Marzo 16th, 2015 Riccardo Fucile
L’INCONTRO CON I MILIZIANI CHE HANNO CONTRASTATO LO STATO ISLAMICO: “CON NOI ANCHE STRANIERI CHE HANNO LASCIATO TUTTO PUR DI AIUTARCI, NON LO DIMENTICHEREMO MAI”
“E’ stata una battaglia violentissima, combattuta in inferiorità ma con grande tenacia, contro un nemico
che vuole distruggere la libertà . L’abbiamo combattuta per tutto il mondo“.
Ismet Hasan è il ministro della Difesa del cantone di Kobane.
Snocciola numeri di morti e feriti (1.200 caduti per l’Isis, 670 per lo Yekà®neyàªn Parastina35 Gel, l’Unità di Protezione Popolare) come un qualsiasi ministro, con la sola differenza che nelle mani tiene stretta la sua arma e ha gli occhi di chi dietro una scrivania non si è seduto spesso. Coordina la difesa della città , ma è anche responsabile dell’inseguimento delle truppe del Califfato nel deserto siriano.
Racconta di scontri e combattimenti senza mai perdere la calma, con alle spalle il figlio che, vigile, gli fa da guardia del corpo.
Entrare a Kobane a pochi giorni dalla liberazione da l’impressione di piombare in un’apocalisse. Si capisce quasi subito che in questa città non è stata combattuta solo una battaglia per il suo controllo: una volta capito che l’assedio sarebbe durato più del previsto, i miliziani dello Stato Islamico, hanno messo in atto una campagna di distruzione totale della città e dell’esperienza politica rivoluzionaria di cui è portatrice.
Camminando per le strade appena liberate si ha subito la sensazione che Kobane fosse una vivace e popolosa città di confine, con centinaia di negozi a colorare le strade polverose.
Le merci sono rimaste intatte al loro posto, solo impolverate malgrado le vetrine e le serrande siano letteralmente esplose a causa dei bombardamenti.
Gli edifici rimasti in piedi nonostante il volume di bombe cadute presentano i segni della battaglia: interi piani crollati, automobili scaraventate al secondo piano, fori di proiettile ai lati.
Kobane era una città di 60 mila abitanti, adagiata ai piedi delle colline, con il centro città schiacciato dal prossimo confine.
Per mesi ha parlato attraverso il rumore delle bombe e delle mitragliatrici.
Kobane è stata testimonianza di un assedio brutale, di uno scontro fra ideologie che si frappongono: da una parte i miliziani jihadisti dell’Isis e dall’altra i guerriglieri curdi, organizzati nelle Ypg.
L’assedio è durato 134 giorni, dalla metà di settembre, quando le prime bombe dell’Isis sono cadute in città e i primi rifugiati curdi hanno attraversato il confine, al 26 gennaio quando lo Ypg ha dichiarato ufficialmente che Kobane era stata liberata.
Niente si è salvato dalla furia distruttrice del Califfato.
Si cammina tra le macerie facendo attenzione a dove si mettono i piedi, la città è ancora disseminata di bombe inesplose e solo un minimo contatto potrebbe farle brillare.
Agli incroci sono appesi teli e tappeti, sono un metodo rudimentale ma efficace per muoversi da una strada all’altra senza essere presi di mira dai cecchini dell’Isis. Le barricate invece sono costruite con le macerie delle abitazioni e con qualsiasi altro mezzo sia stato possibile recuperare: auto, trattori, furgoni e persino autobus.
Tutti ovviamente crivellati di proiettili. Il silenzio è rotto dal rombo dei bombardieri della coalizione in cielo e da qualche esplosione o raffica di mitragliatrice che ancora viene sparata entro i confini cittadini.
Si attraversano interi quartieri senza incontrare anima viva, solo in lontananza si scorgono alcuni mezzi dello Ypg che si muovono verso il fronte, ormai a qualche decina di chilometri.
“Saremo sempre grati a chi ha combattuto per noi”
Sono loro, i combattenti dello Ypg, coloro che strenuamente hanno difeso Kobane. Sono per lo più ragazzi, tra i 20 e i 30 anni, indossano la divisa mimetica ma portano scarpe da ginnastica.
Sulle loro spalle campeggia l’immancabile Kalashnikov, arma simbolo di tutte le rivolte. Lo personalizzano con adesivi tricolori: rosso, giallo, verde, i colori della Rojava.
Hanno le facce tirate, tese ma non lesinano sorrisi e strette di mano. Si concedono anche in foto, però prima mettono bene in mostra l’arma. Sono curdi siriani, ma anche turchi, iraniani, iracheni.
Sono venuti da tutte le regioni del Grande Kurdistan per aiutare i loro fratelli assediati, per portare loro solidarietà e competenza. Sono giovani ma hanno sulle spalle tutto il peso di una guerra, di un assedio immane, sono pronti a morire per la loro terra.
“Sono venuti curdi da tutto il mondo per aiutare i propri fratelli a difendere Kobane. In città hanno combattuto anche stranieri, persone che hanno lasciato tutto nei loro paesi pur di aiutarci a difendere la libertà e la democrazia nella Rojava. Gli saremo per sempre grati. Ogni qualvolta ci sarà bisogno di combattere per la libertà in altri paesi noi saremo sempre al loro fianco“, aggiunge Ismet Hasan.
Meglio affrontare Isis che scappare in Turchia “E’ un nemico”
I guerriglieri ostentano sicurezza anche quando in lontananza esplodono alcuni colpi di mortaio mentre tutti intorno abbassano la testa e cercano riparo.
Alcuni di loro sono a Kobane dall’inizio dell’assedio perchè non hanno voluto andarsene, hanno preferito prendere le armi per difendere le loro case piuttosto che cercare rifugio in Turchia, da molti considerata al pari di un nemico.
In effetti in questi mesi i curdi asserragliati in città hanno dovuto combattere non solo l’Isis, ma anche con l’esercito turco42, guardiano non sempre imparziale del confine su cui Kobane è appoggiata.
Più volte i militari di guardia si sono resi complici dei miliziani del Califfato, come a fine novembre quando un camion che avrebbe dovuto trasportare aiuti umanitari è stato fatto passare dal confine turco per poi rivelarsi un’autobomba dell’Isis che ha provocato morti e feriti tra i combattenti curdi.
Kobane, la furia di Isis contro il confederalismo democratico
Dall’altra parte c’è invece l’Isis, ora solamente Is. Per loro Kobane era solo un’altra piccola città sulla mappa, da conquistare per avere il pieno controllo della frontiera con la Turchia.
Forse nemmeno si aspettavano una resistenza così forte, ma quando combatti per la tua terra e la tua casa, per i tuoi figli e con i tuoi figli, puoi immaginare che sarà più dura che altrove.
Infatti l’Isis si era rivolto su Kobane solo dopo aver fatto razzia degli arsenali iracheni, potendo così schierare sul campo una potenza di fuoco che, si immaginava, solo un esercito organizzato avrebbe potuto contrastare.
In città hanno combattuto tra le file dell’Isis miliziani provenienti da tutto il mondo, ma la maggior parte di loro era di origine cecena, mobilitati soprattutto nella parte est della città .
Proprio in questi quartieri si sono svolti i combattimenti più aspri che non hanno lasciato un 32singolo edificio in piedi. Sono state le radio sottratte ai miliziani caduti a confermare la loro presenza in città .
Per mesi, gli unici segni visibili dell’Isis sono state le bandiere nere, che sventolavano dagli edifici più alti, e le colonne di fumo che i loro bombardamenti provocavano in centro città . Ora rimangono solo alcuni cadaveri, segno tangibile della battaglia appena conclusa.
I guerriglieri dello Ypg e le persone che fanno parte dell’organizzazione clandestina che li supporta non si stancano di ripetere quanto l’Islam propagandato dallo Stato Islamico non sia veritiero, originale, al contrario sarebbe l’Islam curdo quello che varrebbe la pena esportare.
Un Islam che parla di uguaglianza di genere, di libertà di culto, di partecipazione: un Islam di pace che insieme all’ideologia politica alla base della rivoluzione in Rojava, il confederalismo democratico, può diventare un pericolo per il Medio Oriente contemporaneo perchè scardina tutti quei principi sui cui si fonda la politica mediorientale.
Insomma, un precedente pericoloso in un’area dominata da Emiri, Califfi e Generali, segnata dalla negazione di libertà individuali e collettive e dalle molte esecuzioni.
Può darsi che anche per questo l’Isis, con l’avvallo di qualche paese dell’area, abbia deliberatamente e ostinatamente provato a radere al suolo Kobane.
Ismet Hasan si guarda intorno e sogna la ricostruzione, ma al momento è impossibile pensare di far rientrare tutti i rifugiati per i semplici motivi che non esistono più le abitazioni e le strade sono disseminate di bombe inesplose.
Servirà una bonifica, ma soprattutto molto tempo. Anche l’elettricità è totalmente insufficiente per i bisogni di una città e manca l’acqua potabile. Per questi motivi stanno cercando di fermare l’afflusso di coloro che vogliono precipitosamente tornare nelle proprie case, nonostante la battaglia sia finita solo da qualche giorno.
Nel prossimo futuro si attendo ancora battaglie e morti, c’è da riconquistare buona parte del territorio perso e le centinaia di villaggi curdi ancora in mano all’Isis.
Davide Mozzato e Marco Sandi
(Mozzato e Sandi sono parte di una delegazione di Rojava Calling e sono entrati a Kobane il 30 gennaio, 4 giorni dopo la liberazione. Per entrambi era la seconda esperienza sul confine turco-siriano).
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Marzo 15th, 2015 Riccardo Fucile
LA SUA ASSENZA ALIMENTA LE VOCI DI GOLPE… IN UNA INTERVISTA RIVELA: “PER LA CRIMEA AVREI USATO ARMI NUCLEARI”… NE AVRA’ PARLATO CON IL SUO COMPAGNO DI MERENDE SALVINI?
Per la guerra di Crimea, Putin era pronto a usare l’atomica.
Lo rivela lo stesso presidente russo nel documentario-intervista “Crimea, il ritorno a casa”, che andrà in onda stasera sulla tv di Mosca.
Putin racconta che in caso di azione militare ostile di chiunque, avrebbe avviato il meccanismo di difesa nucleare. “Poi, non ce ne fu bisogno”.
Lo scorso anno, racconta il leader russo, “la Crimea è stata trasformata in una fortezza, con oltre 40 sistemi missilisti s-300 e una ventina di batterie mobili, insieme ad altre armi pesanti”.
Putin lancia nuove accuse agli Usa per il loro ruolo nella crisi in Ucraina.
Sono stati gli americani i “burattinai” del colpo di Stato a Kiev che portò lo scorso anno alla destituzione di Viktor Yanukovich in Ucraina, secondo il presidente russo. Gli Usa “hanno addestrato i nazionalisti” i quali volevano “rimuovere fisicamente Yanukovich”.
La vita stessa di Yanukovich era in pericolo, per cui la Russia intervenne e gli salvò la vita, prosegue Putin, “per noi era chiaro e ricevemmo informazioni che c’erano piani non solo per la sua cattura ma, preferibilmente da parte di coloro che avevano condotto il golpe” a Kiev, ha rievocato, “anche per la sua eliminazione fisica”.
Salvare la vita a Yanukovych è stata “una buona azione”, sostiene ancora il presidente.
L’intervista è stata trasmessa oggi, alla vigilia dell’anniversario del referendum che decise l’unione della penisola ucraina alla Federazione russa, ma non è precisato quando sia stata registrata.
Proseguono infatti le voci sulla prolungata assenza in pubblico di Putin, per nulla sopite da una foto diffusa dal Cremlino che lo vede impegnato in un incontro ufficiale. Se i media svizzeri avevano parlato della gravidanza della sua compagna (smentita dal Cremlino), ora sono i media austriaci a dire che Putin soffrirebbe di un grave mal di schiena ed è in cura da un ortopedico austriaco volato a Mosca per curarlo.
Il responsabile per la stampa del Cremlino si è rifiutato di commentare dove si trovi Vladimir Putin, secondo quanto riferisce Interfax.
L’assenza di Putin si trasforma in un caso sui social network.
A seguito delle parole dell’ex ambasciatore di Israele in Russia, Zvi Magen, citato da Haaretz.
Per il diplomatico in Russia, dove dal 5 marzo Vladimir Putin non compare in pubblico, “ci sono molti segnali di un colpo di Stato. Il movimento dei militari attorno al Cremlino indica che c’è un cambio di governo, o che un tentativo di cambiare il governo è in corso”.
Secondo Magen, il potenziale golpe è portato avanti da “fazioni dell’esercito in lotta tra loro, o influenti imprenditori”.
(da “Huffingtonpost“)
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Marzo 9th, 2015 Riccardo Fucile
SECONDO UN REPORTAGE DEL WASHINGTON POST DIVISIONI E CORRENTI INTERNE TRA LOCALI E FOREIGN FIGHTERS STANNO MINANDO IL PROGETTO
A fiaccare la forza distruttiva dell’Isis potrebbero essere i mal di pancia e le divisioni interne, i dissidi tra
diverse fazioni e minoranze.
Lo suggerisce un reportage del Washington Post, che per la prima volta fotografa le divisioni e le correnti intestine che minano la solidità del progetto del sedicente califfo Abu Bakr al-Baghdadi.
Lo Stato islamico, in sostanza, starebbe cominciando a logorarsi anche dall’interno, come mostrano le testimonianze di defezione e dissenso che starebbero logorando l’aura di invincibilità del Califfato.
“La tensione è provocata dal dissenso tra i miliziani locali e i foreign fighter, i volontari stranieri, ma anche dagli infruttuosi tentativi di reclutare cittadini pronti ad andare sulla linea del fronte”, scrive il quotidiano.
Il risultato è che al momento “la maggiore minaccia alla capacità dello Stato Islamico di perdurare sembra arrivare dall’interno, poichè le sue grandiose promesse non collidono con la realtà sul terreno”, ha raccontato al quotidiano l’analista, Lina Khatib, alla guida del Carnegie Middle East Center a Beirut.
Le sconfitte sul campo di battaglia starebbero anche erodendo la capacità dell’Isis di arruolare la popolazione locale che solo pochi mesi fa aveva sostenuto la causa dei jihadisti a fronte della possibilità di avere uno stipendio.
Per questa ragione l’organizzazione terroristica starebbe reclutando un numero crescente di bambini, più vulnerabili alla propaganda del gruppo.
“La principale sfida che oggi l’Isis deve affrontare è più interna che esterna”, ha detto al Wp Lina Khatib.
“Stiamo assistendo a un crollo del principale cardine dell’ideologia dell’Isis, ossia unire persone di origine diversa sotto il califfato. Questo non avviene sul terreno. E li sta rendendo meno efficaci nell’azione di governo così come nelle operazioni militari”.
Il segno più forte di attrito è la tensione tra i foreign fighter e i miliziani locali, sempre più risentiti dal trattamento preferenziale riservato agli stranieri, pagati di più e con migliori condizioni di vita: ai foreign fighter viene permesso di vivere nelle città (dove i raid della coalizione sono abbastanza rari per il timore che vengano colpiti i civili), mentre ai siriani tocca stare negli avamposti rurali, più vulnerabili, ha raccontato al quotidiano un attivista che vice nella città di Abu Kamal, al confine tra Siria e Iraq.
La tensione è tale che ci sono state anche sparatorie in strada, come la scorsa settimana quando alcuni foreign fighter e un gruppo di siriani hanno incrociato le armi perchè questi ultimi avevano disobbedito all’ordine di un comandante kuwaitiano, rifiutandosi di andare sulla linea del fronte con l’Iraq.
E non è stato l’unico episodio di questo tipo: a gennaio a Ramadi, in Iraq, un gruppo di locali si è scontrato con un altro, composto soprattutto di ceceni, dopo che questi ultimi avevano deciso di tornare in Siria.
Ci sono infatti segnali che i jihadisti stranieri, sempre più disillusi, cercano di tornarsene a casa: alcuni attivisti nelle provincie siriane di Deir al-Zour e Raqqa hanno raccontato di tentativi di varcare il confine con la Siria.
A febbraio nella città di Tabqa, nella provincia di Raqqa, vennero ritrovati i corpi di 30/40 uomini, la gran parte dai tratti asiatici: secondo attivisti locali, erano proprio jihadisti che stavano cercando di scappare e invece sono stati catturati.
Non a caso nelle ultime settimane, nel Califfato, l’Isis ha imposto il divieto ai camion di trasportare uomini senza permesso.
E non solo. Secondo l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, nelle ultime settimane ci sono state 120 pubbliche esecuzioni di jihadisti: alcuni erano accusati di spionaggio, uno di aver fumato, ma la gran parte sarebbero stati invece solo miliziani che cercavano di fuggire.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 1st, 2015 Riccardo Fucile
LASCIA IL PRESIDENTE, IN PASSATO AVEVA TRASCORSO 15 ANNI IN CARCERE PER AVER PARTECIPATO ALLA GUERRIGLIA TUPAMAROS
«Se avessi a disposizione altre due vite, le impiegherei entrambe per aiutarvi nella vostra lotta». 
Parla commosso Josè Mujica ai suoi sostenitori in uno dei tanti incontri che hanno preceduto la cerimonia con la quale oggi consegnerà la presidenza dell’Uruguay al medico Tabarè Và¡zquez, suo compagno di partito, che ritorna al potere dopo cinque anni. «Pepe», come lo chiamano i suoi, termina il suo mandato con una popolarità molto alta e una stella in ascesa, che va ben oltre i confini del più piccolo Paese del Sudamerica.
Le battaglie storiche
Icona moderna del progressismo, alfiere di battaglie storiche come la legalizzazione dell’aborto, i matrimoni fra le persone dello stesso sesso e, soprattutto, la liberalizzazione della marijuana, una legge unica al mondo che entrerà in vigore quest’anno dando allo Stato il controllo della vendita e distribuzione della canapa.
Molti leader continentali saranno oggi presenti a Montevideo per dimostrargli, ancora una volta, la stima e l’affetto che già gli hanno espresso negli ultimi mesi in tutti i forum a cui hanno partecipato.
Così come fu Fidel Castro, Mujica è diventato un punto di riferimento per i governi di sinistra della regione.
Piace perchè alle parole ha aggiunto i fatti, con uno stile di vita particolarmente austero, da «presidente più povero del mondo».
«Non sono povero – ama ripetere – ma molto ricco, perchè la mia ricchezza non viene da cose materiali ma dall’esperienza e dalle battaglie che ho portato avanti».
Dal maggiolone blu alla scelta di continuare a vivere nella casa in campagna con i polli e le galline, fino alla decisione di destinare l’ottanta per cento dello stipendio per la costruzione di case popolari alla periferia di Montevideo, condomini dove oggi vivono centinaia di famiglie.
C’è chi sostiene che un fenomeno politico come il suo era fattibile solo in Uruguay, un Paese di appena tre milioni di abitanti, con l’indice di corruzione più basso del continente e una tradizione di Welfare State che risale ai primi del Novecento.
Ma è stato lui stesso a ricordare che quel sistema sociale era stato distrutto dai militari e poi dai governi conservatori.
Protagonista nel mondo
«Durante quasi 50 anni il mondo ci ha considerati una specie di Svizzera, poi siamo stati figli bastardi dell’impero britannico, infine ci siamo impoveriti, ricordando l’unica nostra gloria sportiva, il “Maracanazo” ai mondiali di calcio del 1950. Se oggi siamo risorti in questo mondo globalizzato è perchè abbiamo imparato dai nostri errori».
Profeta no global, con un linguaggio schietto e non accademico, Mujica non ha esitato a intervenire sulla scena internazionale.
Ha ricevuto i rifugiati della guerra in Siria e poi cinque ex prigionieri del carcere di Guantanamo, dopo essersi messo d’accordo, da ex guerrigliero tupamaro con il vicepresidente americano Biden, che ha voluto essere presente oggi a Montevideo.
Ancora in politica
Il suo futuro, ora, non è certo la pensione. È stato eletto senatore con record di voti e a maggio aiuterà la moglie Lucia Topolanski, anche lei senatrice, nella corsa per la carica di sindaco di Montevideo.
Ha già detto che non esclude di candidarsi per le presidenziali del 2019, quando avrà 85 anni.
Da qualche settimana, poi, è online il suo sito web personale (pepemujica.uy), attraverso il quale intende mantenere il dialogo con gli ammiratori sparsi per il mondo.
Nella home page, una sua foto in bianco e nero e due parole di ringraziamento facili da capire in tutte le lingue: «Gracias Pueblo!».
Emiliano Guanella
(da “La Stampa”)
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Febbraio 22nd, 2015 Riccardo Fucile
PER BERLUSCONI “E’ ROBA DA VECCHI DC”
La partenza non è proprio quella di una corazzata.
L’inno nazionale che si inceppa un paio di volte, i video che non partono, l’audio è quello che è, Raffaele Fitto parla a braccio, il tono non proprio di chi sta dichiarando una guerra.
Ma l’armata dei “Ricostruttori”, forse un po’ artigianale, parte comunque, a modo suo, all’arrembaggio del partito e di Silvio Berlusconi.
La folla accorsa plaude quando il suo nuovo leader affonda il coltello: «L’ultimo anno di Forza Italia è sinceramente imbarazzante», votare le riforme «è stato un suicidio e noi abbiamo avuto il grande torto di avere ragione».
L’aria è cambiata, è il sottinteso dell’intera manifestazione, dell’ex ministro pugliese, «inutile pensare che si possa fermare il cambiamento con un commissariamento regionale » e poi «sarebbe mortificante, un autogol lasciarci fuori dalle liste per le regionali».
Berlusconi tace, ufficialmente lo ignora, in privato è un vulcano.
La sala dell’auditorium Massimo, all’Eur, è gremita da più di 1.500 aficionados del leader pugliese e della sua quarantina di parlamentari.
I pullman intorno all’istituto religioso sono targati Puglia (ovvio) ma anche Campania, Toscana, alcuni vengono dalla Sicilia.
Non appena il capo del “partito nel partito” compare scendendo le scale, ecco l’inno di Forza Italia, e sa di beffa, mentre sventolano cinque bandiere cinque forziste.
È one man show , il protagonista, camicia bianca senza cravatta, auricolare con cuffia che fa molto Leopolda, cammina su e giù per il palco, la sua immagine proiettata sul maxi schermo che fa da quinta, sarà solo lui a parlare per un’ora tonda.
La giovane moglie Adriana che se lo guarda dalla prima fila, seduta al centro della platea, tra Maurizio Bianconi e Daniele Capezzone, Cinzia Bonfrisco e Saverio Romano, il toscano Roberto Tortolioltre a uno stuolo di parlamentari pugliesi.
Poco più in là siede anche il leader della Destra Francesco Storace, la battuta sempre pronta: «Qui perchè so che non incontro Renzi».
C’è pure l’ex presidente della Regione siciliana Giuseppe Drago.
Se qualcuno si attende l’annuncio dello strappo, della scissione da Forza Italia, del “colpo di grazia” contro l’anziano leader da rottamare dietro il sinonimo della «ricostruzione», resterà deluso.
«Siamo qui per rivendicare la nostra storia. Noi stavamo e stiamo dentro Forza Italia, sia chiaro a tutti», è il messaggio chiaro all’indirizzo di Arcore. L’ex governatore pugliese, tra un applauso e l’altro, scherza sulla diffida. «I quindici giorni sono quasi passati e non è arrivata la lettera di licenziamento ».
Poi si fa serio, «nessuno può cacciarci».
Fa un lungo excursus di questo anno in cui «Forza Italia non ha fatto opposizione, andava a braccetto con Renzi, stava finendo nel partito unico».
Ma il suo conto in sospeso è con Berlusconi.
«Lui può scegliere di chiudersi in atti imbarazzanti come il commissariamento della Puglia e commettere l’errore di lasciare campo a Salvini o guidare il partito dentro la Terza Repubblica».
Lasciare campo al capo leghista «sarebbe un grave errore». Si dice «deluso e dispiaciuto» per il repulisti nella sua regione che «non passerà sotto silenzio».
Invoca democrazia, a questo punto, e soprattutto primarie. Lo va facendo da quasi un anno ormai e continuerà a farlo adesso in giro per l’Italia.
La settimana prossima in Veneto, poi in Campania, in Sicilia. «Non ci fermano, andiamo avanti, non siamo contro nessuno, ma vogliamo ricostruire Fi dal basso».
Il capo è avvertito. Berlusconi osserva da Arcore, mentre i fedelissimi Toti, Gelmini, Romani tengono una contromanifestazione a Bergamo.
Nessuna dichiarazione ufficiale, solo commenti privati, serali coi dirigenti. E lì il leader forzista è sferzante.
La sortita di Fitto diventa «inutile, dannosa, autodistruttiva per il partito e il centrodestra in questo momento», la considera frutto della «cultura del correntismo post democristiano », roba per lui da l’orticaria.
«Non si rende conto che così fa solo danni?»
Berlusconi parla dell’ex pupillo pugliese ormai come di un fuoriuscito, ma non vuole fargli il «regalo» di metterlo fuori, anche perchè ritiene di averlo ormai «neutralizzato assieme ai suoi uomini in Puglia ».
La testa per adesso è rivolta ad altri pensieri, a Salvini che non molla in Veneto, soprattutto alle olgettine esplose come palloncini a rovinare la festa dell’imminente «liberazione».
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 21st, 2015 Riccardo Fucile
LA GERMANIA HA OTTENUTO PIU’ DI QUANTO CONCESSO, MA ANCHE ATENE PUO’ RIVENDICARE UN SUCCESSO… LE POLITICHE DI AUSTERITA’ ORA POSSONO ESSERE DISCUSSE
La partita era 18 (tutto il resto dell’Eurogruppo) contro uno (la Grecia).
Quale è stato il risultato?
Hanno vinto ottenendo molte più cose di quante ne hanno concesse – come accade sempre tranne che nelle favole – i più forti: Jeroen Dijsselbloem e la Germania.
Anche Atene però, soprattutto per la disparità di forze in campo può permettersi di vedere il bicchiere mezzo pieno, come ha fatto subito dopo la conclusione – temporanea – dei negoziati il ministro delle finanze Yanis Varoufakis.
Non solo per i piccoli miglioramenti delle intese con Bruxelles, ma soprattutto per aver aperto dal basso e contro la legge dei numeri un dibattito sull’Europa destinato a durare oltre le decisioni di questi giorni.
Scoprendo in qualche modo l’intransigenza tedesca, obbligando Barack Obama a scendere in campo e costringendo tutto il continente a discutere sui risultati delle politiche di austerità adottate negli ultimi anni e sulle loro conseguenze.
Ecco di seguito il tabellino della sfida con i risultati portati a casa dalle parti.
COSA HANNO OTTENUTO GERMANIA ED EUROGRUPPO
La Grecia ha rinunciato a parlare di taglio del debito.
Atene si è impegnata a non introdurre unilateralmente misure umanitarie e a non far marcia indietro sulle misure imposte dalla Troika (specie su pensioni, licenziamenti e contratti collettivi) senza l’ok dei creditori.
Gli 11,5 miliardi rimasti nel fondo salva-banche torneranno al Fondo salvastati e non potranno essere usati (come sperava Tsipras) per finanziare parte del programma di Syriza.
Varoufakis ha garantito che rispetterà tutti gli impegni dei creditori. E qualsiasi ritocco al vecchio memorandum dovrà essere concordato tra le parti.
A supervisionare l’intero processo sarà la vecchia Troika (Ue, Bce e Fmi) anche se con un nome diverso.
L’estensione vale quattro mesi e non sei come chiesto da Atene. Questo significa che finirà prima di luglio e agosto, quando scadono 6,7 miliardi di debiti con la Bce.
A quel punto la Grecia sarà con le spalle al muro per trattare una proroga. Se non avesse i soldi per ripagare Eurotower, finirebbe in default.
COSA HA OTTENUTO LA GRECIA
Quattro mesi di tempo per mettere a punto un nuovo programma di riforme targato Syriza, l’ok formale della Ue a non chiamare Troika la Troika (ribattezzata “le istituzioni”) e a non chiamare il memorandum memorandum (è rinato come “estensione del piano”).
La possibilità di cambiare con l’ok dei creditori le misure di austerity previste dal vecchio progetto targato Samaras – che prevedeva l’aumento dell’Iva e nuovi tagli per 2,5 mld entro fine febbraio – con altre misure da presentare entro lunedì.
La speranza e la possibilità , previa intesa generale, a chiudere almeno il 2015 con un avanzo primario inferiore al 3% imposto dalla Troika.
L’accordo dovrebbe consentire alla Bce di riutilizzare come garanzia per finanziamenti i titoli di stato ellenici, una boccata d’ossigeno importante per il sistema creditizio.
Ettore Livini
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 17th, 2015 Riccardo Fucile
LE TRUPPE DI MISURATA SI RIPRENDONO LA CITTA’ A DIMOSTRAZIONE CHE IN ITALIA SI STA ENFATIZZANDO LA VICENDA PER FINI POLITICI
Hanno ripreso il controllo di Sirte, sottraendo la città a un Califfato che in Libia si muove da est a
ovest.
Mentre il caos esploso nel Paese del nord Africa agita le diplomazie internazionali, le brigate di Misurata (che sostengono il governo ‘parallelo’ di Tripoli) hanno liberato la città in cui nacque Gheddafi togliendola ai jihadisti dell’Is: in poche ore di combattimenti.
Il battaglione 166 dell’esercito proveniente dal centro che si affaccia sul Mediterraneo e che si trova proprio a metà strada fra Sirte e Tripoli è riuscito ad avanzare nel pomeriggio e a circondare completamente l’abitato.
Dopo essere entrati in molti quartieri, gli uomini di Misurata hanno ripreso le postazioni (le radio, l’ufficio postale, gli ospedali) che erano state occupate dai combattenti dello Stato islamico.
Il timore, tuttavia, è che ci possano essere ancora svariati kamikaze rintanati e pronti ad agire all’interno dei palazzi.
Intanto, l’ira egiziana esplosa dopo la decapitazione dei 21 cristiano-copti da parte dell’Is (fra i boia forse anche una donna) ha spinto il governo del Cairo a lanciare una consistente offensiva aerea contro le postazioni del califfato in Libia, offensiva che procede anche in queste ore ed è destinata a continuare dopo la notizia, diffuda dal Lybia Herald, del rapimento di altri 35 egiziani (in prevalenza contadini) prelevati in diverse aree dalla Libia dai miliziani dell’Is o da gruppi legati allo Stato islamico.
E si fa sempre più strada l’ipotesi di un intervento nel Paese nordafricano sotto l’egida dell’Onu.
Mentre in Italia qualcuno ha interesse per fini politici a drammatizzare il problema e a far balenare un’invasione di 200.000 profughi, sarebbe bene rivelare che le forze dell’Isis in Libia sono minime
Secondo la Rivista Italiana Difesa ad oggi i combattenti dell’Is sono fra i 2000 e 3000.
Non solo: si tratta in gran parte di miliziani jihadisti che hanno cambiato bandiera e che appartenevano per esempio ad Ansar Al Sharia e che poi hanno scelto di passare con il “Califfo”.
L’unico grosso contingente rientrato dalla Siria sarebbe il “Battaglione Bitar”, un gruppo di 500 miliziani schierati in precedenza a Mosul e Deir Ezzor.
Adesso sono a Derna, la loro capitale.
Sarebbe sufficiente attaccare Derna a renderli inoffensivi.
Il vero problema è mettere intorno a un tavolo i due governi libici che si sono autoproclamati tali e le 140 tribù in cui è diviso il Paese.
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Febbraio 17th, 2015 Riccardo Fucile
LE PRINCIPALI DOMANDE SULLA CRISI LIBICA
All’intervento della Nato e alla caduta di Gheddafi nel 2011, non è seguita un’operazione che
disarmasse le milizie.
Ora la Libia è al collasso e si è aperto lo spazio per i jihadisti.
Una missione internazionale è ancora possibile: ma solo se le fazioni raggiungeranno un accordo
LO STATO ISLAMICO È ENTRATO IN LIBIA PERCHà‰ NEL PAESE SI COMBATTE UNA GUERRA CIVILE PER IL CONTROLLO DEL PETROLIO. PERCHà‰ LA CRISI È PRECIPITATA? E CHE PUà’ FARE L’ONU?
Il Consiglio di sicurezza dovrebbe riunirsi mercoledì, su richiesta francese. La crisi in Libia si è aggravata con l’orrendo assassinio di 21 cristiani egiziani compiuta dall’Is. Il che conferma che i miliziani del “Califfo” si stanno installando a 300 chilometri dall’Italia.
Mercoledì il Consiglio potrebbe iniziare a prendere in considerazione la creazione di una forza di stabilizzazione, ma per ora probabilmente darà mano libera all’Egitto per i suoi attacchi aerei.
E’ ANCORA POSSIBILE UN «INTERVENTO MILITARE» A TUTTO CAMPO IN LIBIA?
Realisticamente no, senza nessun dubbio. Un intervento militare a tutto campo per imporre la pace oggi in Libia sarebbe un rischio insostenibile per le democrazie occidentali, anche a fronte dei pericoli che il paese ci pone.
Un’azione possibile con finalità di peace-keeping o anche di peace-enforcing (mantenere la pace oppure imporre la pace) doveva essere annunciata nel 2011 alla fine dell’operazione Nato.
Oggi è impossibile per questi motivi: le milizie, e non solo i gruppi terroristici, non accetterebbero di sottomettersi a una forza militare, anche targata Onu.
Ci sarebbero atti di ritorsione contro i militari stranieri, che costringerebbero in pochi mesi i governi intervenuti a ritirare le loro truppe (è avvenuto in un contesto molto meno pericoloso in Somalia).
DAVVERO GLI ESERCITI EUROPEI NON POTREBBERO IMPORRE LA PACE?
Come è accaduto anche agli Usa in Afghanistan (nonostante i pur gravi danni collaterali provocati ai civili), una forza Onu sarebbe costretta a fare un uso limitato e non indiscriminato della forza.
Per capirci: per imporre la pace i militari Onu non potrebbero neppure lontanamente fare un uso del potere aereo come quello esercitato dagli israeliani l’estate scorsa a Gaza per proteggersi dai missili di Hamas.
L’Onu a cosa si appellerebbe per bombardare massicciamente Derna?
MA ALLORA UNA FORMA DI INTERVENTO MILITARE È DA ESCLUDERE?
Paradossalmente non è da escludere, ma va ben calibrato. Va limitata e asservita a un progetto politico.
Contro l’Is e il terrorismo sicuramente sarebbero necessari attacchi aerei autorizzati dall’Onu in maniera esplicita (e non autogestita come fa oggi l’Egitto) per colpire i santuari terroristi.
Ma l’uso del potere aereo e di piccoli contingenti di addestratori o anche di forze speciali dovrebbe essere collegato a un processo di unificazione delle fazioni libiche meno intransigenti.
QUALE POTREBBE ESSERE UN POSSIBILE PIANO POLITICO?
Bisognerebbe cercare di creare le condizioni perchè le milizie trovino un accordo per l’autogoverno delle parti principali del paese. la Libia limiterà il terrorismo se si auto-governerà da sola.
Bernardino Leon, inviato Onu, senza poter minacciare uso della forza militare, aveva iniziato individuare fra i soggetti da mobilitare le comunità locali, le tribù e i consigli comunali di Libia.
Un obiettivo insperato sarebbe di iniziare a consolidare un autogoverno di tribù/gruppi locali che saranno anche collegati alle mafie del posto, ma che scelgano di coordinarsi fra di loro per amministrare le comunità .
Un analista dice «per decine di anni il potere centrale italiano ha accettato che il Sud Italia venisse governato col contributo di mafia e camorra: una governance simile per la Libia sarebbe un risultato insperato».
TRA GLI IMMIGRATI POSSONO ESSERCI MILIZIANI INFILTRATI DELL’IS?
Nonostante quel che si creda, è molto improbabile. I fenomeni sono paralleli, possono incrociarsi, ma sono diversi.
Affrontare un’odissea nel Mediterraneo imbarcandosi su un barcone di migranti viene considerato poco probabile da Mattia Toaldo, analista che a Londra lavora per l’European Council on Foreign Relations: «In tanti anni c’è stato un solo caso di jihadista arrestato tra i migranti arrivati via mare. Attraversare il Mediterraneo su certe imbarcazioni è molto pericoloso come dimostrano i continui disastri. È vero invece che le organizzazioni jihadiste possono trarre profitti dal traffico di esseri umani».
I FLUSSI MIGRATORI POSSONO CRESCERE ANCORA IN UNA LIBIA SENZA CONTROLLO?
Assolutamente sì. Il vero problema dell’immigrazione clandestina che attraversa la Libia è che i migranti vengono gestiti dalle potenti mafie di trafficanti libici che li prendono in consegna nel sud del paese, in Fezzan e li trasferiscono sulle coste.
Poi li imbarcano anche con la forza. Sono bande potenti, spesso collegate a milizie che hanno una presunta agenda politica.
Finchè l’Italia e l’Europa non avranno di fronte un governo libico o governi locali libici con cui trattare, i trafficanti avranno la meglio.
LA PRESENZA IS IN LIBIA: CHI SONO, QUANTI SONO?
Non ci sono ancora migliaia di miliziani dell’Is trasferiti in Libia dal teatro siro/iracheno.
Secondo la Rivista Italiana Difesa ad oggi i combattenti dell’Is sono fra i 2000 e 3000, un contingente comunque assai pericoloso.
La verità è che si tratta in gran parte di miliziani jihadisti che hanno cambiato bandiera: appartenevano per esempio ad Ansar Al Sharia, ora hanno scelto di passare con il “Califfo”.
L’unico grosso contingente rientrato dalla Siria sarebbe il “Battaglione Bitar”, un gruppo di 500 miliziani schierati in precedenza a Mosul e Deir Ezzor. Adesso sono a Derna, la loro capitale.
QUALE TIPO DI INTERVENTO MILITARE SAREBBE EFFICACE CONTRO L’IS?
Dice ancora Toaldo, dell’Ecfr: «Un certo grado di forza militare è imprescindibile. L’elemento fondamentale, che finora è mancato in Siria e in Iraq, è l’accordo politico nella popolazione locale che permetta di isolare gli estremisti e far ripartire un minimo di macchina statale: alcuni posti di confine, la polizia, i servizi di base.
Una delle fonti di consenso dell’Is è proprio la sua capacità di «farsi Stato»».
E per questo torniamo alla «casella uno»: si potrà combattere l’Is se si ricostruirà uno Stato libico, o anche solo un accordo politico fra tribù, milizie e fazioni libiche.
Vincenzo Nigro
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 16th, 2015 Riccardo Fucile
I TAGLIAGOLA DELL’ISIS CERCANO CONSENSO, IL PREMIER AL THANI VUOLE SALVARE LA POLTRONA
La corda è ormai tesa. Bisogna aspettare. 
Le reazioni sono comprensibilmente sopra le righe. La Libia sbanda paurosamente, è sull’orlo della guerra.
Non più solo civile ma anche con il coinvolgimento di attori internazionali. Giustificata la reazione dell’Egitto, con i bombardamenti sulle postazioni sull’Isis a Derna, a Sirte, dopo la decapitazione di 21 lavoratori egiziani copti, «miscredenti».
Ma la corda sta per spezzarsi.
Ci sono forze contrapposte, anche all’interno della Libia, che hanno interesse a far precipitare la situazione.
Paradossalmente oggi un intervento armato internazionale sotto l’egida o con il consenso delle Nazioni Unite, farebbe comodo ai tagliagola dell’Isis.
Che non vedono l’ora di imitare la stagione tragica della Somalia.
Anche il premier di un governo fantasma indicato da un Parlamento che si è ritirato sull’Aventino di Tobruk, Al Thani, chiede un intervento militare internazionale.
Forse sperando così di salvare la sua poltrona.
Chi prova a invertire questa corsa alla guerra oggi è il premier Renzi. Colpisce il silenzio del delegato delle Nazioni Unite, Bernardino Leon, che giovedì dovrebbe incontrare a Ginevra forze politiche e personalità libiche.
In queste settimane Leon ha incontrato a Ginevra ma anche in Libia i diversi protagonisti della crisi libica.
Oggi a La Stampa, i delegati della città di Misurata all’incontro di Ginevra, hanno rilanciato la proposta dei colloqui di pace con le controparti (Milizie di Zintan, generale Haftar e parlamento di Tobruk).
Non c’è molto tempo da perdere, per evitare il peggio.
Guido Ruotolo
(da “La Stampa“)
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