Destra di Popolo.net

BORGHEZIO CACCIATO DAL GRUPPO EFD AL PARLAMENTO EUROPEO DI CUI FACEVA PARTE

Maggio 22nd, 2013 Riccardo Fucile

SOLO MARONI IN ITALIA NON SI VERGOGNA DI LUI… PER ADESSO E’ STATO SOSPESO, MA L’ESPONENTE INGLESE DELL’UKIP VUOLE CHE SIA ESPULSO…SOLIDARIETA’ ALLA KYENGE DA PARTE DI TUTTI I GRUPPI DEL PARLAMENTO UE

L’europarlamentare leghista Mario Borghezio in una nota comunica di essersi autosospeso dal gruppo Efd (Europa della libertà  e della democrazia – euroscettici), di cui fa parte,   “per tutelare la Lega e l’Efd in attesa di fare piena chiarezza sulle frasi pronunciate sul ministro per l’integrazione Cecile Kyenge (aveva detto “lei è una bonga bonga”, nominarla “una scelta del c….”, ndr)”.
Ma, come confermato dal direttore di Articolo21 Stefano Corradino, si tratterebbe in realtà  di una sospensione da parte del gruppo, in seguito alla petizione sul sito Change.org per le dimissioni dell’europarlamentare leghista.
“Fonti assolutamente attendibili – spiega Corradino, fra l’altro autore della petizione, confermano che in una riunione di ieri del gruppo mentre Articolo21 incontrava il presidente Schultz e gli altri capigruppo per consegnare loro le 130mila firme raccolte, l’esponente britannico dell’Ukip, il maggior partito dell’Efd avrebbe chiesto con decisione l’espulsione di Borghezio dal gruppo. Ma per adesso si sarebbe deciso solo per la sospensione”.
“Un fatto molto importante — commenta Corradino — ed è ovviamente il risultato della nostra petizione e del dissenso corale espresso dai gruppi (socialisti e democratici, popolari, liberali, verdi, comunisti) che all’unisono hanno espresso vergogna per le dichiarazioni offensive dell’esponente del Carroccio ai danni del ministro dell’Integrazione Kyenge. Segno che anche una petizione on line può avere un effetto dirompente”.
Solidarietà  intanto da tutti gli altri gruppi dell’Europarlamento al ministro Kyenge.

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L’ITALIA AVRA’ IL TESORETTO DOPO IL VOTO IN GERMANIA

Maggio 21st, 2013 Riccardo Fucile

LA PARTITA DA 12 MILIARDI CON LA COMMISSIONE È SOLO ALL’INIZIO

Scordatevi l’Imu e l’Iva, il dossier decisivo per Enrico Letta è quello della procedura di infrazione per deficit eccessivo che la Commissione europea chiuderà  il 29 maggio.
Quella data, però, è l’inizio e non la fine di un negoziato che vale tra i 10 e i 12 miliardi.
Soldi che possono cambiare il destino del governo.
NEL Pd il sindaco di Firenze Matteo Renzi attacca (il suo partito ed Enrico Letta): “Intervenire sull’Imu è una cambiale che si paga all’accordo con Berlusconi”.
Gli risponde il segretario Guglielmo Epifani che “non è un regalo a nessuno ma al buon senso” (ben pochi economisti concordano). Scaramucce che servono anche a nascondere il primo grosso fallimento in arrivo per il governo, l’aumento di un punto dell’Iva a luglio, come previsto dalle ultime manovre del governo Berlusconi.
Non ci sono i 2 miliardi (4 nel 2014) per evitarlo.
Ma tutto questo quadro potrebbe cambiare se le cose andassero come Letta e il ministro per gli Affari europei Enzo Moavero sperano.
Molto dipende dal Consiglio europeo del 27 e 28 giugno, anche di questo ha parlato ieri il premier in un colloquio telefonico con il presidente americano Barack Obama, concorde con l’Italia sulla “attenzione prioritaria alle politiche volte a fronteggiare la disoccupazione giovanile”. Messaggio in codice per dire che gli Stati Uniti sostengono l’Italia nelle sue richieste al Consiglio di giugno dedicato alla disoccupazione giovanile.
In Italia ci sono 10-12 miliardi di euro (per uno di quei misteri tipici della contabilità  pubblica la somma dipende dal metodo di calcolo) già  in bilancio ma che non possono essere spesi.
Sono quote di cofinanziamento, che affiancano risorse europee (in percentuali variabili).
Finchè l’Italia è vittima della procedura di infrazione aperta nel 2009, usare quei soldi significa far aumentare il deficit.
La rigidità  dei vincoli europei prevede infatti che per i Paesi sulla lista nera anche gli investimenti vengano trattati come fossero spesa corrente.
Dal 29 maggio l’Italia uscirà  da questa cappa.
“Ma non c’è alcun automatismo”, spiegano fonti ministeriali.
Il tesoro da 10-12 miliardi è già  impegnato, frammentato in mille rivoli concentrati nelle quattro Regioni “obiettivo convergenza”, cioè Calabria, Campania, Puglia e Sicilia.
La sfida per il governo Letta è poter accedere a quelle risorse e “riprogrammarle” in modo da assicurare che siano spese subito e per contrastare la crisi.
Ogni spostamento di un euro dovrebbe essere concordato con Bruxelles , visto che le risorse nazionali si muovono agganciate alla quota di cofinanziamento europeo.
Un processo lunghissimo, che farebbe partire gli interventi forse nel 2015, troppo tardi.
Bisogna quindi fissare regole chiare ex ante e poi cominciare subito a spendere.
Al Consiglio europeo di un anno fa, quello in cui Mario Monti convinse Angela Merkel ad approvare lo scudo anti spread, la Commissione europea ottenne mandato a preparare una lista di voci da classificare come investimenti, cioè finanziabili senza far aumentare il deficit.
La proposta di “golden rule” (la regola d’oro) sarà  presentata dalla Commissione al Consiglio di giugno.
E quello sarà  il primo passo.
Poi il Consiglio — cioè i governi nazionali, cioè la Germania — dovrà  decidere se recepire i suggerimenti della Commissione.
I tecnici dei ministeri competenti già  prevedono come finirà : prima delle elezioni d’autunno in Germania non si muoverà  nulla.
Solo dopo la riconferma della Merkel i tedeschi potranno fare qualche concessione.
Tra fine 2013 e inizio 2014 il governo Letta potrà  avere il via libera a spendere qualcosa.
Il Consiglio europeo di fine giugno potrebbe però almeno fissare come priorità  gli investimenti contro la disoccupazione giovanile, accelerando un po’ i tempi.
Ma il negoziato per l’Italia resta lungo.

Stefano Feltri
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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IMU, PRESSING DELL’EUROPA SULL’ITALIA: “DITECI ENTRO UNA SETTIMANA COME COMPENSERETE IL BLOCCO DELL’IMU E DELL’AUMENTO DELL’IVA”

Maggio 8th, 2013 Riccardo Fucile

“ENTRO META’ MESE VOGLIAMO VEDERE I CONTI AGGIORNATI CON INDICATE LE COMPENSAZIONI”

Passano i giorni ma il nodo dell’Imu (abolizione, rinvio, soppressione, restituzione?) non si scioglie, anzi si aggroviglia un po’ di più.
Lunedì è entrata in campo anche l’Unione europea: Bruxelles, ha scritto l’agenzia Ansa citando fonti interne alla Commissione Ue, si aspetta entro metà  mese che il governo italiano presieduto da Enrico Letta presenti il programma di stabilità  aggiornato, con le compensazioni dell’abolizione dell’Imu e del rinvio dell’aumento dell’Iva.
D’altronde sul fronte finanziario il governo deve subito mettere in campo alcune misure.
Oltre a Imu e Iva, ci sono anche da trovare le risorse per la Cassa integrazione in deroga. In tutto si tratta di un pacchetto da circa 6 miliardi di euro, che dovrebbe prendere la forma del decreto legge.
LAVORO
Ma non c’è solo il fronte conti pubblici, c’è anche quello dell’emergenza lavoro, come hanno ricordato sia il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi («Rischi di proteste distruttive a causa della disoccupazione») sia lo stesso Enrico Letta nell’incontro con il premier spagnolo Mariano Rajoy, in cui si è deciso di creare una task force congiunta italo-iberica per il lavoro: «Quello della disoccupazione giovanile è il tema centrale. La lotta alla disoccupazione deve essere l’ossessione principale dell’Europa». Letta ha voluto anche rassicurare l’Europa sul fatto che l’Italia assolverà  ai suoi obblighi.
ENTRATE
Ma la situazione si presenta comunque incerta: segnale di queste incertezze è il dato sulle entrate tributarie nel primo trimestre: ammontano a 87,7 miliardi di euro con una flessione dello 0,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Lo ha comunicato il ministero dell’Economia commentando però che nonostante la crisi «il gettito tiene».
Tra le ipotesi che si cerca di verificare in queste ore, anche la possibilità  di chiedere più tempo per il pareggio strutturale.
Ma da Bruxelles arrivano segnali non positivi rispetto a questa ipotesi.
«Per l’Italia raggiungere il pareggio di bilancio strutturale è molto importante alla luce del debito molto elevato del Paese», ha detto il portavoce del commissario Olli Rehn. «L’abrogazione della procedura per deficit eccessivo richiede un deficit sotto il 3% per quest’anno e per il prossimo, quindi guardiamo soprattutto a questo e insistiamo che il programma di consolidamento dei conti sia accompagnato dalle riforme essenziali per rafforzare l’economia italiana», ha aggiunto il portavoce di Rehn.

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LA FAVOLETTA DEL TOUR EUROPEO DEL PREMIER LETTA

Maggio 2nd, 2013 Riccardo Fucile

LE VERSIONI EDULCORATE DELLA STAMPA ITALIANA…MA IL “DIE WELT” TITOLA: “ANCORA UN ITALIANO CHE NON VUOLE RISPARMIARE”

Grande attenzione da Angela Merkel.
Piena sintonia con Franà§ois Hollande.
Disponibilità  e incoraggiamento dai presidenti delle istituzioni europee, Herman van Rompuy (Consiglio) e Josè Barroso (Commissione).
E, lunedì, già  aspettatevi sintesi dell’incontro con Mariano Rajoy simili a quelle dell’incontro con Hollande.
Il tour europeo dell’ancora neo-premier Enrico Letta è una favoletta già  raccontata almeno una volta: andatevi a prendere articoli e considerazioni che accompagnarono l’analogo giro dell’allora neo-premier Mario Monti nel novembre 2011, anche se in Francia c’era Nicolas Sarkozy e non Hollande e la Spagna aspettava l’esito delle elezioni.
E, poi, leggetevi il titolo di Die Welt, “Ancora un italiano che non vuole risparmiare”, o quello di Der Spiegel, “L’Ue chiede nuove misure d’austerità  al governo italiano”; e confrontateli con quello che vi sentite raccontare alla radio, in tv, sui giornali nostrani.
Per carità !, non che Die Welt o Der Spiegel o qualsiasi altro media tedesco e internazionale siano la bibbia.
Ma è un fatto che la favoletta non la raccontano, questa volta, i politici, ma gli organi di stampa: le frasi della Merkel e di Hollande, di Van Rompuy e di Barroso, dello stesso Letta non sono melassa; lo diventano, spesso, nei resoconti giornalistici.
Guardiamo all’ultima tappa del premier Letta, Bruxelles, ieri sera e questa mattina. Van Rompuy gli dice: sì alla flessibilità , ma con in conti in ordine.
E Barroso si dichiara fiducioso sull’uscita dell’Italia dalla procedura di deficit eccessivo, ma — nota — l’Italia deve accelerare sulla via delle riforme e continuare a ridurre il debito.
E Letta chiarisce che è venuto ad annunciare ai suoi interlocutori che vuole spingere la crescita e mantenere gli impegni, senza ancora spiegare come; ma poi ammette che dovrà  “presto dire” come farà  a conciliare — ad esempio — tagli delle entrate ed aumenti delle uscite col rispetto del limite del 3% del deficit e del ritmo di riduzione del debito.
Perchè l’Italia, finora, non ha chiesto eccezioni nè sull’uno nè sull’altro fronte, anche se magari poi lo farà .
Del resto, come puoi aspettarti che la Commissione chiuda la procedura d’infrazione per mancato rispetto del 3%, se già  le chiedi di sforare?
Un’altra favoletta del racconto giornalistico è il ‘fronte della crescita’ (Francia-Spagna-Italia-Belgio e chi ci sta) pronto a premere sulla Germania al Consiglio europeo di fine giugno.
Ma davvero Hollande e Rajoy, Letta e Di Rupo possono pensare che il momento giusto per chiudere nell’angolo la cancelliera Merkel sia l’ultimo vertice prima delle elezioni tedesche del 22 settembre?
Lì, la Merkel guadagnerà  voti (a casa sua) se s’arrocca, mica se cede.
Di qui all’autunno, sul fronte dei conti in ordine, c’è poco da contare su arrendevolezze tedesche.
Si potrebbe, piuttosto, puntare su passi in avanti per l’unione politica, che la cancelliera si dice pronta a fare.
Perchè, a giudicare dal discorso europeista del premier Letta, sta bene pure a noi, meno alla Francia; e anche un po’ per vedere il bluff di Angela, se c’è bluff; e per creare il clima per una minore rigidità  nell’autunno europeo.
Che potrebbe essere una primavera.
Ad arrivarci, con l’Imu che già  minaccia intese evidentemente non così larghe.

Giampiero Gramaglia

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OCSE: “RIDURRE TASSE SUL LAVORO E’ PIU’ IMPORTANTE CHE IMU”

Maggio 2nd, 2013 Riccardo Fucile

DALL’ORGANISMO EUROPEO PAROLE CHIARE DI FRONTE A PROPOSTE DEMAGOGICHE

Rallenta la crescita italiana, ma con le giuste misure la recessione potrebbe finire alle spalle già  quest’anno.
Eppure non si può allentare la presa fiscale, ma si devono consolidare gli sforzi di riduzione del debito e continuare le riforme strutturali sulla scia di quanto fatto nel 2012.
Così l’Ocse entra nel vivo del dibattito sull’economia italiana e punta il dito contro le ipotesi di modifica o eliminazione dell’Imu.
Stop all’eliminazione dell’Imu.
“Considerando che il forte vincolo di bilancio dell’Italia va rispettato, bisogna stabilire delle priorità . Noi riteniamo che la scelta fiscale coerente con queste condizioni e con le priorità  indicate dal governo sia la riduzione delle imposte sul lavoro. Altre scelte si potranno fare più avanti e andranno garantite le coperture”, spiega chiaramente il capo economista Pier Carlo Padoan.
Il segretario generale Angel Gurrìa aggiunge che “è la tendenza generale nel mondo e nei Paesi Ocse quella di tagliare le tasse sulle imprese e sul lavoro compensando con imposte sui consumi, su proprietà  immobiliari e su emissioni di gas serra”.
Sulla tassa sulla casa si era espresso anche l’ex premier Mario Monti, che proprio dalla presentazione del rapporto Ocse ha bollato la questione come un “tema non degno dell’attenzione quasi morbosa” di questi giorni.

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L’OCSE PONE FINE AL GRANDE BLUFF: “L’ITALIA RIDUCA IL DEFICIT, E’ IMPOSSIBILE DIMINUIRE LE TASSE”

Maggio 2nd, 2013 Riccardo Fucile

“IL VOSTRO PIL SCENDERA’ ANCORA: MENO 1,5%”… “SISTEMA BANCARIO ESPOSTO A RISCHI SISTEMICI”

Per l’Italia, la priorità  resta «la riduzione ampia e prolungata del debito pubblico», perchè «con un rapporto debito/Pil vicino al 130% e un piano di ammortamento del debito particolarmente pesante», il Paese «rimane esposto ai cambiamenti improvvisi dell’umore dei mercati finanziari». Lo scrive l’Ocse nel suo rapporto sull’economia italiana.
Secondo l’Ocse il rapporto deficit/pil dell’Italia salirà  al 3,3% nel 2013 e al 3,8% nel 2014: «L’indebitamento netto – spiega l’Ocse nel rapporto sull’Italia presentato oggi – risulta peggiore rispetto alle stime del governo a causa delle prospettive di crescita più deboli».
Nel quadro macroeconomico contenuto nel Def presentato in aprile, il governo stima un deficit al 2,9% del Pil nel 2013 e all’1,8% del Pil nel 2014
In Italia «è impossibile per il momento ridurre in modo significativo il livello complessivo dell’imposizione», ma l’eliminazione delle agevolazioni fiscali senza giustificazioni economiche permetterebbe di aumentare la base imponibile e quindi ritoccare le aliquote marginali «senza impatto sulle entrate».
Nel suo rapporto sull’economia italiana, l’Ocse rivede di nuovo al ribasso le stime sul Pil per il 2013, prevedendo una contrazione dell’1,5%, contro il -1% previsto nell’outlook del novembre scorso.
Il ritorno alla crescita non è previsto prima del 2014, per cui l’organizzazione stima un +0,5%. Per l’Ocse l’economia italiana «potrebbe frenare» nei prossimi mesi e «non dovrebbe iniziare a crescere prima del 2014».
Secondo l’Ocse «gli effetti positivi della serie di ampie riforme dal lato dell’offerta adottate a partire dalla fine del 2011, richiederanno tempo per materializzarsi, a causa del clima di scarsa fiducia, del ritmo lento della ripresa negli altri paesi e della necessità  di proseguire sulla strada del consolidamento fiscale. Il piano annunciato ad aprile 2013 di ridurre significativamente i debiti arretrati della Pubblica Amministrazione è benvenuto. L’impatto sulla crescita però è incerto, per cui in queste previsioni è inclusa una stima conservativa».
In Italia, «sebbene il sistema bancario si sia rivelato complessivamente solido, diversi istituti di credito hanno incontrato gravi difficoltà  e il settore finanziario resta esposto a rischi sistemici». L’Ocse consiglia quindi al nostro Paese di «incoraggiare le banche ad aumentare gli accantonamenti per perdite e continuare a incitarle a soddisfare le loro esigenze di capitale tramite le emissioni di nuove azioni o la cessione di attività  non strategiche»
Il settore finanziario italiano, spiega l’Ocse, «ha resistito meglio di molti altri Paesi alla prima ondata della crisi», ma «nel periodo 2011-12, il sistema bancario è divenuto vulnerabile al contagio proveniente dalle preoccupazioni internazionali circa il livello del debito pubblico».
Attualmente, «secondo gli indici di bilancio, le banche italiane registrano in media un indebitamento inferiore ai loro omologhi europei. Tuttavia, con il persistere della recessione, il livello già  elevato di crediti in sofferenza è in aumento e rimane un’importante fonte di preoccupazione».
L’Italia «ha avviato un ambizioso programma di riforme», che insieme alle misure intraprese dall’eurozona «hanno ridotto i rischi di rallentamento economico, e potrebbero aiutarla a uscire dalla recessione già  nel corso del 2013».
Lo scrive l’Ocse, nel suo ultimo rapporto sull’economia italiana. Gli effetti benefici di questi interventi, sottolinea però l’organizzazione, «richiederanno tempo per materializzarsi, a causa del clima di scarsa fiducia, del ritmo lento della ripresa negli altri Paese e della necessità  di proseguire sulla strada del consolidamento fiscale».

(da “La Stampa“)

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A LETTA ARRIVANO GIA’ DUE SCHIAFFONI DALLA GERMANIA: “SCIOCCO SCARICARE I PROBLEMI SU DI NOI”

Aprile 25th, 2013 Riccardo Fucile

IL MINISTRO DELLE FINANZE TEDESCO SCHAEUBLE: “IL PROBLEMA IN ITALIA E’ STATA L’IRRITAZIONE DELL’ECONOMIA PER I RITARDI NEL FORMARE IL GOVERNO”

«Il problema in Italia è stata l’irritazione dell’economia per i ritardi nel formare il governo. Scaricare sugli altri i propri problemi è comprensibile umanamente, e per alcuni la Germania è appropriata nel ruolo, ma è una sciocchezza».
Così Schaeuble commenta le parole di Enrico Letta secondo cui occorre rinegoziare il rigore in Ue.
Intervistato dalla radio Deutschlandfunk, dopo che gli erano state fatte ascoltare le dichiarazioni del premier incaricato Enrico Letta sulla necessità  di rinegoziare il rigore in Europa, il ministro delle Finanze tedesco ha spiegato che così «si disconoscono le vere cause dei problemi. E chi non riconosce le cause, fa analisi sbagliate e non arriva alla giusta terapia. Per questo occorre tenere fede a quello che abbiamo già  concordato insieme» in termini di risparmio e risanamento: «Abbiamo bisogno di stabilità  e crescita sostenibile».
Non si può risolvere il problema della diversa solidità  dei Paesi dell’Europa «rendendo la Germania debole come gli altri», ha poi aggiunto Schaeuble.
«Sono gli altri che devono arrivare a risolvere i problemi alla radice», ha concluso.

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I “SAGGI” DI NAPOLITANO COME QUELLI OLANDESI? “MICA TANTO, NOI LI ABBIAMO DAL 1531”

Aprile 13th, 2013 Riccardo Fucile

IL POLITILOGO OLANDESE KROUWEL SPIEGA COME IL PARALLELO SIA POCO FONDATO…IN OLANDA E’ COMPOSTO DA 63 MEMBRI A VITA

A Roma si riempiono la bocca con il «modello olandese»: i saggi voluti e nominati da Giorgio Napolitano sarebbero la riproduzione di un sistema che già  esiste nei Paesi Bassi, utile soprattutto nella tremenda crisi politica vissuta dagli olandesi nel 2010, quando alle elezioni un nuovo movimento populista (ma anche razzista) come il Partito delle Libertà  di Geert Wilders ottenne 24 seggi in Parlamento, contro i 31 dei democristiani e 30 per i laburisti.
Una situazione bloccata (ricorda qualcosa?)
Sì, i saggi come in Olanda. Ma ne siamo proprio sicuri?
Andre Krouwel, professore alla Vrije Universiteit di Amsterdam, politologo fra i più apprezzati nel suo Paese, scuote la testa.
E trova il parallelo più che azzardato.
Perchè, professor Krouwel, non è vero che la regina Beatrice nel 2010 come Giorgio Napolitano ricorse ai saggi per risolvere la crisi politica?
Le cose non stanno esattamente così. Il Presidente Napolitano ha nominato un gruppo di saggi nel pieno della crisi. Da noi i saggi (e non non   li chiamiamo così) fanno parte di un’istituzione permanente, che esiste dal 1531, non da pochi giorni. E’ il Raad van State, il Consiglio di Stato.
Qual è la sua funzione?
E’ un organo consultivo che dà  i pareri sugli argomenti più diversi, sia che vengano richiesti dal Governo, sia di propria volontà . Rappresenta l’ultima frontiera quando ci sono dei problemi. Il ruolo di Herman Tjeenk Willink, che nel 2010 era il presidente del Consiglio di Stato, fu in effetti allora molto importante. Sostenne la regina Beatrice (nella foto con il presidente Napolitano, ndr) nei tentativi a ripetizione effettuati per trovare una soluzione alla crisi.
Chi nomina i membri del Raad van State?
Prima ufficialmente era la Regina, ma in realtà  dipendeva dal Governo. Dall’anno scorso la prerogativa è stata ufficialmente sottratta al monarca, è l’Esecutivo a decidere.
Che tipo di persone ne fanno parte? Sono appena dieci come nel caso di Napolitano?
No, assolutamente. Sono adesso 63 e vengono nominati a vita, non possono essere licenziati. Per un terzo si tratta di personaggi che provengono dal mondo della politica, spesso ex ministri. Poi, un altro terzo è costituito da rappresentanti dell’università . E il terzo rimanente da dirigenti sindacali e rappresentanti della società  civile. E’ uno specchio del Paese, il più veritiero possibile. Non capisco come la stessa cosa possa essere fatta da una decina di persone. E poi, ripeto, stiamo parlando di un’istituzione secolare. Non siamo nel melodramma politico.
Cosa successe esattamente nel 2010?
Fino ad allora, nel bene o nel male, i Paesi Bassi avevano cercato di applicare nella loro democrazia parlamentare il «modello del polder», la terra sottratta al mare, una conquista che necessita la collaborazione di tutti. E’ il «consociativismo», la volontà  di governare sempre con una maggioranza più ampia di quella necessaria per avere semplicemente il controllo di appena sopra il 50% del Parlamento. Si cerca di mettere insieme partiti politici anche diversi, ma d’accordo su alcune idee comuni. In certi casi, nel passato, si è arrivati a governare con una maggioranza di oltre il 70% o l’80%. Nel 2010, invece, non era possibile.
Iniziarono 127 lunghi giorni di crisi…
Si’, alla fine si formò un governo (con i democristiani e i liberali) che poteva contare appena sul 34% del totale dei deputati. Ma anche sull’appoggio esterno, su alcuni temi, del partito di Wilders. Ci vollero sette tentativi per arrivare a quel risultato.
E il ruolo della regina Beatrice quale fu?
Importante, assieme a Tjeenk Willink. Era lei che ufficialmente doveva affidare l’incarico. Non era scritto nella Costituzione, si trattava di prassi comune. Poi tale possibilità  è stata sottratta al monarca, perchè in tanti avevano considerato che Beatrice avesse peccato di «abuso di potere». O che, comunque, fosse andata troppo lontano. Ora è il Parlamento ad affidare l’incarico per formare un Governo. Tutto sommato è diventato ancora più complicato.
L’anno scorso, dopo nuove elezioni, i Paesi Bassi sono di nuovo governati da un esecutivo che può contare sulla maggioranza in Parlamento. Stiamo ritornando lentamente al «modello Polder»?
Sì, tanto più che si tratta di un’alleanza fra laburisti e liberali. E’ come se in Italia si alleassero Bersani e Berlusconi. Forse è questo l’insegnamento che puo’ venire adesso dai Paesi Bassi all’Italia. Non andiamo a scomodare i saggi…
Non le va proprio giù questo parallelo fra Italia e Olanda?
Ritengo che, facendo un confronto fra la nostra crisi del 2010 e la vostra oggi, la situazione italiana sia molto più problematica. In Italia il sistema tradizionale dei partiti è saltato nel 1994 ed è stato sostituito da un’instabile coalizione di centrodestra intorno a Berlusconi, da una fragile ricostruzione della sinistra e ora da una nuova formazione politica, riluttante a qualsiasi alleanza, come il movimento di Beppe Grillo. Nei Paesi Bassi il sistema tradizionale dei partiti politici ha invece la situazione ancora sotto controllo. Sono pure partiti economicamente più responsabili dei vostri. D’altra parte la situazione economica e della finanza pubblica in Olanda è molto migliore. E’ la realtà  dei fatti.

Leonardo Martinelli
(da “il Fatto Quotidiano”)

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LA TELEFONATA DI DRAGHI PER CONVINCERE NAPOLITANO A NON LASCIARE

Marzo 31st, 2013 Riccardo Fucile

IL CAPO DELLA BCE: “L’ITALIA NON PUO’ RESTARE ACEFALA”

Improbabile che il capo dello Stato fosse sorpreso, quando gli hanno detto che Mario Draghi lo stava cercando al telefono.
Fra Giorgio Napolitano e il presidente della Bce esiste una consuetudine almeno dai tempi in cui questi guidava la Banca d’Italia.
È stato piuttosto il senso della conversazione a indurre l’inquilino del Quirinale, più che a un moto di stupore, a riflettere ancora una volta a fondo.
Draghi ha telefonato a Napolitano quasi d’istinto, appena letti i giornali.
Il presidente della Bce aveva passato gli ultimi giorni immerso nella saga di Cipro, il suo dramma bancario, le sforbiciate sui depositi, i limiti al movimento dei capitali che oggi minacciano di diventare la prima vera crepa nell’euro proprio mentre l’Italia avanza nella recessione.
Lo spazio mentale per seguire la tortuosa crisi di governo romana non era stato molto.
Ma ora la prospettiva di dimissioni del capo dello Stato era troppo seria.
Draghi ha preso il telefono e ha espresso a Napolitano il suo pensiero, senza remore. Tutto per lui ruota attorno a un punto: bisogna evitare di rendere il Paese del tutto acefalo, con un governo dimissionario, un parlamento incapace di esprimere una maggioranza e ora anche un capo dello Stato che lascia.
Gli investitori italiani ed esteri che ogni settimana finanziano il Tesoro, le banche e le aziende del Paese, non avrebbero capito: la reazione martedì, alla riapertura degli scambi, poteva essere molto pesante.
Draghi a Napolitano ha detto che gli investitori esteri non conoscono e probabilmente non hanno neppure tempo di capire il concetto di «semestre bianco», il periodo in cui un presidente a fine mandato non può sciogliere le Camere.
Se Napolitano si fosse dimesso per permettere al successore di convocare subito nuove elezioni, il messaggio all’esterno sarebbe stato che la nave ha perso il suo ultimo timoniere.
L’Italia non se lo può permettere, oggi meno che mai: le imprese chiudono, il debito e la disoccupazione continuano a salire, la ripresa non è neppure all’orizzonte.
Qui Draghi, per consuetudine dell’Eurotower, è passato all’inglese.
Se i partiti non capiscono i rischi e continuano a rifiutarsi di lavorare assieme, ha detto il banchiere centrale, è un segno del loro « state of denial ».
Denial , rimozione: significa avere davanti un problema colossale – il dramma che tocca milioni di italiani – e fingere anche a se stessi di non vederlo, magari per non doversi prendere la responsabilità  di fare davvero qualcosa.
Non è stata un’ingerenza quella di Draghi, anche perchè a lui e al capo dello Stato sono bastate poche parole per intendersi.
Ma è probabile che il presidente della Bce abbia preso l’iniziativa perchè ha ben presente l’impatto che il voto e lo stallo politico a Roma stanno avendo anche sugli altri governi europei e in Germania.
Per esempio, negli ultimi tempi, il tedesco Wolfgang Schà¤uble avrebbe offerto in privato alcune notazioni.
Il ministro delle Finanze di Berlino avrebbe detto che bisogna prendere atto che gli italiani con il voto hanno espresso il loro parere. E visto da Berlino, il messaggio è che i numeri contano più delle sfumature verbali così diffuse nei palazzi romani.
Se si sommano i voti del centrodestra a quelli di M5S, l’impressione in Germania è che una maggioranza di elettori si opponga alle politiche che Merkel ritiene necessarie perchè l’Italia resti un socio responsabile dell’euro.
La svolta di Berlino per l’intransigenza, evidente con la crisi di Cipro, si spiega anche così.
Il sistema politico tedesco affronta le elezioni a settembre ed è nel momento peggiore per offrire sconti e concessioni.
Allo stesso tempo, Merkel deve aver tirato le somme di quella che lei stessa percepiva come la sua linea del compromesso verso i Paesi indebitati.
L’estate scorsa il suo silenzio ha creato lo spazio politico perchè Mario Draghi potesse stabilizzare i mercati stabilendo l’opzione degli interventi Bce.
Per la cancelliera è stato un costo politico: solo una certa fiducia nella direzione che avrebbe preso l’Italia l’aveva reso accettabile, ma ora i conti non le tornano.
Dopo il voto di febbraio, per Merkel la linea del compromesso presenta ormai rendimenti decrescenti e rischi sempre più chiari.
Si capisce così la seconda osservazione che Schà¤uble avrebbe mosso di recente sull’Italia: a suo parere gli italiani sono più ricchi dei tedeschi, quindi se servirà  si potranno salvare da soli.
Questa è ormai la linea tedesca, quella che il ministro delle Finanze olandese Jeroen Dijsselbloem è stato così maldestro da rendere esplicita.
Secondo Berlino, non può esserci sostegno europeo all’Italia senza un contributo sostanziale dei risparmiatori del Paese, probabilmente sotto forma di una patrimoniale.
Conta poco qui che siano discutibili i dati della Bundesbank su cui Schà¤uble basa le sue stime, perchè il punto è politico: in questa stagione postelettorale in Italia e preelettorale in Germania, la pazienza a Berlino è in quantità  sempre più scarse.
Si è arrivati a questa fase senza unione bancaria europea, senza garanzie comuni sui depositi, senza meccanismi condivisi di gestione delle crisi bancarie.
E le condizioni che oggi la Germania porrebbe perchè l’Italia acceda all’aiuto Bce sono tali che questo appare sempre meno verosimile.
Così la crisi europea, da finanziaria, è diventata politica.
Dunque grave, ma reversibile.
Purchè gli italiani dimostrino che sono europei a parte intera, moneta inclusa, gli elettori di Merkel anche.
E i partiti escano dal denial che li spinge a scalpitare per una poltrona in prima classe sul Titanic.

Federico Fubini

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