Maggio 5th, 2017 Riccardo Fucile
ATTIVISTA PRO-EUROPA, L’AVVOCATESSA 52ENNE VINSE LA CAUSA CHE IMPOSE IL PASSAGGIO IN PARLAMENTO.. ORA LANCIA IL SUO MOVIMENTO “BEST FOR BRITAIN”
È forte la tentazione di ribattezzarla “la Macron inglese”. Anche se il suo caso si presta pure a un altro soprannome: “l’Obama britannica”.
Di certo c’è che Gina Miller, 52nne donna d’affari, nera, immigrata, l’attivista dei diritti civili che l’autunno scorso ha vinto la causa alla Corte Suprema di Londra per esigere che il Parlamento di Westminster avesse voce in capitolo e voti sulla Brexit, è di nuovo in campo.
Per adesso con un movimento, “Best for Britain” (Il meglio per la Gran Bretagna), che mira a fare eleggere il maggior numero possibile di candidati anti-Brexit alle elezioni anticipate indette da Theresa May per il prossimo 8 giugno.
Poi, dopo le elezioni, probabilmente con un nuovo partito sullo stile del francese “En Marche”, con lei nei panni di aspirante premier. “Ora no, ma non dico mai”, afferma annunciando i suoi piani davanti a caffè e croissant in un ristorante a due passi dal parlamento
Perchè ha deciso di tornare in campo, signora Miller?
“Perchè queste elezioni sono come l’ultimo duello nel saloon. Forse è troppo tardi per impedire che le vincano i conservatori, ma sarebbe già importante evitare che la premier May ottenga una maggioranza così ampia da poter fare la Brexit che vuole”.
Quale è il vostro obiettivo minimo?
“May ha ereditato da Cameron una maggioranza di appena 15 seggi. Alcuni sondaggi predicono che l’8 giugno potrebbe ampliarla a 100 seggi. Noi speriamo che non vada oltre 20-30 seggi”.
Ma al governo è bastata la maggioranza attuale per vincere il voto sulla Brexit.
“Le cose possono cambiare. Primo, la premier ha convocato le elezioni anche perchè 13 deputati Tories sono sotto inchiesta per finanziamenti illeciti nella scorsa campagna elettorale: dunque rischiava di non avere più alcuna maggioranza. Secondo, molti deputati, anche tra i conservatori, stanno cambiando idea sulla Brexit, perchè si rendono conto di quanto è complicato attuarla e dei danni enormi che ne risulterebbero”.
Come pensate di influire sul voto?
“Con finanziamenti alla luce del sole, volontariato e campagna porta-a-porta a sostegno dei candidati di tutti i partiti disposti a resistere alla Brexit. Possiamo fare la differenza. Almeno dobbiamo provarci”.
E dopo il voto?
“Dipende da cosa accadrà . Vedremo se il Labour di Jeremy Corbyn farà un miracolo. Viceversa, vedremo che cosa farà il Labour in caso di sconfitta, se sceglierà un leader e un corso più riformisti e vincenti. In ogni caso nell’aria si sente voglia di una nuova politica e di nuovi politici”.
Come Macron in Francia?
“È sicuramente un modello che potrebbe essere replicato”.
Vuol dire che il suo Best for Britain diventerà un partito?
“Se ci saranno le condizioni giuste, l’intenzione è questa. Creare una forza progressista capace di conquistare la maggioranza. Per capovolgere la Brexit. E fermare il progetto di un Regno Unito trasformato in paradiso fiscale. Se non ora, da qui alle elezioni successive del 2020”.
Dopo due premier conservatrici, si candida a dare alla Gran Bretagna la prima donna premier progressista? Una Macron inglese? Una Obama britannica?
“La mia risposta è: ora no, ma non dico che non lo farò mai. Sono in tanti a chiedermelo”.
Avrebbe potuto sfidare Theresa May già a queste elezioni…
“Un sondaggista mi ha portato un’indagine nel collegio elettorale della premier: sembra che la batterei 60 a 40 per cento”.
La sigla Best for Britain è molto efficace per un nuovo partito. Chi l’ha creata?
“Io”.
(da “La Repubblica”)
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Aprile 30th, 2017 Riccardo Fucile
INIZIATIVE IN OLTRE 30 CITTA’… DECINE DI ARRESTI A SAN PIETROBURGO
“Caro Putin, una via d’uscita c’è: la pensione”. Yelena Osipova è pittrice, ha vissuto l’assedio quando Pietroburgo si chiamava ancora Leningrado e tiene in bella mostra il cartello in cui invita il presidente russo a farsi ‘un poco più in là ‘.
In Russia è (ancora) giornata di protesta e passerà alla cronaca come la ‘protesta delle lettere’ – in pieno stile zarista, quella ‘celobitnaya’ in cui il popolo si prostrava davanti al sovrano affidando ai biglietti le sue speranze. La speranza, oggi, è che Putin “si levi dai piedi”.
Le manifestazioni, sparse in oltre 30 città della Russia, sono state organizzate da Open Russia di Mikhail Khodorkovsky, l’ex boss della Yukos che osò sfidare Putin sul suo terreno – la politica – e per questo finì in carcere nel 2004 dopo un processo ad hoc. Putin lo graziò a fine 2013, probabilmente in vista delle olimpiadi invernali di Sochi, palcoscenico in cui presentare la ‘nuova Russia’ al mondo.
Khodorkovsky riparò a Londra e da lì, attraverso la fondazione Open Russia, ha cercato di scuotere le coscienze del suo Paese, sino alle recenti dimissioni da leader del movimento.
Il climax dell’evento di oggi – indetto sull’onda dello slogan ‘siamo stufi!’ – si trova nella consegna agli uffici dell’amministrazione presidenziale di lettere in cui si chiede a Putin “di non correre per il quarto mandato”. “Abbiamo bisogno di un cambiamento, non si può rispondere alle sfide del tempo senza l’alternanza al potere”, dice Alexander Soloviov, sostituto di Khodorkovsky alla guida di Open Russia.
I russi hanno senz’altro risposto alla chiamata dell’ex capo della Yukos, per quanto con numeri ben diversi da quelli di Alexei Navalni, l’indiscusso trascinatore di folle dell’opposizione russa.
A Mosca, secondo la rappresentante Maria Baronova, 1500 persone si sono messe in fila per consegnare le lettere agli uffici del Cremlino. Un conteggio forse fin troppo generoso. Tutto si è svolto senza intoppi e incidenti, in modo pacifico.
A San Pietroburgo, invece, la polizia ha effettuato diversi arresti – per Open Russia una cinquantina – prendendo di mira (pare) anche i giornalisti presenti. Qualche fermo è stato denunciato anche a Kemerovo, in Siberia.
Al di là dei numeri, la giornata è servita a ricordare che in Russia il malcontento serpeggia – ormai su diversi fronti: per la corruzione, vessillo di Navalni, per l’introduzione del pedaggio Platon, spina nel fianco dei camionisti, e per il piano di abbattimento delle vecchie ‘krusciovke’ di Mosca – e dovesse trovare uno sbocco unitario per Putin, che pure continua a godere di alti consensi, potrebbe essere un problema. Navalni ha già indetto un’altra grande giornata di protesta il prossimo 12 giugno. Khodorkovsky, dal canto suo, gli ha già espresso il suo endorsment alle presidenziali. Ubi maior.
(da “La Repubblica”)
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Aprile 26th, 2017 Riccardo Fucile
STOP AI FONDI PER IL MURO CON IL MESSICO… E UN ALTRO GIUDICE BLOCCA IL DECRETO CONTRO LE CITTA’ PRO-MIGRANTI
Un giudice federale di San Francisco ha bloccato il decreto con il quale Donald Trump avrebbe voluto togliere fondi alle grandi città che accolgono e proteggono gli immigrati.
Per il presidente Usa si tratta di un nuovo stop giudiziario sul tema dell’immigrazione, dopo il freno al “Muslim ban”, la norma che impediva l’ingresso nel Paese alle persone provenienti da sei paesi a maggioranza musulmana.
In questo caso, il provvedimento del giudice riguarda l’iniziativa sulle cosiddette ‘città santuario’, le grandi metropoli come New York e Los Angeles alle quali l’amministrazione Trump ha minacciato tagli finanziari se non collaborano con le autorità federali circa la stretta sull’immigrazione illegale.
A presentare ricorso contro il decreto sono state due contee californiane, San Francisco e e Santa Clara, che avrebbero rischiato di perdere miliardi di dollari.
Tali contee “hanno un forte interesse nell’evitare l’incostituzionale applicazione a livello federale e la significativa incertezza di bilancio che è emersa dal minaccioso linguaggio dell’ordine”, ha sottolineato il giudice William H. Orrick nel motivare la sua decisione.
La ‘guerra’ alle città santuario dichiarata da Trump era stata ribadita nelle scorse settimane dal responsabile della Giustizia, Jeff Session, con un duro monito rivolto alle municipalità : o collaborano con gli agenti federali e seguono le indicazioni dell’amministrazione, o perderanno i fondi federali.
Da parte dell’amministrazione era arrivata anche la minaccia di recuperare le somme già versate.
Ora la decisione del giudice fa infuriare la presidenza, che annuncia già un controricorso in Appello.
Fin dalla campagna elettorale Trump aveva messo nel mirino Stati e comunità locali che riconoscono la residenza agli immigrati irregolari, evitando loro il rimpatrio forzato nel Paese d’origine. Con la residenza viene riconosciuto anche l’accesso ai servizi sanitari, sociali e all’istruzione per i minori.
E poche ore dopo a Trump arriva un altro stop che brucia.
Non sono entrati nel budget statale i fondi per la costruzione del muro tra Stati Uniti e Messico che tanto piace alla Casa Bianca.
Anche se il presidente Usa aveva garantito che la costruzione sarebbe stata tutta a carico dei messicani, si parla della richiesta ufficiale al Congresso da parte del ministero competente di circa un miliardo di dollari, per le prime 62 miglia di muraglia, poco più di 100 chilometri.
Un pezzettino iniziale: 62 miglia (esattamente 100 chilometri), sono la tratta per la quale il ministero competente (Department of Homeland Security) richiederà un miliardo di dollari.
Al momento , “i finanziamenti non saranno inseriti nella manovra di aggiustamento di bilancio che deve essere approvata entro la mezzanotte di venerdì”, ha confermato a Fox News la consulente del presidente Usa, Kellyanne Conway, ma il muro rimane una “priorità molto importante”.
Il progetto si sarebbe bloccato perchè i parlamentari democratici si sono rifiutati di accettare uno scambio in stile “io ti finanzio l’Obamacare tu dai il via libera ai finanziamenti per il muro”.
Secondo il direttore del bilancio della Casa Bianca Mick Mulvaney, intervistato dalla Cnn, la Casa Bianca aveva offerto di includere le sovvenzioni della riforma sanitaria dell’ex presidente se i democratici avessero accettato di finanziare il progetto al confine con il Messico.
“Abbiamo detto ‘ti compriamo un dollaro per ogni dollaro messo sui mattoni del muro, ma hanno detto di no”, così Mulvaney.
(da “La Repubblica”)
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Aprile 25th, 2017 Riccardo Fucile
LA COMMISSIONE: “FLYNN PERSEGUIBILE”
La Casa Bianca si è rifiutata di fornire ai deputati che indagano sul Russia-gate informazioni e
documenti legati all’ex consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn, costretto a dimettersi per aver mentito al vice presidente Mike Pence di aver discusso di sanzioni con l’ambasciatore russo in Usa.
Gli atti negati riguardano il nulla osta di sicurezza e pagamenti ricevuti da organizzazioni legate al governo russo e turco. Sei le richieste della commissione che indaga ma la Casa Bianca ha usato vari motivi per opporsi.
I deputati Jason E. Chaffetz (repubblicani) ed Elijah Cummings (Dem), che guidano la commissione della Camera, sostengono che Flynn potrebbe essere perseguito penalmente e dovrebbe restituire i soldi ricevuti da governi stranieri.
Documenti militari classificati, hanno spiegato, mostrano che Flynn non chiese l’autorizzazione nè informò il governo Usa sui pagamenti per i suoi interventi in Russia nel 2015 e per l’attività di lobbying per Ankara.
Nelle scorse ore intanto è stato reso noto un sondaggio Wall Street Joutnal/Nbc secondo il quale il 73% degli americani non si fida del Congresso e non vuole che siano deputati a senatori ad indagare sullo scandalo delle presunte interferenze di Mosca nelle elezioni presidenziali dello scorso 8 novembre.
La nettissima maggioranza preferisce un’inchiesta indipendente non gestita dai partiti. Questo perchè il 61% non ha fiducia che il Congresso sia in grado di condurre un’indagine corretta ed imparziale sulle ingerenze russe nel voto, mentre il 39% ritiene che l’incarico, oltre alle indagini dell’Fbi e delle agenzie di intelligence, possa essere affidato anche al Campidoglio.
Sia la Camera che il Senato hanno avviato inchieste sul Russigate anche se quella gestita dalla commissione Intelligence della House of Representatives ha visto il suo presidente, il repubblicano Devin Nunes, ex membro delle staff del presidente Donald Trump, ricusarsi perchè aveva fornito alla Casa Bianca informazioni sul fatto che per errore gli 007 britannici avevano intercettato la squadra dell’allora candidato repubblicano.
Notizia smentita da Londra, irata dalle voci.
(da “La Stampa”)
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Aprile 22nd, 2017 Riccardo Fucile
IL PREMIER LIBERALE CANADESE: “PIU’ TASSE AI RICCHI PER AIUTARE LA CLASSE MEDIA. LA NOSTRA ECONOMIA E’ PIU’ SOLIDA PERCHE’ INTEGRIAMO GLI STRANIERI”
«La maniera migliore per combattere il terrorismo è unirci in una società dove tutte le persone vengano ascoltate».
Il premier canadese Justin Trudeau è il fenomeno politico del momento, leader in controtendenza del movimento progressista. In occasione della visita del collega Gentiloni, ha accettato di rispondere alle domande della Stampa.
Quali temi ha discusso col premier Gentiloni, in vista del G7?
«Prima di tutto abbiamo parlato di come estendere le opportunità per canadesi e italiani, per creare posti di lavoro ben retribuiti per la classe media su entrambe le sponde dell’Atlantico».
Lei è l’unico leader progressista del G7 che ha vinto di recente le elezioni, mentre altri Paesi occidentali, a partire dagli Usa, rifiutavano questa agenda. Perchè il movimento progressista è in crisi, a parte il Canada, e quale programma dovrebbe adottare, in Europa e America, per riconquistare la fiducia degli elettori?
«Nelle ultime elezioni è stato incredibilmente incoraggiante vedere come i canadesi non abbiano risposto alla politica della divisione, la negatività e l’esclusione, ma ad una visione che diceva: “Uniamoci e lavoriamo duro insieme sulle sfide che abbiamo davanti, affinchè tutti possano avere successo”. Al cuore del nostro successo c’è stato riconoscere che le persone guardano con ansia al futuro e cercano leader che offrano soluzioni reali per sostenerle in questi tempi incerti. La rabbia e l’ansia dei popoli sono reali. Molte persone sono preoccupate per cosa potrebbe riservare il futuro: che la globalizzazione e i cambiamenti tecnologici le lascino indietro, e i loro figli non abbiano le stesse opportunità dei genitori. Questo è il motivo per cui il nostro governo, entro un mese dall’entrata in carica, ha aumentato le tasse per l’1% dei più ricchi e le ha tagliate per milioni di canadesi della classe media. Abbiamo migliorato i pagamenti per i sussidi familiari in un unico Canada Child Benefit mensile ed esentasse. Questo cambiamento ha dato a 9 famiglie su 10 più soldi per aiutarle a fronteggiare i costi crescenti di allevare i figli, e ci ha messi in condizione di ridurre la povertà infantile del 40%. Il nostro governo ha fatto anche investimenti significativi nell’addestramento professionale, affinchè più canadesi ricevano l’istruzione e l’esperienza di cui hanno bisogno, e siano preparati per i lavori di oggi e di domani. In tutto il mondo abbiamo bisogno che la classe media si senta più sicura riguardo le sue prospettive e il suo futuro. Dobbiamo sostenere la gente in un’economia che cambia e un mondo sempre più globalizzato».
La minaccia del terrorismo, che ha appena colpito Parigi e a gennaio Quèbec City, è uno dei fattori che contribuiscono allo scontento. Che politiche deve adottare il movimento progressista, per combattere il terrorismo senza rinunciare ai propri valori?
«Lo scorso gennaio il Canada ha pianto la perdita di sei vite innocenti, prese di mira semplicemente perchè praticavano la loro religione. È stato un attacco contro la comunità islamica e tutti i canadesi, che ha colpito una delle nostre libertà più care: praticare la propria fede senza paura. L’attacco cercava di instillare paura e dividere i canadesi tra loro. Invece, i canadesi si sono uniti. Un movimento di solidarietà si è rapidamente formato nel Paese, mentre i canadesi si univano per condannare l’attacco, favorire il dialogo, e combattere paura e odio con messaggi positivi e speranza. I leader di tutti i livelli governativi e di tutti i partiti sono andati a Quèbec City per schierarsi con la comunità musulmana, e piangere con coloro che avevano perso i loro cari. La diversità e l’apertura verso il mondo sono una fonte di forza, e hanno reso il Canada non solo più prospero come Paese, ma anche più sicuro e unito. Noi continueremo a mostrare solidarietà e sostenere le comunità che sono state afflitte dagli atti di terrore. Sappiamo che la maniera migliore di difendere i canadesi e combattere il terrorismo è unirci in una società compassionevole, dove tutte le persone vengono ascoltate, ricevono assistenza, aiuto, e sono là gli uni per gli altri».
Quando Trump ha proposto il bando per i migranti, lei si è impegnato ad accogliere più rifugiati in Canada. Perchè?
«La diversità è al cuore del successo del Canada. È ciò che siamo e facciamo. Noi abbiamo provato che un Paese può essere costruito, e definito, dai valori condivisi. Non religione, lingua o etnia, ma i valori comuni. In Canada, qualunque sia la tua fede, chi ami, o da dove vieni, puoi lavorare duro, avere successo, e costruire un futuro migliore per te e i tuoi figli. I canadesi capiscono che quando ci uniamo per dare il benvenuto e integrare i nuovi arrivati, ciò rafforza le nostre comunità e aiuta a costruire la nostra società ed economia su basi durevoli. Siamo orgogliosi della tradizione di aprire le braccia ai bisognosi, dai rifugiati ungheresi negli anni ’50, ai boat people vietnamiti negli anni ’80, a più di 40.000 siriani oggi. Continueremo ad accogliere i rifugiati, e svolgere un ruolo di leadership per risistemarli».
Dopo la Brexit, il futuro della Ue è in gioco nelle elezioni in arrivo in diversi Paesi. Lei vede la possibile fine dell’Unione come un’opportunità o una minaccia per il Canada?
«Canada e Ue si giovano di un rapporto robusto, che è diventato più forte con la recente firma dell’accordo Ceta. Insieme, Canada e Ue hanno creato un accordo gold-standard, che servirà da modello per le relazioni commerciali rinvigorite in tutto il mondo. Ceta risponde all’ansia crescente che il sistema attuale benefici solo una piccola èlite, mettendo la classe media canadese ed europea davanti a tutto. La storia ha dimostrato che le politiche aperte di commercio e i mercati sono la maniera migliore per creare posti di lavoro buoni e ben retribuiti per la classe media, aiutare le aziende a diventare più competitive, e guidare la crescita economica. Ceta fa proprio questo. Metterà cibo sulle tavole delle famiglie, renderà più facile e meno costoso competere per le imprese, e creerà buoni posti di lavoro per la classe media su entrambe le sponde dell’Atlantico. Insieme alla Ue, continueremo ad essere i campioni degli accordi commerciali progressisti, che mostrano i benefici di un mondo più aperto e interconnesso, e creano opportunità migliori per la classe media».
(da “La Stampa”)
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Aprile 19th, 2017 Riccardo Fucile
LA FLOTTA HA CONTINUATO A NAVIGARE PER UNA SETTIMANA NELLA DIREZIONE OPPOSTA, ALLONTANANDOSI SEMPRE DI PIU’ DAL PAESE CHE DOVEVA INTIMIDIRE
Dov’è finita l’Invincibile Armada che Donald Trump stava mandando al largo della Corea del Nord? Ha continuato a navigare, per una settimana, nella direzione opposta. Allontanandosi sempre di più dal paese che doveva minacciare, intimidire, indurre alla ragione.
Si tinge di giallo, o di farsa, il gesto imperioso con cui il presidente voleva mandare un messaggio a Kim Jong-un per costringerlo a rinunciare a nuovi test nucleari. Lo stesso Trump aveva dato l’annuncio l’8 aprile, usando proprio quel termine, “armada”, evocando gloriose gesta navali.
Era passato poco tempo dal lancio di 89 missili Tomahawk su una base militare siriana. La decisione di reagire all’escalation nucleare nordcoreana con l’invio di una poderosa flotta militare – inclusa la mega-portaerei Uss Carl Vinson – era stata recepita nel mondo intero come una conferma del “nuovo corso” trumpiano, da isolazionista a interventista in politica estera.
Gli unici a non avere ricevuto quel messaggio, a quanto pare, sono stati proprio gli ammiragli della U.S. Navy e tutti gli equipaggi della flotta in questione.
Che ha continuato per una settimana a navigare nella direzione opposta. Dirigendosi, imperterrita, verso la sua destinazione “normale”, puntando cioè verso quei mari dell’Australia dov’era attesa per un’esercitazione.
I primi ad accorgersi della sconcertante situazione sono stati i cronisti dello Huffington Post. Poi la vicenda è stata confermata ai massimi livelli, al punto che il New York Times ne ha fatto il titolo di apertura del suo sito.
Tardivamente, la flotta ha finito per seguire gli ordini del presidente. Ma con un tale ritardo, da mettere a dura prova la credibilità della Casa Bianca.
Il gesto che doveva intimorire Pyongyang non c’era stato, o non era stato trasmesso “per li rami” ai vari livelli della gerarchia militare?
O qualcuno non aveva preso sul serio quell’annuncio, all’interno del Pentagono?
Secondo le ricostruzioni dei media americani è stata la stessa U.S. Navy a sbugiardare involontariamente il proprio presidente, avendo messo sul proprio sito ufficiale le foto della portaerei Ccarl Vinson mentre attraversava lo stretto che separa le isole indonesiane di Giava e Sumatra, ben quattro giorni dopo l’annuncio della spedizione al largo della Corea del Nord.
Rivelando così che in quei quattro giorni la flotta si era allontanata, non avvicinata alla penisola coreana.
Forse ha portato sfortuna l’uso della metafora storica. Come sanno gli appassionati di storia navale, l’Invincibile Armada spagnola nonostante il nome altisonante fece una brutta fine. Salpata nel 1588, doveva partecipare all’invasione spagnola dell’Inghilterra, scortando un esercito dalle Fiandre.
Dopo una serie di disavventure e soprattutto un terribile uragano nel Mare del Nord, la flotta dovette battere in ritirata con un terzo delle navi colate a picco.
(da “La Repubblica”)
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Aprile 18th, 2017 Riccardo Fucile
“VOTO INDISPENSABILE PER DARE STABILITA'”…I SONDAGGI DANNO I CONSERVATORI IN VANTAGGIO DI ALMENO 17 PUNTI
Theresa May spiazza tutti e annuncia a sorpresa elezioni anticipate per l’8 giugno prossimo. Oltre alla
Francia e alla Germania, sarà quindi chiamata al voto nel 2017 anche la Gran Bretagna. Domani la premier presenterà una mozione alla Camera dei Comuni.
Nel corso della mattinata si era diffusa la notizia di un annuncio al termine del Consiglio dei ministri, un segreto che aveva messo in apprensione il Paese, la Borsa e la sterlina, con una ridda di voci che si erano diffuse sui media britannici. Man mano prendeva però piede la strada del voto anticipato, chiesto prima dell’avvio del negoziato sulla Brexit.
Dinanzi al numero 10 di Downing Street, Theresa May ha detto che votare è indispensabile “per dare certezza e stabilità negli anni a venire”, malgrado in passato avesse ripetutamente escluso il ricorso a elezioni anticipate.
Una decisione presa “con riluttanza” e per dare “una leadership forte” alla Gran Bretagna, ha spiegato. Finora May, succeduta a David Cameron senza passare per le urne, aveva detto di voler arrivare sino in fondo alla legislatura, iniziata nel maggio 2015 e destinata in teoria a concludersi nel 2020.
Le elezioni si impongono, ha detto May, per far fronte al clima di “divisione” seminato dalle opposizioni laburista, libdem e indipendentista scozzese a Westminster che rischiano di indebolire il Paese nel negoziato sulla Brexit.
“Ne abbiamo bisogno e ne abbiamo bisogno ora”, ha detto.
May può contare secondo i sondaggi sul netto vantaggio del suo Partito Conservatore e chiederà un mandato forte per negoziare la Brexit, il divorzio del Regno Unito dall’Ue.
Tutte le rilevazioni vedono in vantaggio i Tories, che potrebbero ottenere 112 seggi di vantaggio nella nuova Camera dei Comuni, in gran parte ai danni del Labour. Soprattutto gli ultimi sondaggi vedono un vantaggio che varia dai 17 punti (Yougov per il Times) ai 21 punti (ComRes per Independent e Sunday Mirror) dei conservatori sui laburisti.
Il partito laburista accoglie con favore l’annuncio di elezioni anticipate.
Il leader laburista Jeremy Corbyn si è detto pronto a votare la mozione che sarà presentata alla Camera e già si lancia nella campagna elettorale per “offrire un’alternativa” ai Tories.
Anche il partito liberaldemocratico britannico, ridotto ai minimi termini alle elezione del 2015, accetta la sfida e si impegna a fare campagna “contro la disastrosa hard Brexit” imputata al governo Tory.
“E’ l’occasione per far cambiare strada al paese”, twitta il leader dei Libdem, Tim Farron, invitando gli elettori a votare contro “l’uscita della Gran Bretagna dal mercato unico” europeo e per “un Paese aperto”, e sostenendo che il suo partito sia l’unico in grado di impedire “una maggioranza conservatrice” nel prossimo parlamento.
(da “La Repubblica“)
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Aprile 17th, 2017 Riccardo Fucile
ANNULLATO IL VOLO, RESTANO ANCORA A PYONGYANG… IL SENATO PRECISA: “NON SONO IN MISSIONE, SONO ANDATI A TITOLO PERSONALE”
Nei giorni scorsi avevamo raccontato dei senatori Bartolomeo Pepe e Antonio Razzi, prima in
partenza e poi bloccati in Corea del Nord mentre gli USA minacciavano un raid.
Il missile lanciato nel frattempo da Kim Jong-Un è caduto mentre Razzi è rimasto a Pyognyang con Pepe e una troupe del programma di Rai 2 Nemo composta da Nello Trocchia ed Edoardo Anselmi.
Attualmente il senatore di Forza Italia infatti è bloccato nella capitale della Nord Corea e non può tornare in Italia dopo che la compagnia di bandiera Air Koryo ha posticipato il volo in partenza per Pechino.
Era previsto lunedì mattina ma al momento è ancora fermo in Corea in attesa che la situazione si sblocchi.
Ma a quanto pare i due non sembrano molto impauriti dall’imprevisto, visto che lo stesso Pepe su Twitter ha scritto che i due sono pronti a tornare per fare da scudi umani se la situazione precipitasse.
Pepe visita regolarmente la Corea da un paio d’anni, alla ricerca soprattutto di contatti commerciali.
I suoi collaboratori ci fanno sapere che i coreani avrebbero acquistato un rigassificatore da un’impresa italiana lo scorso anno.
Al centro della missione del senatore ci sarebbe un’azione di distensione, anche se il Senato ha specificato che i senatori che si trovano in Corea sono lì a titolo personale.
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 17th, 2017 Riccardo Fucile
“STANDARD INTERNAZIONALI NON RISPETTATI”… MA COME SI PUO’ ALL’ULTIMO DIRE CHE SONO VALIDE ANCHE LE SCHEDE SENZA TIMBRO DELLA COMMISSIONE ELETTORALE?
Il giorno porta solo tensioni. L’Osce ha bocciato la regolarità della consultazione e il principale
partito di opposizione, il kemalista Chp, ha chiesto alla Commissione elettorale suprema (Ysk) di cancellare per sospette irregolarità nel voto l’esito del referendum.
Sotto accusa soprattutto l’altissimo numero di schede prive di timbro ufficiale utilizzate, secondo l’opposizione, nel 37% dei seggi.
Il capo della commissione elettorale turca ha ribadito invece che le schede senza timbro sono valide, e che già in passato erano state ammesse dal governo turco.
Accuse di brogli.
“Al momento, questo è un voto dubbio”, ha commentato Utku Cakirozer, deputato del Chp (Partito repubblicano del popolo) che ha contestato complessivamente 2,5 milioni di voti, denunciando una seria irregolarità di procedura riguardante almeno 1,5 milioni di schede senza il timbro ufficiale.
Già ieri sera il Ysk si era giustificato indicando alcuni precedenti (2004 e 1994), senza però menzionare che la legge elettorale del 2010 ha espressamente vietato le buste senza timbro e aggiungendo di avere deciso di accettarle “su richiesta dell’Akp” – come ha affermato il presidente Sadi Gà¼ven – e portando gli oppositori a gridare allo scandalo.
“Non si possono cambiare le regole del gioco a metà “, ha affermato il leader Chp Kemal Kilià§daroglu, mentre Meral Akgener, nazionalista Mhp distaccatasi dalla linea ufficiale del partito, ha detto che “il consiglio ha commesso un crimine” e che “la Turchia non può proseguire con quest’onta”.
L’Osce.
Il referendum costituzionale turco non ha rispettatto gli standard democratici, a causa della “mancanza di imparzialità ” che ha fatto sì che il “campo di gioco non fosse tutto allo stesso livello”, ha dichiarato Tana de Zulueta, a capo della missione dell’Osce in Turchia.
“In generale, il referendum non ha rispettato le norme del Consiglio d’Europa”, ha aggiunto Cezar Florin Preda, leader del team dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa.
E’ il durissimo verdetto della missione dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) sul voto di ieri. Durante la campagna si sono registrate “violazioni che contravvengono agli standard Osce, a quelli europei e agli obblighi internazionali sulla libertà e l’equità del voto”.
Per gli osservatori, la campagna per il referendum turco “è stata iniqua” a causa della “mancanza di pari opportunità , di una copertura unilaterale dei media e di limitazioni alle libertà fondamentali”.
Tutte queste limitazioni hanno “creato condizioni di disparità ” nella gestione del referendum. Gli osservatori criticano anche “le modifiche procedurali decise all’ultimo minuto che hanno “rimosso importanti salvaguardie”.
Se gli aspetti tecnici del voto sono stati “ben amministrati” gli elettori non hanno avuto “informazioni imparziali sugli aspetti chiave della riforma”.
Le libertà politiche durante la campagna sono state “ridotte sulla base dello stato d’emergenza” ha detto Tana de Zulueta, a capo della missione. “Uno stato d’emergenza non dovrebbe mai essere usato per minare lo stato di diritto” ha aggiunto Preda.
Se la giornata elettorale ha registrato un andamento regolare e ordinato, a fine giornata il Consiglio elettorale supremo ha emesso istruzioni che hanno modificato in modo significativo i requisiti di validità delle schede elettorali, “rimuovendo un’importante salvaguardia e contraddicendo la legge”.
Per Tana de Zulueta, la decisione della Ysk di conteggiare come valide le schede senza timbro ufficial ha ridotto importanti garanzie contro i brogli. Tana de Zulueta ha precisato di “non aver avuto finora nessun contatto” con l’Ysk e di non avere il “compito di giudicare”.
(da agenzie)
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