ACQUISTI DELLO SCUDO EURO

Settembre 13th, 2012 Riccardo Fucile

IL TETTO DELL’ESPOSIZIONE TEDESCA FISSATO IN 190 MILIARDI, QUELLO TOTALE SUI SALVATAGGI SARA’ DI 420 MILIARDI… L’ITALIA ALLA FINESTRA, IN ATTESA DELLE DECISIONI DELLA SPAGNA

Un tempo per queste cose c’era Wikileaks, presto ci sarà  il Bundestag.
Finiremo tutti per navigare sul sito web della Camera Bassa del Parlamento federale tedesco per scovare i segreti che i governanti d’Europa non vorrebbero che noi sapessimo.
Quelli che ancora oggi sono i vincoli di riservatezza dei ministri europei, i protocolli sigillati, l’epica da Trattato di Versailles degli accordi in stanze piene di fumo, tutto spazzato via con una sentenza ieri a Karlsruhe.
Le toghe (letteralmente) rosse della Corte costituzionale tedesca hanno stabilito che il Parlamento deve sapere tutto ciò che viene deciso per salvare l’euro e i suoi Paesi più indebitati, perchè lì è la sede della sovranità  popolare.
Nessun rischio di perdite patrimoniali affrontato dal governo tedesco per salvare gli altri Paesi dell’euro è ammissibile senza un via libera, per niente formale, da parte dei deputati.
Per questa ragione, questi ultimi devono poter disporre di un quadro chiaro della situazione
In realtà  già  in passato il Bundestag, nel votare il salvataggio dell’Irlanda e poi quello delle banche spagnole, aveva diffuso sul web dettagli vitali che i governi di Dublino e Madrid stavano nascondendo ai loro elettori.
Ma stavolta è tutto più formale e soprattutto in contraddizione con il dettato dell’Esm, il fondo europeo per i salvataggi sulla cui costituzionalità  la Corte di Karlsruhe era stata a pronunciarsi da molti ricorsi.
All’articolo 34 il trattato dell’Esm fra i 17 Paesi dell’euro fissa quello che definisce il «segreto professionale» dei negoziatori europei.
Ministri e ex ministri, membri presenti o passati dell’Esm che avrà  un capitale sottoscritto da 700 miliardi di euro, «sono tenuti a non divulgare informazioni protette dal segreto professionale». Per esempio: quanti titoli spagnoli avranno comprato, a quali prezzi, di quanto saranno in perdita o in profitto ai prezzi correnti.
Ma Karlruhe puntualizza che questi sono soldi dei cittadini contribuenti, non una liberalità  dei governi. Al punto 5/5 (130) della sua sentenza di ieri conferisce alla commissione bilancio del Bundestag il potere di eliminare a maggioranza il «segreto professionale» dei ministri, e non è difficile immaginare come finirà .
Chi non ama l’idea che per saperne di più dipenderemo da un palazzo prussiano in pietra nera, dal tetto bombardato e rifatto in cristallo, può riflettere a quanto segue: il massimo dell’esposizione tedesca sull’Esm è di 190 miliardi, quella totale sui salvataggi è di 420 (inclusi il primo pacchetto Grecia, più il primo fondo europeo Efsf) e i firmatari di ricorsi contrari alla Corte costituzionale di Karlsruhe sono stati 37 mila.
E l’Italia?
La soglia di esposizione all’Esm è di 125 miliardi, quella totale è di 277 e i firmatari di ricorsi alla Consulta sono stati zero.
Lo furono anche nel 2008, quando nella distrazione generale la Banca centrale europea prestò 130 miliardi alla Germania per salvare la banca EuroHypo.
Anche per questo, da ieri il Parlamento italiano ha meno prerogative del Bundestag.
Ma appunto se il controllo dell’informazione conferisce centralità  e potere, quel passaggio della sentenza di ieri ne è la sintesi perfetta.
La Corte tedesca conferma che in democrazia non si può ignorare la sovranità  del popolo. Poichè la cancelliera Angela Merkel si è battuta perchè in luglio i due terzi del Bundestag votassero per il fondo, la Corte su questa espressione della volontà  popolare ha basato il suo via libera.
Ma ha anche avvertito che qualunque sfondamento del tetto di esposizione tedesca sull’Esm oltre i 190 miliardi dovrà  passare per un nuovo voto del Bundestag.
Di qui i paletti della Corte: se la Spagna, l’Italia o qualunque altro Paese dovessero richiedere programmi d’aiuto molto grandi, tali da spingere la Germania oltre la soglia dei 190 miliardi, la Camera bassa in Germania dovrebbe prima dare disco verde.
Il governo non può impegnarsi ad aumentare la quota di capitale sottoscritta dell’Esm senza un assenso della maggioranza.
Ciò può dare al Bundestag potere di veto di fatto su ogni piano di salvataggio e sulla formulazione delle condizioni da richiedere a un Paese in crisi.
A maggior ragione, ciò può succedere se l’Italia o la Spagna ritirassero le loro quote dall’Esm come si prevede quando un Paese viene finanziato: a quel punto gli altri dovrebbero colmare l’ammanco
Non è detto che andrà  così. Il tetto dei 190 miliardi per la Germania per ora tiene, perchè l’Esm è strutturato in maniera solida e gli eventuali aiuti non saranno troppo onerosi: il fondo Esm rileverà  non più della metà  dei bond a lungo termine emessi da qualunque Paese in crisi, mentre è alla Bce che spetta il grosso degli interventi in acquisto dei bond fino ai tre anni di scadenza. Ma la Corte di Karlsruhe non ha cambiato la sostanza: il Bundestag aveva già  prima un potere di veto di fatto sui piani di salvataggio, con le relative condizioni, e adesso la Corte lo conferma. Gli interventi vanno decisi all’unanimità  o a maggioranza dell’80% dei voti dei Paesi dell’Esm, in entrambi i casi la Germania è determinante ma il governo di Berlino non può decidere senza il Parlamento.
Mariano Rajoy conosce bene questi vincoli, dunque prende tempo.
Il premier di Madrid programma di presentare la nuova finanziaria entro il 27 settembre con nuovi sacrifici, per poi probabilmente chiedere l’intervento dell’Esm e della Bce il mese prossimo.
Spera di poter presentare le prossime misure di austerità  come una scelta autonoma, non come l’imposizione dell’Europa o del Parlamento tedesco.
Nel frattempo gli investitori devono aver percepito che Madrid si avvicina alla richiesta di aiuto, perchè le ultime settimane hanno cambiato un po’ l’ordine gerarchico dei tassi d’interesse: a metà  giugno la Spagna era in ritardo di oltre cento punti base rispetto all’Italia sui titoli a dieci anni, ieri sera invece aveva quasi dimezzato a 56.
E dopo il via libera di Karlsruhe all’Esm, gli spread di Madrid e di Dublino sono scesi, rispettivamente, il doppio e il quadruplo di quelli di Roma.
Il mercato si prepara alle elezioni politiche del dopo governo tecnico e al giorno in cui la Spagna e l’Irlanda beneficeranno degli interventi della Bce e dell’Esm.
Probabile che in Italia, dopo il sì di Karlsruhe, si voglia fare di Rajoy una sorta di assaggiatore ufficiale del memorandum d’impegni e degli aiuti da concordare con il Bundestag.
Tutti scruteranno il suo stato di salute (politica) dopo il grande passo.
Ma i tempi dell’impero romano sono lontani.

Federico Fubini
(da “il Corriere della Sera”)

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