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CHE GOVERNO UNITO… IL MINISTRO ROMANI ATTACCA LA PRESTIGIACOMO: “QUELLA MATTA MI FA INCAZZARE”

Maggio 1st, 2011 Riccardo Fucile

DAVANTI A UNA PLATEA DI IMPRENDITORI BRIANZOLI, IL MINISTRO DELLO SVILUPPO INSULTA LA COLLEGA DELL’AMBIENTE SUL DECRETO INCENTIVI, IN NOME DELLA SUPERIORITA’ MORALE DELLA PADAGNA: “VORREBBE L’AUTOCERTIFICAZIONE, MA L’ITALIA NON E’ TUTTA COME LA LOMBARDIA”

Le agenzie di stampa, dando conto dell’ennesimo rinvio nell’approvazione del decreto sul quarto conto energia, parlavano eufemisticamente di “contrasti” tra il ministro dello Sviluppo Economico Paolo Romani e quello dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo.
La realtà , come testimonia il video in esclusiva su Repubblica.it dell’intervento svolto da Romani a un convegno sulle “prospettive di sviluppo per le aziende brianzole” organizzato a Giussano dal mobilifico Tissettanta, è che tra i due membri del governo è in atto una battaglia feroce.
Illustrando alla platea il motivo del contendere tra i due dicasteri, il titolare dello Sviluppo Economico non usa certo giri di parole per fotografare la situazione.
“Se quella matta della Prestigiacomo non mi fa incazzare ancora oggi…Lo dico perchè sono un po’ arrabbiato, veramente, non ci ho dormito la notte…”, afferma Romani alzando il tono della voce.
Il varo del quarto conto energia si è reso necessario nel marzo scorso, quando, a sorpresa, ad appena poche settimane dall’entrata in vigore del nuovo regime di incentivazione per il fotovoltaico, Romani ha fatto licenziare da Palazzo Chigi il decreto ” ammazza rinnovabili” che ha rimesso tutto in discussione.
Il vecchio sistema di aiuti all’energia solare cessa quindi di avere validità  a fine maggio, mentre a stabilire le regole per il futuro dovrebbe essere appunto un nuovo provvedimento.
Romani, seguito a ruota dalla Prestigiacomo, dopo una clamorosa ondata di proteste e prese di posizione, aveva promesso quanto meno che i tempi sarebbero stati brevi per evitare di lasciare nell’incertezza un settore produttivo che calcolando anche l’indotto conta oggi su oltre 100 mila addetti. “Sarà  pronto entro il 20 marzo”, aveva garantito.
In realtà , ad oggi, il quarto conto energia è ancora nel cassetto e le bozze discusse sin qui continuano a suscitare critiche e disappunto da parte sia delle Regioni che delle associazioni di categoria.
I motivi dei ritardi sono naturalmente molti e l’incentivazione delle energie rinnovabili non è certo una priorità  di questo governo, ma ad un’ostilità  di fondo si è aggiunta ora anche una profonda rottura tra i due ministri competenti.
A spiegare il motivo dello scontro è stato lo stesso Romani nel suo intervento al convegno di Tisettanta.
Davanti alla prospettiva di riduzioni graduali nell’incentivazione del fotovoltaico, il ministero dello Sviluppo Economico pretende che il calcolo per il tipo di tariffa a cui si ha diritto venga calcolata in base alla data di allaccio alla rete.
Di contro, spiega ancora Romani riferendosi alla Prestigiacomo, “qualche estremista vorrebbe che l’incentivo venisse fermato al momento in cui io mi autocertifico la conclusione dei lavori”.
“Mi stanno rompendo le palle”, aggiunge poco dopo.
Una posizione, quella del MSE, in teoria sensata, ma che non tiene conto del fatto che gli imprenditori onesti rischiano di vedere messo a repentaglio dai ritardi della burocrazia necessaria all’allaccio in rete anche un investimento fatto nei tempi giusti.
Un problema che evidentemente per Romani non esiste, mentre apparentemente la priorità  è scongiurare le false dichiarazioni di fine lavori. “Dell’autocertificazione consentitemi di dubitarne, non in Lombardia per l’amor di Dio, ma in qualche altra parte d’Italia qualche dubbio sull’autocertificazione ce l’ho…”, dice il ministro alla platea brianzola senza nascondere un certo razzismo verso il Mezzogiorno.
Parole poco edificanti per un ministro della Repubblica, che assumomo un valore ancor più grave perchè lasciano spazio a congetture sull’esistenza di qualche sospetto sulla posizione della Prestigiacomo visto che probabilmente tra le “altre parti d’Italia” accennate da Romani c’è proprio la Sicilia, terra d’origine e collegio elettorale della collega dell’Ambiente.
Dallo staff del ministro si fa sapere che quelle utilizzate da Romani sono “espressioni colorite”, visto che i rapporti fra i due colleghi “sono ottimi”.
Non si tratta quindi “assolutamente di un attacco personale”.
Quella di Romani e Prestigiacomo è una divisione che mette a rischio centomila lavoratori in un settore strategico per il futuro del Paese, che era cresciuto nonostante la crisi per poi essere paralizzato dal decreto Romani.
Senza contare la spocchia con cui Romani intende magnificare la padagna a danno del meridione in modo manicheo, ennesima dimostrazione di un latente razzismo di questo governo che non sa neanche garantire gli allacci in rete in tempi burocratici europei, nord compreso.

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NUCLEARE, SUL VOTO DECIDE LA CASSAZIONE: IL GOVERNO RISCHIA L’EFFETTO BOOMERANG

Aprile 28th, 2011 Riccardo Fucile

PERPLESSITA’ SULLA MORATORIA PERCHE’ NON INDICA UNA RINUNCIA DEFINITIVA AL NUCLEARE…SECONDO MOLTI GIURISTI L’USCITA DEL PREMIER POTREBBE PESARE SULLA CORTE

Berlusconi potrebbe aver parlato troppo presto.
Di più: il bluff svelato dal premier potrebbe influire sulla stessa decisione della Cassazione e salvare il referendum sul nucleare.
Il potere di far saltare un quesito infatti non è nelle mani del parlamento, nè tantomeno del governo, ma di un giudice: l’Ufficio centrale presso la Corte di cassazione. A loro spetta la soluzione del rebus.
Procediamo per tappe.
La sentenza 68 del 1978 della Corte costituzionale è chiara: una nuova legge non provoca l’annullamento automatico di un referendum, ma può impedirne lo svolgimento solo se abbandona “i principi ispiratori della disciplina preesistente” che si vuole abrogare.
Altrimenti il referendum si tiene ugualmente, seppure sulle nuove disposizioni normative.
“In tal modo – spiega Gaetano Azzariti, costituzionalista alla Sapienza – si vuole impedire che un legislatore smaliziato possa modificare solo formalmente una legge, per evitare il pronunciamento popolare”.
Per questo spetta alla Cassazione valutare la nuova normativa alla luce dei quesiti referendari.
Sul caso nucleare, già  la formulazione dell’emendamento del governo solleva dei dubbi tra i giuristi, visto che rinviando a “ulteriori evidenze scientifiche” e a futuri “sviluppi tecnologici” non comporta una rinuncia definitiva alla scelta nucleare, che “è invece – sostiene Azzariti – il principio ispiratore dell’iniziativa referendaria”.
Insomma l’emendamento governativo bloccherebbe il piano nucleare,
riservandosi però la possibilità  di tornare sulla decisione.
E come possono influire ora le dichiarazioni di Silvio Berlusconi?
“La valutazione della Cassazione – chiarisce Roberto Borrello, costituzionalista a Siena – è strettamente tecnica, ma le parole del presidente del Consiglio esplicitano la intentio legislatoris e possono dare un’indicazione importante al giudice”.
“La Corte – conferma il costituzionalista Massimo Luciani – può decidere di valorizzare proprio l’interpretazione soggettiva fornita ora dal legislatore”.
Sulla stessa linea Azzariti, secondo il quale “la Cassazione può senz’altro avvalersi delle affermazioni di Berlusconi”.
Più cauto Michele Ainis, costituzionalista a Roma Tre: “Le intenzioni del premier non entrano nel giudizio della Corte, ma lo sgambetto a un istituto di democrazia diretta come il referendum è grave sul piano della correttezza costituzionale”. Certo i tempi sono stretti, la Cassazione dovrà  attendere che l’emendamento diventi legge dello Stato con la pubblicazione in Gazzetta ufficiale.
La decisione potrebbe arrivare alla vigilia dei referendum, ma non mancano i precedenti: “Come nella decisione – ricorda Azzariti – relativa al referendum sulla Cassa del Mezzogiorno”.
La Cassazione, spiegano i giuristi, può di decidere anche in 48 ore.
A prescindere dal referendum, il destino del nucleare non è però segnato.
Se la Cassazione blocca i quesiti, il governo può ripristinare quando vuole la norma che dà  il via libera al nucleare.
E se si tiene il referendum, si raggiunge il quorum e vincono i Sì?
Secondo la dottrina passati cinque anni o comunque dopo il rinnovo del parlamento la nuova rappresentanza popolare può riproporre le norme abrogate (vedi il finanziamento ai partiti).
Una cosa è certa, se il referendum viene annullato dalla Cassazione e il governo torna al nucleare, la montagna di firme raccolte dai promotori diventano carta straccia e si dovrà  ricominciare da capo.

Vladimiro Polchi
(da “La Repubblica“)

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SIAMO CIRCONDATI DA SCORIE RADIOATTIVE: SONO 23 I SITI DOVE E’ STATA RACCOLTA LA SPAZZATURA NUCLEARE ITALIANA E SONO A RISCHIO

Marzo 28th, 2011 Riccardo Fucile

L’ALLARME DI GREENPEACE: “BUONA PARTE DEI RIFIUTI SONO POSIZIONATI VICINO ALLE SORGENTI”… A SALUGGIA SONO STOCCATI 80 BIDONI DI MATERIALE LIQUIDO ALTAMENTE PERICOLOSI….LA MAPPA DEL NUCLEARE IN ITALIA

Centrali sì, centrali no?
Il vero problema è la monnezza nucleare che rimane, di cui non ci si occupa e che preoccupa.
Dunque quando si parla di nucleare bisogna ricordare che le questioni che si aprono vanno poi anche chiuse.
A lanciare l’allarme è il responsabile di Greenpeace Italia Pippo Onufrio.
Semplificando: esistono due categorie di scorie radioattive.
Una, in termini quantitativi, rappresenta il 90 per cento con un tasso di radioattività  del 10 per cento.
Secondo le linee guida dell’agenzia atomica di Vienna andrebbe costruito un deposito di superficie vincolato per tre secoli (se fosse stato costruito al tempo dell’ Unità  d’Italia saremmo a metà  dell’opera).
Mentre l’altra (denominata categoria tre) in termini di volume è solo il 5 per cento ma contiene il 90 per cento della radioattività .
Per queste ultime, ad oggi, non esiste ancora alcuna soluzione.
In Italia poi si complicano, perchè come spiega Onufrio, “buona parte dei rifiuti si trova all’interno di impianti posizionati vicino all’acqua e dunque con un ancora maggiore pericolo di contaminazione con l’ambiente esterno. In questa situazione totalmente fuori controllo come si può anche solo tentare di rilanciare il nucleare?”.
Ci sono però altri pericoli.
Un esempio? “Gli ottanta bidoni di scorie liquide, altamente pericolose, conservate a Saluggia e che pare non interessino a nessuno di quelli impegnati a promuovere il nucleare e contemporaneamente affossare la promozione di fonti rinnovabili”.
Riassumendo: cosa c’è di nucleare in Italia oltre ai quattro reattori dimessi (Caorso, Trino Vercellese, Garigliano e Latina)?
Ecco la situazione — aggiornata al 21 agosto 2009 — ricostruita attraverso Greenpeace.
Caorso. Il reattore nucleare, originariamente destinato alla produzione di energia elettrica, venne arrestato nel 1988. Da allora rimangono stoccati 1.880 mc di rifiuti radioattivi e 1032 elementi di combustibile irraggiato (pari a 187 tonnellate).
Latina. Il reattore nucleare modello Gcr venne fermato nel 1986 contiene circa 900 mc di scorie radioattive.
Garigliano (Caserta). Il reattore nucleare del Garigliano destinato alla produzione di energia elettrica venne fermato nel 1978 per problemi di varia natura, ad oggi contiene circa 2.200 mc di scorie radioattive.
Saluggia (Vercelli). Il centro nucleare di Saluggia, per ritrattamento del materiale radioattivo, venne fermato nel 1983. Oggi è utilizzato come deposito di rifiuti radioattivi. Si parla di 1.600 mc di scorie radioattive e 53 elementi di combustibile irraggiato (2 tonnellate). È gestito da Fiat-Avio.
Da non dimenticare poi anche i depositi per la raccolta di materiale a bassa radioattività  e sorgenti radioattive dimesse come Compoverde (Milano), “Controlsonic” (circa 1.000 mc di rifiuti radioattivi), il deposito “Crad”, attualmente in esercizio e circa 1.000 mc di rifiuti radioattivi. Il deposito “Gammatom” altrettanti 1.000 mc di rifiuti radioattivi e “Protex”: impianto-deposito contiene 1.000 mc di rifiuti a bassa radioattività . Nel deposito nucleare “Sorin” gli mc sono sempre 1.000 stessa quantità  è stoccata al centro “Cemerad” in funzione.
Ispra. Gli impianti del centro nucleare Ccr-Ispra comprendono: il reattore nucleare di ricerca “Ispra 1” ed “Essor”, attualmente in fase di disattivazione. Assieme ad altri sistemi, complessivamente, stiamo parlando all’incirca di 3.000 mc di materiale radioattivo ed alcune decine di elementi di combustibile irraggiato.
Legnano (Milano). Impianto nucleare di Legnano è destinato alla ricerca universitaria è in esercizio contiene poche decine di mc di rifiuti radioattivi e qualche decina di elementi di combustibile irraggiato.
Trino Vercellese. Nel reattore nucleare Pwr di Trino Vercellese creato per produrre energia elettrica (arrestato nel 1987) ad oggi rimangono stoccati 780 mc di scorie radioattive e 47 elementi di combustibile irraggiato (pari a 14,3 tonnellate).
Rotondella (Matera). Costruito come impianto pilota del “ciclo U-Th” subì però l’interruzione nel 1978. È gestito dall’Enea vi sono stoccati circa 2.700 mc di scorie ma soprattutto 64 elementi di combustibile irraggiato (1,7 tonnellate) provenienti da una centrale nucleare Usa.
Bosco Marengo (Alessandria). Questo centro nucleare fu costruito per la fabbricazione di combustibile per reattori è in fase di disattivazione ma contiene circa 250 mc di rifiuti radioattivi.
Pavia. Il reattore nucleare “Lena” dell’Università  di Pavia usato per la ricerca è in funzione e contiene poche decine di mc di materiale radioattivo e qualche elemento di combustibile irraggiato.
Milano. Il reattore nucleare “Cesnef” usato per la ricerca è in funzione. Anche qua sono presenti poche decine di mc di materiale radioattivo e qualche elemento di combustibile irraggiato.
Montecuccolino (Bologna). Questo reattore nucleare è gestito dall’Enea ed è in fase di disattivazione.
Pisa. Centro “Cisam” per la ricerca militare. È in fase di disattivazione e contiene pochi mc di rifiuti radioattivi oltre ad elementi di combustibile irraggiato.
Casaccia (Roma). Esistono diverse attività  tra le quali: l’impianto di trattamento e deposito di rifiuti radioattivi, attualmente in esercizio, dove sono stoccati circa 6.300 mc di rifiuti ai quali si aggiungono quelli dell’impianto “Plutonio” (60mc), “Opec1” utilizzato “per le celle calde per esami post irraggiamento”, non è attivo, ma viene usato per lo stoccaggio di rifiuti nucleari. Infine c’è “Triga”, attualmente attivo, che contiene 147 elementi di combustibile irraggiato.

Elisabetta Reguitti
( da “Il Fatto Quotidiano“)

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PERCHE’ CONTRO IL NUCLEARE

Marzo 18th, 2011 Riccardo Fucile

IL PIANO DEL GOVERNO PREVEDE 52 AREE PER OSPITARE LE SCORIE, IN GRAN PARTE NEL CENTROSUD…COSTI DI COSTRUZIONE, MANTENIMENTO, GESTIONE E DISMISSIONE PER UNA CENTRALE CHE DURA AL MASSIMO 40 ANNI….L’ITALIA IMPORTA L’8% DELL’ENERGIA CHE CONSUMA E SI VORREBBE SOSTITUIRE QUESTA PARTE CON UN 50% DI ENERGIA PROVENIENTE DAL NUCLEARE E UN ALTRO 50% DALLE RINNOVABILI…ALLA FINE SI SPENDERA’ DI PIU’ CHE A IMPORTARE ENERGIA DALL’ESTERO

A pochi giorni dal disastro ambientale seguito alla tragedia che ha colpito il Giappone, il mondo s’interroga sulla validità  della tesi nucleare.
In Italia il Governo si dice fermamente convinto nell’andare avanti, rifiutando di sospendere i l programma di riarmo delle centrali nucleari.
La Sogin, società  controllata dal Tesoro, attraverso organi di informazione ufficiali, ha prospettato la soluzione al problema scorie: 52 aree, site per lo più nel Centro Sud, in grado di ospitare le scorie radioattive.
Malgrado non sia stata fornita alcuna specifica in merito alla classe, la notizia è stata accolta con favore dal Presidente del Consiglio, nonchè dal Ministro dell’Ambiente.
Dal Corriere della Sera: “la scelta del deposito nazionale per le scorie non sarà  imposta e avverrà  d’accordo con le Regioni, con una sorta di asta: la comunità  che accetterà  i depositi radioattivi sarà  infatti compensata con forti incentivi economici”.
Per l’avvio del provvedimento mancano le VIA e il parere dell’Agenzia per la Sicurezza Nucleare a cui manca ancora un presidente.
Il Ministro dell’Ambiente dichiara che “le centrali pensate per l’Italia sono modernissime e prevedono sistemi di sicurezza molto superiori a quelli giapponesi”.
Personalmente nutro perplessità  in merito alla tecnologia italiana riferita alle Centrali Nucleari, visto che i primi passi dovrebbero muoversi solo nel prossimo futuro.
Se importassimo la tecnologia dai Paesi in cui il nucleare è attivo, mi chiedo quanto denaro dovrebbe essere investito…considerando che già  la costruzione di per sè richiede un costo molto elevato e sicuramente eccessivo per il Paese.
E i costi di mantenimento e gestione?
E i costi di bonifica delle centrali?
Purtroppo molti ignorano che la vita media di un impianto nucleare è stimata in 30-40 anni.
Dopo tale periodo dovrebbe essere sostenuto un costo per la sua dismissione, elevatissimo.
Dunque contestualmente dovrebbe essere sostenuta una spesa per dismettere un impianto e una per costruirne uno nuovo…
Per quanto concerne la sicurezza, sicure che possano essere, non lo saranno mai totalmente.
Le caratteristiche geomorfologiche dell’Italia contemplano una possibile sismicità . E Fukushima ci ha insegnato che basta un incidente per cagionare un disastro ambientale.
L’Italia attualmente importa circa l’8% dell’energia che consuma, mentre produce l’83% da idrocarburi e il restante da rinnovabili.
L’obiettivo del Governo è di ridurre del 33% la produzione da idrocarburi, conseguendo il restante 50% dal nucleare e dalle fonti rinnovabili in egual misura.
La produzione di energia dalla fissione nucleare non libererà  l’Italia dai costi d’acquisto di quell’8%, bensì rappresenterà  di per sè un costo di gran lunga superiore.
I rifiuti nucleari hanno la caratteristica di essere sempre altamente tossici.
Gli effetti da irradiazione sono ormai noti a tutti e vanno dalla comparsa di tumori alle malformazioni neonatali.
Le patologie possono manifestarsi anche dopo molti anni.
Il costo per la conservazione delle scorie è ingente, considerando che si tratta di materiale che rimarrà  attivo e pericoloso per migliaia di anni.
La messa in sicurezza deve contemplare un involucro in grado di restare tal quale e garantire l’impermeabilità  per tutto il tempo necessario.
Mycle Schneider, uno dei massimi esperti in materia, scrive: “il fattore tempo introduce una differenza fondamentale tra le scorie radioattive e gli altri rifiuti. Si parla, per i diversi radioisotopi, di “mezza vita”, il tempo necessario perchè la radioattività  in essi contenuta diminuisca fino a dimezzarsi in modo naturale. La mezza vita di molti isotopi emittenti contenuti nelle scorie nucleari supera spesso l’immaginazione: più di 24.000 anni per il plutonio 239, circa 214.000 anni per il tecnezio 99, quasi 16 milioni di anni per lo iodio 129 e addirittura 4,5 miliardi di anni per l’uranio 238.
La durata della vita, quindi, non dice nulla sul livello di radiotossicità . Alcuni isotopi sono molto pericolosi nel breve periodo, ma diventano innocui nel giro di qualche ora o di qualche giorno, mentre altri isotopi uniscono un alto grado di radiotossicità  ad una lunga durata di vita. Ad esempio, il plutonio non ha soltanto una vita estremamente lunga, ma è anche altamente radiotossico: basta l’inalazione di poche decine di millesimi di grammo per provocare un cancro letale ai polmoni.”
I rifiuti nucleari si distinguono in relazione alla loro attività  in tre categorie
1° grado. Bassa attività : materiali contaminati provenienti dallo smantellamento dei siti nucleari (macerie, calcestruzzo, infissi, ecc.). Poco attivi ma spesso di lunga durata, questi rifiuti hanno dimensioni gigantesche.
2° grado. Media attività : principalmente rifiuti tecnologici rimasti contaminati durante il loro utilizzo (guanti, vestiario, utensili, ecc.). Radioattività  media di circa 300 anni. Le agenzia atomiche ritengono che potrebbe essere sufficiente stoccarli in depositi in “superficie”.
3° grado. Alta attività : principalmente rifiuti provenienti dal cuore del reattore ov’è concentrata una quantità  enorme di radioattività . Rimangono pericolosi per milioni di anni.
Esistono poi altri rifiuti nucleari, non classificati dalle varie legislazioni nazionali come pericolosi, che vengono riutilizzati per la fabbricazione di beni di largo consumo come la lana di vetro, l’acciaio o la ceramica.
Il costo dello smantellamento degli impianti britannici e della gestione delle relative scorie è stimato a più di 100 miliardi di euro — con la tendenza ad aumentare.
Le stime per il solo stoccaggio geologico delle scorie a media ed alta radioattività  in Francia variano da 13,5 a 58 miliardi di euro.
Analogamente, il costo di smantellamento di un piccolo reattore in Francia (Brennilis, 70 MW) è stimato a 480 milioni di euro circa.

Silvia Girotti

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FEDERALISMO, ALTOLA’ DELLE REGIONI: “IL GOVERNO NON HA ONORATO GLI IMPEGNI PRESI”

Marzo 5th, 2011 Riccardo Fucile

SALTA L’INTESA DI DICEMBRE IN TEMA DI TRASPORTO PUBBLICO E DI TAGLI PREVISTI DALLA MANOVRA…SOLO QUATTRO REGIONI FAVOREVOLI AL NUCLEARE…IL PROBLEMA DEI TG REGIONALI

«Al governo abbiamo detto che, dal momento che non ha onorato i contenuti dell’accordi siglato nel dicembre scorso, l’intesa sul federalismo regionale per noi non c’è».
A dirlo è stato il presidente della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, Vasco Errani, al termine della conferenza Stato-Regioni.
«Le Regioni vanno a questo incontro con il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, con la piena disponibilità  a costruire un quadro concertato di azioni che impegni tutta la Repubblica italiana» ha detto Errani, al termine della conferenza Stato-Regioni e poco prima dell’inizio dell’incontro con Maroni sull’emergenza Libia.
«Ascolteremo cosa il ministro avrà  da dirci – ha concluso Errani – e poi faremo le nostre valutazioni».
L’accordo con il governo siglato a dicembre, che ha portato le regioni a dare l’intesa sul decreto di attuazione del federalismo che le riguarda, deve essere concretizzato «rapidissimamente».
Si tratta «di un punto molto importante. La situazione è molto critica».
Vasco Errani, torna sull’accordo siglato il 16 dicembre scorso con il ministro della Semplificazione, Calderoli, per il finanziamento del trasporto pubblico locale e per i tagli previsti dalla manovra.
A margine della Stato-regioni, ai giornalisti Errani spiega: «Visto che il governo non ha ancora onorato l’accordo di dicembre, che comprendeva anche il federalismo regionale, per noi quell’accordo non c’è. Ciò significa che il governo deve rapidissimamente deve far fronte agli impegni che abbiamo condiviso».
Le autonomie hanno anche espresso il loro parere sul decreto relativo ai criteri per la localizzazione degli impianti nucleari. «La maggioranza delle regioni ha espresso un parere negativo. Solo 4 regioni ossia Piemonte, Lombardia, Campania e Veneto – ha detto Errani – hanno espresso un parere favorevole mentre le altre hanno espresso un parere contrario».
«Abbiamo rappresentato alla commissione di Vigilanza Rai – ha aggiunto poi Errani – la necessità  di sensibilizzare i vertici Rai rispetto alla prospettata cancellazione della edizione serale dei telegiornali regionali», ha dichiarato Vasco Errani.
«Su questo tema abbiamo riscontrato interesse e sensibilità  da parte di tutti i commissari. Si tratta di garantire il diritto all’informazione e in questo momento in cui si discute sulle necessità  di un processo federalista si dovrebbe prevedere valorizzare e ampliare i notiziari regionali».

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BUTTATI 300 MILIONI: NO AI REFERENDUM INSIEME ALLE AMMINISTRATIVE, BERLUSCONI HA PAURA DEL POPOLO

Marzo 3rd, 2011 Riccardo Fucile

ELEZIONI LOCALI A META’ MAGGIO, REFERENDUM SU ACQUA PUBBLICA, NUCLEARE E LEGITTIMO IMPEDIMENTO IL 12 GIUGNO… OBIETTIVO: FAR SALTARE IL QUORUM ED EVITARE LA SFIDUCIA POPOLARE SULLE LEGGI AD PERSONAM

Il ministro dell’Interno annuncia la separazione tra elezioni e quesiti referendari.
L’opposizione attacca: “Soldi sprecati solo per sfuggire al voto sul legittimo impedimento”
Ci penserà  il calendario ad affossare i referendum.
E’ questo il senso della scelta fatta oggi dal consiglio dei ministri. “Ho comunicato la decisione di firmare nei prossimi giorni il decreto per l’indizione delle elezioni amministrative il 15 e 16 maggio” ha spiegato il ministro dell’Interno Roberto Maroni nel corso di una conferenza stampa.
Il cdm, ha aggiunto il ministro, non ha ancora deciso la data per i referendum, Maroni ha tuttavia precisato che la data più probabile è quella del 12 giugno, due giorni dopo la chiusura delle scuole, e giusto tre giorni prima della chiusura della finestra utile per il voto, il 15 giugno.
Quanto alla motivazione della separazione, Maroni si è giustificato invocando “una tradizione”.
Tradizione o meno, la scelta di scorporare le date elettorali suona come l’ennesimo favore al presidente del Consiglio Berlusconi.
Il premier teme infatti che la chiamata alle urne diventi un plebiscito pro o contro il suo governo.
Peggio, contro la sua persona.
Oltre ai due referendum sull’acqua pubblica e a quello sul nucleare, infatti, nella tornata elettorale ci sarà  anche il voto referendario sul legittimo impedimento.
Il quesito voluto dall’Italia dei Valori, in realtà , vale poco o niente dal punto di vista formale, dopo che la Consulta ha di fatto svuotato la legge con la decisione di gennaio.
Ma ha un grande valore dal punto di vista simbolico e comunicativo.
Per Berlusconi sarebbe infatti una caduta di proporzioni devastanti se l’opposizione riuscisse a portare alle urne il 51% degli italiani.
Il premier voluto dal popolo, che governa in nome del popolo e sfugge alla giustizia sempre in nome del mandato popolare si ritroverebbe di fatto sfiduciato dalla maggioranza degli elettori.
Molto peggio di una semplice sconfitta elettorale alle amministrative che chiameranno al voto non più di 18 milioni di elettori, Berlusconi si ritroverebbe di fronte al giudizio di almeno metà  del Paese.
Con buona pace della retorica che in questi giorni anima la difesa ad oltranza portata avanti dalla sua maggioranza parlamentare, quindi, il governo sceglierà  il vecchio adagio di craxiana memoria.
“Andate al mare” disse nel 1991 il leader del Psi di fronte al referendum voluto da Mario Segni sulla legge elettorale.
Si sa come andò a finire.
Per Berlusconi, del resto, i dati continuano ad essere sconfortanti.
Il caso Ruby ha picchiato duro sul suo consenso.
E se l’opposizione non riesce, almeno nelle intenzioni di voto, ad acciuffare nuovi voti, per il premier è una continua emorragia di gradimento personale.
In ogni caso, sottolinea l’opposizione, la tradizione che Maroni vuole rispettare è decisamente costosa per le tasche dei cittadini.
Dire no all’election day significa buttare dalla finestra 300 milioni di euro in un momento di crisi economica per le famiglie e i lavoratori”.
Franceschini va diritto al punto: “Il governo ha anticipato il no alla nostra richiesta di election day unicamente per impedire che il referendum sul legittimo impedimento raggiunga il quorum”.
Sulla stessa linea il segretario dell’Idv Antonio Di Pietro: ”Il Governo è impaurito, truffaldino e anche un pò ladro poichè, decidendo di mandare a votare gli elettori una settimana dopo l’altra, spende il doppio dei soldi quando, invece, potrebbe concentrare il tutto nella stessa settimana”. ”.
Dai comitati promotori dei referendum arriva invece la richiesta di ripensamento.
Associazioni ambientaliste e promotori presidiano, con banchetti e striscioni, l’area davanti a Montecitorio.
Tra le sigle presenti, Legambiente, Wwf, Lipu, Greenpeace e Fare Verde. “Siamo qui per chiedere l’accorpamento del voto per i due referendum con le elezioni amministrative che si dovranno tenere a maggio — spiega Paolo Cassetti, del Comitato referendario ‘Due sì per l’acqua bene comune’ — per garantire la partecipazione popolare al voto e il contenimento della spesa pubblica”.

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“SIETE STATI ZITTI SULLE STRAGI DI GHEDDAFI, ORA CHIUDEREMO LE FORNITURE DI GAS PER L’ITALIA”

Febbraio 23rd, 2011 Riccardo Fucile

UN PRIMO RISULTATO DELLA “POLITICA DEL BACIAMANO” E DA SERVI DEL MACELLAIO DI TRIPOLI, IL GOVERNO BERLUSCONI L’HA OTTENUTO…I CITTADINI DI NALUT, DOVE PASSA IL GASDOTTO, FERMERANNO L’AFFLUSSO DEL GAS VERSO L’ITALIA….FRATTINI NEGA CHE CI SIANO PROBLEMI, MA LA UE AMMETTE: “C’E’ STATA UNA DIMINUZIONE”

Frattini nega che ci siano problemi, ma l’Unione europea accerta: “C’è stata una diminuzione”.
Al Arabiya: “Fermi i terminali petroliferi sul Mediterraneo”
La rivolta libica potrebbe avere conseguenze sul nostro Paese: le forniture di gas dalla Libia all’Italia si starebbero avviando verso una progressiva interruzione.
I manifestanti della città  libica di Nalut hanno infatti minacciato di fermare l’afflusso di gas verso l’Italia chiudendo il gasdotto che passa proprio per la loro provincia.
I cittadini di Nalut, nella zona dei monti occidentali della Libia, a pochi chilometri dalla Tunisia, in un messaggio pubblicato sul sito Internet del gruppo di opposizione “17 febbraio”, si rivolgono “all’Unione Europea, e in particolare all’Italia”.
“La gente di Nalut ribadisce di far parte di un popolo libico libero e, dopo il vostro silenzio riguardo le stragi compiute da Gheddafi, ha deciso che interromperà  dalla fonte l’afflusso di gas libico verso i vostri Paesi, chiudendo il giacimento di al-Wafa che attraverso la nostra zona porta il gas verso l’Italia e il nord Europa, passando per il Mediterraneo”.
I manifestanti di Nalut sostengono di aver preso questa decisione “perchè voi non avete fermato lo spargimento di sangue della nostra gente e del nostro caro paese avvenuto in tutte le città  libiche. Per noi il sangue libico è più prezioso del petrolio o del gas”.
Il messaggio è firmato “la gente delle zone occidentali dalla regione di Nalut”.

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ENI-GAZPROM, L’ASSE ENERGETICO CHE NON SERVE ALL’ITALIA

Dicembre 9th, 2010 Riccardo Fucile

GLI INTERESSI, LE STRATEGIE CHE HANNO ACCOMUNATO ITALIA E RUSSIA E CHE HANNO SUSCITATO   LE PREOCCUPAZIONI STATUNITENSI… PERCHE’ INVECE DEL PROGETTO NABUCCO L’ITALIA SI E’ LEGATA MANI E PIEDI A GAZPROM, FACENDO UN GROSSO REGALO A PUTIN?

Il gas è il nodo attorno a cui si coagulano i dubbi e le perplessità  americane sui rapporti fra Berlusconi e Putin.
Perchè, si chiede Elizabeth Dibble, in un file che l’ambasciata a Roma manda alla Casa Bianca nel giugno del 2009, l’Italia «ha un atteggiamento ambivalente rispetto a progetti che aiuterebbero l’Europa a diversificare le sue importazioni di energia, mentre, contemporaneamente, appoggia progetti che aumentano la dipendenza energetica europea dalla Russia»?
Il file messo in rete da WikiLeaks si riferisce, senza citarlo, al gasdotto South Stream, un progetto congiunto Eni-Gazprom, che dovrebbe portare in Italia il gas russo, senza passare attraverso l’Ucraina, che tanti problemi ha creato negli anni scorsi.
Proprio per questo, South Stream non è privo di senso economico.
Ma il punto, che non sfugge probabilmente agli americani, è un altro: l’Italia potrebbe fare a meno di South Stream, Putin no.
In realtà , visto con gli occhi di oggi, anche il senso economico di South Stream è discutibile.
Con il crollo delle importazioni negli Stati Uniti, che hanno scoperto imponenti riserve di shale gas, il metano è diventato, nel mondo, una risorsa relativamente abbondante e conveniente.
Non solo. Il governo continua, infatti, a rinviare una scelta difficile e decisiva: quella fra gas e nucleare.
Se tutti i progetti di importazione di gas (gasdotti, rigassificatori) andassero in porto, l’Italia avrebbe soddisfatto la sua fame di energia dei prossimi anni. Rendendo superfluo il nucleare. O viceversa.
Se sia gasdotti e rigassificatori che centrali atomiche saranno realizzati, uno dei due sarà  fuori mercato.
Considerando che, in Italia, gas significa Eni e nucleare significa Enel, si capisce l’esitazione del governo, ma la politica energetica, compreso South Stream, ne risulta scarsamente comprensibile.
Ancora due anni fa, tuttavia, il metano era una risorsa scarsa e preziosa. L’Italia avrebbe potuto, però, soddisfare il suo fabbisogno di energia puntando non su South Stream, ma su un gasdotto concorrente, estraneo al regno Gazprom: il Nabucco, caldeggiato dall’Unione europea e apertamente favorito dagli Stati Uniti.
Il duello fra i due gasdottiè una guerra economica di quelle epiche.
I gasdotti, infatti, sono investimenti pesanti.
South Streame Nabucco hanno, ognuno, un costo preventivato di 15 miliardi di dollari circa.
I profitti attesi, e anche i rischi, sono commisurati all’entità  dell’investimento. L’interesse americano, però, non è economico, ma strategico.
Il Nabucco è l’arma che può contenere e limitare i sogni di egemonia energetica di Putin.
Per capirlo, bisogna entrare nel labirinto del Grande Gioco del gas nell’Asia centrale.
La Russia, con il 25% del totale, è, di gran lunga, il paese con le maggiori riserve di gas (shale escluso) al mondo.
Ma non sono così facilmente disponibili.
Oggi, il gas russo che circola in Europa proviene ancora dai grandi giacimenti sovietici della Siberia centrale.
Quei giacimenti sono, però, in via di esaurimento. Le imponenti riserve rimaste ai russi sono, sempre più, quelle sotto i ghiacci dell’Artico, che Putin non ha nè i soldi, nè le tecnologie per estrarre, a meno di rivolgersi agli stranieri.
Le tormentate vicende delle diverse joint-venture fra russi e grandi multinazionali per il gas dell’Artico confermano la riluttanza di Mosca ad imbarcarsi per una via che limiterebbe l’indipendenza di Gazprom: il colosso russo è infatti il braccio, cui Putin affida le rinnovate ambizioni di una politica di potenza, fondate sull’energia.
Da dove viene, allora, il metano che Gazprom invia e invierà  in futuro, verso l’Europa?
In misura crescente, lo compra in Asia centrale: in Turkmenistan, Kazakhstan, Azerbaijan, i paesi dell’antica orbita sovietica.
Putin ha bisogno di poter dire a questi paesi che l’unico modo di mandare il gas verso i ricchi consumatori europei è attraverso i tubi della Gazprom (come avviene oggi).
E di dire all’Europa che l’unico modo di avere il gas dell’Asia centrale è attraverso i tubi della stessa Gazprom.
Una sorta di doppio monopolio: all’acquisto e alla vendita. In questo scenario, il Nabucco è un colpo gravissimo.
Il gasdotto europeo si rifornirebbe, infatti, dagli stessi paesi dell’Asia centrale che oggi alimentano il metano di Gazprom. E consentirebbe a Turkmenistan, Azerbaijan, Kazakhstan, da un lato, consumatori europei, dall’altro, di scegliere su quale strada far passare il gas da vendere e comprare, se attraverso Gazprom oppure no.
In realtà , la posta in gioco è anche più alta.
Nello scenario attuale, concorrenza è una parola troppo piccola.
E’ più esatto parlare di sopravvivenza.
Ci sono, infatti, forti dubbi, fra gli esperti, sulla capacità  dei giacimenti dell’Asia centrale di alimentare, allo stesso tempo, due gasdotti della portata di Nabucco e South Stream, in misura sufficiente a renderli remunerativi, rispetto all’investimento effettuato.
E, contemporaneamente, ci sono forti dubbi anche sulla presenza di una domanda europea sufficiente ad assorbirne il flusso.
In altre parole, forse non c’è abbastanza gas per riempirli tutt’e due e, se ci fosse, forse non c’è, allo sbocco, un consumo sufficiente per svuotarli.
Il risultato è che non c’è spazio per tutt’e due: l’uno esclude l’altro. «Accrescere il flusso di gas russo che passa all’esterno dell’Ucraina – scrive la Dibble ad Obama – è una politica diversa da quella che cerca una effettiva diversità  di fonti, canali, tecnologie di energia».
Ma la scelta di Berlusconi di andare avanti con South Stream, anzichè con Nabucco, non riguarda solo la dipendenza o meno dal gas russo.
Salvando South Stream, il presidente del Consiglio italiano ha, probabilmente, condannato Nabucco.
Se avesse scelto Nabucco, sarebbe avvenuto il contrario.
E’ questa la portata del favore di Berlusconi a Putin. –

Maurizio Ricci
(da “La Repubblica“)

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WIKILEAKS: ECCO I DISPACCI CHE L’AMBASCIATORE USA A ROMA INVIAVA A WASHINGTON: “L’ITALIA VUOLE FRENARE LA NATO”

Dicembre 1st, 2010 Riccardo Fucile

L’AMICIZIA DI BERLUSCONI CON PUTIN AL CENTRO DEI TIMORI AMERICANI: L’ATTACCO RUSSO ALLE GEORGIA E LA SOSPETTA POSIZIONE FILORUSSA DEL GOVERNO ITALIANO…LE COMUNICAZIONI DEGLI AMBASCIATORI USA A ROMA E A PRAGA

Nelle comunicazioni tra le ambasciate americane di Roma e Praga e il dipartimento di Stato, venute in possesso di Wikileaks e che il Corriere della Sera è in grado di pubblicare, trapela la costante irritazione degli Stati Uniti per la posizione tenuta dall’Italia nel corso della guerra tra Georgia e Russia dell’agosto 2008.
La frase chiave dell’allora ambasciatore americano a Roma, Ronald P. Spogli, è questa, preceduta dalla parola «commento»: «Viste le dichiarazioni alla stampa del ministro degli Esteri Frattini e la articolata spiegazione di Carlo Batori, vicedirettore dell’ufficio Nato, sull’opposizione italiana a qualsiasi dichiarazione di condanna della Russia, il governo italiano sarà  meno che utile in sede di Consiglio del Nord Atlantico” della Nato,
“Ci aspettiamo che la Russia cerchi di sfruttare la relazione personale tra i due per spingere l’Italia e fare fallire gli sforzi per condannare le azioni di Mosca nelle sedi internazionali».
Il cable è firmato «Spogli», datato 15 agosto 2008, classificato come «confidenziale» e «noforn» da tenere nascosto ai non americani, e titolato «Gli italiani non ci aiuteranno per una dichiarazione nel Consiglio del Nord Atlantico».
Qualche giorno prima, l’11 agosto, dall’ambasciata americana di Praga era partita verso Washington un’informativa che dava conto degli sforzi diplomatici della Repubblica Ceca per arrivare a un cessate il fuoco in Ossezia del Sud.
«Il ministro degli Esteri ceco Karel Schwarzenberg – si legge nel cable classificato come «sensibile» e scritto dalla consigliera Martina Strong – è certo che occorra inviare un messaggio di fermezza alla Russia, e sta contattando i suoi colleghi per riuscire a usare un linguaggio il più duro possibile”.
Secondo il ministero ceco, “l’intervento dell’United States Government, presso Francia e Italia in particolare, visti gli stretti legami del premier Berlusconi con la Russia e la Germania, sarebbe utile».
Di nuovo il giorno di Ferragosto a Roma, in un dispaccio intitolato «Sfatare il mito dell'”equilibrio” italiano sulla Georgia», classificato come «confidenziale» e «noforn», l’ambasciatore Spogli scrive: «Come inizialmente previsto nei primi giorni del governo Berlusconi, la stretta relazione del governo italiano con la Russia potrebbe presto diventare un punto di frizione nei rapporti tra Stati Uniti e Italia, quanto al resto vicini.
“I vertici del governo italiano, in particolare il ministro degli Esteri Frattini, si sono spinti molto avanti nell’insistere che la comunità  transatlantica e l’Unione Europea dovrebbero affrontare la crisi tra Georgia e Russia con “senso di equilibrio” …. Nella migliore delle ipotesi, l’Italia eviterà  di pronunciare dichiarazioni forti o di fare pressioni sulla Russia. Nella peggiore, l’Italia potrebbe lavorare per distruggere la determinazione degli altri alleati nelle sedi internazionali, incluse la Nato e l’Unione Europea. …”
“Abbiamo preso contatti con il governo italiano ai più alti livelli per suggerire che l’Italia debba prendere una posizione di principio, basata su fatti obiettivi. Inoltre, abbiamo chiarito che l’atteggiamento favorevole suscitato dal nuovo governo Berlusconi nei suoi primi mesi di attività  potrebbe scomparire se la sua credibilità  su questa questione venisse meno».
In quei giorni, in Italia, molti criticarono il ministro Franco Frattini per non avere interrotto le vacanze alle Maldive nonostante lo scoppio della crisi nel Caucaso.
Di seguito, sempre nello stesso dispaccio: «Sfortunatamente – scrive Spogli – visto il periodo delle vacanze estive in Italia, molti dei nostri interlocutori chiave in Parlamento e nel ministero degli Esteri non sono raggiungibili». Cable «confidenziale» del 15 agosto, firmato Spogli e intitolato «L’Ambasciata chiede all’Italia di spingere per un ritiro russo»: «L’Ambasciatore ha detto a Gianni Letta, il principale consigliere del premier Berlusconi, che Washington “non è contenta” dell’atteggiamento italiano fino a questo momento e che siamo particolarmente perplessi per le dichiarazioni del ministro degli Esteri Frattini».

Stefano Montefiori
(da “il Corriere della Sera“)

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